Ops, Italia candannata per i rifiuti!

Che gli italiani fossero incapaci sulla gestione dei rifiuti lo sapevamo già, e che un organo sovranazionale accerti quanto il popolo già sapesse è un esercizio di ripetizione che può tornare utile. Il Corriere on-line titola: l’accusa è di «non aver creato una rete adeguata di recupero e smaltimento» Rifiuti in Campania, Italia condannata «Messi in pericolo l’uomo e l’ambiente» La Corte di giustizia Ue accoglie il ricorso presentato dalla Commissione nel 2008: congelati 500 milioni.

Quello che tutti non sanno però è che pochi giornalisti fanno, è chiarire come sia stato possibile arrivare a questi danni sanitari ed ambientali. “Ignoranti si ma stupidi no”, potremmo sintetizzare.

La Campania è stata oggetto di un particolare laboratorio politico, ampiamente usato all’estero e denominato economica dello shock. La magistratura inquirente ha dimostrato quello che una stretta minoranza della cittadinanza ha ben compreso e cioè la cattiva fede dei dipendenti eletti per rubare le casse dello Stato. Nella sostanza, per favorire gli interessi delle SpA si erano adottate misure politiche molto particolari, partendo dalla struttura del Commissariato che prendeva decisioni in deroga alle norme vigenti per impedire un’efficace trasparenza che poteva infastidire la spartizione degli appalti e degli incarichi. Analogie di questo tipo si possono notare nelle inchieste di oggi sui lavori affidati per il G8, la Maddalena e l’Aquila. Il primo diktat per rubare a norma di legge è cancellare la democrazia. Insomma, i disastri producono profitti per pochi se vengono gestiti con estrema celerità e con procedure speciali per l’affidamento dei lavori “necessari” da eseguire.

Per il caso Campania sono emerse le prove di un disastro pianificato in quanto esistevano e ci sono ancora tutti gli impianti necessari per riciclare e trattare i rifiuti urbani. Partendo dalla base, i Comuni sono responsabili della raccolta dei rifiuti, e vi sono da molti anni le direttive per eseguire una raccolta differenziata “porta a porta” a regola d’arte e non è un caso che in Campania vi siano territori senza problemi ed altri, come la città di Napoli, abbandonati all’inciviltà. Gli amministratori sono politicamente e penalmente responsabili. La soluzione più idonea, a tutela della salute umana è conosciuta ed applicata un po’ ovunque: ridurre, riusare e riciclare. Oltre il 90% dei rifiuti prodotti dall’industria è riciclabile, il restante non è pericoloso e diventerà illegale progettarlo poiché non compatibile con la natura. Il concetto stesso di rifiuto non esisterà più. Quindi non esisteranno più le discariche e neanche gli obsoleti e pericolosissimi inceneritori.

Non ci vuole una Corte europea per individuare i responsabili ma solo cittadini informati, civili e consapevoli.

Per la prima volta in Campania, forse, le cose sono ben chiare: il Commissariamento alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Prodi-Berlusconi) ha pianificato il disastro che ha portato profitti ai vari soggetti politici ed imprenditoriali interessati a rubare, di vario colore politico, il dogma era ed è: opprimere il popolo per aumentare i profitti.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che gli attuali soggetti politici nominati in Parlamento non curano gli interessi del popolo sovrano ma eseguono scelte deliberate altrove (club Bilderberg, Commissione Trilaterale e “BCE+SpA”), il legislatore è una solo una camera di registrazione e non più di dibattito politico.

Cos’è la decrescita?

bioeconomiaIl termine decrescita, ufficialmente, indica una filosofia politica alternativa al pensiero politico dominante, sia esso capitalistico, socialista, comunista; è un termine che nasce in ambito economico e indica la riduzione selettiva del PIL, riferendosi agli sprechi. Il primo a usare il termine decrescita fu André Gorz nel 1972. L’anno precedente Georgescu-Roegen pubblicò La legge dell’entropia e i processi economici, dimostrando come l’attuale economia neoclassica sia sbagliata poiché ignora la legge dell’entropia. La decrescita nasce come critica ragionata al sistema della crescita, cioè una critica alla società dei consumi compulsivi di merci inutili, nasce fra gli ambienti culturali di sinistra (Pasolini, Illich, Castoriadis, Langer) ma la critica alla crescita viene isolata poiché anche i Paesi socialisti e comunisti furono favorevoli a una società dei consumi. Precursore fu Frederick Soddy che nel 1921 pubblica Cartesian economics, anticipando i temi di Georgescu-Roegen, e mostrando la centralità dei processi chimici fisici per misurare la reale ricchezza condizionata dai limiti della natura. I prodromi delle teorie decrescenti furono poste già nell’Ottocento dagli utopisti socialisti (Fourier, Owen, Godin) che progettavano città auto sufficienti in equilibrio con la natura. E’ la scienza che pone le basi culturali della bioeconomia opposta a una società fondata sulla crescita della produttività delle merci che ignora le conseguenze ambientali e sociali.

