Dall’inciviltà alla politica

Negli ultimi decenni i livelli di inciviltà e irresponsabilità politica hanno toccato quote altissime, colpa non solo del ceto politico: arrogante, ignorante, prevaricatore, incompetente e autoreferenziale ma soprattutto per colpa nostra, di noi cittadini altrettanto incivili e irresponsabili poiché la maggior parte di noi non ha né una cultura politica e né un’identità politica, e spesso usiamo il voto come gesto di inciviltà. Il nostro sport si svolge prevalentemente nei bar per parlare di temi che non conosciamo, ed esprimere giudizi non richiesti con atteggiamenti a dir poco cialtroni, e così in egual modo deleghiamo ad altri cialtroni la guida delle istituzioni, che di conseguenza sono lo specchio dell’inciviltà espressa dalla maggioranza degli elettori. Viviamo un corto circuito politico che si inverte attraverso percorsi di civiltà. All’inciviltà si risponde con umiltà, cultura e capacità nostre [da sviluppare formandoci una cultura politica] rimuovendo i cialtroni dalle istituzioni ma favorendo persone meritevoli capaci di produrre valore sociale, ambientale ed economico per tutti.

Se abbiamo il coraggio di lamentarci circa il ceto politico poiché è autoreferenziale e prevaricatore (spesso lo è ma non sempre), ebbene abbiamo tutta la libertà per cambiarlo ma per farlo con maturità e consapevolezza sarebbe saggio favorire la crescita di una classe dirigente diversa, aderente ai valori della Costituzione, colta, e capace; tutte caratteristiche che la maggioranza degli elettori non pretende perché compie scelte in base alla simpatia o all’antipatia, senza misurare il merito dei candidati.

Ad esempio, il mainstream è pieno di talk politici ove i politicanti possono svolgere la propria propaganda, cioè i media si limitano a riportare le opinioni degli invitati, e raramente fanno divulgazione colta e informata per aiutare i cittadini in percorsi di comprensione e conoscenza. Un’eccezione sono Presa Diretta e Report, che non influenzano il pubblico poiché occupano uno spazio mediatico ininfluente rispetto all’enorme massa di spazzatura chiamata infotainment (divulgazione e intrattenimento) e dal mero intrattenimento.

Il Governo italiano, dopo molti anni, grazie alla spinta personale del Ministro Provenzano, pubblica un piano politico per il Sud al fine di ridurre le disuguaglianze fra Nord e Sud. Intenzioni ottime e condivisibili, viene da scrivere: meglio tardi che mai…

Dalle intenzioni politiche governative, i meridionali dovrebbero cogliere tutte le opportunità che si presentano per migliorare e implementare il piano stesso studiando i modelli di rigenerazione territoriale e urbana già attuati e programmati nel mondo. La pubblicazione del piano è l’occasione pubblica/politica per smetterla di lamentarsi ma di innescare processi critici (riflessivi) per scoprire, conoscere e studiare programmi, piani e progetti che possono stimolare opportunità di sviluppo umano. Non si tratta di credere alle promesse di politici [sarebbe un errore di ingenuità] ma di avviare processi civili di azione politica partendo dalla riflessione e dalla condivisone di giusti obiettivi: ridurre le disuguaglianze territoriali.

Secondo il Forum DD, il piano del Governo sui temi della “Rigenerazione dei contesti urbani” dovrebbe essere affrontato «con maggiore decisione e con adeguati investimenti i temi ambientali e concentrando in modo più efficace le azioni nelle periferie e nelle aree marginali»; inoltre continua il Forum DD, «non si intravede il nesso, che è invece decisivo, con le azioni su scuola, salute, energia e abitazione prima richiamate. Né si intravede la volontà di affidare, come è indispensabile, la responsabilità di promuovere e di indirizzare tale nuovo intervento a un centro unico di competenza a livello nazionale, che assicuri un coordinamento fra Ministeri di settore e con le Regioni».

In buona sostanza, si riscontrano carenze politico-gestionali sugli annunci circa i processi di rigenerazione urbana che andrebbero coordinati dallo Stato [suggerisce il Forum DD], ad esempio, secondo la mia opinione attraverso il CIPU (Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane), per assicurarsi modalità omogenee e trasparenza sugli stessi processi amministrativi e di pianificazione. Il CIPU dovrebbe presentare una propria agenda urbana e rurale bioeconomica, secondo il punto di vista della matura scuola territorialista da un lato, e dall’altro avanzare strumenti attuativi bioeconomici con la capacità di rigenerare le aree urbane e rurali realizzando l’approccio del metabolismo urbano, al fine di ridurre/eliminare sprechi energetici ma sfruttando le tecnologie innovative per creare occasioni di lavoro e realizzare la sostenibilità forte. Una regia e un coordinamento nazionale, servirebbe anche per far capire agli Enti locali la necessità impellente e saggia di promuovere piani intercomunali bioeconomici, poiché non esistono più le città dentro gli attuali e obsoleti confini amministrativi ma esistono, da anni, le nuove città estese che andrebbero governate con un cambio di scala amministrativa. Dentro queste dinamiche complesse bisogna stimolare la partecipazione politica ma attiva degli abitanti, affinché la maggioranza degli italiani smetta di lamentarsi in maniera cialtrona, e si inneschi un processo civico e civile dell’azione politica osservando il territorio, interpretandolo correttamente sui valori propri (storici, ambientali, sociali, economici e tecnologici), sui problemi di ogni località, e interrogando le nostre capace creative al fine di vivere meglio i nostri luoghi, cooperando per favorire lo sviluppo umano di tutti. Tutto ciò è responsabilità politica singola e collettiva perché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione!

