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Posts Tagged ‘democrazia’

Le recenti vicende di cronaca politica che coinvolgono la famiglia De Luca mostrano uno squarcio degradante di pezzi delle istituzioni pubbliche, ma ricordano ancora una volta se fosse necessario, cosa sia il potere politico clientelare: il vassallaggio. L’inchiesta di Fanpage mostra molto più delle condotte illegittime dei singoli attori, mostra come agisce la pubblica amministrazione. L’inchiesta ricorda ai salernitani fin dove si sia spinta l’arroganza del potere dinastico feudale, che negli anni ha messo radici a Salerno manipolando l’opinione pubblica. La maggioranza dei salernitani crede che De Luca sia un bravo amministratore, e che non ci sia un’alternativa. Lo scandalo principale ha due volti indegni di una stessa medaglia: l’esistenza in sé di questo potere dinastico e il consenso politico delegato dalla maggioranza degli elettori. In una società sinceramente democratica si sarebbero verificate due condizioni normali della convivenza civile. La prima riguarda il tempo trascorso all’interno dell’istituzione locale, principio affermato persino dalla legge elettorale che limita a soli due mandati consecutivi l’incarico di Sindaco; e la seconda è il giudizio morale dei cittadini, che doveva scattare nei confronti dell’evidente sistema clientelare e il familismo amorale praticato da De Luca. Il sistema di potere deluchiano prende la città di Salerno sin dal 1993, ed oggi Vincenzo ha atteso la crescita dei propri figli per consegnare loro le istituzioni pubbliche, come una volta accadeva durante la monarchia prima dell’avvento della Repubblica. Questo potere indubbiamente malato non trova giustificazioni razionali, ed è pertanto inutile trovarle sul piano politico, ma possiamo trovarle sul piano sociologico, psicologico e culturale collettivo. Salerno nelle mani della democrazia cristiana aveva due facce, un sistema economico industriale crescente grazie alle politiche pubbliche, e la speculazione edilizia per costruire rendite parassitarie nelle mani di pochi. Dal secondo dopo guerra in poi la città è costantemente nelle mani del partito di governo, e Salerno non è ben amministrata. In un breve periodo ancora di politiche pubbliche, alla fine degli anni ’80, la sinistra salernitana riesce a strappare la guida dell’Amministrazione allo strapotere della DC, con la promessa di migliorare la città, e in pochi anni riqualifica parti del centro urbano migliorando la qualità di vita degli abitanti. La magistratura locale interrompe quell’esperienza ma le accuse saranno smentite. In questo modo il potere giudiziario, indirettamente, aprirà la strada al deluchismo, analogamente avvenne per Berlusconi (nonostante il successivo scontro). De Luca approfitterà del nuovo sistema elettorale e dei nuovi poteri del Sindaco per mettere radici nelle istituzioni. Così nacque un nuovo sistema di potere, prima di tutto grazie alla concretezza politica della prima Giunta di sinistra, e poi grazie all’interpretazione feudale del nuovo sistema amministrativo, cioè attraverso il controllo diretto delle società municipalizzate, e indiretto dei media locali. Negli anni ’90, attraverso un’ampia riforma degli Enti locali e del diritto amministrativo nella direzione dell’ideologia neoliberale, in tutta Italia il legislatore sceglie di favorire la privatizzazione dei processi politici, di ridurre il dibattito democratico interno ai Consigli comunali e regionali, e di affidare ampi poteri agli organi esecutivi, Sindaci e Presidenti, mentre i dirigenti pubblici assumono poteri di spesa. Le parole d’ordine sono competitività, efficienza e privatizzazioni. Con queste riforme liberiste il cittadino è completamente esautorato da ogni tipo di controllo democratico, poiché tutti i principali servizi che paga (acqua, rifiuti, energia, trasporti) non sono più nelle mani pubbliche dello Stato, ma possono andare nelle mani di amministratori delegati di società di diritto privato. In diversi casi, gli italiani pagano i servizi pubblici ai privati, sono le famigerate multiutilities SpA. Anche il governo del territorio subisce il medesimo destino di mercificazione e privatizzazione (speculazione edilizia), e così spesso i piani sono l’espressione dei capricci e dell’avidità dei soggetti privati, e della megalomania dei Sindaci, tesi ad assicurarsi un nuovo mandato elettorale sfruttando le trasformazioni urbanistiche firmate dalle archistar. Si tratta di un processo pubblicitario identico a quello della moda. E’ in questo contesto che Sindaci e Presidenti hanno discrezionalità per creare e gestire le proprie clientele senza violare le leggi. Dopo venticinque anni il deluchismo basato sulla prevaricazione e il clientelismo, lascia una città che perde abitanti e favorisce chi desidera speculare, creando nuove rendite parassitarie. I fallimenti sono evidenti ma incredibilmente non toccano l’immagine politica di chi amministra, nonostante siano aumentate le disuguaglianze di reddito e le disuguaglianze sociali.

Non ho idea di quanto tempo ci voglia per favorire il ritorno della democrazia, ma sono sicuro che per affermare questo modello di libertà sia necessario coltivarlo e praticarlo. A mio avviso il problema è prima di tutto culturale, cioè riguarda l’ignoranza funzionale di coloro i quali si fanno chiamare cittadini ma non lo sono poiché vivono come vassalli, servi e feudatari. Fino a quando la maggioranza degli individui continua a vivere fregandosene della polis, e vota di pancia o inseguendo un tornaconto personale, i modelli immorali come quelli dei De Luca troveranno sempre terreni fertili per mettere radici a danno del bene comune. Uno dei terreni fertili per l’immoralità dei politicanti, non è solo l’avidità di ceti locali organizzati per occupare le istituzioni, ma una spinta forte verso l’apatia politica è fornita dal capitalismo neoliberista che ha accresciuto le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Quando la collettività non riconosce il valore delle persone oneste e meritevoli, crea molti danni perché i talenti emigrano attirati da contesti più favorevoli, mentre sul territorio rimangono altri sistemi di potere, a volte immorali, che assumono il controllo le istituzioni pubbliche. La crisi della politica non può addebitarsi a pochi personaggi, perché non risponde alla realtà, ma è una crisi profonda che riguarda l’intera società nichilista e individualista. Ritengo che a Salerno, così come in molte altre realtà, si siano verificate queste condizioni: la classe dirigente locale, il ceto politico, ha favorito le disuguaglianze sociali e di riconoscimento allontanando direttamente e indirettamente persone che erano risorse. L’immorale ceto politico locale prevarica i capaci e i meritevoli al fine di controllare risorse pubbliche e conservare lo status quo, è uno schema sociale presente ovunque. La speranza è che le nuove generazioni trovino curiosità e stimolo nel fare politica. Ritengo che la priorità politica per i salernitani, sia l’apertura di luoghi fisici ove le persone possano svolgere volontario politico. Sono i cittadini che dovrebbero avere l’opportunità di cominciare a dialogare e pensare di donare una parte del proprio tempo alla comunità. Chi oggi ha cultura politica di sinistra dovrebbe organizzare corsi di auto formazione, e stimolare le persone a promuovere programmi, piani e progetti politici utili al bene comune. E’ un percorso lungo ma creativo e civile, fondamentale per ricostruire un’azione politica sincera e genuina, per favorire la formazione di una classe dirigente locale e regionale capace di rigenerare le istituzioni e il territorio. E’ l’individualismo il cancro della nostra comunità, la maggioranza di noi è egoista e cinica tesa a strappare vantaggi personali dal sistema di potere locale, questa degenerazione avviene in quasi tutti i comuni d’Italia. A questa realtà degenerata bisogna opporsi con la democrazia, costituita da altruismo e merito per favorire i capaci e talentuosi. Non ho alcun dubbio che i salernitani abbiano le capacità e le risorse umane disponibili per cambiare lo status quo, ma se finora non c’è stato alcun cambiamento, e qualche percorso precedente non sia riuscito nell’intento, forse è necessaria una riflessione. Penso che per ripristinare la democrazia e creare soggetti politici capaci di amministrare gli Enti locali siano fondamentali i valori, i percorsi e le persone.

