1.3 Capitalismo e politiche urbane


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.3      Capitalismo e politiche urbane

Negli anni Settanta, Immanuel Wallerstein concepì la teoria del sistema mondo argomentando sul fatto che il sistema capitalista mondiale è la causa della dipendenza e del sottosviluppo, poiché il capitalismo stesso crea diversi sistemi del lavoro favorendo divisioni e gerarchie di Stati o regioni. Il sistema crea Stati centro, aree semiperiferiche e periferiche e ciò costituisce un sistema di scambio diseguale in cui gli Stati centro dominano la semiperiferia e la periferia[1]. Tale teoria è molto utile per cogliere le gerarchie di potere e di forza nell’attuale Unione europea e le differenze fra l’Occidente spaccato in due, USA e UE che investe poco o nulla nelle aree urbane, mentre l’Oriente investe tanto nell’urbanizzazione. John Friedmann suggerì di interpretare il ruolo delle città-mondo come luoghi ed espressione della globalizzazione, restando all’interno dello schema centro-periferia. In tal senso i geografi parlano di mobilità delle politiche come la capacità di mettere in competizione le città per attrarre investimenti esteri[2], ed uno degli effetti di queste politiche è l’aumento delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento fra le aree urbane e le zone rurali in abbandono. Il mondo interpretato come centro-periferia sembra essere destinato a essere sostituito da una struttura geografica alternativa, comprendente un mosaico globale di città in ripresa, che funzionano come motori economici e attori politici su scala mondiale. Le città e le città-regione stanno acquisendo un grado di autonomia economica e politica[3]. Secondo David Harvey, il capitalismo agisce negativamente nel ruolo delle politiche poiché le regioni urbane entrano in competizione fra loro, e ciò crea uno sviluppo ineguale fra i territori fino a condurre in bancarotta le città, oppure relegando alcune di queste a un ruolo di sottosviluppo[4].

Se osserviamo lo sviluppo delle città[5]  e la distribuzione degli investimenti fra diverse aree del mondo con differenti poteri fra Cina, USA, Giappone e l’Unione Europea (28 Paesi), notiamo che i 17 Paesi aderenti all’euro zona hanno criteri diversi dagli Stati per finanziare politiche urbane, perché le istituzioni hanno scelto l’ideologia neoliberista che contempla la rinuncia alla propria sovranità monetaria e l’adesione al libero mercato. La struttura organizzativa e politica dell’Unione Europea dipende più dagli stimoli del mercato piuttosto che dalle legittime scelte politiche di uno Stato che deve tutelare l’interesse generale. Ad esempio la banca centrale, la BCE, a differenza di altre banche centrali, come la FED americana, non è “pagatore di ultima istanza”. Nell’acuirsi della recessione, nonostante non sia previsto nei Trattati, la BCE ha avviato politiche monetarie non convenzionali quali l’acquisto di Titoli di Stato e il cosiddetto quantitative easing[6], imitando il comportamento tipico del “pagatore di ultima istanza”. L’euro zona è un’area commerciale competitiva che crea contrasti politici facendo emergere gli interessi divergenti fra imprese e Paesi membri, con l’aggravio dello sbilanciamento di poteri poiché gli organi esecutivi (Commissione e Consigli) hanno maggiori poteri dell’unico organo (Parlamento) eletto dai cittadini.

Confrontando i bilanci di USA ed UE emerge che sul fronte degli investimenti (ricerca, trasporti, educazione e sociale, ambiente, salute, infrastrutture, commercio, etc.), fra il 2006 e il 2008 negli USA sono stati investiti 252,7 miliardi di dollari e nell’UE 58,3 miliardi di dollari. All’interno dell’euro zona i cosiddetti paesi “periferici”, per le differenti peculiarità e strutture economiche dai paesi “centrali”, non riescono ad avere/accantonare capitali da investire[7]. Nel budget del bilancio europeo 2014, i fondi strutturali sono appena 38 miliardi di euro (-10.4%), il fondo di coesione 8,9 miliardi (-28,4%).

