Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘politica’

La sinistra in Parlamento non è rappresentata, ma non è un caso. Questa assenza non è la semplice conseguenza dell’ultima e recente gara elettorale, ma come molti dicono è la conseguenza di un lento e lungo processo di disgregazione, cominciato col tradimento degli ideali politici, quando la classe dirigente degli ex partiti di sinistra scelse, in maniera consapevole, i programmi della religione neoliberista. Sulla base di questa religione tutti i partiti, destra e sinistra, hanno costruito il mostro chiamato Unione europea, ed hanno scelto di favorire l’aumento della produttività delle multinazionali, sempre secondo il modello macro economico neoliberista che favorisce l’accumulazione dei capitali in maniera molto veloce rubando legalmente la ricchezza (off shore) e sprecando risorse (usurpazione dei beni comuni). Tutti dicono, ed è vero, che i ceti più deboli non sono più rappresentati politicamente, e così votano seguendo i propri umori e il proprio disagio.

In questo discorso sulla scomparsa della sinistra ci sono opinioni differenti, c’è chi pensa che la sinistra abbia commesso errori non vedendo i cambiamenti in corso (M. Fana & L. Zamponi); c’è chi crede che esista un popolo di sinistra che vota per il M5S (S. Borghese, V. Fabbrini, L. Newman) e c’è chi suggerisce di spezzare il legame fra lavoro e reddito (E. Ferragina). Studiosi raccolti nel “Forum Disuguaglianze Diversità” fotografano i luoghi ove il consenso populista ha fatto il pieno dei voti, cioè nelle periferie delle città e nei luoghi rurali abbandonati. Altri intellettuali, da molti anni, sanno bene che è stato il neoliberismo ad annientare la sinistra, ma non perché gli ideali socialisti non fossero giusti, ma perché nel ceto politico hanno prevalso sia l’illusione di cavalcare il mercato sottovalutando la lezione di Marx (praticamente tutti i governi di centro sinistra), e sia la corruzione morale e materiale (i governi di centro durante gli anni ’70, e di centro destra degli ultimi vent’anni). Durante la crescita degli Sessanta e poi negli anni Settanta cominciano i guai politici, soprattutto con gli ultimi governi Andreotti, con l’ingresso nello SME, e la lenta e progressiva distruzione dello Stato sociale, le delocalizzazioni, le privatizzazioni e la rifeudalizzazione degli Enti locali. Dall’obiettivo della piena occupazione quasi raggiunta durante gli anni Sessanta e Settanta (tasso di disoccupazione intorno al 6%), si passa alla fase liberista, e così si interrompe il ruolo pubblico dello Stato. Oggi viviamo proprio nell’epoca in cui il rischio della tecnica descritto da Heidegger guida i politici, e il nichilismo è ampiamente diffuso.

Il mio modesto parere è che innanzitutto non esiste un vero e proprio popolo di sinistra, o per lo meno sono rimasti solo pochi reduci. Gli italiani non possono votare più per il PCI dal 1989. In Italia, i comunisti non esistono, e come ormai si comincia ad osservare e scoprire, le politiche socialiste sono sparite dall’agenda politica di Parlamento e Governo, a partire dall’inizio degli anni ’80, e questa scelta politica è una delle ragioni dell’aumento delle disuguaglianze di reddito, sociali e di riconoscimento che ritroviamo nelle aree urbane e nei territori rurali.

Esistono due generazioni di giovani che non sanno cosa sia la sinistra, e votano o per i populisti razzisti o per la nuova democrazia cristiana, cioè il M5S, organizzata come Forza Italia. Il problema culturale e politico è ricostruire una cultura politica di sinistra fra gli italiani, e come direbbe Marx è fondamentale che ci sia una coscienza di classe. La maggioranza dei ceti più deboli, senza rendersene conto, quando si reca alle urne vota ingenuamente per i loro carnefici: Forza Italia, PD, Lega ed M5S. La mia modesta esperienza mi racconta che la maggioranza delle persone, che oggi si attiva in politica, non distingue la destra dalla sinistra, non ha mai letto Marx, non conosce il liberalismo; alcuni non hanno mai letto la Costituzione, e non sanno neanche quali siano i valori della carta costituzionale. La categoria degli attivisti, così sono chiamati i cittadini che si organizzano nelle liste civiche o nel cosiddetto M5S, è una categoria eterogenea, c’è di tutto, dallo studente al laureato, ma spesso lo stimolo che li aggrega è la rabbia condivisa, o la frustrazione, spesso dichiarano di sentirsi vessati dallo Stato, oppure non hanno un impiego sicuro e desiderano prendersi una rivincita contro la classe dirigente italiana. Disagio sociale, povertà e rabbia uniscono gli ultimi contro chi li governa, ma tale energia è sfruttata dai partiti, non per migliorare la loro condizione ma per sostenere il peggior ceto politico che si possa immaginare: narcisista, egocentrico, vanesio, a volte psicotico ma utile all’élite. Anche in quelle poche occasioni ove persone istruite si siano attivate, l’hanno fatto per tornaconto personale, e insieme ai frustrati hanno adoperato pratiche di delazione per delegittimare meritevoli e capaci. Nelle dinamiche collettive dei gruppi di politicanti, l’invidia sociale aggrega i cialtroni che aggrediscono i più capaci. Il comportamento sociale adottato spesso dagli attivisti politici, che criticano chi li governa, è identico a quelle famigerate correnti dei vecchi partiti. I politicanti si organizzavano per la presa del potere secondo il tornaconto personale, non per altruismo, adottando qualsiasi mezzo possibile, a volte anche illegale. Sono rare le occasioni ove gli attivisti diventano altruisti, propositivi e costruttivi, e sempre più spesso sono i notabili locali che facilmente prendono il controllo delle liste civiche e dell’elettorato, inserendo nelle istituzioni locali personaggi che rappresentano l’establishment. Se l’Italia funziona male, a mio modesto parere la responsabilità è, prima di tutto, di noi italiani, e poi dell’ignobile ceto politico. Questa confusione culturale e politica è la naturale conseguenza di tre processi: l’assenza di un partito di sinistra, lo sviluppo della globalizzazione neoliberista, e la crescita del nichilismo nella cosiddetta società liquida. La combinazione dei tre processi ha costruito questa nuova società, che secondo lo scrivente ha caratteristiche neofeudali poiché, buona parte dei rapporti sociali ed economici coincidono col vassallaggio. In questo contesto, è normale avere Comuni amministrati da burattini che applicano logiche speculative assecondando gli interessi delle imprese private, e un Parlamento di persone nominate dai partiti. Lo scopo dei partiti è tutelare l’establishment, secondo i dogmi della religione dominante: il neoliberismo.

Un soggetto politico di sinistra, che finora non esiste, deve ripartire dall’altruismo insito nel processo democratico per favorire i talentuosi, i meritevoli e i capaci. Attraverso l’approccio socratico del dialogo e la sperimentazione dei processi creativi possiamo stimolare forme assembleari di democrazia partecipativa, al fine di includere le persone che desiderano attivarsi in politica per occuparsi del bene comune. Insomma bisogna fare l’opposto dei partiti populisti, oggi fra i più votati dagli italiani, anche se millantano la soluzione dei problemi, agli occhi attenti degli osservatori sono palesemente auto referenziali, non democratici e prevaricatori. Dobbiamo avere la pazienza e la saggezza di formare una nuova classe dirigente praticando la democrazia. E’ l’unico modo civile per avviare processi che stimolano soluzioni sostenibili aiutando le comunità locali nel riprendersi il controllo delle risorse pubbliche. Alla rabbia e alle frustrazioni bisogna rispondere con spirito creativo, per stimolare interesse e curiosità nelle persone che vogliono partecipare, e organizzare gruppi di civiltà che usano la cultura per rigenerare sé stessi, progettando un futuro migliore e prosperoso per tutti. In che modo? Innanzitutto partendo dal proprio territorio, osservando le istituzioni, il loro “pensiero” e stimolando un senso critico. Sono necessari luoghi e incontri organizzati per auto formarsi. La complessità della nostra società interconnessa ci costringe a studiare e interpretare la globalizzazione e il mondo locale. Alcune proposte politiche emergono dalle indicazioni del “new deal” proposto da DiEM25, che suggerisce di trovare le risorse tassando la grande ricchezza accumulata dalle imprese. Una proposta innovativa è tassare il rendimento dei capitali per finanziare il cosiddetto “dividendo universale di base”, cioè le risorse non provengono dalla fiscalità generale. Secondo DiEM25 solo i più ricchi al mondo dovranno partecipare alla costruzione di un fondo per aiutare i più poveri, e non gli Stati. Un’altra proposta è programmare investimenti nei processi produttivi chiamati “green”, ma dovrebbero essere i processi tecnologici suggeriti dalla bioeconomia, che riducono l’impatto ambientale delle trasformazioni; così come la rigenerazione urbana e territoriale secondo la scuola territorialista, capace di creare occupazione utile e osservare gli insediamenti umani come sistemi metabolici per ridurre gli impatti e usare razionalmente l’energia. Partendo da questi temi si mette al centro il lavoro, l’ambiente e lo sviluppo umano.

creative-commons

Annunci

Read Full Post »

