La democrazia per costruire un futuro civile e sostenibile

Le recenti vicende di cronaca politica che coinvolgono la famiglia De Luca mostrano uno squarcio degradante di pezzi delle istituzioni pubbliche, ma ricordano ancora una volta se fosse necessario, cosa sia il potere politico clientelare: il vassallaggio. L’inchiesta di Fanpage mostra molto più delle condotte illegittime dei singoli attori, mostra come agisce la pubblica amministrazione. Non importa se ci sia o meno un illecito o un reato, l’evidenza dei fatti è che esiste un potere politico familistico che vuole decidere, prevarica altre istituzioni, anche quando non è suo il compito, non è suo il ruolo, proprio come accade in mondo feudale o una forma di satrapia. L’inchiesta ricorda ai salernitani fin dove si sia spinta l’arroganza del potere dinastico feudale, che negli anni ha messo radici a Salerno manipolando l’opinione pubblica. La maggioranza dei salernitani crede che De Luca sia un bravo amministratore, e che non ci sia un’alternativa. Lo scandalo principale ha due volti indegni di una stessa medaglia: l’esistenza in sé di questo potere dinastico e il consenso politico delegato dalla maggioranza degli elettori. In una società sinceramente democratica si sarebbero verificate due condizioni normali della convivenza civile. La prima riguarda il tempo trascorso all’interno dell’istituzione locale, principio affermato persino dalla legge elettorale che limita a soli due mandati consecutivi l’incarico di Sindaco; e la seconda è il giudizio morale dei cittadini, che doveva scattare nei confronti dell’evidente sistema clientelare e il familismo amorale praticato da De Luca. Il sistema di potere deluchiano prende la città di Salerno sin dal 1993, ed oggi Vincenzo ha atteso la crescita dei propri figli per consegnare loro le istituzioni pubbliche, come una volta accadeva durante la monarchia prima dell’avvento della Repubblica. Questo potere indubbiamente malato non trova giustificazioni razionali, ed è pertanto inutile trovarle sul piano politico, ma possiamo trovarle sul piano sociologico, psicologico e culturale collettivo. Salerno nelle mani della democrazia cristiana aveva due facce, un sistema economico industriale crescente grazie alle politiche pubbliche, e la speculazione edilizia per costruire rendite parassitarie nelle mani di pochi. Dal secondo dopo guerra in poi la città è costantemente nelle mani del partito di governo, e Salerno non è ben amministrata. In un breve periodo ancora di politiche pubbliche, alla fine degli anni ’80, la sinistra salernitana riesce a strappare la guida dell’Amministrazione allo strapotere della DC, con la promessa di migliorare la città, e in pochi anni riqualifica parti del centro urbano migliorando la qualità di vita degli abitanti. La magistratura locale interrompe quell’esperienza ma le accuse saranno smentite. In questo modo il potere giudiziario, indirettamente, aprirà la strada al deluchismo, analogamente avvenne per Berlusconi (nonostante il successivo scontro). De Luca approfitterà del nuovo sistema elettorale e dei nuovi poteri del Sindaco per mettere radici nelle istituzioni. Così nacque un nuovo sistema di potere, prima di tutto grazie alla concretezza politica della prima Giunta di sinistra, e poi grazie all’interpretazione feudale del nuovo sistema amministrativo, cioè attraverso il controllo diretto delle società municipalizzate, e indiretto dei media locali. Negli anni ’90, attraverso un’ampia riforma degli Enti locali e del diritto amministrativo nella direzione dell’ideologia neoliberale, in tutta Italia il legislatore sceglie di favorire la privatizzazione dei processi politici, di ridurre il dibattito democratico interno ai Consigli comunali e regionali, e di affidare ampi poteri agli organi esecutivi, Sindaci e Presidenti, mentre i dirigenti pubblici assumono poteri di spesa. Le parole d’ordine sono competitività, efficienza e privatizzazioni. Con queste riforme liberiste il cittadino è completamente esautorato da ogni tipo di controllo democratico, poiché tutti i principali servizi che paga (acqua, rifiuti, energia, trasporti) non sono più nelle mani pubbliche dello Stato, ma possono andare nelle mani di amministratori delegati di società di diritto privato. In diversi casi, gli italiani pagano i servizi pubblici ai privati, sono le famigerate multiutilities SpA. Anche il governo del territorio subisce il medesimo destino di mercificazione e privatizzazione (speculazione edilizia), e così spesso i piani sono l’espressione dei capricci e dell’avidità dei soggetti privati, e della megalomania dei Sindaci, tesi ad assicurarsi un nuovo mandato elettorale sfruttando le trasformazioni urbanistiche firmate dalle archistar (molte delle quali rimaste su carta). Si tratta di un processo pubblicitario identico a quello della moda. E’ in questo contesto che Sindaci e Presidenti hanno discrezionalità per creare e gestire le proprie clientele senza violare le leggi. Dopo venticinque anni il deluchismo basato sulla prevaricazione e il clientelismo, e una forma di satrapia locale, lascia una città senza un serio ed efficace sistema di welfare urbano, il centro cittadino perde abitanti mentre il governo del territorio è senza un piano e si preferisce stimolare nuove rendite parassitarie con processi palesemente speculativi a danno delle collettività. I fallimenti economici, sociali e ambientali sono evidenti ma incredibilmente non toccano l’immagine politica di chi amministra, nonostante siano aumentate le disuguaglianze di reddito e le disuguaglianze sociali.

Non ho idea di quanto tempo ci voglia per favorire il ritorno della democrazia, ma sono sicuro che per affermare questo modello di libertà sia necessario coltivarlo e praticarlo. A mio avviso il problema è prima di tutto culturale, cioè riguarda l’ignoranza funzionale di coloro i quali si fanno chiamare cittadini ma non lo sono poiché vivono come vassalli, servi e feudatari. Fino a quando la maggioranza degli individui continua a vivere fregandosene della polis, e vota di pancia o inseguendo un tornaconto personale, i modelli immorali come quelli dei De Luca troveranno sempre terreni fertili per mettere radici a danno del bene comune. Uno dei terreni fertili per l’immoralità dei politicanti, non è solo l’avidità di ceti locali organizzati per occupare le istituzioni, ma una spinta forte verso l’apatia politica è fornita dal capitalismo neoliberista che ha accresciuto le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Quando la collettività non riconosce il valore delle persone oneste e meritevoli, crea molti danni perché i talenti emigrano attirati da contesti più favorevoli, mentre sul territorio rimangono altri sistemi di potere, a volte immorali, che assumono il controllo le istituzioni pubbliche. La crisi della politica non può addebitarsi a pochi personaggi, perché non risponde alla realtà, ma è una crisi profonda che riguarda l’intera società nichilista e individualista. Ritengo che a Salerno, così come in molte altre realtà, si siano verificate queste condizioni: la classe dirigente locale, il ceto politico, ha favorito le disuguaglianze sociali e di riconoscimento allontanando direttamente e indirettamente persone che erano risorse. L’immorale ceto politico locale prevarica i capaci e i meritevoli al fine di controllare risorse pubbliche e conservare lo status quo, è uno schema sociale presente ovunque. La speranza è che le nuove generazioni trovino curiosità e stimolo nel fare politica. Ritengo che la priorità politica per i salernitani, sia l’apertura di luoghi fisici ove le persone possano svolgere volontario politico. Sono i cittadini che dovrebbero avere l’opportunità di cominciare a dialogare e pensare di donare una parte del proprio tempo alla comunità. Chi oggi ha cultura politica di sinistra dovrebbe organizzare corsi di auto formazione, e stimolare le persone a promuovere programmi, piani e progetti politici utili al bene comune. E’ un percorso lungo ma creativo e civile, fondamentale per ricostruire un’azione politica sincera e genuina, per favorire la formazione di una classe dirigente locale e regionale capace di rigenerare le istituzioni e il territorio. E’ l’individualismo il cancro della nostra comunità, la maggioranza di noi è egoista e cinica tesa a strappare vantaggi personali dal sistema di potere locale, questa degenerazione avviene in quasi tutti i comuni d’Italia. A questa realtà degenerata bisogna opporsi con la democrazia, costituita da altruismo e merito per favorire i capaci e talentuosi. Non ho alcun dubbio che i salernitani abbiano le capacità e le risorse umane disponibili per cambiare lo status quo, ma se finora non c’è stato alcun cambiamento, e qualche percorso precedente non sia riuscito nell’intento, forse è necessaria una riflessione. Penso che per ripristinare la democrazia e creare soggetti politici capaci di amministrare gli Enti locali siano fondamentali i valori, i percorsi e le persone.

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Democrazia? Feudalesimo

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Daniel Garcia, corruzione e paradisi fiscali.

Una domanda ingenua può svelare la realtà di un ambiente apatico e nichilista che riproduce inciviltà, “se un cittadino volesse fare politica, in quale luogo potrebbe svolgere tale attività altruistica?” La risposta ingenua dovrebbe essere, “nelle sedi dei partiti”. Quando ero ragazzo, nei primi anni ’90, entrai in una di questi sedi, ma la mia passione fu subito contrastata dalla realtà che mostrava l’assenza di democrazia interna e l’assenza di partecipazione vera, sincera, leale e intellettualmente onesta. Non c’era purezza in quel luogo, perché gli uomini – non il partito – erano mossi da interessi personali e non dall’altruismo. Oggi nel secondo decennio del nuovo millennio, l’inciviltà è aumentata perché i luoghi fisici dove poter svolgere assemblee democratiche non esistono più, sostituiti dal nulla, nel senso fisico del termine. Non esistono più organizzazioni sociali capaci di strutturare assemblee democratiche, necessarie per incontrare le persone e discutere civilmente su problemi e soluzioni concrete per migliorare la nostra società. Non esistono i luoghi fisici per sperimentare ed esercitare il dialogo e non esiste una volontà popolare nell’usare il metodo democratico per affrontare i problemi sociali, economici e ambientali delle nostre comunità. Non avere luoghi fisici e democratici per svolgere volontariato, è uno dei modi più efficaci per isolare le persone meritevoli al fine di renderle incapaci di partecipare alla vita politica e di migliorarla.

Esistono e sono rimaste le strutture capaci di gestire il potere e le istituzioni pubbliche. Esistono luoghi che selezionano l’élite e i politicanti, non più politici, utili a controllare i luoghi decisionali e sostenere gli interessi privati delle imprese più forti e influenti. La cultura liberale ha spostato la formazione dei leader politici dai partiti ai cosiddetti pensatoi, i think tank. La politica e la democrazia, nel senso classico dei termini, sono state trasformate in attività private a servizio di sistemi neofeudali per orientare le risorse degli Stati, e addomesticare le masse regredite allo stato infantile.

L’unico ricordo lasciato dai partiti sono i valori e gli ideali che tutt’oggi sono in grado di raccontare e analizzare la nostra società. I classici della politica sono in grado di aprirci il mondo della conoscenza sociale, da Smith a Marx, e aggiungendo la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen, che smonta matematicamente le teorie neoclassiche, possiamo cogliere un nuovo senso della politica condotta sul piano ecologico. Le discipline storiche, sociologiche, geografiche e scientifiche sono in grado di raccontarci il passato e consegnarci un metodo per interpretare il presente e programmare il futuro. Berlinguer scattò la fotografia ai partiti che stavano auto implodendo e negavano la partecipazione alle persone non addomesticate, per preferire processi privati delle decisioni politiche. Il berlusconismo ha legittimato e istituzionalizzato tali processi rendendo legale la privatizzazione dei processi decisionali. I partiti italiani non formano più classe dirigente; la competenza non è una prerogativa richiesta. I partiti sono sostituiti da movimenti politici non democratici e leaderistici, imitando quelli americani dove la selezione è influenzata da imprese e media.

