Architettura e pianificazione per lo sviluppo umano

Architettura e pianificazione urbana e territoriale sono espressioni di una cultura in divenire che appartengono al sapere tecnico e più in generale all’uomo. Qui, nel meridione d’Italia e in Campania, c’è necessità impellente di una classe dirigente responsabile e civile che riprogrammi politiche pubbliche socialiste finalizzate alla creazione di nuovi impieghi, per contrastare due fenomeni prioritari innescati dalle disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento): l’emigrazione di risorse umane vitali, e il calo demografico favorito proprio dall’assenza di lavoro e dall’assenza di redditi dignitosi. La fragilità economica del Sud è la conseguenza o l’effetto di scelte politiche molto precise: concentrare risorse in un’area (pianura padana) innescando il sottosviluppo in un’altra (il meridione). Qualunque civiltà umana ha usato architettura e pianificazione per porre le basi fisiche dello sviluppo umano, e nell’epoca moderna queste discipline sono usate per rigenerare i territori e la vita stessa degli abitanti, per creare nuove condizioni di civiltà e nuova occupazione utile ma tutelando il patrimonio storico e naturale depauperato da scelte politiche sbagliate, e da una nota e diffusa crisi di tutto l’Occidente condizionato dal paradigma culturale dominante, e cioè il nichilismo capitalista. La Storia dovrebbe insegnarci quanto sia importante l’architettura, ed è sufficiente passeggiare nei nostri centri storici per osservare la bellezza intorno noi, ma questo non basta, è evidente. La realtà economica salernitana è drammaticamente poco dinamica, quasi ferma, per l’assenza di una classe dirigente capace e responsabile, che dovrebbe osservare i fenomeni di degrado con un adeguato filtro culturale e poi proporre soluzioni efficaci. In generale il meridione è penalizzato anche dal pensiero politico dominante, perché è questo che ha creato aree di sottosviluppo e disuguaglianze territoriali. Lo scopo del capitalismo è il profitto fine a sé stesso ma questo si crea mercificando e sfruttando ogni cosa (persone, natura …) trascurando diritti e ambiente, ciò è noto ma è altrettanto sottovalutato da una società, la nostra, ormai annichilita e regredita. La nostra classe dirigente (istituzioni politiche, università, imprese, professionisti …) dovrebbe essere coesa, di fronte ai drammatici problemi che si concentrano al Sud, per programmare investimenti corretti attraverso il filtro culturale della bioeconomia che sa interpretare il territorio e dare risposte concrete ai problemi occupazionali e ambientali. Nel Sistema Locale salernitano c’è una carenza di imprenditori coraggiosi, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, nel senso che sono troppo pochi gli imprenditori illuminati, così come c’è una carenza quantitativa di imprese che possa assorbire la domanda di lavoro degli abitanti.

Hammarby Stoccolma
Il quartiere Hammarby di Stoccolma, coinvolto da un immenso progetto di rigenerazione urbana: 204 ha di superficie territoriale, 25.000 abitanti insediati con una densità abitativa territoriale di 141 ab/ha, e una densità fondiaria di 397 ab/ha. Costo dell’intervento 4,5 miliardi di euro. Il Comune sfrutta il diritto di superficie e sono state coinvolte imprese e cooperative.

Le istituzioni politiche dovrebbero costruire luoghi e spazi per favorire lo sviluppo di attività stimolanti e creative, cioè quelle attività capaci di ripensare le attuali agglomerazioni industriali al fine di offrire, alle generazioni presenti e future, impieghi utili per sé stesse e per il territorio. Cooperare è necessario (anziché competere) al fine di ripensare l’organizzazione territoriale e costruire quei servizi indispensabili per eliminare le disuguaglianze territoriali, consentendo a tutti di scegliersi un percorso di crescita individuale connesso a un impiego dignitosamente retribuito, per svolgere un’esistenza piena e stimolante. Questa dovrebbe essere la normalità, ma l’inciviltà nega diritti essenziali ai meridionali. Dovrebbe essere noto, ma non lo è: il meridione è regolarmente penalizzato dallo Stato poiché non ridistribuisce le risorse della fiscalità generale in maniera equa e saggia, anzi in assenza di una cultura politica socialista non crea investimenti nei territori più deboli, che abbisognano di maggiori risorse degli altri, proprio per eliminare quelle incivili disuguaglianze economiche e sociali create dall’ideologia capitalista liberista e da classi dirigenti inadeguate. Il Sud è il territorio che ha le maggiori potenzialità di creare nuova occupazione utile, per l’alto tasso di disoccupazione e per l’assenza di infrastrutture, di servizi e per la necessità impellente di conservare e recuperare un immenso patrimonio storico-culturale e naturale.

Il mainstream svolge un ruolo distruttivo e pessimistico narrando soprattutto i difetti dei meridionali, costantemente additati, discriminati, fino al punto che taluni meridionali sono convinti della propria condizione di “inferiorità”, poiché si è allevati all’interno di un ambiente autolesionistico condizionato dai media, e persino dal sistema educativo-scolastico. La disuguaglianza, non solo è materiale ma è psicologica. Non so quanti Paesi occidentali abbiano esempi e casi di una disuguaglianza economica programmata così distruttiva e così accanita nei confronti di una sola area geografica, fino a rendere quell’area, depredata e colonizzata (nell’accezione colonialista del termine). Una cultura politica costituzionale può rompere sia gli schemi mentali [autolesionistici] e sia la consuetudine razzista [vedasi il partito della Lega, e la ex DC che creato la disuguaglianza territoriale] che non investe le risorse pubbliche ma le sottrae a chi ne ha diritto (il famigerato calcolo diseguale basato sul criterio della spesa storica e non sui livelli minimi pro-capite).

Noi meridionali dovremmo iniziare da noi stessi e dal territorio. Prima da noi stessi poiché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione del Sud, uscendo da una condizione psicologica inutile e dannosa, e invertire il flusso negativo di giovani laureati verso altri Sistemi Locali, ma questa inversione si realizza dando opportunità a chi le chiede, quindi rimuovendo le disuguaglianze di riconoscimento e favorendo il merito, l’impegno e l’entusiasmo di molti giovani che intendono sperimentare sul campo le proprie conoscenze. Dobbiamo studiare per conoscere meglio e osservare il territorio, per interpretarlo correttamente partendo dall’identità storica, dai valori ambientali e naturali, dall’impiego di tecnologie utili ai nostri scopi e dai luoghi da rigenerare, come del resto accade in molti altri territori, e sta accadendo anche al Sud ma non in tutto il meridione. L’approccio bioeconomico è quello più saggio per osservare i nostri Sistemi locali, le aree urbane estese e quelle rurali, per interpretarli tutti come sistemi metabolici. Osservando e interpretando, possiamo legittimamente costruire un programma politico volto a creare occupazione nuova e utile, attraverso la rigenerazione del nostro ambiente urbano e rurale, e nel farlo possiamo costruire un consenso mirato a cambiare la guida locale dei governi (perché fino ad oggi tale guida ha trascurato le disuguaglianze). Elaborando programmi, piani e progetti possiamo concretamente utilizzare, e direi legittimamente, le risorse pubbliche finora negate a vantaggio di altri territori ma a nostro danno.

I Sistemi Locali capaci di attrarre risorse umane e finanziare usano correttamente architettura e pianificazione, e lo fanno da sempre col meccanismo virtuoso che, nel corso dei decenni, hanno saputo affinare conoscenze e pratiche amministrative gestionali in continua evoluzione innescando una grande competitività. Il cuore di questo meccanismo virtuoso sono le università usate in maniera appropriata e cioè creare conoscenze utili al territorio, e non conoscenze fini a stesse e asfittiche, si tratta di conoscenze e saperi strettamente collegati al profitto, all’utilità sociale e ambientale del territorio. Le università sono collegate alle imprese e viceversa, ma secondo un indirizzo politico istituzionale molto preciso: concentrare ricchezza (risorse umane e finanziarie) sul territorio. Questo meccanismo è talmente sviluppato che i Sistemi Locali più competitivi hanno innescato un processo vizioso e non più virtuoso, poiché favoriscono nuove e maggiori disuguaglianze territoriali a danno dei Sistemi rimasti indietro e condannati alla marginalità, si pensi alle aree rurali. Solo un intervento nazionale può correggere consuetudini viziose e dannose attraverso programmi, piani e progetti nei Sistemi Locali privi di adeguati investimenti pubblici-privati. Il meridione soffre più delle altre aree geografiche poiché è schiacciato dalla notissima disuguaglianza fra Nord contro Sud, ma a questo si aggiunge la competitività negativa fra aree urbane e aree rurali in stato di abbandono, che favorisce anche fenomeni di dissesto idrogeologico. Nel Sud non potrebbe andrebbe peggio, ed è per questo che probabilmente è l’unica area ove ci sono grandi potenzialità, tutt’oggi non sfruttate, per creare lavoro utile cominciando ad applicare la Costituzione (che non è un’opinione ma un obbligo) e costruire questi standard minimi previsti dalle norme e mai costruiti. La normalità sarebbe una rivoluzione.

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Breve storia del consumo di suolo a Salerno

Processi speculativi, forme urbane e città estesa

Per comprendere una “storia” del consumo di suolo [agricolo], è necessario conoscere lo sviluppo storico e le regole giuridiche dell’urbanistica con gli interessi politici ed economici dei ceti sociali più forti, inoltre bisogna riconoscere quali obiettivi legittimi e meno legittimi si celano dietro la crescita fisica delle città. Senza comprendere il capitalismo urbano non si riesce a capire perché cresce l’espansione urbana in Occidente, perché oggi crescono meno (sotto il profilo demografico) i grandi centri mentre i Comuni limitrofi a essi crescono (fisicamente e demograficamente) e si uniscono saldandosi per costituire nuove “città estese”, “reti di città”, “città di città”, e persino “città regione”. In tutto il mondo assistiamo al superamento della popolazione urbana rispetto a quella rurale, e in Asia si saldano fra loro megalopoli di milioni di abitanti. Queste città sono sistemi complessi che chiedono ingenti flussi di energia e materia, creando enormi impatti ambientali, economici e sociali.