Qual è il senso di una sinistra politica che deve evolversi? Qual è il cambiamento desiderabile? Partendo dal presupposto realista che, la nostra epoca è governata dal capitalismo neoliberista, dovremmo porci dubbi e riflessioni su come uscire da questo piano ideologico, poiché visibilmente produce violenze di ogni genere, comprese le guerre, crea disuguaglianze e distruzione degli ecosistemi. Tutto ciò non è opinabile ma la cruda realtà che dura da secoli. Il conflitto culturale fra liberalismo e socialismo, è stato ampiamente vinto dal liberalismo. Nel nuovo millennio osserviamo che non esistono programmi politici di sinistra, e tanto meno progetti culturalmente nuovi; anche i soggetti politici che millantano da circa vent’anni di auto definirsi di sinistra, quando sono stati al Governo, hanno applicato l’agenda politica strutturale dei neoliberisti attraverso parole d’ordine come riformismo, crescita e competitività. Di questa certezza politica, ormai esiste un’ampia letteratura, e il forum sulle disuguaglianze scrive una breve analisi sulle scelte politiche fatte dai partiti, che a partire dagli anni ’80, abbracciando il liberalismo, favorirono l’aumento delle disuguaglianze riducendo il ruolo pubblico dello Stato sull’economia: (1) la rottura, con il WTO, del compromesso keynesiano post-bellico; (2) il forte rafforzamento, sempre con il WTO, del controllo (via brevetti) sul capitale immateriale; (3) l’abbandono dell’obiettivo di contrastare il ciclo economico; (4) l’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione e il disconoscimento dei sindacati; (5) l’indebolimento di tutti gli strumenti di tutela e regolamentazione della concorrenza nei mercati. In Italia, in modo particolarmente grave osserviamo che non esiste un partito politico capace di parlare e comunicare la visione politica bioeconomica; nel nostro ambiente non esiste ceto politico che immagina un’evoluzione sociale pensando alla prosperità ma egualitaria, come sognavano gli utopisti socialisti nell’Ottocento. In quest’epoca di decadenza, e purtroppo ciò accade da circa vent’anni, la maggioranza degli elettori italiani se ne frega di impegnarsi attivamente costruendo soggetti politici democratici, così utilizza il momento del voto non per esprimere una scelta costruttiva ma per punire chi li ha governati. E’ questo il nostro paradosso espressione dell’inciviltà. Una cultura politica di sinistra, osservando la decadenza, dovrebbe porsi questi obiettivi a breve termine: stimolare la nascita di nuovi impieghi (piani industriali) e tutelare i diritti dei lavoratori; migliorare il reddito attuale; ridurre le disuguaglianze; garantire la prima casa; e migliorare la sicurezza; e dovrebbe farlo ripristinando il ruolo pubblico dello Stato.

Marx, una volta spiegato il capitalismo nella sua essenza e nei suoi drammatici effetti sociali, suggeriva ai proletari e ai lavoratori di appropriarsi degli strumenti del capitale, sia per controllare la società e sia per ridistribuire la ricchezza ai molti, al fine di prevenire le disuguaglianze. Ridistribuendo il capitale la sinistra vuole consentire a tutti di scegliere un percorso di sviluppo umano. Oggi sappiamo bene che la maggioranza degli individui non sa chi sia Marx, e tanto meno sa cosa sia il capitalismo, questa è la più grande vittoria dell’élite che ci governa, la seconda vittoria l’ha ottenuta eliminando la democrazia nel senso più ampio del termine. Ad esempio, non esistono partiti democratici per selezionare classe dirigente attraverso il merito; mentre i cosiddetti partiti anti sistema, o populisti, sono espressione della più becera invidia sociale favorendo i mediocri al governo delle istituzioni. I mediocri sono burattini, ovviamente, etero guidati dall’esterno, cioè dalle imprese e dalla solita élite degenerata interessata a conservare lo status quo. In quasi tutto l’Occidente, ritroviamo i mediocri al potere, questo fenomeno degenerativo è lo specchio di una società decadente. All’interno di questa decadenza sparisce la cultura e quindi la sinistra, perché la maggioranza degli elettori non ha più coscienza di classe, non ha coscienza di Sé. Gli oppressi votano per gli oppressori. L’evoluzione tecnologica ha favorito la nascita di una nuova società capitalista che accumula capitali senza i lavoratori, nel caso della finanza, mentre le imprese tradizionali svolgono attività nelle zone economiche speciali sfruttando la schiavitù. I capitalisti hanno vinto su due piani strategici: il primo è stato raggiunto psico programmando gli ex partiti di sinistra, snaturandoli, facendoli contribuire insieme alla destra, nel disegnare una zona neoliberista, cioè l’UE, e il secondo piano, è stato quello geopolitico scavalcando i diritti umani presenti in Occidente, semplicemente delocalizzando le attività; così la sinistra politica è stata semplicemente spiazzata, estromessa dal terreno gioco spostato altrove. Gli effetti più perversi di questa trasformazione sono stati: (1) la sostituzione della democrazia rappresentativa col modello feudale e (2) l’aumento delle disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Alla fine di questo processo di trasformazione sociale, gli individui hanno reagito di pancia e tutt’oggi reagiscono emotivamente votando per un ceto politico a dir poco inadeguato e autoreferenziale, facilmente controllabile dalla solita élite.

Cosa si può fare di fronte alla decadenza? Le persone civili possono usare il metodo democratico per fare politica, ed è auspicabile stimolare il dialogo, l’ascolto, per favorire la costruzione di una visione politica bioeconomica. Nel costruire percorsi e laboratori politici si può divulgare una cultura politica bioeconomica, e formare nuova classe dirigente attraverso il sacrificio e il merito. In ambienti civili accade tutto ciò, cioè agli attuali partiti violenti e prevaricatori ci si oppone con altruismo e meritocrazia, alla società decadente dei mediocri ci si oppone con spirito di sacrificio e con la cultura, per favorire i talenti e la costruzione di una nuova società, proprio come suggerivano gli utopisti socialisti.  Il famoso progresso civile, da ciò i progressisti, non si trova sul piano ideologico capitalista ma sul piano bioeconomico. Se da un lato è necessario introdurre il socialismo in Occidente al fine di applicare valori costituzionali, come la piena occupazione e l’ampliamento dei diritti civili, è necessario che la Repubblica e/o lo Stato territorializzi attività e funzioni nei luoghi depredati dalla globalizzazione neoliberista. Solo investendo in progetti sostenibili possiamo creare occupazione utile per ridurre le disuguaglianze sociali e di riconoscimento, aumentate dalle politiche neoliberiste, ed oggi particolarmente concentrate nel meridione d’Italia.

Se in Italia ci fosse un ceto politico intelligente, sicuramente accoglierebbe le analisi territoriali dei pianificatori che attraverso la geografia umana interpretano correttamente la società e il territorio. Da molti anni le strutture urbane sono mutate, e i vecchi confini amministrativi degli Enti locali sono del tutto obsoleti e dannosi, per questo motivo molti suggeriscono un cambiamento di scala. Poi è necessario interpretare il territorio con la visione territorialista (collana Territori della FUP) che suggerisce sistemi di bioregioni urbane, e infine portare la bioeconomia nelle strutture urbane. In Italia, abbiamo le conoscenze e gli specialisti per ricostruire un equilibrio fra persone e territorio, e favorire la prosperità degli insediamenti umani, ma il ceto politico è completamente autoreferenziale e psico programmato dall’élite degenerata che ha abbracciato il neoliberismo. Il territorio è un bene comune che può essere gestito in maniera razionale, e gestendolo in questo modo si crea occupazione utile. La terra, la città e la montagna sono risorse che suggeriscono politiche di sviluppo locale, riducendo la dipendenza dalla globalizzazione neoliberista. Leggendo la geografia delle disuguaglianze territoriali, il ceto politico ha l’obbligo di programmare investimenti pubblici, si tratta di politiche pubbliche socialiste, poiché solo uno Stato civile ha interesse nel ridurre le disuguaglianze. Le disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento) si concentrano nelle periferie, nelle piccole città e nei territori rurali. Chi vive in questi spazi urbani e in questi territori si vede sempre più escluso poiché mancano i servizi essenziali, manca il lavoro, e le famiglie sono a rischio povertà. Le disuguaglianze sociali e di riconoscimento sono quelle a maggiore impatto politico, poiché quando il ceto politico ha scelto il liberalismo, eliminando l’azione dello Stato nell’economia, ciò ha favorito il degrado sociale e ambientale, e questo processo ha innescato sentimenti di rabbia e frustrazione fra i ceti meno abbienti, alimentando un corto circuito di inciviltà come l’apatia politica e l’isolamento culturale. La disuguaglianza di riconoscimento agisce sul disvalore delle persone, isolandole, negando loro opportunità di lavoro e di dignità. In una società culturalmente autoreferenziale come quella italiana, le élite tendono ad escludere gli altri per auto conservarsi. Tendenzialmente, le classi dirigenti locali adottano il modello sociale feudale, costringendo le nuove generazioni a emigrare pur di inseguire, giustamente e legittimamente, i propri sogni di realizzazione sociale. La disuguaglianza di riconoscimento distrugge valori sociali e i territori. Questo è il degrado innescato dalle politiche neoliberiste ed è molto diffuso in Occidente; ha avuto la conseguenza di favorire la nascita di soggetti politici populisti, autoritari e violenti, poiché hanno sfruttato e sfruttano i risentimenti negativi delle persone nei confronti delle istituzioni politiche, e si sono inseriti nel tessuto sociale raccogliendo enormi consensi elettorali.

