1.2 I contesti territoriali


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.2      I contesti territoriali

Il compito delle grandi sfide urbane è intravedere nuovi futuri percorribili ma che siano sostenibili rispetto alle modalità passate circa la gestione del territorio. Secondo Herbert Girardet le città occupano il 2% della superficie terrestre, usano il 75% delle risorse del pianeta e scaricano una percentuale simile di rifiuti[1]. Secondo il programma ONU Habitat III, le città contribuiscono per il 70% alla crescita economica, consumano più del 60% dell’energia e le abitazioni immettono nell’atmosfera circa il 70% delle emissioni gassose, per queste ragioni si ritiene necessario ripensare l’agenda urbana[2] pensando all’equità, al benessere e alla prosperità condivisa. Secondo gli ultimi rapporti ONU (2014) ed Eurostat (2016)[3], il grado di  urbanizzazione nel mondo segue dinamiche differenti, una grande accelerazione in Asia, in Africa e in America latina, e un rallentamento in Europa.

La regressione demografica delle grandi città nel mondo occidentale e la distrofia causata dallo sviluppo incontrastato della dimensione delle città del terzo mondo sono fenomeni chiaramente riconoscibili[4] . «La quasi totalità dell’urbanizzazione mondiale interessa le città in via di sviluppo»[5] mentre nell’Occidente sembra non esistere più una relazione diretta fra aumento della produttività e crescita della popolazione urbana, «siamo di fronte cioè a un’urbanizzazione globale che in molti casi sembra non essere sostenuta da un motore economico adeguato alla propria crescita»[6]. Generalmente se l’espansione delle aree urbane è condizionata dall’aumento demografico, tale correlazione non riguarda l’Italia e l’Europa. «Il legame tra demografia e processi di urbanizzazione non è più così evidente e le città sono cresciute anche in situazioni di stabilità o decrescita della popolazione residente»[7].

In questo contesto di cambiamenti emergono teorie e modelli di lettura delle città in trasformazione: le città mondo[8] o città globali[9], le città regione[10] e le città rete[11]; l’espansione urbana disorganizzata: lo sprawl[12] e gli slums autocostruiti[13].

Secondo Peter Taylor e il programma Globalization and World Cities (GaWC) sono le funzioni delle città e i loro collegamenti a determinare i cambiamenti, e tale teoria ricalca l’approccio di David Harvey circa le agglomerazioni e l’interpretazione del mondo osservando le politiche urbane e i processi di accumulazione del capitale[14]. Alcuni effetti di questo cambiamento si mostrano in una crescita informale delle città (slums), una polarizzazione dello scenario urbano, cioè un cambiamento urbano sbilanciato verso i Paesi del terzo mondo e lo stimolo dei flussi migratori delle popolazioni. Altri effetti sono, secondo gli studi regionali[15], le disuguaglianze territoriali. Nelle agglomerazioni urbane coesistono ricchezza e povertà, con un aumento delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento sia all’interno delle aree urbane estese, e sia fra le città e i territori rurali in stato di abbandono.

Il contesto urbano, che oggi ereditiamo, mostra che circa la metà della popolazione mondiale (circa 3,5 miliardi di persone) vive nelle città[16], mentre progressivamente la popolazione urbana supera quella rurale[17]. I dati forniti dall’UE ci dicono che in Europa circa il 72% della popolazione (360 milioni di abitanti) vive in aree urbane.

Nei territori con una urbanizzazione crescente sussiste anche un fenomeno di degrado urbano, secondo le previsioni dell’ONU un quarto della popolazione mondiale è destinata a vivere negli slums[18]. «La dimensione attuale dello slum per come lo conosciamo è una manifestazione urbana piuttosto recente che si colloca all’incirca intorno agli anni sessanta del secolo scorso»[19].

Alcune megalopoli mondiali (Tokyo 13.010.287 abitanti nel 2011, New York 8.391.881 di ab. nel 2011), cresciute durante lo sviluppo industriale, attraversano un fenomeno di contrazione – shrinking cities[20] – poiché la globalizzazione neoliberista[21] suggerisce alle imprese di delocalizzare le proprie attività nelle cosiddette zone economiche speciali[22], presenti prima di tutto in Asia, e questa scelta avrà ripercussioni economiche, sociali e ambientali nelle vecchie città-fabbrica. Secondo l’Audit urbano europeo del 2009 il 57% di 220 grandi e medie città europee e il 54% delle zone urbane più grandi hanno perso popolazione fra il periodo che va dal 1996 al 2001. La deindustrializzazione delle aree urbane nell’Europa occidentale comincia soprattutto nella contea di Merseyside (UK), nella Pays Noir area del Belgio, e nella RUR in Germania. Le città in contrazione presentano aree abbandonate, e immobili vacanti, cioè volumi inutilizzati. Mentre nelle città deindustrializzate inglesi, belghe e francesi i flussi migratori negativi sono generati dall’economia, in Germania la contrazione è dovuta al calo demografico. «Una volta riconosciuto esaurito il processo di crescita della città occidentale si pone il problema della riqualificazione architettonica delle espansioni recenti e del miglioramento della loro qualità ambientale»[23].

Altre megalopoli continuano a crescere – Delhi in India (25.700.000 ab.), Shangai (23.800.000 di abitanti nel 2012), Beijing cioè Pechino (20.400.000 ab.), Mumbai (21.000.000 ab.), Karachi in Pakistan (16.700.000 ab.), Istanbul (13.500.00 ab.), Seul (12.995.379 ab.), Buenos Aires (2.891.082 e con la conurbazione arriva a 12.843.000 ab.), Lagos in Nigeria (11.000.000 ab.), Rio de Janeiro (6.320.446 ab.), Il Cairo (9.120.350 ab.) – in maniera disorganizzata e complicata. Nell’economia neoliberista globalizzata i fondi d’investimenti privati che raccolgono le più grandi disponibilità liquide, studiano e inseguono le città in crescita situate tutte nei cosiddetti paesi emergenti. L’urbanizzazione in 440 città emergenti contribuirà per quasi 25.000 miliardi di dollari all’economia mondiale attraverso i consumi e gli investimenti nella crescita del capitale infrastrutturale tra il 2012 e il 2025, secondo il McKinsey Global Institute, o per circa la metà del PIL globale. La maggior parte di questa crescita nei prossimi quarant’anni proverrà dai paesi in via di sviluppo, secondo le Nazioni Unite. Entro il 2050 quasi il 67% della popolazione globale vivrà in aree urbane, rispetto al 52% del 2011. Mentre questa è la prospettiva del resto del mondo (Africa e Asia), cioè l’urbanizzazione; in Europa e negli USA la prospettiva ha una direzione opposta: la deurbanizzazione che può essere affrontata con una giusta percezione “rigenerativa”.

Da un lato l’UNDP (Unite Nations Development Program) prevede scenari di urbanizzazioni e dall’altro c’è il rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) che mostra un quadro allarmante circa il cambiamento climatico stimolato anche dalle città, considerate troppo energivore. La polemica insiste sul fatto che l’Un-Habit[24] non fa nulla per ridurre l’urbanesimo mentre l’IPCC ricorda che la densità urbana contribuisce ai gas che provocano l’effetto serra per un motivo principale[25]: aree separate e bassa densità per impiego, commercio e residenza aumentano le distanze da percorrere per andare a lavoro o per far compere. Queste distanze maggiori si traducono automaticamente in maggiori emissioni[26]. È evidente che se si realizzano i piani dell’UNDP vi saranno ulteriori danni ambientali per il pianeta Terra, poiché l’abbandono delle campagne verso le città impoverisce il sistema che dà vita all’essere umano: l’agricoltura, e produce danni di carattere idrogeologico, sociale e culturale favorendo la dipendenza per i sistemi energivori delle multinazionali attraverso il cibo transgenico. Ad esempio, un recente fenomeno di nuovo urbanesimo è stato programmato e realizzato in Cina, spostando circa 500 milioni di contadini nelle città di nuova costruzione. Sul fronte occidentale, esperienze progettuali della rigenerazione urbana riportano casi studio per le shrinking cities come Baltimore, Buffalo, Detroit, Chicago, Philadelphia, Pittsburgh, St. Luis, Leipzig (Lipsia), Manchester e Liverpool[27] .