La recessione economica è frutto della cultura occidentale guidata dalla religione capitalista: il liberalismo, che preferisce soddisfare i capricci del mercato piuttosto che usare razionalmente le risorse limitate dal pianeta. Sin dall’Ottocento e fino all’inizio di questo millennio ha prevalso l’economia liberale, fra una guerra e l’altra, dove si sono alternate guide politiche nazionaliste che sfruttavano il potere per avidità personale. Ci sono state brevi fasi socialiste per risolvere problemi causati dall’industrialismo, e lunghe fasi di crescita liberista che hanno arricchito i pochi a danno dei molti. Oggi ne paghiamo le conseguenze sociali con livelli di diseguaglianze economiche mai viste prima nella storia dell’umanità. Il socialismo, sfruttato in passato come ideale nobile, si pone l’obiettivo di usare le forze produttive per il bene comune ma è delegittimato dal mainstream, che addomestica facilmente la maggioranza degli individui con gravi problemi cognitivi (ignoranza funzionale). Il nostro Paese, una volta persa la guerra, ha seguito la politica liberale e neoliberale dettata dai nuovi colonizzatori atlantici. Nel corso dei decenni, la religione economica (1) ha trasformato l’economia rurale in economia industriale facendo crescere la produttività del Paese; (2) in una prima fase, la crescita ha distribuito redditi per consumare merci prodotte dalle imprese private e in una seconda fase ha ridotto l’occupazione in proporzione all’aumento demografico della popolazione; (3) le aziende di stato passano alla gestione dei privati per sostenere i loro utili; (4) lo Stato abdica alla sovranità economica e smette di fare politiche industriali nell’interesse generale; (5) il Paese diventa periferia economica e gli interessi privati promuovono politiche industriali cavalcando la deregolamentazione dei mercati e le giurisdizioni segrete.

In circa 72 anni, l’Italia diventa un Paese economicamente povero non per assenza di mezzi e capacità ma per volontà politica, ed è lo stesso processo che i piemontesi – sostenuti dalle massonerie francesi e inglesi – realizzarono alla potenza economica del Regno delle Due Sicilie. In un primo periodo, venne costruita una propaganda chiamata “risorgimento”, e nei successivi tentativi bellici miseramente falliti, si sfruttò la corruzione dei graduati borbonici, accompagnata da una scena teatrale dei cosiddetti mille contro un esercito di professionisti. Così i piemontesi, oltre a promuovere azioni razziste e omicidi di massa, saldarono i propri debiti rubando le riserve auree altrui, e dal 1860 in poi, si applicò una vera guerra economica contro il Sud, mistificandone la sua immagine con una narrazione manipolata giunta persino ai giorni nostri. Si smontò l’industria manifatturiera e pesante del Sud per essere localizzata a Torino, Milano e Genova. Con una analogia straordinaria si avvia il processo per costruire l’UE. Dopo l’ingresso nello SME, e durante gli ultimi vent’anni sia grazie alla propaganda funzionale a costruire un consenso popolare a sostegno dell’immagine dell’UE, e sia le forze politiche e le imprese private hanno smontato l’industria italiana per essere trasferita nei paesi emergenti. I Paesi chiamati PIIGS sono avvolti da un’immagine negativa, che ricorda la propaganda risorgimentale prima di muovere una guerra di annessione contro il meridione d’Italia. Nel frattempo il capitalismo smonta la manifattura dei PIIGS, la magia finanziaria con le stupide regole e l’alchimia dei debiti pubblici drenando risorse dalla “periferia” al “centro”.

La soluzione politica al disfacimento delle nostre comunità risiede nell’uscire dalla religione capitalista. Egoismo, apatia e ignoranza funzionale hanno costruito la società che ruota intorno a noi. Se ci fossero luoghi fisici dove fare politica e dialogare in maniera civile, dovremmo avviare processi di auto determinazione, ripristinando la sovranità economica e promuovendo politiche bioeconomiche, evitando gli errori delle obsolete politiche di crescita della produttività, poiché distruggono l’occupazione e i nostri ecosistemi. Chi ha la consapevolezza di cambiare l’economia reale per riterritorializzare, può farlo utilizzando modelli già molto noti, come l’approccio cooperativo abbinato alla bioeconomia.

Capitalismo, feudalesimo e governi dispotici

impero_della_vergognaSe fossimo curiosi e avessimo la capacità e la lucidità di osservare la nostra società, tutto ci apparirà più chiaro, più semplice e immediato, per scoprire il vicolo cieco in cui ci siamo infilati con le nostre gambe, o sarebbe meglio dire con la nostra stupidità. La monarchia è oggi! In tutto l’Occidente possiamo osservare la trasformazione sociale, e come i nostri sistemi di governo chiamati inopportunamente democratici, sono un’evoluzione del vassallaggio già presente nella nostra società. E’ “bastato” inoculare la religione capitalista, per circa trecento anni, nel pensiero degli occidentali e far credere loro che per vivere necessitano tre cose: la proprietà privata, il lavoro e i soldi. Per millenni la specie umana, e molti lo fanno ancora, ha vissuto in funzione delle leggi della natura. Per millenni l’evoluzione umana è stata determinata dalle conoscenze legate all’uso razionale delle risorse, basti pensare all’agricoltura e all’architettura. Lo sviluppo delle tecnologie e della tecnica per millenni è servito a migliorare la società e usare meglio le risorse del pianeta, ma negli ultimi due secoli c’è stata un’inversione, la tecnica è sfuggita, ed è la tecnica che orienta e condiziona la vita sul nostro pianeta. L’uomo ha perso il controllo della tecnica. La verità è davanti ai nostri occhi perché non siamo capaci di abbandonare la teologia capitalista che sta distruggendo il pianeta.

Osservando e studiando la geografia umana prendiamo atto che le forme di governo occidentali chiamate democrazie rappresentative non hanno alcuna autonomia di pensiero sulla politica, quella vera, cioè sull’uso del territorio e delle risorse, ma sono l’espressione di una religione abbastanza nota: il capitalismo; a sua volta divisa in due correnti di pensiero facenti parte dello stesso piano ideologico: la crescita continua della produttività in un pianeta dalle risorse finite: una follia! Le risorse sono concretamente usurpate dalle notissime multinazionali. All’interno della religione capitalista, la specie umana è solo una funzione strumentale che può essere utile o meno all’accumulo di ricchezza concentrata nelle mani di pochi. Prima dell’invenzione della religione capitalista la società inventò le cosiddette istituzioni e sperimentò anche le prime forme di governo, la storia insegna come nacquero i primi imperi e l’uso degli eserciti in funzione della cultura imperialista dell’epoca (colonialismo). Oggi le guerre sono aumentate ma si svolgono in maniera diversa tranne una: la guerra economica e monetaria. Anch’essa è invenzione del capitalismo, e una delle prime guerre monetarie fu l’indipendenza degli Stati Uniti, altre seguirono come la guerra di annessione del Sud Italia al Nord, che favorì l’istituzione della banca d’Italia dopo lo scandalo della Banca romana. Oggi le unioni monetarie si fanno ancora attraverso le guerre, ma anche attraverso le democrazie rappresentative: Unione europea ed euro zona; anche se questa è il frutto della seconda guerra mondiale. Dopo l’impero romano, oggi esiste l’impero d’Occidente USA-UE, e la manifestazione più chiara è il cosiddetto accordo economico transatlantico figlio del WTO, che promuove la creazione di un unico impero commerciale globale.

L’élite di potere, nel corso del Novecento è stata capace di spostare le leve dei comandi dai livelli più bassi – comuni, regioni, stati – verso quelli più alti – Unione europea e NATO. E l’ha fatto legalizzando un processo decisionale della politica tipico delle società feudali. L’élite ha saputo far accettare a tutte le classi politiche che quello fosse un percorso democratico quando è l’esatto opposto. Il processo decisionale adottato dall’UE è fra i più disonesti e dispotici sistemi che uno possa immaginare poiché, come accade negli USA, le imprese private organizzate in lobbies sono fisicamente presenti presso le istituzioni, e influenzano efficacemente le decisioni su ogni argomento che ricade sui cittadini, mentre l’esecutivo, cioè Commissione e Consiglio, prevale sul Parlamento. Una direttiva europea ricade su tutti i cittadini e sui Comuni italiani. Nei singoli Stati, i Comuni, le Regioni e i Parlamenti nazionali sono solo luoghi per inserire o i burattini dell’élite locale o individui ignoranti e quindi manovrabili, poiché in quei luoghi non si deve fare politica ma rappresentare una finzione scenica per gli elettori: amministrare, le decisioni prese dall’UE. Intanto le risorse locali (i beni comuni) sono gestite da SpA.

Sono trascorsi decenni da quando la politica è stata spostata fuori le istituzioni e lontana dai media che invece sono pagati per rappresentare una messa in scena. Sin dai primi secoli del Novecento e come evoluzione delle compagnie del Seicento, la politica vera è svolta dalle imprese di profitto. Energia, cibo, industria, e governo del territorio sono argomenti di discussione nelle multinazionali. I piani imperiali sono trasmessi ai burattini affinché gli affari privati possano consolidarsi e spostarsi, a seconda delle occasioni e della disponibilità delle risorse del pianeta sottratte alla sovranità dei popoli, già molti secoli fa attraverso l’invenzione giuridica della proprietà privata e l’invenzione della moneta.

Il 4 dicembre 2016 gli italiani sono chiamati a votare su una proposta di riforma della Costituzione repubblicana attraverso referendum confermativo. Milioni di elettori che non hanno mai letto la Costituzione, ma conservano il diritto al voto, “decideranno” di votare SI o NO. E’ tutta qui la forza dell’élite capitalista che ha privatizzato il pianeta, milioni di individui resi più poveri dal pensiero unico neoliberale e incapaci di scegliere poiché hanno problemi cognitivi. Nichilismo e apatia politica sono responsabili della nostra condizione. In tutto l’Occidente gli ultimi sono l’oggetto della predazione politica e delle imprese, e sono divisi poiché facilmente addomesticati dal linguaggio mediatico e dai politicastri.

Eppure basterebbe davvero poco per migliorare la propria condizione di vita: abbandonare la religione capitalista e cominciare a sperimentare. Gli ultimi sono milioni di individui, che insieme possono tornare a essere cittadini per vivere in libertà e prosperità. Per fare ciò dovranno cominciare a occuparsi di politicauso del territorio e delle risorseAffrontare le disuguaglianze immorali create da una religione sbagliata, costituisce un percorso efficace di sviluppo umano per trovare soluzioni concrete e offrire opportunità di un’occupazione utile. Studiando i nostri territori potremmo individuare tutti quegli impieghi utili a risolvere problemi concreti, ad esempio: rigenerare i territori e ridurre i rischi sanitari e ambientali ripensando le agglomerazioni industriali, i sistemi urbani e rurali.