La risposta politica corretta è il socialismo poiché usa lo Stato, cioè applica l’interesse pubblico, nel programmare, pianificare e progettare i servizi ove mancano, e riorganizza funzioni e attività nelle agglomerazioni industriali per creare lavoro utile sfruttando le nuove tecnologie. La letteratura socio-economica mostra che la scelta politica di applicare lo slogan liberale di Smith, il famigerato laissez faire, ha fatto concentrare la ricchezza nelle mani di pochi aumentando la povertà e diffondendo la schiavitù. La Repubblica prevede la democrazia economica e ciò significa consentire ai cittadini di controllare le funzioni strategiche dei nostri territori. Nel 2018, il nostro ceto politico è talmente cinico, irresponsabile e inadeguato che finge di ignorare valori e principi socialisti, preferendo speculare sull’ignoranza funzionale delle masse, chi per narcisismo, per spirito di auto conservazione, chi per ignoranza, chi per idiozia, chi per ambizioni personali e chi per avidità. L’assurdo del nostro Paese in grande crisi di moralità, è che troviamo forti disuguaglianze di riconoscimento proprio nel contesto politico, e così gli elettori preferiscono condurre al potere figure politiche, a volte squallide, inesperte e incapaci, lasciando fuori dalle istituzioni persone più meritevoli e capaci.

L’io minimo non necessita di cultura e approfondimenti, le SpA non necessitano di politici ma di consumatori, e così “politici” e consumatori sono la stessa cosa, persone deresponsabilizzate e inconsapevoli: bambini.

Campania Zone Urbane Vaste

Fonte immagine: Andrea Spinosa.

creative-commons

Read Full Post »

Prima di entrare nel merito, è doveroso ricordare che questa elezione politica è stata una gara elettorale dall’esito scontato, e ampiamente previsto da buona parte degli osservatori; persino il sottoscritto da semplice cittadino aveva previsto che nessuno avrebbe raggiunto una maggioranza assoluta, e che i partiti populisti, avendo imparato dai vecchi partiti a sfruttare l’ignoranza funzionale degli individui avrebbero trovato un’autostrada aperta. Ciò è accaduto grazie alle politiche dei Governi uscenti, che hanno aumentato le disuguaglianze sociali, economiche e di riconoscimento. Tutte le forze politiche occidentali, scegliendo il capitalismo neoliberale, sono ampiamente contestate dai cittadini, ed era solo una questione tempo, il fatto che le forze di maggioranza (Forza Italia e PD), prima o poi, sarebbero finite all’opposizione. In Italia, però un politico navigato come Berlusconi, in diminuzione coi consensi, si è presentato in coalizione, sfruttando il linguaggio accattivante della Lega è riuscito a conquistare il maggior numero di seggi insieme agli alleati. Come ho scritto più volte nel mio diario, il grande tema politico contemporaneo è come uscire dal capitalismo, poiché l’attuale globalizzazione neoliberale che ha tolto sovranità agli Stati, potremmo anche dire che li ha eliminati, impedisce ai Governi di promuovere politiche pubbliche socialiste per contrastare le disuguaglianze, e questo soprattutto nell’euro zona. E così esistendo solo il mercato, accade che nei Paesi “centrali” è possibile ridistribuire alcuni servizi a determinati prezzi e costi accessibili a chi può comprare (libero mercato), mentre nei Paesi “periferici” i servizi sono ridotti o persino assenti. Fino ad oggi nessun soggetto politico europeo è stato capace o ha voluto riformare le istituzioni per abbandonare il neoliberismo e avviare politiche socialiste, e tutti i partiti che hanno governato, al rinnovo delle cariche o non sono stati rieletti, oppure sono stati costretti a grandi coalizioni.

Per quanto riguarda l’esito del voto nel meridione d’Italia, ho letto un paio di interpretazioni che non condivido perché sbagliate o addirittura fantasiose. L’interpretazione più sbagliata, è quella del sociologo De Masi, già consulente del M5S, che di professione svolgendo l’analista della società dovrebbe sbagliare meno, ma esprime una lettura del tutto falsa, azzardando paragoni irriverenti fra il M5S e il PCI di Berlinguer. Dimostrare quanto la sua lettura sia falsa è semplice, basta sfogliare l’archivio storico delle elezioni presente sul sito del Ministero dell’Interno, e scoprire che i meridionali scelsero la Democrazia Cristiana come partito di riferimento e non il Partito Comunista. Banalizzare come ha fatto De Masi, il povero votava PCI come oggi il povero vota M5S, è ridicolo. E’ facile osservare che la condizione economica individuale non corrisponde necessariamente alla propria idea politica. Il PCI chiuse il 3 febbraio 1991, e l’ultima volta che gli italiani hanno trovato il PCI in scheda elettorale è stato l’anno 1987. Com’è noto, dopo la chiusura dei partiti di massa, la maggioranza degli italiani non è più militante di un partito, e soprattutto le ultime generazioni non hanno sviluppato attitudini verso ideali politici del Novecento. Un’analisi anagrafica dell’elettorato mostra che il 38% della fascia più giovane (18-44) vota per il M5S, poi segue la Lega col 18,8%. La stragrande maggioranza della base elettorale del M5S è costituita da persone che non hanno visto il PCI, cioè la generazione Y, una parte minoritaria della base elettorale (45-65+) del M5S votava PCI, DC, e destra. La DC era il primo partito poiché trasversale, come si dice in gergo, raccoglieva consensi sia nell’area lombarda e sia in tutto il meridione, dove il disagio economico era maggiore, ed è stato il primo partito d’Italia fino al 1994. L’altra analisi più condivisibile ma non del tutto corretta è quella del popolare giornalista Pino Aprile, poiché crede che noi meridionali, sicuramente stanchi, abbiamo votato scegliendo il M5S in maniera consapevole contro lo status quo. E’ vero che questo voto dei meridionali dice che il PD non li rappresenta più, ma credo sia un azzardo immaginare che il M5S li rappresenti, tant’è, secondo Aprile i meridionali avrebbero votato chiunque pur di cambiare, ammettendo una forte spinta emotiva, di insofferenza, e questo è condivisibile poiché conferma l’irrazionalità della scelta. E così mi chiedo, ma siamo proprio sicuri che i meridionali vogliano cambiare? E cambiare cosa? Quella di Aprile, è una lettura fin troppo generosa nei confronti di noi stessi, e quando gli viene fatto notare della promessa del “reddito di cittadinanza”, egli non crede abbia influito spiegando che non si tratta di un’assistenza universale a tutti, dando una risposta da persona informata e colta. Aprile dà per scontato che tutti gli elettori si siano informati correttamente come ha fatto lui. Il M5S ha agito cinicamente sfruttando la povertà di milioni di italiani, perché per cinque anni di legislatura giocando col termine “reddito di cittadinanza” (non è un reddito di cittadinanza), ha lasciato credere agli italiani poco informati che si potesse accedere ad un aiuto assistenziale. La loro proposta spiegata nel dettaglio in campagna elettorale, coincide coi modelli neoliberisti di workfare, perché in realtà è un “reddito condizionato” alla formazione e al reinserimento lavorativo. Nella nuova DC, alias il M5S, c’è molta confusione poiché il suo fondatore Grillo esprime opinioni opposte a quelle dei suoi ministri ombra (Di Maio, Fioramonti, Tridico), affermando la proposta di “reddito per diritto di nascita”, senza lavorare. Lo stesso calcolo politico l’ha fatto la Lega promettendo la flat tax.

Perché De Masi e Aprile hanno torto? E’ sufficiente scomodare il pensiero di due personaggi scomparsi ma molto autorevoli, per compiere una lettura molto più corretta. Il primo personaggio è Enrico Berlinguer che svolse un’analisi sociale e politica sul voto degli italiani, così accurata che a volte viene citata, ma subito dimenticata quando si vota. Berlinguer ci ricorda che nei luoghi del disagio economico e della marginalità, il voto non è mai libero ma è sempre sotto ricatto, e faceva notare che il voto libero era espresso dagli italiani durante i referendum. L’altro personaggio, è un padre della linguistica italiana, Tullio De Mauro che ha dedicato anni di ricerche e studi sulla cultura degli italiani, e le conseguenze sulla società, compresa la politica. Secondo De Mauro solo un 30% degli italiani è in grado di capire un discorso politico. Secondo lo scrivente, il voto ai partiti populisti era del tutto scontato, ed era stato previsto un pò da tutti; il vero dramma politico è che l’elettorato non compie una scelta consapevole perché conosce la crisi del sistema capitalista, e non coglie le differenze fra neoliberismo e socialismo, oppure l’elettorato non è consapevole dei problemi reali del nostro Paese. Generalizzando, l’elettorato non più militante, a mio modesto parare, sceglie rispetto ai propri interessi soggettivi, e così da alcuni turni elettorali vota contro chi governa solo per insoddisfazione personale. Nelle aree di maggiore disagio economico è normale che gli elettori non votino chi governa.