Stiamo vivendo un periodo di grande transizione urbana e le categorie tradizionali non riescono a descrivere in maniera adeguata il fenomeno di cambiamento che ha particolari forme insediative. L’estensione del mondo urbano in letteratura trova nuove etichette: post urban/post-metropolitana/suburban/city region/regionale city/bio region, etc.

Di fronte a una realtà così drammatica, soprattutto nei Paesi cosiddetti emergenti o del Terzo mondo e alla crisi strutturale del capitalismo neoliberale, «l’urbanistica, la pianificazione e le città tornano a essere al centro di alcune grandi sfide: a) l’accelerazione dei processi di urbanizzazione – soprattutto nel Sud del mondo – che chiedono di essere organizzati, attraverso competenze nuove capaci di interagire con quei contesti; b) il diffondersi di processi di shrinkage delle città nel Nord del mondo che si accompagnano a fenomeni di diffusione urbana, con una forte domanda d’innovazione degli strumenti; c) l’invecchiamento generalizzato della popolazione, soprattutto urbana; d) la crescita delle diseguaglianze soprattutto nelle città; e) il cambiamento climatico che ha cause ed effetti soprattutto nel modo in cui la città viene costruita, adattata e modificata; f) il diffondersi di nuove tecnologie che s’innestano nelle forme di governo e di uso delle città; g) una crisi economica senza precedenti che produce disoccupazione e recessione a partire dalle città; h) il riaffacciarsi di movimenti di protesta che hanno assunto la città come luogo di espressione in molte parti del mondo»[28].

In Italia[29], circa 10 milioni di persone vivono nei piccoli comuni (5.000 abitanti), questo vuol dire che la maggior parte della popolazione, circa 50 milioni, vive in comuni più grandi; di questa parte della popolazione nel 2011 circa il 35% (17,5 milioni di abitanti) si è concentrata in comuni con più di 50.000 abitanti (aree urbane)[30]. Se consideriamo l’ambito territoriale delle aree metropolitane (Milano, Napoli, Roma, Torino, Venezia-Padova-Treviso, Palermo) notiamo che in quest’ultime si concentrano circa 22 milioni di abitanti. Queste aree raccolgono un’attenzione particolare del legislatore che ha istituito una Commissione d’inchiesta[31] sul degrado e la sicurezza.

Seguendo il Rapporto ISTAT sull’urbanizzazione[32], osserviamo tre tipologie di aree urbane: la prima misura la superficie territoriale amministrativa, la seconda considera la morfologia dell’area urbana (densità della popolazione, estensione dell’edificato …), la terza riguarda l’approccio dell’area funzionale o “Sistemi Locali del Lavoro” (SLL)[33]. In Italia è stata effettuata un triplice ripartizione: sono 21 i SLL principali (Roma, Milano, Napoli …) con un’estensione territoriale di circa 26.602,7 km2 (Italia, 302.072 km2), e sono circa 22 milioni gli abitanti che vivono in queste aree urbane; mentre sono 86 i SLL delle città medie con una popolazione di 28,8 milioni di abitanti (Italia, 60.665.561 abitanti, all’anno 2015), e in fine sono 504 i rimanenti SLL. Intrecciando queste tre tipologie di aree urbane emerge con chiarezza il concetto di città estesa, che supera i tradizionali livelli amministrativi e morfologici. L’urbanizzazione attorno a città medie assume forme lineari costiere e vallive lungo i grandi assi infrastrutturali. L’armatura urbana[34] italiana è costituita dalle grandi e piccole metropoli, aree e città metropolitane ed è caratterizzata «dal riarticolarsi delle relazioni tra sviluppo urbano e crescita insediativa e da rilevanti processi di abbandono del patrimonio immobiliare; dinamiche di dispersione della popolazione nei comuni di prima e seconda corona; profili demografici in trasformazione (invecchiamento, immigrazione, riduzione della taglia dei nuclei familiari); diseguaglianze sociali e spaziali»[35]. La forma urbana italiana è transitata da una gerarchia di centri ad aree urbane con conurbazioni policentriche estese[36]. Uno degli effetti negativi di questa trasformazione urbana disordinata è l’aumento del consumo di suolo[37]; e la percentuale del suo consumo è passata dal 2,9% del 1950 al 7,3% del 2012[38]. Le città capoluogo, chiamate centroidi, sono inserite nei SLL e nelle aree urbane funzionali, costituendo nuovi sistemi territoriali caratterizzati dall’interdipendenza con i comuni viciniori. Si tratta di un cambiamento di scala territoriale, tutt’oggi non governato come dovrebbe poiché non c’è stato un cambiamento istituzionale, nonostante le proposte relative all’istituzione delle aree metropolitane che non tengono conto dei “fatti stilizzati” e della reale immagine del territorio italiano, così da presentare riforme inadeguate. Sarebbe corretto analizzare l’integrazione funzionale fra comuni centroidi e territori contigui osservando le densità abitative, i flussi di pendolarismo per motivi di lavoro, le distanze, e la densità delle funzioni metropolitane, in tal modo da perimetrare le aree metropolitane italiane che si trovano nei SLL. In Italia, esistono nuove città di fatto ma queste nuove strutture urbane, conurbazioni estese e policentriche, non sono amministrate correttamente poiché non esiste l’istituzione che le rappresenta[39].

Negli anni ’50 l’urbanistica faceva uso delle indagini statistiche e probabilistiche per comprendere la complessità urbana, utilizzando le informazioni sulla capacità di spesa delle famiglie per programmare le trasformazioni urbane; ad esempio, negli USA per cancellare gli slums e sostituirli con nuovi quartieri per ricchi, o in Europa per decidere la localizzazione dei centri commerciali e le residenze per i ceti più abbienti.

In generale, i cambiamenti del capitalismo hanno determinato il calo del tasso di occupazione e il consolidamento delle rendite di posizione che contribuiscono al fenomeno della contrazione dei grandi centri urbani quando il potere d’acquisto diminuisce, poiché domanda (prezzi bassi) e offerta (prezzi altri) non si incontrano. Con queste tecniche [indagini statistiche e probabilistiche] si sono elaborati piani regolatori studiando i redditi, il potere d’acquisto e gli alloggi, il traffico urbano, le industrie prevedendo «schemi urbanistici di coordinamento estesi a territori sempre più vasti»[40]. Questa visione di “complessità disorganica” può essere messa da parte a favore della visione organica, ispirandosi alle evoluzioni delle scienze biologiche, cioè la città interpretata come organismo ricco di relazioni interconnesse in modo molteplice. In tal modo sarà possibile pensare in termini di processi e procedere per induzione, risalendo dal particolare al generale[41].

In Italia il fenomeno della contrazione riguarda buona parte delle città più importanti, ma non ha le dimensioni degli USA o della Germania. Verificando i dati dell’ISTAT è possibile osservare l’andamento demografico delle principali città italiane, e scorrendo l’elenco fino a Brescia il fenomeno shrinkage appare evidente. Le ragioni della contrazione sono legate alla deindustrializzazione, al progressivo aumento dei prezzi degli alloggi[42], e alla riduzione del potere d’acquisto delle famiglie[43], pertanto gli abitanti hanno iniziato a cercare alloggi a prezzi ridotti nei comuni limitrofi ai grandi centri.