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Daniel Garcia, corruzione e paradisi fiscali.

Una domanda ingenua può svelare la realtà di un ambiente apatico e nichilista che riproduce inciviltà, “se un cittadino volesse fare politica, in quale luogo potrebbe svolgere tale attività altruistica?” La risposta ingenua dovrebbe essere, “nelle sedi dei partiti”. Quando ero ragazzo, nei primi anni ’90, entrai in una di questi sedi, ma la mia passione fu subito contrastata dalla realtà che mostrava l’assenza di democrazia interna e l’assenza di partecipazione vera, sincera, leale e intellettualmente onesta. Non c’era purezza in quel luogo, perché gli uomini – non il partito – erano mossi da interessi personali e non dall’altruismo. Oggi nel secondo decennio del nuovo millennio, l’inciviltà è aumentata perché i luoghi fisici dove poter svolgere assemblee democratiche non esistono più, sostituiti dal nulla, nel senso fisico del termine. Non esistono più organizzazioni sociali capaci di strutturare assemblee democratiche, necessarie per incontrare le persone e discutere civilmente su problemi e soluzioni concrete per migliorare la nostra società. Non esistono i luoghi fisici per sperimentare ed esercitare il dialogo e non esiste una volontà popolare nell’usare il metodo democratico per affrontare i problemi sociali, economici e ambientali delle nostre comunità. Non avere luoghi fisici e democratici per svolgere volontariato, è uno dei modi più efficaci per isolare le persone meritevoli al fine di renderle incapaci di partecipare alla vita politica e di migliorarla.

Esistono e sono rimaste le strutture capaci di gestire il potere e le istituzioni pubbliche. Esistono luoghi che selezionano l’élite e i politicanti, non più politici, utili a controllare i luoghi decisionali e sostenere gli interessi privati delle imprese più forti e influenti. La cultura liberale ha spostato la formazione dei leader politici dai partiti ai cosiddetti pensatoi, i think tank. La politica e la democrazia, nel senso classico dei termini, sono state trasformate in attività private a servizio di sistemi neofeudali per orientare le risorse degli Stati, e addomesticare le masse regredite allo stato infantile.

L’unico ricordo lasciato dai partiti sono i valori e gli ideali che tutt’oggi sono in grado di raccontare e analizzare la nostra società. I classici della politica sono in grado di aprirci il mondo della conoscenza sociale, da Smith a Marx, e aggiungendo la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen, che smonta matematicamente le teorie neoclassiche, possiamo cogliere un nuovo senso della politica condotta sul piano ecologico. Le discipline storiche, sociologiche, geografiche e scientifiche sono in grado di raccontarci il passato e consegnarci un metodo per interpretare il presente e programmare il futuro. Berlinguer scattò la fotografia ai partiti che stavano auto implodendo e negavano la partecipazione alle persone non addomesticate, per preferire processi privati delle decisioni politiche. Il berlusconismo ha legittimato e istituzionalizzato tali processi rendendo legale la privatizzazione dei processi decisionali. I partiti italiani non formano più classe dirigente; la competenza non è una prerogativa richiesta. I partiti sono sostituiti da movimenti politici non democratici e leaderistici, imitando quelli americani dove la selezione è influenzata da imprese e media.

La recessione economica è frutto della cultura occidentale guidata dalla religione capitalista: il liberalismo, che preferisce soddisfare i capricci del mercato piuttosto che usare razionalmente le risorse limitate dal pianeta. Sin dall’Ottocento e fino all’inizio di questo millennio ha prevalso l’economia liberale, fra una guerra e l’altra, dove si sono alternate guide politiche nazionaliste che sfruttavano il potere per avidità personale. Ci sono state brevi fasi socialiste per risolvere problemi causati dall’industrialismo, e lunghe fasi di crescita liberista che hanno arricchito i pochi a danno dei molti. Oggi ne paghiamo le conseguenze sociali con livelli di diseguaglianze economiche mai viste prima nella storia dell’umanità. Il socialismo, sfruttato in passato come ideale nobile, si pone l’obiettivo di usare le forze produttive per il bene comune ma è delegittimato dal mainstream, che addomestica facilmente la maggioranza degli individui con gravi problemi cognitivi (ignoranza funzionale). Il nostro Paese, una volta persa la guerra, ha seguito la politica liberale e neoliberale dettata dai nuovi colonizzatori atlantici. Nel corso dei decenni, la religione economica (1) ha trasformato l’economia rurale in economia industriale facendo crescere la produttività del Paese; (2) in una prima fase, la crescita ha distribuito redditi per consumare merci prodotte dalle imprese private e in una seconda fase ha ridotto l’occupazione in proporzione all’aumento demografico della popolazione; (3) le aziende di stato passano alla gestione dei privati per sostenere i loro utili; (4) lo Stato abdica alla sovranità economica e smette di fare politiche industriali nell’interesse generale; (5) il Paese diventa periferia economica e gli interessi privati promuovono politiche industriali cavalcando la deregolamentazione dei mercati e le giurisdizioni segrete.

In circa 72 anni, l’Italia diventa un Paese economicamente povero non per assenza di mezzi e capacità ma per volontà politica, ed è lo stesso processo che i piemontesi – sostenuti dalle massonerie francesi e inglesi – realizzarono alla potenza economica del Regno delle Due Sicilie. In un primo periodo, venne costruita una propaganda chiamata “risorgimento”, e nei successivi tentativi bellici miseramente falliti, si sfruttò la corruzione dei graduati borbonici, accompagnata da una scena teatrale dei cosiddetti mille contro un esercito di professionisti. Così i piemontesi, oltre a promuovere azioni razziste e omicidi di massa, saldarono i propri debiti rubando le riserve auree altrui, e dal 1860 in poi, si applicò una vera guerra economica contro il Sud, mistificandone la sua immagine con una narrazione manipolata giunta persino ai giorni nostri. Si smontò l’industria manifatturiera e pesante del Sud per essere localizzata a Torino, Milano e Genova. Con una analogia straordinaria si avvia il processo per costruire l’UE. Dopo l’ingresso nello SME, e durante gli ultimi vent’anni sia grazie alla propaganda funzionale a costruire un consenso popolare a sostegno dell’immagine dell’UE, e sia le forze politiche e le imprese private hanno smontato l’industria italiana per essere trasferita nei paesi emergenti. I Paesi chiamati PIIGS sono avvolti da un’immagine negativa, che ricorda la propaganda risorgimentale prima di muovere una guerra di annessione contro il meridione d’Italia. Nel frattempo il capitalismo smonta la manifattura dei PIIGS, la magia finanziaria con le stupide regole e l’alchimia dei debiti pubblici drenando risorse dalla “periferia” al “centro”.

La soluzione politica al disfacimento delle nostre comunità risiede nell’uscire dalla religione capitalista. Egoismo, apatia e ignoranza funzionale hanno costruito la società che ruota intorno a noi. Se ci fossero luoghi fisici dove fare politica e dialogare in maniera civile, dovremmo avviare processi di auto determinazione, ripristinando la sovranità economica e promuovendo politiche bioeconomiche, evitando gli errori delle obsolete politiche di crescita della produttività, poiché distruggono l’occupazione e i nostri ecosistemi. Chi ha la consapevolezza di cambiare l’economia reale per riterritorializzare, può farlo utilizzando modelli già molto noti, come l’approccio cooperativo abbinato alla bioeconomia.