Leggendo le opinioni di altri osservatori che pubblicano sui network nazionali, circa la lettura di queste elezioni politiche; costoro provano ad associare i dati elettorali con le elezioni amministrative, dandone un’interpretazione di coerenza, cioè ove Lega ed M5S migliorano allora migliora anche il consenso locale. A mio avviso si dimenticano che fra un’elezione politica nazionale e l’elezione di un Sindaco, si mobilitano stimoli ed emozioni molto diverse, tant’è che i dati divergono sia a Roma e sia a Torino. Poiché il M5S non ha una classe dirigente credibile, perde sia nel Lazio ove si conferma il PD e sia in Lombardia, ove si conferma la Lega. La Regione Lombardia nonostante gli scandali, resta nelle mani della classe dirigente uscente, e la Regione Lazio nonostante i suoi problemi di bilancio con la sanità resta a guida PD. In passato, quando un’Amministrazione locale era travolta dagli scandali, accadeva che alla prima occasione elettorale i cittadini sceglievano il M5S, ricordiamo Parma, e Roma.

Sulle elezioni politiche 2018, SWG ha fornito una lettura dei flussi elettorali e indica che il M5S ha aumentato i propri consensi sia dal non voto e sia sottraendone agli altri, soprattutto al PD; e per la Lega è accaduta la stessa cosa, sottraendo voti a Forza Italia. Il PD ha perso voti anche grazie a LeU. Altra analisi interessante è quella di Youtrend circa l’alta volatilità del voto, la terza più alta di sempre al 28%. Ciò a conferma del fatto che sempre di più gli individui votano non per aderenza a valori e ideali dei soggetti politici in gara ma a seconda del momento. Nelle ultime gare elettorali ha prevalso la scelta di punire i partiti che hanno avuto responsabilità di governo.

Adesso, se partiamo dalla semplice considerazione che non esistono più i partiti di massa, e se riconosciamo il fatto che nel mercato politico attuale non riscontriamo valori politici; se riconosciamo un’altra ovvietà, e cioè che non c’è più la partecipazione attiva dei cittadini, allora possiamo ammettere che all’interno della società liquida descritta da Bauman, la maggioranza degli elettori esprime un voto usando la pancia e non la razionalità. Conferma di ciò è l’elezione degli “impresentabili” in diverse circoscrizioni, ciò vale per il PD, per Forza Italia, e altri. Gli individui hanno votato i simboli di partito senza guardare chi avrebbero eletto, il caso clamoroso è anche quello del M5S, non solo per Forza Italia, che in diverse circoscrizioni elegge candidati espulsi dal proprio partito per gli scandali delle finte restituzioni e delle omesse dichiarazioni sulle appartenenze alla massoneria. Buona parte degli individui non esprime un voto di opinione rispetto ai valori del partito, sia perché i soggetti politici non esprimono più valori, e sia perché la pubblicità politica è incentrata tutta sull’offerta di consensi in cambio di qualcosa. La scelta è ben spiegata dalle neuroscienze che dimostrano come funziona la fisiologia del cervello, condizionato dalle emozioni e il circuito dopaminergico. L’attività dell’amigdala (luogo delle emozioni) coinvolge la corteccia orbitofrontale (luogo della riflessione). Se siamo disinformati saremo sicuramente incapaci di scegliere autonomamente, anche se crediamo di scegliere da soli, in realtà  subiremo l’influenza degli altri che decideranno al posto nostro; se poi abbiamo carenze cognitive poiché ignoranti funzionali, sicuramente chiederemo ad altri chi votare. Solo le persone istruite e informate, ma capaci di controllare anche le proprie emozioni (avere un equilibrio fra amigdala e corteccia orbitofrontale) riescono a compiere scelte migliori. Ho scritto più volte, a mio modesto parere, che il capitalismo sta rifeudalizzando la società poiché fra gli individui prevalgono rapporto mercantili e di vassallaggio per controllare le istituzioni e gestire il potere. Scomodiamo ancora una volta personaggi storici che possono insegnarci a leggere ciò che sta accadendo. Prima di tutto Platone riteneva che il metodo democratico utilizzato da persone incapaci di comprendere, avrebbe favorito scelte ingiuste, e usava il mito della caverna per ricordare che solo un uomo libero (colto) era in grado di dialogare con altri uomini liberi, capaci di decidere. Detto ciò, una buona democrazia è fondata sul merito e sulle capacità delle persone, e Tocqueville ricordava il rischio della massificazione della società, cioè la spersonalizzazione che conduce alla tirannide della maggioranza. Se osserviamo i comportamenti degli individui nell’attuale società capitalista ove tutto è merce, abbiamo il ragionevole dubbio di vivere in una società immatura ove ha prevalso l’ethos infantilistico anche nelle istituzioni politiche.

Ricordiamo che diversi fattori ambientali hanno influenzato le scelte elettorali: la recessione e le disuguaglianze che generano rabbia e frustrazioni, le politiche sbagliate dei Governi, le promesse di una flat tax e di un “reddito di cittadinanza”. La speranza di una riduzione delle tasse e di un reddito minimo, hanno influito sulle scelte degli elettori molto più di quanto potremmo immaginare, tant’è che Lega e M5S hanno avuto i migliori risultati elettorali. Tornando al voto dei meridionali, è chiaro che la disperazione li ha spinti a cambiare la scelta. Altri osservatori e persino dei comici nazionali, si sono accorti che in realtà l’attuale M5S è un partito politico che ricorda molto la vecchia Democrazia Cristiana. Ricorda la DC costituita da più correnti politiche capaci di attrarre consensi sia da Confindustria, sia dai cattolici, sia dai liberali e sia dalla sinistra. La campagna elettorale del M5S ricorda moltissimo quelle della vecchia DC, per l’ambiguità e le giravolte di opinione su diversi temi politici, sull’euro, sull’emigrazione, sullo ius soli, sul reddito di cittadinanza, sulle tasse. Anche le scelte strategiche sono finalizzate ad aumentare i propri consensi e raggiungere il potere. Cosa ne farà adesso di tutto il potere che ha conquistato, basta solo attendere. Concludendo, per riconoscere che il M5S non abbia nulla di sinistra, è sufficiente aver letto e compreso un libro pubblicato nel 1859, Per la critica dell’economia politica. Allora si scopre che il M5S è un partito di centro, liberale e neoliberale, in continuità col PD e con Forza Italia, chiedete a Confindustria.

Il signor Di Maio, capo politico del primo partito italiano, come primo discorso pubblico, dopo il primato elettorale preferisce ripetere l’enfasi della terminologia demagogica della propria propaganda elettorale, e afferma che non esistono più ideologie di destra o di sinistra, e per questo ci troviamo in una fase nuova, promettendo di risolvere i vecchi problemi italiani. E’ un linguaggio selezionato che usa in maniera spregiudicata senza capirne il senso, ma poiché è stato invitato a governare questo Paese, presto dovrà dimostrare coi fatti se resta nel neoliberismo (a destra) oppure avrà il coraggio di cambiare le cose avviando politiche socialiste. Lo saprà Di Maio che il reddito di cittadinanza fu inventato dai liberisti? Cioè dalla destra?

Read Full Post »

In una vecchia riflessione sintetizzavo sul fatto che l’agire politico dovrebbe costruirsi introno a due aspetti: la teoria (pratiche discorsive) e la pratica (pratiche materiali). La teoria politica è la sua filosofia, la cultura e la visione mentre la pratica riguarda aspetti concreti come le leggi che governano istituzioni e territorio.

L’attuale campagna elettorale ha mostrato il “valore” delle forze politiche più popolari – Forza Italia, Lega, PD e M5S – cioè quelle che potrebbero costituire una maggioranza di Governo, e che sicuramente rappresentano la maggioranza degli aventi diritto al voto. Dal punto di vista della teoria e pratica politica, il “valore” di questi soggetti politici si misura dai loro programmi elettorali e dalle politiche adottate in precedenza. La scarsa credibilità è ampiamente distribuita, fra chi ha governato e lasciato che il mercato aumentasse le disuguaglianze, e chi dall’opposizione non possiede una classe dirigente onesta e capace. Le promesse elettorali dimostrano sia una scarsa attinenza alla realtà del Paese, e sia un’inconsistenza di idee, e scarsa serietà. Secondo il professore Roberto Perotti, i programmi elettorali di questi soggetti producono persino danni economici al Paese, oltre che ignorare i problemi reali e limitarsi a stimolare le emozioni degli elettori promettendo soldi in cambio del voto, o promettendo l’abolizione di norme precedentemente introdotte.

Perché i programmi non hanno attinenza alla realtà? Dal punto di vista delle attività pratiche della politica, le promesse elettorali non tengono conto della realtà italiana raccontata dall’ISTAT, circa l’economia sommersa e il governo del territorio; mancano persino i piani industriali utili a ridurre le disuguaglianze presenti nel Paese. Dal punto di vista della teoria, le scelte politiche degli ultimi anni e l’inerzia dei soggetti politici favoriscono il capitalismo neoliberista, che si nutre proprio di disuguaglianze e di sfruttamento dei lavoratori. Basti osservare che le riforme strutturali neoliberali hanno coinvolto il sistema industriale e manifatturiero italiano, una serie di privatizzazioni di infrastrutture strategiche per lo Stato, e la riduzione dei diritti dei lavoratori favorendo la schiavitù chiamata gig economy. La demagogia degli attuali partiti si concentra su promesse da marinaio, sul voto di scambio sfruttando cinicamente la povertà, e gli insulti che si scambiano reciprocamente. Gli aspiranti governanti trascurano la realtà drammatica che si concentra soprattutto nel meridione d’Italia, dove in alcune aree non esiste lo Stato civile da troppi decenni. In altre aree manca persino il governo del territorio, abbandonato agli interessi speculativi dei ceti borghesi locali, mentre altre aree sono prive di infrastrutture essenziali, oppure sono governate male. Nel meridione solo alcune città garantiscono gli standard minimi, e conservano tassi di occupazione per pagare le spese familiari, ma l’assenza di politiche industriali per il meridione ha aumentato il divario fra i territori, rendendo i meridionali sempre più fragili e ricattabili dalla politica stessa. Negli ultimi quarant’anni le politiche promosse dai Governi hanno trasformato il Sud in periferia economica, mentre l’Italia diventava periferia all’interno dell’euro zona.