E’ la bioeconomia di Georgescu-Roegen a inventare la decrescita selettiva di merci inutili. La decrescita è un tema economico legato alla creazione di un nuovo sistema culturale e politico che garantisce la conservazione dell’ambiente, la tutela delle specie viventi (sostenibilità) attraverso un’evoluzione del sistema produttivo. Dal modo di produrre al consumo, la decrescita, nel corso dei decenni, ha allargato i suoi orizzonti indicando un modello sociale alternativo, che poggia su nuovi paradigmi culturali attraverso i quali favorire la costruzione di una società prosperosa e più efficiente dell’epoca industriale che volge al termine. La decrescita figlia della bioeconomia ha la grande virtù di introdurre concetti di miglioramento nelle scelte individuali e collettive attraverso stili di vita sostenibili. E’ il miglioramento che ci consente di individuare gli sprechi, eliminarli e introdurre un’evoluzione tecnologica, sociale e culturale. E’ questo il merito più grande della decrescita, cioè della bioeconomia, ovvero sia mostrare l’evoluzione della società, indicando l’equilibrio ecosistemico, attraverso l’uscita dal piano ideologico della crescita (perciò decrescita) figlio dell’epoca industriale che volge al termine nel mondo Occidentale, poiché il capitalismo ha scelto i Paesi emergenti quali vittime della futura crescita.

Secondo una definizione classica di economia – amministrazione della casa – essa studia la condotta umana come relazione tra fini determinati e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi (Robbins, 1932). Aristotele, che può essere considerato il primo teorico della decrescita, indicò nella crematistica, l’arte di fare gli acquisti cioè quella capacità etica di non creare accumulo fonte dei vizi e dell’usurpazione delle risorse.

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Fonte: Wuppertal Institut

L’economia neoclassica poggia i propri convincimenti su teorie come: domanda e offerta, e la funzione della produzione che ignora completamente le leggi della termodinamica andando subito in contrasto con la realtà della natura. Come vedremo, oggi, l’economia non solo non viene più studiata seriamente, ma è stata sostituita da strumenti matematici – hedge fund[1], credit default swap[2] – non per pubblica utilità, ma per manipolare, nascondere, ingannare, truffare i popoli ed arricchire una ristretta élite. «La capitalizzazione delle anticipazioni di profitto e di crescita incoraggia l’indebitamento crescente, alimenta l’economia con liquidità dovute al riciclaggio bancario di plusvalenze fittizie, e permette agli Stati Uniti una “crescita economica” che, fondata sull’indebitamento interno ed estero, è di gran lunga il principale motore della crescita mondiale (compresa la crescita cinese). L’economia reale diventa un’appendice delle bolle speculative incoraggiate dall’industria finanziaria. Fino al momento, inevitabile, in cui le bolle esplodono, trascinando le banche in fallimenti a catena, minacciando di far sprofondare il sistema mondiale del credito, e di precipitare l’economia reale in una depressione severa e prolungata (la depressione giapponese dura da più di quindici anni)» (Gorz, Ecologica, Jaca Book, 2009, pag. 31).

Un’altra maschera fondamentale per nascondere la fallacia dell’economia neoclassica e finanziaria è la creazione della moneta dal nulla, e tutte le norme che regolano le banche e il sistema del credito attraverso l’interesse e la riserva frazionaria. Cosa significa creare moneta dal nulla? Dal 1971, quando Nixon ne dichiarò il termine, la moneta americana non venne più stampata in base al limite fisico delle riserve auree, fine del gold standard.