Le scelte politiche di entrare nello SME prima, poi di creare la moneta unica e poi ancora di attuare riforme strutturali neoliberiste con l’austerità, hanno avuto l’effetto di spostare e accentrare risorse e ricchezza dai paesi “periferici” verso i paesi “centrali”, e in maniera più precisa di agglomerare risorse e investimenti in determinate Regioni. Quando nel 2008 si sviluppa una crisi a causa degli strumenti finanziari utilizzati dalla banche, negli USA, che ha regole monetarie e fiscali diverse dall’UE, accade che lo Stato sceglie di promuovere una politica economica espansiva per ridurre il rischio della perdita di posti di lavoro[8]. Il sistema dell’UE è costruito secondo l’ipotesi della crescita continua, e non possiede strumenti correttivi per affrontare periodi di deflazione, cosicché la depressione economica e la fede nelle politiche neoliberiste hanno innescato una generalizzata perdita del potere di acquisto dei lavoratori salariati con la conseguente riduzione della domanda interna, e l’impoverimento dei ceti medi[9] e meno abbienti. La recessione e la riduzione della domanda investono anche il settore delle costruzioni[10]. Confrontando i sistemi USA ed UE appaiono chiare le differenze e le opportunità, ad esempio, il debito pubblico per gli USA non è un ostacolo per creare nuovi investimenti, mentre nell’UE lo è, con l’aggravio prodotto dal criterio del “patto di crescita e stabilità”[11].

Dal punto di vista della struttura capitalistica, già Keynes preconizzò il fatto che le variabili reali dipendono dalla moneta, dalla finanza e dalla pianificazione, alludendo al fatto che il mercato non sarebbe stato capace di creare equilibrio e tanto meno di favorire la piena occupazione[12]. Minsky, allievo di Keynes, dimostrò l’instabilità intrinseca del capitalismo, e a seguito di tali ricerche nascono le posizione post-keynesiane circa la teoria dell’endogeneità della moneta[13] per ribaltare le tesi neoclassiche, e sostenere l’effettiva domanda aggregata[14].

È curioso notare l’analogia storica che intercorre fra la recessione di oggi innescata dalla crisi del 2008 sorta negli USA attraverso il mondo immobiliare – mutui sub prime – cioè aver prodotto una maggiore offerta rispetto alla domanda, e la crisi del Regno d’Italia tramite lo scandalo della banca romana del 1893 prodotta da un eccesso di moneta stampata senza l’equivalente controvalore in oro per sostenere una speculazione immobiliare, cioè maggiore offerta rispetto alla domanda.

David Harvey ha dedicato molti anni di studi e ricerche sul rapporto fra capitalismo e urbanizzazione[15]. Il suo approccio può aiutarci a capire la trasformazione urbana avvenuta in Occidente poiché collega la teoria marxiana all’urbanizzazione. «Com’è che il capitale si urbanizza? E quali sono le conseguenze di questa urbanizzazione?»[16] Il capitalismo ha il fine principale di aumentare il valore di scambio (le merci), così Harvey concentra la sua analisi sul fatto che «la circolazione di capitale si presenta come movimento geografico nel tempo»[17], e questa osservazione mostra che le strutture geografiche dei mercati determinano la dinamica capitalista. La nascita della produzione flessibile è alla base della contrazione delle città industriali occidentali poiché la suddivisione della produzione in molte unità specializzate ha favorito la variazione geografica, permettendo ai capitalisti di sfruttare i differenziali e una accumulazione del capitale più veloce. La variazione geografica si è realizzata attraverso la famosa delocalizzazione, cioè la ricerca e il dominio delle cosiddette zone economiche speciali, si tratta di localizzazioni favorevoli al capitale, e tutto ciò ha condizionato i sistemi e le strutture urbane. Negli anni recenti le politiche urbane delle città globali e dei centri principali, per attrarre capitali, hanno sviluppato la competitività della conoscenza, cioè hanno realizzato servizi ove si concentrano ricerche specifiche, con l’effetto negativo di accelerare l’abbandono dei centri minori e rurali. Un altro effetto negativo è la competitività fra i distretti manifatturieri perché l’economia della conoscenza concentra risorse umane nelle grandi città, quindi favorendo l’aumento delle disuguaglianze territoriali. Le politiche urbane e territoriali[18] dell’UE distribuiscono le risorse economiche ancora con modelli e approcci secondo la gerarchia dei centri metropolitani, ignorando l’armatura urbana e il valore dei cosiddetti territori interni e dei centri minori, comunque collegati in rete fra loro. «Da più parti ci si chiede se esista un altro progetto, una diversa lettura del territorio e del paesaggio possibile»[19].