Andamento popolazione 1951-2011 principali città italiane.

La perdita degli abitanti delle grandi città produrrà uno spostamento dal “centro” verso i comuni limitrofi alimentando il sistema delle aree metropolitane o il modello policentrico[44], questo fenomeno ha avviato un processo di suburbanizzazione e un aumento di popolazione dei centri minori favorendo la nascita della cosiddetta “regione urbana” (“città di città”, “reti urbane”). Fra le 41 città prese in considerazione, 29 città hanno perso in totale circa 2.414.770 abitanti che hanno lasciato i grandi centri, e di queste 26 sono in contrazione; le altre sono cresciute.

In valori assoluti Milano ha perso 490.000 abitanti, Torino 296.000, Napoli 265.000, Genova 230.692, Roma 223.000, Bologna 119.191, Catania 106.146, Venezia 101.700, Firenze 99.724, Trieste 70.600, Cagliari 69.765, Bari 45.089 e Palermo 44.217.

In termini percentuali la classifica cambia: Cagliari ha perso il 46,5% degli abitanti, Milano il 39,4%, Genova il 39,3%, Venezia il 38,9%, Catania il 36,1%, Trieste il 34,9%, Torino 33,9%, Bologna il 32%, Firenze il 27,8%, Napoli il 27,5%, Taranto il 21,9%, Salerno il 18,6% e Padova il 18,1%.

Guido Martinotti in Metropoli ha descritto questo fenomeno di deurbanizzazione che comincia «a partire dalla fine degli anni ’70, si sono manifestati i segni visibili dell’inversione di una tendenza secolare nelle dinamiche dell’urbanizzazione. Infatti, l’aggregato dei Comuni con più di 100.000 abitanti ha cessato di acquistare popolazione dopo oltre un secolo di crescita ininterrotta. Questa nuova tendenza si mostra con maggiore forza nelle aree economicamente mature del paese, cioè quelle di più antica industrializzazione e urbanizzazione. Infatti, le grandi città come Milano, Genova, Torino iniziano prima delle altre a perdere abitanti, a volte con ritmi assai sostenuti mentre Roma e Napoli seguono a una certa distanza di tempo e Palermo si mantiene stabile o con una crescita trascurabile»[45]. Inizialmente il fenomeno è interpretato come un ritorno alla campagna ma Martinotti ritiene che si tratti di un processo di trasformazione metropolitana ove le periferie svolgono un ruolo di complementarità, cioè funzioni sussidiarie rispetto al centro. Questa tendenza genera una struttura policentrica che necessita la ridistribuzione dei servizi di rango inferiore[46]. Nel 1993 la metropoli di prima generazione di Martinotti è caratterizzata dal pendolarismo, e quest’aspetto oggi ritenuto importante sarà sottovalutato e considerato un fenomeno accessorio alla pianificazione. La realtà urbana contemporanea mostra cambiamenti morfologici fisici e sociali, e sono connessi a tre inquietudini capitali, tre tendenze che riguardano le città: la recessione dei confini[47]; la diffusione delle popolazioni non residenti; l’invasione della doppia ermeneutica[48].

Il sistema delle città viene studiato attraverso l’approccio dei “Sistemi Locali del Lavoro” (SLL) che mostrano come emergono sistemi urbani policentrici e monocentrici[49] utili a conoscere e studiare i poli di attrazione ed i fenomeni del pendolarismo, la concentrazione delle attività produttive e dei servizi.

Nel 2012 l’Ocse produce una mappatura delle aree urbane italiane e ne identifica 74, che al 2011 ospitano il 51% della popolazione nazionale. Le dimensioni di tali aree sono diverse, «ci sono 4 grandi aree metropolitane con più di 1,5 milioni di abitanti (Roma, Milano, Napoli e Torino), e vi sono altre 7 aree metropolitane con più di 500.000 abitanti, 21 aree urbane con popolazione compresa fra i 250.000 mila e 500.000 abitanti e 42 aree urbane di più piccole dimensioni»[50]. La pubblicazione di Andrea Spinosa del 2011 classifica 5 metropoli (aree urbane con più di 1 milione di abitanti), 8 metropoli regionali (popolazione compresa tra 500 mila e 1 milione di abitanti), 9 grandi città (popolazione compresa tra 250 mila e 500 mila abitanti) e in fine 25 città medie e 30 piccole città[51].

Secondo il rapporto annuale dell’ISTAT del 2015: «dall’applicazione di metodologie di analisi statistica alla geografia funzionale dei sistemi locali emergono sette raggruppamenti di sistemi locali omogenei rispetto alla struttura demografica, alla dinamica della popolazione e alle forme dell’insediamento residenziale»[52]. Sintetizzando le loro caratteristiche distintive tali gruppi possono essere definiti come: le città del Centro-nord, la città diffusa, il cuore verde, i centri urbani meridionali, i territori del disagio, il Mezzogiorno interno e l’altro Sud. I gruppi hanno una marcata connotazione geografica: i primi tre sono composti in larga misura da sistemi dell’Italia centro-settentrionale, gli altri quattro includono quasi esclusivamente sistemi locali del Mezzogiorno (a eccezione di alcuni interni del basso Lazio). Lungo la linea che approssima quella della tradizionale dicotomia socio-economica del Paese, nella lettura dei territori attraverso questa geografia, le aree interne del Frusinate gravitano verso il Mezzogiorno, mentre la maggior parte dei sistemi abruzzesi mostra caratterizzazioni dei gruppi del Centro-nord. Nell’ambito di entrambi i raggruppamenti di questa distribuzione polarizzata si definiscono gruppi a prevalente carattere urbano e gruppi di territori a più spiccata impronta rurale, ma con tratti specifici e distinti a seconda dell’area geografica di afferenza. Gli altri centri urbani meridionali presentano caratteristiche territoriali proprie, diverse da quelle tracciate dallo sviluppo urbano delle città del Centro-nord. Il gruppo include 26 sistemi, compresi quelli di Caserta, Salerno, Taranto, Brindisi, Messina, Catania, per un totale di 4,7 milioni di abitanti, con una struttura per età comparativamente meno anziana delle città del Centro-nord[53]. La popolazione è quasi del tutto concentrata nelle aree urbane consolidate (il 96,2 per cento vive nei centri e quasi la metà nel comune capoluogo del sistema locale) e il fenomeno dello sprawl urbano è molto circoscritto.

All’interno di questi ambiti individuati dall’ISTAT si possono leggere le “figure dell’urbanizzato” e «distinguerle in: 1) il sistema delle urbanizzazioni delle poche grandi piane e delle basse colline con forte connotazione agricola; 2) le urbanizzazioni tradizionali e lineari dell’alta collina e della montagna; 3) le conurbazione lineari costiere e i relativi entroterra; 4) le coalescenze urbane legate agli ambiti post-distrettuali e il sistema degli spazi aperti di frangia e interclusi a loro connessi; 5) le più tradizionali realtà urbane multifunzionali con le situazioni complesse di sprawl e di periurbanizzazione[54] che le attorniano; 6) le poche (due o tre) città metropolitane che si distinguono dalla realtà precedente principalmente per la presenza di funzioni metropolitane e per dimensioni più rilevanti; 7) le quattro (forse cinque) regioni urbane complesse con funzione metropolitana e struttura reticolare»[55]; e all’interno di queste si distinguono altre situazioni insediative come gli insediamenti storici e la loro prima espansione, i tessuti dell’edilizia aperta e i nuclei formalmente compiuti, lo sprawl più canonico, gli addensamenti lineare e nodali, e gli insediamenti rurali[56]. Secondo Camilla Perrone possiamo sintetizzare le dinamiche del mutamento urbano in quattro categorie[57]: 1) la regionalizzazione dell’urbano; 2) le città in contrazione (shrinking cities); 3) le pratiche di agriurbia e la bioregione urbana; 4) il suburbanism.