L’economia, quella vera, quella aristotelica si occupa di risorse e pertanto è sinonimo di ecologia, ma i percorsi formativi universitari relativi all’economia creano conflitto e confusione culturale assegnando un titolo economico a chi studia la matematica finanziaria, la funzione della produzione, e non a chi studia gli ecosistemi e l’uso razionale delle risorse. Tutto ciò poiché l’istruzione universitaria è figlia dell’epoca industriale che esige la divisione dei saperi affinché gli individui siano utilizzati come operai, cioè schiavi o robot inconsapevoli sugli effetti delle loro azioni e inseriti in una catena di montaggio secondo i dettami del paradigma della crescita continua. L’economia neoclassica è un’invenzione che si occupa di stimolare la produttività e di mercificare la natura e il bene comune assegnando una misura monetaria allo scambio delle merci. Marx pubblicando Il capitale spiegò egregiamente la distinzione fra valore di scambio e valore d’uso, ma tutta l’economia neoclassica, sia essa neoliberale che socialista, favorisce la società dei consumi. E’ Marx che spiega correttamente come i capitalisti mercificano tutto e traggono la propria ricchezza attraverso lo sfruttamento (natura e persone). E’ fondamentale per la teoria della decrescita affermare la distinzione fra beni (valore d’uso) e merci (valore di scambio) poiché una società auto sufficiente raggiunge la propria libertà e autonomia riducendo lo spazio del mercato (valore di scambio) e aumentando lo spazio della comunità (valore d’uso). Il capitalismo non ha una condotta civica ed etica poiché mercifica il territorio, pertanto una società civile dovrebbe sottrarre le risorse indispensabili a questo processo di mercificazione e tutelare la natura (bene) con un uso razionale delle risorse e garantirne la fruizione alle future generazioni, ciò avviene col paradigma bioeconomico (modello flussi-fondi).

E’ noto e condiviso che l’economia individua quattro fattori della produzione: la natura, l’organizzazione, il capitale e il lavoro. L’economia neoclassica ha costruito le relazioni come la “domanda e l’offerta”, la “funzione della produzione” e la “funzione del profitto”, che trattano i quattro fattori della produzione in maniera arbitraria e irrazionale poiché trascura l’evidenza scientifica circa i limiti della natura e le sue leggi: la fisica, la biologia e la chimica. Il gioco di prestigio della funzione della produzione è quello ridurre infinitamente ciò che chiama costi: lavoro, natura, e organizzazione per aumentare il capitale. In questo stupido gioco di prestigio chiamato riduzione dei costi si trascurano diritti, felicità e si eliminano specie viventi. La contraddizione interna alla funzione della produzione è evidente: la natura non è intercambiabile, anzi subisce un deterioramento per ovvie ragioni legate all’entropia. L’economia neoclassica non contabilizza i danni ambientali e sociali. L’economia è una disciplina sociale, cioè un’opinione fondata su nostre convenzioni, mentre la fisica è una scienza. In tal senso precursori della decrescita sono Sadi Carnot, William Thomson Lord Kelvin, e Rudolf Clausius. La fotosintesi clorofilliana dimostra tutta l’inefficacia del modelli economici, in quanto l’energia per la vita su questa pianeta è gratuita, e tutte le specie viventi scambiano continuamente flussi energetici senza le invenzioni economiche malsane dell’economia ortodossa. Le risposte agli errori della funzione della produzione neoclassica sono date da Nicholas Georgescu-Roegen attraverso la nuova funzione della produzione trasformata in un modello circolare di flussi-fondi.

Il problema della scarsità delle risorse e del benessere emerse subito e Arthur Cacil Pigou (1877 – 1959) iniziò a distinguere tra benessere sociale, esprimibile con la qualità della vita, dal benessere economico, che è misurabile solo con la moneta. Lo stesso ideatore del Prodotto Interno Lordo (PIL), Simon Kuznets, disse che l’indicatore non serviva a misurare il benessere ma la quantità di merci scambiate. In tal senso la decrescita chiarisce che per misurare il benessere sono necessari indicatori qualitativi e pertanto il PIL, non solo risulta essere fuorviante ma persino sbagliato, poiché non si occupa di qualità ma per l’appunto di quantità. In buona sostanza, tutte le istituzioni del mondo Occidentale preferiscono dare credito al PIL, come indicatore utile alle decisioni politiche, ma in questo modo accelerano la crisi del sistema sociale poiché i leaders politici non si occupano prioritariamente della felicità dei popoli, ma della crescita delle merci vendute dalle SpA.

Georgescu Roegene funzione della produzione flussi-fondi
Georgescu Roegen funzione della produzione flussi-fondi

Secondo Frederick Soddy (1877 – 1956) la reale ricchezza dipende dai flussi di materia e di energia prodotti dalla natura, e pertanto il danaro non può comportarsi come una macchina perpetua poiché contraddice il principio termodinamico dell’entropia[3]. Nicholas Georgescu-Roegen (1906 – 1994) ideò il concetto di bioeconomia, una pietra fondante della decrescita, e fece notare che l’economia deve tener conto della ineluttabilità delle leggi della fisica, ed in particolare del secondo principio della termodinamica. Georgescu-Roegen ebbe il merito di dimostrare matematicamente la fallacia dell’economia neoclassica, e suggerendo una nuova “funzione della produzione” trasformata in un modello di flussi-fondi che misura l’impiego di energia e materia. La tesi bioeconomica di Georgescu-Roegen ha il merito di indicare un diverso modello di produzione di merci e suggerisce l’uscita dall’ideologia della crescita per avviare un periodo di riduzione selettiva del PIL che consenta di tendere all’equilibrio ecologico delle risorse finite del pianeta.

