Persone e territorio

Da molti anni ormai, sia il mondo accademico e sia gli istituti di statistica divulgano un approccio attento alle risorse, e indicano, indirettamente o direttamente, le linee guida per aiutare il proprio Paese. Anche l’ultimo rapporto 2019 dell’ISTAT, dichiara apertamente la necessità di valorizzare i territori e le risorse locali, si esprime ancora con termini ambigui come “crescita equilibrata” figli dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” che ha contribuito a giustificare la distruzione gli interi ecosistemi naturali e l’aumento delle malattie favorite dall’industrialismo, ma l’ISTAT ci presenta comunque un quadro complesso e complessivo di estremo interesse.

La disuguaglianza per eccellenza, quella fra Nord contro Sud, può essere letta e interpretata anche grazie ai documenti dell’ISTAT.

«Se negli anni successivi al Secondo dopoguerra i flussi migratori verso le regioni centro settentrionali erano prevalentemente costituiti da manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno, nell’ultimo decennio mediamente il 70% delle migrazioni dalle regioni meridionali e insulari verso il Centro-Nord sono state caratterizzate da un livello di istruzione medio-alto. Cedendo risorse qualificate, il Mezzogiorno ha ridotto le proprie possibilità di sviluppo alimentando ulteriormente i differenziali economici con il Centro-Nord» (Fondazione Migrantes, Rapporto italiani nel mondo, 2019, pag. 11).

Secondo il mio modesto parere, vi sono alcuni fattori che dovrebbero cambiare radicalmente e agire in sinergia attraverso un comune denominatore: fare l’opposto di quello fatto finora. Uno di questi fattori è il ripristino dell’azione pubblica dello Stato che ripensa le agglomerazioni industriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, e l’atro fattore è il cambiamento delle classi dirigenti meridionali, sostituite con un nuovo ceto politico formato proprio sulla bioeconomia. I Sistemi Locali del Lavoro che risultano più attrattivi hanno determinate caratteristiche: la scelta politica di localizzare e concentrare funzioni e attività, e il continuo rinnovamento dell’offerta formativa didattica condizionata dalle imprese presenti sul territorio. Come ha certificato anche l’ISTAT, Regno d’Italia e Repubblica italiana hanno creato le disuguaglianze poiché il ceto politico ha voluto concentrare determinate attività e funzioni con maggiore valore aggiunto soprattutto in pianura padana, lasciando talune attività pesanti e inquinanti nel meridione (Bagnoli, Taranto, Priolo, Gela). Ancora oggi, le attività di ricerca e innovazione con maggiore valore aggiunto condotte dall’Università pubblica italiana si trovano soprattutto in pianura padana, e pertanto non è un caso che gli studenti meridionali vadano a formarsi al Nord, o all’estero, per poi non tornare più, alimentando un danno sociale ed economico non misurabile ma drammatico. La responsabilità politica di questa disuguaglianza è tutta della classe dirigente italiana (imprese, politici, università) perché essa stessa ha creato politiche capitaliste razziste e antimeridionali, inventando un “centro” e una “periferia” economica. In sostanza, le disuguaglianze sono create dalle scelte politiche e non dipendono dalla geografia. Nel corso dei decenni queste scelte hanno favorito i privilegi di talune famiglie e danneggiato altre eliminando la cosiddetta ascensore sociale; chi nasce povero resta povero, e chi nasce in famiglie ricche ha maggiori opportunità rispetto agli altri. L’inversione di tendenza può essere avviata solo cambiando radicalmente i paradigmi culturali di una società moderna profondamente nichilista, e giudicando diversamente il ceto politico, cioè gli elettori meridionali dovranno stimolare la nascita di una propria identità culturale e politica, non più delle destre (liberali e neoliberali), favorendo la partecipazione attiva al processo decisionale della politica e una migliore selezione della classe dirigente.

La carenza di servizi (sanità, centri culturali…), e i problemi ambientali e occupazionali del Sud rappresentano gli investimenti pubblici e privati per creare impieghi utili, per farlo è semplice: ci vuole la volontà politica che oggi non c’è, perché le disuguaglianze produttive rappresentano lo sfruttamento economico e sociale del Nord che vende al Sud e “ruba” giovani risorse umane. E’ un corto circuito sociale e culturale che appartiene solo all’Italia, costruito persino sull’inciviltà diseducativa che spinge i meridionali a costruirsi una credenza religiosa per disprezzare i propri luoghi e abbandonare la propria terra, infine, solo in Italia, da circa trent’anni, esiste persino un partito politico razzista antimeridionale cioè inventato e costruito appositamente per favorire l’accumulazione capitalista in una sola area geografica a sostegno dell’egoismo delle imprese localizzate al Nord, una enorme “comunità” chiusa forgiata sullo sfruttamento delle risorse pubbliche. Questo è il medesimo modello capitalista che riscontriamo fra Occidente ed Oriente, e dentro l’euro zona ove Sistemi Locali sfruttano altri Sistemi Locali. Se non si accetta la realtà, e cioè che il capitalismo stesso crea disuguaglianze, sottosviluppo dei territori e distruzione della natura, allora sarà difficile invertire la rotta che ci condanna alla povertà e alla marginalità.

Anche l’ISTAT suggerisce di abbinare l’analisi della struttura produttiva alle risorse locali del territorio, questo è l’approccio territorialista al fine di suggerire un uso razionale delle risorse e dell’energia. Il mezzogiorno d’Italia, necessità di questo approccio ma va integrato con politiche pubbliche socialiste per costruire i servizi mancanti, dalla cultura al sociale, fino alla realizzazione di sistemi di mobilità intelligente. Il Sud d’Italia non è solo agricoltura, bellezza, paesaggio ma è fondamentale creare agglomerazioni della manifattura leggera e tecnologica dal più alto valore aggiunto. I Sistemi Locali meridionali potrebbero e dovrebbero stimolare modelli autarchici di innovazione tecnologica agglomerando funzioni e attività creative. Ad esempio, anziché importare tecnologie straniere per risolvere problemi sarebbe saggio che tali soluzioni fossero costruite in casa. La complessità del territorio italiano richiede due politiche: la rigenerazione urbana e dei territori rurali, e la creazione di sistemi e tecnologie innovative di trasporto delle persone per risolvere i problemi in Sardegna (ove non esiste il treno), in Sicilia, e poi gli spostamenti adriatico-tirreno oltre che gli spostamenti puglie-Campania. L’Italia, se avesse una guida politica saggia, dovrebbe riappropriarsi di capacità tecnologiche che aveva creato in passato e concentrare tali programmi di ricerca proprio nelle aree più marginali.

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La ragione contro il nulla

In una vecchia riflessione sintetizzavo sul fatto che l’agire politico dovrebbe costruirsi introno a due aspetti: la teoria (pratiche discorsive) e la pratica (pratiche materiali). La teoria politica è la sua filosofia, la cultura e la visione mentre la pratica riguarda aspetti concreti come le leggi che governano istituzioni e territorio.