Referendum: conoscere per deliberare

Siamo in piena campagna referendaria e considero gli approfondimenti proposti da Openpolis il miglior servizio di informazione che un cittadino possa auspicare. Un servizio civile eccellente come ogni cittadino dovrebbe desiderare e ricevere. L’Associazione attraverso il suo sito ha divulgato quattro approfondimenti che chiariscono concetti, argomenti e i temi legati alla riforma Costituzionale proposta dalla maggioranza di Governo.
I quatto speciali proposti da Openpolis hanno la virtù di fare chiarezza sui temi usati e abusati da politici e media, e soprattutto svelano tutta la retorica e la demagogia degli attori politici, mostrando una realtà politica parlamentare diversa da come narrata dai media.
Ad esempio, almeno due argomenti di scontro politico emergono con forza dalla realtà smentendo entrambe le posizioni avverse: il bicameralismo perfetto non è un ostacolo per approvare leggi in tempi brevi o considerati normali, mentre la paura del premierato o dell’oligarchia contro la rappresentanza è anacronistica poiché è già realtà. Il nostro Parlamento da diversi anni ha scelto di violare il principio di separazione dei poteri. In fine, il cambiamento dell’art. 81 circa il famigerato pareggio di bilancio incide negativamente sulla prima parte della Costituzione relativa ai principi e ai valori, e non ci fu alcuna rivolta. E’ proprio in virtù del nuovo articolo 81 che i Governi, inseguendo i dogmi della religione neoliberale e attraverso scelte immorali, riducono opportunità di sviluppo umano violando i principi sanciti negli articoli (1) – sovranità -, (2) – diritti inviolabili dell’uomo – e (3) – uguaglianza e sviluppo della persona.
La società che i liberal stanno costruendo in questi decenni è quella feudale, dove le istituzioni moderne sono piegate e riformate secondo schemi sociali forgiati nel vassallaggio, e cioè da rapporti di servitù, mercantili e finanziari. Il famigerato sistema elettorale maggioritario fu introdotto per seguire questo schema, e cioè i pochi che governano sui molti. Nel sistema attuale gli organi esecutivi decidono ogni cosa, e se usiamo la lente d’ingrandimento nei Comuni, c’è da spaventarsi o fare una rivoluzione la mattina seguente. Solitamente nei Consigli comunali eletti si rappresenta una finzione scenica della democrazia rappresentativa, e si chiama la morte della politica. Il copione è il seguente: le maggioranze deliberano su atti della Giunta che non conoscono, a volte si tratta di atti scritti e suggeriti da gruppi di interesse – imprese, associazioni – esterni all’organo politico. E’ questo l’esperimento meglio riuscito e che tutti elogiamo, ma forse pochi hanno osservato alcune conseguenze: una diffusa corruzione, sprechi nella pubblica amministrazione, danni al territorio e la privatizzazione dei servizi per garantire profitti ai privati. Le persone eleggono direttamente Sindaci e Consigli nella convinzione che costoro siano la guida politica del loro Comune, ma ci sono dei piccoli dettagli: (1) costoro sono solo degli amministratori, non fanno leggi, ma applicano quelle normate da Parlamento e Regioni; (2) gli atti che deliberano sono spesso suggeriti e scritti da organizzazioni esterne e loro si limitano a pubblicizzarle, e approvarle per sperimentare gli effetti sul territorio e sugli abitanti. I casi in cui i politici eletti decidono con la propria testa sono davvero pochi, e quando accade spesso ne pagano le conseguenze politiche e cioè l’isolamento economico, poiché il sistema istituzionale è progettato per ricattare gli amministratori “ribelli”. Solo una comunità democratica, coesa e consapevole potrebbe ribaltare questa farsa, poiché sarebbe capace di esprimere una classe dirigente politica responsabile e matura.
Non è un caso che i gruppi politici abbiano smesso di fare formazione per la propria classe dirigente, e che nei Consigli comunali e regionali ci siano persone ignoranti e inadeguate, poiché gli indirizzi politici e gli atti sono preparati altrove, e tale processo degenerativo esiste sin negli anni ’80 giacché spinse il senatore Bobbio ad affermare che il Parlamento era una camera di registrazione di decisioni prese altrove. Oggi nelle istituzioni può (e deve) sedere un cialtrone qualsiasi ma deve avere delle caratteristiche: oltre all’implicita ignoranza e incapacità, quella principale è di risultare simpatico, credibile ed essere fotogenico, televisivo e “smanettone” in internet. L’intelligenza è una prerogativa odiata da tutti i gruppi politici poiché innesca invidia sociale. L’attuale modello è stato copiato incollato dal mondo anglosassone, fase uno distruzione dei partiti e dei sindacati, fase due partiti azienda, nel frattempo i think tank neoliberali preparano i contenuti.
Fatta attenzione alle considerazioni sulle dinamiche che si svolgono nei Consigli comunali, allora è facile un raffronto coi dati forniti da Openpolis, poiché emerge un’evidenza: la finzione scenica de la morte della politica si svolge da tempo anche nel Parlamento (…l’utilizzo dei decreti legge nel corso degli anni è stato molto ricorrente. I 4 governi delle ultime due legislature hanno emanato in totale 197 decreti legge, circa 2 ogni mese). Il combinato disposto fra proposta di riforma costituzionale e legge elettorale italicum vuole legalizzare e legittimare una condotta politica oligarchica ma che è prassi legale degli Enti locali, ed è consuetudine nel Parlamento.

Geopolitica bioeconomica per l’UE

Il capitalismo in quanto tale – l’implosione del sistema su stesso – e la cattiva organizzazione politica dell’Unione Europea stanno favorendo la disgregazione sociale delle comunità, e stanno aumentando le diseguaglianze a favore dei cosiddetti paesi “centrali”. La religione liberista adottata dall’UE (cessione della sovranità monetaria e libero mercato) e i pessimi criteri di finanziamento aumentano le disuguaglianze territoriali, mentre la scelta politica di concentrare prioritariamente attività e funzioni nelle “città globali” (Parigi, Londra, Berlino, Barcellona…) stabilisce di favorire l’agglomerazione in determinati Sistemi Locali a danno di altri. Determinate aree urbane estese accumulano i capitali (Sud Germania, pianura padana, area di Parigi, l’Olanda meridionale, Barcellona e Londra, e talune zone economiche speciali in Polonia) mentre accelera l’abbandono delle aree rurali, favorendo l’aumento delle aree marginali e l’aumento del rischio idrogeologico. Le disuguaglianze economiche, e sociali aumentano anche nelle aree urbane con lo stimolo di nuove zone marginali (le periferie prive di servizi e opportunità).

L’UE è un organizzazione politica che lavora soprattutto per le lobbies, essa non è un’istituzione democrazia rappresentativa propria poiché il Parlamento, unico organo eletto dai popoli, non ha il potere esclusivo di promulgare le direttive e vige il sistema di co-decisione con l’esecutivo, la Commissione, mentre nel Consiglio che raggruppa la rappresentanza dei Governi, uno Stato può esprimere il diritto di veto su una proposta politica. Il potere è sbilanciato sugli esecutivi e spesso non si trova un accordo bloccando le iniziative che non ricevono il consenso tutti gli Stati membri, lasciando i problemi insoluti. Nel sistema UE, hanno grande influenza la BCE, l’Euro gruppo, e il MES per le crisi bancarie. I Trattati coniugano solidarietà con libero mercato ma è un approccio demagogico ed ipocrita che crea contraddizioni e povertà, di fatto le scelte politiche dell’UE sono di natura liberista. Basti pensare al caso del glifosato della Monsanto; l’UE, attraverso la sua EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), tutela più l’interesse della Monsanto, nonostante l’IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) abbia classificato il glifosato come pontenziale cancerogeno. L’UE, inoltre, accetta il sistema off-shore e promuove le zone economiche speciali (zes) espressione dello sfruttamento capitalista, mentre promette politiche di coesione per sostenere i territori depredati dal capitalismo stesso. Gli Stati, condizionati dalla volontà delle imprese private si fanno concorrenza sleale per agglomerare risorse finanziarie, e lo fanno trascurando i diritti dei popoli e violando le regole che si sono auto attribuite (surplus commerciale, patto di stabilità, paradisi fiscali …). Gli sprechi nell’UE sono evidenti: un bilancio fuori controllo e poco trasparente, un budget insufficiente, la moltiplicazione di funzioni governative e di luoghi istituzionali non rappresentativi dei popoli mentre vigono regole fiscali differenti per creare concorrenza anche sui sistemi di welfare e influenzati dalle lobbies (corruzione endemica).

Un ragionamento di puro buon senso, suggerisce il fatto che l’UE dovrebbe essere un’istituzione democratica con politiche socialiste e un’organizzazione federale dotata di strumenti di democrazia diretta. L’attuale UE liberista è destinata a sparire grazie all’indignazione popolare che potrebbe innescare un cambiamento delle politiche finora adottate, oppure si realizzerà una degenerazione e disgregazione generale con pulsioni nazionaliste. Un’altra ipotesi è che non cambierà proprio nulla grazie all’apatia dei cittadini, mentre i partiti populisti aumentano i consensi sfruttando i problemi sociali ed economici degli ultimi, e l’ignoranza funzionale delle masse.

Com’è noto il modello più democratico che esiste in Europa, è fuori dall’UE ed è quello Svizzero. In Svizzera esiste un equilibrio fra estensione geografica e amministrazione politica, vi sono ben 26 Cantoni autonomi con una propria Costituzione, che si auto governano integrando democrazia rappresentativa con strumenti efficaci di democrazia diretta, e fiscalità locale e generale ridistribuita ai Cantoni.

Per rimediare all’aumento dei disordini sociali e all’aumento delle disuguaglianze economiche prodotte dal pensiero neoliberista, chi guida le istituzioni europee dovrebbe proporre la riforma dei Trattati e introdurre politiche pubbliche socialiste, cioè la sovranità economica e politica dell’UE. Questo processo è molto complicato poiché la riscrittura dei Trattati abbisogna del consenso di tutti, anche di quei Governi che stanno traendo vantaggi economici dalle disuguaglianze economiche e di riconoscimento, come la Germania e quei piccoli Paesi dotati di zone economiche speciali. L’incapacità di auto riformarsi e queste contraddizioni favoriscono la crescita di forze politiche razziste e disgregative dell’UE. Un sincero percorso di auto riforma da parte di chi guadagna dallo status quo appare ingenuo. In questo contesto egoistico e conflittuale i cambiamenti sociali ed economici avvengono ugualmente. In Europa le agglomerazioni urbane si sono trasformate, e pertanto sarebbe saggio riconoscere il fatto che i sistemi locali rappresentano la più appropriata geografia politica per stimolare la coesione sociale, e per applicare la bioeconomia. I sistemi locali possono essere visti come i Cantoni svizzeri. In Italia esistono 611 sistemi locali, e all’interno si trovano le aree urbane estese (nuove strutture urbane, città nuove, in crescita) e le zone rurali in stato di abbandono. Si tratta di costruire il rescaling delle aggregazioni politiche locali (comuni), e in queste aree funzionali favorire lo sviluppo locale applicando principi e politiche bioeconomiche. Queste politiche sono capaci di contrastare le disuguaglianze poiché valorizzano le risorse locali partendo da un nuovo paradigma culturale, che rispetta l’ambiente e applica il metabolismo urbano e territoriale. La bioeconomia è un’innovazione culturale capace di produrre nuova occupazione, investendo in ricerca applicata per tutelare il patrimonio locale e introdurre tecnologie innovative frutto della manifattura leggera. Un esempio culturale maturo è rappresentato dalla famosa scuola territorialista, capace di elaborare piani di bioregioni urbane, e dare risposte interpretative molto corrette sia per le aree urbane estese e sia per le aree rurali, oggi in abbandono. Ad esempio, secondo Alberto Magnaghi, il piano della bioregione individua nuove categorie interpretative dei valori patrimoniali dell’ambiente, del territorio, del paesaggio e del milieu riferite al territorio intero, come elementi fondativi di modelli socioeconomici autosostenibili; il piano propone nuove forme di rappresentazione identitaria (sperimentazione di tecniche grafiche, di poetiche, di stili descrittivi e comunicativi), che selezionano nella descrizione gli elementi costitutivi dell’identità dei luoghi costruita nei processi di territorializzazione di lunga durata; il piano compone il corpus di regole statutarie che definisce le condizioni genetiche e di riproduzione delle identità dei contesti locali, nel loro percorso coevolutivo fra insediamento umano e ambiente, espresse da invarianti strutturali, figure territoriali, norme figurate, ecc. Magnaghi enuncia che la trattazione integrata e interscalare degli elementi che compongono la bioregione urbana è essenziale per produrre progetti di territorio fondati sulla valorizzazione (piuttosto che sulla semplice conservazione) delle identità territoriali quali beni patrimoniali in grado di generare un nuovo “valore aggiunto territoriale”. Il compito progettuale riguarda il disegno di una organizzazione territoriale che sia in grado al contempo di riprodurre in modo equilibrato il proprio ciclo di vita e di elevare la qualità dell’abitare, urbana e territoriale, armonizzando fra loro fattori produttivi, sociali, ambientali, culturali, estetici per la produzione di ricchezza durevole, a partire dal riconoscimento delle nuove forme conflittuali e/o solidali e conviviali dell’abitare connesse alla crescita di “coscienza di luogo” e alla cura dei beni comuni che si danno nella galassia delle urbanizzazioni regionali.