Gli stessi economisti discussero dell’inadeguatezza delle convenzioni economiche neoclassiche, e così furono Schumpeter e Marshall a mettere in discussione i modelli economici. Persino economisti favorevoli alla crescita, come Keynes hanno preconizzato l’implosione del capitalismo su stesso. L’ideologia del capitalismo, votato alla crescita infinita, sta distruggendo i nostri diritti, gli ecosistemi e sta mettendo a rischio la democrazia come noi la immaginiamo. La funzione della produzione del capitalismo consente di realizzare un grande inganno illusionistico poiché trattando il capitale naturale come un ente matematico riesce a nascondere (in realtà non li considera affatto) gli effetti negativi delle cosiddette esternalizzazioni negative (danni ambientali). La natura nonostante abbia limiti ben definiti diventa infinitamente piccola, il capitale non risponde più all’economia reale ma ai capricci delle borse telematiche condizionate da asimmetrie informative, ed il lavoro anch’esso diventa infinitamente piccolo effetto della competitività dei salari, alias schiavitù. La crescita, che sta alla base della globalizzazione neoliberista, stimola l’aumento del PIL delle SpA, grazie alla delocalizzazione delle industrie verso territori privi di regole morali e sindacali (zone economiche speciali), e dove è possibile usurpare e sprecare le risorse del pianeta per produzione merci e aumentare i dividendi degli azionisti attraverso le disuguaglianze di riconoscimento (ridotti costi salariali). La decrescita selettiva del PIL non è un obiettivo in se ma consente di cancellare gli sprechi e le spese inutili, ed è necessario separare il concetto di lavoro dal concetto di utilità, poiché non tutti i lavori sono utili (costruzione di armi). Da un lato i paesi occidentali devono decrescere per migliorare la qualità della vita, e da un altro lato paesi emergenti dovrebbero crescere per raggiungere livelli di sostenibilità culturale, ambientale e tecnologica. Il processo di decrescita felice si basa sia sul miglioramento e sia sulla distinzione dei beni dalle merci. La comunità locale, può appropriarsi dei mezzi di produzione per auto produrre beni fuori dal mercato, ad esempio, la trasmissione del sapere, il cibo e l’energia possono essere auto prodotti al di fuori delle logiche di mercato. L’energia è un bene che può essere auto prodotta tramite l’innovazione tecnologica (fonti alternative) ed è possibile scambiare i surplus gratuitamente in un sistema di rete intelligente. Tutta la nostra società (cresciuta troppo) può ridurre il consumo di merci inutili (decrescita felice) facendo calare il PIL, e può aumentare lo scambio dei beni, gratuitamente, in questo modo si riducono i rifiuti e migliora la qualità della vita. L’obiettivo è tendere ad un equilibrio ecologico. La strada che porta all’equilibrio ecologico ha bisogno di una nuova occupazione, pertanto la decrescita felice, a differenza della crescita, crea nuova occupazione poiché sposta individui impiegati male verso settori virtuosi come l’efficienza energetica, il riciclo totale delle materie prime seconde (rifiuti), le cooperative agricole, la conservazione del patrimonio architettonico e la rigenerazione urbana sostenibile, la prevenzione del rischio idrogeologico e sismico, la ricerca per l’innovazione tecnologica etc. L’ideologia della crescita ha usufruito dell’obsolescenza pianificata, e dell’innovazione tecnologica per sostituire gli operai con i robot, e poi ha delocalizzato le imprese per sfruttare una manodopera a costi ridotti ed aumentare i profitti degli azionisti. La fine dell’era industriale che stiamo vivendo trova una risposta e varie opportunità solo nella bioeconomia, e la decrescita felice è il periodo di transizione che indica come creare nuova occupazione partendo da nuovi processi industriali bioeconomici, dal prendersi cura delle città esistenti alle auto produzioni: sovranità alimentare, filiere corte, riciclo totale, prevenzione dal rischio sismico, rigenerazione delle città. All’interno di questo processo già in corso si rende necessario ripensare i paradigmi delle istituzioni e dell’euro zona per nulla confacenti all’obiettivo dell’equilibrio ecologico.