Il fenomeno sopra descritto ha generato volumi non utilizzati determinando diverse stime circa lo stock immobiliare residenziale invenduto. Un rapporto del Cresme del 2012 indica che le abitazioni invendute siano 396.000; uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia nel luglio del 2013 (elaborato da Giorgio Gobbi e Francesco Zollino dell’area Ricerche economiche di Bankitalia) riferisce una cifra che si aggira intorno alle 500.000 unità; Nomisma nel 2012 ha presentato un report sulla situazione del mercato immobiliare italiano in cui si dice che le abitazioni non ancora vendute siano 694.000. Fra la stima più ottimista e più pessimista c’è una differenza di circa 300.000 unità abitative, una cifra decisamente non trascurabile considerando l’entità delle grandezze che sono riferite dai tre istituti. Scenari Immobiliari ha invece fatto una stima che ricopre solo le abitazioni di nuova costruzione che ancora non sono state vendute e riferisce che la quantità ammonta a 130.000 unità residenziali[58].

Edifici per epoca di costruzione, fonte CRESME[59].
Paolo Berdini, in Le città fallite, ricorda anche i dati ISTAT pubblicati a novembre 2014, «sono sette milioni gli alloggi disabitati: se a questa cifra si sottraggono le seconde case, si stima che la reale consistenza del patrimonio abitativo realmente inutilizzato sia pari a 3 milioni di alloggi, la metà della quale è di recente produzione. Il boom edilizio degli anni della deregulation è dunque in grado di ospitare 5 milioni di cittadini»[60].

Secondo l’Annuario statistico italiano del 2014 vi è un dato molto significativo per l’attività edile, circa i permessi per costruire: «nel 2012 sono stati ritirati permessi di costruire per 24.594 nuovi fabbricati destinati ad uso prevalentemente abitativo, con una riduzione del 19% rispetto all’anno precedente, che aveva fatto registrare 30.376 unità. Anche il volume complessivo dei nuovi fabbricati residenziali e degli ampliamenti registra, rispetto all’anno precedente, il consistente calo a livello nazionale del 23,3%, così ripartito: Nord ovest -24,7%; Nord est -19,1%; Centro -33,8%; Sud -18,2% e Isole -23,1%»[61]. A luglio 2015 l’ISTAT registra la conferma di una tendenza al calo dei prezzi delle abitazioni nuove ed esistenti[62].

I dati mostrano un fenomeno abbastanza chiaro con importanti e rilevanti implicazioni di pianificazione urbanistica e territoriale e di natura contabile e fiscale per lo Stato. Poiché da un lato le amministrazioni locali hanno deliberato piani urbani in espansione, spinte anche dalla mercificazione dei suoli funzionale alle logiche del pareggio di bilancio e l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione[63] per pagare persino la spesa corrente[64] (servizi), da un altro lato hanno consumato inutilmente suolo agricolo danneggiando l’ambiente e contemporaneamente immettendo nel mercato volumi rimasti invenduti in buona parte, tutto ciò mentre la popolazione si spostava verso i centri minori. Comuni più piccoli presumibilmente privi dei medesimi standard di un grande centro.

Tutto ciò osservando che l’Italia è fra i paesi più vecchi d’Europa con una dotazione e una tipologia degli alloggi pubblici completamente inadeguata al cambiamento sociale generato dalla fine dell’industrialismo. Inoltre, in questi anni lo Stato italiano ha venduto buona parte del patrimonio di alloggi pubblici, fra l’altro svendendoli, arrivando ad essere il Paese che meno di altri possiede edilizia pubblica generando un forte deficit di stock abitativo sociale, solo il 4%, contro il 35% dell’Olanda, il 21% del Regno Unito, il 16% in Francia[65]. Secondo i dati ISTAT aggregati da Federcasa (aprile 2014), la domanda di un alloggio popolare è aumentata drasticamente, «arrivando ad interessare complessivamente quasi 2 milioni di persone che vivono in condizioni di bisogno economico e precarietà abitativa». I numeri del disagio abitativo sono allarmanti, è in affaticamento anche il ceto medio[66]: 4,4 milioni sono in affitto, mentre 17 milioni di persone sono proprietari e sono a rischio d’insolvenza del mutuo[67]. Secondo Federico Zanfi, circa il patrimonio abitativo, sussistono tre dinamiche, la prima di natura demografica[68], la seconda di natura tecnologica[69], e la terza di natura fiscale.

La politica economica dovrebbe rispondere all’esigenza di convertire tutti i “piani espansivi” in “piani di rigenerazione” per affrontare il cambiamento sociale e di mercato ma questo cambiamento genera un ridotto ricavo economico agli Enti locali poiché, come sopra accennato, gli amministratori locali preferiscono mercificare i suoli per pareggiare il bilancio e pagare la gestione dei servizi a causa della progressiva e costante riduzione dei trasferimenti[70] dello Stato verso gli Enti locali, cominciata dagli anni ’80 quando il Governo decise di rinunciare alla sovranità monetaria per entrare nello SME[71].

«Non c’è dubbio, come da molti sostenuto, che il mondo si avvia ad essere città. Con la scomparsa della grande fabbrica, la città torna ad essere il luogo della civiltà umana, la polis, il luogo del vivere, del fare politica e dell’abitare, e anche il luogo del conflitto, dello scambio, dell’incontro, dei plurali»[72]. In tal senso la città contemporanea non sarà più organizzata secondo i principi del Movimento moderno: funzionalità, profitto e rendita, ma si aprono nuovi scenari, finora riempiti dal nichilismo. La fine della città capitalista apre l’opportunità di un rinascimento urbano, tutto da scrivere e descrivere[73].

Il cambiamento in corso della società ci pone di fronte a sfide, opportunità e chiavi di lettura per organizzare il territorio. Alcuni urbanisti propongono l’approccio “territorialista” (la scuola di Magnaghi) per ricollocare la pianificazione territoriale dandole un significato di bioregione e costruire reti di città, mentre altri accettano la “deterritorializzazione” delle categorie di spazio e tempo, cercando di “inseguire” i bisogni della cosiddetta “quarta popolazione” descritta da Saskia Sassen, che produce inevitabilmente nuove conseguenze, nuove progettualità e nuovi impatti sul territorio.

L’approccio territorialista di Magnaghi classifica e interpreta il territorio individuando i «sistemi metropolitani di pianura, riorganizzati attraverso l’implosione/ripolarizzazione dei processi espansivi (ridefinizione dei limiti e della misura, città di villaggi, città di città), la ricostruzione di patti di città-campagna per la rigenerazione del metabolismo urbano: chiusura locale dei cicli dell’alimentazione, dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia, produzione di servizi ecosistemici»[74]; i sistemi vallivi (alpini, appenninici e degli entroterra costieri); «i sistemi montani e alto-collinari riprogettati integrando la nuova civilizzazione idraulica (cura del bosco, dei torrenti, dei terrazzi ecc.), con quella del cibo e dell’ospitalità (restituzione di primarietà al mondo agro-silvo-pastorale, valorizzazione delle eccellenze locali, integrazione della filiera agricoltura-artigianato-turismo-cultura) e con quella energetica»[75]; «i sistemi collinari valorizzati sulla base dell’alta qualità (funzionale, morfotipologica e paesaggistica) dei reticoli storici delle medie e piccole città, recuperando il valore strategico della fitta trama di relazioni coevolutive degli insediamenti, che li legano tra loro e ai loro intorni territoriali e ambientali»[76].

