Soldi e prevenzione.

Il pianeta terra è vivo, e la specie umana insieme ad altre vivono attraverso la fotosintesi clorofilliana. I terremoti sono alcuni fenomeni naturali parte del pianeta che insieme ad altri creano impatti sulle nostre aree urbane. Ciò che dovrebbe destare scalpore in quest’epoca di conoscenze molto avanzate, è il fatto che le istituzioni politiche occidentali, e soprattutto nell’euro zona, nonostante questa grande conoscenza a nostra disposizione umana, non ci sia un programma serio di manutenzione dell’ambiente costruito nelle aree a rischio. Abbiamo le conoscenze, le tecniche e le tecnologie per intervenire negli edifici storici, e per tutte le infrastrutture esistenti, per attuare una corretta manutenzione e per ridurre i rischi dell’azione del sisma offrendo alle persone il modo per salvarsi la vita e conservare le attività economiche.

Nonostante il rischio sismico sia noto sin dall’antichità, nonostante in Italia ci sia un gran numero di ingegneri civili e architetti in grado di ridurre il rischio sismico, cittadini e istituzioni non percepiscono questo tema come prioritario, ed anzi la programmazione politica economica non contempla investimenti adeguati al rischio per attuare efficaci piani di prevenzione. Poiché le normative tecniche sono ampiamente note e mature, e poiché le tecniche di intervento sono altrettanto note ed efficaci (tipografia del genio civile, protezione civile, wikipedia ingegneria sismica), un piano di prevenzione del rischio sismico è costituito essenzialmente da un aspetto: destinare soldi pubblici a coprire le spese degli interventi per i ceti meno abbienti su tutto il patrimonio costruito a rischio sismico e idrogeologico. Da qualche anno, oltre alle conoscenze tecniche già in essere e alle capacità dei progettisti nell’intervenire, per i cittadini sono stati elaborate procedure  e protocolli per la certificazione sismica: Attestato di Certificazione Sismica.

Se in questi anni c’è stata un’assenza di sensibilità sulla manutenzione, la ragione non è tecnica, ma prima culturale e poi politica. Culturale poiché la società moderna forgiata nel nichilismo insegue l’effimera moneta illudendosi del fatto che sia ricchezza, e poi politica poiché gli Stati hanno abdicato al potere di emettere moneta sovrana favorendo l’interesse del mondo privato bancario, e secondo la religione capitalista neoliberale era necessario togliere poteri agli Stati per far accettare una menzogna costruita sulla credenza che lo strumento monetario sia neutrale. Non è un caso che buona parte degli individui non rifletta sulla necessità di informasi sulle condizioni statiche del proprio immobile, e poi risparmiare denari per investirli nella riduzione del rischio sismico. Nella società capitalista la priorità è apparire. In circa trecento anni, e guidati dalle teorie liberali e neoliberali, fino all’inizio del Novecento, e poi con l’uso della televisione, l’élite ha sfruttato gli studi di economia comportamentale per influenzare la percezione dei significati che gli individui attribuiscono alle parole, la pubblicità manipola il senso di parole e frasi che costruiscono la cognizione umana. Ciò avviene persino a scuola e all’università per indirizzare le scelte delle persone verso una direzione materialista, e divulgare competitività, avidità, aggressività, nichilismo, tutto in funzione di una sedicente produttività. Imprese e organizzazioni politiche adottano tecniche come il cosiddetto nudging per orientare le persone.

Il debito è una questione giuridica inventata dall’economia liberale che nasce dalle teorie monetariste del pensiero macroeconomico sviluppatosi a Chicago nella famigerata scuola di Milton Friedman, erede di Adam Smith e Friedrich von Hayek. La teoria liberale aveva la necessità di affermare una credenza strategica, e cioè raccontare la favola della “neutralità delle politiche monetarie” per sottrarre potere allo Stato di creare moneta, e assegnare tale potere a istituti privati. In un sistema capitalista quale il nostro, una volta gambizzato lo Stato dei propri arti naturali è chiaro che l’obiettivo dei liberali è raggiunto, poiché popoli e comunità sono tutti sotto il ricatto del mercato, controllato da banche private e imprese che possono accumulare capitali e distribuirli a chi lo desiderano. Nell’attuale sistema i Governi stampano Titolo di Stato acquistati da soggetti autorizzati a comprare tali Titoli di debito/credito, è una mera convenzione che costringe gli Stati a indebitarsi nei confronti dei creditori poiché il valore della moneta è coperta dalla fiducia degli acquirenti. In questo sistema è evidente il rischio del ricatto, e così la libertà dello Stato non esiste.

Il motivo per uscire dall’economia del debito ed entrare nella teoria endogena è banale, gli interventi che servono allo Stato, cioè interventi che hanno un valore in se, sono un bene poiché forgiati nell’utilità sociale e non sono idonei per la stupida economia neoclassica poiché non generano profitti. Come può generare profitto la trasmissione del sapere? Come può generare profitto accudire i propri figli? Lo stesso vale per interventi atti a prevenire il rischio sismico degli edifici arrivati a fine ciclo vita.

Questa religione capitalista ha avuto la pazienza secolare e l’abilità di psico programmare l’immaginario collettivo, e oggi pensa prioritariamente in termini di costi, e non in termini di risorse o di utilità sociale. Le persone, spesso, si pongono la domanda sbagliata: ci sono i soldi per farlo? Anziché, ci sono le risorse per farlo? Oggi la moneta è creata dal nulla, prestata e caricata di interessi agli Stati, ed è totalmente sganciata dall’economia reale, viziata dai capricci e dai ricatti del famigerato mercato. Nell’epoca di internet e della finanza, il capitale si sgancia dal lavoro. E per creare un aumento del capitale e della liquidità non è più necessario aumentare la produttività attraverso l’old economy. La liquidità si concentra nelle mani di poche imprese private, ed è così enorme che potrebbe acquistare circa 12 pianeta Terra. In questo contesto di grandi opportunità di accumulo, la democrazia è un virus maligno che la religione neoliberale deve debellare, e così le istituzioni si orientano verso sistemi feudali. Nel caso specifico dell’euro zona a trazione neoliberista, le regole contabili obbligano i Paesi membri a tagliare lo Stato sociale qualora, osservando le aree a rischio, un Governo decida di investire o spendere per la sicurezza sismica dell’ambiente costruito, di fatto creando un danno incalcolabile in termini di vite umane e attività economiche.

In generale, secondo le neuroscienze le nostre scelte sono influenzate da tre fattori che hanno lo stesso peso: i geni, l’ambiente, il caso; e in questo modo nel nostro comportamento incidono: il nostro patrimonio biologico-genetico, la nostra biografia e l’ambiente in cui siamo cresciuti e in fine il caso legato a una concatenazione di eventi non prevedibili. Sul tema della prevenzione da rischio sismico e idrogeologico appare evidente che il peso maggiore sia dell’ambiente in cui siamo cresciuti, cioè l’ignoranza, unita a una permanente condizione della società nichilista che spinge gli individui ad acquistare merci inutili, ciò avviene influenzando la sfera emotiva delle persone (pubblicità). I comportamenti economici non sono sempre razionali. Il cervello è composto da più sistemi che interagiscono e le emozioni giocano un ruolo fondamentale nelle scelte e nelle decisioni. Poiché l’esito della scelta è legata a dare un giudizio sul valore, in tema di rischio sismico e idrogeologico, possiamo intuire che sia per i cittadini e sia per le istituzioni, finanziare un serio programma di prevenzione non costituisce un valore; tant’è che basti osservare quale sia il modello sociale che influenza le opinioni, come per l’appunto cittadini e politici preoccupati più dell’effimero come i risultati della propria squadra di calcio, piuttosto che per la tutela della vita umana. L’utilità è soggettiva, influenzabile attraverso stimoli emozionali, e così un ambiente dove prevale la regressione culturale solo gli individui che sapranno sottrarsi al condizionamento faranno la scelta ottimale. Poiché le emozioni investono di significato le nostre azioni e le collocano in un contesto di relazioni, possiamo asserire che la nostra inerte classe dirigente, incapace di pensare a un piano di prevenzione dai rischi è concretamente nichilista e inutile. Le emozioni hanno un’intelligenza e sono plasmate dalle nostre percezioni. Non c’è intelligenza nelle istituzioni che non hanno programmato e finanziato un efficace piano di prevenzione, e che non siano capaci di controllare l’attività urbanistico-edilizia facendo rispettare le leggi.

In buona sostanza, per avviare un serio ed efficace piano per lo sviluppo umano, di cui la prevenzione del rischio sismico e idrogeologico è parte necessaria per salvare vite umane, lo Stato – cittadini e istituzioni – dove crescere culturalmente per riprendersi la sovranità monetaria e uscire dall’economia del debito, riformare gli istituti di credito e il sistema di creazione della moneta per stamparla a credito secondo la teoria endogena. Tutto ciò poiché i soldi sono strumento e non ricchezza. La ricchezza si misura con la cultura e le risorse reali, e non col capitale come professa la religione neoliberale che usa la finanza fittizia per controllare le risorse del pianeta, determinando, di fatto, un sistema feudale dove le imprese indirizzano le politiche economiche schiavizzando i popoli.

La soluzione siede sul piano bioeconomico favorendo un cambio totale dei paradigmi culturali della società moderna uscendo dal piano ideologico sbagliato come il capitalismo, e approdare proprio sul piano bioeconomico che tiene conto dell’entropia e dell’etica.

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Perché il debito e le pensioni sono un problema?

Premessa necessaria: tutto il pensiero politico del mondo Occidentale è succube di una religione, nel senso proprio del termine, cioè succube di una credenza delle teorie economiche del liberalismo e di quelle neoclassiche, si tratta di veri dogmi, credenze, al pari del corano, della bibbia e dei dodici comandamenti, e su queste credenze si decidono le linee politiche globali e dell’Occidente. Fatta questa premessa, possiamo intuire che fuori dalle credenze, e dentro una visione razionale sia il debito e sia le pensioni non sono affatto un problema. Il debito è una questione giuridica e le pensioni sono un problema aritmetico e demografico partendo dall’economia neoclassica, che nasce dalle teorie capitaliste considerando la produttività e il monetarismo del pensiero macroeconomico sviluppatosi a Chicago nella famigerata scuola liberista di Milton Friedman, erede di Adam Smith e Friedrich von Hayek. La teoria liberale aveva la necessità di affermare una credenza strategica, e cioè raccontare la favola della “neutralità delle politiche monetarie” per sottrarre potere allo Stato di creare moneta, e assegnare tale potere a istituti privati. In un sistema capitalista quale il nostro, una volta gambizzato lo Stato dei propri arti naturali è chiaro che l’obiettivo dei liberali è raggiunto, poiché popoli e comunità sono tutti sotto il ricatto del mercato, controllato da banche private e imprese che possono accumulare capitali e distribuirli a chi lo desiderano. All’interno della religione capitalista possiamo distinguere due periodi, quello keynesiano e quello liberista. E’ una semplificazione utile per osservare i cambiamenti delle politiche economiche. Il mondo occidentale, com’è noto, fu influenzato prima dalla teoria keynesiana che attribuisce al debito «una necessità per quasi tutti gli Stati, qualora si trovino di fronte a spese eccezionali che superino le entrate ordinarie, e non possano o non vogliano ricorrere ad altre entrate straordinarie e cioè all’alienazione di parte del patrimonio, all’introduzione di nuove imposte o all’emissione di carta moneta. Con il diffondersi della teoria keynesiana del deficit spending (deficit), il debito pubblico è inoltre ormai concepito anche come importante strumento di intervento dello Stato nella vita economica e non soltanto in funzione anticiclica». A partire dagli anni ’80 del Novecento, i Governi abbandonano l’approccio keynesiano per adottare le politiche economiche liberiste, soprattutto nell’euro zona.

Nell’attuale sistema capitalista è la produttività che determina la capacità di spendere e fare investimenti, ma c’è una contraddizione di fondo poiché le imprese private preferiscono aumentare la propria produttività scegliendo luoghi ove si riducono i costi, e così delocalizzano le attività in Oriente, divenuto la fabbrica del mondo. In Occidente e nel  mondo globale neoliberale le scelte localizzative delle imprese annullano la produttività degli Stati Nazione, mentre l’euro zona diventa l’area geografica più liberale del sistema capitalista poiché accetta le delocalizzazioni per favorire la costituzione di fatto di una grande zona commerciale (l’Europa). E’ in questo contesto che le democrazie rappresentative perdono di significato e i Governi, avendo ceduto la propria sovranità, stampano e scambiano Titoli di Stato acquistati da soggetti autorizzati a comprarli; si tratta di una mera convenzione che costringe gli Stati a indebitarsi nei confronti dei creditori poiché il valore della moneta è coperto dalla fiducia degli acquirenti (mercato). Questo sistema caratterizzato dalla “fiducia dei mercati” nasce con la fine del cosiddetto gold standard, quando i soldi si stampavano in base alle riserve auree, mentre oggi si creano dal nulla. In questo sistema è evidente il rischio del ricatto, e così la libertà e l’autonomia dello Stato non esiste. Se poi osserviamo da chi è posseduto il debito pubblico, si scopre che circa la metà di questa cifra è nelle mani di istituti privati che traggono profitto e controllo, mentre in precedenza la maggiore fetta del debito era nelle mani dello Stato stesso. Di fatto la religione capitalista, adottata da un intero ceto politico, quello occidentale, annulla lo Stato democratico e conduce i popoli a una nuova forma di feudalesimo caratterizzato dal vassallaggio delle istituzioni politiche nei confronti del potere economico delle imprese private (fondi di investimento, banche, multinazionali, mondo off-shore).