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Architettura e pianificazione per lo sviluppo umano

Architettura e pianificazione urbana e territoriale sono espressioni di una cultura in divenire che appartengono al sapere tecnico e più in generale all’uomo. Qui, nel meridione d’Italia e in Campania, c’è necessità impellente di una classe dirigente responsabile e civile che riprogrammi politiche pubbliche socialiste finalizzate alla creazione di nuovi impieghi, per contrastare due fenomeni prioritari innescati dalle disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento): l’emigrazione di risorse umane vitali, e il calo demografico favorito proprio dall’assenza di lavoro e dall’assenza di redditi dignitosi. La fragilità economica del Sud è la conseguenza o l’effetto di scelte politiche molto precise: concentrare risorse in un’area (pianura padana) innescando il sottosviluppo in un’altra (il meridione). Qualunque civiltà umana ha usato architettura e pianificazione per porre le basi fisiche dello sviluppo umano, e nell’epoca moderna queste discipline sono usate per rigenerare i territori e la vita stessa degli abitanti, per creare nuove condizioni di civiltà e nuova occupazione utile ma tutelando il patrimonio storico e naturale depauperato da scelte politiche sbagliate, e da una nota e diffusa crisi di tutto l’Occidente condizionato dal paradigma culturale dominante, e cioè il nichilismo capitalista. La Storia dovrebbe insegnarci quanto sia importante l’architettura, ed è sufficiente passeggiare nei nostri centri storici per osservare la bellezza intorno noi, ma questo non basta, è evidente. La realtà economica salernitana è drammaticamente poco dinamica, quasi ferma, per l’assenza di una classe dirigente capace e responsabile, che dovrebbe osservare i fenomeni di degrado con un adeguato filtro culturale e poi proporre soluzioni efficaci. In generale il meridione è penalizzato anche dal pensiero politico dominante, perché è questo che ha creato aree di sottosviluppo e disuguaglianze territoriali. Lo scopo del capitalismo è il profitto fine a sé stesso ma questo si crea mercificando e sfruttando ogni cosa (persone, natura …) trascurando diritti e ambiente, ciò è noto ma è altrettanto sottovalutato da una società, la nostra, ormai annichilita e regredita. La nostra classe dirigente (istituzioni politiche, università, imprese, professionisti …) dovrebbe essere coesa, di fronte ai drammatici problemi che si concentrano al Sud, per programmare investimenti corretti attraverso il filtro culturale della bioeconomia che sa interpretare il territorio e dare risposte concrete ai problemi occupazionali e ambientali. Nel Sistema Locale salernitano c’è una carenza di imprenditori coraggiosi, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, nel senso che sono troppo pochi gli imprenditori illuminati, così come c’è una carenza quantitativa di imprese che possa assorbire la domanda di lavoro degli abitanti.

Hammarby Stoccolma
Il quartiere Hammarby di Stoccolma, coinvolto da un immenso progetto di rigenerazione urbana: 204 ha di superficie territoriale, 25.000 abitanti insediati con una densità abitativa territoriale di 141 ab/ha, e una densità fondiaria di 397 ab/ha. Costo dell’intervento 4,5 miliardi di euro. Il Comune sfrutta il diritto di superficie e sono state coinvolte imprese e cooperative.

Le istituzioni politiche dovrebbero costruire luoghi e spazi per favorire lo sviluppo di attività stimolanti e creative, cioè quelle attività capaci di ripensare le attuali agglomerazioni industriali al fine di offrire, alle generazioni presenti e future, impieghi utili per sé stesse e per il territorio. Cooperare è necessario (anziché competere) al fine di ripensare l’organizzazione territoriale e costruire quei servizi indispensabili per eliminare le disuguaglianze territoriali, consentendo a tutti di scegliersi un percorso di crescita individuale connesso a un impiego dignitosamente retribuito, per svolgere un’esistenza piena e stimolante. Questa dovrebbe essere la normalità, ma l’inciviltà nega diritti essenziali ai meridionali. Dovrebbe essere noto, ma non lo è: il meridione è regolarmente penalizzato dallo Stato poiché non ridistribuisce le risorse della fiscalità generale in maniera equa e saggia, anzi in assenza di una cultura politica socialista non crea investimenti nei territori più deboli, che abbisognano di maggiori risorse degli altri, proprio per eliminare quelle incivili disuguaglianze economiche e sociali create dall’ideologia capitalista liberista e da classi dirigenti inadeguate. Il Sud è il territorio che ha le maggiori potenzialità di creare nuova occupazione utile, per l’alto tasso di disoccupazione e per l’assenza di infrastrutture, di servizi e per la necessità impellente di conservare e recuperare un immenso patrimonio storico-culturale e naturale.

Il mainstream svolge un ruolo distruttivo e pessimistico narrando soprattutto i difetti dei meridionali, costantemente additati, discriminati, fino al punto che taluni meridionali sono convinti della propria condizione di “inferiorità”, poiché si è allevati all’interno di un ambiente autolesionistico condizionato dai media, e persino dal sistema educativo-scolastico. La disuguaglianza, non solo è materiale ma è psicologica. Non so quanti Paesi occidentali abbiano esempi e casi di una disuguaglianza economica programmata così distruttiva e così accanita nei confronti di una sola area geografica, fino a rendere quell’area, depredata e colonizzata (nell’accezione colonialista del termine). Una cultura politica costituzionale può rompere sia gli schemi mentali [autolesionistici] e sia la consuetudine razzista [vedasi il partito della Lega, e la ex DC che creato la disuguaglianza territoriale] che non investe le risorse pubbliche ma le sottrae a chi ne ha diritto (il famigerato calcolo diseguale basato sul criterio della spesa storica e non sui livelli minimi pro-capite).

Noi meridionali dovremmo iniziare da noi stessi e dal territorio. Prima da noi stessi poiché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione del Sud, uscendo da una condizione psicologica inutile e dannosa, e invertire il flusso negativo di giovani laureati verso altri Sistemi Locali, ma questa inversione si realizza dando opportunità a chi le chiede, quindi rimuovendo le disuguaglianze di riconoscimento e favorendo il merito, l’impegno e l’entusiasmo di molti giovani che intendono sperimentare sul campo le proprie conoscenze. Dobbiamo studiare per conoscere meglio e osservare il territorio, per interpretarlo correttamente partendo dall’identità storica, dai valori ambientali e naturali, dall’impiego di tecnologie utili ai nostri scopi e dai luoghi da rigenerare, come del resto accade in molti altri territori, e sta accadendo anche al Sud ma non in tutto il meridione. L’approccio bioeconomico è quello più saggio per osservare i nostri Sistemi locali, le aree urbane estese e quelle rurali, per interpretarli tutti come sistemi metabolici. Osservando e interpretando, possiamo legittimamente costruire un programma politico volto a creare occupazione nuova e utile, attraverso la rigenerazione del nostro ambiente urbano e rurale, e nel farlo possiamo costruire un consenso mirato a cambiare la guida locale dei governi (perché fino ad oggi tale guida ha trascurato le disuguaglianze). Elaborando programmi, piani e progetti possiamo concretamente utilizzare, e direi legittimamente, le risorse pubbliche finora negate a vantaggio di altri territori ma a nostro danno.