Infatti, in tutti i Paesi, cosiddetti occidentali, viene adottato e accettato, sin dal 1944, un modello di sviluppo omogeneo in base ad un indicatore come il Prodotto Interno Lordo  (PIL) che misura la produzione di merci e servizi immateriali in un anno. Il concetto di ricchezza è stato propagandato dalla Banca Mondiale (BM), dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) in maniera tale che il PIL e l’uso di una moneta stampata da una Banca Centrale fosse l’unico e vero “valore” da tenere in considerazione. Siamo arrivati al punto tale che le corporations SpA, tramite l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), governano la politica mondiale e quindi anche locale e, non sono più le pubbliche istituzioni rappresentative democraticamente elette a decidere per conto dei popoli. Il modello errato di società che ci opprime è la crescita economica e monetaria per la crescita stessa, ignorando i diritti civili. In realtà questo modello di sviluppo è precedente alla seconda guerra mondiale, sorto negli USA con la nascita della Federal Reserve e con la nascita della “personalità giuridica”, società per azioni quale modello di società che dialoga con le istituzioni e scarica di responsabilità le persone fisiche.

Pertanto sin dal dopo guerra è sorto un movimento culturale per porre critiche su questo modello sviluppo. decrescita-per-tuttiIl dibattito politico-culturale negli anni ’50 e ’60 disse chiaramente che la misura del PIL non era sufficiente per capire il reale sviluppo, e specificatamente per crescita non si doveva intendere solo quella economica e monetaria (materialista) ma, anche culturale, etica, sociale e spirituale. E quindi il termine decrescita si contrappone alla crescita del PIL lasciando capire che non importa il segno positivo o negativo del PIL, poiché lo stesso non è un indice di crescita reale del Paese, ma uno stupido indicatore economico che non tiene conto dei diritti, della cultura, della salute, della qualità del cibo e della felicità umana.

Un’élite di banchieri ed industriali è riuscita a programmare le menti di milioni di cittadini attraverso le università ed i media  (attraverso l’ignoranza in sostanza) elevando l’invenzione della moneta, da essi controllata e stampata “dal nulla”, (domanda ed offerta di moneta –> moltiplicatore monetario) a dogma religioso, elevando la crescita monetaria ed industriale a dogma societario, a modello da imitare. Essi hanno manipolato il reale concetto di ricchezza, hanno manipolato i concetti di sviluppo e crescita. Il ricco non è quello che mangia più cibo inquinato, ma chi si nutre in maniera sana ed equilibrata. E la domanda di lavoro è l’efficace strumento di ricatto per schiavizzare gli esseri umani, opprimerli nella continua ricerca di un pezzo di carta stampato dalla Banche Centrali prestato agli Stati, e caricato di interessi tutto in maniera illegittima poiché il potere supremo spetta al popolo compresa la sovranità monetaria come indica chiaramente la Costituzione italiana (artt. 1 e 47), sovranità violata dal Trattato di Maastrischt prima e poi “legalizzata” da quello di Lisbona (luglio 2008). La cosiddetta società “avanzata”, industriale, occidentale, dello “sviluppo” e dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” è fondata su poche regole: una moneta privata “creata dal nulla” (perché non hanno il diritto di scambiare il nulla, moneta debito, con il lavoro degli uomini), l’assenza di etica nelle regole scritte, siano esse leggi e norme degli Stati e, trattati internazionali ed accordi commerciali internazionali illeciti. In sostanza banche e corporations usano le risorse del pianeta a loro piacimento, per conservare il potere e continuare il controllo sulla maggioranza dei popoli assoggettati da finte democrazie rappresentative istituite nella maggioranza dei territori.

Sviluppando un approfondimento sulla decrescita, e meglio ancora sulle opportunità della bioeconomia per comprenderne il cambiamento radicale, dovremmo immaginare città e territori rurali che grazie all’uso delle nuove tecnologie, consentono ai cittadini di controllare gli strumenti del capitale riducendo il ruolo e l’influenza delle grandi imprese private. L’innovazione della bioeconomia riduce il ruolo del mercato, e potremmo auto produrre energia, cibo e usare la mobilità sostenibile per diminuire drasticamente i costi e i profitti di chi guadagna attraverso gli sprechi controllando le nostre risorse. Dare il controllo del capitale ai cittadini è una prospettiva che rientra nelle utopie socialiste dell’Ottocento, che consentirono di sviluppare i primi progetti di comunità auto sufficienti. Questa evoluzione non si realizza, non perché non si possa fare ma perché le masse non hanno una coscienza di classe, ed hanno rinunciato nell’immaginare un futuro migliore. Un nostro errore è che siamo abituati a delegare e, non a decidere direttamente.

Lo stile di vita degli individui occidentali è troppo energivo (impronta ecologica), e per il momento non riusciamo a rendercene conto perché mentalmente condizionati e immaturi. Subiamo passivamente gli stili di vita che le stesse corporations SpA comunicano attraverso i media che controllano. E’ incredibile ragionare sul fatto che in realtà il “maestro di vita” è quella stupida scatola chiamata televisione. I principali condizionamenti provengono dalla TV, poi dagli studi  (scuola ed università) e dall’ambiente. Ambiente inteso come famiglia, relazioni sentimentali, amicizia e lavoro.