Di fronte a questa sfida offerta dalla fine del capitalismo, si presentano diverse prospettive: il “capitalismo cognitivo” costituito dalla socializzazione della produzione che sfrutta le opportunità dei mezzi di condivisione e la smaterializzazione della produzione stessa che valorizza il design; e la transizione offerta da un periodo di decrescita felice[77]  che prevede la riduzione selettiva del PIL circa il consumo di merci inutili, per approdare a un’economia reale della prosperità grazie alla bioeconomia[78]. In fine, possiamo aggiungere anche l’approccio della permacultura[79] che si ispira palesemente ai concetti olistici.

Capitalismo cognitivo, decrescita felice, permacultura sono tutti movimenti che indicano un cambio radicale dei paradigmi culturali per progettare una società sostenibile, in tal senso questi movimenti incidendo sugli stili di vita delle persone offrono indirettamente strategie per la pianificazione territoriale e delle città. Tali spinte, apparentemente nuove, sono figlie delle utopie socialiste dell’Ottocento ma non ripropongono il socialismo tout court, esse suggeriscono un’evoluzione sociale sfruttando opportunità neotecniche che realizzano una riappropriazione di spazi democratici sottratti dall’egemonia nichilista del cosiddetto libero mercato. La radice culturale di tali movimenti è negli scritti di Georgescu-Roegen, André Gorz, Ivan Illich; fra questi Gorz propone l’uscita dal capitalismo[80] poiché è incompatibile con le leggi della natura e con la democrazia stessa[81].

Nell’ambito architettonico ed urbanistico è necessario che la politica decida di restituire strumenti giuridici e finanziari per avviare programmi di rigenerazione con criteri di qualità urbana e favorire lo sviluppo di proposte contenenti valori quali la bellezza[82] e il decoro, termini ormai desueti ma fondamentali poiché implicano una riflessione sociologica, e tengono insieme sia la morale e sia il senso del limite che ognuno di noi deve avere per relazionarsi all’altro. E’ la bellezza che si basa sul concetto di decoro, specialmente in urbanistica e in architettura[83].