L’attuale campagna elettorale ha mostrato il “valore” delle forze politiche più popolari – Forza Italia, Lega, PD e M5S – cioè quelle che potrebbero costituire una maggioranza di Governo, e che sicuramente rappresentano la maggioranza degli aventi diritto al voto. Dal punto di vista della teoria e pratica politica, il “valore” di questi soggetti politici si misura dai loro programmi elettorali e dalle politiche adottate in precedenza. La scarsa credibilità è ampiamente distribuita, fra chi ha governato e lasciato che il mercato aumentasse le disuguaglianze, e chi dall’opposizione non possiede una classe dirigente onesta e capace. Le promesse elettorali dimostrano sia una scarsa attinenza alla realtà del Paese, e sia un’inconsistenza di idee, e scarsa serietà. Secondo il professore Roberto Perotti, i programmi elettorali di questi soggetti producono persino danni economici al Paese, oltre che ignorare i problemi reali e limitarsi a stimolare le emozioni degli elettori promettendo soldi in cambio del voto, o promettendo l’abolizione di norme precedentemente introdotte.

Perché i programmi non hanno attinenza alla realtà? Dal punto di vista delle attività pratiche della politica, le promesse elettorali non tengono conto della realtà italiana raccontata dall’ISTAT, circa l’economia sommersa e il governo del territorio; mancano persino i piani industriali utili a ridurre le disuguaglianze presenti nel Paese. Dal punto di vista della teoria, le scelte politiche degli ultimi anni e l’inerzia dei soggetti politici favoriscono il capitalismo neoliberista, che si nutre proprio di disuguaglianze e di sfruttamento dei lavoratori. Basti osservare che le riforme strutturali neoliberali hanno coinvolto il sistema industriale e manifatturiero italiano, una serie di privatizzazioni di infrastrutture strategiche per lo Stato, e la riduzione dei diritti dei lavoratori favorendo la schiavitù chiamata gig economy. La demagogia degli attuali partiti si concentra su promesse da marinaio, sul voto di scambio sfruttando cinicamente la povertà, e gli insulti che si scambiano reciprocamente. Gli aspiranti governanti trascurano la realtà drammatica che si concentra soprattutto nel meridione d’Italia, dove in alcune aree non esiste lo Stato civile da troppi decenni. In altre aree manca persino il governo del territorio, abbandonato agli interessi speculativi dei ceti borghesi locali, mentre altre aree sono prive di infrastrutture essenziali, oppure sono governate male. Nel meridione solo alcune città garantiscono gli standard minimi, e conservano tassi di occupazione per pagare le spese familiari, ma l’assenza di politiche industriali per il meridione ha aumentato il divario fra i territori, rendendo i meridionali sempre più fragili e ricattabili dalla politica stessa. Negli ultimi quarant’anni le politiche promosse dai Governi hanno trasformato il Sud in periferia economica, mentre l’Italia diventava periferia all’interno dell’euro zona.

ISTAT posti letto e persone accolte nei presidi
ISTAT, annuario statistico, 2017.

I nostri osservatori più qualificati presentano studi e ricerche sulle disuguaglianze e ne fanno l’argomento prioritario per qualunque azione politica coerente con la realtà. L’inconsistenza dei soggetti politici più popolari costringe la società civile ad organizzarsi per elaborare risposte concrete, in attesa che un nuovo soggetto politico decida di diventare espressione dei reali problemi del Paese, poiché gli attuali sembrano inutili e dannosi. Sono notissimi alcuni casi di disuguaglianze sociali che riguardano: (1) la protezione sociale e il servizio sanitario, (2) l’istruzione universitaria, e (3) il lavoro. I cittadini meridionali, ancora oggi, migrano al Nord per ricevere determinate prestazioni sanitarie; migrano anche per l’istruzione universitaria, oltre che per il lavoro. Per quanto riguarda la sanità pubblica, il numero di posti letto e persone accolte è minore al Sud rispetto al Nord, sia perché la fiscalità generale spende e investe di più al Nord che al Sud, e sia perché ormai le strutture sanitarie pubbliche sono ridotte al minino delle forze per gli sprechi e per la mala gestione, presente al Sud ma anche in alcuni ambiti del Nord. Secondo il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss), Walter Ricciardi, esiste una disuguaglianza tra le regioni italiane in termini di salute ed efficienza delle prestazioni del Ssn, e «si tratta di differenze inique perché non ‘naturali’, ma frutto di scelte politiche e gestionali». Le università meridionali non attraggono studenti anzi li perdono, a favore di quelle presenti al Nord. Questo aspetto è probabilmente quello più doloroso, poiché i laureati meridionali tendono a restare nelle città ove hanno conseguito il titolo, e questo innesca un circolo vizioso determinato dalla perdita di risorse umane fondamentali per costruire un futuro, e per sostenere il bilancio demografico nei territori che hanno bisogno di sostegno, poiché già economicamente penalizzati.

Se negli anni cinquanta e sessanta si emigrava al Nord con la valigia di cartone oggi lo si fa con una laurea in tasca. Dal 2000 sono stati almeno 200 mila i giovani laureati che hanno lasciato il Meridione per trovare casa e lavoro da Roma in su. Un brain drain per il Sud (e brain gain per il Nord) con un costo non indifferente: 30 miliardi. A stimare la perdita netta degli investimenti in istruzione delle Regioni meridionali è uno studio contenuto nel numero monografico della Rivista economica del Mezzogiorno diretta da Riccardo Padovani ed edita dalla Svimez.

