Consumo di suolo

ISPRA grado di urbanizzazione 2019
ISPRA, grado di urbanizzazione, 2019.

La questione del consumo di suolo è divenuta sempre più presente poiché sono molto evidenti i danni ambientali e le crisi sociali create dalle istituzioni politiche che adottano un paradigma culturale obsoleto e dannoso: il capitalismo.

Cos’è il consumo di suolo? Nella letteratura urbanistica il consumo di suolo si misura con la variazione fra crescita dell’area urbanizzata e riduzione dell’area di suolo agricolo. E’ consuetudine che l’espansione urbana avvenga suoi suoli agricoli e ciò si determinata con cambi di destinazione d’uso delle aree, indicati nel piano regolatore generale. Il consumo di suolo agricolo si concretizza con la costruzione di opere edilizie (private e pubbliche) e di opere di urbanizzazione primaria. Le leggi della fisica ci insegnano che per l’esistenza dell’entropia, cioè per ragioni chimiche e fisiche, non esiste un processo inverso per ricostituire il suolo agricolo com’era prima (trasformazioni irreversibili). Cos’è il suolo? «E’ una pellicola che avvolge tutto il pianeta che ha uno spessore che varia da 70 a 200 centimetri, ed è un organo vitale perché regola tutte le relazioni fra interno, superficie e esterno ma soprattutto perché è un laboratorio di energia e materia prima che dà vita a tutto quel che c’è sopra. La pellicola di suolo di cui abbiamo esperienza è un prodotto molto antico, frutto di un susseguirsi di processi meccanici, chimici, fisici, geologici, tettonici e biologici lenti e inesorabili»[1]. Il suolo, una volta urbanizzato non può tornare come prima poiché impiega circa 500 anni prima di rigenerarsi[2]. A causa dei lunghi processi che costituiscono il suolo, esso è considerato una risorsa non rinnovabile, ed è per questo motivo che i processi di urbanizzazione e di espansione urbana sono considerati irreversibili.

Secondo l’Ispra, il consumo di suolo è definito come la variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (suolo consumato). Il consumo di suolo netto è valutato attraverso il bilancio tra il consumo di suolo e l’aumento di superfici agricole, naturali e seminaturali dovuto a interventi di recupero, demolizione, de-impermeabilizzazione, rinaturalizzazione o altro (Commissione Europea, 2012). Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente le superfici a copertura artificiale (EEA, 2019) sono:  “tutte le superfici dove il paesaggio è stato modificato o è influenzato da attività di costruzione sostituendo le superfici naturali con strutture artificiali abiotiche 2D/3D o con materiali artificiali. Le parti artificiali di aree urbane e suburbane, dove l’umanità si è stabilita con infrastrutture insediative permanenti; inclusi anche gli insediamenti in aree rurali. Le aree verdi in ambiente urbano non devono essere considerate come superfici artificiali”.

Come si misura il consumo di suolo? Secondo l’Istat si definisce consumo di suolo il territorio antropizzato in maniera irreversibile che ha perso le sue originarie caratteristiche naturali, quindi non solo le superfici “sigillate” o “impermeabilizzate”. L’Istat misura sia il suolo antropizzato lordo (SAL), ottenuto dalla somma della superficie dei centri abitati, dei nuclei abitati, delle località produttive (aree urbane), e della componente antropizzata presente nelle aree extra-urbane;  e sia il suolo antropizzato netto (SAN), ottenuto sottraendo alla SAL dei centri abitati le aree verdi e/o naturali presenti, di dimensioni significative (parchi urbani, vegetazione spontanea, aree agricole urbane, acque e zone umide); nelle aree extra-urbane sono state escluse le strade sterrate (stimate in base all’ampiezza della carreggiata). Infine vengono considerate antropizzate anche quelle porzioni di territorio intercluso tra “oggetti” tipicamente artificiali, come ad esempio le aree di pertinenza delle abitazioni e/o degli edifici.

Prendendo a riferimento la superficie antropizzata netta (quantità che si ritiene più congrua per approssimare il consumo di suolo in Italia) nel 2017 si stima che lo stock di territorio, a vario titolo reso antropizzato, ammonti a quasi 28mila km2, pari al 9,3% della superficie nazionale. In termini di superficie antropizzata lorda, quantità che deriva dalla considerazione dei vincoli più ampi determinati dall’operato dell’uomo sul territorio, si superano di poco i 33,5mila km2 pari a un’incidenza dell’11,1%. L’incidenza totale della SAN (9,3%) si può scomporre in due componenti: 6,2% è il peso delle aree urbanizzate mentre il 3,1% afferisce al territorio al di fuori del loro perimetro (aree extra-urbane delle località abitate) e contribuisce a generare il cosiddetto fenomeno della città diffusa (“urban sprawl”).

Perché aumenta il consumo di suolo? Com’è possibile intuire il consumo è condizionato principalmente da un fattore culturale dominante: il capitalismo e specificatamente dalla rendita fondiaria e immobiliare, e poi da un bisogno primario: abitare (demografia). Nell’attuale fase storica delle urbanizzazioni mondiali, il consumo di suolo agricolo è in forte crescita in Asia e in Africa, mentre non accenna a fermarsi in Occidente nonostante il fenomeno della contrazione demografica delle città, già industriali, trasformatesi in aree urbane estese poiché si sono saldati i comuni centroidi con i centri minori. In Asia e in Africa cresce l’urbanizzazione (nuove città e crescita fisica di quelle esistenti) e quindi si consuma suolo agricolo; in Occidente si ha la contrazione demografica delle città principali (quindi non dovrebbe crescere il consumo di suolo ma…) ma cresce il consumo di suolo agricolo sia perché crescono i comuni limitrofi ai grandi centri, e sia perché i grandi centri pianificano ugualmente nuove lottizzazioni su suoli agricoli.

Come fermare il consumo di suolo? In Occidente, è possibile limitare o arrestare il consumo di suolo agricolo adottando piani urbani che non prevedono nuove espansioni ma riutilizzano le aree già urbanizzate e abbandonate. In Italia, sarebbe saggio realizzare un cambio di scala amministrativa leggendo le nuove strutture urbane dentro i Sistemi Locali del Lavoro, e stimolare piani urbanistici intercomunali bioeconomici, anche perché i principali aumenti del consumo di suolo si sono avuti nei comuni medi e piccoli, limitrofi ai grandi centri. Promuovendo l’Unione dei comuni fra centroidi e conurbazioni con un approccio bioeconomico, sarà possibile dimensionare correttamente gli standard entro le nuove strutture urbane che utilizzano aree già urbanizzate, di fatto eliminando il consumo di suolo agricolo. E’ necessario, inoltre, correggere le storture create dalla deregolamentazione della rendita urbana, proprio per limitare il consumo di suolo oggi favorito da piani speculativi, e quindi attraverso una riforma del regime giuridico dei suoli (Sullo docet). Il legislatore deve ripristinare il ruolo pubblico dello Stato coordinando correttamente il disegno urbano, e stimolando forme partecipative popolari al processo decisionale della politica.

consumo suolo livello regionale ISPRA 2019
ISPRA 2019

Dal punto di vista dell’urbanistica è importante valutare il grado di urbanizzazione, rappresentato dalla densità della copertura artificiale (Grado di urbanizzazione e tipologia di tessuto urbano). I dati ISPRA mostrano che la Lombardia ha la maggior estensione di aree urbane (ad alta densità di superfici artificiali) per oltre 176.000 ettari, pari a quasi il 20% del totale delle aree urbane nazionali, seguita dal Veneto (poco meno di 100.000 ettari e oltre l’11% delle aree urbane italiane) e dall’Emilia-Romagna (quasi 81.000 ettari). I valori di superfici urbane più bassi sono invece in Valle d’Aosta (meno di 1.500 ettari) e Molise (poco più di 2.000 ettari).

