Investire per cancellare le disuguaglianze

In numerose riflessioni (verde di prossimità, bioregione urbana, aree ASI e fascia costiera, la valle dell’Irno, il disegno di suolo e l’area urbana estesa, esperienze di arredo urbano, un modello di rigenerazione bioeconomica, le scuole, riprogettazione dell’area ASI, la città rete-meridionale) ho esposto diversi punti di vista per stimolare la creazione di attività utili al nostro territorio, e il punto focale di molte riflessioni è la pianificazione: nel senso più ampio del termine cioè economica, territoriale e urbanistica. Il ceto dirigente, aderendo all’ideologia del famigerato mercato ha rinunciato alla pianificazione istituzionale e lascia che le imprese decidano il futuro economico di un territorio: il risultato è sotto i nostri occhi, in Provincia di Salerno c’è un alto tasso di disoccupazione: 17,2% (2019) contro il 4, 5, o 6% dei territori normali. L’impegno più importante di una comunità consapevole dovrebbe essere quello di portare il tasso di disoccupazione a livelli normali e accettabili, ma il percorso è lungo e tortuoso, e nel percorrerlo è determinante una buona dose di creatività, di capacità dialogo e di apertura mentale, poiché nel corso degli anni è facile intuire che decine di migliaia di persone non potranno mai raggiungere l’auto sufficienza economica senza l’aiuto dello Stato. I Paesi normali e civili hanno sistemi di welfare efficaci perché aiutano tutti, e sono capaci non solo di unire domanda e offerta di lavoro, ma di creare nuovi impieghi e aderenti alle capacità delle persone e alle necessità del territorio. I Sistemi Locali del Lavoro virtuosi, normalmente, programmano corsi di aggiornamento e di formazione per qualunque persona, cioè le istituzioni locali hanno enti di formazione professionale e realizzano corsi per qualsiasi individuo che voglia imparare un mestiere richiesto dalle imprese del territorio. Questa semplice programmazione (formazione-lavoro) unisce domanda e offerta di lavoro. I Paesi normali e civili non hanno mai rinunciato alla pianificazione, anzi è il loro punto di forza ed investono ingenti risorse nei luoghi marginali per condurli a livelli adeguati, cioè al pari dei Sistemi Locali del Lavoro economicamente più forti. I Paesi normali e civili non hanno disuguaglianze territoriali come quelle fra il Nord e il Sud d’Italia, poiché sono ritenute immorali, stupide e dannose per l’economia della Nazione. Nel nostro Mezzogiorno non esiste un sistema di welfare normale e adeguato ai problemi sociali ed economici del territorio. Le istituzioni danno la netta impressione di continuare a ignorare questo problema, scegliendo strade politiche sbagliate e obsolete perché lasciano insoluti i problemi contribuendo ad aumentare il divario fra Nord e Sud. E’ altresì vero che lo Stato programma disuguaglianze territoriali poiché non distribuisce le risorse di tutti in maniera equa, anzi privilegia territori già ricchi a danno degli altri. Inoltre, le disuguaglianze economiche e sociali non sembrano essere un tema prioritario né per le famiglie e né per il ceto politico dirigente del Sud. Le maggioranze politiche condotte al potere dagli elettori non sembrano capaci di risolvere le disuguaglianze, e le forze economiche più agiate continuano a orientare le scelte governative, cioè lo status quo resta immutato, mentre con lo scorrere del tempo aumentano i poveri, perché fu sbagliata la scelta politica di aderire alla religione neoliberista dove le imprese private sono libere di perseguire la propria avidità, e lo Stato rinuncia ad intervenire per correggere gli errori del capitalismo. Quando una società rinuncia a sé stessa, e sceglie il nichilismo capitalista sopravvive solo il mercato, e il potere si concentra sugli individui che possono comprare e vendere una merce, ma questa è la nostra realtà: un’esistenza mercificata dove non esistono diritti e non esistono valori, né umani e né naturali. La Costituzione italiana dice ben altro, ma la classe dirigente ha scelto la religione capitalista: tutto è merce, e servono capitali per ogni intervento sul territorio. Si tratta di un arbitrio, un’invenzione, una convenzione, e l’essere umano, se lo desidera, può creare nuove convenzioni, nuove regole e nuovi accordi commerciali per costruire una società migliore di questa. Senza particolari problemi, lo Stato può intervenire sull’economia (come succede in altri Paesi) e può cominciare a costruire territori ove non esiste solo il famigerato mercato, mentre gli Enti locali possono cominciare a valutare gli investimenti con nuovi criteri, cioè osservando gli impatti sociali e ambientali.

Pensare agli investimenti sul territorio significa pianificare, e una corretta e adeguata pianificazione si basa sulla conoscenza, cioè sulla storia e sulle risorse locali, significa conoscere l’esistente per aggiustarlo, cioè affrontare le disuguaglianze per rimuoverle definitivamente e dare alle persone le opportunità che spettano loro, cioè scegliersi liberamente un percorso di crescita individuale, ed in Italia questa libertà non è consentita a tutti ma solo a coloro i quali nascono in ambienti economicamente già forti, con i servizi adeguati e correttamente distribuiti sul territorio. Il destino di molti meridionali è l’ingiusta e l’immorale condanna all’emigrazione per sopravvivere. Questa ingiustizia è ampiamente nota ma volutamente trascurata poiché il sottosviluppo di un’area è la ricchezza di un’altra, e questo schema capitalista è in corso di realizzazione in tutt’Europa, cioè un’élite degenerata programma le disuguaglianze affinché un’area “centrale” possa arricchirsi sulle spalle di un’area “periferica”.

L’approccio territorialista e bioeconomico è quello che può garantire il più alto numero di impieghi ottenibili perché si basa proprio sulla conoscenza approfondita del territorio, con criteri di sostenibilità ed il coinvolgimento degli abitanti nel costruire un percorso di autocoscienza dei luoghi. Lo Stato ha l’obbligo di rimuovere le disuguaglianze perché non sono previste dalla Costituzione e pertanto usando la cultura bioeconomica, le istituzioni dovrebbero ripensare le agglomerazioni industriali interne ai Sistemi Locali del Lavoro, e riconoscendo le nuove strutture urbane estese si potrebbero pianificare processi di rigenerazione urbana e rurale che coinvolgono anche i territori interni. Un obiettivo importante è ridurre il rischio sismico e idrogeologico degli insediamenti umani, e poi costruire nuove relazioni fra città e territori rurali. Per creare nuovi impieghi è importante territorializzare, cioè aprire attività di manifattura leggera per concentrare l’offerta di lavoro in determinati Sistemi Locali del Lavoro del Mezzogiorno, e ripensare la relazione e l’uso del territorio degli abitanti, offrendo loro nuove urbanità e tecnologie utili che tendono all’auto sufficiente energetica.

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Utopie che tornano

Salerno Master Plan costiero 1987
Master Plan recupero fascia costiera, Carpentieri, Buffo, Manzoni, Petti, Plachesi, Villani, Sessa, Carrozza, Talve, Di Giuda, Fortunato, 1987

Sogni infranti che sono ancora vivi e realizzabili: nonostante Salerno nel corso della sua storia sia stata costruita dalla peggiore speculazione edilizia, negli anni ’80 seppe sognare e realizzare alcuni interventi di grande qualità urbana che ancora oggi consentono alle persone di potersi incontrare e godere di luoghi aperti e conviviali.

I progettisti urbanisti, architetti e ingegneri, sanno bene che i processi urbani influenzano i meccanismi percettivi delle persone condizionate dai sensi, e quindi l’idea soggettiva di città dipende da come l’uomo si muove nella città, in termini di velocità e mezzo utilizzato. Oltre al Corso Vittorio Emanuele ed al lungomare Trieste riqualificati ed alcuni arredi urbani nella zona orientale, tutti interventi della prima Giunta di Sinistra, la cittadinanza non sa che quell’esperienza progettuale, solo in parte realizzata, fu interrotta e fu negata agli abitanti una grande opportunità per migliorare la propria qualità di vita, poiché l’Amministrazione approvò un master plan che riqualificava l’intero litorale cittadino con l’obiettivo di eliminare l’affollamento e l’inquinamento automobilistico su tutta la fascia costiera. In che modo? Il progetto di riqualificazione prevedeva, in molte fasce e zone costiere, di spostare il traffico veicolare delle auto nel sottosuolo e/o convogliarlo verso l’interno al fine di consegnare quello spazio (la fascia costiera) alla fruizione pedonale delle persone, che sono influenzate dalla percezione della luce, dai suoni, dagli odori, dalla velocità di movimento mentre si cammina. La migliore percezione della città è la velocità di movimento pedonale, per questo motivo il master plan aveva come priorità il pedone mentre svantaggiava l’automobile. In questo modo, cioè costruendo zone pedonali e nuovi arredi urbani lungo la fascia costiera si riusciva a cambiare il senso di appartenenza al luogo stesso, migliorandolo e aumentando la qualità della vita, rispetto agli spostamenti nei tragitti fra casa-studio, casa-lavoro e casa-spiaggia e mare. Il disegno urbano rimuovendo gli ostacoli fisici realizzava un’esclusiva ed efficace accessibilità delle persone al mare con servizi adeguati. Sapendo che i caratteri formali dello spazio influenzano la vita delle persone si immaginò di progettare lo spazio urbano lungo la fascia costiera con criteri e materiali di qualità, cioè disegnare lo spazio pubblico aperto favorendo convivialità, socialità e persino sviluppo umano. In assenza di spazi pubblici si sviluppa l’opposto: alienazione, inquietudine urbana, isolamento, condizioni di stress, frustrazioni e conflitti.

Inoltre esiste un indicatore soggettivo della morfologia urbana, e cioè il carattere dei luoghi urbani è determinato non solo dalla forma, dai volumi, dall’armonia ma dalla qualità degli spazi e dell’estetica degli edifici. Per cogliere il senso del carattere è utile passeggiare nei nostri centri storici. Da questo punto di vista è importante individuare criteri per un’analisi degli spazi urbani scegliendo il punto di vista dell’uomo e il suo movimento e rilevando la presenza degli elementi per formaidea (valore/significato)funzione (uso, attività), tutto ciò è fondamentale per descrivere la realtà. Si utilizza il punto di vista dell’individuo che si muove in uno spazio in un determinato tempo ed in un determinato contesto socio-economico. I sensi attribuiscono un significato/valore allo spazio creando una percezione soggettiva dell’ambiente costruito che si svolge in tre fasi: la selezione degli stimoli, il giudizio e l’assegnazione di significato. Quindi c’è un’azione “meccanica” di riconoscimento di una sollecitazione e un’azione di “valutazione”, e ciò determina un condizionamento. Si tratta di un’interpretazione [l’analisi dal punto di vista dell’utente] determinante per il progetto al fine di immaginare luoghi idonei per le persone. Il progettisti sanno che la percezione soggettiva della forma dello spazio condiziona la qualità della vita, e alcuni elementi che creano il condizionamento sono: la distanza percepita; la varietà dei luoghi; la definizione dei tragitti preferenziali;  la percezione di barriere; la conoscenza dei luoghi; i punti di riferimento; il rapporto fra pieni e vuoti; il rapporto fra figura e sfondo; le visuali chiuse o aperte. Sono tutti elementi del disegno urbano che contempla il concetto di urbanità, cioè la corretta rappresentazione fra spazio urbano e volumi edificati, quindi fronti urbanipiazze, e strade.