Le pensioni. Nel modello capitalista le pensioni sono legate alla produttività e alla demografia di un Paese. Poiché le politiche neoliberiste hanno favorito l’aumento della povertà, e nello specifico hanno ridotto la produttività, cioè hanno aumentato gli inattivi e i disoccupati, allora, nel cercare di riequilibrare la bilancia fra popolazione attiva (che paga le pensioni a chi le riceve) e disoccupati, l’élite programma l’ingresso di nuova schiavitù di riserva sul territorio europeo. Poiché Parlamento e Governo non hanno più il potere di spendere a deficit, non riescono neanche a programmare politiche nataliste, e queste politiche avrebbero effetto solo dopo più di vent’anni. E’ un corto circuito innescato dalla destra liberista. L’Occidente “sviluppato” vive un periodo di transizione demografica, cioè osservando la piramide delle età di una nazione si rilevano più anziani che giovani, e ciò nel sistema capitalista forgiato sulla funzione della produttività determina un problema, poiché il numero di occupati è più basso degli inattivi e dei pensionati. Il ceto politico occidentale non cambia le politiche osservando la realtà, osservando le trasformazioni sociali ed economiche, ma piega la società ai capricci della religione capitalista. Il liberalismo prevede, avvenuta la cessione di sovranità monetaria, l’attuazione dei piani strutturali: le privatizzazioni, la dottrina del pareggio di bilancio e l‘indebitamento. Nella religione capitalista, le istituzioni politiche sono chiamate a svolgere un ruolo non più politico ma di amministratore di condominio o aumentando le tasse, o utilizzando leve fiscali e incentivi/detrazioni. Nel caso italiano, la dottrina neoliberale (la cosiddetta austerità), ignora l’evasione fiscale e gli incentivi a delocalizzare, e si concentra nella riduzione del ruolo pubblico dello Stato o stabilizzando la spesa pubblica, guardando l’assistenza (welfare) come mero costo anziché come necessario per uno Stato civile, o riducendo la spesa pubblica. Questo processo di dissoluzione dello Stato sociale è già avvenuto, attraverso soggetti attuatori cioè gli Enti locali, Regioni, Provincie e Comuni, ove siedono i politici più ignoranti e corrotti. La religione neoliberale ha aumentato le disuguaglianze geografiche, sociali ed economiche trasformando il Sud Italia in vera “periferia” economica dell’UE consentendo al Nord di restare luogo “centrale”. In questo modello capitalista la risposta al problema è l’aumento degli attivi importando schiavitù, mentre le imprese, come già detto, preferiscono aree geografiche o zone speciali dove non esistono costi (tasse, salari). Tale schiavitù in Occidente assolve a due compiti: (1) competitività interna (svalutazione salariale) che favorisce anche una certa rilocalizzazione delle produzioni di merci inutili, e poi (2) contribuisce a immettere risorse monetarie nella contabilità pubblica. E’ evidente che questo genera enormi conflitti sociali e culturali poiché nuova schiavitù interna al territorio europeo non è integrazione ma deportazione. Buona parte degli osservatori, con un sottile linguaggio razzista, crede che la nuova schiavitù sarà indirizzata negli impieghi che i giovani italiani non vogliono fare, in realtà la nuova schiavitù entrerà anche negli impieghi di ufficio attraverso la svalutazione salariale che consente maggiori profitti ai dirigenti. E’ una politica razziale dell’élite dei colletti bianchi che testimonia la regressione culturale della società moderna, riprendendo la divisione di classe che nacque nel mondo classico, si diffuse nella Roma imperiale e proseguì per l’Inghilterra vittoriana fino alla nascita della borghesia.

In un sistema normale, dove lo Stato possiede una banca centrale e stampa moneta propria, il debito è un’invenzione fittizia e non è necessario ripagarlo, poiché lo Stato è indebitato con se stesso, ed è quindi solo una soglia virtuale per controllare il mercato. Fuori dall’euro zona, gli Stati agiscono proprio in questo mondo. Basti osservare che per alcuni Paesi il debito alto non è un problema e i livelli di disoccupazione sono più bassi rispetto all’Italia, e ciò non è un caso, perché lo Stato interviene per stimolare l’economia interna attraverso gli investimenti favorendo nuova occupazione e la riduzione della disoccupazione. Si chiama socialismo, ma la maggioranza degli italiani che soffre di ignoranza funzionale è alla mercé dei politicanti che prendono il potere con grande facilità.

In un sistema ottimale, non c’è alcuna necessità della convenzione dei Titoli di Stato scambiati con una moneta debito, poiché la creazione della moneta avviene a credito. Si supera la credenza liberale che racconta la favola della neutralità della moneta, poiché così non è nella realtà, in quanto la creazione della moneta è figlia dell’attività creditizia, cioè endogena al sistema e non esogena. In questo momento, in Italia e non solo, circola poca moneta rispetto alla realtà economica (bisogni reali), cioè rispetto agli scambi di servizi e beni per le attività che si devono svolgere per soddisfare necessità: rigenerazione urbana, bonifiche dei territori, agricoltura, conservazione, prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico etc.  Lo Stato possiede una banca centrale e stampa moneta propria rispetto alla reale attività economica e decide gli investimenti pubblici per tutelare il benessere dei cittadini e non per assecondare i capricci degli interessi privati spinti dalla propria avidità. In questo contesto culturale è evidente che anche il ciclo di pagamento delle pensioni condizionate dalla demografia di un paese, dal numero degli occupati e dal numero dei pensionati, non esiste più, poiché la differenza coperta dalla fiscalità generale, che aumenta il debito pubblico nel sistema esogeno, invece nel sistema endogeno il “problema” è già risolto.

E’ evidente che nel sistema endogeno si risolve anche il problema dell’occupazione e della povertà, creata proprio dalle teorie monetariste liberali che si basano proprio sulla disuguaglianza dei poteri sottratti agli Stati. Un esempio negativo è proprio l’UE, cioè il paradiso degli ultraliberisti, che ha creato sistemi locali del lavoro “centrali” che attirano attività e funzioni, e sistemi locali del lavoro “periferici” con alti tassi di disoccupazione e povertà. E’ una disuguaglianza tipica del capitalismo che viene chiamata contraddizione ma serve a spostare le ricchezze a danno degli altri.

La moneta non è né di destra e né di sinistra. La moneta è solo uno strumento e nel corso dei secoli è stata usata, e ancora oggi viene considerata, sbagliando, come un elemento di ricchezza ma è solo un inganno, poiché la moneta non è ricchezza ma lo strumento dell’élite e del potere per addomesticare e schiavizzare i popoli. La conoscenza è ricchezza. La moneta è un’invenzione dell’uomo ma soprattutto di una categoria particolare di individui che non intende lavorare, nel senso fisico del termine, ma attraverso questo strumento crea ricchezza dal nulla, nella concezione moderna di ricchezza, cioè accumulando e prestando danaro, sia attraverso la finanza, il sistema del prestito e l’espansione monetaria. La vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana ma la stupidità dell’uomo economico è utile per assoggettare e schiavizzare milioni di persone costrette in un sistema sociale dotato di istituzioni pubbliche che non funzionano secondo le leggi della natura, ma secondo l’influenza di un regime giuridico autoritario scritto dal cosiddetto legislatore e costringe le persone a sviluppare competitività, odio reciproco, distruzione degli ecosistemi e accumulo di merci inutili. All’interno del sistema economico tutto è merce, le persone sono merce, il territorio è merce e l’obiettivo non è la felicità delle persone ma l’accumulo continuo, cioè la crescita continua che ignora l’entropia e distrugge l’ecosistema indispensabile per la sopravvivenza umana. Tutto ciò accade attraverso lo scambio e l’accumulo di moneta prestata a debito, sia alle istituzioni e sia ai cittadini, privati di uno strumento che dovrebbe solo misurare gli scambi piuttosto che essere percepita come ricchezza. In un sistema economico come il nostro, stiamo diventando poveri poiché i nostri bisogni necessari sono divenuti merce quindi fruibili solo con la moneta. Il contadino che soddisfa i propri bisogni auto producendoli è molto più ricco di noi schiavi economici poiché non dipende dal mercato ma dalla natura. E’ necessario orientare le città copiando il modello economico della natura uscendo dal monetarismo.

Oggi il mondo è diviso fra il mondo Occidentale ove la moneta è prestata agli Stati facendoli indebitare nei confronti di soggetti privati, SpA, e il resto del mondo ove il debito non è verso le banche private ma con gli Stati stessi. Un’ulteriore divisione all’interno del mondo Occidentale è determinata dall’idiozia del sistema euro, ove oltre all’usurpazione della sovranità monetaria si aggiungono criteri economici che danneggiano il sistema produttivo dei cosiddetti paesi periferici, impoveriti dal sistema stesso e spinti a delocalizzare le fabbriche per inseguire maggiori profitti.

Il problema dell’euro zona è sia l’usurpazione della sovranità monetaria e sia la stupidità dei criteri economici inadeguati per i periodi di recessione come quello innescato, nel 2008, dall’industria finanziaria fuori controllo: le banche e il mondo offshore. O la moneta torna ad essere strumento a servizio degli Stati, e cioè dei popoli, oppure le schifose diseguaglianze fra l’élite degenerata e le persone salariate, condurranno i popoli stessi a una disgregazione sociale ancora più forte che favorirà un’instabilità sociale tale da creare una ribellione incontrollata. La moneta non è né di destra o né di sinistra, e la decisione di sviluppare un sistema europeo così ignobile è stata una volontà politica sia delle destre e sia delle cosiddette sinistre, che guardando con maggiore attenzione di sinistra non hanno proprio niente, poiché nell’Ottocento quando nacque la sinistra le sue origini culturali proponevano di tutelare i popoli, cioè gli ultimi, sfruttati dal capitalismo e dall’industrialismo. La sinistra che abbiamo visto negli ultimi trent’anni ha voltato le spalle agli ultimi per frequentare i salotti dei banchieri e sposare l’ideologia del pensiero dominate: il neoliberismo. E’ indubbio che una moneta debito come l’euro e le politiche europee siano l’espressione delle idee liberali di Ricardo, Smith, e von Hayek cioè la vittoria delle destre.

Pertanto l’euro zona dovrebbe ripristinare la sovranità monetaria e avviare un nuovo sistema economico basato sulla bioeconomia per uscire dall’accumulo di merci inutili e offrire una prospettiva di felicità ai popoli ponendo l’obiettivo dello sviluppo umano e non più la stupida crescita continua, impossibile in un pianeta dalle risorse finite.

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La politica è importante!

Negli ultimi anni si sente parlare di crisi dei partiti e fine delle ideologie, e più inopportunamente di crisi della politica. Sicuramente gli organi intermedi come partiti e sindacati non godono più di tanta fiducia, ma la politica è in ottima salute. La fiducia persa nei partiti e nei sindacati e l’aumento dell’apatia dei cittadini hanno favorito l’influenza di imprese e banche nei confronti delle istituzioni, che di fatto tutelano prioritariamente il profitto dei soggetti privati a danno dell’interesse generale e dei beni comuni. Da un lato l’apatia dei cittadini danneggia l’intera cittadinanza, poiché la rinuncia a capire la politica favorisce l’egoismo delle imprese private, e dall’altro lato, orfani dei partiti, una parte della cittadinanza sperimenta forme civiche auto gestiste. La politica non è mai stata così importante poiché la crisi della rappresentanza democratica è una crisi dell’autonomia e della libertà di pensiero, intensa come la capacità creativa dei partiti nel proporre una società migliore, mentre la politica degli interessi privati guidati dalla religione neoliberale gode di ottima salute.