Sempre secondo l’ISPRA, «in tutte le regioni italiane si registra, negli ultimi anni, seppur in misura diversa, una lenta trasformazione da aree rurali ad aree suburbane e urbane. Il territorio del Veneto (quasi 2.000 ettari) e della Lombardia (oltre 1.300 ettari) ha ospitato il 40% degli oltre 8.000 ettari di nuove aree urbane tra il 2016 e il 2018. Gli incrementi maggiori di aree urbane, tutti ben al di sopra del valore nazionale (+0.93%), hanno interessato il Veneto (+1,99% pari a 1.921 ettari), Trentino-Alto Adige (+1,61%), Basilicata (+1.48%), Molise (+1,42%) e Friuli-Venezia Giulia (+1,42%). Le caratteristiche morfologiche delle aree urbane possono essere valutate anche considerando la densità delle aree urbane. In particolare, l’Indice di dispersione, ovvero il rapporto tra la superficie urbanizzata discontinua (aree a media/bassa densità) e la superficie urbanizzata totale (aree ad alta e media/bassa densità), per la maggior parte delle regioni assume valori al di sopra del valore medio nazionale di 84,96%, indicando una complessiva prevalenza della dispersione».

indice di dispersione ISPRA 2019
ISPRA 2019
indice di dispersione aree urbane PRIN postmetropoli
PRIN Postmetropoli, indice di dispersione delle aree urbane
consumo suolo livello comunale ISPRA 2019
Consumo di suolo livello comunale, ISPRA 2019.

Un altro dato ISPRA molto interessante mostra che «a livello nazionale, circa il 58% di cambiamenti sono avvenuti in aree a media o bassa densità di suolo consumato, a cui si aggiunge un ulteriore 10% in aree molto dense. In particolare, le Regioni che presentano la percentuale maggiore nelle aree artificiali non dense sono Liguria e Lombardia con il 71%, mentre nelle aree dense i valori più elevati si riscontrano in Liguria ed Emilia-Romagna (rispettivamente con il 18% e il 16% dei cambiamenti). Il 32% dei cambiamenti, invece, è avvenuto in contesto prevalentemente agricolo o naturale. Dall’analisi emerge, pertanto, che le aree urbane a bassa densità sono evidentemente più esposte al consumo suolo, probabilmente a causa della predisposizione in questi territori alla saturazione di spazi liberi interclusi nelle aree già artificializzate».

consumo suolo tipologia area urbana ISPRA 2019
Consumo di suolo per tipologia di area urbana, ISPRA 2019.

creative-commons

 

 

[1] Paolo Pileri, Che cosa c’è sotto. Il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo, Altreconomia, 2016, pag.21.

[2] Ibidem, Paolo Pileri è professore associato di “Pianificazione e progettazione urbanistica” al Politecnico di Milano.

Utopia concreta

Piano delle identità
Piano delle identità, fonte Ptcp 2012.

L’utopia è la forza creativa che stimola la costruzione di una società migliore, per rimuovere le disuguaglianze, favorire lo sviluppo umano e tutelare l’ambiente. Nel corso dei secoli si sono avuti numerosi esempi di utopie, alcune realizzate, talune costruite parzialmente e molte altre rimaste inattuate. Lo sviluppo più acuto dell’utopia concreta si ebbe nel secolo Ottocento, poiché il capitalismo mostrava a tutti, non solo le enormi disuguaglianze economiche e sociali, ma anche i danni ambientali ed i gravi problemi d’igiene urbana. Da quel periodo in poi nascono numerose soluzioni tecnologiche per rimuovere i problemi di insalubrità nelle città inquinate, mentre si realizzano numerose contraddizioni per le disuguaglianze economiche e sociali. Nel nuovo millennio restano i problemi economici, sociali, ambientali con un aumento delle disuguaglianze per la prevalenza della religione capitalista, e per l’assenza di una corretta programmazione economica indirizzata e coordinata dallo Stato, che rinuncia ai propri poteri per favorire il disordine sociale creato dal famigerato libero mercato.

All’interno della periferia economica europea, cioè il Mezzogiorno d’Italia, la complessa struttura urbana salernitana (da M. S. Severino-valle dell’Irno, Salerno comune centroide, fino a Battipaglia) ha tutti i sintomi di un corpo malato che sta morendo lentamente sotto l’inedia e l’inerzia della propria classe dirigente. Questi alcuni fenomeni: la contrazione demografica del comune centroide (Salerno), l’inquinamento, l’inquietudine urbana, la dispersione (sprawl), il consumo di suolo agricolo, la carenza di standard minimi e il disordine urbano, e infine: l’assenza di un adeguato piano. Il quadro di conoscenza del territorio e le patologie innescate dall’ideologia liberista rappresentano i temi di partenza per rigenerare il territorio; un’analisi dello stesso è anticipata nel Ptcp 2012. Per avviare un piano ispirato all’utopia concreta, il comune centroide può legittimamente stimolare la nascita di un piano bioeconomico intercomunale rispetto alla struttura urbana estesa (11 comuni) perché questa è la nuova città consolidatasi da almeno due decenni. Sono tutti salernitani gli abitanti di questa struttura urbana estesa dove si consumano, si sviluppano e si mobilitano due stili di vita contrapposti: l’individualismo e il comunitarismo; ed è questa l’area dei flussi fisici e dei flussi virtuali. La realtà delle relazioni (i flussi), ripeto: consolidatesi da almeno due decenni, rende del tutto obsoleto l’attuale livello delle amministrazioni comunali perché questi confini sono fuorvianti, inutili e persino dannosi rispetto all’intensità dei flussi e delle relazioni degli abitanti che vivono e consumo un suolo di area vasta. La realtà urbana dovrebbe essere amministrata da un unico comune, ma nell’attesa che avvenga il cambio di scala, le attuali amministrazioni possono avviare lo studio del piano intercomunale con approccio bieconomico per offrire occasioni di sviluppo umano applicando la sostenibilità forte.