L’UE dovrebbe riformarsi per abbandonare l’insensata religione della crescita infinita e adottare politiche bioeconomiche attraverso un sistema federale non più condizionato dal mercato. La banca centrale dovrà essere a servizio dello Stato, creando credito per gli investimenti socialmente utili (manutenzione del patrimonio esistente, rischio sismico e idrogeologico, scuole e ricerca), mentre le istituzioni dovranno affrontare le disuguaglianze con una riforma degli Enti locali territoriali. Non serve “l’Europa delle Regioni” ma l’Europa dei sistemi locali sotto le Province, poiché sono questi gli ambiti territoriali che possono favorire la rilocalizzazione delle attività produttive per ridurre le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Istituzioni e collettività devono imparare a riconoscere il valore delle persone, e programmare piani e progetti capaci di affrontare problemi sociali e ambientali, perché sono indispensabili per lo sviluppo umano e ridurre le disuguaglianze territoriali. Se da un lato il capitalismo produce disuguaglianze e sottosviluppo, solo uno Stato civile che interviene nell’economia può ridurre questi squilibri. In questo modo si riduce la disoccupazione e si affrontano i problemi sociali, economici. Sono necessarie politiche pubbliche che solo uno Stato democratico può programmare per tutelare i patrimoni e finanziare la riduzione del rischio sismico e idrogeologico, così come sostenere i servizi sociali e sanitari.

L’Unione europea, contrariamente a quanto si professa, non è un’organizzazione democratica ma è un ambito regionale centralizzato sotto il ricatto dei famigerati mercati e di un’élite degenerata. L’UE è la peggiore organizzazione politica che si possa pensare, sia perché gli Stati aderenti all’euro zona cedono la propria sovranità monetaria, e sia perché smettono di produrre politiche industriali virtuose secondo gli interessi generali, ciò è accaduto soprattutto in Italia a causa di una classe dirigente cialtrona che ha favorito la svendita degli asset strategici per consegnarli alle multinazionali, ed è accaduto meno in Germania e Francia ove il ceto politico ha conservato gli interessi geopolitici dei propri Paesi e facendo acquisti in Italia. Il regime europeo è di tipo finanziario, ignora le leggi della natura e detesta l’auto determinazione dei popoli.

Per favorire un sistema politico efficiente, cioè che risponda ai diritti dell’uomo compatibilmente con le leggi della natura, è necessario copiare i sistemi biologici poiché ricalcano il metodo democratico fondato sul dialogo e sullo scambio reciproco. E così i sistemi locali possono essere interpretati e letti come sistemi metabolici (ingressi e uscite di energia e materia) favorendo interazioni spaziali di complementarietà che valorizzano le risorse e il sapere locale. Per sostenere il potere del popolo (democrazia) è necessario favorire l’auto determinazione e decentrare poteri e funzioni per poi federare i sistemi locali.

Dobbiamo prendere atto che nell’UE il reale rapporto che c’è fra spazio e potere è il controllo dell’élite europea circa gli interessi dei mercati finanziari, che si basa sullo sfruttamento capitalista di un mercato europeo di circa 500 milioni di persone costrette a comprare le merci delle multinazionali. Tutto il resto, cioè libertà, diritti umani, civili e politici e altro, è accessorio o d’intralcio. L’inganno del sistema politico europeo non si limita ad aver tolto sovranità agli Stati, ma ha contribuito a far credere e legittimare forme elettorali rappresentative dove gli eletti non hanno gli strumenti per governare i territori e non decidono sul destino dei popoli (deterritorializzazione). I cittadini italiani, eleggendo direttamente i propri Sindaci credono che costoro possano fare politica quando nella realtà essi sono solo amministratori. Il reale potere è nei contratti giuridici delle SpA locali che gestiscono i servizi pubblici. Inoltre sappiamo bene che i parlamentari sono nominati, e non sono mai stati scelti direttamente dai cittadini, tant’è che nessun partito pensa di introdurre una legge sulle elezioni primarie ove ogni cittadino può candidarsi o scegliere il parlamentare. Infine, le direttive europee sono scritte da tecnocrati (Commissione e Consiglio) mentre il Parlamento europeo non ha il potere esclusivo di promulgare le leggi. L’UE rappresenta un’oligarchia di poteri (MES) e realizza la rifeudalizzazione della società; l’élite professa la fede della competitività e della crescita continua (accumulo di capitale), ma nella realtà scientifica la natura non compete resta in equilibrio e ricicla, la natura non accumula capitale e dona l’energia poiché è gratis. L’attuale globalizzazione capitalista ha favorito esclusivamente l’avidità delle multinazionali che predano le risorse locali e annichiliscono le persone.

Lasciando il piano ideologico sbagliato (crescita, competitività …) possiamo scegliere di cambiare i paradigmi culturali di una società immorale e così cambiando la natura giuridica dello strumento monetario a favore della teoria endogena, e federando i sistemi locali applicando la bioeconomia, accade che mutano le relazioni spaziali poiché si rafforza l’interesse delle comunità e l’economia reale dei territori. E’ in questo modo che si favorisce una politica di coesione sociale e si crea occupazione utile. Un primo passo concreto è la sperimentazione di bioregioni urbane nei sistemi locali e la riorganizzazione delle competenze territoriali dove un ufficio di piano progetta il piano urbanistico intercomunale bioeconomico. Il cambiamento dei rapporti di potere a favore dell’auto determinazione e degli interessi locali avviene proprio attraverso il progetto che prevede processi di riappropriazione e uso razionale delle risorse (rigenerazione urbana, cibo, energia, acqua, trasporti, cultura, connettività).

La politica di globalizzazione neoliberista dell’UE deterritorializza e distrugge l’economia reale locale, invece una politica bioeconomica territorializza e favorisce l’economia reale locale creando occupazione utile.

Per avere un’idea verosimile del peso economico, e cioè degli investimenti necessari solo in Italia è sufficiente ricordare che il Governo stesso nel 2011, solo per intervenire sulla riduzione del rischio idrogeologico, stimò circa 40 miliardi di euro. Intervenire nelle 26 città in contrazione servirebbero circa 56 miliardi (stima a ribasso) per rigenerare i quartieri di edilizia moderna (il famigerato boom economico), mentre intervenire nei sistemi locali servirebbe il doppio degli investimenti immaginati per le città in contrazione. Per la prevenzione del rischio sismico, nel 2013 gli ingegneri hanno stimato 93,7 miliardi per le case di tutti gli italiani, mentre l’Oice ha stimato 36 miliardi per interventi di adeguamento. Restando nel piano ideologico dell’economia del debito non ci saranno questi investimenti, basti osservare gli spiccioli a debito del famigerato piano Junker, ed è necessario, non solo ripristinare la sovranità, ma uscire dalla religione della crescita, poiché gli investimenti che servono alla specie umana non necessariamente creano un ritorno economico per gli investitori. La moneta dovrà essere a credito. In tal senso una parte della letteratura economica che riconosce i limiti dell’economia neoclassica ortodossa (ignorare l’entropia), immagina di collegare la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen con la teoria post-keynesiana (moneta endogena e domanda effettiva) al fine di proporre un modello macro economico e politico migliore di quello attuale che crea squilibri, povertà e recessioni. Ad esempio, le necessità sopra elencate (prevenzione del rischio sismico e idrogeologico) rientrano nella domanda effettiva che si può sostenere solo con investimenti pubblici a credito.

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DiEM25 e bioeconomia

Varoufakis insieme ad altri personaggi pubblici lanciano DiEM25, un progetto politico europeo che intende cambiare l’architettura dell’Unione Europea. E’ la speranza che ci vuole e può diventare un progetto concreto se mantiene fede al manifesto. Alcuni passaggi sono essenziali:

  • Le regole dovrebbero essere al servizio degli europei, non il contrario.
  • Le monete dovrebbero essere degli strumenti, non una finalità.

La risposta che da ai Verdi europei mi lascia intendere che Varoufakis riconosca i limiti culturali degli economisti: «per dire tutta la verità, alcuni di noi della vecchia guardia della Sinistra, della Socialdemocrazia, dei Sindacati, della tradizione Liberaldemocratica, abbiamo in passato dato scarsa attenzione all’effetto corrosivo sul nostro stesso pensiero della mentalità della crescita ad ogni costo. Da allora abbiamo compreso l’entità dell’affaticamento del nostro pianeta (causato da un’umanità guidata da una miope massimizzazione del profitto privato, o accumulazione del capitale, come noi a Sinistra preferiamo chiamarla) e la semplice verità che la giustizia sociale non può mai prevalere se la società umana continua distrattamente ad erodere l’ambiente. Ciononostante, sebbene abbiamo aperto gli occhi su questa realtà, abbiamo bisogno che voi, i giovani Verdi Europei, ci teniate attenti alla centralità dell’agenda ambientale nel forgiare lo stato mentale necessario per sostenere un qualsivoglia progetto progressista».

Il manifesto di DiEM25 focalizza il fatto che la crisi attuale dell’Europa si può riassumere in cinque fattori: il debito pubblico; le banche; l’insufficienza di investimenti, i flussi migratori e; l’aumento della povertà. Avrei aggiunto, la stupidità di credere che il capitalismo sia utile all’essere umano.

Per cambiare l’architettura dell’Ue è necessaria la volontà politica della maggioranza assoluta dei Paesi e non basterebbe poiché dovrebbero essere tutti d’accordo. La realtà politica dell’UE insegna che i paesi “centrali” non hanno alcun interesse nel cambiare i Trattati e le scelte politiche, poiché tali scelte, essendo liberiste, favoriscono i Sistemi Locali dei paesi “centrali”. Per costruire un’Ue socialista è necessario introdurre la sovranità economica e politica nelle mani del Parlamento europeo. Secondo i post-keynesiani l’Ue dovrebbe essere organizzata come gli Stati Uniti d’America, con una banca centrale che segue le intenzioni politiche del Congresso. Secondo il mio modesto parare, restituire il controllo monetario ed economico a un’istituzione eletta dal popolo, è fondamentale, ma questo non risolve i problemi delle disuguaglianze esistenti poiché i problemi sono insiti nell’ideologia capitalista che alimenta le disuguaglianze. Credo sia fondamentale avere il coraggio di programmare l’uscita dal capitalismo e quindi contrastare le giurisdizioni segrete (il sistema off-shore), cioè uscire dal piano ideologico della «crescita ad ogni costo» ed entrare nel piano della bioeconomia. Per dirla molto chiara, se sono ancora gli economisti a dettare l’agenda politica siamo già morti, le soluzioni più concrete non si trovano sul piano ideologico dell’economia che mercifica tutto, ma sul piano della creatività umana, della chimica, della biologia e sull’uso razionale dell’energia. L’economia neoclassica non è compatibile con la specie umana e con i limiti imposti dalle leggi della fisica. Il capitalismo non è compatibile con la democrazia che DiEM25 intende introdurre nell’Ue. L’obiettivo della specie umana non può essere l’accumulo, come direbbe Aristotele; non può essere il profitto come direbbe Antonio Genovesi. Fummo fatti per perseguire virtù e conoscenza, insegna Alighieri. Se la democrazia è il metodo per prendere decisioni, l’educazione e la cultura ci consentono di prendere quelle migliori, guidati dall’etica e dalla saggezza, direbbe Platone. Le disuguaglianze si potranno ridurre se e solo se le istituzioni politiche approdano sul piano politico socialista aggiornato dalle conoscenze bioeconomiche per programmare comunità in equilibrio con la natura e stimolando l’occupazione utile. Per ridurre le disuguaglianze cioè contrastare la disoccupazione nelle aree marginali è fondamentale riterritorializzare attività e funzioni nelle zone predate dal capitalismo stesso che si nutre di approcci colonialisti per mettere in sottosviluppo territori, cioè renderli dipendenti dai sistemi centrali, questa è l’UE attuale, secondo la teologia della globalizzazione neoliberista.

Il tradimento politico dei partiti di sinistra rispetto ai valori originari e ai cittadini che ambivano di rappresentare è chiaro a tutti. Destra e sinistra sono categorie che appartengono alla storia, ma questo non significa che non esistano più valori del socialismo, dell’uguaglianza e dell’ambiente. E’ vero il contrario, oggi il mondo occidentale esprime il pensiero unico dominante, come chiunque possa riconoscere, ed è il pensiero neoliberale che ha schiavizzato i popoli.