Nel caso italiano c’è un’area territoriale che riceve e l’altra che perde, mentre in generale è il sistema Italia che perde laureati a favore dei territori europei ed extra europei. In generale è aumentata l’offerta di lavoro precario e senza garanzie, la gig economy. Nella ricerca di un’occupazione stabile incide il ruolo attrattivo del Nord, confermato dai dati: «il Nord-ovest ed il Nord-est hanno i valori più alti di lavoratori a tempo pieno, rispettivamente 76,9 e 75,3 per cento, mentre il Centro presenta i valori più alti dei tempi indeterminati (89,6 per cento). Al contrario nelle Isole e nel Sud si registrano le percentuali più elevate di lavoratori a tempo parziale (rispettivamente 40,2 per cento e 36,6 per cento) e di lavoratori a tempo determinato (rispettivamente 14,3 per cento e 14,7 per cento)», ed ancora «nel Centro e nel Nord-ovest si hanno le percentuali più elevate di impiegati (41,1 e 40,7 per cento) e di quadri e dirigenti (6,2 per cento)». Al Sud non solo l’occupazione è minore, ma quella offerta dal mercato è persino occupazione precaria. In tal senso un soggetto politico serio e responsabile affronta le disuguaglianze territoriali e le disuguaglianze di riconoscimento affinché la collettività valorizzi ruoli, e aspirazioni delle persone consentendo loro di svolgere ricerche, studi e avviare attività utili ai territori economicamente più fragili proprio per ridurre le disuguaglianze sociali. Su questi temi drammaticamente seri e complessi, non c’è traccia nei programmi elettorali, per tale motivo è necessario che associazioni culturali, cooperative e ricercatori, tutti insieme affrontino le disuguaglianze e produrre politiche concrete per rigenerare le aree urbane economicamente depresse. Dal punto di vista della macroeconomia e secondo l’approccio post-keynesiano condotto sul piano bioeconomico, i fattori che determinano ricchezza suoi territori sono le politiche pubbliche che determinano e influenzano sia gli investimenti e sia il credito privato. Da un lato l’approccio monetario endogeno e dall’altro il riconoscimento dei limiti naturali e l’entropia, determinando scelte non più sul piano della razionalità economica neoclassica, ma sul piano dell’utilità sociale e del ritorno ambientale. I fattori di benessere economico che riducono le disuguaglianze sono il tasso di utilizzo delle capacità locali relative agli investimenti, le innovazioni tecnologiche e la produttività condizionata dai prestiti e dal ritorno economico degli stessi investimenti. Su principi e regole generali è fondamentale programmare investimenti pubblici e privati su due ambiti paralleli: le rigenerazione dei tessuti esistenti e l’apertura di attività manifatture leggere collegate all’innovazione tecnologica. Istituzioni, università, centri di ricerca e professioni dovranno cooperare verso un’unica direzione bioeconomica. Il budget totale del programma dei fondi strutturali 2014-2020 è di 645,7 miliardi di euro fra 28 Paesi UE. Oltre al fatto che questo è un budget decisamente insufficiente, nell’euro zona i paesi periferici hanno tutti un saldo negativo per la gestione stessa dell’UE. Secondo i dati della Commissione, l’Italia col suo mezzogiorno privo di infrastrutture e servizi, è l’ultimo Paese per utilizzo dei fondi comunitari, e risulta il principale contributore netto, con una differenza fra i versati e gli assegnati di €31,4 miliardi che lascia all’UE. All’Italia sono stati assegnati €44,6 mld ma ne ha utilizzati solo €5 mld. Casi analoghi sono la Spagna che versa €56,1 mld e può spendere fino a €39,8; il Portogallo versa €32,7 mld e può spendere €25,8 mld; la Grecia versa €26 mld e può spendere €21 mld. L’incapacità di utilizzare i fondi strutturali mostra tutta l’inefficacia del sistema UE, mentre le istituzioni locali non danno incarichi di progettazione. Ad esempio, l’Italia non ha una propria agenda urbana nazionale, e questa assenza di progettazione si riflette negativamente sulle opportunità di lavoro e sulla gestione del territorio. Anche la Polonia principale beneficiario con €86,1 miliardi assegnati, utilizza poco i fondi strutturali europei solo il 17%, poi seguono come beneficiari Italia, Spagna, Francia, Germania, Romania e Portogallo. La Finlandia risulta essere il Paese che utilizza meglio degli altri i fondi europei (€3,7 mld) nonostante sia fra gli ultimi a finanziare l’UE (la Finlandia ha versato €8 mld), poi seguono Austria, Irlanda, Lussemburgo, Grecia, Svezia, Portogallo, Francia, Estonia, Lituania, Danimarca, Cipro.

FDD cambiamenti peso del reddito e rendite

Ridurre le disuguaglianze

La Storia, se fosse studiata seriamente, ci insegna che allo sviluppo del capitalismo moderno e ai numerosi danni sociali e ambientali che ha creato, provò a contrapporsi l’ideologia socialista. Prima Marx riuscì a spiegare egregiamente come la borghesia sfruttava le persone, favorendo la nascita della cosiddetta coscienza di classe, e poi le organizzazioni sindacali riuscirono a proporre diritti per tutti i lavoratori. Nacquero i partiti, socialista e comunista, al fine di realizzare un socialismo reale e la Storia ci insegna che il capitalismo ha stravinto eliminando persino i partiti di sinistra. Oggi le disuguaglianze sono aumentate, i padroni guadagnano e sfruttano la schiavitù più di prima, e i danni ambientali sono aumentati fino ad eliminare alcune specie viventi dal pianeta. I casi di sfruttamento sono abbastanza noti, da Uber, Amazon, (la gig economy, cioè lavoretti a comando) ad Apple, fino alle professioni intellettuali e ai servizi pubblici. Ho già scritto da molto tempo che il capitalismo neoliberista ha rifeudalizzato la società, poiché le relazioni sono di vassallaggio (neofeudalesimo o libertà). Oggi esiste persino l’Unione europea, un’organizzazione non democratica che ha assunto l’ideologia neoliberista come dogma per consolidare il libero mercato delle multinazionali. Dovrebbe essere noto che per ridurre le disuguaglianze è necessario che uno Stato sia sovrano, cioè abbia i poteri per agire sulle politiche monetarie e industriali, oltre che tassare i ricchi per ridistribuire ai poveri. Mentre USA, Russia e Cina sono stati sovrani proprio perché determinano le proprie politiche monetarie e industriali; invece l’UE è un aggregato disorganizzato e competitivo di Stati che si fanno concorrenza fra loro, e dove gli stessi cedono sovranità per mettersi nelle mani avide del mercato. Nel 2018, tutti i soggetti politici, almeno in Italia, sono favorevoli all’ideologia liberale e neoliberista, e dal 1989 in poi gli italiani non hanno più avuto la possibilità di votare per un partito comunista. Nell’epoca chiamata post ideologica, in realtà esiste solo un’ideologia: il capitalismo! Il pensiero politico socialista esiste solo nel mondo accademico e nella storia, mentre ogni tanto, questa filosofia politica si ripresenta in qualche pensatoio politico, al fine di “correggere” le storture del capitalismo che aumentano le disuguaglianze, ma non esiste un soggetto politico di massa capace di esprimere una classe dirigente adeguata alle sfide del presente e del futuro. Imprese e liberisti proliferano indisturbati accelerando i drammi sociali di alcune aree geografiche, e per quanto riguarda l’Italia, il dramma si concentra nel meridione.