I Sistemi Locali capaci di attrarre risorse umane e finanziare usano correttamente architettura e pianificazione, e lo fanno da sempre col meccanismo virtuoso che, nel corso dei decenni, hanno saputo affinare conoscenze e pratiche amministrative gestionali in continua evoluzione innescando una grande competitività. Il cuore di questo meccanismo virtuoso sono le università usate in maniera appropriata e cioè creare conoscenze utili al territorio, e non conoscenze fini a stesse e asfittiche, si tratta di conoscenze e saperi strettamente collegati al profitto, all’utilità sociale e ambientale del territorio. Le università sono collegate alle imprese e viceversa, ma secondo un indirizzo politico istituzionale molto preciso: concentrare ricchezza (risorse umane e finanziarie) sul territorio. Questo meccanismo è talmente sviluppato che i Sistemi Locali più competitivi hanno innescato un processo vizioso e non più virtuoso, poiché favoriscono nuove e maggiori disuguaglianze territoriali a danno dei Sistemi rimasti indietro e condannati alla marginalità, si pensi alle aree rurali. Solo un intervento nazionale può correggere consuetudini viziose e dannose attraverso programmi, piani e progetti nei Sistemi Locali privi di adeguati investimenti pubblici-privati. Il meridione soffre più delle altre aree geografiche poiché è schiacciato dalla notissima disuguaglianza fra Nord contro Sud, ma a questo si aggiunge la competitività negativa fra aree urbane e aree rurali in stato di abbandono, che favorisce anche fenomeni di dissesto idrogeologico. Nel Sud non potrebbe andrebbe peggio, ed è per questo che probabilmente è l’unica area ove ci sono grandi potenzialità, tutt’oggi non sfruttate, per creare lavoro utile cominciando ad applicare la Costituzione (che non è un’opinione ma un obbligo) e costruire questi standard minimi previsti dalle norme e mai costruiti. La normalità sarebbe una rivoluzione.

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Rimuovere le disuguaglianze per favorire lo sviluppo umano

Dal punto di vista della psicologia, l’autorealizzazione di una persona si raggiunge svolgendo un determinato percorso che soddisfa sia le motivazioni carenziali (bisogni primari: fisiologici, sicurezza, amore e appartenenza, autostima) e sia l’accrescimento (bisogni cognitivi, estetici, autorealizzazione, auto-trascendenza). Questo percorso consente la piena realizzazione della persona, ed è tutelato dalla carta costituzionale attraverso il principio di uguaglianza che significa dare a tutti i cittadini la possibilità di scegliersi un proprio percorso di sviluppo umano, mentre la Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli di ordine economico. E’ altrettanto noto che in Occidente e in Italia esistono vergognose e immorali disuguaglianze territoriali che di fatto rappresentano ostacoli insormontabili per gli abitanti che vivono in determinate comunità. In Italia, chi nasce in una zona geografica è più favorito rispetto ad altre ove mancano servizi, standard minimi, e infrastrutture necessarie per lo sviluppo umano. Oltre a ciò esistono disuguaglianze economico-sociali che ricordano la società feudale perché non funziona l’ascensore sociale [e lo Stato non pensa di rimuovere quest’altra disuguaglianza]; in buona sostanza una persona meritevole e capace se non possiede un proprio capitale non può realizzare l’attività che è in grado di svolgere, mentre chi eredita il capitale familiare può farlo, proprio come accade in una società di caste autoreferenziali tipiche delle monarchie feudali. Esiste anche la condizione familiare che incide molto nello sviluppo umano di una persona, e può essere divisa in due categorie: 1) famiglie senza equilibrio, che si dividono fra quelle con genitori che denigrano i propri figli e genitori che esaltano i propri figli; e 2) le famiglie con equilibrio, cioè genitori che sanno sostenere adeguatamente i propri figli, senza eccessi. Nel meridione, si concentra maggiormente il conflitto genitori figli che ha impedito e impedisce un sano sviluppo delle persone. L’Italia si caratterizza molto per la diffusione di imprese familiari ove i genitori giocano un ruolo predominante, e a volte prevaricano e limitano l’autonomia dei figli, nonostante questi siano ormai maturi. Questo atteggiamento autoritario dei genitori è una condizione di svantaggio sociale, e  si riverbera nella nostra società, ed una delle regioni che spiega alcuni limiti culturali del nostro Paese. Allo stesso tempo, l’impresa familiare è il sistema di welfare sociale più efficace, che accudisce e garantisce un sostegno capitale ai figli.