Secondo Harvey, «dal 1973 ad oggi, in tutto il mondo si sono avute centinaia di crisi finanziarie, rispetto alle pochissime registrate tra il 1945 e il 1973; e diverse di queste hanno avuto origine nei mercati immobiliari o nei processi di sviluppo urbano»[20]. Il legame fra capitalismo e urbanizzazione è ampiamente dimostrato dai processi di accumulazione e trasformazione urbana, e il caso più famoso fu la Parigi dell’Ottocento. La crisi economica si abbatté in Europa nel 1848 con la «coesistenza di un’eccedenza di capitale e di un’eccedenza di lavoro, entrambe inutilizzate, e dall’apparente difficoltà di trovare un modo per rimetterle insieme in produzione»[21], e la risposta fu che «nel 1853 Bonaparte convocò a Parigi il barone Georges-Eugène Haussmann, affidandogli la responsabilità delle opere pubbliche»[22]. Egli si avvalse di istituti finanziari e strumenti di credito innovativi, ma sovraesposti e speculativi, e così crollarono durante la crisi finanziaria del 1868. Haussmann fu rimosso e Napoleone III scese in guerra contro la Germania di Bismarck e perse[23]. Il secondo caso di utilizzo delle eccedenze di capitale è rappresentato dalle politiche di suburbanizzazione promosse da Robert Moses, a partire dal 1950, per le aree metropolitane di New York, Chicago e Los Angeles che produsse la crisi urbana. Un terzo caso, di uso delle eccedenze di capitale è l’urbanizzazione in Cina, a partire dal 2000 in poi, ove oltre cento città hanno superato la soglia del milione di abitanti. Progetti di urbanizzazione finanziati con capitale a debito esistono ovunque, da Dubai a Saò Paulo, da Madrid a Mumbai, da Hong Kong a Londra, cioè si tratta di cartolarizzazioni e la vendita di pacchetti di mutui ipotecari locali agli investitori di tutto il mondo, in sostanza è una distruzione «dei rischi che tende a incoraggiare comportamenti più imprudenti a livello locale»[24].

Dal punto di vista culturale e della politica economica l’attuale sistema occidentale sta mostrando tutti i suoi limiti poiché i paradigmi su cui si fonda sono profondamente fuorvianti e sbagliati[25], basti pensare che l’economia ortodossa ignora le leggi del pianeta che determinano la vita di tutte le specie viventi[26]. La fine dell’epoca industriale in Occidente mostra il vero volto dei paradigmi del capitalismo che si occupa prioritariamente dell’aumento della produttività come insegnò egregiamente Marx; nella sostanza non è la ragione che guida le scelte politiche e tanto meno i valori umani sono la priorità della macchina costruita dall’ideologia capitalista. La stessa città moderna è considerata come uno strumento dei processi capitalizzazione per generare profitti, anche attraverso i processi di urbanizzazione che generano surplus di capitale. A partire dagli anni ’70 del Novecento, per avere maggiori surplus, la classe borghese capitalista scelse di urbanizzare i paesi emergenti sfruttando le opportunità di riduzione dei costi (concorrenza intercapitalista e zone economiche speciali). Fra le contraddizioni del capitalismo esiste anche la gestione del credito e del debito. Secondo Minsky l’economia del debito su cui poggia il sistema capitalistico è semplicemente implosa su stessa[27]. L’Italia, inserita nell’area euro, non riesce a trovare una strada migliore poiché tutte le soluzioni finora proposte emergono dal medesimo piano ideologico che ha prodotto l’attuale recessione[28]. Se il sistema monetario, fiscale, economico-finanziario produce una recessione che travolge il sistema democratico rappresentativo piegato all’incoscienza delle borse telematiche, è normale che a loro volta anche il mondo delle costruzioni e delle politiche urbane e territoriali siano condizionate dall’insania del sistema stesso. Tutti gli indicatori economici classici (rapporto debito/PIL) mostrano l’aumento delle diseguaglianze (indice GINI) e la debolezza degli Stati che non hanno più una moneta sovrana[29]. All’interno dell’attuale sistema capitalistico accade che i quattro fattori della produzione: natura, lavoro, capitale e organizzazione subiscono scompensi poiché le opportunità finanziarie di generare soldi dai soldi, e il sistema del credito non viaggiano in parallelo con le risorse limitate della natura, e organizzazione, capitale e lavoro non hanno la priorità di rispettare i cicli degli ecosistemi, di rispettare l’interesse generale ed il bene degli esseri umani, ma sono drogati dall’invenzione della finanza rispetto ai capricci del famigerato mercato delle borse telematiche, e le opportunità del sistema globale attraverso il cosiddetto sistema off shore che garantisce facili dividendi per gli azionisti delle società per azioni senza apportare una migliore qualità della vita e un’evoluzione per lo sviluppo umano.