Nel periodo in cui il capitalismo ha scelto l’Asia come luogo di produzione mondiale, le agglomerazioni urbane occidentali diventano soprattutto terziarie con alcune aree rimaste industriali, queste si trovano nel Sud della Germania, nella Catalogna, nel Nord della Francia (Ile-de-France) e in alcuni porti europei come Marsiglia e Rotterdam. Parigi e Londra sono città globali, scelte dalla grande finanzia speculativa. In Italia, la sola Lombardia, come la Catalogna in Spagna, è capace di tirare l’economia nazionale. E’ in questi spazi che troviamo le città regione, capaci di produrre accumulazione capitalista. La concentrazione industriale italiana si localizza soprattutto in pianura padana, iper infrastrutturata. Questi sono i luoghi della tradizione industriale borghese novecentesca, mentre negli anni più recenti, il neoliberismo ha scelto Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Albania poiché anche nei territori ex comunisti, oggi i Governi compiono scelte neoliberiste per attrarre le multinazionali consentendo loro di pagare poche tasse e bassi costi salariali. All’interno dell’euro zona, il capitalismo favorisce le disuguaglianze fiscali fra Stati e la concorrenza salariale, creando luoghi che amplificano lo sfruttamento delle persone per l’accumulazione capitalista, come le famigerate zone economiche speciali. Si tratta di una contraddizione tipica del capitalismo, poiché questo meccanismo distrugge lo Stato democratico. Osservando i rapporti ISTAT sulle disuguaglianze geografiche, emerge un dato importante, e cioè la ricchezza si concentra nei grandi centri urbani coi propri Sistemi Locali del Lavoro, e fra i grandi centri c’è un’enorme differenza di ricchezza, ad esempio grandi differenze fra Milano, Napoli e Palermo. In questi giorni si presenta pubblicamente anche un forum sulle disuguaglianze col fine di suggerire pratiche politiche concrete per ridurle. Il forum spiega cosa siano le disuguaglianze economiche (disparità nei redditi); le disuguaglianze sociali (disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi) e le disuguaglianze di riconoscimento (la collettività che non riconosce ruoli, valori e aspirazioni della persona), e dove si localizzano. Tutte queste disuguaglianze sono assai elevate e sono aumentate negli ultimi trent’anni. Queste disuguaglianze hanno una forte dimensione territoriale, rappresentano l’ingiustizia sociale, e sono alla base degli effetti negativi del Paese favorendo paure, rabbia e risentimenti. Nonostante la Costituzione repubblicana indichi proprio l’eliminazione degli ostacoli di ordine economico, la classe dirigente politica degli ultimi trent’anni non ha prodotto adeguati piani industriali e sociali, anzi ha scelto la strada opposta favorendo i famigerati piani strutturali neoliberisti.

Per quanto riguarda la disuguaglianza di ricchezza privata, una nuova ricerca che utilizza dati fiscali mostra che la quota di ricchezza netta personale detenuta dal percentile più ricco della popolazione adulta (top 1%) è cresciuta in Italia da circa il 16% nel 1995 al oltre il 25% nel 2014. Straordinario appare, a partire dal 2008 (sempre fino al 2014), l’aumento di concentrazione di ricchezza dei 5000 individui più ricchi: da circa il 2% a circa il 10% della ricchezza privata del paese. Una quota doppia, oggi, di quella (circa 5%) posseduta dalla metà più povera della popolazione. Anche in questo caso risalta lo svantaggio delle donne: in media la loro ricchezza è inferiore del 25% a quella degli uomini.

ISTAT povertà assoluta giu 2018
ISTAT, La povertà in Italia, 26 giugno 2018.

Secondo l’ISTAT, in Campania la grave deprivazione materiale passa dal 17,5% del 2004 (già molto alta) al 25,9% del 2016; in Sicilia passa dal 16,5% del 2004 al 26,1% del 2016. Quella fra Nord e Sud è una disuguaglianza creata a partire della guerra di annessione del 1860, Regno d’Italia e fascismo crearono la disuguaglianza economica fra Nord e Sud. «Il divario Nord-Sud inizia invece ad allargarsi sul finire dell’Ottocento, allorquando nel Nord-Ovest comincia a prendere corpo il Triangolo industriale. E tuttavia la forbice rimane contenuta, ancora nel corso dell’età giolittiana. È invece negli anni fra le due guerre, dal 1911 al 1951, che il divario Nord-Sud cresce molto. Al 1951, le differenze fra le macro-aree hanno raggiunto l’apice. […] Le differenze fra Sud e Nord – pur se a ritmi alterni, seguendo un processo non sempre lineare – si sono ampliate dall’Unità a oggi. […] La ricchezza si è andata quindi progressivamente concentrando nelle regioni forti del Nord Italia, che attraevano a sé anche il capitale umano» (Emanuele Felice, “Crescita, crisi, divergenza: la disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo”, in ISTAT, La società italiana e le grandi crisi economiche 1929 – 2016, Roma, 2018).

ilmattino4novembre2019

Un piano industriale basato sulla riduzione delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento ha come effetto doppio sia la riduzione della disoccupazione e sia l’aumento della qualità della vita. Possiamo osservare e riconoscere che l’interesse a individuare le disuguaglianze è un ritorno alle politiche socialiste. Nell’Ottocento gli utopisti socialisti, avevano già evidenziato l’importanza strategica dell’educazione per favorire lo sviluppo umano, e la successiva pianificazione urbanistica nacque per costruire servizi minimi a tutti i cittadini. Le aree urbane più svantaggiate sono quelle che hanno rinunciato alla corretta pianificazione urbana per favorire gli interessi speculativi della borghesia liberale, tant’è che in questi contesti troviamo le più alte disuguaglianze sociali poiché, o non c’è accesso ai servizi, o addirittura non esistono i servizi fondamentali. Ad esempio, è noto che alcuni indicatori fondamentali sono: posti letto nei presidi residenziali socio-sanitari e assistenziali; le infrastrutture; la copertura di banda larga e il tempo dedicato agli spostamenti per raggiungere il servizio. Altri indicatori sono legati al paesaggio e all’ambiente, come il patrimonio culturale; la specializzazione produttiva del territorio e la qualità dell’urbanizzazione (cioè la morfologia urbana). Un corretto piano di rigenerazione parte proprio dall’analisi dei tessuti urbani esistenti. Con questo approccio inneschiamo un processo virtuoso che crea nuova occupazione ma sono necessarie scelte e azioni politiche, figlie di una nuova cultura politica, bioeconomica. Prima di tutto, un’analisi seria sui territori e le loro peculiarità da valorizzare, infine le istituzioni politiche con i centri di ricerca, devono investire in progetti finalizzati a produrre servizi mancanti, innovazioni e riaprire determinate produzioni poiché indispensabili, come la meccatronica e altre attività di manifattura leggera. Si tratta di riterritorializzare attività e funzioni specifiche per i territori, quindi nuove funzioni, e poi riaprire attività spostate in altri Paesi. Nei territori ove è alto il tasso di disoccupazione, è necessario aprire attività culturali di base, e luoghi di studio e ricerca per consentire agli abitanti di partecipare al processo di riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche. Ad esempio la diffusione capillare di biblioteche di quartiere e luoghi di ricerca, per favorire studenti e professionisti. Si tratta di luoghi specifici che favoriscono l’aggregazione delle persone (“cluster”). Le istituzioni politiche devono pianificare la costruzione di queste strutture perché attraverso il dialogo e la creatività possiamo creare nuova occupazione utile, coinvolgendo anche gli abitanti e nelle trasformazioni urbanistiche rigenerative.