Oggi, l’Amministrazione pubblicizza altri progetti di riqualificazione della fascia costiera ma c’è una carenza culturale molto forte, non solo per l’evidente schiapiazzatura del genius loci locale da parte delle famigerate archi-star, ma perché questi progetti non pensano l’insieme della città e il rapporto con l’interno, ma si limitano a “interventi spot” in alcuni lotti, alcune zone, e pertanto non essendo parte di un tutto trascurano i problemi dell’inquinamento atmosferico causato dal traffico veicolare privato.

Un piano urbanistico di qualità progetta anche quello che si chiama in gergo “l’atterraggio del piano” (cioè quando il piano diventa architettura) determinato da un buon regolamento edilizio, e “l’attacco a terra” fra edifici e spazio pubblico, cioè lo spazio che vivono le persone: i marciapiedi, le panchine, il rapporto fra spazio privato e pubblico, la strada con le carreggiate e le piste ciclabili, i giardini e i giochi per i bambini, il verde di quartiere e le reti ecologiche.

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Sostenibilità urbana

Cosa si intende per urbanistica sostenibile (o sostenibilità urbana?) e cos’è la rigenerazione urbana? In questo periodo di regressione economica, sociale ma soprattutto morale, molti individui sono smarriti nel nichilismo capitalista, le istituzioni e i media sono l’espressione di questo spirito del tempo materialista, consumista e violento. La religione capitalista ha costruito una società svuotata di senso e di valori, e così anche le città sono l’espressione di questo vuoto, e nell’accezione del pensiero dominante l’urbanistica sostenibile è uno slogan per consentire al capitalismo di sopravvivere durante un periodo di recessione, cioè l’accumulazione dei capitali privati si trasforma fisicamente in città, o quartieri, com’è sua tradizione. E’ evidente che tutto ciò non ha niente a che fare con la sostenibilità, ma tutta la classe dirigente occidentale è espressione del volgare capitalismo liberista, pertanto è normale che sotto la finta veste verde ci sia il becero industrialismo, l’avidità dell’élite degenerata che vive di rendite e privilegi, e pianifica la costruzione di ambienti per preservare la propria categoria di privilegiati. Ciò avviene regolarmente nelle città globali (New York, Los Angeles, Tokyo, Londra, Parigi, Madrid, Barcellona, Milano …), nei quartieri del lusso e nelle gate community. Oltre al famigerato sprawl urbano degli USA, cioè il razzismo capitalista divenuto villettopoli e consumo di suolo, vi è il recente modello dello spreco capitalista del lusso, e sono le città costruite sull’acqua e nel deserto: Abu Dhabi, Dubai e altre città satellite. Numerosi media mainstream e persino riviste specializzate continuano a esprimere una divulgazione “verde” per queste nuove città arabe creando disinformazione. Non dimentichiamo che lo slogan più tossico inventato dai capitalisti è l’ossimoro “sviluppo sostenibile”, o c’è sviluppo o c’è sostenibilità, e lo sviluppo non coincide col progresso, e così come progresso non è lo stessa cosa della crescita, e innovare non significa migliorare. Un processo analogo di “sviluppo sostenibile” avviene per la Cina, il paese che, oggi nel mondo più di tutti, ha costruito e costruisce nuove città, anche in Africa, contribuendo ad aumentare il consumo di materie prime: cemento e acciaio. In questi due ambienti: Emirati Arabi e Cina si sono sviluppate e utilizzate le tecnologie più avanzate, fino al controllo sociale di massa.

In Occidente, una delle consuetudini recenti più viziose e inutili per risolvere problemi complessi è quello di utilizzare i cosiddetti piani e programmi settoriali rinunciando alla pianificazione urbanistica. Ricordiamo che la pianificazione urbanistica è per sua natura multidisciplinare, mentre un’azienda che vuole vendere il proprio prodotto si occupa di una sola disciplina, e così da molti anni think tank finanziati dall’industria creano documenti per influenzare i decisori politici al fine di introdurre le singole tecnologie innovative negli ambienti urbani, siano queste telecomunicazioni o servizi di mobilità. E’ del tutto immaturo, fuorviante e sbagliato introdurre nuove tecnologie senza rimuovere i problemi precedenti determinati da una scorretta morfologia urbana. Facciamo un esempio concreto: è intelligente installare reti di telecomunicazione ma ignorare il rischio sismico e idrogeologico? A cosa serve introdurre una tecnologia se non ci si occupa dell’esistente, proprio quando gli edifici sono arrivati a fine ciclo vita? Inoltre è uno spreco avviare un sevizio di mobilità per collegare cittadini e servizi quando l’urbanistica prevede che i servizi siano raggiungibili a piedi. In un processo di rigenerazione urbana i servizi sono costruiti all’interno della cellula urbana. Per un’Amministrazione locale è più corretto avviare programmi di educazione alla mobilità al fine di scoraggiare l’uso dell’automobile privata, ed è preferibile prioritariamente modificare la morfologia urbana e integrare i mezzi pubblici con l’uso della bicicletta.

L’Occidente, anziché copiare incollare modelli sbagliati può legittimamente usare le migliori tecnologie per aggiustare gli ambienti costruiti, per conservare la propria identità storica e culturale, e per migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti.

cellula urbana
Cellula urbana

Poiché non esiste un pensiero critico e condiviso sul reale significato di “rigenerazione urbana” e “sostenibilità urbana”, politicanti e media possono divulgare qualunque contenuto privo di senso al fine di perseguire il solito mantra: vendere, vendere, vendere. L’unico modo per realizzare un’urbanistica sostenibile e avviare programmi di rigenerazione urbana, è quello di compiere un salto culturale verso l’approccio bioeconomico che trasforma la funzione della produzione capitalista, cioè la snatura introducendo criteri di misura dell’entropia (i flussi di energia e materia) e degli impatti sociali delle trasformazioni urbane. In questo modo il capitalismo non è più capitalismo. Dal punto di vista dell’urbanistica, le regole compositive sono dettate dal famoso concetto di “cellula urbana”, e tutt’oggi questo è il modello per costruire una città sostenibile. Su una determinata area si costruisce una densità media di edifici con mixitè funzionale e sociale, e gli abitanti si spostano prevalentemente a piedi grazie al fatto che i servizi sono tutti collocati entro un raggio di 400 mt, mentre i servizi di rango superiore sono tutti raggiungibili dai mezzi di trasporto pubblico. Queste semplici regole di proporzionalità, armonia e bellezza determinano la sostenibilità di un ambiente urbano ma spesso sono state disattese perché la borghesia italiana ha preferito costruirsi i propri privilegi sfruttando le rendite, ma usurpando il bene comune e trascurando i diritti di tutti. Una strategia di rigenerazione urbana per le zone consolidate mal costruite nei decenni precedenti, è quella di cominciare a riprogettare gli isolati considerando le regole compositive della cellula urbana. I progettisti urbanisti: architetti, pianificatori e ingegneri, sono capaci di leggere la forma urbana, sono capaci di esprimere un adeguato disegno urbano osservando e interpretando il territorio, ed è questo che crea la sostenibilità delle città, nient’altro. Oggi vi sono criteri d’interpretazione e valutazione più complessi rispondenti a esigenze più ampie. Alle conoscenze tecniche compositive molto note (il dimensionamento dei quartieri e della cellula urbana), oggi si aggiungono altre conoscenze tecnologiche che rendono possibili obiettivi preconizzati nell’Ottocento dagli utopisti socialisti, e cioè l’auto sufficienza energetica delle città e il riciclo di “materie prime seconde”. Oggi in Italia, ovviamente, non si costruiscono nuove città ma le regole compositive possono essere adottate per aggiustare le zone consolidate, cioè i quartieri esistenti mal costruiti dalle speculazioni. Le città italiane trasformate in aree urbane estese possono essere lette come sistemi metabolici, con flussi di energia e materia in ingresso e in uscita. Le funzioni di flusso possono essere individuate, misurate e corrette riducendo drasticamente gli impatti ambientali e sociali, e nel fare ciò si possono realizzare nuovi impieghi utili. L’approccio bioeconomico crea un immenso indotto occupazionale, più del tradizionale capitalismo. Ogni area urbana estesa italiana ha criticità sociali, economiche e ambientali realizzate fra gli anni ’50 e ’90 del Novecento, poiché spesso le Amministrazioni comunali non sono state capaci di fare bene i piani regolatori, costringendo gli attuali abitanti a vivere in ambienti mal costruiti. Tutt’oggi è facile scontrarsi con l’incompetenza di Amministrazioni locali poiché rinunciano all’urbanistica per preferire piani edilizi speculativi furieri di rendite parassitarie. Per realizzare un’efficace sostenibilità territoriale bisogna riconoscere le strutture urbane estese che non tengono conto degli attuali confini amministrativi; individuare le strutture urbane esistenti e le relazioni di flusso degli abitanti, e fare approfondite analisi urbanistiche e poi orientare le scelte sul piano culturale bioeconomico, al fine di utilizzare al meglio le risorse locali e aggiustare gli errori del capitalismo e delle speculazioni edilizie. Tutto ciò crea un enorme indotto occupazionale ma utile allo sviluppo umano.