Questo processo di continua crescita, secondo Heidegger,  prima, e secondo Emanuele Severino dopo, è legato all’onnipotenza della «tecnica del nostro tempo, la cui volontà che le cose divengano altro procede, di fatto, come se il divenir altro delle cose non avesse alcun limite»[30].

Il processo di implosione del sistema capitalistico su stesso[31], e le sue contraddizioni mostrano la necessità di procedere verso un passaggio epocale e questo implica un processo evolutivo di consapevolezza per migliorare la società secondo paradigmi nuovi, e in questa visione è auspicabile che i sogni, le aspirazioni, le ricerche e i suggerimenti di Howard, Sitte, Alexander, Geddes, Bernoulli, Lynch e Cullen possano realizzarsi in questo secolo. Tutto ciò può accadere investendo risorse pubbliche e private in politiche territoriali e urbane nel solco culturale della bioregione urbana e della rigenerazione bioeconomica, ad esempio pianificando piani intercomunali, e piani di recupero all’interno dell’ambito territoriale dei sistemi locali. Tutto ciò presuppone il fatto che il territorio non sia più considerato una merce, ma un valore poiché è la struttura fisica che garantisce la vita alle specie viventi del pianeta.

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Collegamenti ai capitoli:

[1] Greiner, Dematteis, Lanza, Geografia umana. Un approccio visuale, Milano, 2012.
[2] Conti, Giaccaria, Rossi, Salone, Geografia economica e politica, Milano, 2014.
[3] Scott, Città e regioni nel nuovo capitalismo, Bologna, 2008.
[4] Harvey, L’esperienza urbana. Metropoli e trasformazioni sociali, Milano, 1998.
[5] Sassen, Le città nell’economia globale, Bologna, 2004; e Perché le città sono importanti, in R. Burdett 10 Mostra internazionale di architettura, Venezia, 2006; Bazzanella, et al., The future of cities and regions: simulation, scenario and visioning, governance and scale, New York, 2012.
[6] Con alleggerimento o allentamento quantitativo, o anche facilitazione quantitativa, sovente con la locuzione inglese quantitative easing (o QE), si designa una delle modalità con cui avviene la creazione di moneta da parte di una banca centrale e la sua iniezione, con operazioni di mercato aperto, nel sistema finanziario ed economico.
[7] «Analizzando la variazione della disoccupazione e dell’occupazione nel corso della crisi emergono diversi elementi. Uno su tutti il dato di Germania, Malta e Polonia, gli unici tre paesi che dal 2007 al 2014 hanno segnato sia una crescita nell’occupazione che una diminuzione della disoccupazione».
«Il nostro Paese è fra quelli che più di ogni altro ha subito danni, con un aumento del 108% della disoccupazione ed un calo del 4,78% dell’occupazione. Anche a livello regionale la situazione non è delle più edificanti. La disoccupazione è aumentata ovunque con nessuna eccezione. Infatti se le regioni del Sud, già fanalino di coda in questo campo, hanno avuto l’incremento maggiore in termini assoluti (Calabria oltre 12 punti in più) è stato il Nord-Est a registrare gli aumenti percentuali più rilevanti (Emilia-Romagna +286%, Veneto +131%)». Openpolis, Piove sempre sul bagnato, mini dossier, aprile 2015.
[8] Krugman, Fuori da questa crisi, adesso! Milano, 2013.
[9] Secondo il “Forum Disuguaglianze Diversità”, il reddito di laureati e diplomati è inferiore a quello della fine degli anni ’80 <https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/il-reddito-di-laureati-e-diplomati-e-inferiore-a-quello-della-fine-degli-anni-80/&gt; (consultato il 10 ottobre 2018).