ISTAT BES 2017 indici e ripartizione geografica

Cinico capitalismo

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Daniel Garcia, valori giovanili vecchi poveri.

Negli anni dell’implosione capitalista che genera una spaventosa recessione, sembra che a nessuno interessa la povertà dei meridionali. Basti osservare che in generale i partiti non hanno politiche industriali, e la povertà del meridione è cinicamente citata come tema ma non esistono seri programmi d’investimenti pubblici. Il ceto politico strumentalizza la povertà dei meridionali senza predisporre proposte concrete. In questi decenni, una guerra economica silenziosa si è consumata sulla pelle dei più poveri d’Europa, insieme ai greci. L’aspetto più cinico è che, mentre il ceto politico italiano aderiva alla religione monetarista liberale e programmava i piani strutturali neoliberisti, ha consapevolmente trasformato l’Italia e soprattutto il meridione in periferia economica dell’Europa. Le famiglie italiane e soprattutto quelle meridionali hanno visto aumentare la povertà assoluta e relativa, rendendo l’istituzione familiare molto fragile e costantemente sotto ricatto. Le gravissime conseguenze sociali della fragilità economica dei meridionali, hanno l’effetto negativo di favorire l’emigrazione dei laureati, hanno diffuso un clima di paura e incertezza del presente e del futuro, che rende difficile persino immaginare una vita serena e prosperosa. Il ceto politico ricatta le famiglie povere utili come bacino elettorale. Ogni anno è l’ISTAT che scatta la fotografia del disagio sociale e delle diseguaglianze, ed è sufficiente leggere i recenti Rapporti annuali (“Crisi e benessere”, 2013; “L’evoluzione dell’economia italiana”, 2014; “Le trasformazioni demografiche e sociali”, 2016; “Le classi sociali e i gruppi sociali”, 2017) per trovare riscontro di una recessione economica che ha innescato profondi processi di disgregazione sociale che non si possono affrontare restando sul piano ideologico sbagliato. La povertà non trova soluzione sul piano ideologico che l’ha creata e favorita, e le forze politiche se ne fregano di ripristinare la sovranità economica in capo alla Repubblica, pur sapendo bene che questo è l’unico modo di garantire una programmazione stabile e duratura finalizzata a sostenere una politica industriale bioeconomica, e aiutare i ceti meno abbienti consentendo loro di riavere una serenità. Al danno creato dall’instabilità del capitalismo e dalla stupidità di una classe dirigente incapace e moralmente corrotta, si aggiunge il danno dell’ignoranza funzionale delle masse. Sono gli stessi cittadini che continuano a dare un consenso elettorale ai propri carnefici.

E’ ormai chiaro che la campagna elettorale per le elezioni del prossimo Parlamento italiano è partita, e che tutti i partiti sfrutteranno, come hanno sempre fatto, i disagi economici degli italiani che nel nostro meridione trovano circostanze drammatiche sconosciute alle comunità nordiche più ricche. L’Italia non è una e sola, non lo è mai stata, e nel corso dei decenni l’economia capitalista ha diviso i territori piuttosto che unirli. La nostra società è sempre più cinica e nichilista, per nulla solidale e i problemi di alcune comunità restano insoluti poiché non sono affrontati seriamente. Prima di tutto il ceto politico e imprenditoriale è costituito ormai da élite borghesi auto referenziali, cioè la società si sta rifeudalizzando poiché indirizza e utilizza le istituzioni politiche secondo il proprio tornaconto su rapporti di vassallaggio. Se osserviamo la geografia umana italiana, possiamo constatare la contraddizione del nostro Paese con l’area geografica padana costituita da un’eccessiva agglomerazione di attività e funzioni con impatto ambientale fra i più importanti al mondo, e il resto d’Italia, dove al Sud si evidenzia una vera desertificazione di attività,  e con aree persino senza infrastrutture essenziali per collegare i centri urbani. Questo disequilibrio è unico in Europa e non trova spiegazioni logiche e razionali.

Com’è noto, le politiche economiche sono la conseguenza di specifiche filosofie politiche. Ciò che ha generato la povertà è il capitalismo liberale e neoliberale, e la scelta consapevole di costruire agglomerazioni di attività industriali efficienti in aree geografiche piuttosto che in altre, solo al Nord e poco al Sud, che ha avuto l’inizio del suo declino dopo la famigerata guerra di annessione. Dal 1860 in poi si smantellò l’industria meridionale per trasferirla nell’area Torino, Milano e Genova. Nel corso dei decenni l’Italia e il meridione sono stati spogliati di determinate attività (informatica, meccatronica, mobilità e varie manifatture leggere) per favorire imprese che sono localizzate negli USA e nel resto d’Europa. Le imprese italiane hanno scelto di accumulare capitali preferendo diverse strade oltre a quelle finanziarie: la rendita urbana che pesa per il 32% del PIL, e la delocalizzazione delle attività nelle zone economiche speciali. In Italia il PIL è costituito principalmente dall’attività di credito, attività immobiliari (rendita), dal commercio, poi servizi, e in fine industria, edilizia, agricoltura, e poca meccatronica. La transizione industriale dal modello fordista al modello flessibile, unito alla deregolamentazione commerciale e finanziaria ha spinto le imprese a delocalizzare le attività nei paesi emergenti (Shanghai, Shenzhen le fabbriche del mondo), mentre la politica di determinate imprese ha scelto di agglomerare la manifattura leggera nei distretti industriali dei paesi centrali, USA e Germania. Il meridione d’Italia, la Grecia, il Portogallo e alcune aree della Spagna e d’Irlanda, sono povere per volontà politica, mentre l’Est è sfruttato come esercito di riserva.

Nell’epoca dell’era urbana e di internet, la società cambia radicalmente. Il nichilismo ormai imperante ha trasformato i rapporti facendoli regredire al mercantilismo più becero, mentre la borghesia capitalista italiana è prevalentemente legata a finanza e rendita immobiliare. Un’economia di privilegi, rendite passive e parassitarie, determina una società poco dinamica e capace di innovarsi, mentre i ceti più deboli e meno istruiti sono sempre più condizionati da relazioni personali materialiste, anche grazie alla diffusione di massa degli smartphone che stimolano i nuovi nativi digitali all’individualismo. Per reagire alla deriva egoista è necessario ridurre lo spazio del mercato per stimolare la reciprocità tipica delle comunità di una volta. Le istituzioni politiche dovranno ripensare gli strumenti finanziari e giuridici che valutano programmi, piani e progetti. E’ necessario cambiare i criteri di valutazione dei programmi inserendo nuovi indicatori (sociali e ambientali), ed è altresì importante cambiare i confini amministrativi dei Comuni, osservando le nuove strutture urbane. Una nuova classe politica, ripristinando la sovranità economica, dovrà finanziare programmi di rigenerazione nelle nuove strutture urbane che si governano adeguatamente cambiando la scala territoriale. Il meridione può affrontare la sua recessione pensando a un’economia bioeconomica. L’approccio territorialista è il modello ideale per tutto il meridione, e con la costruzione delle infrastrutture che mancano da sempre, è possibile cominciare a dare risposte concrete per creare occupazione. Piani regolatori bioeconomici possono costruire i luoghi ove aggregare risorse umane e stimolare la nascita di imprese, dal terziario alla meccatronica. Le istituzioni politiche dovrebbero adottare programmi e piani per rigenerare interi sistemi urbani, ripensando alle agglomerazioni industriali, progettando recuperi dei centri storici, e ristrutturazioni urbanistiche delle zone consolidate pensando all’auto sufficienza energetica. Si tratta di recuperare standard ancora mancati, costruire servizi, e centri culturali finalizzati a stimolare la creatività dei sistemi bioeconomici utili a innescare un meccanismo di filiera virtuosa che crea occupazione.