ISTAT posti letto e persone accolte nei presidi

ISTAT, annuario statistico, 2017.

I nostri osservatori più qualificati presentano studi e ricerche sulle disuguaglianze e ne fanno l’argomento prioritario per qualunque azione politica coerente con la realtà. L’inconsistenza dei soggetti politici più popolari costringe la società civile ad organizzarsi per elaborare risposte concrete, in attesa che un nuovo soggetto politico decida di diventare espressione dei reali problemi del Paese, poiché gli attuali sembrano inutili e dannosi. Sono notissimi alcuni casi di disuguaglianze sociali che riguardano: (1) la protezione sociale e il servizio sanitario, (2) l’istruzione universitaria, e (3) il lavoro. I cittadini meridionali, ancora oggi, migrano al Nord per ricevere determinate prestazioni sanitarie; migrano anche per l’istruzione universitaria, oltre che per il lavoro. Per quanto riguarda la sanità pubblica, il numero di posti letto e persone accolte è minore al Sud rispetto al Nord, sia perché la fiscalità generale spende e investe di più al Nord che al Sud, e sia perché ormai le strutture sanitarie pubbliche sono ridotte al minino delle forze per gli sprechi e per la mala gestione, presente al Sud ma anche in alcuni ambiti del Nord. Secondo il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss), Walter Ricciardi, esiste una disuguaglianza tra le regioni italiane in termini di salute ed efficienza delle prestazioni del Ssn, e «si tratta di differenze inique perché non ‘naturali’, ma frutto di scelte politiche e gestionali». Le università meridionali non attraggono studenti anzi li perdono, a favore di quelle presenti al Nord. Questo aspetto è probabilmente quello più doloroso, poiché i laureati meridionali tendono a restare nelle città ove hanno conseguito il titolo, e questo innesca un circolo vizioso determinato dalla perdita di risorse umane fondamentali per costruire un futuro, e per sostenere il bilancio demografico nei territori che hanno bisogno di sostegno, poiché già economicamente penalizzati.

Se negli anni cinquanta e sessanta si emigrava al Nord con la valigia di cartone oggi lo si fa con una laurea in tasca. Dal 2000 sono stati almeno 200 mila i giovani laureati che hanno lasciato il Meridione per trovare casa e lavoro da Roma in su. Un brain drain per il Sud (e brain gain per il Nord) con un costo non indifferente: 30 miliardi. A stimare la perdita netta degli investimenti in istruzione delle Regioni meridionali è uno studio contenuto nel numero monografico della Rivista economica del Mezzogiorno diretta da Riccardo Padovani ed edita dalla Svimez.

Nel caso italiano c’è un’area territoriale che riceve e l’altra che perde, mentre in generale è il sistema Italia che perde laureati a favore dei territori europei ed extra europei. In generale è aumentata l’offerta di lavoro precario e senza garanzie, la gig economy. Nella ricerca di un’occupazione stabile incide il ruolo attrattivo del Nord, confermato dai dati: «il Nord-ovest ed il Nord-est hanno i valori più alti di lavoratori a tempo pieno, rispettivamente 76,9 e 75,3 per cento, mentre il Centro presenta i valori più alti dei tempi indeterminati (89,6 per cento). Al contrario nelle Isole e nel Sud si registrano le percentuali più elevate di lavoratori a tempo parziale (rispettivamente 40,2 per cento e 36,6 per cento) e di lavoratori a tempo determinato (rispettivamente 14,3 per cento e 14,7 per cento)», ed ancora «nel Centro e nel Nord-ovest si hanno le percentuali più elevate di impiegati (41,1 e 40,7 per cento) e di quadri e dirigenti (6,2 per cento)». Al Sud non solo l’occupazione è minore, ma quella offerta dal mercato è persino occupazione precaria. In tal senso un soggetto politico serio e responsabile affronta le disuguaglianze territoriali e le disuguaglianze di riconoscimento affinché la collettività valorizzi ruoli, e aspirazioni delle persone consentendo loro di svolgere ricerche, studi e avviare attività utili ai territori economicamente più fragili proprio per ridurre le disuguaglianze sociali. Su questi temi drammaticamente seri e complessi, non c’è traccia nei programmi elettorali, per tale motivo è necessario che associazioni culturali, cooperative e ricercatori, tutti insieme affrontino le disuguaglianze e produrre politiche concrete per rigenerare le aree urbane economicamente depresse. Dal punto di vista della macroeconomia e secondo l’approccio post-keynesiano condotto sul piano bioeconomico, i fattori che determinano ricchezza suoi territori sono le politiche pubbliche che determinano e influenzano sia gli investimenti e sia il credito privato. Da un lato l’approccio monetario endogeno e dall’altro il riconoscimento dei limiti naturali e l’entropia, determinando scelte non più sul piano della razionalità economica neoclassica, ma sul piano dell’utilità sociale e del ritorno ambientale. I fattori di benessere economico che riducono le disuguaglianze sono il tasso di utilizzo delle capacità locali relative agli investimenti, le innovazioni tecnologiche e la produttività condizionata dai prestiti e dal ritorno economico degli stessi investimenti. Su principi e regole generali è fondamentale programmare investimenti pubblici e privati su due ambiti paralleli: le rigenerazione dei tessuti esistenti e l’apertura di attività manifatture leggere collegate all’innovazione tecnologica. Istituzioni, università, centri di ricerca e professioni dovranno cooperare verso un’unica direzione bioeconomica. Il budget totale del programma dei fondi strutturali 2014-2020 è di 645,7 miliardi di euro fra 28 Paesi UE. Oltre al fatto che questo è un budget decisamente insufficiente, nell’euro zona i paesi periferici hanno tutti un saldo negativo per la gestione stessa dell’UE. Secondo i dati della Commissione, l’Italia col suo mezzogiorno privo di infrastrutture e servizi, è l’ultimo Paese per utilizzo dei fondi comunitari, e risulta il principale contributore netto, con una differenza fra i versati e gli assegnati di €31,4 miliardi che lascia all’UE. All’Italia sono stati assegnati €44,6 mld ma ne ha utilizzati solo €5 mld. Casi analoghi sono la Spagna che versa €56,1 mld e può spendere fino a €39,8; il Portogallo versa €32,7 mld e può spendere €25,8 mld; la Grecia versa €26 mld e può spendere €21 mld. L’incapacità di utilizzare i fondi strutturali mostra tutta l’inefficacia del sistema UE, mentre le istituzioni locali non danno incarichi di progettazione. Ad esempio, l’Italia non ha una propria agenda urbana nazionale, e questa assenza di progettazione si riflette negativamente sulle opportunità di lavoro e sulla gestione del territorio. Anche la Polonia principale beneficiario con €86,1 miliardi assegnati, utilizza poco i fondi strutturali europei solo il 17%, poi seguono come beneficiari Italia, Spagna, Francia, Germania, Romania e Portogallo. La Finlandia risulta essere il Paese che utilizza meglio degli altri i fondi europei (€3,7 mld) nonostante sia fra gli ultimi a finanziare l’UE (la Finlandia ha versato €8 mld), poi seguono Austria, Irlanda, Lussemburgo, Grecia, Svezia, Portogallo, Francia, Estonia, Lituania, Danimarca, Cipro.

FDD cambiamenti peso del reddito e rendite

Read Full Post »

La Storia, se fosse studiata seriamente, ci insegna che allo sviluppo del capitalismo moderno e ai numerosi danni sociali e ambientali che ha creato, provò a contrapporsi l’ideologia socialista. Prima Marx riuscì a spiegare egregiamente come la borghesia sfruttava le persone, favorendo la nascita della cosiddetta coscienza di classe, e poi le organizzazioni sindacali riuscirono a proporre diritti per tutti i lavoratori. Nacquero i partiti, socialista e comunista, al fine di realizzare un socialismo reale e la Storia ci insegna che il capitalismo ha stravinto eliminando persino i partiti di sinistra. Oggi le disuguaglianze sono aumentate, i padroni guadagnano e sfruttano la schiavitù più di prima, e i danni ambientali sono aumentati fino ad eliminare alcune specie viventi dal pianeta. I casi di sfruttamento sono abbastanza noti, da Uber, Amazon, (la gig economy, cioè lavoretti a comando) ad Apple, fino alle professioni intellettuali e ai servizi pubblici. Ho già scritto da molto tempo che il capitalismo neoliberista ha rifeudalizzato la società, poiché le relazioni sono di vassallaggio (neofeudalesimo o libertà). Oggi esiste persino l’Unione europea, un’organizzazione non democratica che ha assunto l’ideologia neoliberista come dogma per consolidare il libero mercato delle multinazionali. Dovrebbe essere noto che per ridurre le disuguaglianze è necessario che uno Stato sia sovrano, cioè abbia i poteri per agire sulle politiche monetarie e industriali, oltre che tassare i ricchi per ridistribuire ai poveri. Mentre USA, Russia e Cina sono stati sovrani proprio perché determinano le proprie politiche monetarie e industriali; invece l’UE è un aggregato disorganizzato e competitivo di Stati che si fanno concorrenza fra loro, e dove gli stessi cedono sovranità per mettersi nelle mani avide del mercato. Nel 2018, tutti i soggetti politici, almeno in Italia, sono favorevoli all’ideologia liberale e neoliberista, e dal 1989 in poi gli italiani non hanno più avuto la possibilità di votare per un partito comunista. Nell’epoca chiamata post ideologica, in realtà esiste solo un’ideologia: il capitalismo! Il pensiero politico socialista esiste solo nel mondo accademico e nella storia, mentre ogni tanto, questa filosofia politica si ripresenta in qualche pensatoio politico, al fine di “correggere” le storture del capitalismo che aumentano le disuguaglianze, ma non esiste un soggetto politico di massa capace di esprimere una classe dirigente adeguata alle sfide del presente e del futuro. Imprese e liberisti proliferano indisturbati accelerando i drammi sociali di alcune aree geografiche, e per quanto riguarda l’Italia, il dramma si concentra nel meridione.