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Un disegno urbano per Salerno 5. Verde di prossimità

Nei precedenti interventi ho narrato di possibili scenari progettuali nella città estesa salernitana, in questo episodio approfondiamo aspetti di qualità del disegno urbano, cioè dello spazio pubblico. Molte amministrazioni europee, da diverso tempo, stanno adottando disegni che aumentano le dotazioni dei servizi culturali e del verde di prossimità: due standard estremamente carenti nella città estesa salernitana. Negli episodi precedenti ho evidenziato ciò che è noto a qualunque architetto e ingegnere che studia la città, Salerno è stata costruita male affinché poche famiglie potessero arricchirsi senza lavorare (rendite parassitarie), ed oggi ereditiamo un agglomerato urbano decisamente drammatico. Per limitare i danni di un passato immorale e delittuoso, come molti progettisti sanno bene, è fondamentale avviare programmi di diradamento edilizio con un piano intercomunale bioeconomico per progettare biblioteche di quartiere e il verde di prossimità. Un caso paradigmatico su tanti è da prendere come esempio: Londra. Negli anni della ricostruzione Londra intervenne con ampi programmi di rigenerazione urbana nell’inner city e negli anni recenti l’Amministrazione ha implementato la progettazione e la costruzione dei servizi di prossimità e di vicinato, concentrandosi in maniera proficua sul verde locale nelle politiche cittadine per offrire maggiore fruibilità, rimuovere problemi di insicurezza e di degrado urbano. l’Inghilterra, uno dei Paesi guida per la progettazione urbanistica e per i processi di rigenerazione urbana, continua a migliorare i propri spazi urbani. Nonostante la corretta progettazione dei decenni precedenti attraverso il modello della cellula urbana, l’Amministrazione londinese continua a ripensare e riprogettare gli spazi residui osservando anche i dettagli dello spazio pubblico. Londra ha promosso la strategia degli “open space” (Open Space Strategy, OSS) come spazi di valore per la collettività recuperando quelli abbandonati e riutilizzati in forma rinnovata. Il verde locale è un elemento di progettazione dello spazio pubblico considerato un fattore determinante nel disegno urbano. E’ interessante l’esperienza londinese poiché usa l’habitat urbano e il verde locale per creare reti, e pensando al territorio salernitano, dal Pctp 2012 possiamo osservare com’è possibile valorizzare e unire le reti ecologiche portando in città il verde locale rendendolo fruibile. Dobbiamo ricordare, ahimé, le scelte politiche comunali sbagliate che hanno fatto l’esatto opposto attraverso lo sprawl, cioè palazzine che consumano suolo agricolo localizzate in aree disperse recando danno al verde esistente ed ai cittadini stessi, che vivono senza servizi di vicinato. A Londra lo strumento dell’OSS viene usato per raccogliere l’opinione dei cittadini in un sistema informatico e coordinando i programmi settoriali, l’analisi della struttura socio-economica, le scelte progettuali da favorire circa le tipologie di spazi verdi, il disegno degli spazi, gli usi preferenziali, l’accessibilità pedonale, le dotazioni, gli orientamenti circa la gestione, i criteri di valutazione del successo degli interventi. Riferendoci al nostro contesto è chiaro che l’OSS dovrà essere conforme al PUC e al Ptcp, ma sappiamo che il PUC ha serie criticità per l’assenza di un adeguato disegno urbano e condizionato dai processi speculativi, pertanto un OSS che progetta verde di prossimità può essere uno strumento dal basso che cambia il PUC stesso, ma in coerenza con gli obiettivi del Ptcp che chiede di ampliare i servizi ecosistemici. La strategia salernitana può essere quella suggerita dal Pctp, e cioè che dalle colline parte il verde, scende verso l’agglomerato urbano e crea reti, insieme ai corsi d’acqua naturalizzati, e questa progettazione necessita indubbiamente di demolizioni selettive per restituire spazi di collettività, all’interno dei quali inserire servizi pubblici come le biblioteche di quartiere. I volumi demoliti possono essere ricostruiti nelle aree abbandonate, che sono numerose dentro l’area estesa salernitana, e tali volumi saranno ricostruiti con corretti criteri di composizione urbana restituendo alta qualità della vita per gli abitanti (mixité funzionale e sociale). L’esperienza londinese insegna che in questo modo, dalla città si è potuta costruire una rete verde collegata a quella metropolitana.

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Salerno e valle dell'Irno rete ecologica ambientale
Ptcp 2012, rete ecologica e rischio ambientale.
Salerno bellezza contro bruttezza
Scenario con diradamenti edilizi sui suoli della speculazione per restituire spazio alla natura.

Architettura e pianificazione per lo sviluppo umano

Architettura e pianificazione urbana e territoriale sono espressioni di una cultura in divenire che appartengono al sapere tecnico e più in generale all’uomo. Qui, nel meridione d’Italia e in Campania, c’è necessità impellente di una classe dirigente responsabile e civile che riprogrammi politiche pubbliche socialiste finalizzate alla creazione di nuovi impieghi, per contrastare due fenomeni prioritari innescati dalle disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento): l’emigrazione di risorse umane vitali, e il calo demografico favorito proprio dall’assenza di lavoro e dall’assenza di redditi dignitosi. La fragilità economica del Sud è la conseguenza o l’effetto di scelte politiche molto precise: concentrare risorse in un’area (pianura padana) innescando il sottosviluppo in un’altra (il meridione). Qualunque civiltà umana ha usato architettura e pianificazione per porre le basi fisiche dello sviluppo umano, e nell’epoca moderna queste discipline sono usate per rigenerare i territori e la vita stessa degli abitanti, per creare nuove condizioni di civiltà e nuova occupazione utile ma tutelando il patrimonio storico e naturale depauperato da scelte politiche sbagliate, e da una nota e diffusa crisi di tutto l’Occidente condizionato dal paradigma culturale dominante, e cioè il nichilismo capitalista. La Storia dovrebbe insegnarci quanto sia importante l’architettura, ed è sufficiente passeggiare nei nostri centri storici per osservare la bellezza intorno noi, ma questo non basta, è evidente. La realtà economica salernitana è drammaticamente poco dinamica, quasi ferma, per l’assenza di una classe dirigente capace e responsabile, che dovrebbe osservare i fenomeni di degrado con un adeguato filtro culturale e poi proporre soluzioni efficaci. In generale il meridione è penalizzato anche dal pensiero politico dominante, perché è questo che ha creato aree di sottosviluppo e disuguaglianze territoriali. Lo scopo del capitalismo è il profitto fine a sé stesso ma questo si crea mercificando e sfruttando ogni cosa (persone, natura …) trascurando diritti e ambiente, ciò è noto ma è altrettanto sottovalutato da una società, la nostra, ormai annichilita e regredita. La nostra classe dirigente (istituzioni politiche, università, imprese, professionisti …) dovrebbe essere coesa, di fronte ai drammatici problemi che si concentrano al Sud, per programmare investimenti corretti attraverso il filtro culturale della bioeconomia che sa interpretare il territorio e dare risposte concrete ai problemi occupazionali e ambientali. Nel Sistema Locale salernitano c’è una carenza di imprenditori coraggiosi, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, nel senso che sono troppo pochi gli imprenditori illuminati, così come c’è una carenza quantitativa di imprese che possa assorbire la domanda di lavoro degli abitanti.

Hammarby Stoccolma
Il quartiere Hammarby di Stoccolma, coinvolto da un immenso progetto di rigenerazione urbana: 204 ha di superficie territoriale, 25.000 abitanti insediati con una densità abitativa territoriale di 141 ab/ha, e una densità fondiaria di 397 ab/ha. Costo dell’intervento 4,5 miliardi di euro. Il Comune sfrutta il diritto di superficie e sono state coinvolte imprese e cooperative.

Le istituzioni politiche dovrebbero costruire luoghi e spazi per favorire lo sviluppo di attività stimolanti e creative, cioè quelle attività capaci di ripensare le attuali agglomerazioni industriali al fine di offrire, alle generazioni presenti e future, impieghi utili per sé stesse e per il territorio. Cooperare è necessario (anziché competere) al fine di ripensare l’organizzazione territoriale e costruire quei servizi indispensabili per eliminare le disuguaglianze territoriali, consentendo a tutti di scegliersi un percorso di crescita individuale connesso a un impiego dignitosamente retribuito, per svolgere un’esistenza piena e stimolante. Questa dovrebbe essere la normalità, ma l’inciviltà nega diritti essenziali ai meridionali. Dovrebbe essere noto, ma non lo è: il meridione è regolarmente penalizzato dallo Stato poiché non ridistribuisce le risorse della fiscalità generale in maniera equa e saggia, anzi in assenza di una cultura politica socialista non crea investimenti nei territori più deboli, che abbisognano di maggiori risorse degli altri, proprio per eliminare quelle incivili disuguaglianze economiche e sociali create dall’ideologia capitalista liberista e da classi dirigenti inadeguate. Il Sud è il territorio che ha le maggiori potenzialità di creare nuova occupazione utile, per l’alto tasso di disoccupazione e per l’assenza di infrastrutture, di servizi e per la necessità impellente di conservare e recuperare un immenso patrimonio storico-culturale e naturale.

Il mainstream svolge un ruolo distruttivo e pessimistico narrando soprattutto i difetti dei meridionali, costantemente additati, discriminati, fino al punto che taluni meridionali sono convinti della propria condizione di “inferiorità”, poiché si è allevati all’interno di un ambiente autolesionistico condizionato dai media, e persino dal sistema educativo-scolastico. La disuguaglianza, non solo è materiale ma è psicologica. Non so quanti Paesi occidentali abbiano esempi e casi di una disuguaglianza economica programmata così distruttiva e così accanita nei confronti di una sola area geografica, fino a rendere quell’area, predata e colonizzata (nell’accezione colonialista del termine). Una cultura politica costituzionale può rompere sia gli schemi mentali [autolesionistici] e sia la consuetudine razzista [vedasi il partito della Lega, e la ex DC che ha creato la disuguaglianza territoriale] che non investe le risorse pubbliche ma le sottrae a chi ne ha diritto (il famigerato calcolo diseguale basato sul criterio della spesa storica e non sui livelli minimi pro-capite).

Noi meridionali dovremmo iniziare da noi stessi e dal territorio. Prima da noi stessi poiché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione del Sud, uscendo da una condizione psicologica inutile e dannosa, e invertire il flusso negativo di giovani laureati verso altri Sistemi Locali, ma questa inversione si realizza dando opportunità a chi le chiede, quindi rimuovendo le disuguaglianze di riconoscimento e favorendo il merito, l’impegno e l’entusiasmo di molti giovani che intendono sperimentare sul campo le proprie conoscenze. Dobbiamo studiare per conoscere meglio e osservare il territorio, per interpretarlo correttamente partendo dall’identità storica, dai valori ambientali e naturali, dall’impiego di tecnologie utili ai nostri scopi e dai luoghi da rigenerare, come del resto accade in molti altri territori, e sta accadendo anche al Sud ma non in tutto il meridione. L’approccio bioeconomico è quello più saggio per osservare i nostri Sistemi locali, le aree urbane estese e quelle rurali, per interpretarli tutti come sistemi metabolici. Osservando e interpretando, possiamo legittimamente costruire un programma politico volto a creare occupazione nuova e utile, attraverso la rigenerazione del nostro ambiente urbano e rurale, e nel farlo possiamo costruire un consenso mirato a cambiare la guida locale dei governi (perché fino ad oggi tale guida ha trascurato le disuguaglianze). Elaborando programmi, piani e progetti possiamo concretamente utilizzare, e direi legittimamente, le risorse pubbliche finora negate a vantaggio di altri territori ma a nostro danno.