Mentre crolla la popolarità dei partiti per la loro distanza dai problemi delle persone, si sente l’esigenza di far rinascere gli ideali, e così associazioni e liberi cittadini si mobilitano per organizzare spesso una protesta e a volte una proposta. La gravissima recessione economica figlia della cultura neoliberale moltiplica i problemi delle persone. I temi e i problemi da affrontare richiedono conoscenze e competenze crescenti, e questo è un paradosso poiché la società si ritrova con partiti incapaci di risolvere i problemi. Ancor più grave è il fatto che i cittadini sembrano incapaci di organizzarsi in associazioni (partito) e raccogliere aiuti intorno a valori e ideali per far emergere l’interesse generale. In questa crisi di coscienze e di valori della rappresentanza, la vecchia nomenclatura dei partiti è sostituita da aggregazioni di gruppi di interesse finanziati indirettamente dalle banche e dalle imprese (think tank neoliberal e fondazioni politiche). I partiti non sono più il luogo dove si forma e cresce la classe dirigente politica, ma rimangono come strumento per concorrere alle elezioni. Vecchia nomenclatura e istituzioni sono solo una parte della politica, e negli ultimi vent’anni hanno dimostrato di essere la parte meno intelligente, meno capace di abilità creative per migliorare la qualità della vita degli abitanti. Il sistema politico influenza la società, ma il reale potere è nelle mani delle imprese e nelle mani dei cittadini. E’ la cittadinanza l’oggetto di interesse sia del sistema politico e sia delle imprese. Come possiamo intuire, il potere nella società moderna, è più nascosto ma altrettanto visibile. Il potere è nella pubblicità. Nella nostra società disciplinata, il controllo sociale è prodotto da una rete complessa di regole (leggi, consuetudini, credenze, internet, pubblicità, scuola), in sostanza il potere scorre nella vita quotidiana all’insaputa delle masse popolari.

In questa complessità la recessione economica innescata dall’implosione del capitalismo da un lato mostra tutte le difficoltà delle comunità, e dall’altro mostra l’opportunità di cambiare i paradigmi culturali della società per evolverci in un’epoca migliore.

Una parte del rapporto annuale 2015 dell’Istat è dedicato al nostro patrimonio territoriale. «L’Italia è spesso rappresentata, con uno stereotipo, come un “museo a cielo aperto”, il “Bel Paese”, ricco di attrazioni artistiche e naturali, che si distingue per la sua storia, la tradizione, l’eleganza, lo stile e la qualità della vita. Un paese per il quale la creatività, il turismo e la cultura rappresentano il vero patrimonio nazionale.  […] La vocazione culturale e attrattiva che si proietta su questa rappresentazione territoriale è definita dalla presenza sul territorio di risorse materiali o di attività che incorporano un elevato valore intangibile, cioè una forte componente simbolica di natura estetica, artistica, storica e identitaria. […] Nello specifico, in base alla definizione inclusiva qui assunta, l’insieme delle risorse culturali legate ai territori, che contribuiscono a definire l’attrattività e la competitività – effettiva o potenziale – dei sistemi locali, si articolano secondo due dimensioni principali. La prima è quella del patrimonio culturale e paesaggistico, che si riferisce alla presenza fisica sul territorio di luoghi, beni materiali, strutture, istituzioni e altre risorse di specifico valore e interesse storico, artistico, architettonico e ambientale, che possono essere fruiti attraverso una partecipazione diretta e possono costituire fattori di attrattività del territorio e un elemento competitivo di successo per lo sviluppo dei sistemi locali. La seconda dimensione è quella del tessuto produttivo/culturale. Questa seconda componente riguarda l’insieme composito di attività di produzione, distribuzione e formazione d’interesse culturale e comprende al suo interno: a) le imprese dell’industria culturale in senso stretto, come definite sulla base della classificazione Ateco; b) il meta-settore delle “industrie creative” e delle filiere d’impresa ad esse collegate, che mette insieme le attività economiche e produttive ad elevato contenuto di conoscenza e di innovazione con una forte contaminazione fra creatività e know-how (nei settori dell’architettura, design, moda, pubblicità ecc.); c) le imprese di produzione di prodotti di tradizione locale e di qualità, cioè le aziende agricole con coltivazioni e/o allevamenti Dop e Igp e le imprese dell’artigianato artistico che riflettono ed esprimono la tradizione culturale locale e nazionale; d) le attività di formazione culturale, limitatamente agli istituti di istruzione superiore artistica e musicale, ai corsi delle facoltà universitarie a specifico interesse artistico e culturale e ai corsi privati svolte in forma d’impresa (corsi di musica, di danza ecc.); e) le istituzioni non profit culturali e artistiche, che operano nella gestione di biblioteche, musei, monumenti, siti archeologici o paesaggistici, nella realizzazione di spettacoli di visite guidate, nella conservazione, valorizzazione e promozione del patrimonio culturale ecc».

I contenuti del rapporto Istat rappresentano le pratiche materiali della politica, poiché riguardano l’organizzazione e l’uso delle cose. L’altra parte della politica riguarda le pratiche discorsive cioè il linguaggio, i simboli e i significati. Anche le leggi fanno parte delle pratiche materiali e per comprendere l’azione politica di partiti e istituzioni è sufficiente misurarne la forza e l’efficacia a tutela del nostro territorio.

Diversi decenni orsono, tutti i soggetti politici della vecchia nomenclatura hanno scelto di perseguire un disegno politico chiamato Unione Europea, e la loro guida culturale è la rappresentazione del pensiero neoliberale che sostituisce lo Stato col libero mercato. Tale condotta politica rappresenta un tradimento alla Repubblica italiana poiché i Trattati europei non sono compatibili coi principi della Costituzione, e Parlamento e Governo italiano da decenni hanno rinunciato a promuovere politiche industriali anche per valorizzare il territorio, poiché si è preferito favorire gli interessi privati delle imprese. Il più clamoroso tradimento è sotto gli occhi di tutti, ad esempio l’UE vieta gli aiuti di Stato mentre la Costituzione italiana prevede che lo Stato intervenga per sostenere i ceti meno abbienti al fine di rimuovere gli “ostacoli di ordine economico”, causati proprio dal libero mercato che i Trattati europei sostengono. La rinuncia a una banca centrale pubblica che faccia l’interesse dello Stato è un tradimento incredibile poiché era noto, fra gli economisti, che un sistema politico capitalista neoliberale avrebbe fatto crescere le diseguaglianze fra classi sociali e territori, tant’è che oggi esistono Paesi “periferici” danneggiati dal sistema finanziario europeo, e Paesi “centrali” favoriti da scelte politiche di austerità e da regole finanziarie come il “fiscal compact” e il “patto di stabilità e crescita”.

La Repubblica italiana potrebbe e dovrebbe investire nella rigenerazione del proprio patrimonio, ma Parlamento e Governo anziché riformare lo stupido sistema neoliberale dell’UE, continua a sostenere le scemenze della religione economia neoclassica (pratiche discorsive), contribuendo a danneggiare le generazioni presenti e future.

Sono le persone e le relazioni fra di esse a fare la politica; se abbiamo una classe dirigente corrotta e inadeguata, dobbiamo solo guardarci allo specchio e non perché noi siamo gli attori di illeciti e scelte sbagliate ma perché siamo responsabili della nostra inerzia nei confronti della classe politica, chiusi nel nostro egoismo e isolati grazie alla nostra ignoranza.

E’ nostro dovere morale cambiare una condotta indegna e incivile per promuovere azioni strategiche e unirci in quei movimenti che stanno sostituendo la vecchia nomenclatura, ad esempio DiEM25 è senza dubbio uno di questi. Abbiamo il potere di produrre un linguaggio e obiettivi per cambiare i paradigmi culturali e favorire la nascita di classi dirigenti più adeguate discutendo sulle pratiche materiali della politica: auto sufficienza energetica, occupazione utile, rigenerazione urbana bioeconomica, valorizzazione del territorio, sovranità alimentare.

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Energia, si può fare!

In letteratura esiste una sterminata documentazione che può informare e formare qualunque persona interessata e curiosa che intende farsi un’idea circa l’uso razionale dell’energia. A partire dai libri scolastici sulla termodinamica fino ai corsi universitari. Nelle biblioteche c’è tutto!

Il concetto di risparmio energetico si basa su due aspetti: la banale riduzione della domanda di energia e l’uso di fonti alternative (sole, vento…), ed entrambi dipendono dal progetto.

In Italia la prima legge sul risparmio energetico è stata la n.10/91, rimasta inapplicata per anni. Oggi siamo giunti alle norme nZEB (Nearly Zero Energy Building) per gli edifici a energia quasi zero. Per l’energia basta poco. Ciò vuol dire che esistono leggi e norme che favoriscono il risparmio energetico mentre tutta la progettazione è orientata dall’uso razionale dell’energia. Perché norme e incentivi non producono un effetto soddisfacente? La maggioranza degli italiani soffre di ignoranza funzionale e di ritorno e non comprende l’utilità del risparmio energetico. Da molti anni esistono persino le detrazioni fiscali. Una condizione economica che aggrava il risparmio è senza dubbio l’aumento della povertà diffusa che impedisce le ristrutturazioni edilizie. Gli aspetti pratici si complicano molto nei condomini poiché le condizioni economiche dei ceti meno abbienti, la perdita del lavoro, impediscono qualunque ragionevole soluzione. Infine, non esiste un reale interesse nell’applicare il risparmio energetico poiché le aziende locali fornitrici di energia guadagnano attraverso gli sprechi.

Il legislatore dovrebbe predisporre un fondo rotativo per aiutare le famiglie povere che vivono nelle palazzine a sostegno di quei condomini che presentano interventi di adeguamento e miglioramento sismico e qualificazione energetica.

La sostenibilità in edilizia è determinata dalla progettazione che disegna un involucro dell’edificio capace di garantire il comfort degli spazi interni con l’impiego di materiali a basso impatto ambientale. La progettazione deve tener presente i principi di eco-efficienza e di sufficienza energetica. Negli edifici esistenti si predispone la diagnosi energetica per misurare il reale fabbisogno. Allo stato attuale dei flussi energetici è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’impiego di nuove tecnologie. L’eco-efficienza e la sufficienza energetica si raggiungono adeguando l’involucro dell’edificio ai nuovi standard che prescrivono la riduzione degli sprechi. Facendo manutenzione degli edifici esistenti è possibile ridurre la domanda di energia impiegando tecnologie che sfruttano le fonti alternative, raggiungendo due obiettivi: migliore comfort abitativo e cancellazione degli sprechi conseguendo un risparmio economico.

Come si evince dai digramma dei flussi di energia dell’IEA, l’Italia dipende dagli idrocarburi e il dovere delle istituzioni è ridurre drasticamente tale dipendenza attraverso politiche industriali e strumenti finanziari ad hoc. Le motivazioni sono banali, gli idrocarburi sono fonti non rinnovabili, oltre che inquinanti e con scarsa capacità di produrre occupazione utile rispetto all’indotto delle fonti energetiche alternative che possiedono anche la virtù di non inquinare durante il loro esercizio.

 

IEA Balance Italia energia
Italia, bilancio energetico, fonte IEA.

 

 

IEA usi finali Italia energia
Italia, usi finali, fonte IEA.

Dal diagramma degli usi finali si osserva che una buona parte degli idrocarburi è impiegata nei trasporti e negli edifici. L’aspetto “curioso” è che sia nei trasporti e sia per gli edifici, da anni, le tecnologie per migliorare l’impiego finale ci sono. L’inerzia politica che conserva la dipendenza energetica dagli idrocarburi produce danni economici.

Gli edifici potrebbero diventare persino piccole centrali di energia, e messe in rete rappresentano una grande centrale realizzando in maniera efficace la cosiddetta rete distribuita.

E’ un interesse pubblico primario programmare l’auto sufficienza energetica, conservare la dipendenza dagli idrocarburi è un interesse privato delle imprese e rappresenta un danno economico per il Paese e per i cittadini, che pagano inutilmente una dipendenza resa obsoleta grazie all’innovazione tecnologica, che attraverso l’impiego di un mix tecnologie ci rende liberi da poteri privati sovranazionali.

Età degli edifici e consumi energetici

 

Una scelta umana, lasciar morire il cancro capitalista!

Un’interessante approccio analitico per tentare di comprendere la società, può essere la scomposizione degli elementi (la cultura individuale, le istituzioni e le leggi, le abitudini, i limiti naturali, la produzione …), e la loro ricomposizione orientati verso l’evoluzione. Non c’è dubbio che esistono elementi più incisivi rispetto ad altri, ed elementi che frenano il processo evolutivo, ad esempio l’ignoranza funzionale (la cultura individuale). La cultura delle persone è senza dubbio l’elemento determinante che costruisce una società, mentre le teorie economiche e le istituzioni limitano i processi evolutivi. Le teorie sociali si “dividono” fra quelle che ritengono la società il risultato di una fusione tra le coscienze individuali (Durkheim), quelle che ritengono la società il risultato di un contratto fra individui a partire dagli interessi (Hobbes, Rousseau), e in fine quelle che pensano alla società come l’effetto dell’interazione tra uomini (Marx, Weber). Tutte queste teorie presuppongono che l’azione dell’individuo sia attivata da un soggetto auto cosciente e razionale. I limiti delle teorie sono che tendono ad autoescludersi creando dualismi, e che l’ordine sociale non può essere condotto esclusivamente all’intenzione soggettiva. Ad esempio, se osserviamo le recenti indagini sulla cultura delle persone, si intuisce che il soggetto auto cosciente e razionale non corrisponde alla maggioranza della società. Sapendo che le società sono dotate di strutture semantiche e cognitive possiamo intuire che senza un’adeguata crescita culturale di una parte importante della popolazione è difficile compiere evoluzioni sociali per migliorare la qualità di vita di tutta la società. Al di là dei livelli di istruzione, bisogna anche riconoscere l’involuzione di parti culturali della società che si muovono solo per interessi personali, e lo fanno a danno di una maggioranza di individui appositamente esclusi dall’opportunità di sviluppo umano.