Viviamo in un Paese apparentemente democratico poiché il nichilismo [capitalista] ha svuotato di senso civico la nostra società e così vi sono milioni di persone in gravi condizioni di povertà economica, e se queste persone vivono in determinate aree urbane e rurali, allora queste sono condannate alla marginalità per l’assenza di servizi fondamentali necessari alla crescita individuale, e per l’assenza di imprese che potrebbero offrire un’opportunità di riscatto sociale ed economico. Nel famigerato “calcolo diseguale” denunciato dalle inchieste giornalistiche, la Repubblica anziché rimuovere gli ostacoli di ordine economico li crea, perché la fiscalità generale assegna maggiori risorse ai Comuni del Centro-Nord togliendole a quelle meridionali, la famigerata “spesa storica” applica una sorta di razzismo di Stato. In generale, nella società capitalista la disuguaglianza è programmata, voluta dal ceto politico dominante poiché lo svantaggio di un territorio è la ricchezza di quello contiguo che concentra capitali, ed è proprio la religione capitalista che crea sottosviluppo in determinate aree, che le impoverisce attraverso lo spopolamento indotto, tant’è che prima del 1860 il meridione fu meta di migrazioni, mentre dopo cominciò l’emigrazione. Applicando la Costituzione e tenendo a mente gli aspetti psicologici, è fondamentale concentrare investimenti pubblici e privati nei Sistemi Locali del Lavoro meridionali, per restituire a milioni di italiani l’opportunità di vivere in sicurezza realizzando quegli standard minimi mancanti, e poi attraverso nuove opportunità di lavoro con un reddito dignitoso che consente di riavere autostima. In questo modo anche i meridionali potranno realizzare il proprio potenziale che dipende dall’apprezzamento (rimuovere la disuguaglianza di riconoscimento), dal rispetto e dalla conoscenza acquisita. In assenza di tutto ciò, continuano i saldi migratori negativi per Sud, ma a partire sono soprattutto i giovani, laureati e non, che emigrano al Nord e/o all’estero alla ricerca della propria autorealizzazione. La disuguaglianza territoriale ha trasformato il Sud in una colonia, che sostiene le comunità del Nord ma distrugge tutto il mezzogiorno privandolo delle risorse più importanti e vitali: le persone. Si tratta di un immorale corto circuito poiché le competenze dei meridionali sono a servizio di determinati Sistemi Locali, e non per le proprie comunità che restano territori depredati. La maggioranza dei meridionali non è libera di scegliersi un proprio percorso evolutivo, mentre una ristretta minoranza, una élite autoreferenziale, ha costruito i propri privilegi attraverso le rendite regalate dalle istituzioni politiche moralmente corrotte. Un ceto politico normale, cioè coerente con la Costituzione, si pone l’obiettivo primario di rimuovere le disuguaglianze territoriali, e così dovrebbe impegnarsi nel ripensare le agglomerazioni industriali meridionali con università, centri di ricerca e imprese, al fine di creare nuova occupazione utile rispetto alle caratteristiche territoriali e alle capacità creative, per impiegare le migliori tecnologie che consentono un miglioramento della vita. Ad esempio, lo Stato ha l’obbligo di programmare i servizi pubblici mancanti nelle aree urbane estese, così come programmare una rete metropolitana nelle stesse che consente alle persone di muoversi con il trasporto pubblico. In tutte le aree urbane estese i principali presidi dello sviluppo umano sono le scuole e le biblioteche, e in Italia tali edifici o sono mancanti, o sono arrivati a fine ciclo vita. Un’opportunità di rigenerazione urbana e territoriale è la programmazione economica per correggere gli errori del capitalismo che ha costruito aggregati edilizi che non sono quartieri ma zone compromesse dalla speculazione. Un’efficace programmazione può rigenerare la forma urbana per recuperare standard mancanti e programmare la sostituzione edilizia di edifici che non hanno valenza di patrimonio storico architettonico ma costituiscono un problema dal punto di vista del rischio sismico. Questi problemi sono noti, ma le istituzioni locali meridionali non pianificano correttamente il territorio, e i meridionali stessi fanno fatica a cambiare una classe dirigente incapace e autoreferenziale, anche per questo motivo i giovani emigrano. E’ un paradosso tutto italiano quello delle disuguaglianze fra Nord e Sud, poiché l’area geografica che ha le maggiori opportunità di creare migliaia di nuovi impieghi è proprio il meridione d’Italia, proprio perché svuotato e deindustrializzato. Basti pensare che la rimozione dei problemi implica un percorso virtuoso di auto consapevolezza personale e collettiva, cioè affrontare i problemi favorisce l’autorealizzazione, e pensare a programmi di rigenerazione urbana, mobilità intelligente, autosufficienza energetica, conservazione e tutela dell’ambiente, infrastrutture, bonifiche, nuove aziende produttive di manifattura leggera, ricerca e innovazione, crea opportunità di lavoro.

saldi migratori Corriere Mezzogiorno 17122019
Saldi migratori, fonte immagine: Corriere del Mezzogiorno 17 dic 2019.

Riempire il vuoto

Nel mondo della politica esiste un enorme vuoto culturale lasciato dal partito comunista. Nella degenerazione generale dettata dal pensiero dominante neoliberista, in Italia non esiste più un soggetto politico che contrasta ingiustizie e disuguaglianze. Dall’auto dissoluzione del PCI ad oggi, quel vuoto è riempito dal nulla, cioè da soggetti politici a dir poco inqualificabili e incapaci. La contraddizione più incivile e dannosa, probabilmente, sta nel fatto che la società globalizzata e tecnologicamente avanzata è molto più complessa rispetto a trent’anni fa, e pertanto richiede una classe dirigente molto più competente. La maggioranza dei cittadini ed i partiti non richiedono maggiori capacità culturali e saggezza, mentre lo spettacolo mediatico si è fuso coi politicanti restituendo una commedia grottesca e incivile, ove i capi più simpatici ricevono consensi e attenzioni, mentre i problemi reali del Paese restano insoluti e peggiorano col trascorrere degli anni (disuguaglianze, aree urbane e rurali, rischio sismico e idrogeologico, patrimonio, lavoro, ambiente, qualità della vita…). In questa enorme inciviltà, c’è un’area geografica che sta peggio delle altre, ed è notoriamente il Sud dove le risorse umane fuggono per la ricerca di un impiego, e scelgono la pianura padana o l’estero, per studiare e lavorare. Da molti decenni, è in atto una sottile e “nascosta” guerra economica che crea ricchezza attraverso le disuguaglianze programmate dallo stesso Stato, perché attribuisce maggiori risorse a chi ha di più per sottrarle ad altre comunità. Secondo lo Stato un cittadino emiliano merita più risorse pro-capite di un cittadino calabrese.

In questo contesto a dir poco drammatico, è fondamentale applicare un semplice principio di giustizia sociale sancito dalla Costituzione, e così l’evoluzione del Sud diventa priorità politica restituendo e programmando le risorse dovute. I meridionali dovrebbero indignarsi, e avere coscienza di sé e dell’immorale rapina realizzata dallo Stato ma sostenuta da soggetti politici pubblicamente anti-meridionali, non solo la Lega ma anche chi l’ha legittimata, e cioè Berlusconi con Forza Italia, Di Maio e il M5S; mentre esiste da decenni una corrente leghista fra gli ex DS e poi PD. In buona sostanza la rapina al Sud è stata possibile grazie al partito trasversale dei padani e con l’inerzia dei politicanti meridionali.