La decrescita intende semplicemente ribaltare gli stili di vita e ripristinare l’uso razionale del cervello umano e l’uso razionale dell’energia.
Si intende riscoprire il piacere del vivere sociale in maniera non più egoistica ma altruistica. Riscoprire il piacere dei cibi autoprodotti, della vita conviviale, dello stare insieme per affrontare i problemi della comunità locale avendo un approccio olistico e pragmatico dei temi affrontati.

Decrescita significa riappropriarsi dei beni comuni e tutelarli. Significa bere acqua del rubinetto ma sicura, significa affidare la gestione della stessa a società realmente pubbliche fatte anche dai cittadini e non da una corporation SpA.

Per tutti questi motivi la decrescita felice non è collocabile fra gli schieramenti politici attuali, siano essi di destra o di sinistra, per la banale ragione che i diritti non sono di una parte politica, ma di tutti. Mangiare cibi sani e di qualità, bere acqua pubblica e pulita, usare l’energia razionalmente, tutto questo ed altro sono pure scelte di buon senso, sono il frutto di azioni politiche che non hanno una bandiera politica. Se ci fossero rappresentanti eletti non corrotti, questi parlerebbero di come eliminare gli sprechi energetici dalla rete nazionale e locale, applicherebbero l’uso delle tecnologie e delle fonti energetiche rinnovabili. Ma tutto questo non avviene perché la riduzione dei consumi e quindi della domanda energetica è opposta alla cultura della crescita del PIL, è opposta alle strategia dei monopolisti energetici nazionali e locali che guadagnano soldi proprio dagli sprechi e dai consumi e non dai risparmi energetici. Con questo semplice esempio ci rendiamo conto di come le attuali forze politiche siano del tutto obsolete, corrotte ed immorali. Si intuisce che la decrescita è un cultura politica moderna e contemporanea perché tiene conto del vivere sobrio utile al pianeta e quindi all’essere umano. Detto ciò è necessario condividere, studiare e mostrare quanto sia possibile vivere meglio e superare tutte le barriere mentali oggi esistenti.rifiuto-riduco-riciclo Si può iniziare applicando la strategia “rifiuti zero”, che imita le leggi della natura eliminando gli errori di progettazione industriale delle merci e riutilizza gli scarti inserendoli nel ciclo commerciale. La strategia rifiuti zero riduce al massimo i rischi ambientali e sanitari e, sostituisce gli obsoleti inceneritori con gli impianti di riciclo, molto meno costosi e più razionali.

Negli ultimi tempi in alcune comunità locali prende forma l’opportunità di rigenerazione i centri urbani esistenti, e pertanto nascono politiche urbane denominate smart cities. Le tecnologie odierne consentono di realizzare città intelligenti poiché edifici e quartieri possono diventare produttori e consumatori di energia scambiandosi i surplus in eccesso. In quest’ottica è possibile rigenerare interi tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita e cogliere l’opportunità di realizzare nuovi servizi secondo i mutati bisogni dei cittadini e tutto ciò può accadere attraverso forme di pianificazione partecipata realizzando nuovi modelli economici locali.

Nel settore della mobilità di massa esiste anche una soluzione ecoefficiente: il treno a levitazione magnetica


[1] Fonte Wikipedia: I fondi speculativi (in inglese hedge funds) detti anche in italiano fondi hedge, nascono negli Stati Uniti negli anni 50. La definizione di “finanza creativa” è spesso associata alle operazioni speculative che tali fondi possono consentire. Il primo fondo hedge fu fondato da Alfred Winslow Jones nel 1949.
[2] Fonte Wikipedia: Il credit default swap (CDS) è uno swap che ha la funzione di trasferire l’esposizione creditizia di prodotti a reddito fisso tra le parti. È il derivato creditizio più usato. È un accordo tra un acquirente ed un venditore per mezzo del quale il compratore paga un premio periodico a fronte di un pagamento da parte del venditore in occasione di un evento relativo ad un credito (come ad esempio il fallimento del debitore) cui il contratto è riferito. Il CDS viene spesso utilizzato con la funzione di polizza assicurativa o copertura per il sottoscrittore di un’obbligazione. Tipicamente la durata di un CDS è di cinque anni e sebbene sia un derivato scambiato sul mercato over-the-counter (non regolamentato) è possibile stabilire qualsiasi durata.
[3] Frederick Soddy, L’economia cartesiana, 1922

Rifiuti Zero

Cos’è Rifiuti Zero?