Il salto culturale che il pensiero socialista deve fare è quello di liberarsi del materialismo insito al paradigma della crescita, poiché anche il socialismo ha favorito il capitalismo, si è nutrito dal suo tavolo e condotto le persone verso il materialismo annullando la parte spirituale dell’essere umano. E’ stato un errore, così com’è noto l’errore marchiano di non conoscere le leggi dell’entropia. Mentre la DC è stato il partito che ha rappresentato l’élite, il PCI ha sopito sul nascere il famoso dibattito circa i limiti della crescita, iniziato negli anni ’70. E’ l’economia che non funziona poiché riconduce tutto alla mercificazione. Siamo l’unica specie di questo pianeta che produce scarti e distrugge gli ecosistemi, siamo l’unica specie che compra e vende merci attraverso una moneta. DiEM25 se vuole democratizzare deve affrontare gli enormi limiti culturali dell’economia (e degli economisti) e riconoscere che il capitalismo è sinonimo di violenza e distruzione. Fatto questo la creatività umana ha già le soluzioni per migliorare la qualità della nostra vita, ripiegando la tecnica (finanziaria, economica, tecnologica) nel suo posto a servizio della specie umana. Se non abbiamo il coraggio di affrontare questi argomenti …

DiEM25 si pone l’enorme e corretta ambizione di democratizzare l’Europa, ma non può farlo senza la bioeconomia che consente di raggiungere l’obiettivo dell’uguaglianza senza depredare le risorse finite del pianeta. La bioeconomia, soprattutto, ci consente di programmare e progettare la società che tutti noi sogniamo, sostenibile e duratura, attraverso l’uso razionale dell’energia e delle risorse limitate, e tutto ciò stimola nuova occupazione utile.

In questo periodo di crisi della rappresentanza politica e della partecipazione attiva dei cittadini, credo sia doveroso proporre un percorso per riprenderci un’identità culturale, e lanciare un “Manifesto” politico per produrre un dibattito pubblico circa il cambiamento culturale che può consentire all’intera società di approdare in un’epoca nuova, adeguata alle opportunità offerte dall’evoluzione del pensiero e l’innovazione delle tecnologie a servizio dell’uomo in armonia con la natura. E’ necessario percorrere una transizione chiamata “decrescita felice”, per uscire dall’economia del debito, per uscire dal capitalismo, e costruire le basi culturali, sociali, istituzionali e tecnologiche per l’epoca nuova che ci consente di realizzare una prosperità per le presenti e future generazioni.

[…]

Nel riconoscere i limiti culturali e strutturali del capitalismo, un nuovo movimento politico italiano può trovare la risposta necessaria per proporre un cambio dei paradigmi culturali e sostenere quei cittadini, quelle associazioni e quei movimenti culturali per sviluppare un percorso fondamentale utile a costruire la società dell’epoca che verrà; un’epoca ove uguaglianza, diritti e democrazia possono realizzarsi attraverso l’uscita dal capitalismo e l’ingresso nella bioeconomia.

Per dare soluzioni concrete applicabili domani mattina:

Per dare energia allo sviluppo e aggiustare le città è sufficiente osservare i criteri economici e finanziari che giudicano gli investimenti. La valutazione degli investimenti poggia sui criteri di “sostenibilità economica” e “sostenibilità finanziaria”. I Governi possono stabilire che la parte della “sostenibilità economica” (in realtà si tratta di convenienza economica poiché misura il ritorno economico degli investitori) è finanziata con moneta sovrana a credito. Entrando nel merito, per liberare le capacità creative utili a migliorare la qualità della vita è sufficiente darsi criteri non speculativi seguendo l’etica, e utilizzare la moneta sovrana a credito per la coesione sociale ponendosi limiti bioeconomici per impedire il collasso del pianeta.

Il modello più democratico che esiste in Europa, è fuori dall’UE ed è noto, è quello Svizzero di cui non c’è traccia nel manifesto di DiEM25. Pensare di introdurre la democrazia entro dieci anni come auspica DiEM25 è demagogia. Pensare di cambiare la politica è auspicabile ed è doveroso. E’ più facile cambiare gli stili di vita, come sta già accadendo grazie alle tecnologie. Modificare gli stili di vita è un obiettivo percorribile entro un programma di dieci anni, e si può fare molto di più grazie alla bioeconomia e alle sperimentazioni democratiche. Un modello veramente democratico non è centralizzato come si auspica, col serio rischio di imitare il modello USA, dove non esiste una democrazia matura per l’evidente prevalenza della religione capitalista incompatibile con la libertà e la democrazia stessa. Per costruire il potere del popolo (democrazia) è necessario favorire l’auto determinazione e decentrare poteri e funzioni per poi federare, cioè dialogare su pochi temi, nella sostanza la democrazia è l’opposto dei modelli USA ed UE, che sono sistemi feudali per favorire gli interessi delle imprese. Un modello democratico copia incolla i sistemi biologici, le reti di scambio. La Svizzera è l’esempio più democratico che esista e funziona poiché i Cantoni sono ambiti territoriali ristretti, come le Province italiane (fateci caso le Province sono state “abolite”). Non bisognava costruire l’Europa delle Regioni, ma l’Europa delle Province. Non tutto è perduto, l’Ue studia i sistemi locali del lavoro, ambiti costruiti sulle relazioni, come le reti. Dunque è facile intuire quale possa essere la vera riforma democratica: una moneta sovrana a credito a servizio delle comunità (Province e sistemi locali) con finanziamenti per la coesione sociale, per favorire nuova occupazione rigenerando i territori e rilocalizzando le produzioni favorendo sistemi autarchici (auto sufficienza energetica e sovranità alimentare). Il presente futuro della specie umana dipende dall’avvio di un nuova epoca costruita sulla bioeconomia. DiEM25 può scegliere se favorire la nascita di un’epoca nuova o meno, auspico che lo faccia.

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Domande per cambiare

Cos’è la decrescita felice?

Prima di parlare di decrescita felice è necessario fare una premessa circa il nostro sistema economico, poiché crescita e decrescita sono termini economici, e non hanno un’accezione negativa o positiva in sé e pertanto vanno declinati. Ad esempio, la crescita di un tumore è negativa. Grazie alla programmazione mentale dei media l’immaginario collettivo crede che la crescita del PIL sia sinonimo di benessere ma questo non solo è falso, ed ahimé, è vero il contrario.

Gli esseri umani indirizzati dalla più grande forza religiosa degli ultimi trecento anni, il capitalismo, continuano a lasciarsi addomesticare per sperimentare percorsi di falsa crescita individuale e regressione culturale collettiva.

Tutte le scelte politiche delle nostre istituzioni sono condizionate dall’ideologia della crescita, cioè dal capitalismo che ignora le leggi della natura. Sono tre gli indicatori principali: Prodotto Interno Lordo, cioè il PIL, l’espansione monetaria e il petrolio, ma a partire dagli anni ’80 il capitalismo si è trasformato attraverso un processo di deregolamentazione dei mercati e dei capitali sia modificando il ruolo del sistema bancario e sia ampliando strumenti per le cosiddette giurisdizioni segrete.

L’economia capitalista neoclassica si fonda su quattro fattori della produzione: la natura, il lavoro, il capitale e l’organizzazione; inoltre considera la teoria della domanda e dell’offerta, e la funzione della produzione finalizzata all’aumento della produttività (massimizzazione del profitto). Gli altri indicatori quali il rapporto debito/PIL e il patto di stabilità e crescita dell’UE seguono comunque l’obiettivo della crescita della produttività. In più, tutti i giorni i media ci massacrano di opinioni circa gli scambi delle borse telematiche.

I capitalisti  sfruttano il sistema finanziario del mercato borsistico ma tale mercato crea un valore fittizio del capitale, tant’è che le imprese più grandi, in termini di valore (facebook, google, amazon, apple, microsoft, alphabet …), hanno aumentato il proprio valore di capitalizzazione attraverso la finanza superando di gran lunga l’economia reale, e grazie all’opacità del sistema bancario occulto. Nel processo capitalistico l’aumento del capitale avviene attraverso la finanza, l’informatica, l‘evasione fiscale e il controllo diretto delle risorse finite del pianeta ma riducendo il lavoro, l’organizzazione e la natura. Nell’economia reale l’aumento del capitale avveniva grazie al lavoro, l’organizzazione e alla natura, oggi non è più così poiché una deregolamentazione (zone economiche speciali) abbinata a una ricerca scientifica finalizzata alla robotica ha favorito la sostituzione dei lavoratori con le macchine conseguendo una maggiore concentrazione dei capitali nelle mani di pochi.

Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati di Legacoop: attraverso l’Alleanza delle coop raccolgono circa 12 milioni di soci e danno lavoro a circa 1,2 milioni di persone, con un fatturato di circa 127 miliardi di euro. Se raffrontiamo Facebook con Legacoop ci rendiamo che il software di Mark Zuckerberg, utilizzato per spiare e commercializzare i gusti delle persone, da lavoro a circa 5 mila persone. Lo Stato italiano, secondo i dati raccolti dal Commissario Cottarelli ha circa 3,4 milioni di dipendenti. Ergo, la cooperazione e lo Stato creano più lavoro della SpA più influente al mondo.

Gli ingenti capitali creati dal nulla sono controllati da una ristrettissima élite; buona parte di questa ricchezza virtuale rimane inutilizzata e una piccola parte è investita per gestire gli interessi di pochi (distribuzione della ricchezza).

Oxfam Italia economia dell'1%

Oxfam distribuzione ricchezza Italia 2015
Distribuzione della ricchezza, fonte Oxfam Italia.

Come mostrano i dati rielaborati da Oxfam, all’interno del sistema capitalista, e come preconizzò Marx, è l’accumulo di capitale la ricchezza che connota i rapporti fra Stati, imprese e individui; e non la cultura o la condotta morale delle persone. L’egoismo e l’avidità sono motori della società moderna capitalista. Cosa ancora peggiore, nella società moderna, il capitalismo ha preferito favorire la conoscenza e la ricerca che sostiene l’accumulo del capitale stesso (finanza, copyright, brevetti, sistema offshore). Nel mondo dell’economia neoclassica i quattro fattori della produzione sono considerati in maniera arbitraria realizzando un inganno tipico dell’economia, e cioè ridurre infinitamente la natura, il lavoro e l’organizzazione per aumentare infinitamente il capitale. Ed è ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni in Occidente. Con questo inganno l’economia globale ha potuto accumulare il capitale attraverso le speculazioni finanziarie (cioè non lavorando), la segretezza bancaria e lo sfruttamento delle risorse finite del pianeta. La cosiddetta old economy delle imprese occidentali ha aumentato i dividendi riducendo i costi, cioè pagando meno le materie prime e svalutando i salari; l’industria bancaria ha aumentato i dividendi imbrogliando gli Stati mentre la new economy come l’industria bancaria, cioè senza lavorare, ha aumentato i dividendi non pagando le tasse e sfruttando internet come acceleratore pubblicitario, uno strumento molto più pervasivo e pericoloso della televisione poiché usufruito anche dai bambini. Nel sistema euro, per inseguire i capricci delle imprese, la svalutazione dei salari (e la flessibilità) è persino programmata dai Governi dei cosiddetti paesi “periferici” (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia), e tale scelta adesso è intrapresa anche da alcuni paesi “centrali” (Francia e Germania) per rilocalizzare alcune produzioni e competere coi mercati asiatici. Questa forma di schiavitù volontaria, è chiamata “esercito industriale di riserva”.

Tutta la nostra società è stata forgiata all’interno di questa ideologia ove l’uomo viene alienato e rinchiuso in un sistema mercantile compulsivo. Questa ideologia detta le linee guida ai Governi, che hanno innescato una generale regressione della specie umana favorendo la distruzione del senso di comunità. Prima il capitalismo mercantile, e quello neoliberale dopo hanno favorito l’egoismo, l’avidità, la competitività e il nichilismo poiché una delle fonti di sostegno è la psico programmazione mentale avviata dalla pubblicità che crea bisogni indotti, a partire dai bambini. Il capitalismo necessita di consumatori capricciosi e non di persone mature. Per le imprese è fondamentale inventare il desiderio di acquistare le merci, poiché è la forza necessaria per sostenere la produttività.