Nel periodo in cui il capitalismo ha scelto l’Asia come luogo di produzione mondiale, le agglomerazioni urbane occidentali diventano soprattutto terziarie con alcune aree rimaste industriali, queste si trovano nel Sud della Germania, nella Catalogna, nel Nord della Francia (Ile-de-France) e in alcuni porti europei come Marsiglia e Rotterdam. Parigi e Londra sono città globali, scelte dalla grande finanzia speculativa. In Italia, la sola Lombardia, come la Catalogna in Spagna, è capace di tirare l’economia nazionale. E’ in questi spazi che troviamo le città regione, capaci di produrre accumulazione capitalista. La concentrazione industriale italiana si localizza soprattutto in pianura padana, iper infrastrutturata. Questi sono i luoghi della tradizione industriale borghese novecentesca, mentre negli anni più recenti, il neoliberismo ha scelto Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Albania poiché anche nei territori ex comunisti, oggi i Governi compiono scelte neoliberiste per attrarre le multinazionali consentendo loro di pagare poche tasse e bassi costi salariali. All’interno dell’euro zona, il capitalismo favorisce le disuguaglianze fiscali fra Stati e la concorrenza salariale, creando luoghi che amplificano lo sfruttamento delle persone per l’accumulazione capitalista, come le famigerate zone economiche speciali. Si tratta di una contraddizione tipica del capitalismo, poiché questo meccanismo distrugge lo Stato democratico. Osservando i rapporti ISTAT sulle disuguaglianze geografiche, emerge un dato importante, e cioè la ricchezza si concentra nei grandi centri urbani coi propri Sistemi Locali del Lavoro, e fra i grandi centri c’è un’enorme differenza di ricchezza, ad esempio grandi differenze fra Milano, Napoli e Palermo. In questi giorni si presenta pubblicamente anche un forum sulle disuguaglianze col fine di suggerire pratiche politiche concrete per ridurle. Il forum spiega cosa siano le disuguaglianze economiche (disparità nei redditi); le disuguaglianze sociali (disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi) e le disuguaglianze di riconoscimento (la collettività che non riconosce ruoli, valori e aspirazioni della persona), e dove si localizzano. Tutte queste disuguaglianze sono assai elevate e sono aumentate negli ultimi trent’anni. Queste disuguaglianze hanno una forte dimensione territoriale, rappresentano l’ingiustizia sociale, e sono alla base degli effetti negativi del Paese favorendo paure, rabbia e risentimenti. Nonostante la Costituzione repubblicana indichi proprio l’eliminazione degli ostacoli di ordine economico, la classe dirigente politica degli ultimi trent’anni non ha prodotto adeguati piani industriali e sociali, anzi ha scelto la strada opposta favorendo i famigerati piani strutturali neoliberisti.

ISTAT povertà 13 luglio 2017

ISTAT, La povertà in Italia, 13 luglio 2017.

Un piano industriale basato sulla riduzione delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento ha come effetto doppio sia la riduzione della disoccupazione e sia l’aumento della qualità della vita. Possiamo osservare e riconoscere che l’interesse a individuare le disuguaglianze è un ritorno alle politiche socialiste. Nell’Ottocento gli utopisti socialisti, avevano già evidenziato l’importanza strategica dell’educazione per favorire lo sviluppo umano, e la successiva pianificazione urbanistica nacque per costruire servizi minimi a tutti i cittadini. Le aree urbane più svantaggiate sono quelle che hanno rinunciato alla corretta pianificazione urbana per favorire gli interessi speculativi della borghesia liberale, tant’è che in questi contesti troviamo le più alte disuguaglianze sociali poiché, o non c’è accesso ai servizi, o addirittura non esistono i servizi fondamentali. Ad esempio, è noto che alcuni indicatori fondamentali sono: posti letto nei presidi residenziali socio-sanitari e assistenziali; le infrastrutture; la copertura di banda larga e il tempo dedicato agli spostamenti per raggiungere il servizio. Altri indicatori sono legati al paesaggio e all’ambiente, come il patrimonio culturale; la specializzazione produttiva del territorio e la qualità dell’urbanizzazione (cioè la morfologia urbana). Un corretto piano di rigenerazione parte proprio dall’analisi dei tessuti urbani esistenti. Con questo approccio inneschiamo un processo virtuoso che crea nuova occupazione ma sono necessarie scelte e azioni politiche, figlie di una nuova cultura politica, bioeconomica. Prima di tutto, un’analisi seria sui territori e le loro peculiarità da valorizzare, infine le istituzioni politiche con i centri di ricerca, devono investire in progetti finalizzati a produrre servizi mancanti, innovazioni e riaprire determinate produzioni poiché indispensabili, come la meccatronica e altre attività di manifattura leggera. Si tratta di riterritorializzare attività e funzioni specifiche per i territori, quindi nuove funzioni, e poi riaprire attività spostate in altri Paesi. Nei territori ove è alto il tasso di disoccupazione, è necessario aprire attività culturali di base, e luoghi di studio e ricerca per consentire agli abitanti di partecipare al processo di riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche. Ad esempio la diffusione capillare di biblioteche di quartiere e luoghi di ricerca, per favorire studenti e professionisti. Si tratta di luoghi specifici che favoriscono l’aggregazione delle persone (“cluster”). Le istituzioni politiche devono pianificare la costruzione di queste strutture perché attraverso il dialogo e la creatività possiamo creare nuova occupazione utile, coinvolgendo anche gli abitanti e nelle trasformazioni urbanistiche rigenerative.

ISTAT BES 2017 indici e ripartizione geografica

Read Full Post »

pinocchio-sergio-romano-rizzato-02

La campagna elettorale che ci apprestiamo a subire è la plastica rappresentazione di una società culturalmente regredita e psicologicamente debole, in totale balia della propria  apatia, ignoranza e stupidità proiettando soggetti politici totalmente irresponsabili che esprimono il peggio e/o il nulla. E’ l’onda lunghissima che nacque dalla denuncia di Berlinguer circa la questione morale del 1981, e gli eventi successivi non hanno prodotto un’evoluzione ma una regressione, che sta trasformando la società da democrazia rappresentativa a quella feudale e autoritaria con rigurgiti fascisti. I partiti di massa non esistono più, la partecipazione politica attiva è scomparsa, sostituita da algoritmi ove gli individui sono chiamati a seguire la dittatura della maggioranza psico programmata dalla pubblicità. Gli effetti combinati di apatia e ignoranza dovrebbero essere evidenti, un Paese di straordinaria bellezza non governato, ma predato da multinazionali e imprese private. Una parte importante di italiani si astiene dal voto, non partecipa attivamente alla politica, delega e favorisce incapaci e corrotti alla guida delle istituzioni. I mediocri sono al potere e i risultati negativi sono evidenti. A mio modesto parere è necessario focalizzare un aspetto noto ma ignorato dalla propaganda: esistono due Italie, il Nord che produce con tassi di disoccupazione normali, e poi il meridione d’Italia, in totale abbandono con tassi di disoccupazione che superano la soglia di preoccupazione, e rientrano nel degrado sociale che favorisce l’incertezza, la povertà relativa e assoluta. A tali drammi non esistono programmi seri e strutturali della classe dirigente.