rifiuto-riduco-riciclo“I rifiuti non sono un problema tecnologico ma un problema di progettazione industriale“
, prof. Paul Connett.
La “natura” è un sistema in equilibrio, che si basa su di un modello a catena chiusa, detto anche di tipo circolare; quello che si presenta come uno scarto di una pianta o di un’animale diventa il cibo per una altro organismo vivente. La natura non conosce il concetto di rifiuto come noi umani lo consideriamo e prima delle rivoluzioni industriali neanche l’uomo produceva rifiuti, parliamo di circa 150 anni fà. Quello che a noi viene propagandato come sviluppo e crescita in realtà è un regresso, in quanto le attuali attività antropiche hanno creato un disequilibrio nell’ecosistema. Le merci che noi compriamo sono frutto di un processo industriale di tipo lineare. Alla base della filosofia industriale il rifiuto non è contemplato come voce di profitto e/o danno economico, lasciando ricadere gli effetti negativi sulle popolazioni e sui consumatori. Estrazione delle materie prime, trasformazione (assemblaggio e produzione), commercializzazione, utilizzo (consumo) ed infine “rifiuto”. Questo tipo di sistema ha creato uno stile di vita vizioso, non compatibile con la natura. Noi umani abbiamo dimenticato che siamo parte della natura stessa. guida al consumo criticoPer poter continuare a soddisfare i nostri bisogni in questo modo abbiamo necessità di un altro pianeta Terra da cui approvvigionarsi delle materie prime.
Dal 1987 un gruppo di ricerca si è occupato di misurare l’impronta ecologica, ridurre gli sprechi e conservare le risorse in tutti gli Stati Uniti ed in Canada. Questo gruppo ha condiviso la sua esperienza lavorando con aziende, governi ed organizzazioni no-profit. Questi ricercatori usano un indice ambientale dei consumatori basato sul ciclo vita dei rapporti economici ed il relativo stile di vita. Tramite questo indice calcolano i rifiuti, l’energia e gli impatti delle sostanze tossiche causati dalle tre fasi di produzione, uso e smaltimento di merci e servizi acquistati ogni anno da parte dei consumatori. Il gruppo attraverso i suoi studi ha evidenziato l’insostenibilità dell’attuale sistema socio-politico e proposto un’alternativa imitando i processi naturali, in quanto i rifiuti sono un segno di inefficienza. La strategia proposta prende il nome di rifiuti zero (Zero Waste). Questo obiettivo esprime la necessità di progettare un circuito chiuso per il sistema sociale/industriale. Con l’uso dei termini “rifiuti zero” si vuole esprimere anche “zero rifiuti solidi”, “zero rifiuti pericolosi”, “zero sostanze pericolose” e “zero emissioni”.
La strategia suggerisce che il concetto attuale di rifiuto deve essere eliminato. I rifiuti dovrebbero essere pensati come “residui di prodotto” o più semplicemente come una “potenziale risorsa”, per contrastare la nostra base di accettazione dei rifiuti come un normale corso degli eventi. L’opportunità per la riduzione dei costi, l’aumento dei profitti e la riduzione dell’impatto ambientale si evidenziano quando si riducono questi prodotti residuali e le risorse come cibo per il sistema industriale e naturale. Ciò comporta la riprogettazione dei prodotti e dei processi al fine di eliminare le loro proprietà pericolose che li rendono inutilizzabili ed ingestibili, in quantità tali da non sovraccaricare le industrie e l’ambiente.
Per ottenere Rifiuti Zero occorrono tre cose:
1. responsabilità industriale (a monte)
2. responsabilità della comunità (a valle)
3. una buona leadership politica (per saldare insieme entrambe le cose)
Ad esempio un’industria che produce macchine fotocopiatrici la Xerox, recupera le vecchie macchine dismesse o non funzionanti da tutto il mondo per poterle smontare in enormi depositi e poterne recuperare oltre 95% dei materiali i quali vengono riutilizzati o riciclati per le future macchine fotocopiatrici; con un risparmio del 76 milioni di dollari ottenuti per il solo anno del 2000. dalla-cullaAlla comunità spetta la responsabilità di conferire i materiali in discarica rispettando sei principi cardine: evitare di generare rifiuti attraverso iniziative di prevenzione dei rifiuti, ad esempio con l’acquisto di prodotti che presentano l’imballaggio ridotto al minimo, acquistando prodotti che realmente verranno utilizzati ed in caso di disuso donare o rivendere il prodotto ancora utilizzabile. Consegnare presso aree di raccolta materiali riutilizzabili, come ad esempio prodotti tecnologici non di ultima generazione. Materiali compostabili, cioè tutti i materiali di natura organica dai quali è possibile produrre biogas e compost. Materiali riciclabili, composti da materiali che possono essere riciclabili per la loro natura chimica ed in quanto separabili. Individuazione e separazione dei materiali tossici. In fine tutti quei materiali che oggi non sappiamo recuperare rientrano nella categoria dei residuali.