Pianificazionearchitettura e design urbano sono gli strumenti culturali per rigenerare l’area urbana estesa. Ad esempio, nel campo della pianificazione, l’area urbana estesa necessita di nuovi sistemi di mobilità per trasformare lo spazio fisico in funzione dei flussi (autobus, taxi, metropolitana, biciclette, percorsi pedonali, isole pedonali) e unire scuole, cura dei bambini, parchi, tempo libero, istituzioni e posti di lavoro. Le relazioni determinano flussi fisici e flussi virtuali, e queste si sviluppano a prescindere dallo specifico contesto di riferimento. Un corretto disegno urbano tiene conto di queste apparenti contraddizioni tipiche della società delle reti, e progetta un efficiente sistema di mobilità intelligente integrato ai servizi, al lavoro e al tempo libero. Nel campo dell’architettura è necessario progettare edifici di senso e non più merci edilizie, non più simboli del consumismo, e nel campo del design urbano è altrettanto necessario progettare luoghi di senso (lo spazio pubblico) facendo recuperare i legami tipici delle comunità. Lo spazio è l’elemento chiave della connessione fra persone che si contrappone alla città dei consumi (i centri commerciali). Particolare attenzione bisogna porre proprio alla dimensione umana realizzando luoghi vivaci, sicuri, sostenibili e sani, tutto ciò aumentando l’interesse per i pedoni, i ciclisti e la convivialità cittadina. Questa vivacità aumenta quando più persone sono invitate a camminare, a usare la bicicletta e stare negli spazi urbani. La sensazione di sicurezza aumenta quando gli spazi pubblici sono attrattivi e sono datati di una variazione di funzioni urbane. La sostenibilità si ottiene integrando la bicicletta col trasporto pubblico, e quando l’uso della bici è una parte naturale quotidiana.

SLL Salerno istat 2017

creative-commons

Per i sociologi dell’ambiente

Questo è il mio umile contributo per il XII convegno dei sociologi per l’ambiente presso Università di Salerno. 27 settembre 2019. Parte III – sessioni in parallelo. Sessione B: La bioeconomia tra modernizzazione ecologica e nuovi cicli di accumulazione capitalistica. Titolo del mio contributo La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomica. L’intenzione è stimolare un dibattito pubblico sui noti problemi causati dal paradigma culturale dominante, il capitalismo, che negli ultimi decenni ha accelerato la crisi ambientale, ed ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali (economiche, sociali e di riconoscimento). La proposta è semplice ma radicale: cambiare il paradigma culturale di riferimento e approdare sul piano bioeconomico, perché ciò può favorire una corretta interpretazione dei territori e di conseguenza, può favorire la costruzione di nuovi piani urbanistici, maggiormente aderenti ai valori e ai principi costituzionali che indicano la tutela dell’ambiente e del paesaggio così come la rimozione degli ostacoli di ordine economico per rimuovere le disuguaglianze.

Il convegno mette al centro della discussione le modalità secondo cui i rapporti politici, sociali ed ecologici si sono riorganizzati e si stanno riorganizzando all’interno del periodo che in molti riconoscono e definiscono come antropocene.

Le aree urbane, la loro crescita e i processi di trasformazione urbana rappresentano una delle attività più impattanti circa l’uso delle risorse limitate del pianeta. Le complesse relazioni sociali degli abitanti sono condizionate dallo spirito del tempo: il capitalismo, fino a coniare il termine “capitalocene”. Condurre il concetto di bioeconomia nei piani di trasformazione urbana, ha la chiara intenzione di ripensare le relazioni sociali, non solo al fine di mitigare le crisi ambientali ma di offrire una prospettiva di sopravvivenza agli abitanti. Un piano urbano bioeconomico rompe la dipendenza delle aree urbane dagli idrocarburi, e può mutare i processi di accumulazione capitalista tipici delle rendite fondiarie e immobiliari. Il cosiddetto metabolismo urbano, con l’analisi dei flussi in ingresso e in uscita, è in grado di costruire meta-progetti e quadri culturali individuando le funzioni territoriali per orientare i piani all’uso razionale dell’energia e valutare l’impatto sociale delle scelte. Ad esempio, la scuola territorialista con la valida proposta interpretativa della “bioregione urbana”, intende i valori identitari del territorio e delle comunità locali favorendone un corretto uso.

Secondo lo scrivente, l’auspicio è quello di ridurre lo spazio del mercato per aumentare lo spazio delle comunità con scambi non necessariamente mercantili. Distinguendo i “beni” dalle “merci” anche nella valutazione dei progetti di trasformazione urbana è possibile eliminare gli effetti speculativi di progetti costruiti sul surplus delle rendite immobiliari. Un corretto disegno urbano può orientare e controllare tale processo per tutelare i ceti economicamente più deboli, così come può tutelare le risorse naturali e il paesaggio urbano. Nell’ambito urbano e degli insediamenti umani, l’approccio bioeconomico supera la dipendenza dagli idrocarburi e ripensa il processo di accumulazione capitalista, non lo elimina del tutto. Un’economia urbana bioeconomica consente alle città di accrescere mercati autarchici, si pensi all’autosufficienza energetica e al consumo di risorse locali, così come il riuso dei materiali, e questa strategia di mercato si integra al mercato globale, non lo sostituisce. La differenza fra il paradigma attuale e quello bioeconomico consiste nel fatto che il secondo aiuta le comunità locali nel ridurre la dipendenza da fattori esterni ai territori.

Nell’ambito bioeconomico, le aree urbane sono sistemi che riorganizzano i propri cicli cercando di chiuderli, cioè riutilizzano le risorse importate, e ottimizzano i flussi energetici riducendo la dipendenza dagli idrocarburi, attraverso l’impiego di un mix di tecnologie che sfruttano le fonti energetiche alternative. Oltre a ridurre l’impronta ecologica delle strutture urbane, attraverso un adeguato “progetto di suolo”, si possono costruire luoghi di relazione e servizi mancanti, e stimolare opportunità di nuova occupazione.

Salerno e la revisione decennale del PUC

puc revisione 2018 trasformazione urbana
tavola P0 trasformazione urbana, proposta revisione decennale PUC 2018.

L’Amministrazione comunale di Salerno si appresta ad aggiornare il proprio strumento di controllo sul governo del territorio: il Piano Urbanistico Comunale (PUC), già piano regolatore generale. In Italia, procedure e consuetudine amministrativa non prevedono efficaci strumenti di partecipazione popolare quando i Consigli comunali adottano il proprio documento amministrativo complesso, che determina la vita cittadina, dall’economia al benessere dei cittadini attraverso i servizi, il diritto alla casa, la mobilità, il verde pubblico … In questa fase, l’Amministrazione prevede che soggetti attenti (associazioni e cittadini) possano presentare osservazioni circa la proposta di revisione decennale del PUC di Salerno, e si tratta di mere osservazioni niente affatto vincolanti che l’organo politico può trascurare. I piani regolatori generali, in Campania chiamati PUC, sono considerati strumenti giuridici complessi in tutti sensi, e sono costituiti da disegni che indicano localizzazioni e zonizzazioni (destinazioni d’uso, indici urbanistici …), tematizzazioni, funzioni e attività, vincoli e patrimonio storico e naturale, agglomerazioni produttive, e norme tecniche che regolano l’attività edilizia che l’organo politico vuole adottare per governare il territorio. Nonostante questi atti siano molto importanti per gli abitanti, la partecipazione popolare dei cittadini non esiste, mentre l’assenza di processi partecipativi standardizzati scoraggia la partecipazione. Possiamo riconoscere che la pianificazione urbana è una disciplina completamente sconosciuta alle persone, mentre le istituzioni locali italiane non hanno alcun interesse nell’incoraggiare la comprensione e la partecipazione. Nel disinteresse generale, le Amministrazioni rinnovano i propri piani urbanistici e grazie a questa consuetudine poco edificante all’ombra dell’apatia cittadina si consumano i conflitti e gli interessi specifici delle classi dirigenti locali, abili nel condurre il gioco della pianificazione e nel cercare di trarre il maggior profitto possibile attraverso le localizzazioni delle proprie attività, cioè sfruttando le solite rendite fondiarie e immobiliari. Il territorio è considerato merce dai Consigli comunali, ma la Costituzione non lo considera tale e prevede che i piani adottino l’uso sociale dei suoli e la tutela del patrimonio storico e naturale.