L’ala capitalista americana post-keynesiana propone modelli economici per tenere in vita il capitalismo quando il sistema riduce la domanda (quando calano i consumi). Le ricette suggerite dagli economisti sono abbastanza note e scontate; in caso di recessione si attiva una politica espansiva per fronteggiare la deflazione del sistema capitalista. Fu un allievo di Keynes, Minsky a spiegare matematicamente l’instabilità del capitalismo, e in funzione di questa instabilità emerse la proposta della scuola post-keynesiana, che si distingue dalle posizioni neo-keynesiane rimaste legate ai modelli teorici neoclassici. I post-keynesiani ritengono che l’offerta di moneta risponde alla domanda (ribaltando la tesi della teoria neoclassica), mentre il fondamento teorico di questa corrente di pensiero poggia sulla domanda effettiva, cioè la produzione è influenzata dalla domanda aggregata (domanda di beni e servizi). I post-keynesiani osservano che il mercato non può raggiungere l’obiettivo della piena occupazione, per tale motivo suggeriscono l’intervento dello Stato, di fatto transitando dalla destra liberale, che sostiene il primato del libero mercato, verso soluzioni socialiste che ridistribuiscono le risorse attraverso la tassazione e le politiche industriali. Da questo punto di vista possiamo ricordare la diffusa disonestà intellettuale degli estimatori di Keynes, poiché fu Marx a spiegare egregiamente il funzionamento del capitale e la sua produzione di disuguaglianze che può essere contrastata dall’azione dello Stato, infine tutti gli economisti ortodossi ignorano la bioeconomia di Nicholas Georgescu-Roegen, poiché demolì la funzione della produzione del capitale, perché sbagliata. Oggi tutto il mondo è capitalista, e in Occidente ha prevalso l’ideologia liberale e neoliberale, convincendo le istituzioni politiche sulla neutralità delle politiche monetarie rispetto al mercato, in questo modo i soggetti politici hanno consegnato sia l’emissione monetaria e sia il controllo del credito al sistema privato bancario. In Oriente, gli Stati emettono moneta per investimenti di interesse generale, il caso più noto è quello della Cina ove esiste un’economia pianificata dal partito comunista che coincide con lo Stato. La storia recente della Russia ci insegna perché a partire dalla perestrojka un sistema socialista rinuncia a se stesso. Liberalismo e socialismo sono entrambi sistemi capitalisti, il primo ritiene che il profitto spetti soprattutto ai privati e il secondo ritiene che lo Stato debba redistribuire i surplus di capitale. Oggi sappiamo che la riforma della perestrojka ha spostato la concentrazione dei capitali dallo Stato ai privati. Più ad oriente, la Cina non rinuncia al controllo centrale e sperimenta un sistema misto con le zone economiche speciali, sin dagli anni ’70, e questa strategia politica di scambio ha stimolato l’agglomerazione di industrie poiché i costi sono molto più ridotti, meno tasse e assenza di diritti sindacali (sfruttamento della schiavitù), mentre la Cina ha potuto aumentare le conoscenze tecnologiche per le proprie università. Oggi la Cina produce i propri brevetti manifatturieri costruendo strumenti tecnologici di alto valore aggiunto.

La fede nel mercato ha favorito la crescita del capitale ma l’ha fatto a danno delle comunità locali, pertanto è auspicabile un sistema economico diverso e non più improntato solo sulla crescita della produttività, che ignora l’entropia e i diritti delle persone. Per evitare errori del passato realizzati anche dallo Stato, oggi possiamo integrare l’approccio post-keynesiano con la bioeconomia, che trasforma l’economia in un sistema di flussi in entrata e in uscita per misurare gli errori della produzione e suggerire la costruzione di un sistema ecologico. In tal senso, le teorie migliori, cioè quelle che leggono e interpretano efficacemente l’attuale capitalismo neoliberista, emergono dalla scuola marxista che ha sviluppato la scuola ecologica, ed è capace di leggere correttamente sia le variazioni spaziali e quindi la circolazione del capitale, ma soprattutto la critica sociale e ambientale sui territori “centrali” e “periferici”.

Poiché le teorie economiche influenzano le azioni delle istituzioni, e le leggi sono coercitive nei confronti dei cittadini, e poiché gli ambienti istituzionali e la pubblicità determinano il comportamento degli individui si conferma il fatto che l’intenzione soggettiva non può costruire un ordine sociale. E’ anche vero che un insieme di azioni di gruppo (associazioni, gruppi di opinione) può cambiare l’ordine sociale (logica della relazione sociale), e persino influenzare gli ambienti istituzionali (elezioni) e del mondo produttivo (boicottaggio di marchi e prodotti). Durante gli ultimi trecento anni di diffusione della religione capitalista la declinazione che ha avuto più successo è quella liberale, oggi ne paghiamo tutta la sua stupidità: guerre, disuguaglianza e povertà. Se nel corso della storia umana avesse prevalso la parte culturale orientale, indiana (in riferimento ai nativi d’America) e aborigena, cioè se avesse prevalso quella cultura umana che ha una prevalenza animista e responsabile verso la natura, non saremmo a dubitare per l’estinzione dei popoli della Terra, ma vivremmo in pace e prosperità.

Le teorie economiche che si rifanno ancora all’obiettivo della crescita della produttività, non riescono a migliorare i loro modelli teorici poiché ignorano le leggi dell’entropia, inoltre sottovalutano l’evoluzione robotica adoperata dalle imprese realizzando l’ennesima incongruenza del capitalismo: lavoro senza lavoratori. La dimostrazione matematica della fallacia della funzione della produzione mostra che l’unica via percorribile è la bioeconomia di Georgescu-Roegen, ed accettare il fatto che l’evoluzione tecnologica sgancia il capitalismo dal lavoro, e quindi è necessario ripensare la società per garantire sostenibilità alle persone che non avranno mai un’occupazione. Il mostro capitalista, oltre all’impiego dei robot, aumenta l’accumulo del capitale grazie al valore fittizio delle azioni, confermando l’ipotesi del crescente distacco del capitale dal lavoro. Una società governata dal mercato, cioè controllata dalle imprese, aumenta i rischi per la nostra specie, poiché aumentano le disuguaglianze che generano frustrazioni, odio e disordini sociali mentre una ristretta élite degenerata, di banchieri e manager, si è assicurata un’esistenza prosperosa. La crescita continua del capitalismo sta distruggendo le risorse indispensabili per la nostra specie, mentre intere comunità ridotte in schiavitù attraverso la gabbia psicologica dell’economia e la violenza degli eserciti.

La recessione aiuta a riflettere circa l’incompatibilità fra capitalismo e specie umana. Lasciamo morire la religione più stupida del mondo e cogliamo l’opportunità dell’evoluzione sociale avviando la transizione sociale, ecologica e politica. La religione della crescita della produttività insita in quella capitalista non è la soluzione, poiché lo scopo della nostra specie non è produrre all’infinito e tanto meno consumare merci inutili. E’ fondamentale decolonizzare l’immaginario collettivo dall’economia che ha mercificato la natura e annichilito le persone, rendendole robot, apatiche, ciniche e violente. L’intero impianto giuridico e costituzionale che ereditiamo dall’epoca industriale favorisce relazioni di mera mercificazione; per questo motivo c’è un grande lavoro giuridico e culturale per ricostruire il senso di libertà, e di comunità, tipico della specie umana che si basa su relazioni di reciprocità e non di mero profitto. Per favorire l’evoluzione sociale è necessario investire in un percorso di conoscenza che porta alla felicità. Dobbiamo costruire una società, un modello sociale, che si ispira ai principi auto poietici, come la rigenerazione dei territori e delle aree urbane attraverso piani e progetti ispirati alla bioeconomia. Per favorirlo dobbiamo agire sul processo di auto coscienza delle persone. Interpreti di una sinistra più vicina al cambiamento furono André Gorz, Jacques Ellul, Ivan Illich, e Pier Paolo Pasolini, furono critici e precursori della società dei consumi, e del ruolo negativo della pubblicità televisiva. Pasolini intuì subito il ruolo negativo che i nuovi media avrebbero assunto per psico programmazione le persone in consumatori passivi, fotografando l’inizio della regressione culturale. Proprio questo è l’elemento chiave, poiché i dati (rilevati da Tullio De Mauro) mostrano l’incapacità di una parte importante della popolazione di comprendere ciò che legge, e l’ignoranza funzionale rallenta il processo di auto coscienza determinante per misurare la libertà degli individui. Lo schiavo perfetto è colui che non sa di esserlo.

Gli USA, che hanno innescato la recessione del sistema capitalista, sono un sistema federale con poteri e ruoli diversi rispetto all’obsoleta UE, e il Congresso americano deliberò proprio politiche espansive per ridurre i rischi della recessione. Se da un lato tali scelte hanno sicuramente ridotto i rischi sociali, queste hanno solo spostato in avanti l’agonia dei ceti meno abbienti. Lo stupido modello produttivo della crescita è stato salvato dalle mance del Congresso per sostenere la domanda interna mentre le risorse del pianeta subiscono il saccheggio delle imprese private a danno di tutta la popolazione mondiale che paga gli stili di vita indotti dalla pubblicità che favorisce i capricci degli occidentali. Le differenze sostanziali fra USA e UE è che i debiti pubblici non sono un problema negli USA, se il Congresso lo desidera più stanziare aiuti di Stato, anche se la prevalente cultura liberale non lo preferisce. L’UE è semplicemente il paradiso per gli ultraliberisti, poiché non solo esiste il “patto di crescita e stabilità” che limita gli investimenti, ma sono vietati gli aiuti di Stato. L’UE è un sistema politico propriamente feudale, poiché le decisioni più importanti sono determinate da organi non eletti dal popolo, e condizionate dalle lobbies. Se in Europa si rimuovesse la stupidità staremo molto meglio.

Dal punto di vista della struttura i modelli UE ed USA coincidono poiché sono strutture politiche di potere basate sul vassallaggio. Il modello americano non è affatto invidiabile per diverse ragioni banali: lo strapotere della Fed e di Wall Street, lo strapotere dell’industria della guerra e delle armi, le enormi disuguaglianze sociali, la povertà degli slums, il razzismo, la pena di morte, la scarsa partecipazione al voto, la sanità privata, l’agri industria che produce merda, la corruzione legalizzata attraverso i finanziamenti delle corporations, che selezionano i candidati, e possiedono i partiti con elezioni primarie truffa. In poche parole il predominio dell’avidità capitalista delle multinazionali americane è il virus che ha contaminato il globo, ha dissolto il comunismo russo, e inoculato la Cina. Il cancro ha colpito anche l’India che in prospettiva supererà la Cina, e queste società orientali, le più grandi al mondo, hanno già programmato l’imitazione degli stili di vita degli occidentali nei loro paesi, di fatto contribuendo a dare un colpo micidiale agli ecosistemi naturali che non potranno sopportare l’aumento della domanda aggregata. Per avere un’idea è sufficiente osservare che la somma della popolazione statunitense ed europea è di circa 820 milioni di abitanti, mentre la somma di Cina e India è di 2,5 miliardi di persone.

Le famigerate politiche espansive (la crescita della produttività) sono la causa della crisi ambientale, sociale ed economica, e l’Europa dovrebbe avere gli elementi culturali per ammetterlo proponendo un nuovo modello sociale e programmando l’uscita dal capitalismo. A mero titolo esemplificativo basti ricordare: l’estrazione di coltan per l’industria delle nuove tecnologie, la pesca industriale dove il 2% dei pescherecci cattura tutto il pescato mondiale (il tonno pinna blu è vicino all’estinzione), l’aumento globale del calcestruzzo per la costruzione di megalopoli, la deforestazione per l’allevamento di carni, la produzione globale di jeans che si realizzano su quattro continenti causando un enorme impatto ambientale. Le resistenze culturali sono grandi, ovviamente, prima di tutto poiché si crede alla scemenza che senza capitalismo non si possa costruire una società, e che tale società, si pensa demagogicamente, debba essere fondata sul lavoro, celando il desiderio recondito di un salario certo e sicuro e nulla di più, mentre altri ambiscono ad accumulare denari ritenendo che questo sia il fine della società. E’ proprio questo il castello psicologico da demolire: l’egoismo indotto dal capitalismo. Poi, una società senza il capitalismo è senza dubbio più serena, e il lavoro, banalmente, continuerà ad esistere poiché c’è molto da trasformare e aggiustare, soprattutto gli errori dell’industrialismo finalizzato alla mera produzione continua (prevenzioni dei rischi idrogeologici e sismici, bonifiche, piani di conservazione e recupero, agricoltura naturale, auto sufficienza energetica …).