Raggiunta la coscienza di classe dei meridionali, le persone dovrebbero stimolare la nascita di pensatoi per progettare la rinascita del Sud, e lo stesso dovrebbe accadere fra il ceto politico più agiato e privilegiato poiché un Sud che perde abitanti è un danno sociale ed economico per tutti. Notoriamente, i luoghi che hanno i mezzi culturali per ripensare i territori sono: l’università per la ricerca, le imprese per le produzioni e le istituzioni politiche per l’azione politica. Se il meridione soffre di fuga delle risorse umane, è evidente che sul banco degli imputati ci sono proprio: università, imprese e istituzioni politiche incapaci di fare squadra e favorire sinergie creative per creare opportunità di sviluppo umano, proprio come fanno da decenni altri territori che paradossalmente stanno meglio anche grazie ai meridionali trasferitisi nei Sistemi Locali attrattivi e più produttivi. Non è un segreto il fatto che i sistemi sociali ed economici che funzionano dipendono dal fattore umano messo ai vertici delle istituzioni. C’è un solo processo virtuoso che può costruire un meridione migliore, formare nuova classe dirigente capace di fare gli interessi degli abitanti, ed esiste un solo paradigma culturale capace di farlo proiettando la società nel futuro: l’approccio bioeconomico poiché corregge le storture del capitalismo, notoriamente contraddittorio perché produce disuguaglianze e distrugge gli ecosistemi. Per riempire questo vuoto è fondamentale costruire un soggetto politico democratico capace di risvegliare le utopie socialiste e condurle sul piano bioeconomico, e per farlo bisogna attrarre talenti e stimolare la creatività delle persone in processi partecipativi. Si tratta di sperimentare e osservare attentamente i territori: le aree urbane e i Sistemi Locali del Lavoro. Il cuore di questa rinascita meridionale è la pianificazione, cioè quella capacità creativa di produrre visioni e scenari possibili che appartiene alle persone e ai tecnici, i quali suggeriscono programmi ai partiti, considerati strumenti per l’attuazione dell’azione politica. Capacità e merito sono prerogative fondamentali e individuano un passaggio fondamentale per costruire una società migliore, ma la maggioranza dei cittadini che vota non propone persone capaci e meritevoli, ed i partiti attuali trascurano la competenza preferendo galoppini e politicanti. Questa degenerazione appartiene all’Italia intera, ma le Regioni più produttive vivono e producono grazie alla storica programmazione economica che ha scelto determinate aree per concentrare i capitali, a partire dalla famigerata Unità d’Italia, mentre il Sud sprofonda per i motivi opposti: l’assenza di investimenti pubblici e privati, ed oggi la degenerazione ha creato un processo vizioso fondato su una condizione psicologica autolesionistica che spinge i meridionali a disprezzare la propria terra. La realtà è che il Sud ha grandi ricchezze ma sono ignorate e trascurate, e per esser precisi: il meridione non ha solo la bellezza del proprio patrimonio storico e naturale mentre le potenzialità umane sono scoraggiate, sfavorite perché le elités locali, spesso, sono autoreferenziali e applicano la disuguaglianza di riconoscimento che fa scappare i giovani e chi intende innovare, inoltre c’è una chiara assenza di servizi culturali e di infrastrutture. Le aree urbane meridionali non sono collegate fra loro, e la programmazione economica non costruisce i servizi minimi essenziali. Nella società attuale: interconnessa e globale, è del tutto incivile lasciare comunità urbane, medie e piccole, completamente isolate, in tutti i sensi: mancano i collegamenti ferroviari, mancano le strade e mancano i servizi sociali, culturali, sanitari, e di connettività…

Restituendo le risorse pubbliche usurpate al meridione sarà possibile programmare le infrastrutture e i servizi mancati, aggiungendo un surplus di investimenti pubblici-privati basato su piani bioeconomici. Ad esempio, possiamo imitare l’approccio del New urbanism per rigenerare territori e aree urbane, ma osservando bene le peculiarità locali per inserire infrastrutture, funzioni e attività mancanti. Il New urbanism, studiando attentamente la storia urbana europea, ha sintetizzato una strategia facile da applicare nella gestione di territori e città. L’approccio è una pianificazione integrata di tutte le scale territoriali: regionale (territoriale e area vasta), in ambito di quartiere (la città), le strade (design urbano) e gli edifici (l’architettura). Secondo questo approccio è necessario elaborare un piano di area vasta per integrare il trasporto pubblico ai quartieri, e poi creare un paesaggio urbano con densità medie, e renderlo più vivibile, più conviviale e più accessibile. Come prima analisi, ad esempio osservando le aree urbane campane, sarebbe auspicabile realizzare immediatamente la metropolitana regionale per integrare quartieri, funzioni e attività fra queste, e con i territori vicini: le puglie, l’area lucana e le calabrie. Questo progetto favorisce la mobilità delle persone e svantaggia l’uso dei mezzi privati, riduce drasticamente inquinamento e affollamento urbano, e migliora la qualità di vita degli abitanti, che possono usare maggiormente la bicicletta integrata al trasporto ferroviario. Il censimento di volumi e aree abbandonate da riconvertire e il disegno del trasporto pubblico metropolitano, con l’uso misto dei suoli, cioè la mixité funzionale e sociale dei quartieri favorisce un’integrazione di attività: lavoro, servizi, studio, svago e tempo libero, ma contemporaneamente svantaggia il consumo di suolo agricolo e annulla la dispersione urbana. In buona sostanza, si può riempire il vuoto culturale e politico perché esistono conoscenze e competenze ma queste vanne riconosciute e valorizzate da uno strumento politico: un partito democratico bioeconomico.

Salerno transect
Lo strumento del “transect” proposto dal “New urbanism” per gestire le regole di pianificazione urbana.

Razzismo di Stato

report divorzio all'italiana
fonte immagine RAI Report, divorzio all’italiana.

Ricchi contro i poveri” non è solo uno slogan che semplifica la questione meridionale ma è ahimé la realtà politica, culturale e sociale di una classe dirigente autoreferenziale, egoista e soprattutto razzista per concentrare risorse della fiscalità generale in una sola area geografica: la pianura padana. Dal dopo guerra in poi, la Repubblica italiana attraverso i propri programmi scolastici ha inoculato generazioni di ragazzi meridionali nel far credere loro che il Sud fosse un territorio arretrato, che non merita investimenti sul sociale e sulla cultura. Durante gli anni ’80 nasce anche un partito pubblicamente anti meridionalista, poi legittimato e condotto al potere da Silvio Berlusconi. All’inizio del nuovo millennio l’attacco al Sud non finisce, e degenera in un progetto politico preciso, chiamato “autonomia differenziata” col fine di concentrare maggiori risorse pubbliche in pianura padana. Questo danno economico ha radici culturali in un capitalismo feudale con caratteristiche palesemente egoiste e razziste, e tutto ciò si è potuto realizzare perché non c’è stata trasparenza sui dati relativi ai trasferimenti statali per ogni Comune, e per ogni cittadino. Il giorno in cui questi dati sono stati ricostruiti dai funzionari pubblici, il ceto politico ha chiesto di secretare i dati stessi (lo chiese il signor Giorgetti della Lega Nord) per evitare indignazioni collettive che potessero suscitare rivoluzioni sociali e politiche. I dati sono stati ricostruiti dai giornalisti Rai di Report e da Openpolis e sono drammatici (dossier); la realtà mostra un razzismo di Stato mentre la famigerata secessione dei ricchi contro i poveri è realtà da decenni ed ha costruito un’area geografica privilegiata che usurpa risorse dalla fiscalità generale a danno di altri comuni. Il calcolo diseguale, cosi chiamato, mostra che anche alcuni comuni del Nord ricevono meno di altri. Il criterio della spesa storica degli Enti locali misura i trasferimenti statali ma è palesemente sbagliato, stupido e immorale perché crea disuguaglianze territoriali, questo criterio tiene conto del cosiddetto fabbisogno standard che non individua il fabbisogno reale di servizi, ma privilegia i grandi comuni e i comuni del centro Nord (Emilia Romagna, Toscana e Umbria). Chi ha sviluppato questo criterio irrazionale è l’agenzia Sose (il fabbisogno standard) e politicamente se ne è occupato tal Marattin (renziano doc, nato a Napoli ma allevato a Ferrara). Report e Openpolis hanno aggregato i dati per Regione e si vede chiaramente che i comuni del Sud hanno fabbisogni più bassi e quindi ricevono meno risorse, un paradosso razzista.