A monte della crisi dell’urbanistica c’è una lunga decadenza della cultura politica italiana che ha abbracciato la religione capitalista liberista, ed ha rinunciato ad applicare la Costituzione repubblicana e i principi della legge urbanistica nazionale. Un’altra nota dolente è la famigerata riforma costituzionale che ha devoluto competenze alle Regioni, e così il governo del territorio ha diritti e regole diverse fra Milano, Bologna, Roma e Napoli. A Bologna lo standard minimo è di 30 mq/ab, mentre a Salerno è di 20 mq/ab, di fatto realizzando disuguaglianze territoriali. Le disuguaglianze continuano: il diritto a edificare di un cittadino salernitano è misurato diversamente dal cittadino bolognese, così come il contributo che viene dato per costruire i servizi pubblici; a Bologna si realizzano (attraverso una perequazione efficace) mentre a Salerno le previsioni attuative spesso non si realizzano. L’urbanistica nasce per costruire diritti a tutti i cittadini, migliorare la vita di chiunque, ma in Italia numerose Amministrazioni usano questa disciplina per creare profitto a favore delle solite élites locali, trascurando la complessità dei problemi esistenti, trascurando le disuguaglianze economiche e sociali, e facendo scelte che allontanano i ceti economicamente più deboli, cioè spesso i piani interpretano il tipico razzismo dei capitalisti. In Campania, la legge urbanistica prevede che i piani possano adottare una perequazione di comparto e non quella diffusa. L’effetto di questa scelta politica, nella realtà, si traduce nell’impossibilità dell’Ente pubblico di raccogliere efficacemente soldi per costruire la cosiddetta città pubblica, cioè i servizi che mancano. Solitamente, i Comuni risultano abbastanza negligenti nel compiere il proprio dovere e costruire gli standard mancanti, lasciando questo compito ai soggetti privati come prevede il laissez faire al mercato. Nel caso salernitano, è già accaduto che le previsioni di piano fossero sbagliate e ottimistiche, e così le fasi attuative, spesso sono rimaste sulla carta, come mere promesse elettorali, in altri casi, altrettanto frequentemente i tempi di realizzazione si solo allungati, del doppio, del triplo, del quadruplo, trascurando il principio temporale della pianificazione. In altri casi, i piani attuativi si sono dimostrati dei fallimenti d’impresa. La costruzione della città è senza dubbio una procedura complessa e difficile, ma nel nostro paese non esiste un efficace controllo sul governo del territorio e sull’attività edilizia, e da troppi anni i Consigli comunali, ormai camere di registrazione di decisioni prese altrove, adottano piani edili e non più piani urbanistici. In Italia e in Campania, non esistono strumenti giuridici efficaci per finanziare la città pubblica, sia perché si rinunciò nel controllare il regime dei suoli (mancata riforma urbanistica, 1962 e il caso Sullo) e sia perché non esiste il recupero del plusvalore fondiario delle trasformazioni urbanistiche, cioè le istituzioni non controllano il mercato e non tassano la rendita immobiliare. Nella proposta di revisione decennale del piano urbanistico 2018 restano gli atavici problemi di una Salerno costruita dalla speculazione, fra gli anni della ricostruzione post bellica fino agli anni ’80. Ai vecchi problemi si aggiungono quelli “nuovi” circa i rischi degli investimenti edilizi apparentemente trasparenti, legati al riciclaggio nel mondo immobiliare e alle attività commerciali che riciclano denaro illecito. Affollamento, alta densità, carenza di servizi adeguati nelle aree centrali (disordine urbano e uso intensivo del territorio) e consolidate, e dispersione urbana sulle colline e sulle aree periurbane e rururbane restano dove sono. Persiste l’errata contabilità degli standard esistenti circa il verde pubblico (assegnazione impropria di aree a verde pubblico esistente, ad esempio il Corso, piazza Portanova …) per evitare di rispettare l’obbligo di costruire quelli mancanti, di fatto violando l’elementare cultura urbanistica, e questa cattiva interpretazione favorisce la rendita dei privati, che possono edificare nelle aree libere. Nel dimensionamento del piano ci si accontenta di far quadrare i numeri (viziati dall’assegnazione impropria) in maniera formale riportando i dati quantitativi, ma la complessa realtà urbana salernitana ci mostra tutti i limiti di una struttura urbana costruita male e carente di servizi adeguati. Nella relazione illustrativa sono esplicitati gli obiettivi della revisione: si punta al prolungamento nel tempo degli obiettivi precedenti (reiterazione dei vincoli espropriativi), e alla scommessa di una totale deregolamentazione del mercato immobiliare con la speranza di attrarre investimenti privati, ad esempio, in talune aree (marina di Arechi) si cambia la destinazione d’uso, perché sono scaduti i vincoli e i proprietari chiedono un ristoro, e si scommette per favorire attività turistiche ricettive lungo la fascia costiera, oppure impianti sportivi privati. Le scelte politiche dimostrano che il territorio è considerato merce per la mera accumulazione capitalista, nient’altro, e così manca un disegno di piano, manca l’urbanistica. Un’Amministrazione responsabile, che ha a cuore l’interesse pubblico, agisce per migliorare la morfologia urbana esistente poiché sbagliata, e costruisce standard adeguati alla città estesa (11 comuni). Nella relazione illustrativa la revisione di piano si rifà ancora a idee progettuali degli anni ’80 (la metropolitana comunale, il ripascimento delle spiagge, da Pastena al nuovo porto del Marina d’Arechi, il nuovo tratto della copertura del trincerone ferroviario), poi ritroviamo i vecchi comparti edificatori presentati come PUA (Piano Urbanistico Attuativo), 35 sono d’iniziativa privata e 10 sono d’iniziativa pubblica. Tutta l’attività di edilizia libera e pubblica si concentra in aree periurbane (Matierno, Rufoli, Sordina, Brignano, stadio Arechi, San Leonardo, Fuorni, Giovi), con l’eccezione di interventi previsti ai Picarielli e via Parmenide (cantieri in corso d’opera). Ancora una volta, come nella peggiore e cattiva consuetudine, all’aumento di carichi urbanistici in zone da lottizzare/te manca la pianificazione urbanistica della famosa cellula urbana (Neighbourhood unit) per garantire insediamenti a misura d’uomo. La revisione del piano è lo specchio della cultura capitalista liberista, in continuità con i piani edilizi degli anni trascorsi, incapace di interpretare il cambiamento avvenuto nella società e sul territorio, completamente trasformato dal capitalismo liberista durante gli ultimi trent’anni. La revisione, come nel PUC del 2005, auspica di attrarre investimenti privati e utilizza tutti i mezzi tipici del liberismo, dalla deregolamentazione alle famigerate zone economiche speciali. Un’altra anomalia della revisione del PUC riguarda la liberalizzazione e deregolamentazione dei carichi urbanistici presentati dai PUA di lottizzazione privata e localizzati in zone consolidate B; perché i PUA violano i principi delle norme quadro nazionali circa i limiti di altezze e densità previste per le zone B. In questo la revisione consente di realizzare la costruzione di edifici multipiano con altezze superiori a quelle esistenti e dentro le zone B.