Le classi dirigenti politiche occidentali non hanno l’autorevolezza morale per indicare un’evoluzione della specie umana, ma alcune istituzioni culturali, dall’America all’Europa, e anche in Asia hanno gli strumenti teorici e pratici per indicare l’evoluzione. Esistono anche gli strumenti giuridici e finanziari per programmare, pianificare e progettare la transizione. Oltre al necessario riequilibrio del rapporto fra uomo e natura, l’aspetto più straordinario attraverso l’uscita dal capitalismo è l’aumento dell’occupazione utile; si favorirà lo sviluppo umano risolvendo anche i crescenti problemi psicologici degli occidentali costretti in schiavitù in impieghi inutili e sottopagati.

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Prosperità e lavoro. Nuovo modello sociale.

Vi ricordate la famosa frase il lavoro nobilita l’uomo? Oppure il mantra dei sindacati il lavoro produce ricchezza! Sono slogan che appartengono a un’epoca che sta terminando. Il capitale si sgancia dal lavoro, come è stato documentato da Piketty. Sarà la fine del lavoro, come preconizzò Rifkin? Non penso ma l’affascinante teoria è anticipata dai romanzi sui robot con Isaac Asimov nel 1950, poi è nella realtà abbia assistito alle prime automazioni nelle fabbriche durante gli anni ’70, e le prime linee produttive informatizzate durante gli anni ’80. Oggi le macchine sostituiscono tutti gli operai nelle linee produttive e di assemblaggio, i prossimi licenziamenti ci saranno nella logistica, sostituiti da umanoidi e anche nell’esercito, contemporaneamente l’intelligenza artificiale elimina numerosi impieghi nelle professioni intellettuali. Troveremo umanoidi anche nell’industria delle costruzioni, e nell’assistenza medica e sociale (lo so sembra un ossimoro robot sociale). Il film L’uomo bicentenario non è utopia, così come il film Elysium ove i ricchi hanno tutto, e usano gli umanoidi nell’esercito e nell’assistenza medica. Questo processo lasciato alle imprese produrrà nuove povertà, disagi e conflitti, ma se tutto ciò fosse gestito da uno Stato sinceramente democratico, approdato sul nuovo piano ideologico della bieoeconomia, allora potremmo progettare una società più equa e più giusta di quella costruita dalla religione capitalista.

Nei prossimi vent’anni i computer potranno ridefinire il mondo dell’occupazione. E rendere obsoleto il 47% dei posti di lavoro. Le macchine stanno imparando a guidare e a riconoscere le emozioni dalle espressioni facciali. I droni effettuano consegne e il robot Brett è in grado di imparare le operazioni ripetitive delle catene di montaggio. I computer ormai sanno interpretare i contesti e a valutare le informazioni.

Entro i prossimi cinque anni, rivela uno studio del Forum economico mondiale, 5 milioni di persone rischiano di essere sostituiti da automi governati da sofisticati algoritmi.

Francamente sapere che un uomo non venga più sfruttato come un robot, ritengo sia un’evoluzione e un impiego corretto delle macchine, ma come preconizzò Heidegger l’uomo non sembra essere in grado di controllare la tecnica, col serio rischio che la tecnica prenderà il sopravvento sulla specie umana. Il fatto che le macchine sostituiscano le persone in impieghi troppo faticosi trova il favore anche di Chomsky, il più importante linguista del Novecento. Pallante direbbe che sarebbe utile «ridefinire il significato del lavoro nella sua complessità, superando la sua riduzione alla dimensione dell’occupazione, cioè della partecipazione alla produzione di merci in cambio di un reddito monetario, per ridare diritto di cittadinanza al lavoro finalizzato ad autoprodurre beni, all’economia del dono e al lavoro creativo».

Dal punto di vista economico e sociale, l’aspetto più inquietante è che la classe politica è del tutto inerte di fronte alla prospettiva di nuovi milioni di disoccupati, poiché addomesticata dalla religione capitalista che crea solo corti circuiti intorno alla crescita della produttività in un pianeta dalla risorse finite. Un soggetto politico serio programma quello che viene chiamato stato stazionario per eliminare gli sprechi (consentire alle future generazioni di ricevere le stesse risorse) e gestire una transizione sociale per uscire dal capitalismo. Dobbiamo ripensare il sistema sociale con un nuovo ordine mondiale ecologico, restituendo il potere economico allo Stato democratico, ad esempio la teoria endogena della moneta deve essere a credito (non più a debito), di fatto ribaltando l’obsoleto modello economico neoclassico su cui è costruita la religione capitalista liberista.

La tecnica ammaestrata da un’élite degenerata ha preso il sopravvento, e questa crea una ricchezza fittizia attraverso il famigerato mercato finanziario intrinsecamente immorale e truffaldino nei confronti degli Stati, ridotti a strumenti dell’accumulazione capitalista, mentre la pubblicità ordina consumi inutili e orienta l’economia globale schiavizzano i popoli e usurpando le risorse comuni. Il capitale si sta separando dal lavoro, è ampiamente documento da Piketty nel suo Il capitale nel XXI secolo, e inoltre basta osservare le borse telematiche e il valore di capitalizzazione rispetto alla tipologia delle imprese. E qui ricorro a un altro famoso film, Matrix, utile a osservare che viviamo già in una realtà virtuale e il software si chiama invenzione dell’economia. Il governo globale non è controllato dalla saggezza delle specie umana ma dai capricci delle imprese private, che fanno un ampio uso della telematica e dell’informatica per manipolare e nascondere. Il capitalismo è la peggiore religione che si possa ideare per schiavizzare i popoli facendo credere loro di dover vivere per lavorare, di dover rubare risorse alla natura per costruire e vendere merci inutili. L’evoluzione robotica delle imprese ha poi sostituito gli schiavi umani con le macchine. Creati nuovi disoccupati per la perdita degli schiavi, il problema per la religione capitalista è non ridurre i consumi di merci inutili. La risposta ha diversi titoli: “assegno universale di sostegno”, “assegno di disoccupazione”, o “reddito di cittadinanza”. Nel mondo privatizzato dal capitalismo che ha mercificato ogni cosa, la risposta è sempre banale, cioè distribuire mance alla servitù entro la soglia di sopravvivenza sostenendo i consumi che interessano alle imprese e alle multinazionali. Fateci caso, chi chiede questa mancia al sistema immorale capitalista sono le cosiddette forze politiche di opposizione, ma tale idea di dare la mancia al popolo nacque nei pensatoi neoliberal consapevoli del fatto che prima poi le macchine avrebbero creato nuovi disoccupati. Ciò dimostra, se fosse ancora una volta necessario, che i soggetti politici che osserviamo nel teatro politico, non solo sono inutili allo sviluppo umano ma favoriscono la regressione culturale dei popoli.

Presentata ingenuamente o abusivamente da alcuni attivisti con le connotazioni di un’idea di “sinistra”, questa rivendicazione sembra, in realtà, totalmente trasversale allo spartiacque tradizionale. Così l’assemblea costituente del “Movimento francese per un reddito di base” si è svolta sotto la direzione congiunta di una personalità come Patrick Viveret, classificato tra gli intellettuali alter-mondialisti, e quella di Christine Boutin, presidente del “Parti chrétien-démocrate (Partito Cristiano-democratico), di destra. In effetti, questo progetto di reddito incondizionato ha le sue radici molto più nel pensiero liberale e ultra-liberale, come vedremo. Recentemente, Laurent Joffrin, il famoso (in Francia) direttore del quotidiano Libérationsi è entusiasmato per questa idea di “reddito incondizionato”, sotto l’influenza di una stella ascendente dell’ultra-liberalismo in Francia, Gaspard Koenig, che è il creatore delthink tank liberale “GenerationLibre”(Generazione libera).

Il 22 luglio 2015, Laurent Joffrin ha spiegato nel suo giornale che la proposta è stata“originariamente concepita da Milton Friedman e destinata non solo a eliminare la grande miseria, ma anche di riformare da cima a fondo uno Stato-provvidenza che questi intellettuali considerano obeso e inefficace”. Ricordiamo che Milton Friedman è uno dei più famosi esponenti del liberalismo economico. È il fondatore della Scuola di Chicago, che ha diffuso le idee ultraliberali in tutto il mondo.

Sempre Pallante: «per migliorare il benessere dei bambini e dei genitori, per migliorare il benessere sociale derivante dal benessere delle famiglie, occorre ridurre il tempo che si dedica alla produzione di merci e aumentare il tempo che si dedica alle relazioni uma­ne. Il miglioramento del benessere individuale e sociale passa attraverso una decrescita del pil. Ma una decrescita selettiva, che distingua le merci in base alla loro utilità e al loro impatto ambientale». Se usciamo dalla schiavitù del produttivismo possiamo agevolmente comprende che al concetto di lavoro dobbiamo associare il concetto di utilità. La sopravvivenza della specie umana dipende dalla fotosintesi clorofilliana e dall’uso razionale delle risorse finite, non dalla finanza e tanto meno dal consumo di merci inutili. Il software della religione capitalista, inserito come credenza nei nostri programmi scolastici e universitari sta distruggendo la nostra specie. La tecnica, da un lato mostra opportunità e dall’altro lato mostra seri rischi. Per individuare percorsi evolutivi dobbiamo ricorrere a due teorie molto valide, la prima è notissima, scritta nei primi capitoli del Capitale di Marx  e riguarda la distinzione fra valore d’uso (beni) e valore di scambio (merci), aggiornandolo alla distinzione fra beni e merci, e suggerendo il fatto che i beni vanno sottratti alle logiche del mercato. La seconda teoria riguarda i sistemi sociali, cioè la società, che può evolversi imitando i processi auto poietici, cominciando a diffondere e praticare nuovi valori (la tutela dei beni, l’auto sufficienza energetica, la sovranità alimentare) e contaminare il resto della società per liberarla dal dogma della crescita continua. Possiamo usare le tecnologie (auto sufficienza energetica sfruttando le fonti alternative) per consentire ai cittadini di appropriarsi dei mezzi di produzione e ridurre lo spazio del mercato ma aumentare quello della comunità (scambio dei surplus energetici). Si tratta di un nuovo sistema sociale capace di auto regolarsi e auto gestirsi in maniera consapevole per tutelare le risorse locali e offrire prosperità. Il valore di questo sistema sociale non si misura col valore di scambio, e tanto meno con i soldi, ma si misura col valore d’uso che non si può comprare e vendere col denaro. E’ l’utilità sociale la misura delle azioni ma soprattutto è l’infrastruttura rigida del nuovo modello sociale auto poietico. In questo sistema biologico la prosperità è garantita dall’uso razionale delle limitate risorse naturali poste fuori dal mercato, non si possono comprare e vendere, e sono a disposizione delle comunità nella misura delle capacità auto rigenerative dettate dalle leggi naturali, dalla fisica. In questo tipo di società non si vive per lavorare, ma il contrario. Chi vuole lavorare lo fa per utilità sociale e per dare un contributo all’evoluzione della comunità attraverso la propria creatività, il lavoro è una forma di altruismo, cioè l’opposto della società capitalista dove il lavoro è merce e gli sfruttati sono condizionati per accumulare denaro come forma egoistica. Nella società prosperosa esiste ancora la moneta, ma non è ricchezza, non è lo scopo, ma è solo il metro di misura delle azioni di scambio, ed occupa un ruolo marginale. Nella società prosperosa non esiste l’economia del debito, non esistono titoli di stato da comprare e vendere, non esiste la speculazione finanziaria, e tanto meno i famigerati mercati delle borse telematica, è stato tutto cancellato e arrestati i criminali che truffavano i popoli attraverso l’invenzione di sistemi bancari occulti e offshore. La moneta è di proprietà dello Stato e viene creata per pubblica utilità, non esiste rischio di speculazione poiché la quantità è commisurata ai limiti delle risorse e alle esigenze di bisogni reali (non per i bisogni indotti), e non dei capricci delle imprese per favorire consumi inutili, e una parte viene bruciata dallo Stato in caso di eccesso, in questo modo i prezzi si tengono stabili poiché non c’è competitività o rincorsa alle vendite, nessuno produce per aumentare le vendite ma per offrire servizi e merci utili. Anche in questa società esiste l’effimero ma è contenuto, occupa un ruolo marginale ed è l’opposto del capitalismo dove l’effimero occupa un ruolo strategico per sostenere la produttività.

La premessa fondamentale alla teoria sociale è che l’uomo sia razionale e auto cosciente. In questa premessa c’è il nostro problema. La maggioranza degli uomini non è affatto auto cosciente poiché manipolata e psico programmata dalla religione capitalista. La recessione che stiamo subendo per l’implosione del sistema offre spunti di riflessione, e libera le persone dalla schiavitù poiché vanno in conflitto con se stesse e col sistema. Il serio rischio è che le forze politiche trovino soluzioni per tenere in vita il cancro capitalista attraverso vecchi sistemi. C’è chi ipotizza il reimpiego delle politiche keynesiane, e chi ritiene di conservare lo status quo. Esiste anche un’altra ipotesi, molto più coraggiosa e radicale e cioè cogliere l’opportunità di programmare una transizione politica, economica e sociale per uscire dal capitalismo sfruttando le nuove tecnologie e approdare sul piano della bioeconomia.