Tale ideologia e tutti questi indicatori divulgati quotidianamente dai media rappresentano una maschera che nasconde ciò che veramente riguarda la specie umana. La vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dall’energia. Siamo l’unica specie di questo pianeta che ha inventato l’economia e la moneta per regolare gli scambi, tutte le altre specie, rispettando le leggi della natura, sono parte di un sistema circolare degli scambi, cioè gli scarti di una specie sono risorse per le altre, tutto in perfetto equilibrio chimico fisico.

Persino la favola della crescita che produce occupazione è facilmente svelata osservando i dati pubblicati dall’Istat:

rapporto pil occupati popolazione

Fra il 1960 e il 2011 il rapporto fra occupati e popolazione resta pressoché invariato attestandosi al 38% (2011), mentre dal 1960 al 2011 il PIL è costantemente in aumento lasciando invariata la percentuale degli occupati rispetto alla popolazione. Se leggiamo attentamente il rapporto osserviamo persino un leggero calo, cioè gli occupati sono diminuiti in rapporto all’aumento della popolazione; dal 40% del 1960 al 38% del 2011, possiamo persino asserire che la crescita del PIL può favorire un aumento della disoccupazione.

La decrescita felice è una filosofia politica che nasce dalla bioeconomia, cioè nasce in ambito economico poiché studia e critica il sistema della crescita, ovvero l’aumento continuo della produttività. Secondo Nicholas Roegen-Georgescu la funzione della produzione dell’economia neoclassica è incompleta, sbagliata e fuorviante poiché non tiene conto dei flussi di energia e materia, e così egli propose un nuovo modello di flussi-fondi in entrata e uscita, copiando le leggi della natura negli scambi economici. E’ la termodinamica la radice culturale (entropia) della bioeconomia. In quest’ottica bioeconomica è possibile osservare l’uso delle risorse, e capire quali sono i processi di trasformazione delle materie prime cogliendone sia i consumi e sia gli impatti sull’ambiente, indipendentemente dal profitto ottenuto.

Poiché tutta l’economia globale si occupa prioritariamente dell’aumento indiscriminato della produttività misurata con l’indicatore quantitativo del Prodotto Interno Lordo, la decrescita è una valutazione qualitativa che suggerisce la riduzione selettiva delle merci inutili. La decrescita secondo la bioeconomia è un miglioramento poiché cancella sprechi e merci inutili. Poiché il presupposto della bioeconomia è la sostenibilità dei processi industriali, accade che i modelli produttivi contabilizzano gli sprechi, gli impatti ambientali, gli impatti sociali, e osservando le capacità auto-rigenerative delle risorse limitate aggiungendo anche valutazioni etiche. Non tutto ciò che si produce è utile e necessario.

La decrescita felice non è un obiettivo ma un processo di transizione, da una società stupidamente avida, mercatista e consumista a una società più umana, più saggia, e prosperosa attraverso l’uso razionale dell’energia e la rilocalizzazione delle attività economiche. Basti pensare all’evoluzione neotecnica nel mondo dell’edilizia. Ristrutturando gli edifici costruiti male è possibile cancellare tutti gli sprechi riducendo la domanda di energia da fonti fossili. Il primo passo è la riduzione della domanda per soddisfare la reale domanda energetica puntando all’auto consumo. Sfruttando le fonti alternative si possono realizzare reti intelligenti scambiando gratuitamente i surplus generati dall’impiego di un mix di tecnologie. Questo significa pianificare la riduzione del PIL, oggi sostenuto dagli sprechi, ma è un miglioramento e per realizzare questa transizione è necessaria una nuova occupazione utile poiché bisogna rigenerare l’intero patrimonio edilizio esistente, costruito fra gli anni ’40 e ’80.

Età degli edifici e consumi energetici
Età degli edifici e consumi energetici (Fonte dati Cresme e info grafica Linkiesta).

Per quale motivo i partiti politici non favoriscono questa transizione?

Perché tutti i partiti otto-novecenteschi sono stati pensati dall’epoca dell’industrialismo, cioè la loro funzione è quella di favorire l’aumento della produttività ma quest’epoca sta volgendo al termine, cioè la fine dell’epoca industriale e della produzione di massa di merci inutili; almeno in Europa è già così, vista la delocalizzazione cominciata negli anni ’70. Con la fine dell’industrialismo le categorie destra e sinistra sono ormai obsolete (nel loro significato economico ma non filosofico), mentre è più utile parlare di fine del capitalismo poiché imploso su stesso, in quanto è insostenibile la crescita continua rimasta in piedi dall’inganno della funzione della produzione e dai debiti pubblici e privati, impagabili (il ruolo negativo dell’usurpazione della sovranità monetaria). Se tutti i partiti, nei propri parlamenti, propongono la crescita, cioè l’aumento di produttività, lo fanno per assecondare l’interesse delle imprese, lo fanno poiché il capitalismo è nato per favorire l’aumento delle merci. E’ con l’aumento dei consumi che si stabiliscono le somme da ridistribuire come reddito alle imprese stesse e ai servizi, comprese le clientele che gestiscono i partiti. Se i partiti dovessero perseguire un sistema economico efficiente come quello bioeconomico ci sarebbe una riduzione del loro potere economico e soprattutto si ridurrebbe la produttività delle merci, obiettivo opposto all’interesse delle imprese che hanno un’enorme influenza sul sistema educativo pubblico, e sulla formazione culturale dei politici attraverso i cosiddetti thik tank d’impronta neoliberale.

Negli ultimi trent’anni attraverso l’evoluzione robotica e informatica il capitalismo si è trasformato. Tutte le principali città europee sono state deindustrializzate generando la famosa contrazione, cioè la perdita di abitanti innescata dalla chiusura delle industrie e dalla rendita immobiliare che ha espulso i ceti meno abbienti spingendoli verso i comuni limitrofi. In Italia sono circa 26 le città in contrazione e tale fenomeno coinvolge tutti i principali centri urbani (Milano, Torino, Roma, Napoli, Genova, ….).

Siamo tutti immersi in un cambiamento che facciamo fatica a percepire, anche se la crisi del capitalismo ci aiuta a ripensare e ragionare, poiché stiamo assistendo alla fine del lavoro salariato come l’abbiamo vissuto e coltivato.

Il capitalismo si sta sganciando dal lavoro creato dalla old economy, di cui anche l’edilizia fa parte, e questo coinvolge soprattutto la vecchia Europa poiché le imprese aumentano i profitti sia aumentando la produttività e sia riducendo i costi. E il lavoro è una merce costo che si può ridurre delocalizzando i processi produttivi in aree prive di diritti sindacali, e in cerca di nuova schiavitù. Questo processo si è già sviluppato e continuerà nei prossimi anni. E’ necessario che anche i sindacati ripensino il concetto di schiavitù, cioè il lavoro salariato. Osservando lo sviluppo tecnologico, non è più accettabile credere di schiavizzare le persone in imprese votate all’accumulo di capitale vendendo merci inutili, e così è necessario orientare lo scopo delle imprese per ricostruire comunità auto sufficienti. In questo modo si favorisce anche la possibilità di creare nuove relazioni creative e quindi città più conviviali. I liberali, per continuare a vendere le merci inutili delle imprese, pensarono di istituire una mancia ai poveri chiamata reddito minimo, al fine di sostenere i consumi; non è un caso che i principali sostenitori di tale iniziativa sono i giganti del web (google, facebook …) che non pagano tasse attraverso l’immorale mondo off-shore. In una società ipertecnologica ove si riducono gli schiavi salariati, le imprese inventano sistemi economici da scaricare agli Stati per auto sostenersi.

Esistono soluzioni?

Certo, esiste sempre una soluzione per uscire dalla recessione innescata da un’ideologia che giunge al termine e da un’industria finanziaria fuori controllo, cioè le banche e il mondo offshore, ma non è una strada breve.

Dobbiamo ripensare i paradigmi culturali della società e delle istituzioni favorendo lo sviluppo di politiche bioeconomiche poiché migliorano la qualità della nostra vita e creano nuova occupazione. E’ determinante riformare il nostro sistema educativo scolastico e universitario introducendo la bioeconomia. E le classi politiche si devono riprendere il ruolo di comando ceduto al famigerato libero mercato, per un motivo molto semplice, è in pericolo la specie umana, non possiamo continuare con la stupidità della crescita continua. L’ideologia neoliberale non contempla una condotta civica, etica e responsabile ma solo l’accumulo del capitale, cioè l’avidità fine a se stessa, cioè il nulla.

E’ grazie alla bioeconomia che possiamo programmare una rinascita dell’economia locale poiché uno degli aspetti economici più importanti è un riequilibrio fra l’eccesso di economie globali e lo sviluppo di modelli autarchici, cioè i cicli si chiudono in ambiti territoriali ristretti consentendo la tutela degli interessi economici delle comunità (politica industriale).

Come cittadini possiamo fare la nostra parte, uscendo dalla patologia degli acquisti compulsivi. Possiamo sviluppare un’autonomia di pensiero critico e avviare percorsi di auto produzione insieme ad altri cittadini, nella sostanza possiamo ridurre la nostra dipendenza dal mercato per aumentare lo spazio della comunità. In parte questo processo sta già accadendo, basti osservare i gruppi di acquisto ma dobbiamo favorire lo sviluppo di imprese sostenibili ove l’obiettivo non è il profitto ma la qualità dei servizi secondo criteri bioeconomici. L’obiettivo della nostra specie non è l’accumulo di capitale ma perseguire virtù e conoscenze per lo sviluppo della spiritualità oltre che quello materiale. Nei Paesi dove il capitalismo ha prodotto i disastri maggiori, le persone si stanno riprendendo spazi democratici per auto determinarsi, basti osservare Detroit fino alla Grecia, e la Spagna. Il limite al cambiamento è posto solo dalle classi dirigenti sia perché inadeguate e sia perché espressione dello status quo.

Attraverso il paradigma bioeconomico potremmo rispettare meglio la Costituzione poiché cancelleremo l’inquinamento e le diseguaglianze, e potremo sviluppare impieghi utili. Ad esempio, esiste un enorme indotto produttivo nelle attività di riuso e riciclo delle materie prime seconde, chiamate rifiuti, ma è indispensabile creare miniere regionali utili a sostegno delle imprese virtuose.

E’ strategico investire nella tutela del patrimonio più importante per la nostra sopravvivenza: il territorio. Solo nei processi di conservazione dei nostri centri storici e nella rigenerazione delle periferie si creano centinaia di migliaia di impieghi utili, così come nel recupero dei piccoli centri rurali e lo sviluppo dell’agricoltura naturale – la sovranità alimentare – e la rilocalizzazione delle attività produttive. Tutto ciò non è più procrastinabile nel tempo poiché buona parte del nostro patrimonio edilizio esistente giunge a fine ciclo vita, così come non è tollerabile non pianificare la prevenzione primaria del dissesto idro-geologico.

E’ fondamentale costruire un piano economico industriale bioeconomico sulle politiche urbane e territoriali costruendo scenari sociali ed economici per i prossimi venti anni. Le aree urbane e i centri rurali sono i luoghi ove si concentra la maggior parte degli abitanti, e l’inerzia politica nei confronti di questi sistemi vitali produce un danno economico incalcolabile.

Queste azioni politiche abbisognano di ingenti investimenti pubblici e privati, e i programmi politici vanno elaborati partendo dall’approccio bioeconomico che ci libera dall’avidità e dagli sprechi, e focalizza l’attenzione sull’obiettivo: migliorare la qualità della nostra vita.

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Avanti popoli

Gli esseri umani indirizzati dalla più grande forza religiosa degli ultimi trecento anni, il capitalismo, continuano a lasciarsi addomesticare per sperimentare percorsi di falsa crescita individuale e regressione culturale collettiva. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite entro il 2030 buona parte della popolazione mondiale vivrà in megalopoli, metropoli, regioni urbane e aree urbane. Il modello culturale predominate è quello economico ove tutto è merce, orientato verso la stupida crescita continua. Tutto ciò nonostante a soli 17 anni si studiano la biologia, la termodinamica e la legge dell’entropia, per la verità tali conoscenze di base sono divulgate solo nei licei; dunque in giovane età scopriamo la fotosintesi clorofilliana, le trasformazioni irreversibili, e banalmente siamo in grado di intuire quanto sia stupido e impossibile per una specie vivente proseguire la propria esistenza distruggendo gli ecosistemi. Le rivoluzioni industriali sono state la conquista di tecnologie sia utili che inutili. Dal punto di vista dei poteri e del controllo sociale ci rendiamo conto che una piccola casta di industriali auto referenziali ha assunto il ruolo di comando e di orientamento delle politiche globali. Questa casta auto referenziale orienta e controlla il complesso sistema di comunicazione e di cattiva educazione influenzando sia tutti i partiti politici e sia le masse degli individui verso l’accumulo di merci inutili. E’ ampiamente noto che diverse organizzazioni sovranazionali finanziate da queste caste di banchieri, manager e industriali perseguono i propri interessi, ed è facile osservare come, prima o poi, i loro indirizzi politici diventano leggi, norme e direttive delle pubbliche istituzioni. E’ altrettanto facile osservare che invece noi cittadini, negli ultimi vent’anni, finora non siamo stati capaci di organizzare e promuovere i nostri legittimi interessi e di trasformarli in consenso politico per costruire una società migliore di questa.

Senza il rispetto delle leggi che ci danno vita (ecologia), siamo stupidamente condannati all’estinzione. Sul pianeta Terra la specie umana è l’unica che ha inventato un complesso sistema convenzionale (monetarismo) e divulgativo innaturale (l’economia neoclassica), che consente a una piccola casta di tenere in schiavitù la maggioranza degli individui, costretti o addomesticati in un sistema di scambio (economia del debito) e di comportamenti irrazionali (pubblicità) e innaturali: consumismo compulsivo, competitività, narcisismo, avidità, egoismo e invidia sociale, mercificazione.

Quando miliardi e miliardi di individui saranno stanziali negli ambienti urbani, l’impatto energivoro degli stili di vita compulsivi all’interno delle megalopoli metterà a rischio la specie umana. Siamo in grado di intuire il nostro destino, e già negli anni ’70 furono pubblicati scenari futuri sugli effetti del capitalismo, poi tali scenari sono stati aggiornati indicando prospettive per ridurre i danni e per tendere a una sostenibilità sociale e ambientale. La maturazione delle nuove tecnologie ci consente di ridurre i danni e offrire prospettive future alle generazioni che verranno; ma questo accadrà solo se nei prossimi anni l’intero sistema istituzionale e culturale sarà riprogrammato secondo la bioeconomia.

La strada per la sopravvivenza delle specie umana passa necessariamente per una decrescita selettiva delle merci, c’è poco da immaginare e discutere, e quindi la sopravvivenza passa per una transizione da stili di vita dannosi a stili di vita sostenibili. Le classi dirigenti politiche, spinte dalla coscienza collettiva dei popoli, dovranno riprendersi una propria autonomia decisionale e colpire le industrie responsabili di questo rischio estinzione, sia programmando una transizione tecnologica per garantire un uso razionale delle risorse limitate e sia programmando investimenti per la rigenerazione dei territori e delle aree urbane ove si concentrerà buona parte della popolazione mondiale.

Il luogo ove cominciare questo cambiamento radicale è proprio la città. Nelle aree urbane si concentrano e si sviluppano le principale relazioni fra individui, e pertanto è d’obbligo concentrare le principale risorse mentali ed economiche nei luoghi ove è necessario sostituire l’uomo economico con le persone, libere e responsabili. Ecco a cosa serve la politica, a determinare programmi che riguardano la polis al fine di vivere in prosperità e in pace.

Le attuali istituzioni pubbliche e private stanno investendo nelle aree urbane ma non secondo precetti realmente sostenibili poiché lo scopo delle imprese è sempre l’aumento dei profitti attraverso la produttività. Negli ultimi dieci anni, in termini di valore di capitalizzazione, la cosiddetta old economy è stata superata dalla new economy finanziaria e internnettiana, entrando di forza nelle stanze della globalizzazione, e orientando gli interessi dell’élite che controlla la Terra. Sono rimasti immutati gli obiettivi bellici per controllare le limitate risorse fossili, così come le attività estrattive legate alle merci delle nuove tecnologie, le sementi, il controllo del cibo, e l’acqua. La morsa sulle risorse che determinano la sopravvivenza umana non viene allentata, e il percorso di privatizzazione del mondo è quasi ultimato.

E’ nelle regioni urbane che le comunità possono e devono unirsi per garantire la propria sopravvivenza ponendo al centro l’interesse generale e costituzionale della tutela dei beni inalienabili, ampliandoli, e individuando aree demaniali da destinare all’uso civico per auto consumo. Sono almeno due le direttrici fondamentali per affrontare una consapevole sopravvivenza della nostra specie: la prima è ripristinare il primato della politica sull’economia, altrimenti, perseverando nel neoliberismo non ci sarebbero più speranza e libertà democratiche, per nessuno. La seconda, è la progressiva uscita dal capitalismo favorendo la bioeconomia, e questo è possibile solo avviando un dibattito pubblico sui nuovi paradigmi culturali condivisi con tutti i popoli che vogliono avviare un sistema di scambio ecologico, e non più di accumulo monetario. E’ implicito che tutto il sistema telematico delle giurisdizioni segrete va abbattuto, così come resi illegali gli strumenti delle scommesse finanziare e riformati il diritto societario e bancario.

Dal basso, cioè fra le persone è importante stimolare la nascita di comunità che decidono di soddisfare alcuni bisogni uscendo dagli scambi monetari per favorire gli scambi reciproci dei beni che non sono merci. E’ necessario favorire processi e percorsi per ogni cittadino che desidera riaffermare lo spazio pubblico e democratico.

E’ nelle regioni urbane che c’è la necessità di conservare il patrimonio storico architettonico e il suo paesaggio, introducendo la bellezza. E’ nelle regioni urbane che c’è la necessità di dare un alloggio al prezzo che giovani coppie possono sostenere, è nelle regioni urbane che bisogna cancellare tutti gli sprechi energetici offrendo l’opportunità delle nuove tecnologie, introducendo nuovi standard e servizi secondo bisogni reali e non secondo i capricci della pubblicità. C’è la necessità di avviare trasferimenti di volumi, riuso e ristrutturazioni urbanistiche ed edilizie favorendo la nascita di nuovi impieghi utili. Nelle regioni urbane è necessario fare bonifiche e riciclare tutti i rifiuti indirizzandoli a progetti di eco-design. C’è la necessità di migliorare il trasporto pubblico con nuove tecnologie e ridurre la mobilità privata, sostituendo le auto con le bici pedelec e i restanti motori a scoppio con quelli elettrici.

Per programmare e finanziare tutte queste azioni politiche è fondamentale trasformare o uscire dall’attuale sistema economico chiamato euro zona poiché tutto l’impianto istituzionale dell’Unione non ha la capacità e la volontà politica di perseguire l’uguaglianza fra i popoli. A meno che di imprevedibili ripensamenti dell’élite europea. Nei pochi anni di sistema SME e della moneta unica, i cosiddetti Paesi periferici hanno danneggiato il proprio patrimonio industriale poiché le forze politiche nazionali, anziché applicare i valori costituzionali, hanno abdicato all’interesse generale e consegnato famiglie e imprese nelle mani diaboliche del famigerato libero mercato, che come tutti sanno, non ha una coscienza civile. Per questo motivo è determinante riaffermare il primato della politica sull’economia e il ripristino di una sovranità nazionale, per promuovere una politica industriale bioeconomica che favorisce la rilocalizzazione delle attività produttive su nuovi paradigmi culturali, e contemporaneamente stabilisce alleanze con altri popoli che riconoscono la necessità di promuovere politiche industriali sostenibili, indipendentemente dal cosiddetto colore politico, ormai etichetta obsoleta e anacronistica. Il vero tema politico è uscire dal neoliberismo della globalizzazione, per favorire una nuova aggregazione culturale, sociale, politica che metta insieme categorie sociali apparentemente divise, secondo le obsolete etichette (divide et impera), ma unite dalla difficile realtà che osserviamo intorno a noi, per ricostruire comunità e Stati, cioè consentire alle persone di scegliere e favorire percorsi di crescita spirituale e materiale. Questo potrà accadere solo applicando i principi e i valori della Costituzione repubblicana, situata al di sopra dei Trattati europei.

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Il coraggio! Gli spagnoli cambiano e noi?

Il 20 dicembre 2015 anche gli spagnoli hanno favorito un partito come Podemos (20% dei voti) [un partito cosiddetto anti sistema], anche senza vincere le elezioni. Il comportamento degli elettori spagnoli rispecchia la crisi dei partiti tradizionali e le scelte austere delle istituzioni nazionali ed europee. L’esito delle urne non crea garanzia di governabilità. La scomposizione del voto decreta la fine del paradigma maggioritario, caratterizzato dal bipolarismo e da un sistema elettorale che premia il partito vincente conferendo maggiori poteri all’esecutivo. Il modello maggioritario è il sistema feudale preferito dagli anglosassoni, ma è stato importato anche dal legislatore Italiano. Negli anni recenti e in diversi Paesi UE, gli elettori distribuiscono i propri voti a una pluralità di soggetti, che non raggiungono quella soglia necessaria per avere la maggioranza parlamentare. In questo contesto politico, il sistema più corretto è quello proporzionale poiché più democratico ma soprattutto spinge i partiti a preferire la democrazia parlamentare per legiferare. In Italia il sistema elettorale era proporzionale, ma l’élite cominciò a influenzare sia l’opinione pubblica e sia i partiti nel cambiare modello, poiché riducendo il numero di politici che partecipano al processo decisionale, le imprese avrebbero avuto maggiore opportunità di controllo sulle decisioni dei Governi e dei Parlamenti. Non è un caso che tutti i media preferiscono il modello maggioritario delle amministrative che crea stabilità nei governi locali. Pochi fanno notare che è semplicemente il modello migliore per favorire la corruzione, in quanto avendo accentrato poteri nelle mani di Presidenti e Sindaci, c’è meno partecipazione e meno trasparenza (imitazione del feudalesimo). Le decisioni più importanti sono prese dai Sindaci in totale autonomia all’insaputa delle proprie maggioranze politiche, che si limitano a schiacciare un bottone nei Consigli, senza conoscere il merito degli atti pubblici. Quando il nostro sistema era proporzionale, i Consigli erano il luogo del conflitto politico, e i partiti erano costretti a formare i propri politici per contendersi il consenso elettorale. Basti osservare i contenuti delle contese, fra gli anni ’50 fino alla fine degli anni ’70, il dibattito politico era molto più accesso e partecipato. La conseguenza fu che nei luoghi ove era maggiore la partecipazione, le comunità seppero tutelare i beni comuni, quando negli anni ’80 ebbe inizio la trasformazione dei partiti italiani, tutti si adeguarono al neoliberismo, ma proprio tutti. Basti osservare la trasformazione del territorio urbanizzato. Oggi buona parte dei politici è più ignorante, infantile e incapace, conta meno in tutti i sensi, perché il legislatore ha ridistribuito poteri e competenze nel solco del pensiero liberale, cioè privatizzando i processi e attribuendo poteri di firma all’apparato burocratico di dirigenti e funzionari. Non è un caso che buona parte dei politici manifesti scarse capacità cognitive, narcisismo, fobie e ossessioni di vario genere, all’élite servono sia ignoranti, idioti, e infantili cioè menti deboli. Dirigenti inseriti nelle istituzioni proprio dall’élite che decide la visione politica delle istituzioni, tutto ciò non è sinonimo di qualità delle decisioni. Basti osservare i bilanci delle Regioni e dei Comuni, e come il diritto privato introdotto in ambito pubblico abbia favorito l’uso della finanza creativa, e come le decisioni degli esecutivi abbiano scaricato i costi dei capricci sulle spalle dei contribuenti, questa è l’economia liberale. Le democrazie liberali tanto decantate nelle letterature di tutto il mondo sono sinonimo di truffa. In una società egoista come la nostra è sembrato facile favorire il modello liberale, altro non è che la somma di tutti gli interessi privati particolari che non corrisponde all’interesse generale, ma un idiotes crede che lo sia. Questo schema esiste sia in ambito locale e sia in ambito nazionale. E’ un modello banale per idiotes per l’appunto; le imprese, rispetto al proprio peso specifico, decidono il burattino da vendere nel mercato politico. Tutti i partiti non sono altro che il polo di attrazione di questi interessi che si contendono l’egemonia e il controllo delle istituzioni. Il peso e la forza di tali interessi si misura col potere finanziario e così le multinazionali dell’informatica, creando profitti dal nulla meglio della “old economy” hanno conquistato il podio del globo. Se vogliamo vedere il volto di chi controlla il mondo, a parte le solite famiglie, è sufficiente accendere internet: google, microsoft, facebook, apple e poi tutti gli altri. Mai come prima nella storia dell’umanità esiste una tale concentrazione di capitali privati nelle mani di pochi che va ben al di là dell’immoralità. Dalle famigerate compagnie del mondo mercantile rinascimentale fino a oggi, il mostro del capitalismo si è evoluto, gli algoritmi delle borse telematiche orientano vizi e capricci, mentre i popoli sono alla fame. La nostra specie è in serio pericolo per l’avidità e l’idiozia di poche persone, ma anche per l’apatia dei popoli.