La classe dirigente locale non sceglie un piano che costruisce un disegno di suolo e l’assetto del territorio, ed ignora il significato culturale di una rigenerazione urbana bioeconomica, il ceto politico locale non prevede una strategia di lungo termine per rimediare agli errori del passato. E’ necessario un salto culturale, un cambiamento dei paradigmi della società per approdare sul piano territorialista (la scuola di Alberto Magnaghi), cioè bioeconomico (di Georgescu) e leggere la città come sistema metabolico per riequilibrare il rapporto fra uomo e natura, fra città e campagna, e offrire nuove opportunità economiche agli abitanti. L’Amministrazione ignora anche l’opportunità di una visione attinente alla realtà urbana, che dovrebbe suggerire la strada di avviare processi e piani intercomunali bioeconomici per governare la città urbana estesa, perché Salerno non è più la città dentro i confini amministrativi, ormai obsoleti e dannosi, ma è la struttura urbana esistente dentro il proprio Sistema Locale del Lavoro. La Salerno “descritta” nella revisione di piano non esiste da molti decenni, e questa nuova proposta del 2018 si limita a prorogare le scelte precedenti, si limita a scommettere su talune realizzazioni edilizie lasciando insoluti i problemi della città, esistenti da circa 40 anni. Probabilmente, questo ceto politico non vuole ammettere che il capitalismo liberista ha favorito la crisi del mercato edile salernitano, e continuare sulla vecchia strada non aiuterà un settore che dovrebbe puntare alla bioeconomia, cioè dovrebbe affidarsi alla cultura urbanistica capace di leggere i territori e le città come sistemi metabolici, perché tale cultura produce piani che rigenerano i tessuti urbani esistenti con piani realizzabili senza speculazioni. Le piccole trasformazioni urbane immaginate negli anni ’70 sono state realizzate durante gli ultimi vent’anni, e se a Salerno non si apre una fase nuova riportando il tema dell’urbanistica e del territorio al centro di un dibattito pubblico sarà difficile immaginare di cambiare la città estesa, che si potrà migliorare interpretando correttamente la bioregione urbana, e adottando piani attuativi rigenerativi bioeconomici che prevedono conservazione, recupero e trasferimenti di volumi per migliorare la morfologia urbana esistente. Confrontando gli atti politici con la realtà salernitana possiamo capire l’assenza di pianificazione: la sostituzione edilizia di scuole ormai obsolete per costruire scuole innovative.

creative-commons

 

 

“Eco-villaggi”? E’ sprawl urbano!

Area urbana di Salerno 06 sprawl 13
Sprawl urbano nel salernitano, si vedono due lottizzazione isolate nell’ambito rururbano.

L’esplosione della recente bolla immobiliare, la crisi urbana e la pulsione a nuovi interessi per la campagna possono condurre a interventi urbani sbagliati e persino speculativi. Da molti anni gli abitanti urbani vivono in aree poco accoglienti, inquinate e spazi che alimentano l’inquietudine urbana. Infelici nelle città gli abitanti possono cadere in facili tranelli spinti da pulsioni di rigetto. Sentimenti egoistici sono alimentati da illusioni e fascinazioni verso sedicenti progetti sostenibili. Perso il senso di comunità nelle città, ci si immagina di poterlo ricostruire seguendo azioni riconducibili alla religione capitalista liberale e neoliberale, che mercifica ogni cosa, anche le tecnologie sostenibili. E così non sorprende osservare che da qualche anno stanno emergendo sempre più sedicenti progetti “sostenibili” chiamati “eco-villaggi”, ma sono nuove lottizzazioni “eco-compatibili” nei pressi delle aziende agricole. Immobiliaristi presentano agli uffici comunali progetti di valorizzazione fondiaria e immobiliare nell’ambito periurbano e rururbano, come accadeva ai tempi delle periferie degli anni ’60 e ’70. Altro che stop al consumo di suolo, ci troviamo nuove espansioni che alimentano il famigerato fenomeno dello sprawl urbano, sulla base di iniziative private utilizzano il linguaggio della sostenibilità per avere nuove rendite immobiliari. Si sfrutta la sensibilità dei temi “ecologici” presentando progetti di edifici che impiegano le nuove tecnologie, e rispettano i nuovi standard energetici sui suoli che una volta erano agricoli. Dal punto di vista dell’urbanistica si tratta di piani di lottizzazione che consumano suolo agricolo, ed hanno il vizio di aumentare i costi di gestione delle aree urbane, dal punto di vista culturale si tratta di becere speculazioni egoistiche che ignorano completamente i problemi delle aree urbane caratterizzate da volumi inutilizzati e sottoutilizzati che generano degrado urbano. Non è un caso che persino i costruttori ambiscono a rigenerare gli insediamenti esistenti piuttosto che continuare a far crescere le città, o addirittura urbanizzare la campagna, poiché peggio di così non si potrebbe fare. Una rigenerazione urbana bioeconomica si occupa degli insediamenti urbani esistenti, si occupa degli abitanti che oggi vivono nelle aree urbane dilatate e dispersive, per compattare e riorganizzare l’esistente riducendo l’impronta ecologica delle città, e suggerendo stili di vita sostenibili. Secondo l’approccio liberale è legittimo pensare di promuovere la costruzione di nuovi volumi in periferia ma quando si tratta di suoli agricoli sarebbe normale rispettare i principi e le regole della legge urbanistica, poiché urbanizzare la campagna, come suggeriscono di fare iniziative private divulgate da sedicenti siti che si dicono “decrescenti”, significa alimentare proposte contra legem oltre che essere l’espressione di avidità ed egoismo. Pensare di rinchiudersi in comunità autoreferenziali, più o meno come accadde in alcuni esperimenti falliti nell’Ottocento, non solo è anacronistico ma sembra l’espressione di capricci e sintomi di intolleranze. In una società completamente interconnessa si ha l’opportunità di contaminare la società con progetti bioeconomici per cambiare l’esistente, si ha l’opportunità di migliorare ciò che ruota intorno a noi, mentre chi ha la velleità di fare divulgazione “alternativa” dovrebbe avere la maturità di distinguere i progetti utili dalle speculazioni, e dai progetti persino dannosi. Se alcuni divulgatori non sanno fare distinzioni allora è chiaro che non si conosce la sostenibilità, e tanto meno la bioeconomia di Georgescu-Roegen che ha suggerito lo sviluppo della filosofia politica chiamata alla decrescita felice, ed ovviamente non si conoscono i problemi ambientali e sociali della aree urbane e rurali.