Sarà la fine del lavoro, come preconizzò Rifkin? No, secondo il mio modesto parere, sarà la fine di determinati lavori, e l’inizio di altri impieghi. Nella società della prosperità non esistono disoccupati, poiché non c’è la necessità di cercare un posto di schiavitù come accadeva per la religione capitalista. Qui le persone sono libere di scegliere i propri percorsi di crescita spirituale e materiale, e sono stimolate a scoprire i propri talenti, poiché ognuno ha il suo talento e deve solo investire il proprio tempo per scoprirlo e mostrarlo. L’intero sistema educativo, una volta ideato dall’industria per favorire la produttività, è stato ripensato per favorire lo sviluppo umano, non esistono più classi dove le persone irregimentate e divise per età, ma si incontrano per sviluppare i propri interessi e le potenzialità creative. Sono gli stimoli e gli interessi che formano i corsi di studio e si avanza per idoneità su gradi di conoscenza e di consapevolezza; non esistono voti o punteggi. Con questo sistema le persone accedono a livelli di conoscenza in maniera più veloce.

Vogliamo vedere un esempio di corretto uso delle tecnologie per favorire impieghi utili? Oltre alla rigenerazione urbana bioeconomica, esiste un altro indotto straordinario, è la mobilità privata che dovrebbe perseguire diversi obiettivi parallelamente per prevenire l’inquinamento: pubblicizzare la vendita di biciclette, migliorare i trasporti pubblici, ridurre il numero di auto circolanti (sono decisamente troppe) e in fine sostituire tutti i motori a scoppio con quelli elettrici. La sostituzione dei motori favorisce gli artigiani meccanici e non l’industria delle auto mobili, che invece riduce le vendite attraverso una saggia politica di sostenibilità.

La descrizione di questa nuova società si può realizzare pianificandola. I sistemi locali del lavoro sono gli ambiti territoriali idonei a questa trasformazione del pensiero, e possiamo colpire il distruttivo sistema capitalista modificando i poteri dello Stato e la natura giuridica della moneta, programmando la rigenerazione dei territori e delle aree urbane. Lo scopo della nostra specie non è l’accumulo compulsivo di denaro e merci, questo è noto a chiunque, ma ci vuole il coraggio di prendere una decisione epocale. Se ai decisori manca questo coraggio, e questo coraggio manca altrimenti avrebbero già avviato la transizione, allora vanno sostituiti al più presto, senza perdere altro tempo. Parallelamente bisogna creare movimenti e raccogliere aiuti finanziari per costruire la transizione realizzando comunità auto sufficienti.

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DiEM25 e bioeconomia

Varoufakis insieme ad altri personaggi pubblici lanciano DiEM25, un progetto politico europeo che intende cambiare l’architettura dell’Unione Europea. E’ la speranza che ci vuole e può diventare un progetto concreto se mantiene fede al manifesto. Alcuni passaggi sono essenziali:

  • Le regole dovrebbero essere al servizio degli europei, non il contrario.
  • Le monete dovrebbero essere degli strumenti, non una finalità.

La risposta che da ai Verdi europei mi lascia intendere che Varoufakis riconosca i limiti culturali degli economisti: «per dire tutta la verità, alcuni di noi della vecchia guardia della Sinistra, della Socialdemocrazia, dei Sindacati, della tradizione Liberaldemocratica, abbiamo in passato dato scarsa attenzione all’effetto corrosivo sul nostro stesso pensiero della mentalità della crescita ad ogni costo. Da allora abbiamo compreso l’entità dell’affaticamento del nostro pianeta (causato da un’umanità guidata da una miope massimizzazione del profitto privato, o accumulazione del capitale, come noi a Sinistra preferiamo chiamarla) e la semplice verità che la giustizia sociale non può mai prevalere se la società umana continua distrattamente ad erodere l’ambiente. Ciononostante, sebbene abbiamo aperto gli occhi su questa realtà, abbiamo bisogno che voi, i giovani Verdi Europei, ci teniate attenti alla centralità dell’agenda ambientale nel forgiare lo stato mentale necessario per sostenere un qualsivoglia progetto progressista».

Il manifesto di DiEM25 focalizza il fatto che la crisi attuale dell’Europa si può riassumere in cinque fattori: il debito pubblico; le banche; l’insufficienza di investimenti, i flussi migratori e; l’aumento della povertà. Avrei aggiunto, la stupidità di credere che il capitalismo sia utile all’essere umano.

Per cambiare l’architettura dell’Ue è necessaria la volontà politica della maggioranza assoluta dei Paesi e non basterebbe poiché dovrebbero essere tutti d’accordo. La realtà politica dell’UE insegna che i paesi “centrali” non hanno alcun interesse nel cambiare i Trattati e le scelte politiche, poiché tali scelte, essendo liberiste, favoriscono i Sistemi Locali dei paesi “centrali”. Per costruire un’Ue socialista è necessario introdurre la sovranità economica e politica nelle mani del Parlamento europeo. Secondo i post-keynesiani l’Ue dovrebbe essere organizzata come gli Stati Uniti d’America, con una banca centrale che segue le intenzioni politiche del Congresso. Secondo il mio modesto parare, restituire il controllo monetario ed economico a un’istituzione eletta dal popolo, è fondamentale, ma questo non risolve i problemi delle disuguaglianze esistenti poiché i problemi sono insiti nell’ideologia capitalista che alimenta le disuguaglianze. Credo sia fondamentale avere il coraggio di programmare l’uscita dal capitalismo e quindi contrastare le giurisdizioni segrete (il sistema off-shore), cioè uscire dal piano ideologico della «crescita ad ogni costo» ed entrare nel piano della bioeconomia. Per dirla molto chiara, se sono ancora gli economisti a dettare l’agenda politica siamo già morti, le soluzioni più concrete non si trovano sul piano ideologico dell’economia che mercifica tutto, ma sul piano della creatività umana, della chimica, della biologia e sull’uso razionale dell’energia. L’economia neoclassica non è compatibile con la specie umana e con i limiti imposti dalle leggi della fisica. Il capitalismo non è compatibile con la democrazia che DiEM25 intende introdurre nell’Ue. L’obiettivo della specie umana non può essere l’accumulo, come direbbe Aristotele; non può essere il profitto come direbbe Antonio Genovesi. Fummo fatti per perseguire virtù e conoscenza, insegna Alighieri. Se la democrazia è il metodo per prendere decisioni, l’educazione e la cultura ci consentono di prendere quelle migliori, guidati dall’etica e dalla saggezza, direbbe Platone. Le disuguaglianze si potranno ridurre se e solo se le istituzioni politiche approdano sul piano politico socialista aggiornato dalle conoscenze bioeconomiche per programmare comunità in equilibrio con la natura e stimolando l’occupazione utile. Per ridurre le disuguaglianze cioè contrastare la disoccupazione nelle aree marginali è fondamentale riterritorializzare attività e funzioni nelle zone predate dal capitalismo stesso che si nutre di approcci colonialisti per mettere in sottosviluppo territori, cioè renderli dipendenti dai sistemi centrali, questa è l’UE attuale, secondo la teologia della globalizzazione neoliberista.

Il tradimento politico dei partiti di sinistra rispetto ai valori originari e ai cittadini che ambivano di rappresentare è chiaro a tutti. Destra e sinistra sono categorie che appartengono alla storia, ma questo non significa che non esistano più valori del socialismo, dell’uguaglianza e dell’ambiente. E’ vero il contrario, oggi il mondo occidentale esprime il pensiero unico dominante, come chiunque possa riconoscere, ed è il pensiero neoliberale che ha schiavizzato i popoli.

Il salto culturale che il pensiero socialista deve fare è quello di liberarsi del materialismo insito al paradigma della crescita, poiché anche il socialismo ha favorito il capitalismo, si è nutrito dal suo tavolo e condotto le persone verso il materialismo annullando la parte spirituale dell’essere umano. E’ stato un errore, così com’è noto l’errore marchiano di non conoscere le leggi dell’entropia. Mentre la DC è stato il partito che ha rappresentato l’élite, il PCI ha sopito sul nascere il famoso dibattito circa i limiti della crescita, iniziato negli anni ’70. E’ l’economia che non funziona poiché riconduce tutto alla mercificazione. Siamo l’unica specie di questo pianeta che produce scarti e distrugge gli ecosistemi, siamo l’unica specie che compra e vende merci attraverso una moneta. DiEM25 se vuole democratizzare deve affrontare gli enormi limiti culturali dell’economia (e degli economisti) e riconoscere che il capitalismo è sinonimo di violenza e distruzione. Fatto questo la creatività umana ha già le soluzioni per migliorare la qualità della nostra vita, ripiegando la tecnica (finanziaria, economica, tecnologica) nel suo posto a servizio della specie umana. Se non abbiamo il coraggio di affrontare questi argomenti …

DiEM25 si pone l’enorme e corretta ambizione di democratizzare l’Europa, ma non può farlo senza la bioeconomia che consente di raggiungere l’obiettivo dell’uguaglianza senza depredare le risorse finite del pianeta. La bioeconomia, soprattutto, ci consente di programmare e progettare la società che tutti noi sogniamo, sostenibile e duratura, attraverso l’uso razionale dell’energia e delle risorse limitate, e tutto ciò stimola nuova occupazione utile.

In questo periodo di crisi della rappresentanza politica e della partecipazione attiva dei cittadini, credo sia doveroso proporre un percorso per riprenderci un’identità culturale, e lanciare un “Manifesto” politico per produrre un dibattito pubblico circa il cambiamento culturale che può consentire all’intera società di approdare in un’epoca nuova, adeguata alle opportunità offerte dall’evoluzione del pensiero e l’innovazione delle tecnologie a servizio dell’uomo in armonia con la natura. E’ necessario percorrere una transizione chiamata “decrescita felice”, per uscire dall’economia del debito, per uscire dal capitalismo, e costruire le basi culturali, sociali, istituzionali e tecnologiche per l’epoca nuova che ci consente di realizzare una prosperità per le presenti e future generazioni.

[…]

Nel riconoscere i limiti culturali e strutturali del capitalismo, un nuovo movimento politico italiano può trovare la risposta necessaria per proporre un cambio dei paradigmi culturali e sostenere quei cittadini, quelle associazioni e quei movimenti culturali per sviluppare un percorso fondamentale utile a costruire la società dell’epoca che verrà; un’epoca ove uguaglianza, diritti e democrazia possono realizzarsi attraverso l’uscita dal capitalismo e l’ingresso nella bioeconomia.

Per dare soluzioni concrete applicabili domani mattina:

Per dare energia allo sviluppo e aggiustare le città è sufficiente osservare i criteri economici e finanziari che giudicano gli investimenti. La valutazione degli investimenti poggia sui criteri di “sostenibilità economica” e “sostenibilità finanziaria”. I Governi possono stabilire che la parte della “sostenibilità economica” (in realtà si tratta di convenienza economica poiché misura il ritorno economico degli investitori) è finanziata con moneta sovrana a credito. Entrando nel merito, per liberare le capacità creative utili a migliorare la qualità della vita è sufficiente darsi criteri non speculativi seguendo l’etica, e utilizzare la moneta sovrana a credito per la coesione sociale ponendosi limiti bioeconomici per impedire il collasso del pianeta.

Il modello più democratico che esiste in Europa, è fuori dall’UE ed è noto, è quello Svizzero di cui non c’è traccia nel manifesto di DiEM25. Pensare di introdurre la democrazia entro dieci anni come auspica DiEM25 è demagogia. Pensare di cambiare la politica è auspicabile ed è doveroso. E’ più facile cambiare gli stili di vita, come sta già accadendo grazie alle tecnologie. Modificare gli stili di vita è un obiettivo percorribile entro un programma di dieci anni, e si può fare molto di più grazie alla bioeconomia e alle sperimentazioni democratiche. Un modello veramente democratico non è centralizzato come si auspica, col serio rischio di imitare il modello USA, dove non esiste una democrazia matura per l’evidente prevalenza della religione capitalista incompatibile con la libertà e la democrazia stessa. Per costruire il potere del popolo (democrazia) è necessario favorire l’auto determinazione e decentrare poteri e funzioni per poi federare, cioè dialogare su pochi temi, nella sostanza la democrazia è l’opposto dei modelli USA ed UE, che sono sistemi feudali per favorire gli interessi delle imprese. Un modello democratico copia incolla i sistemi biologici, le reti di scambio. La Svizzera è l’esempio più democratico che esista e funziona poiché i Cantoni sono ambiti territoriali ristretti, come le Province italiane (fateci caso le Province sono state “abolite”). Non bisognava costruire l’Europa delle Regioni, ma l’Europa delle Province. Non tutto è perduto, l’Ue studia i sistemi locali del lavoro, ambiti costruiti sulle relazioni, come le reti. Dunque è facile intuire quale possa essere la vera riforma democratica: una moneta sovrana a credito a servizio delle comunità (Province e sistemi locali) con finanziamenti per la coesione sociale, per favorire nuova occupazione rigenerando i territori e rilocalizzando le produzioni favorendo sistemi autarchici (auto sufficienza energetica e sovranità alimentare). Il presente futuro della specie umana dipende dall’avvio di un nuova epoca costruita sulla bioeconomia. DiEM25 può scegliere se favorire la nascita di un’epoca nuova o meno, auspico che lo faccia.