I Sistemi Locali capaci di attrarre risorse umane e finanziare usano correttamente architettura e pianificazione, e lo fanno da sempre col meccanismo virtuoso che, nel corso dei decenni, hanno saputo affinare conoscenze e pratiche amministrative gestionali in continua evoluzione innescando una grande competitività. Il cuore di questo meccanismo virtuoso sono le università usate in maniera appropriata e cioè creare conoscenze utili al territorio, e non conoscenze fini a stesse e asfittiche, si tratta di conoscenze e saperi strettamente collegati al profitto, all’utilità sociale e ambientale del territorio. Le università sono collegate alle imprese e viceversa, ma secondo un indirizzo politico istituzionale molto preciso: concentrare ricchezza (risorse umane e finanziarie) sul territorio. Questo meccanismo è talmente sviluppato che i Sistemi Locali più competitivi hanno innescato un processo vizioso e non più virtuoso, poiché favoriscono nuove e maggiori disuguaglianze territoriali a danno dei Sistemi rimasti indietro e condannati alla marginalità, si pensi alle aree rurali. Solo un intervento nazionale può correggere consuetudini viziose e dannose attraverso programmi, piani e progetti nei Sistemi Locali privi di adeguati investimenti pubblici-privati. Il meridione soffre più delle altre aree geografiche poiché è schiacciato dalla notissima disuguaglianza fra Nord contro Sud, ma a questo si aggiunge la competitività negativa fra aree urbane e aree rurali in stato di abbandono, che favorisce anche fenomeni di dissesto idrogeologico. Nel Sud non potrebbe andrebbe peggio, ed è per questo che probabilmente è l’unica area ove ci sono grandi potenzialità, tutt’oggi non sfruttate, per creare lavoro utile cominciando ad applicare la Costituzione (che non è un’opinione ma un obbligo) e costruire questi standard minimi previsti dalle norme e mai costruiti. La normalità sarebbe una rivoluzione.

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Breve storia del consumo di suolo a Salerno

Processi speculativi, forme urbane e città estesa

Per comprendere una “storia” del consumo di suolo [agricolo], è necessario conoscere lo sviluppo storico e le regole giuridiche dell’urbanistica con gli interessi politici ed economici dei ceti sociali più forti, inoltre bisogna riconoscere quali obiettivi legittimi e meno legittimi si celano dietro la crescita fisica delle città. Senza comprendere il capitalismo urbano non si riesce a capire perché cresce l’espansione urbana in Occidente, perché oggi crescono meno (sotto il profilo demografico) i grandi centri mentre i Comuni limitrofi a essi crescono (fisicamente e demograficamente) e si uniscono saldandosi per costituire nuove “città estese”, “reti di città”, “città di città”, e persino “città regione”. In tutto il mondo assistiamo al superamento della popolazione urbana rispetto a quella rurale, e in Asia si saldano fra loro megalopoli di milioni di abitanti. Queste città sono sistemi complessi che chiedono ingenti flussi di energia e materia, creando enormi impatti ambientali, economici e sociali.

La pianificazione urbanistica è l’attività finalizzata all’individuazione delle regole da seguire per l’utilizzazione del territorio allo scopo di consentire un uso corretto e rispondente all’interesse generale. Attraverso i piani regolatori generali, i Consigli comunali regolano lo jus aedificandi (diritto a edificare) cioè incidono sul diritto e sul valore della proprietà pubblica e privata dei suoli e degli immobili; individuano gli standard; determinano la qualità di vita degli abitanti; determinano l’impatto ambientale delle attività antropiche; determinano i servizi sociali e culturali; la sicurezza; l’uso dell’energia e la mobilità. Lo jus aedificandi è slegato dalla proprietà, ed appartiene allo Stato che ne regola l’uso attraverso una concessione: il permesso di costruire. Comprese le regole e i diritti, siamo in grado di individuare le responsabilità politiche circa il governo del territorio: i Consigli regionali che scrivono leggi urbanistiche e soprattutto i Consigli comunali che adottano i piani regolatori generali ma approvati dai Presidenti di Regione.

Dal punto di vista della politica, il consumo di suolo agricolo assurge a tema di discussione pubblica solo negli anni recenti, quando la consapevolezza dello spreco di risorse finite raggiunge un’importanza e una sensibilità popolare; nonostante le contraddizioni del capitalismo fossero note sin dalla sua nascita (Karl Marx), e nonostante la notissima pubblicazione de “Limiti alla crescita” del 1972 (tradotto in italiano in “I limiti dello sviluppo“). Nel 1971 Georgescu-Roegen pubblica la legge dell’entropia nei processi economici, ed evidenzia con calcoli matematici tutti gli errori della funzione di produzione capitalista perché non tiene conto dell’entropia. Georgescu-Roegen crea la bioeconomia, cioè una nuova funzione della produzione basata sui flussi con la possibilità di misurare gli sprechi e i danni ambientali delle attività produttive per eliminarli. Questo approccio consente di osservare le città come sistemi metabolici con flussi di energia e di materia in ingresso e in uscita, ed è questo l’approccio culturale per eliminare anche il consumo di suolo agricolo.

Nonostante l’opportunità di cambiare i paradigmi culturali della società, la classe dirigente dominante aderisce all’ideologia capitalista che vede le città attraverso il filtro esclusivo dell’economia, così tutto diventa merce da comprare e vendere. Le città sono considerate strumenti di accumulazione del profitto privato, e nel farlo si realizzano impatti ambientali a partire dalla prima rivoluzione industriale del ‘700 che impiega le “nuove” tecnologie sfruttando le fonti fossili. Nell‘800 con l’acuirsi dei problemi sanitari e col crescere dell’urbanesimo, nasce la scienza dell’urbanistica (Cerdà, Teoria generale dell’urbanizzazione, 1867) come tecnica per risolvere problemi concreti. I primi suggerimenti nascono dalle utopie socialiste come la città giardino (1898) di Howard, oppure l’approccio pragmatico di Cerdà (piano di Barcellona, 1859) che immagina un’uguaglianza spaziale. La disciplina urbanistica è giovane, e la sua tecnica offre numerosi spunti di riflessione per risolvere i problemi d’igiene urbana innescati dall’industrialismo, basti pensare alla creazione delle reti infrastrutturali dei servizi (reti fognarie, idriche, elettriche, strade). La pianificazione ha evidenti implicazioni economiche e sociali poiché regola l’uso del suolo della proprietà privata e pubblica. Nei processi politici di trasformazione urbana si evidenziano i conflitti determinati dalla rendita, e la soluzione migliore è che sia lo Stato a incassare la rendita fondiaria; si riconosce il fatto che il disegno urbano determina l’economia delle città e degli abitanti. Le implicazioni economiche sono attenzionate dalle classi dirigenti che, spesso, decidono di usare la tecnica urbanistica per esaudire gli interessi della borghesia dominante, piuttosto che favorire l’interesse generale utile allo sviluppo umano creando servizi per tutti i cittadini, eliminando le disuguaglianze e tutelando l’ambiente. Nella gestione della città emergono due approcci opposti: il primo liberale che favorisce il cosiddetto libero mercato e l’altro socialista basato sul ruolo attivo dello Stato e sulla pianificazione.

Il caso paradigmatico di trasformazione urbana che crea enormi vantaggi economici agli investitori, e anche grandi debiti, è quello della Parigi (1852-1870) di Haussmann, e questo approccio di trasformazione farà scuola in tutto l’Occidente, sia sotto il profilo tecnico (diradamenti, allineamenti, rettifili) e sia sotto il profilo finanziario attraverso società ad hoc e investimenti bancari, ma soprattutto attraverso lo sfruttamento della rendita fondiaria e immobiliare. Gli effetti economici della pianificazione urbanistica appaiono chiari ed evidenti, e così dal 1865 il modello Haussmann suggerisce a Monsignor de Mérode di guidare un suo progetto di rinnovamento per Roma, si tratta di un’attività speculativa da lui perseguita acquistando terreni e costruendo edifici e palazzi in vista della conquista di Roma da parte del Regno d’Italia, del nuovo ruolo della capitale d’Italia, che Roma avrebbe assunto e del prevedibile arrivo massiccio di popolazione. Ecco spiegati in pochi passaggi gli interessi privati che hanno come effetto anche il consumo di suolo.

In Europa, nel Novecento, si diffonde l’approccio liberale [keynesiano] ma avrà implicazioni più o meno socialiste, cioè nella maggior parte delle città europee si conserva il ruolo pubblico dello Stato come regolatore degli interessi generali, da un lato le classi dirigenti locali riservano per sé stesse i suoli più appetibili, e dall’altro lato lo Stato promette di costruire abitazioni popolari [Piano Fanfani, 1949 e piano INA-Casa] per tutelare i ceti economicamente più deboli; questo approccio resterà il principale punto di riferimento fino agli anni ’80 del Novecento.

La letteratura classifica tre generazioni di piani in base ai periodi storici: piani di ricostruzione post bellica (anni ’40-‘50), piani dell’espansione (e riformisti) degli anni ’60 e ‘70, e i piani della trasformazione urbana (anni ‘80). Fra i temi di discussione ci sono tutti i problemi principali delle città: il corretto dimensionamento, il recupero, i servizi e l’ambiente. Nel 1933, Il Congresso Internazionale dell’Architettura Moderna produsse la cosiddetta Carta di Atene che individua anche gli standard minimi per un corretto vivere nelle abitazioni e in città. La cultura architettonica e urbanistica internazionale riconosce i problemi delle città e suggerisce soluzioni pratiche per risolverli, ad esempio corretti rapporti fra spazio pubblico e privato, servizi, distanze fra gli edifici, etc. Il Movimento Moderno ha il merito di individuare i problemi e creare soluzioni per le città ma sancisce anche la separazione fra uomo e natura, poiché le sue applicazioni concrete realizzano una “città macchina”, spesso spazi e non più luoghi di senso.

In queste concezioni il consumo di suolo agricolo avrà diverse implicazioni, poiché il corretto dimensionamento dei piani urbanistici è prerogativa determinante per ridurre gli impatti ambientali delle attività antropiche. Gli eccessi dimensionali in direzioni opposte creano inquietudine urbana, ad esempio città troppo dilatate consumano suolo mentre città troppo compatte congestionano e affollano gli spazi urbani.

Alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 del Novecento, l’Occidente intero sceglie l’approccio neoliberista che riduce il ruolo pubblico dello Stato deregolamentando anche la pianificazione urbanistica per favorire la concentrazione capitalista nelle mani degli investitori privati, che orientano le scelte politiche locali secondo scopi precisi. Di fatto, la pianificazione e il disegno urbano perdono di significato.

La crisi ambientale favorita dal capitalismo neoliberista raggiunge livelli insostenibili circa trent’anni fa, mentre continuano scelte contraddittorie fra trasformazioni urbanistiche che aumentano gli spazi di relazione, e trasformazioni urbanistiche condizionate da processi speculativi che distruggono valori e risorse. Le istituzioni politiche assistono in maniera passiva all’esplosione delle città trasformatesi in reti e sistemi di flussi, e costringono gli abitanti e le generazioni presenti e future economicamente più deboli a vivere in spazi urbani degradati e abbandonati. In Italia, i danni per l’assenza della corretta disciplina urbanistica sono realizzati in quasi tutte le città, e ciò accade soprattutto nei centri minori dove c’è carenza di cultura nel ceto politico dominante.