Osservando la comunicazione dei nostri politicanti, i verbi più utilizzati sono abolire e ridurre, modificare qualcosa (ovviamente si parla di norme e leggi), mentre i più triviali vorrebbero abolire proprio qualcuno. Tutti promettono di ridurre le tasse, chi soprattutto ai ricchi oltre che ai poveri, e tutti promettono di aiutare i poveri con qualche sostegno. E’ incredibile ma non c’è alcuna differenza fra i politicanti in gara, tranne per il tema migranti che per la destra estrema vanno per l’appunto “aboliti”. La promessa più ridicola, forse spetta a Berlusconi, condannato per frode fiscale promette di promulgare norme severe per chi evade il fisco. Berlusconi con una storia politica incredibile per i noti aspetti immorali e illegali, non è candidabile ma coordina la coalizione di destra. Tutti i soggetti politici in campo si dichiarano critici con l’euro zona e la distinzione è insita solo sulle misure da cambiare, anche chi parlava di uscire dall’euro, poi si rimangia la promessa, vedesi l’M5S. Nella coalizione di destra i razzisti della Lega vorrebbero uscire dall’euro, e per “coerenza” si coalizzano con Berlusconi, che tutela grandi imprese e lo status quo dell’euro zona. Tutti hanno già cambiato idea diverse volte sui temi che discutono, e durante la propaganda aggiustano il tiro delle promesse, i propri annunci, utilizzando i sondaggi, al fine di intercettare il maggior consenso elettorale. Molti cambiano idea più volte su temi come lo ius soli, l’aiuto ai ceti meno abbienti (il famigerato reddito di cittadinanza) e la riduzione delle tasse. Insomma il periodo post ideologico con la morte dei partiti si traduce in mera pubblicità, dimmi cosa vuoi che te lo vendo! Un’altra menzione particolare va al M5S, un partito non democratico che ha raggiunto grandi consensi elettorali non per meriti propri ma per demeriti altrui, e che alla sua seconda gara elettorale, si presenta con estrema arroganza proponendo un vero salto nel buio, poiché guidato da individui culturalmente inadeguati e scelti attraverso pratiche di delazione interne a quel partito. L’assenza di regole e controlli interni al M5S favoriscono gli impresentabili. Tale partito senza identità copia incolla le proposte altrui, raccogliendole in un elenco. Questo elenco presenta temi di stampo liberale e liberista, con qualche accorgimento ecologista. Costoro si focalizzano più sulla demagogia cercando di attrarre i consenti di tutti, degli ultimi e dei ricchi (Di Maio:«Io non ce l’ho con i ricchi: non faremo una patrimoniale»).

Visto che l’attuale propaganda è pubblicità, e i politicanti sono commedianti, dal punto di vista della filosofia politica, tutti i contendenti più popolari – Forza Italia, PD, Lega e M5S – avanzano proposte liberali e neoliberali. Tutti questi liberali e liberisti sono presenti in ogni partito, nella coalizione reazionaria berlusconiana vi sono due partiti razzisti come Fratelli d’Italia – persino nostalgici del fascismo – e Lega di tradizione persino antimeridionalista; mentre in altri partiti ritroviamo altre forze reazionarie e collaborazioniste del berlusconismo che hanno partecipato al disfacimento della Repubblica italiana, come gli ex democristiani che guidano l’attuale PD, tutti liberisti, e gli ex di sinistra raccolti in LeU, fra liberali e liberisti. Discorso particolare spetta per la lista di Grasso, LeU, che sembra dare l’impressione di essere nata con l’obiettivo di far perdere la gara elettorale a Renzi, allo scopo di sostituirlo alla segreteria del PD. Insomma i fuori usciti dal PD vorrebbero riprendersi la “ditta”. Nessuno di questi prevede riforme strutturali socialiste per applicare la Costituzione e ridistribuire la ricchezza che si concentra nelle mani di pochi, e nessuno ha avanzato politiche industriali presentando investimenti in settori specifici e diversificati, per favorire nuova occupazione. Com’è noto e banale la ridistribuzione si può favorire e avere solo tassando la concentrazione della ricchezza che si trova nelle mani dei pochi, e poi investendo attività nelle aree geografiche più povere creando nuova occupazione, e ampliando i diritti dei lavoratori; questo è il socialismo che tutti i contendenti disprezzano. Inoltre è noto che gli ultimi Governi di stampo neoliberale hanno favorito la delocalizzazione produttiva e ignorato il famigerato fenomeno off shore, di fatto favorendo l’elusione e l’evasione fiscale. Tutti i soggetti politici propongono di restare nell’attuale paradigma culturale neoliberale, e consigliano aggiustamenti attraverso incentivi e leva fiscale come fossero amministratori di condominio, anziché veri e propri politici che dovrebbero dettare una linea politica. In buona sostanza tutti i politicanti si pongono l’obiettivo di conservare lo status quo, e di agire su piccoli aggiustamenti per garantire continuità ai profitti privati delle imprese controllate dall’élite degenerata occidentale.

Diversi osservatori hanno già rilevato l’inconsistenza delle proposte politiche dei soggetti candidati alla guida del Paese, sia per le evidenti incongruenze, se non addirittura per i loro aspetti ridicoli, poiché le proposte riproducono numeri e cifre a caso, senza alcuna attinenza alla realtà del bilancio dello Stato (il programma del PD: disavanzo di 56 mld, il programma del M5S: disavanzo di 63 mld; Forza Italia e Lega: disavanzo per 130 mld). L’impressione è che i candidati siano consapevoli dell’ignoranza funzionale della maggioranza degli italiani votanti, cioè circa 30 milioni di individui, e che quindi non sia affatto necessario presentare programmi seri, ma promesse da marinaio credili e convincenti in termini di comunicazione, parlando alla pancia delle persone e non alla loro testa, tanto non capirebbero, proprio come accade nella pubblicità. Stiamo assistendo a una gara di bugie e probabilmente ciò che spinge i politicanti a dirle sempre più grosse, forse sono due condizioni: la prima è che aumentano apatia e non voto, e la seconda è che, probabilmente, nessuno raggiungerà la maggioranza necessaria per formare un Governo. Un risultato di pareggio non obbligherebbe i partiti a mantenere le promesse, costretti a formare la maggioranza all’interno del Parlamento, e quindi potrebbero rimangiarsi le promesse mettendo in discussione i propri programmi con quelli altrui. In questo contesto di recessione e di incertezza i politicanti e gruppi in gara non esprimono il meglio ma il peggio, e così premono sulle emozioni e sui vizi degli italiani, meno tasse, condoni fiscalievasione, razzismo, e persino su temi delicati come la povertà anziché presentare programmi industriali per creare lavoro, promettono soldi in cambio di voti.

E tutto ciò osservando solo gli inconsistenti programmi elettorali, mentre il peggio è dentro le dinamiche dei soggetti in gara, tutti occupati a scegliere galoppini e personaggi inadeguati ma utili agli interessi del proprio capo e/o degli interessi particolari delle imprese. Queste dinamiche immorali, che durano ormai da troppi decenni, esistono e si rinnovano poiché in Italia, come annunciò Berlinguer c’è carenza di condotta morale all’interno delle organizzazioni di partito. Tali soggetti sociali spesso sono privi di approccio e cultura democratica, e non coltivano classe dirigente attraverso il merito. Le forze politiche attuali preferiscono selezionare individui fedeli e incapaci poiché addomesticati. Nel nostro Paese, non esistono né scuole politiche pubbliche e tanto meno una legge che obblighi i partiti ad usare la trasparenza per la selezione dei candidati attraverso le primarie utili a stimolare il merito e l’inclusione. Infine non esiste una selezione che stimoli l’indipendenza e l’autonomia dei politici dai cosiddetti poteri forti (imprese, banche …). Secondo Bobbio, il Parlamento italiano era diventato un luogo di registrazione delle decisioni prese altrove, mentre il cosiddetto potere invisibile (i poteri forti), invece era molto visibile, riferendosi alla progressiva erosione dello Stato sociale e alla appropriazione delle risorse pubbliche a vantaggio delle imprese private. Infine la cancellazione dei partiti massa, cosicché il ceto politico è sostituito con personale più ignorante e incapace rispetto al passato; e in questo modo consorterie e potere invisibile governano con maggiore efficacia.

ISTAT BES 2017 indici e ripartizione geografica

ISTAT, BES 2017.

Read Full Post »

Consultando il manuale di Storia di Banti, L’età contemporanea, al capitolo sull’avvento del fascismo si leggono le “leggi fascistissime” che istituzionalizzavano il mutamento del sistema politico, fra gli anni 1925 e 1926. Una legge riprendeva la regola dello Statuto Albertino, ove il Parlamento non aveva più il potere di dare fiducia al Governo, poiché questo rispondeva al Re e non più al Parlamento. Un’altra norma consentiva al Governo di emanare leggi; un’altra aboliva le istituzioni elettive degli Enti locali per introdurre Podestà e Consulte; un’altra reintroduceva la pena di morte per chi attentava la vita dei regnanti o del capo del Governo, e istituiva i Tribunali speciali per i processi politici come emanazione del partito fascista. Un’altra norma ancora prevedeva che le associazioni sindacali fossero riconosciute solo dal Governo e vietava gli scioperi; mentre l’ultima, annullava l’opposizione politica, dichiarandone decaduti i deputati eletti dal popolo. I regimi autoritari hanno sempre avuto la prerogativa di gestire il potere per conto proprio con la degenerazione di favorire gli interessi dei pochi, e nascondere le responsabilità delle proprie azioni per ovvie ragioni, cioè evitare di dar conto ai popoli circa la gestione delle risorse pubbliche. Il regime fascista fu un modello di corruzione esemplare, in quanto la dittatura servì ad accumulare ingenti capitali per tutti coloro i quali governavano o erano vicini al Duce. Già nel 1920, il partito di Mussolini, Fasci di combattimento, fu scelto dagli industriali padani e dai proprietari terrieri come strumento politico da finanziare per esprimere i propri interessi. In questo modo nacquero le prime squadre d’azione che usavano violenza contro le organizzazioni sindacali e contro i socialisti. La borghesia italiana scelse il partito fascista. Ancora oggi possiamo osservare analogie e forti legami fra il mondo delle imprese private, il capitale, e l’organizzazione dei soggetti politici come mezzi per osteggiare i diritti umani, contro i principi di uguaglianza sociale ed economica. Rispetto agli anni ’20 il mondo è cambiato: il capitalismo è la religione che guida tutte le istituzioni, e tutti i partiti (di governo e di opposizione) concorrono a realizzare un mondo orwelliano più sofisticato, dove la violenza (fascista) assume strategie e forme nuove (psico programmazione, programmi scolastici, pubblicità, consumismo).