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Il buco nero della schiavitù

Il più grande limite culturale che impedisce l’evoluzione nelle nostre città è l’economia, e meglio ancora, la famigerata ricerca dei fondi per le necessarie e non più procrastinabili trasformazioni urbane, e così amministratori, imprese e progettisti dovrebbero vestirsi da archeologici alla ricerca del sacro graal: il danaro. L’attuale società è stata psico programmata dal capitalismo che introduce una domanda sbagliata insita a ogni pensiero e azione degli individui: quanto costa? La vera domanda che dovremmo porci non è se ci sono i soldi per farlo, ma ci sono le risorse per farlo? Buona parte delle persone non conosce la differenza fra i concetti di valore, costi e prezzi, e spesso anche la classe dirigente confonde le cose sempre a vantaggio del profitto dei soggetti privati e a danno dell’interesse generale, poiché si preferisce favorire la famigerata crescita che abbisogna di mercificare tutto. Le democrazia liberali, come la nostra, misurano lo stupido prodotto interno lordo e sostituiscono le relazioni umane con quelle mercantili votate all’accumulo senza uno scopo etico. E’ necessario che una nuova società si occupi di sviluppare una condotta etica e rispettare le risorse che sono i limiti naturali, valorizzando le capacità creative delle persone, finalizzate a creare occupazione utile e non l’occupazione in senso generale.

Le piramidi di Giza? Senza la schiavitù non si sarebbero mai costruite. La bellezza greca e la Roma imperiale che hanno dettato l’ordine architettonico in tutto il mondo? Senza la schiavitù non avremmo mai ereditato tale ricchezza. Il Rinascimento? Senza la schiavitù nessuno avrebbe mai visto le opere di Brunelleschi e ciò che ne seguì. La Parigi di Haussmann che in tanti ammirano? Senza le prime operazioni finanziarie e la schiavitù non si sarebbe mai costruita. La guerra d’indipendenza negli USA? Gli schiavi deportati dall’Africa arricchivano gli Stati del Sud. Tutte le compagnie (britannica, francese, olandese, spagnole e portoghesi) che si formarono nei paesi occidentali si sono arricchite rapinando e sfruttando la schiavitù, questo è il capitalismo. Le più grandi multinazionali di oggi sono l’espressione più efficiente del capitalismo mercantile sorto con le compagnie.

La bellezza che ammiriamo è stata progetta dagli architetti dell’epoca ma costruita dagli schiavi. I processi “amministrativi” erano coordinati dai Re o dagli imperatori. I veri costi sostenuti dai Re erano gli eserciti, la prima forma di lavoro salariale, mentre gli schiavi non avendo cittadinanza e diritti si compravano e si vendevano. In sostanza per millenni le città sono state costruite a costi bassissimi poiché gli operai erano in buona parte schiavi, cioè non erano retribuiti, non esisteva affatto la famosa “conquista” arrivata solo nell’Ottocento dalla rivoluzione di Marx, e solo dopo seguirono i primi diritti per gli schiavi, il famoso contratto di lavoro che tutt’oggi è messo in discussione. Per secoli non è stato necessario misurare i reali costi per realizzare le opere che interessavano alla classe borghese (i primi porti, i ponti, le navi, le prime vie di collegamento). La contabilità dei lavori nasce con la società moderna che comincia a misurare le spese di costruzione, di gestione dei servizi e degli spazi pubblici. Sin dalla nascita del capitalismo emerge il desiderio della classe borghese, in accordo con la monarchia, di inventare un ente nuovo, chiamato Stato, a cui addebitare tutti i costi e le spese di opere e interventi privi di interesse poiché non sono profittevoli. Dopo la rivoluzione innescata dal pensiero comunista e socialista lo stratagemma vincente dei liberali e dei monarchici fu elementare: dal passaggio schiavitù alla figura del lavoratore ci si accordò di usare parte del salario dello schiavo per pagare i costi di gestione dello Stato, cioè i servizi che interessavano alle imprese, compresa l’educazione impartita ai popoli secondo logiche mercantili (scuole professionali).

Facendo un salto nel presente, secondo l‘indice globale della schiavitù si calcola una stima di 40,3 milioni di schiavi al mondo, in Europa si stimano 1,2 milioni di schiavi. Questi schiavi moderni inseguono le illusioni della globalizzazione neoliberista e sono considerati merce a servizio del capitalismo. L’élite neoliberale ha saputo creare strategie sempre più efficaci, ed oggi i capitali circolano liberamente con un click dal proprio personal computer con l’informatica finanziaria. La moneta è creata dal nulla e controllata dalla medesima élite per accumulare capitale nelle proprie sedi offshore, presenti nelle città globali, e poi usare tali investimenti ove lo desiderano, anche per soddisfare capricci (Manama, Dubai, Abu Dhabi) e compiere trasformazioni urbane avveniristiche sfruttando le capacità di progettisti e imprese. L’obiettivo dei capitalisti è servire il capitale, e quindi il cinismo è intrinseco alla religione che ignora la povertà degli slums nelle aree urbane, poiché sono i bacini della schiavitù (1,4 miliardi di persone vivono nelle baraccopoli). In tutti i continenti, gli ultimi sono facilmente rinchiusi negli slums mentre nel mondo occidentale si è usata la pianificazione urbanistica attraverso lo zoning funzionale per ghettizzare le persone e dividere i ricchi dai poveri, con le teorie del libero mercato sui prezzi immobiliari, contribuendo a espellere i ceti meno abbienti dai centri urbani e dalla aree che l’élite si auto attribuiva. Ancora oggi, in tutto l’Occidente si usano strumenti informatici per individuare e misurare le classi sociali, e si pianificano interventi per dividerle fra poveri e ricchi, esattamente come accadeva nell’Inghilterra vittoriana e all’inizio della prima rivoluzione industriale quando la borghesia si costruiva i propri quartieri a bassa densità, e destinava gli operai nei quartieri ghetto. Oggi è tutto più facile per l’élite grazie al capitalismo e l’uso delle rendite poiché è sufficiente alzare i prezzi per escludere i lavoratori salariati. Ciò è accaduto in tutti i principali comuni d’Italia, sin dagli anni della ricostruzione post bellica, il razzismo dei ricchi contro i poveri ha sfruttato prima la manodopera dei contadini condotti nelle fabbriche e poi espulsi dalle città pianificando la gentrificazione. E’ il comportamento competitivo insito nell’economia che mercifica tutto e non si occupa delle prerogative tipiche della specie umana, dotata di creatività, sentimenti e qualità morali delle persone. Che genere di individuo ha costruito il capitalismo? In una società come la nostra, la maggioranza degli individui trova rispetto e ammirazione per le immagini proposte dalla pubblicità e dagli affari. Secondo l’accezione capitalista l’industria delle armi è lavoro produttivo, insegnare a dei bambini come curare un malato è improduttivo. Può apparire strano ma non lo è, l’uomo aveva un’aspettativa di vita molto ridotta quando era cacciatore per le ragione banali che possiamo intuire, ma era libero nel senso concreto del termine, poteva scegliersi il proprio destino e sviluppò il senso di comunità per proteggersi. Oggi la nostra aspettativa di vita è molto lunga ma non viviamo da uomini liberi, siamo schiavi e non riusciamo più a sognare un modello di società che ci renda liberi e felici, che consenta ai noi stessi e ai nostri figli di scegliersi il proprio percorso di vita. In termini pratici non viviamo, sopravviviamo!

Qual è il possibile rovesciamento? Uscire dallo stupido materialismo capitalista che ha programmato milioni di poveri. Le tecniche usate dall’élite sono alla portata di tutti. Si può usare il GIS per programmare speculazioni e gentrificazione, ma si può usare per programmare la rigenerazione urbana e territoriale. Si può usare l’informatica per raccogliere dati sulla povertà e risolverla. Il nostro problema è culturale poiché siamo ancora convinti che la moneta sia ricchezza, quando è lo sterco del demonio. Se non siamo più schiavi della moneta, possiamo tendere all’uguaglianza per consentire alle persone di scegliere un proprio percorso di crescita spirituale e materiale. Dobbiamo riprogrammare la nostra cultura e rinchiudere la moneta nel posto giusto: è un metro di misura. Poiché la moneta non è più creata da un equivalente controvalore, tangibile com’era l’oro, oggi la moneta circola solo perché imposta a corso forzoso e caricata di fiducia (la fiducia dei famigerati mercati), se non esistesse l’imposizione legale chiunque potrebbe inventarsi una moneta, e nella realtà questo già avviene in parte (la scontistica usata dalla grande distruzione è una forma di moneta). La creazione e il controllo della moneta è sia lo strumento primario del capitalismo e sia l’energia della società moderna, ma rimane un’invenzione dell’uomo poiché noi viviamo grazie alla fotosintesi clorofilliana. Oggi la moneta è agevolmente monitorata con i mezzi informatici e l’uguaglianza si potrà ottenere solo se lo Stato torna sovrano ponendo fine ai ricatti della religione neoliberale e dell’associazione per delinquere insita nella triade: le agenzie di rating, la banca dei regolamenti e il gruppo dei trenta, e il potere mediatico. I più fessi credono che il potere di emettere moneta nelle mani dello Stato possa far svalutare la moneta stessa (e la Cina allora?). L’élite, attraverso l’invenzione del capitalismo e l’evoluzione degli strumenti finanziari, ha accumulato la più grande somma di capitali che si potesse mai immaginare realizzando la più grande disuguaglianza monetaria di tutti i tempi. Oggi la triade si serve dei media e dei servi chiamati economisti ortodossi, i custodi dell’immorale disuguaglianza, poiché seguono i dogmi della loro religione, ben ripagati e retribuiti fregandosene dei diritti altrui e dei limiti imposti dalla natura, la legge dell’entropia. La stregoneria degli economisti ortodossi sarà giudicata dalla storia come la stupidità dei fondamentalisti inquisitori di Torquemada. Nell’attuale recessione innescata dalla crisi strutturale interna al capitalismo c’è il problema della moneta debito (la sovranità monetaria), che sta ostacolando lo sviluppo umano dentro l’euro zona per favorire aree centrali e sfavorire aree periferiche, mentre il resto del mondo ovviamente fa ciò che crede. Basti osservare gli accordi dei BRICS e dell’ALBA che costituiscono sistemi politici economici diversi dal controllo dell’élite occidentale ma insistono ancora sul piano ideologico del capitalismo, soprattutto i BRICS copiando l’energivoro stile di vita occidentale contribuiscono al collasso del pianeta Terra, mentre ALBA ha un approccio socialista. Questo enorme castello crolla se noi la smettiamo di sostenerlo continuando a votare per i nostri carnefici, e dobbiamo maturare uscendo dal consumismo compulsivo per investire energie mentali su noi stessi e la politica, è la conoscenza la nostra salvezza.

Nell’euro zona una soluzione pratica sarebbe più vicina di quello che si può pensare, se ci fosse una classe dirigente responsabile e consapevole di eliminare le disuguaglianze create dal capitalismo. Per dare energia allo sviluppo e aggiustare le città è sufficiente osservare i criteri economici e finanziari che giudicano gli investimenti. La valutazione degli investimenti poggia sui criteri di “sostenibilità economica” e “sostenibilità finanziaria”. I Governi possono stabilire che la parte della “sostenibilità economica” (in realtà si tratta di convenienza economica poiché misura il ritorno economico degli investitori) è finanziata con moneta sovrana a credito. Entrando nel merito, per liberare le capacità creative utili a migliorare la qualità della vita è sufficiente darsi criteri non speculativi seguendo l’etica, e utilizzare la moneta sovrana a credito per la coesione sociale ponendosi limiti bioeconomici per impedire il collasso del pianeta. Lo Stato moderno è l’invenzione dei liberali per addebitare agli schiavi i costi di opere e interventi (una parte del salario dei lavoratori), noi ci troviamo ancora in quest’epoca che volge al termine. Per uscire da questo regime autoritario dobbiamo inventare un nuovo sistema che usa un metro di misura (moneta a credito) per pagare i costi di opere e interventi di interesse pubblico (etica e uguaglianza). Questo sistema già esiste ed è noto, viene chiamata MMT, ed anch’esso ha il limite di ignorare la bioeconomia ma ha la virtù di liberare i popoli dalla schiavitù. E’ necessario condurre la teoria monetaria nell’alveo della fisica poiché la nostra specie vive e sopravvive in un sistema chiuso, dettato dalle leggi della chimica e non dalle invenzioni dell’economia che hanno schiavizzato e ucciso milioni di persone. In quest’ottica si compie una vera rivoluzione poiché si risolvono due cose fondamentali: si riducono le tasse ai lavoratori (il cosiddetto cuneo fiscale, facendo aumentare notevolmente la parte che va in tasca alle persone) e si elimina il profitto speculativo dagli obiettivi di interesse sociale, compresa l’urbanistica, pagando solo i costi delle trasformazioni (riducendo il prezzo finale di opere e interventi poiché privo di rendita). E’ l’avidità del profitto che spreca risorse finite, è l’avidità che distrugge ecosistemi e ambiente. In ogni città vi sono alcune famiglie italiane che accumulano capitali senza lavorare sfruttando le rendite immobiliari attraverso i vantaggiosi contratti con gli Enti pubblici (l’esempio classico sono gli uffici pubblici che pagano affitti poiché sono allocati in edifici privati). Restituendo la sovranità monetaria si potrà eliminare il concetto di rendita fondiaria e immobiliare, e sconfiggere le famigerate rendite di posizione che oggi lucrano sui ceti meno abbienti e rubano risorse allo Stato. Abbiamo trovato il sacro graal!!! Il ragionamento sopra esposto non è un segreto, è noto, e domani mattina i Governi, che hanno rinunciato alla sovranità monetaria, potrebbero decidere di riprendersi questo potere per gli investimenti d’interesse generale e finanziare la coesione sociale, cioè lo sviluppo umano. La guerra politica che si è svolta in Grecia, e persa da Syriza, riguarda proprio questi poteri. Questa guerra non è terminata poiché il cancro del capitalismo sta crescendo in tutto l’occidente e sta ridimensionando la specie umana, non l’élite che governa. Gli schiavi non sono solo i popoli rinchiusi negli slums ma sono tutti i salariati dell’occidente, ed oggi la schiavitù tocca anche i cosiddetti professionisti. Gli squilibri demografici presenti nell’occidente indotti dal capitalismo, ed i problemi concreti del sistema sociale e previdenziale, che riguarda tutte le generazioni, non si possono risolvere restando nel piano culturale sbagliato, tali squilibri sono una bomba ad orologeria dilazionata nel tempo che si può disinnescare uscendo dalla schiavitù del capitalismo.