In precedenza anche Presa Diretta di Riccardo Iacona aveva anticipato il tema con l’inchiesta Italia spaccata (7 ottobre 2019), confermando quanto la lettura più recente avesse pubblicato e anticipato, prima con Pino Aprile (Terroni) e poi con Marco Esposito (Zero al Sud). Finalmente i cittadini italiani possono conoscere questa vergogna di Stato e mobilitarsi per porre rimedio chiedendo di rimuovere le disuguaglianze territoriali ripensando i trasferimenti statali, ad esempio individuando i livelli essenziali per ogni abitante, e aggiungendo un surplus per i territori marginalizzati investendo su progetti bioeconomici.

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Fabbisogni standard nei comuni, fonte immagine Openpolis, Il calcolo diseguale.
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Fabbisogni standard servizi sociali, fonte immagine Openpolis, Il calcolo diseguale.
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Fabbisogni standard asili nido, fonte immagine Openpolis, Il calcolo diseguale.

Persone e territorio

Da molti anni ormai, sia il mondo accademico e sia gli istituti di statistica divulgano un approccio attento alle risorse, e indicano, indirettamente o direttamente, le linee guida per aiutare il proprio Paese. Anche l’ultimo rapporto 2019 dell’ISTAT, dichiara apertamente la necessità di valorizzare i territori e le risorse locali, si esprime ancora con termini ambigui come “crescita equilibrata” figli dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” che ha contribuito a giustificare la distruzione gli interi ecosistemi naturali e l’aumento delle malattie favorite dall’industrialismo, ma l’ISTAT ci presenta comunque un quadro complesso e complessivo di estremo interesse.

La disuguaglianza per eccellenza, quella fra Nord contro Sud, può essere letta e interpretata anche grazie ai documenti dell’ISTAT.

«Se negli anni successivi al Secondo dopoguerra i flussi migratori verso le regioni centro settentrionali erano prevalentemente costituiti da manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno, nell’ultimo decennio mediamente il 70% delle migrazioni dalle regioni meridionali e insulari verso il Centro-Nord sono state caratterizzate da un livello di istruzione medio-alto. Cedendo risorse qualificate, il Mezzogiorno ha ridotto le proprie possibilità di sviluppo alimentando ulteriormente i differenziali economici con il Centro-Nord» (Fondazione Migrantes, Rapporto italiani nel mondo, 2019, pag. 11).

saldi migratori Corriere Mezzogiorno 17122019
Saldi migratori, fonte immagine: Corriere Mezzogiorno 17 dic 2019.

Secondo il mio modesto parere, vi sono alcuni fattori che dovrebbero cambiare radicalmente e agire in sinergia attraverso un comune denominatore: fare l’opposto di quello fatto finora. Uno di questi fattori è il ripristino dell’azione pubblica dello Stato che ripensa le agglomerazioni industriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, e l’atro fattore è il cambiamento delle classi dirigenti meridionali, sostituite con un nuovo ceto politico formato proprio sulla bioeconomia. I Sistemi Locali del Lavoro che risultano più attrattivi hanno determinate caratteristiche: la scelta politica di localizzare e concentrare funzioni e attività, e il continuo rinnovamento dell’offerta formativa didattica condizionata dalle imprese presenti sul territorio. Come ha certificato anche l’ISTAT, Regno d’Italia e Repubblica italiana hanno creato le disuguaglianze poiché il ceto politico ha voluto concentrare determinate attività e funzioni con maggiore valore aggiunto soprattutto in pianura padana, lasciando talune attività pesanti e inquinanti nel meridione (Bagnoli, Taranto, Priolo, Gela). Ancora oggi, le attività di ricerca e innovazione con maggiore valore aggiunto condotte dall’Università pubblica italiana si trovano soprattutto in pianura padana, e pertanto non è un caso che gli studenti meridionali vadano a formarsi al Nord, o all’estero, per poi non tornare più, alimentando un danno sociale ed economico non misurabile ma drammatico. La responsabilità politica di questa disuguaglianza è tutta della classe dirigente italiana (imprese, politici, università) perché essa stessa ha creato politiche capitaliste razziste e antimeridionali, inventando un “centro” e una “periferia” economica. In sostanza, le disuguaglianze sono create dalle scelte politiche e non dipendono dalla geografia. Nel corso dei decenni queste scelte hanno favorito i privilegi di talune famiglie e danneggiato altre eliminando la cosiddetta ascensore sociale; chi nasce povero resta povero, e chi nasce in famiglie ricche ha maggiori opportunità rispetto agli altri. L’inversione di tendenza può essere avviata solo cambiando radicalmente i paradigmi culturali di una società moderna profondamente nichilista, e giudicando diversamente il ceto politico, cioè gli elettori meridionali dovranno stimolare la nascita di una propria identità culturale e politica, non più delle destre (liberali e neoliberali), favorendo la partecipazione attiva al processo decisionale della politica e una migliore selezione della classe dirigente.