Salerno la forma urbana
Elaborazione personale su Carta Tecnica Regionale.

Nel caso salernitano, la storia urbana insegna che la città attuale, escludendo il centro storico, è costruita fra gli anni ’20 e ’80 col susseguirsi di piani e disegni approvati ma non rispettati, modificati, edulcorati, poiché l’Amministrazione, di volta in volta, asseconda gli interessi particolari della borghesia locale che ha saputo imporre la propria volontà orientando gli scenari progettuali, tutto ciò per indirizzare la rendita fondiaria e immobiliare verso il profitto privato. Nei primi decenni del Novecento sino agli anni ’80, la crescita fisica della città, e quindi il consumo di suolo agricolo è ampiamente giustificato dalla crescita demografica. La popolazione residente salernitana nel 1871 era di appena 27.000 abitanti, nel 1932 arriva a 70.000 abitanti. A questa crescita bisognava rispondere con la costruzione della città e si pose il problema del finanziamento degli interventi.

Salerno, cartografia IGM
Cartografia IGM.

Nel 1910 a Salerno, Enrico Moscati propose la soluzione del problema attraverso l’esproprio generalizzato dei suoli e l’uso del diritto di superficie. In questo modo l’Amministrazione avrebbe potuto usare i suoli e la rendita fondiaria per progettare una città a misura d’uomo, così come immaginarono Donzelli-Cavaccini prima (Piano di ampliamento, 1915) e Camillo Guerra dopo (Piano di ampliamento, 1934). La proposta di Moscati fu ignorata.

Dall’Unità d’Italia al ventennio fascista, e fra le due guerre, l’Amministrazione approva piani regolatori di ampliamento: nel 1915 (Regno d’Italia, Cav. Avv. Francesco Quagliariello) gli ingg. Donzelli-Cavaccini consegnano il piano regolatore del nuovo rione orientale che non sarà rispettato, poi nel 1934 (Comm. Avv. Mario Jannelli, Podestà) l’ing. Camillo Guerra si vede approvato il piano regolatore di ampliamento della città e spostamento della ferrovia, anche questo non sarà realizzato; nel 1936 (Avv. Manlio Serio, Podestà) gli archh. Alberto e Giorgio Calza-Bini si vedono adottato il piano regolatore e di risanamento, e nel 1945 l’arch. Alfredo Scalpelli, vedrà adottato il piano di ricostruzione. Dal secondo dopo guerra si realizzano i piani che consumo maggiormente suolo agricolo.

Nel 1954 (Conte Dott. Lorenzo Salazar, Commissario prefettizio), l’Ufficio Tecnico dell’Amministrazione elabora un vasto programma di fabbricazione che sarà utilizzato per il futuro piano regolatore generale. Infine, il Piano Marconi del 1958 (Sindaco Menna) è lo strumento urbanistico che prevede il maggior consumo agricolo nella storia urbana della città, e raddoppia gli abitanti fino a raggiungere circa 160.000 abitanti. Negli anni ’80 Salerno raggiunge un picco massimo di circa 183.000 abitanti. Nel 2019, il Comune di Salerno ha 133.364 residenti (dati ISTAT).

La storia salernitana insegna che i piani, ispirati a un determinato orientamento culturale raffigurano un disegno urbano (una previsione), ma le Amministrazioni politiche possono cambiarne gli indici, alzandoli fino a edulcorare il senso del disegno urbano a favore della massima utilizzazione territoriale. In letteratura, per descrivere una crescita urbana non pianificata correttamente si usano espressioni come interventi individuali e settoriali [processi di urbanizzazione], interventi sconnessi fra loro e non omogenei [al tessuto urbano costituito solitamente da una maglia stradale regolare, organica]. Escludendo l’originale forma del centro storico, la forma urbana della prima espansione moderna è costituita da una fabbricazione chiusa con palazzine allineate alla strada (Corso G. Garibaldi, via Nizza, via dei due Principati, via Dalmazia, via Carmine, via P. De Granita) assumendo una morfologia reticolare, e già in questo sviluppo osserviamo una utilizzazione massima, cioè alti indici urbanistici con carenza dello spazio pubblico e una rete stradale inadeguata ai carichi urbanistici costruiti ed ai flussi esistenti. Il dimensionamento dei piani è, spesso, orientato alla mercificazione dei suoli sia grazie alla deregolamentazione della rendita immobiliare e sia per incassare gli oneri di urbanizzazione, ma nei decenni del Novecento anche se l’attuazione dei piani [salernitani] era fatta male vi era la giustificazione della crescita demografica. Alla fine del millennio la crescita si esaurisce poiché a causa dell’approccio neoliberista chiudono le imprese ed aumenta la povertà, e si sviluppa il fenomeno della gentrificazione che contrae [perdita di residenti] il Comune capoluogo, dimostrando l’errato dimensionamento dei piani più recenti (PUC 2005, variante 2013 e revisione decennale). Questa condotta politica di pianificare espansioni fisiche su errati dimensionamenti dei piani contrasta con i principi della Costituzione e i principi della legge urbanistica nazionale, ed ha effetti diretti sul consumo di suolo agricolo.

La scelta politica di rinunciare alla corretta pianificazione urbanistica e quindi la scelta di deregolamentare la rendita ha in sé un meccanismo politico molto noto, il seme della corruzione morale e materiale poiché il facile accumulo di capitali nelle mani di costruttori e immobiliaristi può favorire sistemi corruttivi. Quanto vale il danno economico della rendita fondiaria? E’ difficile misurare con precisione l’appropriazione della rendita fondiaria ma è stato possibile fare una stima al ribasso, della sola edilizia abitativa (escludendo l’edilizia commerciale, turistica …), aggregando dati ISTAT e Banca d’Italia, e usando le superfici realizzate con la ricostruzione dei prezzi reali delle case e dei terreni. Per l’Italia, è stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19).

Nella letteratura urbanistica il consumo di suolo si misura con la variazione fra crescita dell’area urbanizzata e riduzione dell’area di suolo agricolo, e dal punto di vista meramente quantitativo, attraverso Google è possibile misurare la crescita fisica programmata dai piani approvati. La forma urbana è condizionata dalla complessa orografia del territorio: le colline, il fiume Irno e gli altri corsi d’acqua, e il mare, sono elementi che determinano l’originalità della struttura salernitana, oltreché ovviamente dai piani. Il centro storico salernitano costruito abbarbicato sul colle Bonadies assume una forma organica intricata e compatta a grana grossa che ricorda gli insediamenti islamici, si sviluppa fino alla marina e misura 40,5 ettari; la prima espansione moderna misura 98,6 ettari (piano Donzelli-Cavaccini, 1915) cioè quella che si riferisce al Corso G. Garibaldi, via Dalmazia, via Nizza, via dei due Principati, e costituisce una forma compatta con tessuto reticolare. Il piano Calza-Bini (1936) programma una crescita di 177, 8 ettari circa; e il famigerato piano Marconi pianifica un’espansione di 396,9 ettari (dalla misura sono escluse le aree produttive e industriali). Calza-Bini (1936), Scalpelli (1945) e Marconi (1958), sono i piani che costruiscono la città che viviamo oggi, compresi i processi speculativi sulle colline, così come la zona orientale di seconda espansione – Torrione, Pastena, Mercatello – dove troviamo le forme aperte prive di una maglia urbana regolare, ciò compromette l’aggregato edilizio per il fenomeno della disomogeneità. Le recenti espansioni, realizzate dagli anni 90 ad oggi hanno consumato circa 115,51 ettari (solo quelle costruite poiché mancano quelle pianificate), e tutte queste lottizzazioni sono nelle aree periferiche, periurbane, rururbane e contigue alle aree produttive e industriali (Matierno, San Leonardo, Fuorni, Stadio Arechi, Sant’Eustacchio, colline di Brignano, Masso della Signora, e Giovi). Sono tutte espansioni non integrate nel tessuto urbano esistente.

Salerno dispersione urbana
Salerno, interventi di edilizia (anni ’60 – ’10) pubblica e privata localizzati in periferia e sulle colline, spesso non integrati nell’agglomerato urbano esistente (dispersione urbana).

La misura precisa di come fu costruita la città venne accertata nel 1974 da progettisti incaricati dal Comune, e divenne nota a tutti quando consegnarono lo “Studio preliminare” che misurò la carenza di servizi minimi nella “Relazione dell’elaborato intermedio” del 1979. Lo studio misurò lo standard esistente di Salerno in 1,37 mq/ab (la vecchia legge regionale del 1977 prescriveva 30 mq/ab), e una densità di 987 ab/ha in zone del centro (piano Calza-Bini, 1936) quando la manualistica prescrive 300 ab/ha; pertanto i progettisti salernitani suggerirono il riequilibrio dei servizi sia per l’area occidentale (centro) che per quella orientale (periferia). Lo studio suggeriva di riflettere se fosse corretto espandere o meno la città, ma prima di tutto decongestionare la città stessa ed «abbassare gli indici di fabbricabilità delle zone non ancora edificate» per avere un rapporto migliore fra abitanti insediati e attrezzature di servizio.

Salerno città della rendita 02
Salerno, zona Carmine.
Salerno città della rendita 01
Salerno, Pastena e Mercatello; il fenomeno della disomogeneità dell’aggregato edilizio.

Dal punto di vista della cultura urbanistica, i piani che hanno costruito fisicamente la città (Calza-Bini e Marconi) sono lo specchio dell’isolamento culturale del regime fascista che scartò idee e disegni tipici delle utopie socialiste, dalla garden city (Donzelli-Cavaccini) alla città a misura d’uomo progettata secondo la composizione dell’unità di vicinato (Neighborhood Unit). Salerno vive due contraddizioni: una città compatta [elevato indice di accentramento della popolazione residente (0,98) e un’elevata densità di abitazioni totali] che favorisce relazioni di prossimità ma estremamente affollata, congestionata e senza servizi, ed un’alta dispersione urbana sulle colline, altrettanto prive di servizi; si tratta del peggior consumo di suolo poiché è stato distrutto un patrimonio naturale che crea inquietudine urbana e inquinamento. Alti valori degli indici di accentramento e densità di abitazioni indicano affollamento e un probabile degrado, considerando anche il fatto che il 61% degli occupati vive e lavora nell’area urbana appesantita e addensata dagli spostamenti giornalieri del pendolarismo in ingresso.

Salerno Copenaghen
Confronto fra un insediamento intenzionale e un aggregato edilizio spontaneo e disomogeneo.

Sotto il profilo del consumo di suolo bisogna riconoscere che i piani Calza-Bini e Marconi hanno costruito una città eccessivamente compatta, congestionata, e che pertanto la corretta composizione urbanistica suggerisce di ridistribuire i carichi, di fatto consumando altro suolo. Nel caso salernitano, il problema del consumo si può risolvere solo osservando attentamente la nuova struttura urbana estesa attraverso un censimento delle aree già urbanizzate ma abbandonate; perché sono queste le superfici che possono essere interessante da trasferimenti di volumi volti ad abbassare i carichi nelle zone consolidate, e disegnare nuove urbanità.

Dal punto di vista economico e sociologico, i cittadini pagano il danno degli interessi privati particolari contro l’interesse generale e quindi l’assenza di un corretto disegno urbano capace di organizzare lo spazio pubblico per favorire standard minimi come il verde di quartiere, parcheggi, e servizi culturali necessari per lo sviluppo umano. Osservando la storia cittadina, i problemi urbani ed edilizi di Salerno appaiono come una costante discussione politica ma inconcludente perché la classe dirigente non ha il coraggio di adottare soluzioni radicali ma corrette, come ad esempio la rigenerazione urbana bioeconomica. A partire dagli anni ’20 si parla di diradamento edilizio e recupero nel centro storico, fino al 1974 quando a Salerno si svolge il “Convegno Nazionale sulla politica dell’intervento pubblico nei centri storici del Mezzogiorno” dedicando ampio spazio all’opportunità dei programmi di recupero urbano, e denunciando «la crescita disordinata e sregolata del tessuto urbano», così la denuncia della «distruzione di una zona urbana di notevole importanza» e l’abbandono dei giardini nel centro storico, così denunciò Roberto Napoli, Presidente dell’Associazione Risanamento Centro Storico, che sperava e auspicava una partecipazione popolare.

A seguito del DM 1444/68, il 30 luglio 1971 il Comune di Salerno stabilì di individuare degli incarichi per i piani particolareggiati di esecuzione, poi con la delibera n. 203 del 29/09/1972 (Sindaco Russo) l’affidamento ai progettisti salernitani i quali produssero studi, indagini e individuarono la strategia per il recupero degli standard e l’individuazione delle zone omogenee. Nel 1978 (Sindaco Ravera) con delibera n.139 e n.140, lette le analisi consegnate, si decise di adeguare il vecchio PRG Marconi (Sindaco Menna) ritenuto dannoso ed obsoleto; poi si arriva al 1980 (Sindaco D’Aniello) per deliberare la nascita dell’ufficio di Piano, ed in fine nel 1983 (Sindaco Clarizia) ove il Comune cambiò rotta. In questi passaggi emerge tutta l’incapacità e la cattiva fede dei politici che volutamente non decidevano e prendevano tempo per consentire alle lobbies delle costruzioni, i proprietari di terreni di edificare nel peggiore dei modi e produrre altre rendite, mentre i tecnici nei loro rapporti segnalarono il fatto che l’inerzia politica consentiva l’edificazione prevista da un piano regolatore inadeguato e dannoso, e che il procrastinare nel tempo della corretta decisione aumentava il danno ambientale e sociale della città; mentre i tecnici progettavano soluzioni è accaduto che i politici consapevoli di ciò consentivano al capitalismo liberale di distruggere il bene comune recando danno alle future generazioni, cioè la nostra.

La legge urbanistica nazionale risale al 1942 mentre il DM 1444/68 collegato ad essa descrive chiaramente gli indirizzi della pianificazione. Una delle grandi virtù della legislazione urbanistica italiana, tutt’ora in vigore è, prima di tutto, il principio dell’uso sociale dei suoli (l’interesse generale) e poi i famosi limiti inderogabili di densità edilizia, di altezze e di distanza per le zone A e B, che evitano le famigerate speculazioni edilizie. Ad esempio, per le zone consolidate uno degli obiettivi chiaramente enunciati nel DM 1444/68 è il decongestionamento, ma a Salerno sono stati approvati piani attuativi che fanno l’opposto, aumentano i carichi urbanistici favorendo nuovi congestionamenti nelle zone consolidate, già prive di standard minimi. Ancora oggi servirebbe un diradamento edilizio nelle zone consolidate costruite dai processi speculativi al fine di recuperare standard minimi mancanti, ma l’Amministrazione trascura la corretta disciplina urbanistica, così come fra gli anni ’30 e gli anni ’80 si scelse di realizzare piani edilizi speculativi che favorirono gli interessi dei costruttori a danno della collettività. Dal 1981 al 2011 Salerno perde il 18,4% dei residenti, ma continua l’espansione fisica della città. Il fenomeno della contrazione è innescato dal capitalismo perché la globalizzazione neoliberista favorisce le agglomerazioni industriali nei paesi emergenti e nell’Asia. La classe dirigente locale assiste al fenomeno senza pensare un nuovo piano, e così il Comune centroide decresce mentre quelli limitrofi crescono fino a saldarsi fra loro e con Salerno: nasce la città estesa salernitana nell’inerzia e nell’indifferenza totale del ceto politico. I salernitani della nuova struttura urbana vivono e consumano un territorio di area vasta, ma non esiste né l’Amministrazione che lo amministra efficacemente e né un corretto piano circa il governo del territorio, ad esempio un piano intercomunale bioeconomico.

L’ambito identitario salernitano ha la seguente forma insediativa: l’area di gravitazione urbana costituita dal capoluogo, con l’unità di paesaggio “area urbana di Salerno” e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata “Pendici occidentali dei Picentini”. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio “Valle dell’Irno” con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rururbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud: la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio “Piana del Sele”, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle Piana nell’unità di paesaggio “fluviale del Picentino”, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rururbani inseriti nell’unità di paesaggio dei “Picentini”: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Salerno area urbana estesa
Salerno e le sue conurbazioni.

La città salernitana estesa ha assunto una forma insediativa reticolare e rizomica dei filamenti di natura endogena, dando vita a rigonfiamenti, e ispessimenti lineari e collinari pluridirezionali favorendo un’urbanizzazione dilatata che produce dispersione (sprawl urbano) e consumo di suolo agricolo.

Salerno città estesa

Da alcuni anni l’ISTAT riconosce e osserva i Sistemi Locali del Lavoro (SLL), cioè aree funzionali caratterizzate dal pendolarismo quotidiano degli abitanti casa/lavoro. Il SLL salernitano è costituito da 17 Comuni, e nel 2015 all’interno del rapporto La nuova geografia dei Sistemi Locali, l’ISTAT descrive anche il consumo di suolo interno a queste aree funzionali affermando che «le forme e la consistenza dello sviluppo urbano, spesso non sufficientemente governato, si traducono in ampie parti del territorio in consistente consumo di suolo», e il SLL salernitano è classificato con un’incidenza di massima pressione, cioè il valore più alto. All’interno del SLL salernitano vi è la struttura urbana estesa costituita da 11 Comuni con una popolazione complessiva di 302.388 abitanti su un’estensione territoriale di 272,4 Km2.

ISPRA geoviewer consumo di suolo Salerno
Consumo di suolo nella città estesa salernitana, fonte ISPRA.

Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò significa che al consumo di suolo agricolo del comune salernitano si aggiunge il consumo di suolo agricolo dei centri minori, quella che da circa venticinque anni è la saldatura fisica dei comuni fra loro stessi. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano. La risposta concreta allo “stop del consumo di suolo” è il cambio di scala amministrativa per adottare un unico piano urbanistico intercomunale rispetto alla nuova struttura costituita dagli 11 comuni saldati fra loro, e quindi compiere il censimento di tutte le aree abbandonate e sottoutilizzare (evitando nuove espansioni) per adottare un disegno urbano con caratteristiche bioeconomiche, cioè rigenerare il patrimonio edilizio esistente e dimensionare i servizi dei circa 300 mila salernitani (11 comuni).

Coesistono diversi fenomeni trascurati dal ceto politico: la marginalità economica (aumento della povertà) e l’emigrazione dei laureati, così come l’autoferenzialità della classe dirigente locale che mette in atto la disuguaglianza di riconoscimento, la stessa che favorisce l’espulsione sociale dei meritevoli e dei capaci verso sistemi locali più produttivi. Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a sé stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale. Il quadro di conoscenza del territorio e le patologie innescate dall’ideologia liberista rappresentano i temi di partenza per rigenerare il territorio e quindi arrestare il consumo di suolo agricolo: la risorsa non rinnovabile che consente di alimentarci e di vivere.

Nel 2006 la Commissione europea adotta una “Strategia generale per la protezione del suolo” caratterizzata dai princìpi guida della prevenzione, conservazione, recupero e ripristino della funzionalità del suolo, ma nel 2014 viene ritirata. Il legislatore italiano propone disegno di legge 86/2018 “Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo nonché delega al Governo in materia di rigenerazione delle aree urbane degradate” in corso d’esame presso la Commissione, e il disegno di legge 164/2018 “Disposizioni per l’arresto del consumo di suolo, di riuso del suolo edificato e per la tutela del paesaggio”. Ad oggi, l’unico modo per fermare processi auto distruttivi del territorio è quello di cambiare i paradigmi culturali della società approdando su un nuovo piano culturale, per pianificare con l’approccio territorialista bioregioni urbane e piani regolatori che non prevedono nuove espansioni.

Salerno prima e dopo

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La scommessa della rigenerazione urbana bioeconomica

Negli attuali processi di trasformazione urbana non esistono piani attuativi rigenerativi bioeconomici mentre tutta la letteratura urbanistica europea, da circa venticinque anni, pubblica esempi più o meno “sostenibili”. In Italia, nessuno o pochissimi di questi casi, si occupa di stimolare processi dentro le zone consolidate ma in quelle periferiche, suburbane e rururbane. Il fatto che in Italia ci siano pochissimi esempi di vera rigenerazione urbana dipende da due condizioni: una è di carattere economica, perché trasferimenti di volumi e demolizioni/ricostruzioni sono interventi costosi, e l’altra è di carattere politico perché nel nostro Paese ha prevalso, più degli altri, la religione neoliberista del famigerato libero mercato che ha favorito la borghesia locale costruendo la propria fortuna su una vera e propria usurpazione, ed oggi vive e si arricchisse di rendite parassitarie indirizzando le scelte localizzative dei piani regolatori generali. In questo modo, a partire dagli anni ’50, si è radicata una consuetudine politico-amministrativa viziosa e degenerata che giustifica la privatizzazione dei processi politici, mentre le aree economiche più marginali non sono in grado di “assorbire” l’offerta edilizia. La famigerata urbanistica contrattata ha distrutto il libero mercato urbano, oggi controllato da pochi soggetti economicamente molto forti, e buona parte delle imprese è esclusa dalle reali opportunità che il capitalismo urbano consentirebbe, se fosse garantito da un reale coordinamento dell’Ente pubblico. Il contesto attuale è molto simile al capitalismo feudale: uno Stato che non interviene per garantire uguaglianza di diritti, soprattutto per i ceti più deboli, e un’élite ristretta, molto più ricca di prima che decide per tutti e continua ad accumulare sfruttando le scelte politiche sbagliate deliberate dai Consigli comunali.