Nel senso stretto la bioeconomia studia le città come sistemi metabolici e adotta strumenti di misura come i flussi in entrata e in uscita, e suggerisce la riduzione o la cancellazione degli sprechi minimizzando gli impatti ambientali. Dal punto di vista della pianificazione urbanistica sappiamo che le aree urbane presentano tessuti e aggregati edilizi mal costruiti, e pertanto si rendono necessari piani e progetti di rigenerazione e recupero dell’esistente. I problemi sociali e ambientali possono essere affrontati da piani attuativi di recupero poiché la rigenerazione crea opportunità di nuova occupazione utile, sia riconnettendo la campagna alla città e sia intervenendo sui singoli problemi delle aree urbane, dalla mobilità alla riqualificazione energetica, dalla prevenzione del rischio sismico al recupero dei centri storici. Il periurbano e il rururbano sono gli ambiti territoriali da vincolare e favorire la produzione di cibo per gli abitanti della città.

Chi ambisce a lasciare la città per vivere in campagna potrebbe sostenere i progetti di recupero dei borghi, spopolati molti anni fa dai processi di accumulazione del capitale avviati dai grandi centri urbani, questi piccoli centri continuano a perdere abitanti a favore delle aree urbane, fino a diventare vere e proprie città fantasma. E’ in questi contesti abbandonati che si potrebbero sostenere processi di riterritorializzazione che fanno rivivere i piccoli centri urbani.

di Giuseppe Carpentieri (dott. arch. ing.), Fabio Cremascoli (pianificatore) ed Ermes Drigo (architetto urbanista)

L’approccio bioeconomico per le aree urbane

In diverse riflessioni condivise attraverso il mio diario ho espresso l’opinione e la necessità di creare politiche urbane bioeconomiche, e di favorire la nascita di una “quarta generazione” di “piani intercomunali bioeconomici“. E’ un nuovo approccio per disegnare il governo del territorio all’interno dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL), e soprattutto per le 26 città in contrazione presenti l’Italia; praticamente per tutti i centri urbani più importanti, da Milano che ha perso 490.000 abitanti fino a Vicenza che a perso 5.190 abitanti.

città in contrazione
Elenco città in contrazione, elaborazione di Giuseppe Carpentieri.

Attraverso la geografia urbana sappiamo che gli abitanti utilizzano e si relazionano in un territorio che non si limita ai confini amministrativi dei comuni, ma è un’area funzionale, chiamata Sistema Locale del Lavoro (SLL) individuata e perimetrata dall’ISTAT. Gli utilizzatori del territorio che corrispondono agli stili di vita dei pendolari e dei residenti sono ormai consolidati, da rendere del tutto obsoleti gli attuali livelli amministrativi e di conseguenza rendono persino inadeguati i piani regolatori generali adottati dai Comuni. La maggior parte dei problemi ambientali, sociali ed economici nelle 26 città in contrazione, che sono centri dei SLL, è da imputarsi all’incapacità culturale delle classi dirigenti nel governare il sistema, nonostante fosse noto sin dagli anni ’70 che le città sarebbero state trasformate dal capitalismo. Due fattori hanno agito contemporaneamente: la globalizzazione neoliberista e l’inadeguatezza delle classi politiche locali (sottovalutazione del neoliberismo), entrambi hanno favorito l’aumento dell’inquinamento e l’aumento delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento, che insieme abbassano i livelli di qualità della vita, generando insicurezza e inquietudine urbana. L’inquietudine nelle città è una patologia sociale (una condizione psicologica) che può insorgere nei quartieri quando ci sono bassi livelli di istruzione, basso reddito e generalmente condizioni svantaggiate, decadenza, criminalità e disordini. Altre criticità sociali tipiche delle città moderne condizionate dalla mentalità mercantilista, sono influenzate da fattori quali la dimensione, la densità e l’eterogeneità della popolazione. La dimensione se eccessiva può favorire alienazione e impersonalità, mentre densità ed eterogeneità se sono equilibrate possono favorire opportunità e coesione, uno squilibrio può far insorgere effetti opposti: isolamento, omologazione culturale ed eccesso di conformismo.

Dal punto di vista della geografia urbana, il capitalismo ha creato una variazione spaziale fra imprese e uso del territorio, e poi uno sfruttamento eccessivo delle risorse finite del pianeta. Per l’Occidente, la variazione ha prodotto danni sociali poiché ha creato nuova disoccupazione, ha dilatato le aree urbane, e procurato danni ambientali nei paesi emergenti, sfruttati dall’avidità delle multinazionali nelle zone economiche speciali. In Occidente, tale variazione ha favorito la nascita delle aree funzionali urbane estese. Si tratta di nuovi spazi relazionali ove i centri principali rimangono poli attrattori mentre i comuni confinanti sono scelti dalle imprese piccole e medie per localizzare le attività produttive (agglomerazione), costituendo una nuova distribuzione spaziale tipica delle città-regione. In questo contesto politico e culturale, buona parte delle aree urbane non può competere con le regole della globalizzazione neoliberale, poiché le imprese inseguono l’aumento della produttività sfruttando spazi che consentono di ridurre i costi (le famigerate Zone Economiche Speciali), comprimendo i diritti e sfruttando l’ambiente, si tratta di condizioni inaccettabili per la specie umana e per qualunque società che vuole definirsi civile.

ISTAT agglomerati morfologici urbani 2001
Agglomerati morfologici urbani, ISTAT, 2001.

Fra gli anni ’70 fino all’inizio del nuovo millennio, il capitalismo ha di fatto favorito la formazione di una nuova armatura urbana italiana, oggi molto energivora e complessa, che può essere governata attraverso l’approccio culturale della bioeconomia utilizzando il modello della “bioregione urbana“, sviluppato dalla scuola territorialista. Attraverso questo approccio possiamo favorire la nascita e la diffusione di usi razionali del territorio migliorando la qualità di vita degli abitanti, e creando nuove opportunità di lavoro. La città attuale figlia del capitalismo favorisce malattie sociali come l’inquietudine urbana, e per invertire la rotta è necessario ridurre lo spazio del mercato per aumentare quello della comunità. Ad esempio, sappiamo che i tratti culturali sono legati ai rapporti di territorialità, pertanto sarebbe saggio favorire le attività locali che si sviluppano in un raggio d’azione interno all’area funzionale, e sono le attività di sussistenza sostenute dalla bioeconomia, che invece sono ridotte e persino cancellate dal sistema globale neoliberista che produce e alimenta dipendenza e sottosviluppo. L’esempio più noto riguarda le risorse agricole e l’energia necessaria per sostenere le aree urbane, pertanto applicando la bioeconomia le città si trasformano in sistemi metabolici misurando i flussi in entrata e in uscita, in maniera tale da tendere all’auto sufficienza sfruttando un mix di tecnologie alternative.