La pianificazione urbanistica è l’attività finalizzata all’individuazione delle regole da seguire per l’utilizzazione del territorio allo scopo di consentire un uso corretto e rispondente all’interesse generale. Attraverso i piani regolatori generali, i Consigli comunali regolano lo jus aedificandi (diritto a edificare) cioè incidono sul diritto e sul valore della proprietà pubblica e privata dei suoli e degli immobili; individuano gli standard; determinano la qualità di vita degli abitanti; determinano l’impatto ambientale delle attività antropiche; determinano i servizi sociali e culturali; la sicurezza; l’uso dell’energia e la mobilità. Lo jus aedificandi è slegato dalla proprietà, ed appartiene allo Stato che ne regola l’uso attraverso una concessione: il permesso di costruire. Comprese le regole e i diritti, siamo in grado di individuare le responsabilità politiche circa il governo del territorio: i Consigli regionali che scrivono leggi urbanistiche e soprattutto i Consigli comunali che adottano i piani regolatori generali ma approvati dai Presidenti di Regione.

Dal punto di vista della politica, il consumo di suolo agricolo assurge a tema di discussione pubblica solo negli anni recenti, quando la consapevolezza dello spreco di risorse finite raggiunge un’importanza e una sensibilità popolare; nonostante le contraddizioni del capitalismo fossero note sin dalla sua nascita (Karl Marx), e nonostante la notissima pubblicazione de “Limiti alla crescita” del 1972 (tradotto in italiano in “I limiti dello sviluppo“). Nel 1971 Georgescu-Roegen pubblica la legge dell’entropia nei processi economici, ed evidenzia con calcoli matematici tutti gli errori della funzione di produzione capitalista perché non tiene conto dell’entropia. Georgescu-Roegen crea la bioeconomia, cioè una nuova funzione della produzione basata sui flussi con la possibilità di misurare gli sprechi e i danni ambientali delle attività produttive per eliminarli. Questo approccio consente di osservare le città come sistemi metabolici con flussi di energia e di materia in ingresso e in uscita, ed è questo l’approccio culturale per eliminare anche il consumo di suolo agricolo.

Nonostante l’opportunità di cambiare i paradigmi culturali della società, la classe dirigente dominante aderisce all’ideologia capitalista che vede le città attraverso il filtro esclusivo dell’economia, così tutto diventa merce da comprare e vendere. Le città sono considerate strumenti di accumulazione del profitto privato, e nel farlo si realizzano impatti ambientali a partire dalla prima rivoluzione industriale del ‘700 che impiega le “nuove” tecnologie sfruttando le fonti fossili. Nell‘800 con l’acuirsi dei problemi sanitari e col crescere dell’urbanesimo, nasce la scienza dell’urbanistica (Cerdà, Teoria generale dell’urbanizzazione, 1867) come tecnica per risolvere problemi concreti. I primi suggerimenti nascono dalle utopie socialiste come la città giardino (1898) di Howard, oppure l’approccio pragmatico di Cerdà (piano di Barcellona, 1859) che immagina un’uguaglianza spaziale. La disciplina urbanistica è giovane, e la sua tecnica offre numerosi spunti di riflessione per risolvere i problemi d’igiene urbana innescati dall’industrialismo, basti pensare alla creazione delle reti infrastrutturali dei servizi (reti fognarie, idriche, elettriche, strade). La pianificazione ha evidenti implicazioni economiche e sociali poiché regola l’uso del suolo della proprietà privata e pubblica. Nei processi politici di trasformazione urbana si evidenziano i conflitti determinati dalla rendita, e la soluzione migliore è che sia lo Stato a incassare la rendita fondiaria; si riconosce il fatto che il disegno urbano determina l’economia delle città e degli abitanti. Le implicazioni economiche sono attenzionate dalle classi dirigenti che, spesso, decidono di usare la tecnica urbanistica per esaudire gli interessi della borghesia dominante, piuttosto che favorire l’interesse generale utile allo sviluppo umano creando servizi per tutti i cittadini, eliminando le disuguaglianze e tutelando l’ambiente. Nella gestione della città emergono due approcci opposti: il primo liberale che favorisce il cosiddetto libero mercato e l’altro socialista basato sul ruolo attivo dello Stato e sulla pianificazione.

Il caso paradigmatico di trasformazione urbana che crea enormi vantaggi economici agli investitori, e anche grandi debiti, è quello della Parigi (1852-1870) di Haussmann, e questo approccio di trasformazione farà scuola in tutto l’Occidente, sia sotto il profilo tecnico (diradamenti, allineamenti, rettifili) e sia sotto il profilo finanziario attraverso società ad hoc e investimenti bancari, ma soprattutto attraverso lo sfruttamento della rendita fondiaria e immobiliare. Gli effetti economici della pianificazione urbanistica appaiono chiari ed evidenti, e così dal 1865 il modello Haussmann suggerisce a Monsignor de Mérode di guidare un suo progetto di rinnovamento per Roma, si tratta di un’attività speculativa da lui perseguita acquistando terreni e costruendo edifici e palazzi in vista della conquista di Roma da parte del Regno d’Italia, del nuovo ruolo della capitale d’Italia, che Roma avrebbe assunto e del prevedibile arrivo massiccio di popolazione. Ecco spiegati in pochi passaggi gli interessi privati che hanno come effetto anche il consumo di suolo.

In Europa, nel Novecento, si diffonde l’approccio liberale [keynesiano] ma avrà implicazioni più o meno socialiste, cioè nella maggior parte delle città europee si conserva il ruolo pubblico dello Stato come regolatore degli interessi generali, da un lato le classi dirigenti locali riservano per sé stesse i suoli più appetibili, e dall’altro lato lo Stato promette di costruire abitazioni popolari [Piano Fanfani, 1949 e piano INA-Casa] per tutelare i ceti economicamente più deboli; questo approccio resterà il principale punto di riferimento fino agli anni ’80 del Novecento.

La letteratura classifica tre generazioni di piani in base ai periodi storici: piani di ricostruzione post bellica (anni ’40-‘50), piani dell’espansione (e riformisti) degli anni ’60 e ‘70, e i piani della trasformazione urbana (anni ‘80). Fra i temi di discussione ci sono tutti i problemi principali delle città: il corretto dimensionamento, il recupero, i servizi e l’ambiente. Nel 1933, Il Congresso Internazionale dell’Architettura Moderna produsse la cosiddetta Carta di Atene che individua anche gli standard minimi per un corretto vivere nelle abitazioni e in città. La cultura architettonica e urbanistica internazionale riconosce i problemi delle città e suggerisce soluzioni pratiche per risolverli, ad esempio corretti rapporti fra spazio pubblico e privato, servizi, distanze fra gli edifici, etc. Il Movimento Moderno ha il merito di individuare i problemi e creare soluzioni per le città ma sancisce anche la separazione fra uomo e natura, poiché le sue applicazioni concrete realizzano una “città macchina”, spesso spazi e non più luoghi di senso.

In queste concezioni il consumo di suolo agricolo avrà diverse implicazioni, poiché il corretto dimensionamento dei piani urbanistici è prerogativa determinante per ridurre gli impatti ambientali delle attività antropiche. Gli eccessi dimensionali in direzioni opposte creano inquietudine urbana, ad esempio città troppo dilatate consumo suolo mentre città troppo compatte congestionano e affollano gli spazi urbani.

Alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 del Novecento, l’Occidente intero sceglie l’approccio neoliberista che riduce il ruolo pubblico dello Stato deregolamentando anche la pianificazione urbanistica per favorire la concentrazione capitalista nelle mani degli investitori privati, che orientano le scelte politiche locali secondo scopi precisi. Di fatto, la pianificazione e il disegno urbano perdono di significato.

La crisi ambientale favorita dal capitalismo neoliberista raggiunge livelli insostenibili circa trent’anni fa, mentre continuano scelte contraddittorie fra trasformazioni urbanistiche che aumentano gli spazi di relazione, e trasformazioni urbanistiche condizionate da processi speculativi che distruggono valori e risorse. Le istituzioni politiche assistono in maniera passiva all’esplosione delle città trasformatesi in reti e sistemi di flussi, e costringono gli abitanti e le generazioni presenti e future economicamente più deboli a vivere in spazi urbani degradati e abbandonati. In Italia, i danni per l’assenza della corretta disciplina urbanistica sono realizzati in quasi tutte le città, e ciò accade soprattutto nei centri minori dove c’è carenza di cultura nel ceto politico dominante.

Salerno la forma urbana
Elaborazione personale su Carta Tecnica Regionale.

Nel caso salernitano, la storia urbana insegna che la città attuale, escludendo il centro storico, è costruita fra gli anni ’20 e ’80 col susseguirsi di piani e disegni approvati ma non rispettati, modificati, edulcorati, poiché l’Amministrazione, di volta in volta, asseconda gli interessi particolari della borghesia locale che ha saputo imporre la propria volontà orientando gli scenari progettuali, tutto ciò per indirizzare la rendita fondiaria e immobiliare verso il profitto privato. Nei primi decenni del Novecento sino agli anni ’80, la crescita fisica della città, e quindi il consumo di suolo agricolo è ampiamente giustificato dalla crescita demografica. La popolazione residente salernitana nel 1871 era di appena 27.000 abitanti, nel 1932 arriva a 70.000 abitanti. A questa crescita bisognava rispondere con la costruzione della città e si pose il problema del finanziamento degli interventi.

Salerno, cartografia IGM
Cartografia IGM.

Nel 1910 a Salerno, Enrico Moscati propose la soluzione del problema attraverso l’esproprio generalizzato dei suoli e l’uso del diritto di superficie. In questo modo l’Amministrazione avrebbe potuto usare i suoli e la rendita fondiaria per progettare una città a misura d’uomo, così come immaginarono Donzelli-Cavaccini prima (Piano di ampliamento, 1915) e Camillo Guerra dopo (Piano di ampliamento, 1934). La proposta di Moscati fu ignorata.

Dall’Unità d’Italia al ventennio fascista, e fra le due guerre, l’Amministrazione approva piani regolatori di ampliamento: nel 1915 (Regno d’Italia, Cav. Avv. Francesco Quagliariello) gli ingg. Donzelli-Cavaccini consegnano il piano regolatore del nuovo rione orientale che non sarà rispettato, poi nel 1934 (Comm. Avv. Mario Jannelli, Podestà) l’ing. Camillo Guerra si vede approvato il piano regolatore di ampliamento della città e spostamento della ferrovia, anche questo non sarà realizzato; nel 1936 (Avv. Manlio Serio, Podestà) gli archh. Alberto e Giorgio Calza-Bini si vedono adottato il piano regolatore e di risanamento, e nel 1945 l’arch. Alfredo Scalpelli, vedrà adottato il piano di ricostruzione. Dal secondo dopo guerra si realizzano i piani che consumo maggiormente suolo agricolo.

Nel 1954 (Conte Dott. Lorenzo Salazar, Commissario prefettizio), l’Ufficio Tecnico dell’Amministrazione elabora un vasto programma di fabbricazione che sarà utilizzato per il futuro piano regolatore generale. Infine, il Piano Marconi del 1958 (Sindaco Menna) è lo strumento urbanistico che prevede il maggior consumo agricolo nella storia urbana della città, e raddoppia gli abitanti fino a raggiungere circa 160.000 abitanti. Negli anni ’80 Salerno raggiunge un picco massimo di circa 183.000 abitanti. Nel 2019, il Comune di Salerno ha 133.364 residenti (dati ISTAT).

Lo storia salernitana insegna che i piani, ispirati a un determinato orientamento culturale raffigurano un disegno urbano (una previsione), ma le Amministrazioni politiche possono cambiarne gli indici, alzandoli fino a edulcorare il senso del disegno urbano a favore della massima utilizzazione territoriale. In letteratura, per descrivere una crescita urbana non pianificata correttamente si usano espressioni come interventi individuali e settoriali [processi di urbanizzazione], interventi sconnessi fra loro e non omogenei [al tessuto urbano costituito solitamente da una maglia stradale regolare, organica]. Escludendo l’originale forma del centro storico, la forma urbana della prima espansione moderna è costituita da una fabbricazione chiusa con palazzine allineate alla strada (Corso G. Garibaldi, via Nizza, via dei due Principati, via Dalmazia, via Carmine, via P. De Granita) assumendo una morfologia reticolare, e già in questo sviluppo osserviamo una utilizzazione massima, cioè alti indici urbanistici con carenza dello spazio pubblico e una rete stradale inadeguata ai carichi urbanistici costruiti ed ai flussi esistenti. Il dimensionamento dei piani è, spesso, orientato alla mercificazione dei suoli sia grazie alla deregolamentazione della rendita immobiliare e sia per incassare gli oneri di urbanizzazione, ma nei decenni del Novecento anche se l’attuazione dei piani [salernitani] era fatta male vi era la giustificazione della crescita demografica. Alla fine del millennio la crescita si esaurisce poiché a causa dell’approccio neoliberista chiudono le imprese ed aumenta la povertà, e si sviluppa il fenomeno della gentrificazione che contrae [perdita di residenti] il Comune capoluogo, dimostrando l’errato dimensionamento dei piani più recenti (PUC 2005, variante 2013 e revisione decennale). Questa condotta politica di pianificare espansioni fisiche su errati dimensionamenti dei piani contrasta con i principi della Costituzione e i principi della legge urbanistica nazionale, ed ha effetti diretti sul consumo di suolo agricolo.

La scelta politica di rinunciare alla corretta pianificazione urbanistica e quindi la scelta di deregolamentare la rendita ha in sé un meccanismo politico molto noto, il seme della corruzione morale e materiale poiché il facile accumulo di capitali nelle mani di costruttori e immobiliaristi può favorire sistemi corruttivi. Quanto vale il danno economico della rendita fondiaria? E’ difficile misurare con precisione l’appropriazione della rendita fondiaria ma è stato possibile fare una stima al ribasso, della sola edilizia abitativa (escludendo l’edilizia commerciale, turistica …), aggregando dati ISTAT e Banca d’Italia, e usando le superfici realizzate con la ricostruzione dei prezzi reali delle case e dei terreni. Per l’Italia, è stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19).

Nella letteratura urbanistica il consumo di suolo si misura con la variazione fra crescita dell’area urbanizzata e riduzione dell’area di suolo agricolo, e dal punto di vista meramente quantitativo, attraverso Google è possibile misurare la crescita fisica programmata dai piani approvati. La forma urbana è condizionata dalla complessa orografia del territorio: le colline, il fiume Irno e gli altri corsi d’acqua, e il mare, sono elementi che determinano l’originalità della struttura salernitana, oltreché ovviamente dai piani. Il centro storico salernitano costruito abbarbicato sul colle Bonadies assume una forma organica intricata e compatta a grana grossa che ricorda gli insediamenti islamici, si sviluppa fino alla marina e misura 40,5 ettari; la prima espansione moderna misura 98,6 ettari (piano Donzelli-Cavaccini, 1915) cioè quella che si riferisce al Corso G. Garibaldi, via Dalmazia, via Nizza, via dei due Principati, e costituisce una forma compatta con tessuto reticolare. Il piano Calza-Bini (1936) programma una crescita di 177, 8 ettari circa; e il famigerato piano Marconi pianifica un’espansione di 396,9 ettari (dalla misura sono escluse le aree produttive e industriali). Calza-Bini (1936), Scalpelli (1945) e Marconi (1958), sono i piani che costruiscono la città che viviamo oggi, compresi i processi speculativi sulle colline, così come la zona orientale di seconda espansione – Torrione, Pastena, Mercatello – dove troviamo le forme aperte prive di una maglia urbana regolare, ciò compromette l’aggregato edilizio per il fenomeno della disomogeneità. Le recenti espansioni, realizzate dagli anni 90 ad oggi hanno consumato circa 115,51 ettari (solo quelle costruite poiché mancano quelle pianificate), e tutte queste lottizzazioni sono nelle aree periferiche, periurbane, rururbane e contigue alle aree produttive e industriali (Matierno, San Leonardo, Fuorni, Stadio Arechi, Sant’Eustacchio, colline di Brignano, Masso della Signora, e Giovi). Sono tutte espansioni non integrate nel tessuto urbano esistente.

Salerno dispersione urbana
Salerno, interventi di edilizia (anni ’60 – ’10) pubblica e privata localizzati in periferia e sulle colline, spesso non integrati nell’agglomerato urbano esistente (dispersione urbana).

La misura precisa di come fu costruita la città venne accertata nel 1974 da progettisti incaricati dal Comune, e divenne nota a tutti quando consegnarono lo “Studio preliminare” che misurò la carenza di servizi minimi nella “Relazione dell’elaborato intermedio” del 1979. Lo studio misurò lo standard esistente di Salerno in 1,37 mq/ab (la vecchia legge regionale del 1977 prescriveva 30 mq/ab), e una densità di 987 ab/ha in zone del centro (piano Calza-Bini, 1936) quando la manualistica prescrive 300 ab/ha; pertanto i progettisti salernitani suggerirono il riequilibrio dei servizi sia per l’area occidentale (centro) che per quella orientale (periferia). Lo studio suggeriva di riflettere se fosse corretto espandere o meno la città, ma prima di tutto decongestionare la città stessa ed «abbassare gli indici di fabbricabilità delle zone non ancora edificate» per avere un rapporto migliore fra abitanti insediati e attrezzature di servizio.

Salerno città della rendita 02
Salerno, zona Carmine.
Salerno città della rendita 01
Salerno, Pastena e Mercatello; il fenomeno della disomogeneità dell’aggregato edilizio.

Dal punto di vista della cultura urbanistica, i piani che hanno costruito fisicamente la città (Calza-Bini e Marconi) sono lo specchio dell’isolamento culturale del regime fascista che scartò idee e disegni tipici delle utopie socialiste, dalla garden city (Donzelli-Cavaccini) alla città a misura d’uomo progettata secondo la composizione dell’unità di vicinato (Neighborhood Unit). Salerno vive due contraddizioni: una città compatta [elevato indice di accentramento della popolazione residente (0,98) e un’elevata densità di abitazioni totali] che favorisce relazioni di prossimità ma estremamente affollata, congestionata e senza servizi, ed un’alta dispersione urbana sulle colline, altrettanto prive di servizi; si tratta del peggior consumo di suolo poiché è stato distrutto un patrimonio naturale che crea inquietudine urbana e inquinamento. Alti valori degli indici di accentramento e densità di abitazioni indicano affollamento e un probabile degrado, considerando anche il fatto che il 61% degli occupati vive e lavora nell’area urbana appesantita e addensata dagli spostamenti giornalieri del pendolarismo in ingresso.

Salerno Copenaghen
Confronto fra un insediamento intenzionale e un aggregato edilizio spontaneo e disomogeneo.