Il coraggio è una virtù che a noi italiani, in questi decenni, è venuta meno. Siamo bravissimi nel famigerato scarica barile, cioè additare gli altri circa i problemi e le responsabilità che ci riguardano direttamente. Segnali di degenerazione furono ampiamente preconizzati da Pier Paolo Pasolini, il quale spiegò egregiamente gli effetti negativi di una società capitalista, sinonimo di nichilismo; anni dopo Berlinguer scattò una fotografia sui partiti e la questione morale. Abbiamo preferito abbracciare il mostro del capitalismo e delegare il processo decisionale della politica a imprenditori e cialtroni, ignorando completamente il fatto che i politici devono essere formati, autonomi e liberi da conflitti d’interesse. E’ vero che i deliri delle monarchie italiane prima, e del fascismo dopo ci condussero alla guerra, e la conseguente invasione militare dei capitalisti americani ha favorito la degenerazione che osserviamo intorno a noi. E’ altrettanto ragionevole osservare che le attuali e future generazioni non possono pagare per le scelte dei bisnonni. La nostra immaturità ci ha fatto credere che, nella società dei consumi, comprare e vendere merci sarebbe stato sinonimo di libertà. E così abbiamo cancellato la politica dai nostri argomenti di discussione familiare, e l’abbiamo fatto delegando altri attraverso il voto. E’ stata la cosa più facile, secondo schemi mentali irresponsabili e infantili come la simpatia, e così i pochi – delegati – hanno legiferato per sviluppare gli interessi del profitto: vendere, vendere, vendere. In questo schema molto banale: noi italiani abbiamo cercato, egoisticamente, di trarre il nostro vantaggio mettendo in competizione ogni mezzo personale per il profitto. Gli uni contro gli altri. La politica è stata sostituita dal profitto, e come tale abbiamo scelto il becero “tengo famiglia”. Basti osservare come abbiamo costruito le nostre città, dal secondo dopo guerra fino ad oggi, rendendole più brutte e invivibili, tutti a competere sulla rendita immobiliare, facendo danni all’ambiente, alle giovani famiglie che oggi non hanno i denari per comprarsi la casa. L’abbiamo fatto poiché se avessimo usato la parte razionale del nostro cervello, avremmo dovuto compiere un’evoluzione individuale (spirituale e culturale), avremmo dovuto confutare i programmi e l’integrità morale dei politici che ci chiedevano il voto. In una società civile e nelle cosiddette democrazie mature, i cittadini s’impegnano costantemente nella polis. Nei decenni recenti noi italiani abbiamo preferito il disinteresse totale, affidandoci a gruppi ristretti di persone auto referenziali. Il risultato della nostra irresponsabilità è davanti ai nostri occhi ma facciamo finta di non vedere. Sono almeno due gli elementi che hanno governato la nostra inciviltà, sinonimo di stupidità collettiva: l’egoismo e l’ignoranza funzionale. La nostra incapacità di scegliere ha due componenti: l’emotività e l’irrazionalità. L’ignoranza funzionale ci informa del fatto che quasi un italiano su due non comprende ciò che legge. L’altra componente: l’emotiva, è il core business della pubblicità. Partiti, multinazionali, e pubblicità sono la stessa cosa. Psichiatri, psicologi e pubblicitari sono in grado di parlare alle nostre emozioni, alla “pancia”, e condizionarci secondo gli interessi particolari delle imprese. Le loro tecniche sono ampiamente utilizzate da chiunque debba vendere qualcosa: un’auto o un partito, sono la stessa cosa. Se la maggioranza dei cittadini scopre le loro tecniche finisce anche il predominio dei pubblicitari e si incrina ulteriormente il capitalismo. L’instabilità del capitalismo e la fine dell’epoca moderna, aprono spiragli di risveglio delle coscienze addormentate e mostrano l’emergere di forze politiche nuove che attingono ai valori dell’Ottocento, ove le disuguaglianze avevano una manifestazione palese per le gravi condizioni igienico sanitarie, non esistevano i sindacati e lo sfruttamento era chiaro, ma i popoli non erano stati addomesticati dalla scuola e dalla pubblicità. Nell’Occidente a trazione neoliberista, la schiavitù esiste ed ha nomi diversi (posto fisso, precarietà, job act …) e persino un’accettazione sociale (lavorare a qualsiasi condizione e vivere con €1300 al mese). Nel sistema ove tutto è merce, l’élite attraverso la finanza e il sistema offshore accumula risorse sia inventandone dal nulla e sia rubandole contribuendo a togliere speranze di pace e di serenità ai popoli che pagano le tasse. Se il paradigma della nostra società non fosse più il denaro, il castello dell’élite cadrebbe domani mattina; e partendo da questa semplice osservazione, una società veramente civile dovrebbe impegnare risorse mentali su questo: ripensare i paradigmi della società. Le rivendicazioni sociali dei popoli stanno individuando nuovi soggetti politici e stanno scoprendo i valori originari della sinistra, alcuni di questi ponendosi anche il dubbio di superare l’anacronistico divide et impera, il classico schema: “destra e sinistra”. Per l’Italia, Ottocento e Novecento sono stati i secoli della destra cioè l’affermazione del capitalismo, e la sinistra non è stata quasi mai al Governo, e quando l’ha fatto buona parte delle sue decisioni rientravano esattamente nel paradigma materialista e produttivista del capitalismo, illudendosi di poter coniugare i diritti umani con l’avidità e l’egoismo del capitale. La storia è davanti ai nostri occhi, il capitalismo è violenza e prevaricazione, ma siamo stati psico programmati a subire la pubblicità finalizzata a sviluppare il nichilismo e distruggere lo spirito umano. Gli eserciti, le polizie e la magistratura sono stati usati per assecondare il mostro del capitalismo e le malsane teorie neoliberali che governano la globalizzazione, distruggendo gli ecosistemi e schiavizzando la specie umana, trasformata in merce. Nella “cultura” occidentale tutto è merce, e se tutto si può comprare e vendere, si intuisce bene che lo scopo di questo paradigma non è il nostro benessere, non è la felicità, ma garantire potere e controllo ai pochi che lo governano (neofeudalesimo). In questi anni recenti, in diversi Paesi, una parte della cittadinanza attiva sta risvegliando un senso di partecipazione, ma soprattutto rivendica il diritto di cambiare lo status quo poiché le istituzioni non programmano la soluzione dei problemi (tutela degli ecosistemi, uso razionale delle risorse, povertà, disuguaglianze e diritti) ma le leggi che interessano alle multinazionali. Finora nella vecchia Europa, l’unico grande paese che sta facendo da tappo al cambiamento è proprio il nostro. La nostra ignoranza emotiva, la nostra indignazione, e le nostre speranze sono affidate o a soggetti guidati dall’élite o a soggetti non trasparenti e anti democratici, totalmente inaffidabili e incapaci. Nonostante ciò, abbiamo tutto il tempo per capire i nostri errori, e costruire un’alternativa. Dobbiamo darci e farci coraggio sperimentando il dialogo costruttivo. Possiamo cambiare le cose e favorire la rinascita della democrazia partecipativa costruendo concretamente un nuovo soggetto, meritocratico e trasparente, come strumento del cambiamento. E’ necessario formare classe dirigente a servizio dei diritti secondo la visione della bioeconomia. La lezione degli spagnoli è chiara, ci vuole coraggio, autonomia e fiducia in noi stessi per favorire i capaci e i meritevoli. Dovremmo sconfiggere la nostra apatia, l’ignoranza funzionale, mettere da parte l’invidia sociale e sperimentare la democrazia, ancora sconosciuta per buona parte del nostro popolo. Abbiamo l’opportunità di costruire una società migliore, ne abbiamo le conoscenze, ci manca il coraggio e la volontà politica. Tutte le contraddizioni del capitalismo, “crollando” si stanno evidenziando meglio, una dietro l’altra: la mercificazione dell’uomo, la creazione della moneta dal nulla, la finanza “creativa”, il sistema offshore e la crisi del 2008, il sistema del credito, la delocalizzazione delle imprese, l’obsolescenza programmata, l’inquinamento, l’aumento della povertà e le disuguaglianze etc. L’orientamento dell’élite finanziaria e del capitale mondiale, pubblico e privato, è investire nei paesi emergenti. Lavorando su noi stessi possiamo capire tante cose, e sviluppare la creatività per avviare processi di cambiamento che ci consentiranno di raggiungere pace, e serenità, in equilibrio con gli ecosistemi. Dovremmo rivalutare le bellezze del nostro Paese, che nonostante la nostra indifferenza, possiedono un valore straordinario, sono un patrimonio storico architettonico unico al mondo. Dobbiamo imparare a riconoscere la bellezza, la nostra ignoranza impedisce di amare ciò che abbiamo. Possiamo favorire la nascita di organizzazioni e imprese no profit per costruire il cambiamento che sogniamo, in qualunque ambito. In questi giorni, i fatti di cronaca fanno emergere nuovamente aspetti intrinseci al capitalismo: gli istituti di credito non funzionano come dovrebbero. Anche nella gestione del risparmio servono riforme radicali, ma non esiste il soggetto politico che ha il coraggio di attuarle. In generale, non esiste il soggetto politico che ha il coraggio di avviare l’uscita dal capitalismo, pertanto è necessario investire in questa direzione poiché nel sistema in cui viviamo, il pianeta terra, le leggi che governano la nostra esistenza non pensano secondo l’opinione dell’economica, ma secondo un sistema circolare di flussi. L’epoca moderna ha inventato le istituzioni che tutti conoscono, ma queste istituzioni sono obsolete poiché sono figlie del capitalismo e seguono gli interessi del denaro, nonostante i documenti chiamati “Costituzioni” millantino di fare gli interessi dei popoli secondo diritti universali. La realtà è diametralmente opposta al racconto delle carte costituzionali poiché anch’esse hanno favorito il materialismo, ed esiste un baratro fra le parole scritte e il comportamento degli individui poiché l’avidità è legale. L’individualismo dell’epoca moderna guida le scelte politiche, e all’interno di questa società non c’è spazio per la democrazia e libertà, per favorire lo sviluppo umano dei popoli, ma solo la crescita e l’accumulazione del capitale, utilizzato secondo interessi egoistici dell’élite che governa da secoli attraverso la schiavitù, evolutasi col tempo in schiavitù volontaria. Il nostro cervello ha una bella caratteristica: è neuroplastico, pertanto senza il mainstream e la psico programmazione della scuola e delle multinazionali possiamo liberarci facilmente, se lo desideriamo. Possiamo auto riprogrammare la società, dando senso e valore alle promesse scritte nelle carte costituzionali, e cominciare un cammino di autonomia e libertà scoprendo le opportunità delle nuove tecnologie e giungendo alla sovranità alimentare ed energetica. I segnali che vengono dall’estero sono chiari, adesso tocca a noi …  riprendiamoci la dignità politica di costruire un’Italia migliore!!!