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[1] Per misurare l’impatto delle attività antropiche sulle risorse finite del pianeta viene usato il concetto di impronta ecologica. L’overshoot day è il giorno che indica il superamento delle risorse utilizzate in un anno solare, ed ogni anno questo giorno non corrisponde al 31 dicembre ma si sposta sempre più verso i primi mesi dell’anno, informandoci sul fatto che utilizziamo più risorse di quante dovremmo, creando un deficit per le future generazioni. Nel 2016 l’overshoot day è stato l’8 agosto, nel 2000 era a fine settembre.
[2] (consultato il 1 settembre 2016).
[3] Urban Europe, Eurostat, 2016.
[4] Benevolo, Op. cit. , 2009.
[5] Barbieri, È successo qualcosa alla città. Manuale di antropologia urbana, Donzelli, 2010, pag. 3.
[6] Ivi, pag. 4.
[7] ISTAT, Forme, livelli e dinamiche dell’urbanizzazione in Italia, 2017, pag. 10.
[8] Le città mondo sono i nodi organizzativi del sistema economico globale, si caratterizzano per ampie regioni urbanizzate con una popolazione che oscilla tra uno e venti milioni di abitanti, sono il luogo della classe sociale definita “capitalista transnazionale” orientata a rendere più fluido il processo di accumulazione del capitale globale. Le world cities sono centri bancari e finanziari di capitali internazionali, sedi amministrative centrali, siti di produzione di prodotti globali, paradisi sicuri per investimenti di capitali di proprietà immobiliari in surplus, elementi di forza del mercato globale (Barbieri, Op. Cit. 2010).
[9] La città globale è la manifestazione più convincente delle dinamiche dei processi economici e sociali legati all’avanza della globalizzazione e risponde alle esigenze dell’accumulazione del capitale (Tokyo, New York, Londra).
[10] Sono città che superano i propri confini comunali e aggregano territori contigui comportandosi come un’unica entità modificando i connotati della città contemporanea. Aree amministrative locali contigue si aggregano in entità politiche definite per dare vita a coalizioni di ordine spaziale che trovano la loro ragione d’essere nell’efficacia con cui sono in grado di affrontare le sfide, e insieme cogliere le opportunità, delle pressioni innescate sul territorio della globalizzazione (Torino, Milano, Genova, Bologna, Venezia) (Barbieri, Op. Cit. 2010).
[11] Sono le città legate alle tecnologie dell’informazione (la “città informazionale”).
[12] «Le forme insediative di sviluppo urbano condizionano la qualità paesaggistica di un determinato territorio. Le dinamiche di sprawl, sprinkling e dispersione insediativa, ormai largamente diffuse e riconosciute in molte realtà italiane, sono forme differenti di urbanizzazione che incidono sulla sostenibilità ambientale e sulla resilienza territoriale. La morfologia urbana dello sprawl è comunemente riconosciuta come insostenibile dal punto di vista ambientale, economico e sociale in quanto presenta costi e impatti più elevati rispetto ad altre forme di sviluppo insediativo. La frammentazione degli habitat naturali, la perdita di terreni agricoli, l’incremento del suolo consumato per la realizzazione di nuove infrastrutture, nonché l’aumento del rischio di inondazioni dovuto alle superfici impermeabili, sono alcuni dei principali impatti derivanti da un tipo di sviluppo urbano disperso. Tali impatti hanno delle evidenti ripercussioni sulla qualità paesaggistica dei luoghi modificandone radicalmente gli elementi strutturali che garantiscono la riconoscibilità e la percezione di un territorio a cui si legano il senso di appartenenza, e la dimensione emotiva e identitaria della società» (ISPRA, Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, 2018, pag. 224).
[13] Il termine nacque per individuare le aree urbane rispettabili, successivamente il termine è usato per indicare il degrado urbano e tutt’oggi è usato per indicare le baraccopoli autocostruite ai margini delle città; si stima che circa 1,5 miliardi persone vivono negli slums. Esistono altri termini per individuare insediamenti urbani degradati come favelas in Brasile, villa in Argentina, gecekondu in Turchia, township in Sud Africa.
[14] Painter & Jeffrey, Geografia politica, Torino, 2011.
[15] Studi sulle dimensioni territoriali delle disuguaglianze sono stati pubblicati da Hubner, Barca, Rodriguez-Pose, Rosés e Wolf.
[16] Stima di uno studio delle Nazioni Unite pubblicato nel 2012.
[17] ISTAT, Op. Cit., 2017.
[18] Buona parte di questa popolazione è situata in Cina (193,8 milioni), India (158,4), Brasile (51,7), Nigeria (41,6), Pakistan (35,6), Bangladesh (30,4), Indonesia (20,9), Iran (20,4), Filippine (20,1), Turchia (19,1), Messico (14,7), Corea del Sud (14,2), Perù (13,0), USA (12,8), Egitto (11,8), Argentina (11,0), Tanzania (11,0), Etiopia (10,2), Sudan (10,1), Vietnam (9,2) (Fonte dati: Davis, Il pianeta degli slum, 2006).
[19] Barbieri, Op. Cit., 2010, pag. 43.
[20] Pallagst, et al., Shrinking cities: international perspectives and policy implications, Londra, 2013.
[21] «I processi di globalizzazione e gli sviluppi dell’integrazione europea hanno rimesso in discussione i rapporti tradizionali tra Stati, nazioni e istituzioni democratiche. Il commercio e gli investimenti a livello internazionale si sono sviluppati in modo impetuoso, così come i flussi finanziari e le operazioni speculative indipendenti dagli investimenti produttivi. Le grandi imprese hanno sempre dislocato le loro attività produttive verso i paesi ove i salari sono più bassi e sono riuscite, distribuendo le loro sedi a livello transnazionale, ad eludere il prelievo fiscale degli Stati. Sono così venute meno le condizioni per mantenere il compromesso sociale di metà secolo che si fondava su un’alleanza fra capitalismo, consumi di massa, welfare state e democrazia nell’ambito di specifici contesti nazionali» (R. Biorcio, “Trasformazioni della democrazia e declino delle forme tradizionali di legittimazione politica”, in L. Sciolla (a cura di), Processi e trasformazioni sociali, pag. 181, 2016).
[22] Una zona economica speciale (abbreviato: ZES; inglese: Special Economic Zone; inglese abbreviato: SEZ) è una regione geografica dotata di una legislazione economica differente dalla legislazione in atto nella nazione di appartenenza. Le zone economiche speciali vengono solitamente create per attrarre maggiori investimenti stranieri. Zone economiche speciali sono state create in diversi paesi tra i quali: Cina, India, Giordania, Polonia, Kazakistan, Filippine, Corea del Nord e Russia (Fonte: Wikipedia).
[23] Benevolo, Op. cit. , 2009, pag. B6.
[24] Agenzia delle nazioni unite per gli insediamenti umani.
[25] La Cecla, Op. cit., 2015.
[26] IPCC, 2014.
[27] Ganser & Piro, Parallel patterns of shrinking cities and urban growth: spatial planning for sustainable development of city regions and rural areas, Farham, 2012.
[28] Balducci e Gaeta, L’urbanistica italiana nel mondo, Roma, 2015, pag. X.
[29] Fenomenologia dell’urbano in Italia: sono due le dinamiche che connotano l’armatura insediativa. Grandi e piccole metropoli, aree e città metropolitane da un lato, e dall’altro lato città medie, territori di distretti, costellazioni di poli minori, ambiti periurbani e brani di città diffusa, borghi e paesaggi abitati (Fedeli e Marchigiani, “Agenda urbana europeo-italiana: un ruolo rinnovato delle città?”, in Balducci e Gaeta, L’urbanistica italiana nel mondo, Roma, 2015).
[30] «Dal dopoguerra fino agli anni Settanta crescono in maniera preponderante i centri urbani di alcune regioni (il Lazio in primis, seguito dalle regioni del Nord-Ovest, dalla Campania e dalla Puglia). Decrescono in modo sensibile i comuni situati lungo la dorsale dell’Appennino, ed in continuità con essi, seppure con minore intensità, anche quelli delle aree interne di Sicilia e Sardegna. Dagli anni Ottanta la crescita demografica tende a concentrarsi su aree più ristrette, coincidenti per lo più con quelle a più intenso sviluppo economico del Nord e Centro Italia. Nel Sud e nelle Isole i comuni in crescita sono sempre più addossati alle coste o coincidenti con le aree metropolitane, mentre il processo di spopolamento investe in modo sempre più massiccio le aree interne» (ISTAT, Percorsi evolutivi dei territori italiani, 2017).
[31] A febbraio del 2018, la Camera dei Deputati pubblica la relazione sull’attività svolta dalla “Commissione parlamentare d”inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie”. Commissione istituita il 27 luglio 2016. Il Rapporto, nell’analizzare alcuni fenomeni di degrado nelle aree metropolitane, si concentra sulla rigenerazione urbana.
[32] ISTAT, Op. Cit., 2017.
[33] I sistemi locali del lavoro (SLL) rappresentano una griglia territoriale i cui confini, indipendentemente dall’articolazione amministrativa del territorio, sono definiti utilizzando i flussi degli spostamenti giornalieri casa/lavoro (pendolarismo) rilevati in occasione dei Censimenti generali della popolazione e delle abitazioni. Poiché ogni sistema locale è il luogo in cui la popolazione risiede e lavora e dove quindi esercita la maggior parte delle relazioni sociali ed economiche, gli spostamenti casa/lavoro sono utilizzati come proxy delle relazioni esistenti sul territorio. Interpretare il sistema locale come forma urbana funzionalmente definita appare del tutto giustificata là dove i modi e le forme dell’auto-contenimento dei flussi di pendolarismo permettono di disegnare l’integrazione delle attività e delle relazioni sociali, nonché l’integrazione dei profili fisici degli insediamenti residenziali e del conseguente reticolo infrastrutturale indispensabile per collegare i luoghi di vita con quelli di lavoro. Partendo da questi presupposti si può anche aggiungere, ad ulteriore rafforzamento dell’approccio proposto, che i sistemi locali per loro specifica costruzione non sono legati a vincoli amministrativi che sono, a loro volta, il risultato di decisioni storiche, politiche e/o economiche spesso stratificate nel tempo. (ISTAT, 2017).
[34] Insieme dei centri urbani, classificati secondo una gerarchia in base all’importanza ed al peso demografico o al rango funzionale, localizzati in un certo ambito territoriale (dal livello locale a quello internazionale) con l’attribuzione di una propria area di influenza.
[35] Ivi, pag. 178.
[36] Torres, Nuovi modelli di città. Agglomerazioni, infrastrutture, luoghi centrali e pianificazione urbanistica, Milano, 2004.
[37] «Il consumo di suolo è un fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale. Il fenomeno si riferisce a un incremento della copertura artificiale di terreno, legato alle dinamiche insediative e infrastrutturali. Un processo prevalentemente dovuto alla costruzione di nuovi edifici, fabbricati e insediamenti, all’espansione delle città, alla densificazione o alla conversione di terreno entro un’area urbana, all’infrastrutturazione del territorio. Il consumo di suolo è, quindi, definito come una variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (suolo consumato). Per copertura del suolo (Land Cover) si intende la copertura biofisica della superficie terrestre, comprese le superfici artificiali, le zone agricole, i boschi e le foreste, le aree seminaturali, le zone umide, i corpi idrici, come definita dalla direttiva 2007/2/CE. L’impermeabilizzazione del suolo, ovvero la copertura permanente di parte del terreno e del relativo suolo con materiali artificiali (quali asfalto o calcestruzzo) per la costruzione, ad esempio, di edifici e strade, costituisce la forma più evidente e più diffusa di copertura artificiale. In genere una parte dell’area di insediamento è davvero impermeabilizzata, poiché giardini, parchi urbani e altri spazi verdi non devono essere considerati (Commissione Europea, 2013). Altre forme di copertura artificiale del suolo vanno dalla perdita totale della “risorsa suolo” attraverso la rimozione per escavazione (comprese le attività estrattive a cielo aperto), alla perdita parziale, più o meno rimediabile, della funzionalità della risorsa a causa di fenomeni quali la compattazione (es. aree non asfaltate adibite a parcheggio). L’impermeabilizzazione rappresenta la principale causa di degrado del suolo in Europa, comporta un rischio accresciuto di inondazioni, contribuisce ai cambiamenti climatici, minaccia la biodiversità, provoca la perdita di terreni agricoli fertili e aree naturali e seminaturali, contribuisce insieme alla diffusione urbana alla progressiva e sistematica distruzione del paesaggio, soprattutto rurale (Commissione Europea, 2012)», fonte ISPRA, Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemi, 2018.
[38] Bonora, Fermiamo il consumo di suolo, Bologna, 2015.
[39] Calafati, Città e aree metropolitane in Italia, GSSI Urban Studies, 2014.
[40] Jacobs, Op. cit. ,  2009, pag. 411.
[41] Ibidem.
[42] Un rapporto dell’ufficio studio AITEC (Associazione Italiana Tecnico Economica Cemento), “Il mercato immobiliare italiano: tendenze recenti e prospettive”, pubblicato a febbraio 2012 riporta una tabella circa l’andamento dei prezzi degli alloggi; durante l’anno 1986 il prezzo nominale era di 1.329 €/mq, mentre al 2011 è di 3.500 €/mq.
[43] A partire dai primi anni ’80 l’andamento dei salari reali, in quasi tutti i paesi dell’UE, si è mostrato mediamente inferiore a quello della produttività […]. Sempre dall’analisi dei dati Eurostat risulta che per i paesi dell’Eur 15 nella prima parte degli anni ’80 i salari hanno perso mediamente circa 1,3% l’anno rispetto alla crescita della produttività […]. A partire dall’inizio degli anni ’90 il differenziale ritorna a livelli vicini dell’1,5% medio annuo. Fonte: Casadio M., Petras J.F., Vasapollo L., Clash! Scontro tra potenze: la realtà della globalizzazione, JacaBook, 2004, pag. 277.
[44] L’individuazione del modello policentrico adotta «due procedure che considerano i casi di aree urbane con più di un core (agglomerazione urbana o comune centroide). L’Ocse prevede esplicitamente uno step per la valutazione del policentrismo urbano nei casi di aree densamente abitate non contigue, ma connesse da relazioni socio-economiche, e lo definisce sulla base dei flussi pendolari per motivi di lavoro tra differenti urban core. Qualora più del 15 per cento dei residenti occupati si sposti giornalmente da un core a un altro (anche senza reciprocità) le due entità sono da considerarsi integrate e parte della stessa area metropolitana policentrica. Eurostat invece, pur contemplando casi particolari segnalati dai singoli Paesi non indaga specificatamente le forme di policentrismo. Qualora due o più city siano legate da flussi di pendolari superiori al 15 per cento dei residenti occupati, almeno di una verso un’altra, Eurostat prevede di considerare le entità nell’ambito di una polycentric commuting zone, comunque univocamente riferita a una city o a una greater city» (ISTAT, Op. Cit., 2017, pag.89).
[45] Martinotti, Metropoli. La nuova morfologia sociale della città, Bologna, 1993, pag. 93.
[46] Ibidem.
[47] Secondo Martinotti si tratta di mutamenti connessi con la traiettoria tecnologica della mobilità in stretta correlazione con quelli connessi con la traiettoria tecnologica dell’informazione.
[48] La doppia ermeneutica è un concetto astruso e complicato; esso riguarda il rapporto fra conoscenze esperte e decisioni collettive, e il riadattamento delle scelte in funzione della pubblicità delle decisioni, o dei cambiamenti sociali avvenuti. Ciò riguarda il modo di governare le città, riguarda il rapporto tra conoscenza, politica e società (Vicari Haddock, Guido Martinotti. Sei lezioni sulla città, Milano, 2017).
[49] I sistemi locali delle grandi città (capoluoghi di elevate dimensioni – maggiori di 200 mila abitanti – o centri di città metropolitana) sono estremamente diversificati per numero di comuni (tra 6 e 174), popolazione residente (dai 217 mila abitanti di Reggio di Calabria agli oltre 3 milioni di Roma e Milano) e numero di posti di lavoro (da 50 mila a oltre un milione). All’interno di questo insieme eterogeneo è possibile identificare due principali tipologie di realtà urbana: una struttura monocentrica in cui si individua un unico centro con forte attrattività e una periferia, oppure una struttura più complessa con più centri maggiori che interagiscono tra loro. L’analisi si concentra sui poli di attrazione, ovvero sulle località che, per la presenza di un flusso di pendolari in entrata superiore a quello in uscita, sono candidati naturali a essere definiti come centri dei sistemi locali. I flussi interni ai sistemi delle grandi città identificano in tutto 104 poli di attrazione, che rappresentano il 14 per cento dei comuni. I poli vengono classificati in relazione alla classe di ampiezza del numero di posti di lavoro del sistema locale di appartenenza, distinguendo: micro-poli (fino a 5 mila posti di lavoro), piccoli poli (tra 5 e 10 mila), poli secondari (tra 10 e 50 mila) e infine poli primari (oltre 50 mila). I 16 poli di attrazione primari comprendono complessivamente il 62 per cento dei posti di lavoro, a fronte di una quota di popolazione residente pari al 50,8 per cento. Nei poli secondari si registra il 5,6 per cento dei posti di lavoro e il 4,7 per cento della popolazione residente, nei piccoli il 3,9 e il 3,2 per cento rispettivamente. Il rapporto tra la quota dei posti di lavoro e la popolazione in età lavorativa mostra in generale valori più elevati al Nord (con il massimo a Bologna pari a 50,5) rispetto al Sud (il minimo a Napoli con 29,8). Fonte: ISTAT, Rapporto annuale 2015, “Sistemi locali urbani e gerarchia delle città: realtà monocentriche e policentriche”, pag. 68.
[50] Veneri, “L’importanza economica delle città: il caso italiano”, in Città tra sviluppo e declino, Roma, 2014, pag. 136.
[51] Spinosa, Organismi urbani e metropolitani, 2011.
[52] ISTAT, 2015, pag. 44.
[53] Per governare le realtà descritte dall’ISTAT, il legislatore ha normato due principali strumenti: il primo è per la pianificazione territoriale dell’area metropolitana (L. 8 giugno 1990, n.142; istituto delle aree metropolitane), e il secondo il tradizionale piano regolatore generale (art. 7 L. 1150/1942), entrambi gli strumenti risentono dell’assenza dell’approccio culturale bioeconomico.