Nell’attuale sistema urbano italiano è necessario governare i processi di centralizzazione (sono le forze e le attività economiche che attraggono popolazione nei quartieri centrali), decentralizzazione (è l’opposto della centralizzazione) e agglomerazione (è la raccolta di attività in un’area). Tali processi non sono governati razionalmente poiché nascono e si sviluppano attraverso la consuetudine della famigerata “urbanistica contratta” con varianti e piani attuativi deliberati da Consiglieri comunali, spesso sprovveduti e inadeguati, e grazie a uno scarso controllo dell’attività urbanistica-edilizia. Abbiamo osservato che abitanti e imprese vivono e consumano un territorio molto più ampio dei confini amministrativi attuali, pertanto gli attuali livelli amministrativi andrebbero aggiornati con un cambio di scala (rescaling). L’armatura urbana si è trasformata da un sistema gerarchico a un sistema di rete interconnesso e policentrico, che suggerisce di studiare e adeguare le infrastrutture pubbliche che collegano i centri. Buona parte della classe dirigente attuale, politica e imprenditoriale, insegue ancora i dogmi della religione neoliberale, per ignoranza e per avidità, convinti di aumentare i propri profitti continuando a depauperare le risorse limitate della natura, e sottovalutando i problemi sociali degli italiani e il patrimonio culturale del territorio.

E’ la territorialità che aiuta lo sviluppo locale e crea sovranità per le persone, mentre l’attuale pensiero dominate, il neoliberismo, scrive e determina gli atti politici locali contribuendo a far crescere il potere delle imprese private, e far crescere la dipendenza degli abitanti dal sistema globale. La nostra classe dirigente, politici e imprenditori, ha scelto il modello capitalista che ha costruito tutti i programmi politici favorendo la costituzione della periferia economica che stiamo subendo: dipendenza dal sistema globale, aumento della disoccupazione, danni ambientali, insicurezza e malattie sociali.

Secondo Alberto Magnaghi, la bioregione urbana è uno strumento interpretativo e progettuale della pianificazione territoriale e paesaggistica di area vasta. Il piano deve fondare le proprie strategie sulla valorizzazione delle peculiarità identitarie del territorio, secondo la dimensione ecologica, sociale e di autogoverno (“municipalista”). Secondo i criteri della bioregione, i caratteri ambientali aiutano a definire l’identità dei luoghi riconoscendo la complessità del sistema insediativo, e il rapporto fra uomo e natura. Questo approccio aiuta a costruire il milieu locale, cioè mettere insieme le risorse fisiche, ecosistemiche, e socioculturali di lunga durata, e costruire il valore aggiunto territoriale aprendo l’opportunità di creare sostenibilità nei sistemi locali, definendo indicatori di benessere finalizzati a creare prosperità, equilibrio sociale, economico e ambientale per le presenti e future generazioni.

Per porre rimedio al disordine e al degrado urbano che troviamo nelle città-regione (o reti di città), possiamo applicare i principi della corretta composizione urbanistica e riequilibrare il rapporto città-campagna. Studiando la morfologia urbana, gli aggregati e i tessuti urbani esistenti osserviamo se sono rispettate le regole della cosiddetta “cellula urbana“, e successivamente intervenire disegnando spazi con criteri di qualità urbana e architettonica, sia puntando alla conservazione e sia alla rigenerazione. Un piano regolatore intercomunale bioeconomico è in grado di pianificare la rinascita di comunità umane per favorire lo sviluppo umano, sia creando luoghi e servizi culturali necessari per uscire dalla recessione e sia restituendo opportunità alle persone nella ricerca di un proprio percorso di crescita spirituale e culturale.

piano-delle-identita
Provincia di Salerno, “estratto” dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, 2012.

Nell’immagine qui riportata si legge l’ambito identitario del sistema salernitano. Possiamo osservare la forma insediativa, con l’area di gravitazione urbana costituita dal centro del capoluogo, con l’unità di paesaggio area urbana di Salerno e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata Pendici occidentali dei Picentini. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio Valle dell’Irno con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rurbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud, la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio Piana del Sele, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle piana nell’unità di paesaggio fluviale del Picentino, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rurbani inseriti nell’unità di paesaggio dei Picentini: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio
Ptcp 2012, ambiti identitari e unità di paesaggio.

La realtà della forma urbana insediata mostra la dispersione urbana (sprawl) che favorisce spreco di risorse mentre potevano essere risparmiate. Incoscienza e incapacità amministrativa sull’attività urbanistico-edilizia hanno favorito consumo dei suoli agricoli, congestione, traffico, inquinamento e inquietudine urbana, danneggiando la collettività. La crescita disordinata degli aggregati edilizi deliberata da sprovveduti Consigli comunali, che hanno assecondato i capricci dei proprietari dei suoli, mostra sia i danni irreversibili e sia la cattiva distribuzione degli insediamenti produttivi e delle abitazioni. Il complicato contesto urbano mostra interazioni e usi del territorio di imprese e utilizzatori (city users) convivendo fra inquinamento, insicurezza e conflitti sociali. E’ questa la dimensione che va governata attraverso un piano intercomunale bioeconomico per tutelare il territorio come prescrive la Costituzione, localizzare opere pubbliche, servizi e vincolare il patrimonio naturale, storico e valorizzare le risorse agroforestali. L’esperienza amministrativa insegna che i politici locali non hanno saputo coniugare Costituzione e corretto uso del territorio, pertanto sarebbe saggio affidare il compito a una struttura sovracomunale (rescaling) capace di coordinare sapere tecnico e partecipazione attiva dei cittadini nel processo decisionale. Per le zone urbanizzate sono necessari strumenti attuativi di conservazione dei centri storici e di rigenerazione urbana della aree consolidate, mentre è inutile pensare a un’espansione urbana, piuttosto è più saggio ridistribuire densità e carichi urbani (fermare il consumo di suolo agricolo), pianificando eventuali trasferimenti di volumi, sfruttando le aree sottoutilizzate e abbandonate, per recuperare gli standard mancanti nelle aree consolidate. Il piano dovrebbe essere incentrato sull’analisi della morfologia urbana e l’adozione di criteri di qualità urbana e architettonica. Analisi della morfologia urbana e partecipazione dei cittadini ai processi decisionali influenzano gli interventi di trasformazione urbana per migliorare l’ambiente urbano esistente. Una volta censiti gli immobili (pubblici e privati) inutilizzati, con questo approccio rigenerativo sarebbe più utile una “perequazione diffusa” capace di identificare meglio l’interesse pubblico (la costruzione della città pubblica), di rispettare una maggiore eguaglianza rispetto a quella di “comparto”, e di attrarre gli investitori pubblici e privati. Il piano intercomunale bioeconomico, nel periurbanorurbano punta alla tutela e alla valorizzazione dell’agricoltura, favorisce e mantiene la relazione paesaggio agrario e città, progettando reti ecologiche e la diversificazione colturale. Ciò può accadere con una maglia agraria e paesaggistica di scala medio-ampia; altro obiettivo è il mantenimento della funzionalità e dell’efficienza del sistema di regimazione idraulico-agrario.