[10] Quasi 800.000 posti di lavoro persi, 14.200 imprese edili fallite dal 2007 e un calo degli investimenti di 58 miliardi in 7 anni. (ANCE, Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, 8 luglio 2014).
[11] Il Patto di stabilità interno, continua a penalizzare gli investimenti in opere pubbliche più utili al territorio come quelli per la difesa del suolo, per gli edifici scolastici e per la funzionalità della città. La domanda di lavori pubblici continua a ridursi anche nel primo quadrimestre 2014, sebbene l’intensità della caduta risulti di entità più contenuta rispetto ai periodi precedenti ed in presenza di un aumento del numero dei lavori posti in gara (+14,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Secondo il monitoraggio Ance-Infoplus sui bandi per lavori pubblici, l’importo messo in gara nei primi quattro mesi del 2014 si riduce del 5,6% nel confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente. Tale flessione segue il -8,7% del 2013 e il -29,6% registrato nel 2012. Nel 2015, in assenza di incisivi interventi di politica economica e di allentamento della stretta creditizia, per il settore proseguirà, per l’ottavo anno consecutivo, la drammatica crisi che viene rappresentata nello scenario definito “tendenziale”. In questo contesto si stima un’ulteriore contrazione dei livelli produttivi, con un calo degli investimenti in costruzioni del 2,4% in termini reali su base annua. (ANCE, Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, 8 luglio 2014, pag. 10).
[12] Minsky, Op. cit., 2009.
[13] L’offerta di moneta in un’economia a moneta creditizia è endogena, non esogena. Essa varia in risposta diretta nei confronti delle variazioni della domanda, da parte del pubblico, di contanti e depositi bancari, e non è indipendente da tale domanda.
[14] Il principio della domanda effettiva, in macroeconomia, consiste nell’assunzione secondo cui il livello della produzione, e quindi del reddito, risulta influenzato dal livello della domanda aggregata. Il principio può anche essere enunciato dicendo che le variazioni del reddito portano in equilibrio risparmio e investimento. La domanda effettiva è il punto nel quale il ricavo previsto da un dato livello di occupazione eguaglia il prezzo complessivo di offerta, ed è il livello al quale si attesterà la produzione.
[15] In L’esperienza urbana Harvey spiega il processo di urbanizzazione del capitale e le sue conseguenze.
D denaro; M e M’ merci; FL forza lavoro; MP mezzi di produzione; Δd profitto. Lo studio dell’urbanizzazione nel capitalismo richiede attenzione alle dinamiche spaziali e temporali.
[16] Harvey, L’esperienza urbana, Milano, 1998, pag. 31.
[17] Ivi, pag. 33.
[18] Il modello culturale che indica gli investimenti poggia sulla cosiddetta competitività territoriale attraverso le agenzie di sviluppo locale utilizzando marketing e benchmarking territoriale.
[19] Tosi, “La responsabilità di produrre rappresentazione per l’Italia contemporanea”, in Italia 1945-2045 urbanistica prima e dopo, Roma, 2016, pag. 7.
[20] Harvey, L’enigma del capitale, Milano, 2018, pag. 19.
[21] Ivi, pag. 172.
[22] Ibidem.
[23] Ibidem.
[24] Ivi, pag. 179.
[25] Stiglitz, Fitoussi e Sen, La misura sbagliata delle nostre vite, Milano, 2010;  Latouche, Op. cit., 2007
[26] Georgescu-Roegen, Op. cit., 2003; Pallante, Op. cit., 2009.
[27] Minsky, Op. cit., 2009.
[28] Krugman, Op. cit., 2013.
[29] Galbraith, Soldi, Milano, 2013.
[30] Severino, Op. cit., 2003, pag. 60.
[31] Minsky, Op. cit., 2009.

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