[54] «La periurbanizzazione è il processo di creazione di nuovi insediamenti urbani vicini alle grandi città o a grandi vie di comunicazione, con una morfologia “a struttura lasca, di quasi-città o tendente a trasformarsi in città”» (ISTAT, Op. Cit., 2017, pag. 12).
[55] Lanzani, “Per una politica nazionale delle città e del territorio”, in Città tra declino e sviluppo, a cura di Calafati Antonio, Roma, 2014, pag. 53.
[56] Ibidem.
[57] Perrone, “Arene deliberative per un’agenda urbana italiana”, in Città tra sviluppo e declino, Roma, 2014.
[58] Farina, Shrinking cities e politiche urbane, tesi di laurea, Milano, 2013.
[59] Secondo il CRESME: negli ultimi 10 anni il 58,6% delle abitazioni ha subito almeno un intervento di manutenzione straordinaria o di ammodernamento, impiantistico o edilizio. Si tratta di 17,6 milioni di abitazioni interessate, su un complesso di poco oltre 30 milioni di unità. È uno dei principali esiti dell’estesa indagine campionaria alle famiglie che il CRESME ha effettuato nei primi mesi del 2012. Nell’evidenza del ciclo immobiliare trascorso, gli ultimi dieci anni sono stati caratterizzati (se si eccettua l’ultimo triennio) da una potente espansione edilizia di nuova produzione, un’attività che ha modificato lo skyline di numerose aree periferiche e cambiata la percezione di non pochi paesaggi. Un’attività vistosa, che ha riempito gli spazi vuoti, che fa il rumore di oltre 1 miliardo di metri cubi atterrati al suolo sotto forma di nuovi edifici residenziali fra il 2002 e il 2011. Eppure, gli ultimi 10 anni, hanno anche espresso una diffusa attività di rinnovo, in notevole crescita rispetto al decennio precedente: negli anni ’90, infatti, secondo i risultati del Censimento 2001, il 43,5% delle abitazioni era stato coinvolto in interventi di rinnovo nel decennio precedente. Le condizioni di manutenzione del patrimonio edilizio indicano che oltre il 22% degli edifici risulta in stato di conservazione mediocre (19,9%) o pessimo (2,2%); nel complesso si tratta di circa 2,6 milioni di edifici con evidenti necessità di riqualificazione. È altresì evidente la forte correlazione tra la vetustà dell’edificio e le condizioni di manutenzione poiché oltre il 30% degli edifici in condizioni insufficienti è di edificazione precedente al 1919 e fino agli anni ’70 si osservano alte percentuali di immobili con necessità di riqualificazione in Il potenziale (espresso e inespresso) dell’attività di riqualificazione, Riuso 2012.
[60] Berdini, Op. cit. , 2014, pag. 49.
[61] ISTAT, 2014, pag. 562.
[62] Nel primo trimestre 2015, sulla base delle stime preliminari, l’indice dei prezzi delle abitazioni (IPAB) acquistate dalle famiglie sia per fini abitativi sia per investimento diminuisce dello 0,7% rispetto al trimestre precedente e del 3,4% nei confronti dello stesso periodo del 2014. Il 2015 si apre pertanto con una conferma della tendenza al ribasso dei prezzi delle abitazioni in atto da più di tre anni. Come accade dagli inizi del 2013, anche nel primo trimestre dell’anno in corso la diminuzione tendenziale è dovuta sia ai prezzi delle abitazioni esistenti (-3,8%) sia a quelli delle abitazioni nuove (-2,0%). Fonte ISTAT, Prezzi delle abitazioni, I trimestre 2015, , (consultato il 2 luglio 2015).
[63] «Un grave colpo all’urbanistica è dato da Bassanini, il quale non inserisce nel Codice degli appalti del 2001 un emendamento per mantenere il vincolo, posto dalla legge Bucalossi N. 10 del 1977, di destinazione degli oneri urbanistici per la realizzazione di opere di urbanizzazione primaria e secondaria: da allora essi possono essere utilizzati anche per le spese correnti. In tal modo speculatori e amministratori comunali si trovano sullo stesso piano di interessi. Entrambi convergono sulla convenienza di distruggere il territorio per ottenere danaro», in Berdini, Le città fallite, 2014, pag. XI.
[64] La spesa corrente è l’insieme della spesa pubblica necessaria all’ordinaria conduzione della struttura statale. Ad esempio per i comuni la spesa corrente sono: gli stipendi per il personale, prestazione di servizi, interessi passivi e oneri finanziari, acquisto di beni di consumo, etc.
[65] Turchini & Grecchi, Op. cit. , 2006.
[66] Annunziata, “A quale titolo (di godimento)?”, in Città tra declino e sviluppo, Roma, 2014.
[67] Secondo l’ISTAT, nel 2013 circa 838.000 intestatari di mutuo sono a rischio, mentre di questi 230.000 sono in condizioni lavorative precarie.
[68] Mutamento della forma della famiglia lungo il ciclo di vita familiare. Aumenta il numero di famiglie e diminuisce il numero medio dei loro componenti che implica un cambiamento circa l’uso degli ambienti e nelle esigenze relative alla dimensione dell’abitazione.
[69] «Il patrimonio edilizio è entrato nel quinto o sesto decennio di vita in cui le facciate, le impermeabilizzazioni, i sistemi tecnologici centralizzati mostrano segni di obsolescenza e necessitano di manutenzione urgente» Zanfi, “Le case del boom nella città contemporanea”, in Città tra sviluppo e declino, 2014, pag. 379.
[70] Uno dei sistemi delle entrate degli Enti locali per la gestione della cosa pubblica è riferito alla ridistribuzione delle tasse sotto forma di trasferimenti erariali o statali.
[71] sistema monetario europeo.
[72] Scandurra, “Nuove soggettività e nuove progettualità  per le città del terzo millennio”, in A. Magnaghi, Il territorio degli abitanti, Milano,1998, pag. 58
[73] «La città contemporanea viene descritta come una “struttura di flussi, un set decentrato di economie di segni nello spazio”. Nel momento in cui questo “network asimmetrico” di flussi attraversa e sovrasta le singole realtà degli Stati nazione, per procedere secondo una dinamica autonoma, ha luogo il processo di globalizzazione. Fenomeno, questo, strettamente legato a una fase importante del capitalismo avanzato, ovvero il passaggio dal “capitalismo organizzato”, caratteristico dell’epoca moderna, a quello “disorganizzato”, connotazione specifica dell’attuale epoca postmoderna. Se nel capitalismo organizzato si attua uno stretto controllo dei mezzi di produzione e della forza lavoro e una pianificazione a lungo termine degli investimenti finanziari e delle strategie di mercato da parte delle multinazionali e dello Stato, nel capitalismo disorganizzato si assiste a una crescita incontrollata delle dimensioni e della velocità del flusso di merci, capitali, mezzi di produzione e perfino della forza lavoro, in grado, grazie a una rinnovata capacità di dislocamento, di percorrere il mondo nella sua totalità. L’aumento di velocità e di mobilità crea innanzitutto uno schiacciamento della dimensione spazio-temporale sul presente, e promuove un’economia postmoderna che assume dei connotati prevalentemente culturali, dove la produzione delle merci ha un senso in quanto oggetto di immediato consumo, e in cui qualsiasi prodotto assume una valenza simbolica e culturale, fatta non solo di oggetti veri e propri ma anche di immagini di quelli stessi oggetti, di vita reale e costruzione immaginaria che si alimentano a vicenda costruendo quelle che vengono definite semiotiche della vita quotidiana. Questa costruzione sociale fatta di realtà e immagini viene avvicinata a due altri fenomeni legati alla cultura postmoderna: un nuovo frazionamento dei classe in cui le classi ben definite e separate dell’epoca moderna si sostituiscono frazioni, ambiti sociali che sono espressione della società postmoderna, in cii beni vengono consumati in quanto costituiscono un capitale simbolico per stabilire distinzioni tra una frazione e un’altra, e il decentramento dell’identità, fenomeno di frammentazione della soggettività causata dai “processi disorganizzanti delle società contemporanee”, in particolare dalla disgregazione della classe lavoratrice, dalla ristrutturazione occupazionale di parte del terziario, dall’influenza dei media elettronici e dalla modificazione del tempo e dello spazio nella vita quotidiana» (Barbieri, Op. cit. , pag. 18).
[74] Magnaghi, “Uno scenario globale di bioregioni urbane autosostenibili: progettate, costruite e gestiste socialmente”, in Munarin & Velo (a cura di), Italia 1945-2045 urbanistica prima e dopo, Roma, 2016, pag. 24.
[75] Ibidem.
[76] Ivi, pag. 25.
[77] Latouche, La scommessa della decrescita, Milano, 2007; Pallante, La decrescita felice, Roma, 2009
[78] Georgescu-Roegen, Op. cit. , 2003.
[79] Holmgren, Permacultura, Bologna, 2002.
[80] Gorz, Ecologica, Milano, 2008.
[81] «Il problema che si pone l’ecologia politica è quello delle modalità pratiche che permettano la presa in conto dell’esigenza dell’ecosistema attraverso il giudizio proprio degli individui autonomi, che perseguono i loro fini all’interno del loro mondo vissuto. […] Questa è il problema della democrazia», in Gorz, Op. cit., pag. 55.
[82] «Quando la bruttezza e l’infelicità dell’esterno dilagano, l’anima si ammala, come i polmoni respirando aria inquinata. L’anima non è separabile dal mondo», in Tonon, La città necessaria, Milano, 2013, pag. 17.
[83] Scruton, La bellezza: ragione ed esperienza estetiche, 2011.

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