Nella consuetudine attuale non esistono imprese che possono prendersi il rischio di pagare i costi di demolizioni e ricostruzioni che poi finirebbero scaricarti sul mercato. L’assenza di efficaci strumenti finanziari dello Stato pensati per la rigenerazione bioeconomica nel mercato urbano sfavorisce progetti rigenerativi virtuosi (attenti al sociale e all’ambiente) e così è difficile ritrovare esempi di vere e proprie rigenerazioni urbane, e quindi spesso si realizzano riqualificazioni che consistono in progetti di nuove lottizzazioni in aree piccole, a volte già urbanizzate ma “libere”, cioè di riuso di aree ex-produttive.

La scommessa italiana più interessante e più intelligente riguarda le ex periferie costruite fra gli anni ’40-’80, cioè concentrarsi sugli attuali quartieri mal costruiti dai processi speculativi, ove esistono le disuguaglianze sociali ed economiche, e dove mancano ancora gli standard minimi previsti dalle norme. In queste periferie non c’è qualità urbana, e c’è la peggiore merce edilizia dal punto di vista sismico ed energetico. Nelle nostre città estese, esistono numerosi casi di zone urbane consolidate mal costruite costituite con agglomerazioni di edifici che non rappresentano quartieri, tessuti, ma aggregazioni disomogenee (alti carichi urbanistici e affollamento) e compromesse. Nelle ex-periferie spesso riscontriamo grandi squilibri causati dai carichi urbanistici eccessivi che non consentono un adeguato svolgimento della vita urbana, perché c’è assenza o carenza di spazi e luoghi pubblici (assenza/carenza di verde pubblico, assenza di strutture culturali), perché la viabilità non è funzionale agli scopi urbani (strade strette, assenza di parcheggi e assenza di piste ciclabili), e perché in queste aree si concentrano numerosi disagi sociali, economici e ambientali.

In questi ambiti bisogna avere il coraggio di investire programmi, piani e progetti capaci di affrontare temi complessi ma che possono essere discussi pubblicamente con competenza ed efficacia per restituire nuove opportunità di sviluppo umano agli abitanti, oggi condannati alla marginalità economica e sociale. Il meridione d’Italia è senza dubbio l’area geografica ed economica maggiormente interessata dalle disuguaglianze territoriali, anche se problemi analoghi, con intensità minore, si riscontrano anche nei grandi centri urbani del Nord, pertanto il focus va posto sulle città estese ove proporre i principali cambiamenti anche in rapporto con le aree rurali e i piccoli centri urbani.

Il paradigma urbano da ribaltare è quello della famigerata rendita, perché deve smettere di essere il motore delle trasformazioni urbane, e quindi è necessario liberare il disegno da questo ricatto al fine di riprogettare lo spazio pubblico e ridimensionare i servizi collettivi per le città estese. I cittadini devono assumere il ruolo di committenti della rigenerazione urbana bioeconomica ma con nuovi criteri valutativi di piani e di progetti; si tratta proprio di criteri bioeconomici che realizzano il metabolismo urbano, e tengono conto degli impatti sociali e ambientali degli interventi previsti, senza compromettere l’equilibrio economico degli investimenti. Non è più il mero profitto privato che giudica la realizzabilità della trasformazione urbana, ma i risultati attesi in termini sociali e ambientali perché questi qualificano il progetto, e queste condizioni possono migliorare l’ambiente urbano compromesso durante gli anni della speculazione edilizia. Oltre ciò, ovviamente, c’è un dato tecnico da saper valutare, e cioè la nuova morfologia urbana, il nuovo scenario capace di ridistribuire le densità e i servizi (scuole, biblioteche, teatri, centri di ricerca …) al fine di migliorare la vita degli abitanti sfruttando le migliori tecnologie nel settore energetico e per la mobilità intelligente, sempre più stimolata dall’uso delle biciclette integrate con il trasporto pubblico.

Qui sotto un esempio paradigmatico di “caso impossibile” estratto dalla mia tesi di laurea. Il progetto propone scenari rigenerativi possibili in un’area consolidata – Pastena Torrione – molto compromessa. Gli scenari si pongono obiettivi per migliorare la forma urbana esistente, recuperano standard mancanti, trasferiscono volumi, costruiscono servizi e realizzano una nuova urbanità. L’esempio dimostra che, a seguito di un’analisi approfondita dell’esistente poiché il progetto è nell’analisi, ed è comunque possibile progettare servizi mancanti aumentando le dotazioni standard esistenti e offrendo opportunità di sviluppo umano raggiungendo obiettivi di sostenibilità e comfort urbano.

Il progetto interviene dentro la città consolidata, nell’aggregato[1] urbano costruito dagli anni ’40 fino agli anni ’80 nei quartieri Pastena, Torrione, Picarielli e Italia, in un’area di 54 ha con una popolazione teorica insediata di 16.000 abitanti, e si pone l’obiettivo di rigenerarlo in tessuto[2] urbano. Questo caso di rigenerazione urbana non interviene né nel centro storico e né in un’area industriale dismessa, ma in un’area consolidata.

L’analisi dell’organismo urbano[3] preso in esame ha evidenziato diverse carenze e criticità. Si tratta di un agglomerato privo di una maglia stradale regolare, che avrebbe favorito l’uso flessibile dello spazio. L’analisi ha rilevato la carenza di standard minimi; non è presente un sistema di spazi pubblici con arredi urbani, non ci sono aree verdi attrezzate e fruibili (con l’unica eccezione dei piccoli giardini di Villa Carrara), non ci sono percorsi ciclabili. La trama urbana è frammentata con scarsa accessibilità; costituita da agglomerati scompaginati nei quali sono accostati espansioni recenti e passate. Fra alcuni comparti non c’è complementarietà, e persino l’assenza di collegamenti. C’è un’eccessiva densità di volumi[4] in diversi comparti, il più alto è nel comparto 12 (Lungomare Colombo, ed. privata) quello più densamente popolato e con carenza di standard di quartiere. Dal punto di vista della sostenibilità sociale, ambientale e urbanistica, il progetto riutilizza aree abbandonate e dismesse; favorisce la tipologia mista delle destinazioni d’uso degli edifici, prevede nuovi servizi culturali e sociali, e collega gli edifici a una rete intelligente di energia inserita nei sottoservizi.

Il progetto urbano ruota intorno a due elementi qualificanti della rigenerazione e del concetto di urbanità[5]: il suolo[6] e lo spazio pubblico, tant’è che grazie all’apertura di una nuova strada si realizzano nuovi nodi e si risolvono problemi di isolamento, stimolando vitalità e mobilità dolce, e grazie alle tecniche di densificazione e le demolizioni selettive si realizzano servizi culturali, sociali, spazi aperti e verde pubblico creando nuovi punti di riferimento. Il progetto incrementa i beni relazionali, moltiplicando luoghi di convivenza, aumenta la dotazione di aree verdi per mitigare il clima e contrastare l’isola di calore.

L’agglomerazione delle attività previste dal progetto trasformano la struttura urbana della città conferendole una struttura policentrica (multipolare). Il quadro di conoscenza fornisce le indicazioni progettuali e individua le regole per le possibili trasformazioni urbanistiche, seguendo principi di bellezza e decoro urbano, e di conservazione di taluni aggregati edilizi esistenti.

Il progetto indica scenari progettuali, ossia master plan, suggerendo una morfologia urbana con le seguenti caratteristiche: trasformazione urbanistica; riconnessione della trama urbana e degli spazi residuali; nuove scene urbane; conservazione; riattamento; mixité funzionale e sociale; riequilibrio fra lo spazio pubblico e privato attraverso trasferimenti volumetrici senza consumare suolo agricolo; risposta alla domanda di bisogni dei cittadini coinvolti nella sperimentazione di pianificazione partecipata attraverso il questionario ideato da Kevin Lynch; cancellazione degli sprechi e auto sufficienza energetica; e “città rurale”.

L’approccio progettuale presenta scenari possibili che mirano a valorizzare le preesistenze e ad “aggiustare” un contesto di partenza complicato e difficile per la cattiva crescita urbanistica degli aggregati edilizi conseguenza della speculazione immobiliare, osservabile in taluni comparti dell’area di intervento. All’eccessivo e cattivo sfruttamento dei suoli si prevede il riequilibrio delle densità col diradamento dell’edilizia privata desueta, e si favorisce il recupero degli standard minimi mancanti. L’approccio ha l’ambizione di mostrare un modello che se fosse applicato impedisce l’aumento della dispersione urbana (sprawl).

[1] È un termine generico che indica un insieme di edifici.
[2] «Il tessuto è il concetto di coesistenza di più edifici, presente nella mente di chi vi costruisce anteriormente all’atto di costruire, a livello di coscienza spontanea, come portato civile dell’esperienza di mettere insieme più edifici» (Caniggia & Maffei, Op. Cit., 2008, pag. 129).
[3] L’analisi diretta è stata svolta individuando 12 comparti omogenei al fine di misurare tutti i dati e gli indici urbanistici (densità, standard, superficie coperta, indici di utilizzazione).
[4] L’analisi diretta ha rilevato indici di fabbricabilità fondiaria (If=V/Sf) di 10,14 nel comparto 12 (Lungomare Colombo), di 9,57 nel comparto 4 (case alluvionati, INA Casa), di 9,02 nel comparto 7 (via Tesauro), di 8,70 nel comparto 6 (via M. Ungheresi) e di 7,81 nel comparto 9 (via C. Guerdile). La densità massima prevista dal DM 1444/68 è di 6 mc/mq.
[5] Il concetto di urbanità è costituito da suolo, fronte urbano e spazio.
[6] Dietro al concetto di suolo ci sono molti riferimenti, non solo al supporto fisico, alla sua fisicità (l’orografia del suolo) ma anche alla percezione, alla forma dell’architettura costruita sopra al suolo (l’appoggiarsi al suolo), la conformazione degli spazi aperti, alla percorrenza, ai materiali usati e alle relazioni. L’immagine urbana percepita è costituita da rapporti e relazioni dello spazio pubblico con l’architettura e, nello specifico il linguaggio dei fronti urbani, poiché crea l’immagine percepita dall’osservatore insieme agli spazi aperti, ai colori dei materiali.

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Fermare il consumo di suolo a Salerno

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ISPRA Geoviewer, consumo di suolo nella città estesa salernitana.

Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò è accaduto anche nell’area salernitana. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano; mentre la crescita demografica nei comuni limitrofi al centroide ha pianificato nuove lottizzazioni ma spesso non inserite nella struttura urbana, favorendo un’alta dispersione urbana. Una gravissima dispersione (sprawl urbano) è nei territori di Cava dè Tirreni e Nocera (qui troviamo il contrasto analogo al comune di Salerno: concentrazione e dispersione), poi i comuni della valle dell’Irno, e altre dispersioni sono nelle conurbazioni a Sud di Salerno (Giffoni e Montecorvino).