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impero_della_vergognaSe fossimo curiosi e avessimo la capacità e la lucidità di osservare la nostra società, tutto ci apparirà più chiaro, più semplice e immediato, per scoprire il vicolo cieco in cui ci siamo infilati con le nostre gambe, o sarebbe meglio dire con la nostra stupidità. La monarchia è oggi! In tutto l’Occidente possiamo osservare la trasformazione sociale, e come i nostri sistemi di governo chiamati inopportunamente democratici, sono un’evoluzione del vassallaggio già presente nella nostra società. E’ “bastato” inoculare la religione capitalista, per circa trecento anni, nel pensiero degli occidentali e far credere loro che per vivere necessitano tre cose: la proprietà privata, il lavoro e i soldi. Per millenni la specie umana, e molti lo fanno ancora, ha vissuto in funzione delle leggi della natura. Per millenni l’evoluzione umana è stata determinata dalle conoscenze legate all’uso razionale delle risorse, basti pensare all’agricoltura e all’architettura.

Osservando e studiando la geografia umana prendiamo atto che le forme di governo occidentali chiamate democrazie rappresentative non hanno alcuna autonomia di pensiero sulla politica, quella vera, cioè sull’uso del territorio e delle risorse, ma sono l’espressione di un pensiero unico abbastanza noto: capitalismo; a sua volta diviso in due correnti di pensiero facenti parte dello stesso piano ideologico: la crescita continua della produttività. Il pianeta è concretamente sfruttato dalle notissime multinazionali. In questo disegno generale, la specie umana è solo una funzione strumentale che può essere utile o meno alla religione capitalista. Prima dell’invenzione della religione capitalista la società inventò le cosiddette istituzioni e sperimentò anche le prime forme di governo, la storia insegna come nacquero i primi imperi e l’uso degli eserciti in funzione della cultura imperialista dell’epoca (colonialismo). Oggi le guerre sono aumentate ma si svolgono in maniera diversa tranne una: la guerra economica e monetaria. Anch’essa è invenzione del capitalismo, e una delle prime guerre monetarie fu l’indipendenza degli Stati Uniti, altre seguirono come la guerra di annessione del Sud Italia al Nord, che favorì l’istituzione della banca d’Italia dopo lo scandalo della Banca romana. Oggi le unioni monetarie si fanno ancora attraverso le guerre, ma anche attraverso le democrazie rappresentative: Unione europea ed euro zona; anche se questa è il frutto della seconda guerra mondiale. Dopo l’impero romano, oggi esiste l’impero d’Occidente USA-UE, e la manifestazione più chiara è il cosiddetto accordo economico transatlantico figlio del WTO, che promuove la creazione di un unico impero commerciale globale.

L’élite di potere, nel corso del Novecento è stata capace di spostare le leve dei comandi dai livelli più bassi – comuni, regioni, stati – verso quelli più alti – Unione europea e NATO. E l’ha fatto legalizzando un processo decisionale della politica tipico delle società feudali. L’élite ha saputo far accettare a tutte le classi politiche che quello fosse un percorso democratico quando è l’esatto opposto. Il processo decisionale adottato dall’UE è fra i più disonesti e dispotici sistemi che uno possa immaginare poiché, come accade negli USA, le imprese private organizzate in lobbies sono fisicamente presenti presso le istituzioni, e influenzano efficacemente le decisioni su ogni argomento che ricade sui cittadini, mentre l’esecutivo, cioè Commissione e Consiglio, prevale sul Parlamento. Una direttiva europea ricade su tutti i cittadini e sui Comuni italiani. Nei singoli Stati, i Comuni, le Regioni e i Parlamenti nazionali sono solo luoghi per inserire o i burattini dell’élite locale o individui ignoranti e quindi manovrabili, poiché in quei luoghi non si deve fare politica ma rappresentare una finzione scenica per gli elettori.

Sono trascorsi decenni da quando la politica è stata spostata fuori le istituzioni e lontana dai media che invece sono pagati per rappresentare una messa in scena. Sin dai primi secoli del Novecento e come evoluzione delle compagnie del Seicento, la politica vera è svolta dalle imprese di profitto. Energia, cibo, industria, e governo del territorio sono argomenti di discussione nelle multinazionali. I piani imperiali sono trasmessi ai burattini affinché gli affari privati possano consolidarsi e spostarsi, a seconda delle occasioni e della disponibilità delle risorse del pianeta sottratte alla sovranità dei popoli, già molti secoli fa attraverso l’invenzione giuridica della proprietà privata e l’invenzione della moneta.

Il 4 dicembre 2016 gli italiani sono chiamati a votare su una proposta di riforma della Costituzione repubblicana attraverso referendum confermativo. Milioni di elettori che non hanno mai letto la Costituzione, ma conservano il diritto al voto, “decideranno” di votare SI o NO. E’ tutta qui la forza dell’élite capitalista che ha privatizzato il pianeta, milioni di individui resi più poveri dal pensiero unico neoliberale e incapaci di scegliere poiché hanno problemi cognitivi. Nichilismo e apatia politica sono responsabili della nostra condizione. In tutto l’Occidente gli ultimi sono l’oggetto della predazione politica e delle imprese, e sono divisi poiché facilmente addomesticati dal linguaggio mediatico e dai politicastri.

Eppure basterebbe davvero poco per migliorare la propria condizione di vita: abbandonare la religione capitalista e cominciare a sperimentare. Gli ultimi sono milioni di individui, che insieme possono tornare a essere cittadini per vivere in libertà e prosperità. Per fare ciò dovranno cominciare a occuparsi di politicauso del territorio e delle risorse.

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Siamo in piena campagna referendaria e considero gli approfondimenti proposti da Openpolis il miglior servizio di informazione che un cittadino possa auspicare. Un servizio civile eccellente come ogni cittadino dovrebbe desiderare e ricevere. L’Associazione attraverso il suo sito ha divulgato quattro approfondimenti che chiariscono concetti, argomenti e i temi legati alla riforma Costituzionale proposta dalla maggioranza di Governo.
I quatto speciali proposti da Openpolis hanno la virtù di fare chiarezza sui temi usati e abusati da politici e media, e soprattutto svelano tutta la retorica e la demagogia degli attori politici, mostrando una realtà politica parlamentare diversa da come narrata dai media.
Ad esempio, almeno due argomenti di scontro politico emergono con forza dalla realtà smentendo entrambe le posizioni avverse: il bicameralismo perfetto non è un ostacolo per approvare leggi in tempi brevi o considerati normali, mentre la paura del premierato o dell’oligarchia contro la rappresentanza è anacronistica poiché è già realtà. Il nostro Parlamento da diversi anni ha scelto di violare il principio di separazione dei poteri. In fine, il cambiamento dell’art. 81 circa il famigerato pareggio di bilancio incide negativamente sulla prima parte della Costituzione relativa ai principi e ai valori, e non ci fu alcuna rivolta. E’ proprio in virtù del nuovo articolo 81 che i Governi, inseguendo i dogmi della religione neoliberale e attraverso scelte immorali, riducono opportunità di sviluppo umano violando i principi sanciti negli articoli (1) – sovranità -, (2) – diritti inviolabili dell’uomo – e (3) – uguaglianza e sviluppo della persona.
La società che i liberal stanno costruendo in questi decenni è quella feudale, dove le istituzioni moderne sono piegate e riformate secondo schemi sociali forgiati nel vassallaggio, e cioè da rapporti di servitù, mercantili e finanziari. Il famigerato sistema elettorale maggioritario fu introdotto per seguire questo schema, e cioè i pochi che governano sui molti. Nel sistema attuale gli organi esecutivi decidono ogni cosa, e se usiamo la lente d’ingrandimento nei Comuni, c’è da spaventarsi o fare una rivoluzione la mattina seguente. Solitamente nei Consigli comunali eletti si rappresenta una finzione scenica della democrazia rappresentativa, e si chiama la morte della politica. Il copione è il seguente: le maggioranze deliberano su atti della Giunta che non conoscono, a volte si tratta di atti scritti e suggeriti da gruppi di interesse – imprese, associazioni – esterni all’organo politico. E’ questo l’esperimento meglio riuscito e che tutti elogiamo, ma forse pochi hanno osservato alcune conseguenze: una diffusa corruzione, sprechi nella pubblica amministrazione, danni al territorio e la privatizzazione dei servizi per garantire profitti ai privati. Le persone eleggono direttamente Sindaci e Consigli nella convinzione che costoro siano la guida politica del loro Comune, ma ci sono dei piccoli dettagli: (1) costoro sono solo degli amministratori, non fanno leggi, ma applicano quelle normate da Parlamento e Regioni; (2) gli atti che deliberano sono spesso suggeriti e scritti da organizzazioni esterne e loro si limitano a pubblicizzarle, e approvarle per sperimentare gli effetti sul territorio e sugli abitanti. I casi in cui i politici eletti decidono con la propria testa sono davvero pochi, e quando accade spesso ne pagano le conseguenze politiche e cioè l’isolamento economico, poiché il sistema istituzionale è progettato per ricattare gli amministratori “ribelli”. Solo una comunità democratica, coesa e consapevole potrebbe ribaltare questa farsa, poiché sarebbe capace di esprimere una classe dirigente politica responsabile e matura.
Non è un caso che i gruppi politici abbiano smesso di fare formazione per la propria classe dirigente, e che nei Consigli comunali e regionali ci siano persone ignoranti e inadeguate, poiché gli indirizzi politici e gli atti sono preparati altrove, e tale processo degenerativo esiste sin negli anni ’80 giacché spinse il senatore Bobbio ad affermare che il Parlamento era una camera di registrazione di decisioni prese altrove. Oggi nelle istituzioni può (e deve) sedere un cialtrone qualsiasi ma deve avere delle caratteristiche: oltre all’implicita ignoranza e incapacità, quella principale è di risultare simpatico, credibile ed essere fotogenico, televisivo e “smanettone” in internet. L’intelligenza è una prerogativa odiata da tutti i gruppi politici poiché innesca invidia sociale. L’attuale modello è stato copiato incollato dal mondo anglosassone, fase uno distruzione dei partiti e dei sindacati, fase due partiti azienda, nel frattempo i think tank neoliberali preparano i contenuti.
Fatta attenzione alle considerazioni sulle dinamiche che si svolgono nei Consigli comunali, allora è facile un raffronto coi dati forniti da Openpolis, poiché emerge un’evidenza: la finzione scenica de la morte della politica si svolge da tempo anche nel Parlamento (…l’utilizzo dei decreti legge nel corso degli anni è stato molto ricorrente. I 4 governi delle ultime due legislature hanno emanato in totale 197 decreti legge, circa 2 ogni mese). Il combinato disposto fra proposta di riforma costituzionale e legge elettorale italicum vuole legalizzare e legittimare una condotta politica oligarchica ma che è prassi legale degli Enti locali, ed è consuetudine nel Parlamento.