La carenza di servizi (sanità, centri culturali…), e i problemi ambientali e occupazionali del Sud rappresentano gli investimenti pubblici e privati per creare impieghi utili, per farlo è semplice: ci vuole la volontà politica che oggi non c’è, perché le disuguaglianze produttive rappresentano lo sfruttamento economico e sociale del Nord che vende al Sud e “ruba” giovani risorse umane. E’ un corto circuito sociale e culturale che appartiene solo all’Italia, costruito persino sull’inciviltà diseducativa che spinge i meridionali a costruirsi una credenza religiosa per disprezzare i propri luoghi e abbandonare la propria terra, infine, solo in Italia, da circa trent’anni, esiste persino un partito politico razzista antimeridionale cioè inventato e costruito appositamente per favorire l’accumulazione capitalista in una sola area geografica a sostegno dell’egoismo delle imprese localizzate al Nord, una enorme “comunità” chiusa forgiata sullo sfruttamento delle risorse pubbliche. Questo è il medesimo modello capitalista che riscontriamo fra Occidente ed Oriente, e dentro l’euro zona ove Sistemi Locali sfruttano altri Sistemi Locali. Se non si accetta la realtà, e cioè che il capitalismo stesso crea disuguaglianze, sottosviluppo dei territori e distruzione della natura, allora sarà difficile invertire la rotta che ci condanna alla povertà e alla marginalità.

Anche l’ISTAT suggerisce di abbinare l’analisi della struttura produttiva alle risorse locali del territorio, questo è l’approccio territorialista al fine di suggerire un uso razionale delle risorse e dell’energia. Il mezzogiorno d’Italia, necessità di questo approccio ma va integrato con politiche pubbliche socialiste per costruire i servizi mancanti, dalla cultura al sociale, fino alla realizzazione di sistemi di mobilità intelligente. Il Sud d’Italia non è solo agricoltura, bellezza, paesaggio ma è fondamentale creare agglomerazioni della manifattura leggera e tecnologica dal più alto valore aggiunto. I Sistemi Locali meridionali potrebbero e dovrebbero stimolare modelli autarchici di innovazione tecnologica agglomerando funzioni e attività creative. Ad esempio, anziché importare tecnologie straniere per risolvere problemi sarebbe saggio che tali soluzioni fossero costruite in casa. La complessità del territorio italiano richiede due politiche: la rigenerazione urbana e dei territori rurali, e la creazione di sistemi e tecnologie innovative di trasporto delle persone per risolvere i problemi in Sardegna (ove non esiste il treno), in Sicilia, e poi gli spostamenti adriatico-tirreno oltre che gli spostamenti puglie-Campania. L’Italia, se avesse una guida politica saggia, dovrebbe riappropriarsi di capacità tecnologiche che aveva creato in passato e concentrare tali programmi di ricerca proprio nelle aree più marginali.

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Dalla crisi alla rinascita

Sette anni fa scrivevo, in “Qualcosa che non va”, che i temi della politica contemporanea si sarebbero concentrati sui rapporti di forza e di potere relativi alla moneta, la sua sovranità, e poi sulle forme di partecipazione e sull’energia. Un processo di riforma radicale dell’UE è doveroso ma non penso che ciò accadrà perché la maggioranza dei soggetti politici presenti non hanno valori e idee socialiste.

La teoria liberale aveva la necessità di affermare una credenza strategica, e cioè raccontare la favola della “neutralità delle politiche monetarie” per sottrarre potere allo Stato di creare moneta, e assegnare tale potere a istituti privati. In un sistema capitalista quale il nostro, una volta gambizzato lo Stato dei propri arti naturali è chiaro che l’obiettivo dei liberali è raggiunto, poiché popoli e comunità sono tutti sotto il ricatto del mercato, controllato da banche private e imprese che possono accumulare capitali e distribuirli a chi lo desiderano.

Per evitare errori del passato realizzati anche dallo Stato, oggi possiamo integrare l’approccio post-keynesiano con la bioeconomia, che trasforma l’economia in un sistema di flussi in entrata e in uscita per misurare gli errori della produzione e suggerire la costruzione di un sistema ecologico. In tal senso, le teorie migliori, cioè quelle che leggono e interpretano efficacemente l’attuale capitalismo neoliberista, emergono dalla scuola marxista che ha sviluppato la scuola ecologica, ed è capace di leggere correttamente sia le variazioni spaziali e quindi la circolazione del capitale, ma soprattutto la critica sociale e ambientale sui territori “centrali” e “periferici”.

La crisi economica innescata dalle politiche di destra, dal famigerato neoliberismo, ha favorito le destre estreme, cioè il sepolto nazionalismo con nuove e vecchie immagini. Fra questi temi, l’energia è quello più trascurato, e sostituito dalle migrazioni innescate da guerre e capitalismo. Questi temi [immigrazione, povertà, razzismo] oggi polarizzano i voti, e non sono trattati dai partiti e dai media in maniera seria ma sono strumenti di speculazioni per contendersi il consenso. I media, corresponsabili della costruzione del linguaggio politico hanno voluto introdurre il termine “sovranismo” nell’uso corrente, sostituendo ed edulcorando il concetto di “sovranità”. In questo modo i media hanno accelerato la polarizzazione dei voti, favorendo il successo elettorale dei partiti nazionalisti. Un contribuo sostanziale per questa confusione politica, è fornito dalle stesse istituzioni politiche, europee e nazionali, perché occupate da soggetti politici poco responsabili; da un lato c’è l’ottusità dell’élite europea che non vuole ridiscutere regole palesemente sbagliate, e dall’altro gli speculatori nazionalisti che per sete di potere pensano ai propri affari sfruttando il sistema off shore.

I nazionalisti hanno elaborato una semplificazione dei temi ed hanno scommesso su un calcolo elettorale, già usato in passato (Mussoli e Hitler), stimolare rabbia e paure delle comunità concentrandosi su due temi: “attaccare l’UE” e “chiudere i confini” per evitare l’ingresso di altri extracomunitari, “criminali”. Tutto il linguaggio è volto a deresponsabilizzare elettori e ceto politico. La prima paura è volta a narrare il fatto che i problemi economici degli italiani siedono nell’UE e non in Italia, agendo sulla deresponsabilizzazione delle classi politiche locali e dei cittadini, cioè la colpa della tua condizione economica non è tua, ma di Bruxelles. Medesimo schema è stato utilizzato per cavalcare i preesistenti problemi di sicurezza nelle periferie urbane: il tuo problema non è dovuto dall’assenza di politiche socialiste che garantiscono alta istruzione, nuovi impieghi, integrazione e presenza di forze dell’ordine, ma dalla presenza di stranieri arruolati dalla criminalità organizzata. In questo modo, buona parte dei cittadini disinformati, non si è accorta delle politiche delle destre (Lega Nord, Forza Italia e PD) che hanno ridotto i sistemi di welfare e le forze dell’ordine.