Il problema culturale e politico che ostacola questa evoluzione è l’assenza di coscienza collettiva sui temi economici e l’assenza di un partito politico, o di una classe dirigente che riconosca come punto centrale della propria azione il ripristino dell’autonomia monetaria ed economica dello Stato democratico, questo vale sia per la Repubblica italiana che per l’Unione europea. In Occidente, ha prevalso la religione liberale e neoliberale che ha saputo psico programmare la classe politica sulla necessità di far credere alle istituzioni politiche che il controllo della moneta o del credito sia una questione indipendente dall’economia (teoria monetarista sull’esogeneità della moneta). In tutto l’Occidente ha prevalso l’ideologia di von Hayek. In Italia, in maniera del tutto incredibile, questa religione neoliberale ha convinto anche i dirigenti dei partiti di tradizione socialista, che hanno volutamente oscurato la critica sociale ed economica di Marx, e persino la teoria di Keynes, che non era affatto un socialista ma riconosceva il ruolo determinante dello Stato nell’affrontare problemi sociali. Oggi, tutti i Governi europei sono guidati da leaders politici liberali, ed anche le opposizioni politiche sono liberali, comprese quelle di tradizione socialista che hanno abdicato alla propria identità. In Italia il partito comunista non esiste più. Solo in anni recentissimi, a causa dei danni sociali innescati dalla recessione, prima in Grecia e poi in Spagna stanno sorgendo partiti che si ispirano al socialismo reale ma anche questi fanno fatica ad ammettere la necessità di ripristinare la sovranità economica. Sulla scena politica si consuma l’imbarazzo generalizzato, di maggioranze e opposizioni, di un’Unione europea palesemente liberista, poiché se ne frega dei problemi sociali delle comunità più deboli, mentre i Paesi centrali continuano ad ammassare surplus economici sfruttando proprio le periferie economiche. In tutto ciò nessuno ha il coraggio di programmare l’uscita del capitalismo e affermare i valori di un socialismo condotto sul piano della bioeconomia, capace di trasformare senza distruggere gli ecosistemi.

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ISTAT, Rapporto BES 2016.

Perché non aumenta l’occupazione?!

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Foto di Walker Evans, anni ’30.

Il concetto più utilizzato da media, politici ed economisti per indicare un miglioramento è la crescita. La crescita è un mantra che viene ripetuto in maniera ossessiva compulsiva, tutti i giorni nei TG, ed è utilizzato per psico programmare i cittadini alla religione economica. La crescita è quella del Prodotto Interno Lordo, il famigerato PIL che misura l’aumento della produttività in denaro, scambiato in un anno solare. Questo indicatore economico è messo in rapporto con l’altrettanto famigerato debito pubblico. Secondo l’economia i fattori della produzione capitalista sono quattro: natura, lavoro, capitale, e organizzazione e sono trattati dalla funzione della produzione. Nell’economia neoclassica i quattro fattori sono considerati in maniera arbitraria e irrazionale, poiché è possibile un gioco di prestigio ove il capitale cresce sempre mentre gli altri  tre (natura, lavoro e organizzazione) possono diventare infinitamente piccoli, ed è ciò accade. Due contraddizioni tipiche del capitalismo: (1) la natura non è intercambiabile (entropia), e il suo esaurimento crea danni ambientali, mentre la riduzione del lavoro crea danni sociali (disoccupazione). L’evoluzione tecnologica e informatica stanno trasformando nuovamente la società, prefigurando l’ipotesi di transitare in un’epoca nuova. L’economista Piketty mostra che il capitalismo odierno si sgancia dal lavoro, perché l’accumulazione del capitale (la crescita) avviene anche senza il lavoro. Scommesse in borsa, informatica e umanoidi consentono l’accumulazione di capitali senza il contributo tradizionale dei lavoratori. Mentre l’élite finanziaria globale controlla banche e multinazionali, accade che in questa dinamica, il capitalismo italiano continua a voler accumulare capitale attraverso i tradizionali processi di urbanizzazione, con l’incongruenza dovuta al fatto che l’aumento della disoccupazione rende le famiglie più fragili, e incapaci di assorbire i costi delle stesse urbanizzazioni. Nell’attuale modernità tecnologica (robotica) e informatica, i tradizionali fattori della produzione subiscono scompensi e disequilibri, nel senso che natura, lavoro e organizzazione perdono il loro “peso” facendo spazio al solo capitale che si auto alimenta dal nulla. Questo processo auto referenziale è nelle mani delle imprese private: istituti finanziari; che hanno il potere di ricattare (spread) quegli Stati che hanno abdicato alla sovranità monetaria. La crescita aumenta senza l’occupazione, e si realizza per le multinazionali che sfruttano l’informatica e i paesi emergenti attraverso gli accordi commerciali transnazionali; ad esempio attraverso le zone economiche speciali – giurisdizioni speciali – espressione delle disuguaglianze di reddito e di riconoscimento. Si tratta di luoghi con bassi costi salariali e tassazione ridotta rispetto agli altri Paesi dell’euro zona, ma si traducono in luoghi della concorrenza sleale a danno dei lavoratori. La disoccupazione aumenta in quei paesi divenuti periferici per volontà politica, e così i territori indeboliti dipendono maggiormente dal sistema globale controllato dalle imprese private. Per essere ancora più chiari, le scelte politiche circa gli investimenti sono condizionate dalle infrastrutture fisiche e sociali presenti sul territorio, determinando le urbanizzazioni e le città regioni; tutto ciò influenza la produttività e quindi l’occupazione. Ad esempio, l’Asia diventa l’industria del mondo quando l’élite globale sceglie quei luoghi per costruire infrastrutture fisiche (porti, aeroporti, autostrade) e sociali (università, centri di ricerca) pagando tasse e costi minori rispetto all’Occidente. Sono state le politiche urbane asiatiche a condizionare gli investimenti e la distribuzione ineguale di ricchezza, poiché le regioni sono in concorrenza fra loro, ciò favorisce anche la bancarotta di talune città occidentali, o le condanna a ruoli di marginalità, cioè di periferia economica. L’ideologia liberale e neoliberale con l’ausilio delle giurisdizioni segrete (il sistema off-shore), le nuove tecnologie e l’informatica, sta favorendo un aumento delle disuguaglianze mai avvenuto nella storia dell’umanità, e svuota di senso le democrazie rappresentative occidentali. Circa 1,4 miliardi di persone vive negli slums e più della metà della popolazione mondiale è povera, mentre più del 60% della popolazione mondiale si sposta nelle aree urbane contribuendo ad un aumento dell’impronta ecologica. In Occidente le aree urbane sono instabili, escludendo le città globali con le “gate community”, e il capitalismo tradizionale appare incapace di sostenere l’occupazione. Le città occidentali (già industriali) si contraggono e diventano aree urbane estese, queste anziché essere i luoghi del cambiamento dei paradigmi culturali di una società sbagliata nel profondo, sono ancora pianificate da istituzioni politiche che favoriscono stili di vita dannosi per la salute umana. La gestione urbana si realizza in maniera contraddittoria, a seconda delle culture e tradizioni locali; nel Nord Europa c’è un maggiore controllo della pianificazione territoriale e urbana senza prevenire i fenomeni di gentrificazione sociale, e nonostante l’ideologia liberale, la pianificazione è indirizzata dallo Stato, tassando le rendite urbane. Nel Sud Europa il neoliberismo preda il territorio e ruba le risorse limitate a norma di legge, applicando un razzismo economico senza limiti. La geografia economica mostra i luoghi ove si sviluppano i modelli industriali concentrati nei paesi centrali. In buona sostanza, crescita economica e miglioramento non hanno lo stesso significato. L’unica strada per far aumentare l’occupazione e creare nuovi posti di lavoro, ed è quella di percorrere una scelta culturale e politica opposta al capitalismo neoliberista. Le istituzioni pubbliche devono riprendersi l’autonomia di decidere riducendo lo spazio politico del mercato e ripristinando il primato delle politiche pubbliche. Fatta la scelta del primato della politica sul mercato, le istituzioni devono programmare politiche pubbliche socialiste e stimolare l’identità dei luoghi, la storia e l’uso razionale delle risorse. Le istituzioni possono favorire studi e ricerche finalizzate al miglioramento tecnologico per manutenere il territorio, sia per l’ambiente costruito e sia per la tutela dei suoli agricoli ripristinando la sovranità alimentare. Questi obiettivi non possono esser priorità delle imprese private sostenute dall’ideologia liberale. Non è interesse del mercato finanziare investimenti indispensabili per le comunità umane (prevenzione del rischio sismico e idrogeologico), se lo fosse staremmo a discutere di filantropia e altruismo, che non sono prerogative degli imprenditori ma di individui civili e democratici, cioè caratteristiche tipiche di uno Stato sovrano che non c’è più. Ripristinando la Repubblica, questa dovrebbe sostenere la sostenibilità poiché crea occupazione. Uscendo dal modello industriale del Novecento finalizzato alla crescita, la Repubblica dovrebbe promuovere politiche bioeconomiche – investimenti – e favorire la diffusione di modelli autarchici e collegati in rete, copiando la natura. La classe politica dirigente dovrebbe adottare l’approccio post-keynesiano condotto sul piano bioeconomico. L’invenzione illuminista e liberale della crescita continua della produttività non è compatibile né con la natura, e né con la democrazia, poiché distrugge ecosistemi e specie umana. Anche l’ideologia socialista, venuta dopo quella liberale, nacque per sostenere l’aumento della produttività ma per ridistribuire il capitale. Oggi sappiamo che la crescita ha distrutto specie viventi e favorito il superamento dei limiti del nostro pianeta, oltre al fatto di non risolvere le disuguaglianze economiche ma crearne di nuove. L’obiettivo della specie umana è la felicità che si ottiene costruendo relazioni sociali (non mercantili), con la conoscenza, e con la gestione razionale delle risorse, ed oggi abbiamo le conoscenze per aggiustare i territori distrutti dal capitalismo. Un nuovo paradigma culturale suggerisce di ripristinare la democrazia in Europa, abbandonando l’approccio feudale dell’UE, e conducendo la macro economica sul piano della bioeconomia che preferisce approcci e valutazioni scientifiche e sociali. Si tratta di cambiare i criteri di giudizio degli investimenti dando prevalenza all’impatto sociale e ambientale di programmi, piani e progetti. Oggi i territori più poveri si concentrano nel meridione d’Italia, e solo una volontà politica socialista può determinare un cambiamento concreto per ridurre le disuguaglianze territoriali attraverso la creazione di politiche territoriali e urbane bioeconomiche, capaci di ripensare le agglomerazioni industriali e urbane rigenerandole.

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Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

Stimolare lo sviluppo umano

La conoscenza sulla specie umana è davvero vasta e immensa, i limiti della nostra specie sono noti ma non appartengono alla cultura delle masse, cioè buona parte di noi è assolutamente consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti, e spesso finisce col subire i cosiddetti condizionamenti dell’ambiente esterno svolgendo un’esistenza indotta dal pensiero dominate e dal sistema di potere.

La nostra inconsapevolezza è la principale causa dei problemi di questa società moderna. I dati ufficiali circa i tradizionali indicatori raccolti all’Istat, dicono che il presente è drammatico, e forse è un commento riduttivo. Viviamo in uno stato di emergenza, ma questa sembra non preoccupare le famiglie poiché abbiamo l’abilità di scegliere i peggiori rappresentanti politici per affrontare i seri problemi sociali, ambientali, economici e politici. La nostra casa sta bruciando e noi gettiamo benzina sul fuoco.

Istat tasso di disoccupazione giovanile

relazione PIL popolazione occupazione

Un dramma che trova momenti di picco se spostiamo la lente d’ingrandimento sul nostro meridione, che abbiamo lasciato nelle mani di veri e propri stupratori seriali. Il meridione d’Italia è uno dei luoghi più belli del pianeta che subisce una guerra razziale e ideologica da più di 150 anni, con la collaborazione di noi meridionali psico programmati per disprezzare la nostra terra natia, e rincoglioniti dalla scuola e dal mainstream sviluppista (le televisioni milanesi e la RAI stessa). Siamo così confusi da credere ancora che la soluzione ai nostri problemi sia la crescita del PIL  quando è la religione che genera i nostri danni.

Le fotografie dell’Istat sembrano immagini post belliche, ma siamo nel 2016. La guerra economica contro i meridionali che cominciò col rubare oro, e tecnologie dal Regno delle Due Sicilie (l’allora Germania d’Europa), continuò con la propaganda razzista. La guerra economica è ancora in piedi poiché frutta denari per le imprese che hanno colonizzato il Sud, e per partiti politici “meridionali”, oggi i partiti non esistono più, ma gli interessi delle imprese continuano ad avere rappresentanza nei Governi italiani.