Com’è possibile fermare il consumo di suolo agricolo? Eliminando le aree di espansione urbana negli strumenti urbanistici ma utilizzando quelle già urbanizzate, e nell’area urbana salernitana è possibile censire tutte le zone sottoutilizzate e abbandonate. Tutt’oggi manca la visione culturale e politica circa un corretto governo del territorio che riconosce la struttura urbana estesa e adotta l’approccio del matabolismo (bioeconomia). Sindaci e Consigli comunali dovrebbero creare un ufficio di piano ad hoc per coordinare e avviare lo studio di un piano urbanistico intercomunale che dimensiona correttamente i servizi per circa 300 mila abitanti salernitani. I Consiglieri comunali hanno trascurato questa opportunità di un piano intercomunale capace di rigenerazione l’intero territorio per recuperare gli standard mancanti usando correttamente volumi abbandonati e le aree sottoutilizzate, evitando di consumare suolo agricolo.

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Elaborazione personale su dati ISPRA, 2017.

La città estesa salernitana si connota per le per proprie caratteristiche territoriali e infrastrutturali ed è necessario adottare un piano per correggere gli errori della mentalità capitalistica che ha condizionato le scelte politiche locali, finora incapaci di leggere attentamente i fenomeni e stimolare nuove opportunità di impiego per le persone, costrette ad emigrare e vivere un’agglomerazione urbana che volge al suo fine ciclo vita. Alcune scelte hanno realizzato interventi di riqualificazione, mentre altre di mera speculazione edilizia dentro le zone consolidate, e infine l’ambiente costruito è lasciato all’abbandono con l’aumento del rischio sismico per l’età degli edifici. Avendo una visione bioeconomica per la “città estesa” possiamo migliorare la vita degli abitanti e programmare il riuso, il riutilizzato, la rifunzionalizzazione degli edifici, con l’inserimento di attività e funzioni finora mancanti dentro la struttura urbana. Coesistono diversi fenomeni trascurati dal ceto politico: la marginalità economica (aumento della povertà) e l’emigrazione dei laureati, così come l’autoferenzialità della classe dirigente locale che mette in atto la disuguaglianza di riconoscimento, la stessa che favorisce l’espulsione sociale dei meritevoli e dei capaci verso sistemi locali più produttivi. Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. La disuguaglianza territoriale fra Sistemi Locali è evidente ma è responsabilità sia dello Stato e sia di Sindaci e Consiglieri comunali, inadeguati rispetto ai valori della Costituzione. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a se stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale. Il piano può adottare tecniche anti-sprawl negli interventi di rigenerazione urbana.

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Elaborazione personale su dati ISTAT e Ptcp 2012.

Riempire il vuoto

Nel mondo della politica esiste un enorme vuoto culturale lasciato dal partito comunista. Nella degenerazione generale dettata dal pensiero dominante neoliberista, in Italia non esiste più un soggetto politico che contrasta ingiustizie e disuguaglianze. Dall’auto dissoluzione del PCI ad oggi, quel vuoto è riempito dal nulla, cioè da soggetti politici a dir poco inqualificabili e incapaci. La contraddizione più incivile e dannosa, probabilmente, sta nel fatto che la società globalizzata e tecnologicamente avanzata è molto più complessa rispetto a trent’anni fa, e pertanto richiede una classe dirigente molto più competente. La maggioranza dei cittadini ed i partiti non richiedono maggiori capacità culturali e saggezza, mentre lo spettacolo mediatico si è fuso coi politicanti restituendo una commedia grottesca e incivile, ove i capi più simpatici ricevono consensi e attenzioni, mentre i problemi reali del Paese restano insoluti e peggiorano col trascorrere degli anni (disuguaglianze, aree urbane e rurali, rischio sismico e idrogeologico, patrimonio, lavoro, ambiente, qualità della vita…). In questa enorme inciviltà, c’è un’area geografica che sta peggio delle altre, ed è notoriamente il Sud dove le risorse umane fuggono per la ricerca di un impiego, e scelgono la pianura padana o l’estero, per studiare e lavorare. Da molti decenni, è in atto una sottile e “nascosta” guerra economica che crea ricchezza attraverso le disuguaglianze programmate dallo stesso Stato, perché attribuisce maggiori risorse a chi ha di più per sottrarle ad altre comunità. Secondo lo Stato un cittadino emiliano merita più risorse pro-capite di un cittadino calabrese.

In questo contesto a dir poco drammatico, è fondamentale applicare un semplice principio di giustizia sociale sancito dalla Costituzione, e così l’evoluzione del Sud diventa priorità politica restituendo e programmando le risorse dovute. I meridionali dovrebbero indignarsi, e avere coscienza di sé e dell’immorale rapina realizzata dallo Stato ma sostenuta da soggetti politici pubblicamente anti-meridionali, non solo la Lega ma anche chi l’ha legittimata, e cioè Berlusconi con Forza Italia, Di Maio e il M5S; mentre esiste da decenni una corrente leghista fra gli ex DS e poi PD. In buona sostanza la rapina al Sud è stata possibile grazie al partito trasversale dei padani e con l’inerzia dei politicanti meridionali.

Raggiunta la coscienza di classe dei meridionali, le persone dovrebbero stimolare la nascita di pensatoi per progettare la rinascita del Sud, e lo stesso dovrebbe accadere fra il ceto politico più agiato e privilegiato poiché un Sud che perde abitanti è un danno sociale ed economico per tutti. Notoriamente, i luoghi che hanno i mezzi culturali per ripensare i territori sono: l’università per la ricerca, le imprese per le produzioni e le istituzioni politiche per l’azione politica. Se il meridione soffre di fuga delle risorse umane, è evidente che sul banco degli imputati ci sono proprio: università, imprese e istituzioni politiche incapaci di fare squadra e favorire sinergie creative per creare opportunità di sviluppo umano, proprio come fanno da decenni altri territori che paradossalmente stanno meglio anche grazie ai meridionali trasferitisi nei Sistemi Locali attrattivi e più produttivi. Non è un segreto il fatto che i sistemi sociali ed economici che funzionano dipendono dal fattore umano messo ai vertici delle istituzioni. C’è un solo processo virtuoso che può costruire un meridione migliore, formare nuova classe dirigente capace di fare gli interessi degli abitanti, ed esiste un solo paradigma culturale capace di farlo proiettando la società nel futuro: l’approccio bioeconomico poiché corregge le storture del capitalismo, notoriamente contraddittorio perché produce disuguaglianze e distrugge gli ecosistemi. Per riempire questo vuoto è fondamentale costruire un soggetto politico democratico capace di risvegliare le utopie socialiste e condurle sul piano bioeconomico, e per farlo bisogna attrarre talenti e stimolare la creatività delle persone in processi partecipativi. Si tratta di sperimentare e osservare attentamente i territori: le aree urbane e i Sistemi Locali del Lavoro. Il cuore di questa rinascita meridionale è la pianificazione, cioè quella capacità creativa di produrre visioni e scenari possibili che appartiene alle persone e ai tecnici, i quali suggeriscono programmi ai partiti, considerati strumenti per l’attuazione dell’azione politica. Capacità e merito sono prerogative fondamentali e individuano un passaggio fondamentale per costruire una società migliore, ma la maggioranza dei cittadini che vota non propone persone capaci e meritevoli, ed i partiti attuali trascurano la competenza preferendo galoppini e politicanti. Questa degenerazione appartiene all’Italia intera, ma le Regioni più produttive vivono e producono grazie alla storica programmazione economica che ha scelto determinate aree per concentrare i capitali, a partire dalla famigerata Unità d’Italia, mentre il Sud sprofonda per i motivi opposti: l’assenza di investimenti pubblici e privati, ed oggi la degenerazione ha creato un processo vizioso fondato su una condizione psicologica autolesionistica che spinge i meridionali a disprezzare la propria terra. La realtà è che il Sud ha grandi ricchezze ma sono ignorate e trascurate, e per esser precisi: il meridione non ha solo la bellezza del proprio patrimonio storico e naturale mentre le potenzialità umane sono scoraggiate, sfavorite perché le elités locali, spesso, sono autoreferenziali e applicano la disuguaglianza di riconoscimento che fa scappare i giovani e chi intende innovare, inoltre c’è una chiara assenza di servizi culturali e di infrastrutture. Le aree urbane meridionali non sono collegate fra loro, e la programmazione economica non costruisce i servizi minimi essenziali. Nella società attuale: interconnessa e globale, è del tutto incivile lasciare comunità urbane, medie e piccole, completamente isolate, in tutti i sensi: mancano i collegamenti ferroviari, mancano le strade e mancano i servizi sociali, culturali, sanitari, e di connettività…

Restituendo le risorse pubbliche usurpate al meridione sarà possibile programmare le infrastrutture e i servizi mancati, aggiungendo un surplus di investimenti pubblici-privati basato su piani bioeconomici. Ad esempio, possiamo imitare l’approccio del New urbanism per rigenerare territori e aree urbane, ma osservando bene le peculiarità locali per inserire infrastrutture, funzioni e attività mancanti. Il New urbanism, studiando attentamente la storia urbana europea, ha sintetizzato una strategia facile da applicare nella gestione di territori e città. L’approccio è una pianificazione integrata di tutte le scale territoriali: regionale (territoriale e area vasta), in ambito di quartiere (la città), le strade (design urbano) e gli edifici (l’architettura). Secondo questo approccio è necessario elaborare un piano di area vasta per integrare il trasporto pubblico ai quartieri, e poi creare un paesaggio urbano con densità medie, e renderlo più vivibile, più conviviale e più accessibile. Come prima analisi, ad esempio osservando le aree urbane campane, sarebbe auspicabile realizzare immediatamente la metropolitana regionale per integrare quartieri, funzioni e attività fra queste, e con i territori vicini: le puglie, l’area lucana e le calabrie. Questo progetto favorisce la mobilità delle persone e svantaggia l’uso dei mezzi privati, riduce drasticamente inquinamento e affollamento urbano, e migliora la qualità di vita degli abitanti, che possono usare maggiormente la bicicletta integrata al trasporto ferroviario. Il censimento di volumi e aree abbandonate da riconvertire e il disegno del trasporto pubblico metropolitano, con l’uso misto dei suoli, cioè la mixité funzionale e sociale dei quartieri favorisce un’integrazione di attività: lavoro, servizi, studio, svago e tempo libero, ma contemporaneamente svantaggia il consumo di suolo agricolo e annulla la dispersione urbana. In buona sostanza, si può riempire il vuoto culturale e politico perché esistono conoscenze e competenze ma queste vanne riconosciute e valorizzate da uno strumento politico: un partito democratico bioeconomico.

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Lo strumento del “transect” proposto dal “New urbanism” per gestire le regole di pianificazione urbana.