Da circa venticinque anni prevale la mediatizzazione coniugata alla personalizzazione della politica, trasformata in show e apparenza, in principio fu Berlusconi con Mediaset (potere mediatico e politico) che oggi incide tantissimo, e questo processo degenerativo di fatto ha svuotato di senso la democrazia rappresentativa, scadendo nell’inciviltà. La carta vincente della Lega è stata quella di costruire un’efficace campagna pubblicitaria agendo sull’immagine del proprio leader, che spesso, attraverso i social non comunica in chiave politica ma si sforza di risultare simpatico a qualunque cittadino. Salvini, forse memore dell’esperienza Grillo, ha usato un linguaggio teatrale, perché la battuta, lo scherno, il dileggio, l’insulto hanno maggiore efficacia nei confronti di milioni di individui privi di un’identità politica, ed usa i social media per esprimere un’opinione su tutto, è un tuttologo. Questa insistenza ha saputo celare un dato politico, la Lega è un partito dell’establishment neoliberale, proprio come il PD, ed ha un grave problema di corruzione interna. Salvini è riuscito a diventare credibile narrando mezze verità sfruttando l’incapacità di milioni di elettori nel capire la realtà, molto più complessa. La sinistra, banalmente, non esiste più ed anche in questo contesto le televisioni e i giornali hanno contribuito in maniera determinante ad aprire autostrade alle destre estreme, in che modo? Continuando a etichettare di sinistra il Partito Democratico, che non è mai stato un partito di sinistra, ma è palesemente espressione dell’establishment neoliberale. Come avvenne nel 2013 per il partito di Grillo, quando tutti i media attaccavano i grillini, l’effetto fu quello di aprire autostrade alla novità del momento. Il contesto è cambiato poiché oggi i grillini sono molto più noti, e questa notorietà messa alla prova del governo, li ha fatti conoscere meglio svelando la loro inconsistenza e cattiva fede.

Il teatro di media e partiti ha saputo, ancora una volta, nascondere la complessa realtà italiana divisa in due mondi: la pianura padana industrializzata “semi-periferia” dell’euro zona, strettamente connessa al “centro” cioè Austria, Sud della Germania e Francia; e poi il meridione “periferia economica” con alta disoccupazione destinato a consumare le merci prodotte dal “centro”. La nota disuguaglianza territoriale fra Nord e Sud, forse in pochi l’hanno compreso, ma è una disuguaglianza parassitaria del Nord contro il Sud costretto a consumare merci prodotte dal “centro”. In completa analogia è il medesimo processo capitalista ideato dalla globalizzazione neoliberista in tutto il pianeta. Il modello crea centri di accumulazione del capitale, oggi nelle aree urbane con le cosiddette “capitali mondiali” a danno dei territori depredati, altre aree urbane e rurali, e messi in condizione di non produrre per assenza di investimenti pubblici e privati, e per concorrenza sleale attraverso le famigerate zone economiche speciali, luoghi dello sfruttamento. Inoltre, non bisogna dimenticare il disegno eversivo della Lega Nord con la famigerata “autonomia differenzia”, uno slogan incomprensibile che nasconde l’egoismo della solita vecchia secessione per rubare legalmente risorse pubbliche ai poveri e concentrarle al Nord, ma si tratta di un disegno incostituzionale che oggi è persino “appoggiato” dai voti meridionali concentrati nel M5S, un partito di incapaci, e nella Lega stessa che mette presidi nel Sud, un paradosso incredibile.

Il voto insegna che i meridionali non sono rappresentati, cambiano idea velocemente e risultano esser incapaci di organizzare un proprio strumento politico per fare i propri interessi scegliendo politiche pubbliche socialiste bioeconomiche, capaci di stimolare lo sviluppo umano e favorire attività e funzioni caratteristiche dei propri territori. La realtà italiana dovrebbe insegnare agli elettori che per uscire dalla regressione e dalla crisi, tutti noi dovremmo costruire politiche di sinistra perché sono le uniche che ripristinano un ruolo dello Stato nella programmazione economica, e dovremmo suggerire un salto culturale per condurre tale intervento sul piano della bioeconomia, che suggerisce soluzioni dando priorità agli effetti sociali e ambientali, di programmi, piani e progetti.

La narrazione dei media e dei partiti, espone mezze verità (le regole europee sbagliate) e nessuno ha il coraggio di dire che l’UE o diventa socialista oppure il nazionalismo favorirà lo status quo, quindi non è un cambiamento ma il capriccio di cinici demagoghi. L’UE a trazione neoliberista ha generato il nazionalismo, e la soluzione politica si trova in un lungo percorso di auto determinazione e scambio reciproco di risorse riducendo il ruolo del mercato, perché crea danni, sottosviluppo e sprechi, e poi è necessario aumentare lo spazio delle comunità capaci di auto produrre beni. Aggiustate le regole europee (chissà se saranno capaci di farlo), dobbiamo riconoscere che il capitalismo è il problema politico. Il cambiamento, l’alternativa si produce abbracciando la bioeconomia che interpreta correttamente i territori e di conseguenza ci insegna come investire nelle aree marginali ma imparando a spendere. Si spende meglio valorizzando le caratteristiche dei territori, cioè rimuovendo le disuguaglianze di riconoscimento favorendo le risorse umane capaci di innovare attraverso nuovi processi di partecipazione e creazione del valore circa il capitale umano. Questa visione non appartiene a nessuno dei partiti liberisti: Lega, PD, Forza Italia e M5S. Avere il coraggio di promuovere queste politiche bioeconomiche significa fare l’opposto dei nazionalisti, e cioè responsabilizzare le persone prendendosi cura di promuovere azioni politiche e valorizzare il territorio per creare occupazione. Può apparire strano ma non lo è, questo approccio crea consenso.

Piani e progetti per rigenerare i territori creano occupazione, ciò è noto, ma funzionano solo se tali programmi nascono dal basso coinvolgendo le persone e creano un’efficacie sinergia fra imprese, istituzioni, professionisti e cittadini. Nel meridione, si è riscontrato il problema dell’élites locali, che disperdono risorse o risultano incapaci di spendere e coinvolgere le persone. Consapevoli di ciò, determinate élites vanno rimosse e sostituite, mentre piani e progetti di rigenerazione sono gli strumenti necessari per creare lavoro.

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