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Gli effetti negativi della recessione capitalista – l’implosione del sistema su stesso – e la cattiva organizzazione politica dell’Unione Europea stanno favorendo la disgregazione sociale delle comunità, e stanno aumentando le diseguaglianze a favore dei cosiddetti paesi “centrali”. L’UE è un organizzazione politica che lavora male sia perché applica l’ideologia neoliberista e sia perché non è un’istituzione democrazia rappresentativa, il potere è nelle mani di organi non eletti (BCE, Commissione, Consiglio, Euro gruppo …). L’ipocrisia più evidente dell’UE sul proprio territorio è la coesistenza di zone economiche speciali (zes) espressione dello sfruttamento capitalista, con l’illusione di politiche di coesione per sostenere i territori depredati dal capitalismo stesso. Gli sprechi nell’UE sono evidenti: un bilancio fuori controllo e poco trasparente, un budget insufficiente, la moltiplicazione di funzioni governative e di luoghi istituzionali non rappresentativi dei popoli ma influenzati dalle lobbies. L’UE dovrebbe essere un istituzione democratica con politiche socialiste e un’organizzazione federale dotata di strumenti di democrazia diretta. L’attuale UE liberista è destinata a sparire grazie all’indignazione popolare che potrebbe innescare un cambiamento delle istituzioni politiche, oppure una degenerazione e disgregazione generale.

Com’è noto il modello più democratico che esiste in Europa, è fuori dall’UE ed è quello Svizzero. In Svizzera esiste un equilibrio fra estensione geografica e amministrazione politica, esistono ben 26 Cantoni autonomi con una propria Costituzione, che si auto governano integrando democrazia rappresentativa con strumenti efficaci di democrazia diretta, e fiscalità locale e generale ridistribuita ai Cantoni.

Per rimediare all’aumento dei disordini sociali e all’aumento delle disuguaglianze economiche prodotte dal pensiero neoliberista, chi guida le istituzioni europee dovrebbe proporre la riforma dei Trattati e introdurre politiche pubbliche socialiste, cioè la sovranità economica e politica dell’UE. Questo processo è molto complicato poiché la riscrittura dei Trattati abbisogna del consenso di tutti, anche di quei Governi che stanno traendo vantaggi economici dalle disuguaglianze economiche e di riconoscimento, come la Germania e quei piccoli Paesi dotati di zone economiche speciali. L’incapacità di auto riformarsi e queste contraddizioni favoriscono la crescita di forze politiche razziste e disgregative dell’UE. Un sincero percorso di auto riforma da parte di chi guadagna dallo status quo appare ingenuo. In questo contesto egoistico e conflittuale i cambiamenti sociali ed economici avvengono ugualmente. In Europa le agglomerazioni urbane si sono trasformate, e pertanto sarebbe saggio riconoscere il fatto che i sistemi locali rappresentano la più appropriata geografia politica per stimolare la coesione sociale, e per applicare la bioeconomia. I sistemi locali possono essere visti come i Cantoni svizzeri. In Italia esistono 611 sistemi locali. Si tratta di costruire il rescaling delle aggregazioni politiche locali (comuni), e in queste aree funzionali favorire lo sviluppo locale applicando principi e politiche bioeconomiche. In buona sostanza l’UE deve riformarsi per diventare un sistema federale autonomo, sia grazie a una banca centrale che stampa moneta a credito, e sia riformando gli Enti locali territoriali. Non serve “l’Europa delle Regioni” ma l’Europa dei sistemi locali sotto le Province, poiché sono questi gli ambiti territoriali che possono favorire la rilocalizzazione delle attività produttive per ridurre le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Istituzioni e collettività devono imparare a riconoscere il valore delle persone, e programmare piani e progetti capaci di affrontare problemi sociali e ambientali, perché sono indispensabili per lo sviluppo umano e ridurre le disuguaglianze territoriali. Se da un lato il capitalismo produce disuguaglianze e sottosviluppo, solo uno Stato civile che interviene nell’economia può ridurre questi squilibri. In questo modo si riduce la disoccupazione e si affrontano i problemi sociali, economici. Sono necessarie politiche pubbliche che solo uno Stato democratico può programmare per tutelare i patrimoni e finanziare la riduzione del rischio sismico e idrogeologico, così come sostenere i servizi sociali.

L’Unione europea, contrariamente a quanto si professa, non è un’organizzazione democratica ma è un ambito regionale centralizzato sotto il ricatto dei famigerati mercati e di un’élite degenerata. L’UE è la peggiore organizzazione politica che si possa pensare, sia perché gli Stati aderenti all’euro zona cedono la propria sovranità monetaria, e sia perché smettono di produrre politiche industriali virtuose secondo gli interessi generali. Il regime europeo è di tipo finanziario, ignora le leggi della natura e detesta l’auto determinazione dei popoli.

Per favorire un sistema politico efficiente, cioè che risponda ai diritti dell’uomo compatibilmente con le leggi della natura, è necessario copiare i sistemi biologici poiché ricalcano il metodo democratico fondato sul dialogo e sullo scambio reciproco. E così i sistemi locali possono essere ripensati in chiave bioeconomica favorendo interazioni spaziali di complementarietà che valorizzano le risorse e il sapere locale. Per sostenere il potere del popolo (democrazia) è necessario favorire l’auto determinazione e decentrare poteri e funzioni per poi federare i sistemi locali.

Dobbiamo prendere atto che nell’UE il reale rapporto che c’è fra spazio e potere è il controllo dell’élite europea circa gli interessi dei mercati finanziari, che si basa sullo sfruttamento capitalista di un mercato europeo di circa 500 milioni di persone costrette a comprare le merci delle multinazionali. Tutto il resto, cioè libertà, diritti umani, civili e politici e altro, è accessorio o d’intralcio. L’inganno del sistema politico europeo non si limita ad aver tolto sovranità agli Stati, ma ha contribuito a far credere e legittimare forme elettorali rappresentative dove gli eletti non hanno gli strumenti per governare i territori e non decidono sul destino dei popoli (deterritorializzazione). I cittadini italiani, eleggendo direttamente i propri Sindaci credono che costoro possano fare politica quando nella realtà essi sono solo amministratori. Il reale potere è nei contratti giuridici delle SpA locali che gestiscono i servizi pubblici. Inoltre sappiamo bene che i parlamentari sono nominati, e non sono mai stati scelti direttamente dai cittadini. Infine, le direttive europee sono scritte da tecnocrati (Commissione e Consiglio) mentre il Parlamento europeo non ha il potere esclusivo di promulgare le leggi. L’UE rappresenta un’oligarchia di poteri (MES) e professa la rifeudalizzazione della società; l’élite professa la competitività e la crescita continua (accumulo di capitale), ma la natura non compete resta in equilibrio e ricicla, la natura non accumula capitale e dona l’energia poiché è gratis. Secondo la religione neoliberale la globalizzazione deve favorire le multinazionali che predano le risorse locali.

Cambiando la natura giuridica dello strumento monetario a favore della teoria endogena, e federando i sistemi locali applicando la bioeconomia, accade che mutano le relazioni spaziali poiché si rafforza l’interesse delle comunità e l’economia reale dei territori. E’ in questo modo che si favorisce una politica di coesione sociale e si crea occupazione utile. Un primo passo concreto è la sperimentazione di bioregioni urbane nei sistemi locali e la riorganizzazione delle competenze territoriali dove un ufficio di piano progetta il piano urbanistico intercomunale bioeconomico. Il cambiamento dei rapporti di potere a favore dell’auto determinazione e degli interessi locali avviene proprio attraverso il progetto che prevede processi di riappropriazione e uso razionale delle risorse (rigenerazione urbana, cibo, energia, acqua, trasporti, cultura, connettività).

La politica di globalizzazione neoliberista dell’UE deterritorializza e distrugge l’economia reale locale, invece una politica bioeconomica territorializza e favorisce l’economia reale locale creando occupazione utile.

Per avere un’idea verosimile del peso economico, e cioè degli investimenti necessari solo in Italia è sufficiente ricordare che il Governo stesso nel 2011, solo per intervenire sulla riduzione del rischio idrogeologico, stimò circa 40 miliardi di euro. Intervenire nelle 26 città in contrazione servirebbero circa 56 miliardi (stima a ribasso) per rigenerare i quartieri di edilizia moderna (il famigerato boom economico), mentre intervenire nei sistemi locali servirebbe il doppio degli investimenti immaginati per le città in contrazione. Per la prevenzione del rischio sismico, nel 2013 gli ingegneri hanno stimato 93,7 miliardi per le case di tutti gli italiani, mentre l’Oice ha stimato 36 miliardi per interventi di adeguamento. Restando nel piano ideologico dell’economia del debito non ci saranno questi investimenti, basti osservare gli spiccioli a debito del famigerato piano Junker, ed è necessario, non solo ripristinare la sovranità, ma uscire dalla religione della crescita, poiché gli investimenti che servono alla specie umana non necessariamente creano un ritorno economico per gli investitori. La moneta dovrà essere a credito. In tal senso una parte della letteratura economica che riconosce i limiti dell’economia neoclassica ortodossa (ignorare l’entropia), immagina di collegare la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen con la teoria post-keynesiana (moneta endogena e domanda effettiva) al fine di proporre un modello macro economico e politico migliore di quello attuale che crea squilibri, povertà e recessioni. Ad esempio, le necessità sopra elencate (prevenzione del rischio sismico e idrogeologico) rientrano nella domanda effettiva che si può sostenere solo con investimenti pubblici a credito.

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Varoufakis insieme ad altri personaggi pubblici lanciano DiEM25, un progetto politico europeo che intende cambiare l’architettura dell’Unione Europea. E’ la speranza che ci vuole e può diventare un progetto concreto se mantiene fede al manifesto. Alcuni passaggi sono essenziali:

  • Le regole dovrebbero essere al servizio degli europei, non il contrario.
  • Le monete dovrebbero essere degli strumenti, non una finalità.

La risposta che da ai Verdi europei mi lascia intendere che Varoufakis riconosca i limiti culturali degli economisti: «per dire tutta la verità, alcuni di noi della vecchia guardia della Sinistra, della Socialdemocrazia, dei Sindacati, della tradizione Liberaldemocratica, abbiamo in passato dato scarsa attenzione all’effetto corrosivo sul nostro stesso pensiero della mentalità della crescita ad ogni costo. Da allora abbiamo compreso l’entità dell’affaticamento del nostro pianeta (causato da un’umanità guidata da una miope massimizzazione del profitto privato, o accumulazione del capitale, come noi a Sinistra preferiamo chiamarla) e la semplice verità che la giustizia sociale non può mai prevalere se la società umana continua distrattamente ad erodere l’ambiente. Ciononostante, sebbene abbiamo aperto gli occhi su questa realtà, abbiamo bisogno che voi, i giovani Verdi Europei, ci teniate attenti alla centralità dell’agenda ambientale nel forgiare lo stato mentale necessario per sostenere un qualsivoglia progetto progressista».

Il manifesto di DiEM25 focalizza il fatto che la crisi attuale dell’Europa si può riassumere in cinque fattori: il debito pubblico; le banche; l’insufficienza di investimenti, i flussi migratori e; l’aumento della povertà. Avrei aggiunto, la stupidità di credere che il capitalismo sia utile all’essere umano.

Per cambiare l’architettura dell’Ue è necessaria la volontà politica della maggioranza assoluta dei Paesi e non basterebbe poiché dovrebbero essere tutti d’accordo. Per costruire un’Ue socialista è necessario introdurre la sovranità economica e politica nelle mani del Parlamento europeo. Secondo i post-keynesiani l’Ue dovrebbe essere organizzata come gli Stati Uniti d’America, con una banca centrale che segue le intenzioni politiche del Congresso. Secondo il mio modesto parare, restituire il controllo monetario ed economico a un’istituzione eletta dal popolo, è fondamentale, ma questo non risolve i problemi delle disuguaglianze esistenti. Credo sia fondamentale avere il coraggio di programmare l’uscita dal capitalismo, cioè uscire dal piano ideologico della «crescita ad ogni costo» ed entrare nel piano della bioeconomia. Per dirla molto chiara, se sono ancora gli economisti a dettare l’agenda politica siamo già morti, le soluzioni più concrete non si troviamo sul piano ideologico dell’economia che mercifica tutto, ma sul piano della creatività umana, della chimica, della biologia e sull’uso razionale dell’energia. L’economia neoclassica non è compatibile con la specie umana e con i limiti imposti dalle leggi della fisica. Il capitalismo non è compatibile con la democrazia che DiEM25 intende introdurre nell’Ue. L’obiettivo della specie umana non può essere l’accumulo, come direbbe Aristotele; non può essere il profitto come direbbe Antonio Genovesi. Fummo fatti per perseguire virtù e conoscenza, ci direbbe Alighieri. Se la democrazia è il metodo per prendere decisioni, l’educazione e la cultura ci consentono di prendere quelle migliori, guidati dall’etica e dalla saggezza, direbbe Platone. Le disuguaglianze si potranno ridurre se e solo se le istituzioni politiche approdano sul piano politico socialista aggiornato dalle conoscenze bioeconomiche per programmare comunità in equilibrio con la natura e stimolando l’occupazione utile. Per ridurre la disoccupazione è fondamentale riterritorializzare attività e funzioni nelle aree decolonizzate dalla globalizzazione neoliberale.

Il tradimento politico dei partiti di sinistra rispetto ai valori originari e ai cittadini che ambivano di rappresentare è chiaro a tutti. Destra e sinistra sono categorie che appartengono alla storia, ma questo non significa che non esistano più valori del socialismo, dell’uguaglianza e dell’ambiente. E’ vero il contrario, oggi il mondo occidentale esprime il pensiero unico dominante, come chiunque possa riconoscere, ed è il pensiero neoliberale che ha schiavizzato i popoli.

Il salto culturale che il pensiero socialista deve fare è quello di liberarsi del materialismo insito al paradigma della crescita, poiché anche il socialismo ha favorito il capitalismo, si è nutrito dal suo tavolo e condotto le persone verso il materialismo annullando la parte spirituale dell’essere umano. E’ stato un errore, così com’è noto l’errore marchiano di non conoscere le leggi dell’entropia. Mentre la DC è stato il partito che ha rappresentato l’élite, il PCI ha sopito sul nascere il famoso dibattito circa i limiti della crescita, iniziato negli anni ’70. E’ l’economia che non funziona poiché riconduce tutto alla mercificazione. Siamo l’unica specie di questo pianeta che produce scarti e distrugge gli ecosistemi, siamo l’unica specie che compra e vende merci attraverso una moneta. DiEM25 se vuole democratizzare deve affrontare gli enormi limiti culturali dell’economia (e degli economisti) e riconoscere che il capitalismo è sinonimo di violenza e distruzione. Fatto questo la creatività umana ha già le soluzioni per migliorare la qualità della nostra vita, ripiegando la tecnica (finanziaria, economica, tecnologica) nel suo posto a servizio della specie umana. Se non abbiamo il coraggio di affrontare questi argomenti …

DiEM25 si pone l’enorme e corretta ambizione di democratizzare l’Europa, ma non può farlo senza la bioeconomia che consente di raggiungere l’obiettivo dell’uguaglianza senza depredare le risorse finite del pianeta. La bioeconomia, soprattutto, ci consente di programmare e progettare la società che tutti noi sogniamo, sostenibile e duratura, attraverso l’uso razionale dell’energia e delle risorse limitate, e tutto ciò stimola nuova occupazione utile.

In questo periodo di crisi della rappresentanza politica e della partecipazione attiva dei cittadini, credo sia doveroso proporre un percorso per riprenderci un’identità culturale, e lanciare un “Manifesto” politico per produrre un dibattito pubblico circa il cambiamento culturale che può consentire all’intera società di approdare in un’epoca nuova, adeguata alle opportunità offerte dall’evoluzione del pensiero e l’innovazione delle tecnologie a servizio dell’uomo in armonia con la natura. E’ necessario percorrere una transizione chiamata “decrescita felice”, per uscire dall’economia del debito, per uscire dal capitalismo, e costruire le basi culturali, sociali, istituzionali e tecnologiche per l’epoca nuova che ci consente di realizzare una prosperità per le presenti e future generazioni.

[…]

Nel riconoscere i limiti culturali e strutturali del capitalismo, un nuovo movimento politico italiano può trovare la risposta necessaria per proporre un cambio dei paradigmi culturali e sostenere quei cittadini, quelle associazioni e quei movimenti culturali per sviluppare un percorso fondamentale utile a costruire la società dell’epoca che verrà; un’epoca ove uguaglianza, diritti e democrazia possono realizzarsi attraverso l’uscita dal capitalismo e l’ingresso nella bioeconomia.

Per dare soluzioni concrete applicabili domani mattina:

Per dare energia allo sviluppo e aggiustare le città è sufficiente osservare i criteri economici e finanziari che giudicano gli investimenti. La valutazione degli investimenti poggia sui criteri di “sostenibilità economica” e “sostenibilità finanziaria”. I Governi possono stabilire che la parte della “sostenibilità economica” (in realtà si tratta di convenienza economica poiché misura il ritorno economico degli investitori) è finanziata con moneta sovrana a credito. Entrando nel merito, per liberare le capacità creative utili a migliorare la qualità della vita è sufficiente darsi criteri non speculativi seguendo l’etica, e utilizzare la moneta sovrana a credito per la coesione sociale ponendosi limiti bioeconomici per impedire il collasso del pianeta.

Il modello più democratico che esiste in Europa, è fuori dall’UE ed è noto, è quello Svizzero di cui non c’è traccia nel manifesto di DiEM25. Pensare di introdurre la democrazia entro dieci anni come auspica DiEM25 è demagogia. Pensare di cambiare la politica è auspicabile ed è doveroso. E’ più facile cambiare gli stili di vita, come sta già accadendo grazie alle tecnologie. Modificare gli stili di vita è un obiettivo percorribile entro un programma di dieci anni, e si può fare molto di più grazie alla bioeconomia e alle sperimentazioni democratiche. Un modello veramente democratico non è centralizzato come si auspica, col serio rischio di imitare il modello USA, dove non esiste una democrazia matura per l’evidente prevalenza della religione capitalista incompatibile con la libertà e la democrazia stessa. Per costruire il potere del popolo (democrazia) è necessario favorire l’auto determinazione e decentrare poteri e funzioni per poi federare, cioè dialogare su pochi temi, nella sostanza la democrazia è l’opposto dei modelli USA ed UE, che sono sistemi feudali per favorire gli interessi delle imprese. Un modello democratico copia incolla i sistemi biologici, le reti di scambio. La Svizzera è l’esempio più democratico che esista e funziona poiché i Cantoni sono ambiti territoriali ristretti, come le Province italiane (fateci caso le Province sono state “abolite”). Non bisognava costruire l’Europa delle Regioni, ma l’Europa delle Province. Non tutto è perduto, l’Ue studia i sistemi locali del lavoro, ambiti costruiti sulle relazioni, come le reti. Dunque è facile intuire quale possa essere la vera riforma democratica: una moneta sovrana a credito a servizio delle comunità (Province e sistemi locali) con finanziamenti per la coesione sociale, per favorire nuova occupazione rigenerando i territori e rilocalizzando le produzioni favorendo sistemi autarchici (auto sufficienza energetica e sovranità alimentare). Il presente futuro della specie umana dipende dall’avvio di un nuova epoca costruita sulla bioeconomia. DiEM25 può scegliere se favorire la nascita di un’epoca nuova o meno, auspico che lo faccia.

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Cos’è la decrescita felice?

Prima di parlare di decrescita felice è necessario fare una premessa circa il nostro sistema economico, poiché crescita e decrescita sono termini economici, non hanno un’accezione negativa o positiva in sé e pertanto vanno declinati. Ad esempio, la crescita di un tumore è negativa. Grazie alla programmazione mentale dei media l’immaginario collettivo crede che la crescita del PIL sia sinonimo di benessere ma questo non solo è falso, ed ahimé, è vero il contrario.

Gli esseri umani indirizzati dalla più grande forza religiosa degli ultimi trecento anni, il capitalismo, continuano a lasciarsi addomesticare per sperimentare percorsi di falsa crescita individuale e regressione culturale collettiva.

Tutte le scelte politiche delle nostre istituzioni sono condizionate dall’ideologia della crescita, cioè dal capitalismo che ignora le leggi della natura. Sono tre gli indicatori principali: Prodotto Interno Lordo, cioè il PIL, l’espansione monetaria e il petrolio, ma a partire dagli anni ’80 il capitalismo si è trasformato attraverso un processo di deregolamentazione dei mercati e dei capitali sia modificando il ruolo del sistema bancario e sia ampliando strumenti per le cosiddette giurisdizioni segrete.

L’economia capitalista neoclassica si fonda su quattro fattori della produzione: la natura, il lavoro, il capitale e l’organizzazione; inoltre considera la teoria della domanda e dell’offerta, e la funzione della produzione finalizzata all’aumento della produttività (massimizzazione del profitto). Gli altri indicatori quali il rapporto debito/PIL e il patto di stabilità e crescita dell’UE seguono comunque l’obiettivo della crescita della produttività. In più, tutti i giorni i media ci massacrano di opinioni circa gli scambi delle borse telematiche.

Il capitalismo sfrutta il sistema finanziario del mercato borsistico ma tale mercato crea un valore fittizio del capitale, tant’è che le imprese più grandi, in termini di valore, hanno aumentato il proprio valore di capitalizzazione attraverso la finanza superando di gran lunga l’economia reale, e grazie all’opacità del sistema bancario occulto. Nel processo capitalistico l’aumento del capitale avviane attraverso la finanza, l’informatica, l‘evasione fiscale e il controllo diretto delle risorse finite del pianeta ma riducendo il lavoro, l’organizzazione e la natura. Nell’economia reale l’aumento del capitale avveniva grazie al lavoro, l’organizzazione e alla natura, oggi non è più così poiché una deregolamentazione (zone economiche speciali) abbinata a una ricerca scientifica finalizzata alla robotica ha favorito la sostituzione dei lavoratori con le macchine conseguendo una maggiore concentrazione dei capitali nelle mani di pochi.

Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati di Legacoop: attraverso l’Alleanza delle coop raccolgono circa 12 milioni di soci e danno lavoro a circa 1,2 milioni di persone, con un fatturato di circa 127 miliardi di euro. Se raffrontiamo Facebook con Legacoop ci rendiamo che il software di Mark Zuckerberg, utilizzato per spiare e commercializzare i gusti delle persone, da lavoro a circa 5 mila persone. Lo Stato italiano, secondo i dati raccolti dal Commissario Cottarelli ha circa 3,4 milioni di dipendenti. Ergo, la cooperazione e lo Stato creano più lavoro delle SpA.

Gli ingenti capitali creati dal nulla sono controllati da una ristrettissima élite; buona parte di questa ricchezza virtuale rimane inutilizzata e una piccola parte è investita per gestire gli interessi di pochi (distribuzione della ricchezza).

Oxfam Italia economia dell'1%

Oxfam distribuzione ricchezza Italia 2015

Distribuzione della ricchezza, fonte Oxfam Italia.

Come mostrano i dati rielaborati da Oxfam, all’interno del sistema capitalista, e come preconizzò Marx, è l’accumulo di capitale la ricchezza che connota i rapporti fra Stati, imprese e individui; e non la cultura o la condotta morale delle persone. L’egoismo e l’avidità sono motori della società moderna capitalista. Cosa ancora peggiore, nella società moderna, il capitalismo ha preferito favorire la conoscenza e la ricerca che sostiene l’accumulo del capitale stesso (finanza, copyright, brevetti, sistema offshore). Nel mondo dell’economia neoclassica i quattro fattori della produzione sono considerati in maniera arbitraria realizzando un inganno tipico dell’economia, e cioè ridurre infinitamente la natura, il lavoro e l’organizzazione per aumentare infinitamente il capitale. Ed è ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni in Occidente. Con questo inganno l’economia globale ha potuto accumulare il capitale attraverso le speculazioni finanziarie (cioè non lavorando), la segretezza bancaria e lo sfruttamento delle risorse finite del pianeta. La cosiddetta old economy delle imprese occidentali ha aumentato i dividendi riducendo i costi, cioè pagando meno le materie prime e svalutando i salari; l’industria bancaria ha aumentato i dividendi imbrogliando gli Stati mentre la new economy come l’industria bancaria, cioè senza lavorare, ha aumentato i dividendi non pagando le tasse e sfruttando internet come acceleratore pubblicitario, uno strumento molto più pervasivo e pericoloso della televisione poiché usufruito anche dai bambini. Nel sistema euro, per inseguire i capricci delle imprese, la svalutazione dei salari (e la flessibilità) è persino programmata dai Governi dei cosiddetti paesi “periferici” (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia), e tale scelta adesso è intrapresa anche da alcuni paesi “centrali” (Francia e Germania) per rilocalizzare alcune produzioni e competere coi mercati asiatici. Questa forma di schiavitù volontaria, è chiamata “esercito industriale di riserva”.

Tutta la nostra società è stata forgiata all’interno di questa ideologia ove l’uomo viene alienato e rinchiuso in un sistema mercantile compulsivo. Questa ideologia detta le linee guida ai Governi, che hanno innescato una generale regressione della specie umana favorendo la distruzione del senso di comunità. Prima il capitalismo mercantile, e quello neoliberale dopo hanno favorito l’egoismo, l’avidità, la competitività e il nichilismo poiché una delle fonti di sostegno è la psico programmazione mentale avviata dalla pubblicità che crea bisogni indotti, a partire dai bambini. Il capitalismo necessita di consumatori capricciosi e non di persone mature. Per le imprese è fondamentale inventare il desiderio di acquistare le merci, poiché è la forza necessaria per sostenere la produttività.

Tale ideologia e tutti questi indicatori divulgati quotidianamente dai media rappresentano una maschera che nasconde ciò che veramente riguarda la specie umana. La vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dall’energia. Siamo l’unica specie di questo pianeta che ha inventato l’economia e la moneta per regolare gli scambi, tutte le altre specie, rispettando le leggi della natura, sono parte di un sistema circolare degli scambi, cioè gli scarti di una specie sono risorse per le altre, tutto in perfetto equilibrio chimico fisico.

Persino la favola della crescita che produce occupazione è facilmente svelata osservando i dati pubblicati dall’Istat:

relazione PIL popolazione occupazione

Fra il 1960 e il 2011 il rapporto fra occupati e popolazione resta pressoché invariato attestandosi al 38% (2011), mentre dal 1960 al 2011 il PIL è costantemente in aumento lasciando invariata la percentuale degli occupati rispetto alla popolazione. Se leggiamo attentamente il rapporto osserviamo persino un leggero calo, cioè gli occupati sono diminuiti in rapporto all’aumento della popolazione; dal 40% del 1960 al 38% del 2011, possiamo persino asserire che la crescita del PIL può favorire un aumento della disoccupazione.

La decrescita felice è una filosofia politica che nasce dalla bioeconomia, cioè nasce in ambito economico poiché studia e critica il sistema della crescita, ovvero l’aumento continuo della produttività. Secondo Nicholas Roegen-Georgescu la funzione della produzione dell’economia neoclassica è incompleta, sbagliata e fuorviante poiché non tiene conto dei flussi di energia e materia, e così egli propose un nuovo modello di flussi-fondi in entrata e uscita, copiando le leggi della natura negli scambi economici. E’ la termodinamica la radice culturale (entropia) della bioeconomia. In quest’ottica bioeconomica è possibile osservare l’uso delle risorse, e capire quali sono i processi di trasformazione delle materie prime cogliendone sia i consumi e sia gli impatti sull’ambiente, indipendentemente dal profitto ottenuto.

Poiché tutta l’economia globale si occupa prioritariamente dell’aumento indiscriminato della produttività misurata con l’indicatore quantitativo del Prodotto Interno Lordo, la decrescita è una valutazione qualitativa che suggerisce la riduzione selettiva delle merci inutili. La decrescita secondo la bioeconomia è un miglioramento poiché cancella sprechi e merci inutili. Poiché il presupposto della bioeconomia è la sostenibilità dei processi industriali, accade che i modelli produttivi contabilizzano gli sprechi, gli impatti ambientali, gli impatti sociali, e osservando le capacità auto-rigenerative delle risorse limitate aggiungendo anche valutazioni etiche. Non tutto ciò che si produce è utile e necessario.

La decrescita felice non è un obiettivo ma un processo di transizione, da una società stupidamente avida, mercatista e consumista a una società più umana, più saggia, e prosperosa attraverso l’uso razionale dell’energia e la rilocalizzazione delle attività economiche. Basti pensare all’evoluzione neotecnica nel mondo dell’edilizia. Ristrutturando gli edifici costruiti male è possibile cancellare tutti gli sprechi riducendo la domanda di energia da fonti fossili. Il primo passo è la riduzione della domanda per soddisfare la reale domanda energetica puntando all’auto consumo. Sfruttando le fonti alternative si possono realizzare reti intelligenti scambiando gratuitamente i surplus generati dall’impiego di un mix di tecnologie. Questo significa pianificare la riduzione del PIL, oggi sostenuto dagli sprechi, ma è un miglioramento e per realizzare questa transizione è necessaria una nuova occupazione utile poiché bisogna rigenerare l’intero patrimonio edilizio esistente, costruito fra gli anni ’40 e ’80.

Età degli edifici e consumi energetici

Età degli edifici e consumi energetici (Fonte dati Cresme e info grafica Linkiesta).

Per quale motivo i partiti politici non favoriscono questa transizione?

Perché tutti i partiti otto-novecenteschi sono stati pensati dall’epoca dell’industrialismo, cioè la loro funzione è quella di favorire l’aumento della produttività ma quest’epoca sta volgendo al termine, cioè la fine dell’epoca industriale e della produzione di massa di merci inutili; almeno in Europa è già così, vista la delocalizzazione cominciata negli anni ’70. Con la fine dell’industrialismo le categorie destra e sinistra sono ormai obsolete, mentre è più utile parlare di fine del capitalismo poiché imploso su stesso, in quanto è insostenibile la crescita continua rimasta in piedi dall’inganno della funzione della produzione e dai debiti pubblici e privati, impagabili (il ruolo negativo dell’usurpazione della sovranità monetaria). Se tutti i partiti, nei propri parlamenti, propongono la crescita, cioè l’aumento di produttività, lo fanno per assecondare l’interesse delle imprese, lo fanno poiché il capitalismo è nato per favorire l’aumento delle merci. E’ con l’aumento dei consumi che si stabiliscono le somme da ridistribuire come reddito alle imprese stesse e ai servizi, comprese le clientele che gestiscono i partiti. Se i partiti dovessero perseguire un sistema economico efficiente come quello bioeconomico ci sarebbe una riduzione del loro potere economico e soprattutto si ridurrebbe la produttività delle merci, obiettivo opposto all’interesse delle imprese che hanno un’enorme influenza sul sistema educativo pubblico, e sulla formazione culturale dei politici attraverso i cosiddetti thik tank d’impronta neoliberale.

Negli ultimi trent’anni attraverso l’evoluzione robotica e informatica il capitalismo si è trasformato. Tutte le principali città europee sono state deindustrializzate generando la famosa contrazione, cioè la perdita di abitanti innescata dalla chiusura delle industrie e dalla rendita immobiliare che ha espulso i ceti meno abbienti spingendoli verso i comuni limitrofi. In Italia sono circa 26 le città in contrazione e tale fenomeno coinvolge tutti i principali centri urbani (Milano, Torino, Roma, Napoli, Genova, ….).

Siamo tutti immersi in un cambiamento che facciamo fatica a percepire, anche se la crisi del capitalismo ci aiuta a ripensare e ragionare, poiché stiamo assistendo alla fine del lavoro salariato come l’abbiamo vissuto e coltivato.

Il capitalismo si sta sganciando dal lavoro creato dalla old economy, di cui anche l’edilizia fa parte, e questo coinvolge soprattutto la vecchia Europa poiché le imprese aumentano i profitti sia aumentando la produttività e sia riducendo i costi. E il lavoro è una merce costo che si può ridurre delocalizzando i processi produttivi in aree prive di diritti sindacali, e in cerca di nuova schiavitù. Questo processo si è già sviluppato e continuerà nei prossimi anni. E’ necessario che anche i sindacati ripensino il concetto di schiavitù, cioè il lavoro salariato. Osservando lo sviluppo tecnologico, non è più accettabile credere di schiavizzare le persone in imprese votate all’accumulo di capitale vendendo merci inutili, e così è necessario orientare lo scopo delle imprese per ricostruire comunità auto sufficienti. In questo modo si favorisce anche la possibilità di creare nuove relazioni creative e quindi città più conviviali.

Esistono soluzioni?

Certo, esiste sempre una soluzione per uscire dalla recessione innescata da un’ideologia che giunge al termine e da un’industria finanziaria fuori controllo, cioè le banche e il mondo offshore, ma non è una strada breve.

Dobbiamo ripensare i paradigmi culturali della società e delle istituzioni favorendo lo sviluppo di politiche bioeconomiche poiché migliorano la qualità della nostra vita e creano nuova occupazione. E’ determinante riformare il nostro sistema educativo scolastico e universitario introducendo la bioeconomia. E le classi politiche si devono riprendere il ruolo di comando ceduto al famigerato libero mercato, per un motivo molto semplice, è in pericolo la specie umana, non possiamo continuare con la stupidità della crescita continua. L’ideologia neoliberale non contempla una condotta civica, etica e responsabile ma solo l’accumulo del capitale, cioè l’avidità fine a se stessa, cioè il nulla.

E’ grazie alla bioeconomia che possiamo programmare una rinascita dell’economia locale poiché uno degli aspetti economici più importanti è un riequilibrio fra l’eccesso di economie globali e lo sviluppo di modelli autarchici, cioè i cicli si chiudono in ambiti territoriali ristretti consentendo la tutela degli interessi economici delle comunità (politica industriale).

Come cittadini possiamo fare la nostra parte, uscendo dalla patologia degli acquisti compulsivi. Possiamo sviluppare un’autonomia di pensiero critico e avviare percorsi di auto produzione insieme ad altri cittadini, nella sostanza possiamo ridurre la nostra dipendenza dal mercato per aumentare lo spazio della comunità. In parte questo processo sta già accadendo, basti osservare i gruppi di acquisto ma dobbiamo favorire lo sviluppo di imprese sostenibili ove l’obiettivo non è il profitto ma la qualità dei servizi secondo criteri bioeconomici. L’obiettivo della nostra specie non è l’accumulo di capitale ma perseguire virtù e conoscenze per lo sviluppo della spiritualità oltre che quello materiale. Nei Paesi dove il capitalismo ha prodotto i disastri maggiori, le persone si stanno riprendendo spazi democratici per auto determinarsi, basti osservare Detroit fino alla Grecia, e la Spagna. Il limite al cambiamento è posto solo dalle classi dirigenti sia perché inadeguate e sia perché espressione dello status quo.

Attraverso il paradigma bioeconomico potremmo rispettare meglio la Costituzione poiché cancelleremo l’inquinamento e le diseguaglianze, e potremo sviluppare impieghi utili. Ad esempio, esiste un enorme indotto produttivo nelle attività di riuso e riciclo delle materie prime seconde, chiamate rifiuti, ma è indispensabile creare miniere regionali utili a sostegno delle imprese virtuose.

E’ strategico investire nella tutela del patrimonio più importante per la nostra sopravvivenza: il territorio. Solo nei processi di conservazione dei nostri centri storici e nella rigenerazione delle periferie si creano centinaia di migliaia di impieghi utili, così come nel recupero dei piccoli centri rurali e lo sviluppo dell’agricoltura naturale – la sovranità alimentare – e la rilocalizzazione delle attività produttive. Tutto ciò non è più procrastinabile nel tempo poiché buona parte del nostro patrimonio edilizio esistente giunge a fine ciclo vita, così come non è tollerabile non pianificare la prevenzione primaria del dissesto idro-geologico.

E’ fondamentale costruire un piano economico industriale bioeconomico sulle politiche urbane e territoriali costruendo scenari sociali ed economici per i prossimi venti anni. Le aree urbane e i centri rurali sono i luoghi ove si concentra la maggior parte degli abitanti, e l’inerzia politica nei confronti di questi sistemi vitali produce un danno economico incalcolabile.

Queste azioni politiche abbisognano di ingenti investimenti pubblici e privati, e i programmi politici vanno elaborati partendo dall’approccio bioeconomico che ci libera dall’avidità e dagli sprechi, e focalizza l’attenzione sull’obiettivo: migliorare la qualità della nostra vita.

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