Ptcp 2012 tipologia insediamenti
PTCP Salerno 2012, classificazione degli insediamenti per tipologia.

creative-commons

Capitalismo, città e disuguaglianze

In diversi “articoli” ho brevemente accennato alle “malattie sociali” causate dallo spirito del tempo: il capitalismo. Nelle mie riflessioni ho ricordato quanto e come il capitalismo influenzi la pianificazione urbana, ed ovviamente non è una mia riflessione originale, ma la mera osservazione della realtà. Su questo tema c’è molta letteratura, fra gli autori più importanti troviamo i precursori Marx ed Engels, poi Robert Park, Henri Lefebvre e David Harvey, e molti altri che narrano gli effetti del capitalismo sull’uomo, e ovviamente sull’urbanistica piegata ai capricci delle imprese private e del mero profitto, ignorando le conseguenze sociali e ambientali di scelte innescate dall’avidità di pochi.

Durante questi secoli di capitalismo, la società è stata trasformata e psico programmata al nichilismo. La pianificazione è una tecnica ingabbiata nel pensiero dominante ed oggi sembra che nessuno abbia il coraggio di ammettere un’ovvietà: è necessario uscire dal capitalismo se vogliamo restituire le città agli esseri umani e programmare lo sviluppo umano. La religione capitalista ha inventato criteri e metodi per l’accumulazione del capitale e le città sono il luogo ove questo accade. Negli anni dell’industrialismo abbiamo assistito a piani territoriali per agglomerare le industrie in luoghi precisi, e le città per consumare le merci, tutto qua. Il capitalismo che ha la necessità di sostenere e aumentare le vendite, sceglie le città come luoghi per auto rigenerarsi attraverso finanza e rendita (mercato immobiliare). E’ una delle regole o consuetudini del capitalismo stesso che inventa un meccanismo perverso poiché ha la necessità di avere un continuo surplus (o di profitto) produttivo di cui l’urbanizzazione ha bisogno. L’economia ha inventato la religione capitalista che ha spinto la crescita delle città e tale sistema non tiene conto delle prerogative degli esseri umani (diritti, sentimenti e natura), ma solo dell’auto referenzialità del profitto.

I criteri e i metodi tecnico-giuridici inventati per costruire le città, come ad esempio la famosa perequazione, sono processi complessi ma sono inventati per sostenere il capitalismo mentre implode su stesso (Minsky). Si tratta di un vero e proprio corto circuito sconosciuto ai cittadini, incompreso da buona parte delle classi dirigenti politiche locali, e sottaciuto da buona parte degli economisti ortodossi poiché responsabili. Anziché ragionare su come uscire dal capitalismo poiché distrugge la specie umana, un mondo di professionisti e intellettuali decide di restare sul piano ideologico sbagliato, che altro non è che un recinto, una gabbia psicologica che costringe tutti a rimare nell’epoca moderna e a conservare lo status quo, nonostante sia chiaro che questa società sia sbagliata poiché profondamente immorale e corrotta nei suoi paradigmi culturali.

Un punto di partenza concreto, un luogo per fare il salto culturale, sociale, politico e morale è proprio la città, per inventare nuovi criteri e metodi, per gestirla e trasformarla, per uscire dal capitalismo e approdare nell’epoca della bioeconomia. Tutti noi dobbiamo riconoscere e accettare un fatto: trarre profitto dalla proprietà privata – invenzione giuridica dell’epoca moderna – è un furto alla collettività. Si sa quanto ciò sia immorale ma abbiamo pensato e scelto di ignorare tale evidenza poiché ha arricchito la classe borghese, ma ha generato danni sociali e ambientali contro i ceti più poveri economicamente, puntualmente estromessi dai processi decisionali della politica sfruttando proprio il capitalismo che isola i poveri di denaro, includendo in questo processo di esclusione sociale anche le persone perbene dotate di capacità culturali e che vivono dignitosamente. Il capitalismo è una forma di razzismo. La mercificazione del territorio è un abuso, un’usurpazione, e quindi possiamo ritenere che sia anche un reato contro l’umanità. Liberando il territorio dalla mercificazione, liberiamo la pianificazione dagli interessi e gli abusi di soggetti privati capitalisti. Nonostante la sacrosanta giaculatoria contro la proprietà privata, bisogna riconoscere che rimane scoperto il tema ambientale, basti vedere la Cina ove non esiste proprietà privata, ma il partito ha sfruttato la pianificazione territoriale e urbanistica per accumulare capitali trascurando i problemi sociali, le identità e specificità locali, la povertà e gli ecosistemi. Anche i famosi piani delle nuove città cinesi che utilizzano le migliori tecnologie sono indirizzati ad accumulare capitale. La corretta pianificazione è figlia della cultura egualitaria ed ecologista, non dell’economia e non del capitalismo, sia esso liberale o socialista. Prima abbandoniamo l’idea stupida di voler trarre un profitto dall’urbanistica e prima torneremo a costruire luoghi e città ideali, abbiamo tutte le risorse culturali per fare questo salto culturale ma siamo sprovvisti di coraggio, e sprovvisti di soggetti politici capaci di osare tale salto. L’aspetto sociale ed economico più stimolante è che uscendo dal profitto ed entrando nella bioeconomia possiamo liberare risorse, e creare opportunità di impieghi utili in ogni luogo urbano da rigenerare. Intervenendo nelle città con piani bioeconomici al solo prezzo di costo, costruiamo vantaggi sociali e ambientali che il capitalismo non potrà mai e poi mai produrre per ovvie ragioni. E’ la bioeconomia che costruisce opportunità poiché ribaltando l’egoismo tipico del capitalismo, la nuova teoria favorisce l’altruismo applicando l’uso razionale dell’energia e indirizzando le “reti” allo scambio gratuito dei surplus costituendo contemporaneamente due elementi innovativi di un’epoca nuova: abbiamo (1) un sistema sinergico in quanto tale (edifici e quartieri auto sufficienti), e (2) si applicano gli indirizzi giuridici del concetto di “bene comune“. Nell’epoca che verrà e sfruttando le nuove tecnologie, né lo Stato e né il capitalismo determinano gli scambi economici, ma i cittadini uniti in comunità con lo Stato come garante dei diritti. Questa non è una visione nuova, ma la mera interpretazione e applicazione della Costituzione. Il conflitto sociale che subiamo consiste nell’ipocrisia (o disonestà intellettuale) di voler coniugare capitalismo ed ecologia, nella nostra realtà ideologica prevale l’egoismo capitalista.

Il capitalismo contro il diritto alla città