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Agenda urbana?

Il 30 maggio 2016 i Governi europei si incontreranno ad Amsterdam per discutere di Agenda urbana rispetto alle proposte suggerite dall’attuale semestre europeo guidato dai Paesi Bassi che risveglia le politiche urbane. Gli assi tematici suggeriti sono quattro: qualità dell’aria, housing, povertà, integrazione di rifugiati e migranti. Finora si sono ispirati alle esperienze olandesi e londinesi (finanza alternativa, co-design delle politiche pubbliche, imprenditoria sociale, economia circolare, community building). Osserviamo subito che l’approccio e persino i temi proposti per l’agenda urbana europea, sono influenti e persino fuorvianti sui reali problemi delle città italiana che hanno altre priorità. L’Italia soffre di cattiva amministrazione, ed ha la necessità di operare un cambio di scala territoriale in funzione della nuova armatura urbana italiana, deve fare una riforma sul regime dei suoli, e deve investire sulla prevenzione del rischio sismico e idrogeologico, poi la conservazione dei centri storici e la rigenerazione della zone consolidate.

Com’è noto il diritto urbanistico olandese e anglosassone sono profondamente diversi da quello italiano; nel nostro paese proprietà privata, rendita e abusivismo hanno guidato le scelte del governo del territorio, mentre in Olanda e altrove lo Stato ha pianificato concedendo l’uso del diritto di superficie, ed oggi proprio l’Olanda sperimenta nuovi modelli insediativi. Nel secolo scorso Inghilterra, Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia e Germania hanno sfruttato il ruolo sociale dello Stato per regolare il cosiddetto regime dei suoli detenendo un ruolo di regia pubblica per programmare la costruzione della città (pubblicizzazione dei suoli). In Italia, anche durante il regime fascista, abbiamo sempre favorito gli interessi privati rifiutandoci di usare la prevalenza dell’interesse generale e la concessione del diritto di superficie per pianificare correttamente. In Italia è il mercato (cioè i cittadini acquirenti) che paga i costi della pianificazione piegando il disegno urbano ai capricci e gli interessi privati e di chiunque voglia fare profitto, di fatto contraddicendo il ruolo dell’urbanistica. Nonostante il migliore approccio dei paesi nordici il capitalismo ha creato danni anche in quei paesi favorendo il fenomeno chiamato gentrificazione, ma il disegno urbano è stato condizionato molto meno e di fatto negli ultimi settant’anni la qualità urbana a Londra, Parigi, Berlino, Copenhagen, Amsterdam, Helsinki, Barcellona è cresciuta mentre è peggiorata in Italia. All’inizio del secolo Novecento Ulm, in Germania, acquistò suoli e costruì quartieri e case rivendendole a prezzo di costo, cancellando di fatto il profitto dall’urbanistica. In questo secolo, l’Amministrazione di Parigi acquista appartamenti in centro storico, li ristruttura, e poi li concede a prezzi calmierati ai ceti meno abbienti per contrastare la gentrificazione.

Per non farla lunga, nei decenni passati il nostro legislatore, avendo scelto di favorire gli interessi privati (la bocciatura della riforma proposta dal Ministro Sullo testimonia gli errori del legislatore), ha contribuito a costruire un’espansione delle città realizzata male e peggio, caratterizzata generalmente da una scarsa qualità edilizia, sia essa privata o pubblica, con l’aggravante di non avere una connotazione estetica. Poiché il diktat compositivo del disegno urbano è la rendita, generalmente gli aggregati urbani privati costruiti, a partire dagli anni ’50, non hanno un adeguato rapporto fra spazio pubblico e privato, dagli anni ’70 in poi quelli pubblici hanno indici generalmente migliori. Quando il nostro Paese ha provato a recuperare standard per obbligo di legge (DM 1444/68), solo in alcuni comuni si è riusciti a porre limiti al disordine urbano; in molti altri gli amministratori hanno truccato i piani e gli indici per continuare a favorire gli interessi privati, ed oggi nel nuovo millennio ereditiamo ambienti urbani generalmente privi di una qualità urbana e architettonica, e conseguentemente degradati.

Per capire bene le contraddizioni del processo politico chiamato Agenda urbana, uno dei soggetti che suggerisce le politiche è la lobby politica dell’ANCI, l’associazione dei Sindaci che in questi decenni ha contribuito a consumare inutilmente il suolo agricolo, e pensa di potersi scrivere la propria policy seguendo la logica auto referenziale del consenso, lo fa ignorando appositamente la professionalità dei pianificatori più scomodi e scegliere, solitamente, l’archistar. Se leggiamo i manifesti dei progettisti (INU, eddyburg, SIU, CNAPPC) scopriamo l’acqua calda, e cioè gli esperti che si occupano di risolvere problemi concreti suggeriscono pianificazioni diverse, mentre i politici sono preoccupati di vendere se stessi assecondando le rendite di posizione. Anche determinate associazioni si sono piegate allo spirito del tempo capitalista, ma nei loro dissidi interni si possono leggere i conflitti che aiutano a compiere scelte etiche.

Prima di tutto, dobbiamo comprendere che occuparsi di politiche urbane significa occuparsi della maggioranza degli esseri umani, e questo indica pianificare il futuro delle persone. L’Agenda urbana che si sta costruendo è del tutto immatura rispetto al contesto italiano principalmente perché ha un approccio indicativo con buone intenzioni, e perché non c’è fra i suoi obiettivi la qualità urbana, entrando nel merito della composizione urbana. E’ tipico della cultura anglosassone esprimersi in maniera sintetica e superficiale senza andare al cuore dei problemi, ed è tipico dell’UE dare indicazioni senza un’adeguata copertura finanziaria rendendo vane, persino le semplici raccomandazioni. Com’è noto L’UE non è uno Stato sovrano libero dai ricatti del cosiddetto libero mercato, e tutta l’architettura finanziaria dell’UE è profondamente sbagliata poiché si basa sull’economia del debito favorendo l’usura degli istituti bancari e non gli obiettivi delle singole indicazioni politiche. I criteri economici che determinano il giudizio su piani e progetti sono inadeguati e privilegiano il profitto dei privati. Per capirci meglio la Repubblica italiana aveva la libertà e la sovranità di spendere con finanziamenti diretti mentre l’UE vieta gli aiuti di Stato, un atteggiamento così stupido, quello dell’UE, che favorisce gli interessi privati delle imprese, e annulla il ruolo sociale dello Stato.

Nel nostro paese i problemi delle aree urbane sono enormi ma non impossibili. I rapporti della Società italiana degli urbanisti sono ampi ed entrano nel merito delle questioni in essere, mostrando consapevolezza e proposte per trasformare le città, certo non c’è un’unanimità su tutte le questioni ma il dibattito è vivo. Nella sostanza gli addetti ai lavori sanno dove e come intervenire, ma da circa vent’anni la classe dirigente ha tolto le politiche urbane dalle priorità del legislatore, generando un’inerzia che crea danni al territorio e alle aree urbane. Passi andrebbero compiuti nella giurisprudenza e nell’economia per adeguarle al disegno urbano capace di offrire diritti e uguaglianza. Per entrare nel merito ci vorrebbe ben altro che un’Agenda urbana, ma un serio programma di recupero urbano come fece Patrick Abercrombie, ma soprattutto è necessario partire da un’analisi accurata delle forme insediative, dei tessuti urbani da recuperare, e dei problemi sociali ed economici italiani, che sono molto diversi da quelli dei paesi “centrali”. Ad esempio, se si partisse dal pianificare i sistemi locali con l’approccio di bio regione sarebbe un passo in avanti, mentre in ambito urbano è doveroso favorire la rigenerazione dei tessuti esistenti. Senza esagerare, alcune nostre periferie assomigliano sempre più ai sobborghi del primo periodo industriale, mentre il nostro mezzogiorno andrebbe pianificato sempre seguendo il concetto di bio regione urbana, bonificato da un obsoleto sviluppo industriale, e i centri urbani collegati da linee ferroviarie (La Puglia con la Basilicata e la Campania, la Sicilia e la Sardegna). Altro che semplici raccomandazioni, l’Italia dovrebbe produrre una propria Agenda urbana andando nella corretta direzione immaginata anche dall’ex Ministro Barca per finanziare la cosiddetta coesione sociale e sviluppando programmi coinvolgendo gli abitanti. L’approccio più serio per rigenerare città e territorio è l’analisi della morfologia urbana, e sotto questo aspetto gli urbanisti italiani danno un contributo efficace, in special modo sull’analisi tipologica e sulla conservazione facendo scuola. All’Italia serve investire in settori utili come la prevenzione per tutelare la salute umana, il cibo, l’arte e la cultura. Le nostre priorità sono: mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico; rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità; riusare e riciclare le acque in area urbana; attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale; attrezzare le aree interne e le aree montane; valorizzare la mobilità sostenibile e lenta; e rigenerare le aree urbane per conservare i centri storici e le zone consolidate per impedire il consumo del suolo agricolo. Per vedere realizzati questi obiettivi è necessario entrare negli storici interessi che hanno costruito un’Italia peggiore: il capitalismo delle rendite di posizione e la proprietà privata. Se desideriamo uscire dalla schiavitù mentale del capitale dobbiamo necessariamente ripensare le fondamenta di una società costruita sull’egoismo e sull’avidità, e quindi uscire dalla stupida economia neoclassica che ha condizionato negativamente il disegno urbano e territoriale. E’ noto che l’economia ignora l’entropia, e per questo motivo andrebbe messa da parte per usare il modello figlio della bioeconomia di Roegen-Georgescu.

I limiti per trasformare le nostre città sono culturali ed economici, ma per rigenerare seriamente gli ambienti urbani è necessaria la volontà politica, e questa manca. Il merito di parlare di agenda urbana sta nel fatto di stimolare l’apertura di un dibattito pubblico, ma crea anche frustrazioni agli urbanisti italiani poiché all’estero le trasformazioni si pianificano e si eseguono, mentre in Italia la storia ci ha insegnato che la nostra classe dirigente ha sfruttato l’urbanistica per creare consenso e distruggere bellezza. Per cambiare dovremmo “semplicemente” cambiare classe dirigente e stimolare le coscienze addormentate dei cittadini, anche perché, dove la speculazione è stata realizzata, i danni li hanno subiti proprio i cittadini, spesso inconsapevoli delle logiche che creano i piani.

Priorità e appunti per l’Agenda:

  • Cambiare la scala territoriale osservando le nuove città (aree urbane estese) costituite da comuni centroidi e conurbazioni.
  • Osservando le nuove città: adottare piani regolatori generali bioeconomici che applicano il metabolismo urbano e si occupano di recuperare i centri e rigenerare le zone consolidate, senza nuove espansioni.
  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario, oppure cancellare il valore economico dei suoli (siano essi edificabili o non).
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.
  • Pianificare i sistemi locali con l’approccio bioregionalista.
    • mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico;
    • rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità;
    • riusare e riciclare le acque in area urbana;
    • attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale;
    • attrezzare le aree interne e le aree montane;
    • valorizzare la mobilità sostenibile e lenta;
  • Trasformare i piani espansivi in “piani di quarta generazione”. Rigenerare i tessuti urbani esistenti e recuperare gli standard mancanti con l’approccio bioeconomico.
  • Recuperare i centri storici con l’approccio conservativo.

metabolismo circolare città

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