L’unico modo per cambiare i dati dell’Istat, è che i meridionali amino la propria terra sconfiggendo i mali sociali che più l’affliggono: l’indivia sociale e l’apatia politica. La soluzione non è imitare gli stili di vita rappresentati dal mainstream neoliberale, non è competere ma far crescere la creatività, e favorire i capaci e i meritevoli che possono creare nuova occupazione utile tutelando e valorizzando il territorio.

Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

Istat reddito familiare netto mediano per Regioni

I migliori investimenti che possiamo fare sono nel cooperare e stimolare la nascita di una classe dirigente seria e responsabile, che superi il pensiero dominate materialista, e cominci dalla bioeconomia poiché produce nuova occupazione utile. Alcune imprese, senza attendere una nuova classe politica, stanno investendo nella bioeconomia, tant’è che nel riciclo e nel riuso delle risorse stanno emergendo nuovi mercati, così come nel recupero dei territori e nell’uso razionale dell’energia i settori della progettazione e delle costruzioni riescono a resistere alla recessione innescata dall’implosione del capitalismo. Per il momento l’inerzia della politica sta facendo da tappo, soprattutto perché al pensiero neoliberale non interessa l’economia reale, in quanto certe imprese aumentano i dividendi degli azionisti attraverso la finanza e il sistema offshore, le speculazioni, gli illeciti e la depauperazione delle risorse del pianeta occupando i territori in via di sviluppo.

Obiettivo felicità

Recessione e capitalismo sono parenti molto stretti, precisamente la recessione è stata causata da un’industria finanziaria fuori controllo e dall’ideologia liberista ampiamente praticata nell’Unione Europea e negli USA, il famigerato modello occidentale ove i diritti inviolabili sono ampiamente violati. L’era industriale ed il picco del petrolio mostrano i limiti di un modello giunto al termine, ad esempio il 20 agosto 2013 è stato raggiunto il limite di carico delle attività antropiche, cioè l’overshootday, per i successivi mesi si rubano risorse alle future generazioni. La moneta debito ed i meccanismi fiscali europei abbinati alla delocalizzazione delle imprese con i paradisi fiscali garantiscono controllo e ricchezze ai pochi, e diseguaglianze e povertà ai molti. Nell’epoca del sovrapiù le imprese fanno profitti e garantiscono i dividendi agli azionisti semplicemente delocalizzando la produzione e rubare a norma di legge i guadagni ai lavoratori. L’insieme di questi fattori, di queste cause ed i riferimenti culturali che hanno fatto nascere un’epoca dimostrano che sono inadeguati ai cambiamenti che stiamo vivendo. Siamo a cavallo di un’epoca, una sta finendo, mentre la nuova deve ancora nascere.

Il Governo italiano ha un’opportunità, nonostante la sua appartenenza alla peggiore élite degenerata, quella dei famigerati club Bilderberg, Trilaterale e CFR, i gruppi sovranazionali ove banchieri, imprenditori, politici e giornalisti decidono le sorti del modello occidentale per trarre vantaggi personali, ricchezze e conservare il controllo sui popoli. Secondo l’indice Gini l’Italia è “regina europea delle diseguaglianze”.

Eppure in questo Governo italiano siede anche Enrico Giovannini, ex presidente dell’ISTAT, che ha pubblicato il primo rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES). Nella sostanza chi governa sa bene come si misura la qualità della vita e quanto il PIL sia un indicatore importante ma fuorviante. In questo periodo di semestre europeo il Governo italiano presiederà l’UE ed insieme agli altri Paesi di area mediterranea può cambiare, se il Governo lo volesse, le regole fiscali e gli indicatori economici dell’UE stessa, indicatori rivelatisi obsoleti e fuorvianti poiché non rendono felici i popoli, anzi li danneggiano. Chi è al potere oggi, può mostrare quanto la recessione sia frutto di un’ideologia obsoleta, liberismo ed avidità, e quanto MES, fiscal compact, siano criteri non compatibili con gli esseri umani e non compatibili con la natura.

Il Governo italiano può guidare un cambiamento culturale epocale, se volesse farlo veramente, e proporre l’abolizione dei paradisi fiscali, l’introduzione della Tobin Tax, proporre una più equa ridistribuzione delle risorse e puntare alla felicità dando priorità al BES. In precedenza la Francia presieduta da Sarkozy tramite la Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi pose l’accento sulle critiche al PIL. Adesso, la recessione ad orologeria, tramite l’austerità tedesca, che sta distruggendo la Grecia ed intende distruggere anche Spagna ed Italia può essere l’opportunità politica per cambiare i Trattati internazionali, quei trattati bocciati da francesi ed olandesi, e trasformare l’UE in un’area democratica, sociale e liberale come la nostra Costituzione. L’élite sa che i debiti pubblici non potranno essere ripagati causa l’insostenibilità del capitalismo stesso come spiegò l’economista Hyman Minsky, uno dei pochi controcorrente che aveva spiegato come poteva crearsi la recessione che stiamo vivendo, iniziata nel 2008. Secondo Minsky elevati livelli di indebitamento rispetto al reddito possono creare instabilità del sistema. Secondo Irving Fischer «i debitori non possono spendere e i creditori non vogliono spendere» (momento di Minsky) ed è ciò che sta succedendo nell’euro zona, e «più i debitori pagano e più saranno indebitati».

Le Nazioni possono rinegoziare i debiti tramite il principio giuridico del “debito odioso“, e devono riprendersi il controllo del credito, la sovranità monetaria, liberandosi dal ricatto delle SpA che operano nelle borse telematiche. In questo modo i popoli non saranno più condizionati dal WTO, dalla Banca Mondiale e dal FMI, tanto meno dai giudizi delle agenzie di rating. Trasformare la BEI in una banca pubblica, come intendono fare i Governi, non sarà sufficiente poiché si permane nell’economia del debito e nel ricatto delle SpA, è necessario fare un salto, uscire dal piano ideologico obsoleto.

Ciò che conta veramente come dice il BES sono: rapporti sociali, la partecipazione culturale, la soddisfazione per il lavoro svolto, la partecipazione civica e politica, la biodiversità, il lavoro, il livello di competenza alfabetica degli studenti, l’ambiente, la salute, il benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ricerca e innovazione, qualità dei servizi, etc.

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Non c’è alcun dubbio che l’umanità può evolversi se si libera dell’inganno psicologico dell’economia del debito, un’invenzione che sta facendo regredire la nostra specie in Europa e negli USA, mentre le dimensioni indicate nel BES se fossero considerate seriamente, l’intera società andrebbe riprogettata dalle fondazioni. In alcune aree geografiche questa evoluzione è in corso mentre l’area occidentale regredisce. La recessione può essere l’opportunità politica per ripensare obsolete convinzioni politiche.