E’ sempre vera la frase che la Storia è maestra di vita, ovviamente se fosse studiata. Se riflettiamo sull’andamento del nostro sistema politico degli ultimi venticinque anni potremmo porci dubbi, domande e perplessità e osservare diverse analogie fra fascismo e le scelte politiche dei nostri partiti. Prima di tutto, dubbi e perplessità sul sistema maggioritario che non coincide col fascismo, ma possiede alcuni aspetti che lo rendono simile per la sua attitudine nel concentrare poteri in un solo partito di minoranza. E’ altrettanto vero che oggi il Parlamento intende ripresentare un sistema misto fra maggioritario e proporzionale, sicuramente più democratico.

Poi, l’anomalia circa il conflitto politico fra Unione europea e Costituzione repubblicana. L’Unione è un’istituzione politica anomala poiché non è uno Stato democratico rappresentativo, in quanto non rispetta il principio di separazione dei poteri fra organo esecutivo e legislativo. L’UE non è neanche una Repubblica federale. L’UE è un’organizzazione feudale caratterizzata da una forte gerarchia, da una scarsa trasparenza e una cattiva gestione del proprio bilancio. Il potere è nelle mani di un’oligarchia di individui non eletti, come la BCE, il MES, l’euro gruppo, il Consiglio e la Commissione, in maniera tale che gli interessi del capitale privato siano garantiti ma a danno dei popoli. Com’è noto, Governo e Parlamento italiano aderirono volontariamente firmando i Trattati. Leggendo i Trattati europei emergono conflitti con i principi Costituzionali. I più grandi conflitti politici riguardano gli elementi essenziali circa l’autonomia di uno Stato democratico: la sovranità monetaria, il controllo del credito e l’interesse generale circa le politiche industriali nazionali. L’UE è un’istituzione politica volutamente condizionata dal mercato, mentre la Repubblica italiana ha il dovere di attuare uno Stato sociale, non solo liberale. Le direttive europee valgono per tutti i cittadini e il Parlamento italiano ha il dovere di applicare prioritariamente la Costituzione, e non le regole imposte da un’organizzazione sovranazionale. Per questo ruolo esiste una commissione speciale che armonizza le norme. Come potremmo intuire e osservare ci sono profonde analogie e continuità fra regime fascista e interesse del capitale. Nel ventennio fascista, grazie al regime, determinate imprese private riuscirono ad occupare i Ministeri per accumulare capitali privati. Oggi le imprese non hanno più la necessità di occupare direttamente Ministeri poiché ricattano tutta l’euro zona attraverso il debito e i mercati telematici.

Le analogie più evidenti col fascismo circa l’agire politico sono riscontrabili nell’azione di Governo degli ultimi anni. In Italia, spesso il Parlamento abdica al proprio ruolo di legislatore affidandosi al Governo per produrre leggi attraverso il famigerato voto di fiducia posto sui decreti.

Voti di fiducia

Fonte immagine Openpolis, Il Governo al tempo della crisi, mini dossier, feb 2015.

Questa scelta divenuta consuetudine viola la Costituzione Repubblicana, e coincide con l’auspicio fascista nel prevedere che sia l’esecutivo a scrivere le leggi e non più gli eletti dal popolo. Oltre a ciò, è impressionante osservare i dati raccolti da Openpolis circa le leggi approvate e notare che l’80% sono d’iniziativa del Governo e non del Parlamento. E’ proprio grazie a questa consuetudine fascista che i Governi italiani hanno introdotto norme incostituzionali riducendo la sovranità della Repubblica italiana, garantendo l’interesse delle imprese – proprio come accadde durante il fascismo – togliendo certezze al lavoro, e privando i cittadini di poter coltivare il proprio sviluppo umano (come accadeva nel fascismo), tali norme hanno aumentato le disuguaglianze, e la povertà che si concentra soprattutto nel meridione d’Italia. Uno dei principi fondamentali della Repubblica italiana è la rimozione degli ostacoli economici per favorire lo sviluppo umano. Dopo vent’anni di autoritarismo imposto dalle stupide regole europee, i meridionali sono più poveri di prima, e milioni di italiani sono a rischio povertà, mentre talune imprese localizzate nelle solite aree geografiche hanno aumentato i profitti. E’ in questo processo di rifeudalizzazione “fascista” della società che si riscontra nuovamente il disancoramento del cittadino che non riesce a partecipare al processo decisionale della politica. Negli ultimi anni, si riscontrano due reazioni negative al disancoramento legate all’inciviltà in aumento: l’astensionismo, e i nuovi partiti populisti incapaci di affrontare i problemi del paese.

Un’altra tendenza contemporanea che coincide col fascismo è l’annullamento dell’azione politica dei Sindacati, ampiamente avvenuta sia escludendo o riducendo drasticamente la partecipazione dei Sindacati all’interno delle aziende, e sia infiltrando i Sindacati stessi attraverso rappresentanti che assecondano l’ideologia neoliberale preferita dalle imprese. Sotto questo aspetto l’atteggiamento di alcune multinazionali e talune imprese locali è abbastanza chiaro: applicare la teoria fascista che vieta il diritto di sciopero ed eliminare la presenza sindacale. E infine, in un certo senso anche i Tribunali speciali sono realtà contemporanea, poiché da diversi anni si hanno processi politici attraverso i media, a completamento di un desiderio o di una profezia fascista che annullava la contesa politica con la violenza, e oggi si può raggiungere lo stesso obiettivo ma con mezzi diversi. Oggi si consuma un’altra forma di violenza: l’insulto, lo sfottò, la denigrazione e la calunnia contro i politici scomodi.

La dittatura fascista fu introdotta dalla monarchia italiana e agiva in maniera indisturbata senza alcuna possibilità di contraddittorio. In maniera del tutto analoga l’Unione europea si è appropriata di sovranità attribuitagli dai Governi nazionali, ma durante questo decennio di recessione sembra che essa agisca proprio come i fascisti contro l’interesse e la felicità dei popoli, resi più poveri e più fragili dal capitalismo e dall’autoritarismo europeo.

Alla luce di queste osservazioni è “strano” che in Italia riemergano movimenti politici fascisti che millantano un’opposizione al regime europeo dato che fu proprio il nazi-fascismo ad alimentare le disuguaglianze sociali, oltre alle inutili e sanguinose guerre che tutti ricordano. L’altra anomalia culturale italiana è che non esistono più comunisti che si oppongono alle disuguaglianze, ormai i partiti sono tutti liberali e neoliberali. Poiché gli italiani sono sempre più fragili economicamente non sorprende osservare i movimenti estremisti occupare spazi sociali, ma sorprende l’inerzia dei Governi che li favorisce lasciandoli liberi nel gestire i disagi e speculare sulle disgrazie altrui. E’ altrettanto noto che Hitler e Mussolini costruirono il proprio consenso sfruttando la recessione economica e millantando prosperità per tutti. Poiché tali fenomeni non sono nuovi, osservando la conduzione del potere in Italia, i partitini neofascisti dovrebbero esseri fieri dei Governi neoliberali, anziché contestarli con osservazioni palesemente socialiste. Probabilmente queste contraddizioni sono possibili poiché viviamo nell’epoca della decadenza, e dove i mediocri sono classe dirigente. Oggi insistono almeno due fattori che alimentano partiti anacronistici: il primo è l’ignoranza funzionale delle masse, e il secondo è il capitalismo neoliberale poiché aumenta le diseguaglianze che servono ai partiti di destra come elemento sociale trainante dei ceti più fragili e meno abbienti. Le disuguaglianze innescano frustrazioni, rabbia e invidia sociale e questi sentimenti sono strumentalizzati per togliere o creare consenso politico. Il maggior consenso si realizza, in particolare nelle grandi città come Roma, Napoli e Milano ove esistono gravi problemi sociali e di degrado delle periferie, e in generale nel meridione col tasso di disoccupazione più alto. Questo clima di incertezza e fragilità economica è il fiume che alimenta frustrazioni che spesso si traducono in odio e proteste. Nei territori della marginalità, i problemi e le emozioni negative guidano le scelte degli italiani. Le politiche neoliberali, attraverso i famigerati tagli, hanno ridotto la presenza dello Stato sociale, e questo spazio è stato occupato dagli speculatori politici e dalla criminalità. Nei territori marginali restano i problemi: il disagio e l’esclusione sociale. Taluni partiti hanno capito che, in determinati contesti, possono lucrare consensi elettorali e fomentare l’odio razziale. E’ altrettanto evidente che dove c’è cultura di base, lavoro e Stato sociale tali speculazioni politiche non possono esistere.

L’aspetto più grottesco di noi italiani è che, insieme ai greci, siamo fra i più colpiti dalla recessione, e nel nostro Paese dovrebbe nascere il più grande partito socialista a trazione bioeconomica per programmare l’uscita dal capitalismo, ma siamo fra i più inutili in assoluto, poiché abbiamo gettato la nostra frustrazione o nel populismo, o nell’astensionismo. In altri paesi si parla apertamente di crisi del capitalismo, e persino negli USA sono più avanti di noi su questa consapevolezza, mentre qui non sappiamo neanche cosa sia perché ignoriamo Marx.

creative-commons

 

 

openpolis-lavoro-in-europa

Fonte immagine Openpolis, Piove sempre sul bagnato, mini dossier, apr 2015.

 

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: