Gestione urbana


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.3.3     Gestione urbana

Un breve resoconto storico sui metodi di gestione delle città può esser utile nel comprendere come l’urbanistica moderna abbia pianificato i propri territori, condizionata dalle questioni economiche e giuridiche. Generalmente questo tema viene chiamato in letteratura “regime dei suoli”, cioè quel complesso di norme e di regole che governano la proprietà, le aree edificabili (i suoli) e il funzionamento dell’amministrazione urbana.

Le istituzioni vengono permeate dalle regole del codice civile napoleonico che diventa il fondamento legale della società moderna entro la prima metà del XIX secolo. Il codice parifica i soggetti privati, stabilisce i loro gradi di libertà e i poteri contrapposti delle autorità pubbliche. «L’interesse dominante nelle società europee di quel tempo è la rivendicazione dei diritti privati»[1]. Anche le scelte stilistiche perdono il tradizionale significato collettivo, e diventano opzioni intellettuali molteplici da scegliere volontariamente. Nel corso dello sviluppo circa la gestione urbana si contrappongono valori e aspetti tecnici e culturali[2], ed il primo sistema di regole si affida al controllo pubblico, e così l’Amministrazione si prende carico di una parte minore del suolo urbano costituito da strade, servizi e impianti collettivi; un esempio paradigmatico è Parigi tramite il Prefetto Haussmann che attraverso lo strumento legale dell’esproprio avvia la ricostruzione di una parte della città (1850). Un secondo periodo, si caratterizza per l’aumento delle spese circa la gestione della città. Possiamo elencare in tre punti le tipologie dei servizi: 1) l’allestimento degli spazi pubblici, la distribuzione dell’acqua, il trasporto pubblico, e gli impianti di rete, poi le scuole, le biblioteche, gli ospedali, i teatri e le attrezzature sportive; 2) i mercati centrali e rionali, i mattatoi, le centrali del latte e le farmacie; 3) l’edilizia pubblica delle case popolari che il mercato edilizio privato non è in grado di fornire. Nel terzo decennio del XX secolo si avvia un terzo periodo ove lo Stato acquista sul mercato il terreno da urbanizzare, progetta la sua sistemazione, esegue tutte le opere pubbliche e rivende le porzioni fabbricabili agli operatori pubblici e privati. La prima innovazione tecnica e giuridica è quella di associare a una misura urbanistica (standard, indici, superfici) un valore monetario, concetto chiamato “libertà spaziale” (Le Corbusier) che viene contrapposto al primo modello (l’esproprio), e gli standard diventano uno dei contenuti principali dei piani regolatori, i fabbisogni sono stabiliti dalle leggi e incorporati nei piani urbanistici[3].

Possiamo osservare che l’intera storia della gestione urbana figlia dell’urbanistica moderna è condizionata dagli aspetti giuridici amministrativi, economici e monetari; e questi, tutt’oggi, condizionano le scelte di pianificazione e anche i diritti umani. Oggi, il paradigma prevalente è quello neoliberale imposto a tutti gli Stati che hanno aderito all’euro zona, e così a partire dagli anni ’90 non è più lo Stato ad offrire i servizi di welfare urbano ma il mercato. Prevale il concetto liberale della cosiddetta governance urbana mutuata «dal sistema delle imprese, le quali si trovano a scegliere se internalizzare o esternalizzare i processi produttivi»[4]. Competitività, marketing territoriale e benchmarking territoriale[5] sono parole d’ordine proposte dall’ideologia liberale e adottate dalla classe politica per favorire la crescita della produttività. Nonostante le parole d’ordine, le città «hanno una limitata autonomia finanziaria»[6], non possono far leva sulle tradizionali politiche monetarie, e non possono liberamente gestire la spesa pubblica «ciò significa che le finanze locali sono più vulnerabili rispetto a quelle nazionali»[7]. In sostanza, le amministrazioni locali sono più deboli ma inserite in un cotesto di economia globale neoliberale dove tutti competono. A questo bisogna aggiungere la trasformazione della struttura urbana italiana, oggi costituita da aree urbane costituite da un comune centroide con le sue conurbazioni integrate fra loro in un’unica città, ma amministrata da diversi comuni.

E pensando alla rigenerazione urbana, è fondamentale una domanda: perché gli operatori dovrebbero lavorare per rigenerare l’esistente e non occupare nuovo suolo? La risposta può essere altrettanto semplice, visto che in una società capitalista l’interesse preminente è il profitto, e se non c’è profitto nessun operatore interverrà. Nel concetto di “rigenerazione urbana sostenibile” le attuali norme regionali si muovono tutte nella direzione dell’incentivo monetario (premi volumetrici e superfici aggiuntive) edulcorando il significato della sostenibilità ecologica poiché in termini pratici si ambisce alla sostenibilità economica. In questo clima culturale materialista solo lo Stato ha l’obbligo costituzionale di perseguire la sostenibilità ambientale, per tale motivo è auspicabile una regia pubblica che coordini gli operatori della trasformazione urbana.

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] Benevolo, Op. cit., 2009, pag. D2.
[2] «Le riforme del ventennio fra il ’30 e il ’48 [1800] dipendono ancora, nel loro insieme, dal pensiero liberale; si è riconosciuta la necessità dell’intervento pubblico in alcune materie specifiche, ma senza alterare sostanzialmente la natura e l’entità dei compiti dello Stato e delle amministrazioni locali, rispetto all’insieme della vita economica e sociale. Manca l’idea di una programmazione pubblica, che stimoli e coordini iniziative specializzate delle autorità e dei privati; e quindi non può nascere una vera politica urbanistica» (Benevolo, Op. cit., 2010, pag. 83).
[3] Benevolo, Op. cit., 2009.
[4] Conti et al., Op. Cit., 2014, pag. 110.
[5] «L’idea alla base delle pratiche di benchmarking è quella di offrire un indicatore sintetico circa il posizionamento di un’economia territoriale rispetto ai principali “concorrenti”. Pertanto, i benchmarking territoriali, alle diverse scale, sono strettamente legati al fenomeno di “competitività diretta”: l’ipotesi è che un buon posizionamento in una classifica possa influenzare imprese, investitori, lavoratori qualificati nella scelta della propria localizzazione (Conti et al, pag. 154)».
[6] Ivi, pag. 153.
[7] Ibidem.

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