Sotto il profilo del consumo di suolo bisogna riconoscere che i piani Calza-Bini e Marconi hanno costruito una città eccessivamente compatta, congestionata, e che pertanto la corretta composizione urbanistica suggerisce di ridistribuire i carichi, di fatto consumando altro suolo. Nel caso salernitano, il problema del consumo si può risolvere solo osservando attentamente la nuova struttura urbana estesa attraverso un censimento delle aree già urbanizzate ma abbandonate; perché sono queste le superfici che possono essere interessante da trasferimenti di volumi volti ad abbassare i carichi nelle zone consolidate, e disegnare nuove urbanità.

Dal punto di vista economico e sociologico, i cittadini pagano il danno degli interessi privati particolari contro l’interesse generale e quindi l’assenza di un corretto disegno urbano capace di organizzare lo spazio pubblico per favorire standard minimi come il verde di quartiere, parcheggi, e servizi culturali necessari per lo sviluppo umano. Osservando la storia cittadina, i problemi urbani ed edilizi di Salerno appaiono come una costante discussione politica ma inconcludente perché la classe dirigente non ha il coraggio di adottare soluzioni radicali ma corrette, come ad esempio la rigenerazione urbana bioeconomica. A partire dagli anni ’20 si parla di diradamento edilizio e recupero nel centro storico, fino al 1974 quando a Salerno si svolge il “Convegno Nazionale sulla politica dell’intervento pubblico nei centri storici del Mezzogiorno” dedicando ampio spazio all’opportunità dei programmi di recupero urbano, e denunciando «la crescita disordinata e sregolata del tessuto urbano», così la denuncia della «distruzione di una zona urbana di notevole importanza» e l’abbandono dei giardini nel centro storico, così denunciò Roberto Napoli, Presidente dell’Associazione Risanamento Centro Storico, che sperava e auspicava una partecipazione popolare.

A seguito del DM 1444/68, il 30 luglio 1971 il Comune di Salerno stabilì di individuare degli incarichi per i piani particolareggiati di esecuzione, poi con la delibera n. 203 del 29/09/1972 (Sindaco Russo) l’affidamento ai progettisti salernitani i quali produssero studi, indagini e individuarono la strategia per il recupero degli standard e l’individuazione delle zone omogenee. Nel 1978 (Sindaco Ravera) con delibera n.139 e n.140, lette le analisi consegnate, si decise di adeguare il vecchio PRG Marconi (Sindaco Menna) ritenuto dannoso ed obsoleto; poi si arriva al 1980 (Sindaco D’Aniello) per deliberare la nascita dell’ufficio di Piano, ed in fine nel 1983 (Sindaco Clarizia) ove il Comune cambiò rotta. In questi passaggi emerge tutta l’incapacità e la cattiva fede dei politici che volutamente non decidevano e prendevano tempo per consentire alle lobbies delle costruzioni, i proprietari di terreni di edificare nel peggiore dei modi e produrre altre rendite, mentre i tecnici nei loro rapporti segnalarono il fatto che l’inerzia politica consentiva l’edificazione prevista da un piano regolatore inadeguato e dannoso, e che il procrastinare nel tempo della corretta decisione aumentava il danno ambientale e sociale della città; mentre i tecnici progettavano soluzioni è accaduto che i politici consapevoli di ciò consentivano al capitalismo liberale di distruggere il bene comune recando danno alle future generazioni, cioè la nostra.

La legge urbanistica nazionale risale al 1942 mentre il DM 1444/68 collegato ad essa descrive chiaramente gli indirizzi della pianificazione. Una delle grandi virtù della legislazione urbanistica italiana, tutt’ora in vigore è, prima di tutto, il principio dell’uso sociale dei suoli (l’interesse generale) e poi i famosi limiti inderogabili di densità edilizia, di altezze e di distanza per le zone A e B, che evitano le famigerate speculazioni edilizie. Ad esempio, per le zone consolidate uno degli obiettivi chiaramente enunciati nel DM 1444/68 è il decongestionamento, ma a Salerno sono stati approvati piani attuativi che fanno l’opposto, aumentano i carichi urbanistici favorendo nuovi congestionamenti nelle zone consolidate, già prive di standard minimi. Ancora oggi servirebbe un diradamento edilizio nelle zone consolidate costruite dai processi speculativi al fine di recuperare standard minimi mancanti, ma l’Amministrazione trascura la corretta disciplina urbanistica, così come fra gli anni ’30 e gli anni ’80 si scelse di realizzare piani edilizi speculativi che favorirono gli interessi dei costruttori a danno della collettività. Dal 1981 al 2011 Salerno perde il 18,4% dei residenti, ma continua l’espansione fisica della città. Il fenomeno della contrazione è innescato dal capitalismo perché la globalizzazione neoliberista favorisce le agglomerazioni industriali nei paesi emergenti e nell’Asia. La classe dirigente locale assiste al fenomeno senza pensare un nuovo piano, e così il Comune centroide decresce mentre quelli limitrofi crescono fino a saldarsi fra loro e con Salerno: nasce la città estesa salernitana nell’inerzia e nell’indifferenza totale del ceto politico. I salernitani della nuova struttura urbana vivono e consumano un territorio di area vasta, ma non esiste né l’Amministrazione che lo amministra efficacemente e né un corretto piano circa il governo del territorio, ad esempio un piano intercomunale bioeconomico.

L’ambito identitario salernitano ha la seguente forma insediativa: l’area di gravitazione urbana costituita dal capoluogo, con l’unità di paesaggio “area urbana di Salerno” e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata “Pendici occidentali dei Picentini”. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio “Valle dell’Irno” con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rururbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud: la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio “Piana del Sele”, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle Piana nell’unità di paesaggio “fluviale del Picentino”, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rururbani inseriti nell’unità di paesaggio dei “Picentini”: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Salerno area urbana estesa
Salerno e le sue conurbazioni.

La città salernitana estesa ha assunto una forma insediativa reticolare e rizomica dei filamenti di natura endogena, dando vita a rigonfiamenti, e ispessimenti lineari e collinari pluridirezionali favorendo un’urbanizzazione dilatata che produce dispersione (sprawl urbano) e consumo di suolo agricolo.

Salerno città estesa

Da alcuni anni l’ISTAT riconosce e osserva i Sistemi Locali del Lavoro (SLL), cioè aree funzionali caratterizzate dal pendolarismo quotidiano degli abitanti casa/lavoro. Il SLL salernitano è costituito da 17 Comuni, e nel 2015 all’interno del rapporto La nuova geografia dei Sistemi Locali, l’ISTAT descrive anche il consumo di suolo interno a queste aree funzionali affermando che «le forme e la consistenza dello sviluppo urbano, spesso non sufficientemente governato, si traducono in ampie parti del territorio in consistente consumo di suolo», e il SLL salernitano è classificato con un’incidenza di massima pressione, cioè il valore più alto. All’interno del SLL salernitano vi è la struttura urbana estesa costituita da 11 Comuni con una popolazione complessiva di 302.388 abitanti su un’estensione territoriale di 272,4 Km2.

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Consumo di suolo nella città estesa salernitana, fonte ISPRA.

Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò significa che al consumo di suolo agricolo del comune salernitano si aggiunge il consumo di suolo agricolo dei centri minori, quella che da circa venticinque anni è la saldatura fisica dei comuni fra loro stessi. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano. La risposta concreta allo “stop del consumo di suolo” è il cambio di scala amministrativa per adottare un unico piano urbanistico intercomunale rispetto alla nuova struttura costituita dagli 11 comuni saldati fra loro, e quindi compiere il censimento di tutte le aree abbandonate e sottoutilizzare (evitando nuove espansioni) per adottare un disegno urbano con caratteristiche bioeconomiche, cioè rigenerare il patrimonio edilizio esistente e dimensionare i servizi dei circa 300 mila salernitani (11 comuni).

Coesistono diversi fenomeni trascurati dal ceto politico: la marginalità economica (aumento della povertà) e l’emigrazione dei laureati, così come l’autoferenzialità della classe dirigente locale che mette in atto la disuguaglianza di riconoscimento, la stessa che favorisce l’espulsione sociale dei meritevoli e dei capaci verso sistemi locali più produttivi. Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a sé stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale. Il quadro di conoscenza del territorio e le patologie innescate dall’ideologia liberista rappresentano i temi di partenza per rigenerare il territorio e quindi arrestare il consumo di suolo agricolo: la risorsa non rinnovabile che consente di alimentarci e di vivere.

Nel 2006 la Commissione europea adotta una “Strategia generale per la protezione del suolo” caratterizzata dai princìpi guida della prevenzione, conservazione, recupero e ripristino della funzionalità del suolo, ma nel 2014 viene ritirata. Il legislatore italiano propone disegno di legge 86/2018 “Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo nonché delega al Governo in materia di rigenerazione delle aree urbane degradate” in corso d’esame presso la Commissione, e il disegno di legge 164/2018 “Disposizioni per l’arresto del consumo di suolo, di riuso del suolo edificato e per la tutela del paesaggio”. Ad oggi, l’unico modo per fermare processi auto distruttivi del territorio è quello di cambiare i paradigmi culturali della società approdando su un nuovo piano culturale, per pianificare con l’approccio territorialista bioregioni urbane e piani regolatori che non prevedono nuove espansioni.

Salerno prima e dopo

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La scommessa della rigenerazione urbana bioeconomica

Negli attuali processi di trasformazione urbana non esistono piani attuativi rigenerativi bioeconomici mentre tutta la letteratura urbanistica europea, da circa venticinque anni, pubblica esempi più o meno “sostenibili”. In Italia, nessuno o pochissimi di questi casi, si occupa di stimolare processi dentro le zone consolidate ma in quelle periferiche, suburbane e rururbane. Il fatto che in Italia ci siano pochissimi esempi di vera rigenerazione urbana dipende da due condizioni: una è di carattere economica, perché trasferimenti di volumi e demolizioni/ricostruzioni sono interventi costosi, e l’altra è di carattere politico perché nel nostro Paese ha prevalso, più degli altri, la religione neoliberista del famigerato libero mercato che ha favorito la borghesia locale costruendo la propria fortuna su una vera e propria usurpazione, ed oggi vive e si arricchisse di rendite parassitarie indirizzando le scelte localizzative dei piani regolatori generali. In questo modo, a partire dagli anni ’50, si è radicata una consuetudine politico-amministrativa viziosa e degenerata che giustifica la privatizzazione dei processi politici, mentre le aree economiche più marginali non sono in grado di “assorbire” l’offerta edilizia. La famigerata urbanistica contrattata ha distrutto il libero mercato urbano, oggi controllato da pochi soggetti economicamente molto forti, e buona parte delle imprese è esclusa dalle reali opportunità che il capitalismo urbano consentirebbe, se fosse garantito da un reale coordinamento dell’Ente pubblico. Il contesto attuale è molto simile al capitalismo feudale: uno Stato che non interviene per garantire uguaglianza di diritti, soprattutto per i ceti più deboli, e un’élite ristretta, molto più ricca di prima che decide per tutti e continua ad accumulare sfruttando le scelte politiche sbagliate deliberate dai Consigli comunali.

Nella consuetudine attuale non esistono imprese che possono prendersi il rischio di pagare i costi di demolizioni e ricostruzioni che poi finirebbero scaricarti sul mercato. L’assenza di efficaci strumenti finanziari dello Stato pensati per la rigenerazione bioeconomica nel mercato urbano sfavorisce progetti rigenerativi virtuosi (attenti al sociale e all’ambiente) e così è difficile ritrovare esempi di vere e proprie rigenerazioni urbane, e quindi spesso si realizzano riqualificazioni che consistono in progetti di nuove lottizzazioni in aree piccole, a volte già urbanizzate ma “libere”, cioè di riuso di aree ex-produttive.

La scommessa italiana più interessante e più intelligente riguarda le ex periferie costruite fra gli anni ’40-’80, cioè concentrarsi sugli attuali quartieri mal costruiti dai processi speculativi, ove esistono le disuguaglianze sociali ed economiche, e dove mancano ancora gli standard minimi previsti dalle norme. In queste periferie non c’è qualità urbana, e c’è la peggiore merce edilizia dal punto di vista sismico ed energetico. Nelle nostre città estese, esistono numerosi casi di zone urbane consolidate mal costruite costituite con agglomerazioni di edifici che non rappresentano quartieri, tessuti, ma aggregazioni disomogenee (alti carichi urbanistici e affollamento) e compromesse. Nelle ex-periferie spesso riscontriamo grandi squilibri causati dai carichi urbanistici eccessivi che non consentono un adeguato svolgimento della vita urbana, perché c’è assenza o carenza di spazi e luoghi pubblici (assenza/carenza di verde pubblico, assenza di strutture culturali), perché la viabilità non è funzionale agli scopi urbani (strade strette, assenza di parcheggi e assenza di piste ciclabili), e perché in queste aree si concentrano numerosi disagi sociali, economici e ambientali.

In questi ambiti bisogna avere il coraggio di investire programmi, piani e progetti capaci di affrontare temi complessi ma che possono essere discussi pubblicamente con competenza ed efficacia per restituire nuove opportunità di sviluppo umano agli abitanti, oggi condannati alla marginalità economica e sociale. Il meridione d’Italia è senza dubbio l’area geografica ed economica maggiormente interessata dalle disuguaglianze territoriali, anche se problemi analoghi, con intensità minori, si riscontrano anche nei grandi centri urbani del Nord, pertanto il focus va posto sulle città estese ove proporre i principali cambiamenti anche in rapporto con le aree rurali e i piccoli centri urbani.

Il paradigma urbano da ribaltare è quello della famigerata rendita, perché deve smettere di essere il motore delle trasformazioni urbane, e quindi è necessario liberare il disegno da questo ricatto al fine di riprogettare lo spazio pubblico e ridimensionare i servizi collettivi per le città estese. I cittadini devono assumere il ruolo di committenti della rigenerazione urbana bioeconomica ma con nuovi criteri valutativi di piani e di progetti; si tratta proprio di criteri bioeconomici che realizzano il metabolismo urbano, e tengono conto degli impatti sociali e ambientali degli interventi previsti, senza compromettere l’equilibrio economico degli investimenti. Non è più il mero profitto privato che giudica la realizzabilità della trasformazione urbana, ma i risultati attesi in termini sociali e ambientali perché questi qualificano il progetto, e queste condizioni possono migliorare l’ambiente urbano compromesso durante gli anni della speculazione edilizia. Oltre ciò, ovviamente, c’è un dato tecnico da saper valutare, e cioè la nuova morfologia urbana, il nuovo scenario capace di ridistribuire le densità e i servizi (scuole, biblioteche, teatri, centri di ricerca …) al fine di migliorare la vita degli abitanti sfruttando le migliori tecnologie nel settore energetico e per la mobilità intelligente, sempre più stimolata dall’uso delle biciclette integrate con il trasporto pubblico.

Qui sotto un esempio paradigmatico di “caso impossibile” estratto dalla mia tesi di laurea. Il progetto propone scenari rigenerativi possibili in un’area consolidata – Pastena Torrione – molto compromessa. Gli scenari si pongono obiettivi per migliorare la forma urbana esistente, recuperano standard mancanti, trasferiscono volumi, costruiscono servizi e realizzano una nuova urbanità. L’esempio dimostra che, a seguito di un’analisi approfondita dell’esistente poiché il progetto è nell’analisi, ed è comunque possibile progettare servizi mancanti aumentando le dotazioni standard esistenti e offrendo opportunità di sviluppo umano raggiungendo obiettivi di sostenibilità e comfort urbano.

Il progetto interviene dentro la città consolidata, nell’aggregato[1] urbano costruito dagli anni ’40 fino agli anni ’80 nei quartieri Pastena, Torrione, Picarielli e Italia, in un’area di 54 ha con una popolazione teorica insediata di 16.000 abitanti, e si pone l’obiettivo di rigenerarlo in tessuto[2] urbano. Questo caso di rigenerazione urbana non interviene né nel centro storico e né in un’area industriale dismessa, ma in un’area consolidata.

L’analisi dell’organismo urbano[3] preso in esame ha evidenziato diverse carenze e criticità. Si tratta di un agglomerato privo di una maglia stradale regolare, che avrebbe favorito l’uso flessibile dello spazio. L’analisi ha rilevato la carenza di standard minimi; non è presente un sistema di spazi pubblici con arredi urbani, non ci sono aree verdi attrezzate e fruibili (con l’unica eccezione dei piccoli giardini di Villa Carrara), non ci sono percorsi ciclabili. La trama urbana è frammentata con scarsa accessibilità; costituita da agglomerati scompaginati nei quali sono accostati espansioni recenti e passate. Fra alcuni comparti non c’è complementarietà, e persino l’assenza di collegamenti. C’è un’eccessiva densità di volumi[4] in diversi comparti, il più alto è nel comparto 12 (Lungomare Colombo, ed. privata) quello più densamente popolato e con carenza di standard di quartiere. Dal punto di vista della sostenibilità sociale, ambientale e urbanistica, il progetto riutilizza aree abbandonate e dismesse; favorisce la tipologia mista delle destinazioni d’uso degli edifici, prevede nuovi servizi culturali e sociali, e collega gli edifici a una rete intelligente di energia inserita nei sottoservizi.

Il progetto urbano ruota intorno a due elementi qualificanti della rigenerazione e del concetto di urbanità[5]: il suolo[6] e lo spazio pubblico, tant’è che grazie all’apertura di una nuova strada si realizzano nuovi nodi e si risolvono problemi di isolamento, stimolando vitalità e mobilità dolce, e grazie alle tecniche di densificazione e le demolizioni selettive si realizzano servizi culturali, sociali, spazi aperti e verde pubblico creando nuovi punti di riferimento. Il progetto incrementa i beni relazionali, moltiplicando luoghi di convivenza, aumenta la dotazione di aree verdi per mitigare il clima e contrastare l’isola di calore.

L’agglomerazione delle attività previste dal progetto trasformano la struttura urbana della città conferendole una struttura policentrica (multipolare). Il quadro di conoscenza fornisce le indicazioni progettuali e individua le regole per le possibili trasformazioni urbanistiche, seguendo principi di bellezza e decoro urbano, e di conservazione di taluni aggregati edilizi esistenti.

Il progetto indica scenari progettuali, ossia master plan, suggerendo una morfologia urbana con le seguenti caratteristiche: trasformazione urbanistica; riconnessione della trama urbana e degli spazi residuali; nuove scene urbane; conservazione; riattamento; mixité funzionale e sociale; riequilibrio fra lo spazio pubblico e privato attraverso trasferimenti volumetrici senza consumare suolo agricolo; risposta alla domanda di bisogni dei cittadini coinvolti nella sperimentazione di pianificazione partecipata attraverso il questionario ideato da Kevin Lynch; cancellazione degli sprechi e auto sufficienza energetica; e “città rurale”.

L’approccio progettuale presenta scenari possibili che mirano a valorizzare le preesistenze e ad “aggiustare” un contesto di partenza complicato e difficile per la cattiva crescita urbanistica degli aggregati edilizi conseguenza della speculazione immobiliare, osservabile in taluni comparti dell’area di intervento. All’eccessivo e cattivo sfruttamento dei suoli si prevede il riequilibrio delle densità col diradamento dell’edilizia privata desueta, e si favorisce il recupero degli standard minimi mancanti. L’approccio ha l’ambizione di mostrare un modello che se fosse applicato impedisce l’aumento della dispersione urbana (sprawl).

[1] È un termine generico che indica un insieme di edifici.
[2] «Il tessuto è il concetto di coesistenza di più edifici, presente nella mente di chi vi costruisce anteriormente all’atto di costruire, a livello di coscienza spontanea, come portato civile dell’esperienza di mettere insieme più edifici» (Caniggia & Maffei, Op. Cit., 2008, pag. 129).
[3] L’analisi diretta è stata svolta individuando 12 comparti omogenei al fine di misurare tutti i dati e gli indici urbanistici (densità, standard, superficie coperta, indici di utilizzazione).
[4] L’analisi diretta ha rilevato indici di fabbricabilità fondiaria (If=V/Sf) di 10,14 nel comparto 12 (Lungomare Colombo), di 9,57 nel comparto 4 (case alluvionati, INA Casa), di 9,02 nel comparto 7 (via Tesauro), di 8,70 nel comparto 6 (via M. Ungheresi) e di 7,81 nel comparto 9 (via C. Guerdile). La densità massima prevista dal DM 1444/68 è di 6 mc/mq.
[5] Il concetto di urbanità è costituito da suolo, fronte urbano e spazio.
[6] Dietro al concetto di suolo ci sono molti riferimenti, non solo al supporto fisico, alla sua fisicità (l’orografia del suolo) ma anche alla percezione, alla forma dell’architettura costruita sopra al suolo (l’appoggiarsi al suolo), la conformazione degli spazi aperti, alla percorrenza, ai materiali usati e alle relazioni. L’immagine urbana percepita è costituita da rapporti e relazioni dello spazio pubblico con l’architettura e, nello specifico il linguaggio dei fronti urbani, poiché crea l’immagine percepita dall’osservatore insieme agli spazi aperti, ai colori dei materiali.

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Fermare il consumo di suolo a Salerno

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ISPRA Geoviewer, consumo di suolo nella città estesa salernitana.

Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò è accaduto anche nell’area salernitana. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano; mentre la crescita demografica nei comuni limitrofi al centroide ha pianificato nuove lottizzazioni ma spesso non inserite nella struttura urbana, favorendo un’alta dispersione urbana. Una gravissima dispersione (sprawl urbano) è nei territori di Cava dè Tirreni e Nocera (qui troviamo il contrasto analogo al comune di Salerno: concentrazione e dispersione), poi i comuni della valle dell’Irno, e altre dispersioni sono nelle conurbazioni a Sud di Salerno (Giffoni e Montecorvino).

Com’è possibile fermare il consumo di suolo agricolo? Eliminando le aree di espansione urbana negli strumenti urbanistici ma utilizzando quelle già urbanizzate, e nell’area urbana salernitana è possibile censire tutte le zone sottoutilizzate e abbandonate. Tutt’oggi manca la visione culturale e politica circa un corretto governo del territorio che riconosce la struttura urbana estesa e adotta l’approccio del matabolismo (bioeconomia). Sindaci e Consigli comunali dovrebbero creare un ufficio di piano ad hoc per coordinare e avviare lo studio di un piano urbanistico intercomunale che dimensiona correttamente i servizi per circa 300 mila abitanti salernitani. I Consiglieri comunali hanno trascurato questa opportunità di un piano intercomunale capace di rigenerazione l’intero territorio per recuperare gli standard mancanti usando correttamente volumi abbandonati e le aree sottoutilizzate, evitando di consumare suolo agricolo.

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Elaborazione personale su dati ISPRA, 2017.

La città estesa salernitana si connota per le per proprie caratteristiche territoriali e infrastrutturali ed è necessario adottare un piano per correggere gli errori della mentalità capitalistica che ha condizionato le scelte politiche locali, finora incapaci di leggere attentamente i fenomeni e stimolare nuove opportunità di impiego per le persone, costrette ad emigrare e vivere un’agglomerazione urbana che volge al suo fine ciclo vita. Alcune scelte hanno realizzato interventi di riqualificazione, mentre altre di mera speculazione edilizia dentro le zone consolidate, e infine l’ambiente costruito è lasciato all’abbandono con l’aumento del rischio sismico per l’età degli edifici. Avendo una visione bioeconomica per la “città estesa” possiamo migliorare la vita degli abitanti e programmare il riuso, il riutilizzato, la rifunzionalizzazione degli edifici, con l’inserimento di attività e funzioni finora mancanti dentro la struttura urbana. Coesistono diversi fenomeni trascurati dal ceto politico: la marginalità economica (aumento della povertà) e l’emigrazione dei laureati, così come l’autoferenzialità della classe dirigente locale che mette in atto la disuguaglianza di riconoscimento, la stessa che favorisce l’espulsione sociale dei meritevoli e dei capaci verso sistemi locali più produttivi. Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. La disuguaglianza territoriale fra Sistemi Locali è evidente ma è responsabilità sia dello Stato e sia di Sindaci e Consiglieri comunali, inadeguati rispetto ai valori della Costituzione. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a se stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale. Il piano può adottare tecniche anti-sprawl negli interventi di rigenerazione urbana.

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presentazione tesi Salerno 07
Elaborazione personale su dati ISTAT e Ptcp 2012.

Riempire il vuoto

Nel mondo della politica esiste un enorme vuoto culturale lasciato dal partito comunista. Nella degenerazione generale dettata dal pensiero dominante neoliberista, in Italia non esiste più un soggetto politico che contrasta ingiustizie e disuguaglianze. Dall’auto dissoluzione del PCI ad oggi, quel vuoto è riempito dal nulla, cioè da soggetti politici a dir poco inqualificabili e incapaci. La contraddizione più incivile e dannosa, probabilmente, sta nel fatto che la società globalizzata e tecnologicamente avanzata è molto più complessa rispetto a trent’anni, e pertanto richiede una classe dirigente molto più competente. La maggioranza dei cittadini ed i partiti non richiedono maggiori capacità culturali e saggezza, mentre lo spettacolo mediatico si è fuso coi politicanti restituendo una commedia grottesca e incivile, ove i capi più simpatici ricevono consensi e attenzioni, mentre i problemi reali del Paese restano insoluti e peggiorano col trascorrere degli anni (disuguaglianze, aree urbane e rurali, rischio sismico e idrogeologico, patrimonio, lavoro, ambiente, qualità della vita…). In questa enorme inciviltà, c’è un’area geografica che sta peggio delle altre, ed è notoriamente il Sud dove le risorse umane fuggono per la ricerca di un impiego, e scelgono la pianura padana o l’estero, per studiare e lavorare. Da molti decenni, è in atto una sottile e “nascosta” guerra economica che crea ricchezza attraverso le disuguaglianze programmate dallo stesso Stato, perché attribuisce maggiori risorse a chi ha di più per sottrarle ad altre comunità. Secondo lo Stato un cittadino emiliano merita più risorse pro-capite di un cittadino calabrese.

In questo contesto a dir poco drammatico, è fondamentale applicare un semplice principio di giustizia sociale sancito dalla Costituzione, e così l’evoluzione del Sud diventa priorità politica restituendo e programmando le risorse dovute. I meridionali dovrebbero indignarsi, e avere coscienza di sé e dell’immorale rapina realizzata dallo Stato ma sostenuta da soggetti politici pubblicamente anti-meridionali, non solo la Lega ma anche chi l’ha legittimata, e cioè Berlusconi con Forza Italia, Di Maio e il M5S; mentre esiste da decenni una corrente leghista fra gli ex DS e poi PD. In buona sostanza la rapina al Sud è stata possibile grazie al partito trasversale dei padani e con l’inerzia dei politicanti meridionali.

Raggiunta la coscienza di classe dei meridionali, le persone dovrebbero stimolare la nascita di pensatoi per progettare la rinascita del Sud, e lo stesso dovrebbe accadere fra il ceto politico più agiato e privilegiato poiché un Sud che perde abitanti è un danno sociale ed economico per tutti. Notoriamente, i luoghi che hanno i mezzi culturali per ripensare i territori sono: l’università per la ricerca, le imprese per le produzioni e le istituzioni politiche per l’azione politica. Se il meridione soffre di fuga delle risorse umane, è evidente che sul banco degli imputati ci sono proprio: università, imprese e istituzioni politiche incapaci di fare squadra e favorire sinergie creative per creare opportunità di sviluppo umano, proprio come fanno da decenni altri territori che paradossalmente stanno meglio anche grazie ai meridionali trasferitisi nei Sistemi Locali attrattivi e più produttivi. Non è un segreto il fatto che i sistemi sociali ed economici che funzionano dipendono dal fattore umano messo ai vertici delle istituzioni. C’è un solo processo virtuoso che può costruire un meridione migliore, formare nuova classe dirigente capace di fare gli interessi degli abitanti, ed esiste un solo paradigma culturale capace di farlo proiettando la società nel futuro: l’approccio bioeconomico poiché corregge le storture del capitalismo, notoriamente contraddittorio perché produce disuguaglianze e distrugge gli ecosistemi. Per riempire questo vuoto è fondamentale costruire un soggetto politico democratico capace di risvegliare le utopie socialiste e condurle sul piano bioeconomico, e per farlo bisogna attrarre talenti e stimolare la creatività delle persone in processi partecipativi. Si tratta di sperimentare e osservare attentamente i territori: le aree urbane e i Sistemi Locali del Lavoro. Il cuore di questa rinascita meridionale è la pianificazione, cioè quella capacità creativa di produrre visioni e scenari possibili che appartiene alle persone e ai tecnici, i quali suggeriscono programmi ai partiti, considerati strumenti per l’attuazione dell’azione politica. Capacità e merito sono prerogative fondamentali e individuano un passaggio fondamentale per costruire una società migliore, ma la maggioranza dei cittadini che vota non propone persone capaci e meritevoli, ed i partiti attuali trascurano la competenza preferendo galoppini e politicanti. Questa degenerazione appartiene all’Italia intera, ma le Regioni più produttive vivono e producono grazie alla storica programmazione economica che ha scelto determinate aree per concentrare i capitali, a partire dalla famigerata Unità d’Italia, mentre il Sud sprofonda per i motivi opposti: l’assenza di investimenti pubblici e privati, ed oggi la degenerazione ha creato un processo vizioso fondato su una condizione psicologica autolesionistica che spinge i meridionali a disprezzare la propria terra. La realtà è che il Sud ha grandi ricchezze ma sono ignorate e trascurate, e per esser precisi: il meridione non ha solo la bellezza del proprio patrimonio storico e naturale mentre le potenzialità umane sono scoraggiate, sfavorite perché le elités locali, spesso, sono autoreferenziali e applicano la disuguaglianza di riconoscimento che fa scappare i giovani e chi intende innovare, inoltre c’è una chiara assenza di servizi culturali e di infrastrutture. Le aree urbane meridionali non sono collegate fra loro, e la programmazione economica non costruisce i servizi minimi essenziali. Nella società attuale: interconnessa e globale, è del tutto incivile lasciare comunità urbane, medie e piccole, completamente isolate, in tutti i sensi: mancano i collegamenti ferroviari, mancano le strade e mancano i servizi sociali, culturali, sanitari, e di connettività…

Restituendo le risorse pubbliche usurpate al meridione sarà possibile programmare le infrastrutture e i servizi mancati, aggiungendo un surplus di investimenti pubblici-privati basato su piani bioeconomici. Ad esempio, possiamo imitare l’approccio del New urbanism per rigenerare territori e aree urbane, ma osservando bene le peculiarità locali per inserire infrastrutture, funzioni e attività mancanti. Il New urbanism, studiando attentamente la storia urbana europea, ha sintetizzato una strategia facile da applicare nella gestione di territori e città. L’approccio è una pianificazione integrata di tutte le scale territoriali: regionale (territoriale e area vasta), in ambito di quartiere (la città), le strade (design urbano) e gli edifici (l’architettura). Secondo questo approccio è necessario elaborare un piano di area vasta per integrare il trasporto pubblico ai quartieri, e poi creare un paesaggio urbano con densità medie, e renderlo più vivibile, più conviviale e più accessibile. Come prima analisi, ad esempio osservando le aree urbane campane, sarebbe auspicabile realizzare immediatamente la metropolitana regionale per integrare quartieri, funzioni e attività fra queste, e con i territori vicini: le puglie, l’area lucana e le calabrie. Questo progetto favorisce la mobilità delle persone e svantaggia l’uso dei mezzi privati, riduce drasticamente inquinamento e affollamento urbano, e migliora la qualità di vita degli abitanti, che possono usare maggiormente la bicicletta integrata al trasporto ferroviario. Il censimento di volumi e aree abbandonate da riconvertire e il disegno del trasporto pubblico metropolitano, con l’uso misto dei suoli, cioè la mixité funzionale e sociale dei quartieri favorisce un’integrazione di attività: lavoro, servizi, studio, svago e tempo libero, ma contemporaneamente svantaggia il consumo di suolo agricolo e annulla la dispersione urbana. In buona sostanza, si può riempire il vuoto culturale e politico perché esistono conoscenze e competenze ma queste vanne riconosciute e valorizzate da uno strumento politico: un partito democratico bioeconomico.

Salerno transect
Lo strumento del “transect” proposto dal “New urbanism” per gestire le regole di pianificazione urbana.

Utopia concreta

Piano delle identità
Piano delle identità, fonte Ptcp 2012.

L’utopia è la forza creativa che stimola la costruzione di una società migliore, per rimuovere le disuguaglianze, favorire lo sviluppo umano e tutelare l’ambiente. Nel corso dei secoli si sono avuti numerosi esempi di utopie, alcune realizzate, talune costruite parzialmente e molte altre rimaste inattuate. Lo sviluppo più acuto dell’utopia concreta si ebbe nel secolo Ottocento, poiché il capitalismo mostrava a tutti, non solo le enormi disuguaglianze economiche e sociali, ma anche i danni ambientali ed i gravi problemi d’igiene urbana. Da quel periodo in poi nascono numerose soluzioni tecnologiche per rimuovere i problemi di insalubrità nelle città inquinate, mentre si realizzano numerose contraddizioni per le disuguaglianze economiche e sociali. Nel nuovo millennio restano i problemi economici, sociali, ambientali con un aumento delle disuguaglianze per la prevalenza della religione capitalista, e per l’assenza di una corretta programmazione economica indirizzata e coordinata dallo Stato, che rinuncia ai propri poteri per favorire il disordine sociale creato dal famigerato libero mercato.

All’interno della periferia economica europea, cioè il Mezzogiorno d’Italia, la complessa struttura urbana salernitana (da M. S. Severino-valle dell’Irno, Salerno comune centroide, fino a Battipaglia) ha tutti i sintomi di un corpo malato che sta morendo lentamente sotto l’inedia e l’inerzia della propria classe dirigente. Questi alcuni fenomeni: la contrazione demografica del comune centroide (Salerno), l’inquinamento, l’inquietudine urbana, la dispersione (sprawl), il consumo di suolo agricolo, la carenza di standard minimi e il disordine urbano, e infine: l’assenza di un adeguato piano. Il quadro di conoscenza del territorio e le patologie innescate dall’ideologia liberista rappresentano i temi di partenza per rigenerare il territorio; un’analisi dello stesso è anticipata nel Ptcp 2012. Per avviare un piano ispirato all’utopia concreta, il comune centroide può legittimamente stimolare la nascita di un piano bioeconomico intercomunale rispetto alla struttura urbana estesa (11 comuni) perché questa è la nuova città consolidatasi da almeno due decenni. Sono tutti salernitani gli abitanti di questa struttura urbana estesa dove si consumano, si sviluppano e si mobilitano due stili di vita contrapposti: l’individualismo e il comunitarismo; ed è questa l’area dei flussi fisici e dei flussi virtuali. La realtà delle relazioni (i flussi), ripeto: consolidatesi da almeno due decenni, rende del tutto obsoleto l’attuale livello delle amministrazioni comunali perché questi confini sono fuorvianti, inutili e persino dannosi rispetto all’intensità dei flussi e delle relazioni degli abitanti che vivono e consumo un suolo di area vasta. La realtà urbana dovrebbe essere amministrata da un unico comune, ma nell’attesa che avvenga il cambio di scala, le attuali amministrazioni possono avviare lo studio del piano intercomunale con approccio bieconomico per offrire occasioni di sviluppo umano applicando la sostenibilità forte.

Pianificazionearchitettura e design urbano sono gli strumenti culturali per rigenerare l’area urbana estesa. Ad esempio, nel campo della pianificazione, l’area urbana estesa necessita di nuovi sistemi di mobilità per trasformare lo spazio fisico in funzione dei flussi (autobus, taxi, metropolitana, biciclette, percorsi pedonali, isole pedonali) e unire scuole, cura dei bambini, parchi, tempo libero, istituzioni e posti di lavoro. Le relazioni determinano flussi fisici e flussi virtuali, e queste si sviluppano a prescindere dallo specifico contesto di riferimento. Un corretto disegno urbano tiene conto di queste apparenti contraddizioni tipiche della società delle reti, e progetta un efficiente sistema di mobilità intelligente integrato ai servizi, al lavoro e al tempo libero. Nel campo dell’architettura è necessario progettare edifici di senso e non più merci edilizie, non più simboli del consumismo, e nel campo del design urbano è altrettanto necessario progettare luoghi di senso (lo spazio pubblico) facendo recuperare i legami tipici delle comunità. Lo spazio è l’elemento chiave della connessione fra persone, che si contrappone alla città dei consumi (i centri commerciali). Particolare attenzione bisogna porre proprio alla dimensione umana realizzando luoghi vivaci, sicuri, sostenibili e sani, tutto ciò aumentando l’interesse per i pedoni, i ciclisti e la convivialità cittadina. Questa vivacità aumenta quando più persone sono invitate a camminare, a usare la bicicletta e stare negli spazi urbani. La sensazione di sicurezza aumenta quando gli spazi pubblici sono attrattivi e sono datati di una variazione di funzioni urbane. La sostenibilità si ottiene integrando la bicicletta col trasporto pubblico, e quando l’uso della bici è una parte naturale quotidiana.

SLL Salerno istat 2017

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Un disegno urbano per Salerno

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Ambiti identitari, fonte Ptcp Salerno.

Il cuore pulsante del disegno urbano è il quadro di conoscenza (analisi urbanistiche ed edilizie, uso del suolo, densità, morfologia, caratteristiche qualitative) costituito da storia, ambiente ed economia, e si rappresenta col disegno dello spazio pubblico, per dirla alla Bernardo Secchi un progetto di suolo. La storia urbana della città mostra analogie a molte altre, poiché l’agglomerato ha avuto una crescita disordinata trascurando le regole compositive dell’urbanistica moderna che prevedeva un corretto rapporto fra spazio pubblico e privato. Le scelte ricalcano il tipico razzismo del capitalismo urbano affinché le famiglie di notabili e costruttori salernitani, come in molte altre città italiane, potessero accumulare profitti senza lavorare ma influenzando le scelte dei piani urbanistici. La compromessa realtà urbana da aggiustare è lo specchio di decenni di speculazioni edilizie e rendite parassitarie a danno della collettività. A partire dai primi anni del ‘900 fino all’inizio del nuovo millennio, tutte le Amministrazioni scelgono di costruire un agglomerato urbano mercificato privo di senso con un’aggressione violenta alla natura, basti pensare alla distruzione delle colline e dei numerosi corsi d’acqua ormai intombati. Nonostante il contesto compromesso sarebbe saggio introdurre la scienza dell’urbanistica e quindi ripensare la morfologia urbana; avviare percorsi di autocoscienza dei luoghi, e poi osservare la carenza dello spazio pubblico, un po’ ovunque. Si pensi al fatto che oggi esiste una città estesa, costituita da 11 comuni, mentre il comune centroide, Salerno, ha un centro storico organico intricato e compatto a grana grossa, da recuperare. Si osservi la parte moderna di prima espansione – via dei Principati, zona Carmine, via P. De Granita, via Nizza, via Dalmazia – che costituisce una forma compatta con tessuto reticolare; mentre nella zona orientale consolidata di seconda espansione – Torrione, Pastena, Mercatello – troviamo le forme aperte prive di una maglia urbana regolare, creando disordine e il fenomeno della disomogeneità dell’agglomerato urbano (colonie residenziali). Focalizzando l’attenzione su centro storicoprima espansione moderna con gli occhi della normativa urbanistica (DM 1444/68) scopriamo, un fatto già noto ma trascurato, e cioè che mancano gli standard inseriti in un raggio di influenza (area gioco bimbi, sport, verde pubblico). Continuando l’analisi con un approccio qualitativo riscontriamo l’assenza di una corretta forma urbana, e l’assenza di servizi culturali (biblioteche di quartiere, centri culturali) entro un raggio di influenza. L’assenza di un corretto disegno urbano e la disomogeneità degli agglomerati, è osservabile anche nelle aree periurbane: la dispersione del Carmine Alto, Sala Abbagnano, Matierno, e nel rururbano di Giovi e Ogliara. Con la chiave di lettura della corretta composizione urbana ci rendiamo conto dei danni causati da espansioni speculative. Partendo dalla città moderna arrivando sulle colline (Carmine Alto, Sala Abbagnano) e la zona orientale (Torrione, Pastena e Mercatello), notiamo un assetto morfologico spontaneo e disomogeneo ove non sussistono gerarchie di percorsi, un’assoluta irregolarità della trama urbana, l’assenza di polarità e la carenza di servizi adeguati. L’agglomerato urbano ha un’alta densità abitativa (il Carmine), costituito ad un aggregato di palazzine prive di qualità architettonica, e una carenza di spazi pubblici. Un adeguato rapporto fra spazio pubblico e privato, lo troviamo solo in determinati insediamenti (quartieri unitari pianificati), ad esempio: la prima espansione unitaria del piano Scalpelli (1945) a Torrione; poi alcuni piani di edilizia pubblica quali, l’insediamento INA-CASA progettato da Bruno Zevi a Pastena (anni ‘50), e gli altri due insediamenti INA-CASA, rione De Gasperi e via R. Mauri; i quartieri Italia ed Europa (anni ‘80), l’insediamento di via Premuda; e l’insediamento unitario del Parco Arbostella. Le recenti espansioni – San Eustacchio, Monticelli, Brignano e Casa Manzo – non integrate al tessuto urbano consolidato sono espressione delle dispersione urbana ma sono obbligate a rispettare un rapporto fra spazio pubblico e privato. Generalmente, un cattivo rapporto fra spazio pubblico e privato è rilevabile in tutta la struttura urbana estesa, ove anche qui troviamo la dispersione con disordine e carenza di spazi pubblici e servizi. Una seria amministrazione politica avrebbe favorito il disegno urbano e non i processi speculativi poiché la corretta pianificazione è un obbligo di legge che costruisce diritti agli abitanti (standard), ma finora negati. Solo un adeguato disegno urbano progetta la dotazione di servizi al fine di abbattere le disuguaglianze territoriali. Si pensi all’importanza fondamentale di scuole innovative e agli spazi verdi necessari per i bambini, che costituiscono il cuore della famosa “cellula urbana” (unità di vicinato). Si pensi all’importanza di una corretta geometria delle strade (larghezza) e delle piazze per offrire luoghi di convivialità e opportunità per inserire piste ciclabili. In tutti i quartieri non esistono né scuole adeguate agli standard previsti dal Miur (linee guida 2013), e né spazi verdi attrezzati (con l’eccezione degli interventi realizzati presso la lungoIrno ed a Mercatello), mentre in quasi tutte le strade salernitane, mal progettate, è impossibile inserire una pista ciclabile perché gli edifici occupano gli spazi che dovevano essere destinati ai marciapiedi, ai parcheggi, al verde pubblico e ai servizi. I danni più evidenti sono rappresentati dalla distruzione delle colline con le lottizzazioni situate lungo le famigerate via Seripando, via la Mennola, via Calenda, Sala Abbagnano. Gravi carenze di standard e disuguaglianze territoriali sono nella dispersione urbana percorrendo via Pio da Pietralcina che porta sulle colline di Casale, Giovi, Piegolelle. Queste disuguaglianze continuano nella valle dell’Irno, e negli ambiti rururbani lungo le conurbazioni dentro la città estesa, una verso Giffoni, un’altra verso Montecorvino, e un’altra lungo la linea costiera che conduce ad Agropoli.

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Salerno, il centro storico e la città moderna.

In assenza di un piano urbanistico intercomunale per governare l’area urbana estesa, l’attività edilizia appare completamente deregolamentata, cioè slegata da un corretto disegno urbano capace di dimensionare i servizi e applicare i valori dell’urbanistica. Osservando il Piano Urbanistico Comunale, le sue varianti e le revisioni, si osserva il cattivo dimensionamento del piano stesso, viziato sia da un’errata lettura degli standard esistenti e sia da previsioni errate. Nel piano non c’è un corretto disegno urbano mentre si preferisce l’urbanistica contrattata, e la deregolamentazione dei piani attuativi; infine si trascurano i problemi storici della città mentre si stimola l’aumento del consumo di suolo. Ricordiamo alcuni problemi urbani determinati durante lo sviluppo della città, sono due i danni urbani storici generati dall’assenza di urbanistica: il primo (1) fu quello di non approvare i piani Donzelli-Cavaccini prima e Guerra dopo. Tali piani avevano un corretto disegno urbano e sarebbero stati costruiti sfruttando il giusto approccio olandese al regime giuridico dei suoli, ma la rinuncia a quei piani favorì il disordine che subiamo oggi con una carenza di standard nelle zone consolidate (via dei Principati, zona Carmine, via P. De Granita, via Nizza, via Dalmazia); mentre l’altro (2) danno è la speculazione (via A. Romaldo, via Bottiglieri, via Posidonia, via Trento, via Madonna di Fatima, via Palinuro) che ha generato le rendite parassitarie, e infine la dannosa dispersione (colline) che oggi produce inquietudine urbana e alti costi a carico della comunità.

Osservando la città salernitana estesa con l’approccio del metabolismo urbano riscontriamo tutti gli sprechi evitabili. Si tratta di costruire un complesso sistema di flussi di energia e materia che entrano ed escono, e applicare il concetto di ciclo vita. I flussi da considerare riguardano le attività industriali e commerciali (agricoltura, attività produttive …), i servizi che si svolgono (turismo, ristoro, istruzione, servizi sociali, sanitari, sport …), le infrastrutture, e le risorse (attività estrattive, la dotazione di risorse naturali, il verde e i parchi). Secondo l’approccio territorialista che prevede la bioregione urbana, è possibile individuare le invarianti strutturali (costruire le rappresentazioni storico-strutturale dei processi di territorializzazione) da cui trarre le regole generative per la manutenzione del territorio.

Il corretto disegno urbano parte dall’analisi della morfologia urbana esistente e suggerisce un riequilibrio dei rapporti fra spazio pubblico e privato. Nel caso salernitano, c’è la necessità di un piano di recupero per la parte alta del centro storico, mentre servono piani di rigenerazione per le zone consolidate e per le periferie. I piani di rigenerazione possono prevedere diradamenti, recupero e conservazione dell’ambiente costruito. Riperimetrando le zone omogenee si possono proporre scenari di rigenerazione urbana bioeconomica nelle zone consolidate, e operare trasferimenti di volumi al fine di recuperare standard mancanti. Riprendendo i caratteri della composizione urbana: isolato e cellula urbana, in taluni casi, è possibile proporre un diradamento edilizio per aprire nuove strade, disegnare nuove piazze, progettare isolati e inserire i servizi mancanti come uffici pubblici, biblioteche, centri culturali, scuole innovative, verde pubblico. Questo approccio è possibile per numerosi casi ove troviamo disordine urbano, abbandono di volumi non utilizzati e/o sottoutilizzati, degrado, e isolamento. Un processo di autocoscienza dei luoghi aiuta a valorizzare l’esistente, e ridisegnare l’urbanità ove manca. Nei processi di trasformazione che prevedono la rigenerazione urbana, le soluzioni tecnologiche suggeriscono l’efficienza energetica e l’uso delle fonti alternative, mentre i nuovi isolati possono essere pensati come isole energetiche che generano e accumulano energia, e possono scambiare i surplus col tessuto edilizio esistente. Questo è l’esempio già in uso delle nuove costruzioni che possono ridurre la domanda energetica da fonte fossile e sfruttare le fonti alternative, ma si può fare anche per l’edilizia esistente.

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