italia-sotto-rifiutiIn Italia il concetto di comunità è stato manipolato per garantire facili profitti economici a pochi soggetti industriali divenuti monopolisti del ciclo integrato dei rifiuti. Invece negli Stati Uniti i suoli delle discariche sono di proprietà pubblica, inoltre la gestione delle stesse o di un impianto di riciclo può anche essere affidato ad un soggetto privato diverso da quello addetto alla raccolta. In questo modo separando i ruoli della filiera del ciclo dei rifiuti si evitano conflitti e concorsi di interesse a vantaggio della comunità che paga le tasse.
Gli studi statistici ed economici hanno evidenziato fino ad ora che l’unico modo per poter raggiungere in breve termine l’obiettivo rifiuto zero è l’adozione della raccolta domiciliare “porta a porta”, tramite lettura di un microchip che misura il peso e/o numero di bidoncini svuotati. (Fonte: P. Gentilini e N. Belosi, Le buone pratiche, Bollettino dell’Assise di Napoli, ott.-nov. 2007, pag. 18). Dall’analisi dei dati, la raccolta domiciliare con separazione secco/umido, sia per l’intero campione, sia per le diverse fasce di grandezza dei comuni, presenta in modo netto i migliori risultati rispetto agli altri sistemi di raccolta perché comporta:
– la minore produzione di rifiuti pro capite, in ossequio al primo criterio di prevenzione alla produzione di rifiuti;
– le maggiori rese di raccolta differenziata, in ossequio ai criteri di massimo recupero di materia e di minimo smaltimento;
– i minori costi pro capite del servizio di igiene urbana,in ossequio al criterio di economicità.
Le altre alternative attuali al sistema “porta a porta” sono la raccolta stradale (cassonetti) e quella mista, entrambe inefficaci. Inoltre la raccolta mista è quella con peggiori rapporti costi/benefici poiché non riesce ad ottenere le priorità indicate dalle norme mantenendo in vita entrambi i metodi, stradale e domiciliare, che vanno in conflitto tra di loro.

E’ necessario chiarire che le industrie producono due tipi di “rifiuti”: urbani e speciali. Oggi il 90% dei “rifiuti” urbani non sono più un rifiuto perché riciclabili, compostabili e riutilizzabili, per cui solo il 10% residuale deve essere studiato da centri di ricerca e rimesso nel mercato come gli altri. Questo 10% non rappresenta un pericolo per la salute umana poiché inerte ma purtroppo oggi vengono inceneriti recando danni ambientali. I “rifiuti” speciali per ben l’85% sono riciclabili e solo il restante 15% va conferito in discariche speciali.
Quindi per applicare la strategia rifiuti zero la politica deve rendere illegali le merci non riciclabili, imponendo nuove regole di progettazione industriali dei prodotti e favorendo le università con i centri di riciclo dove poter studiare un modo di recuperare le attuali merci residuali. Al progetto rifiuti zero partecipano interi Stati, contee, regione, città di milioni di abitanti e piccoli centri urbani sparsi in tutto il mondo. In Italia, Capannori (LU) è stato il primo Comune a deliberare tale strategia, seguito successivamente da altri. Poiché la strategia è lungimirante ha prodotto dei risultati nel tempo al di sopra delle aspettative ipotizzate e, prevede continui miglioramenti, ad esempio l’intero Stato della California raggiungerà l’obiettivo rifiuti zero entro il 2020.

pubblicato in La Voce di Parma, 13 maggio 2009.  Scritto da Vincenzo Bruno ed in collaborazione col sottoscritto (Giuseppe Carpentieri).

Architettura, coscienza e mode

«Nel mese di febbraio del 1981 si è tenuto a Catania il Primo Seminario di Architettura Bioclimatica d’Italia. Erano gli anni di maggior fervore nel mondo accademico per tutto ciò che era Architettura Passiva e Bioclimatica. fisica tecnica ambientaleLo stesso Consiglio Nazionale delle Ricerche aveva avviato un progetto Progetto Finalizzato Energetico che aveva, fra i vari sottoprogetti, quelle per le Energie Rinnovabili (RERE) e per l’energia solare. In sede internazionale nascevano i primi Congressi sull’Architettura Bioclmatica e fra questi si ricorda il PLEA (Passive Low Energy Architecture) ancora oggi stancamente esistente. Nel 1983 vi fu una rassegna organizzata dall’ENEA (Ente Nazionale per le Energie Alternative) e da IN/ARCH (Istituto Nazionale di Architettura). Seguirono alcuni concorsi nazionali e internazionali sull’architettura bioclimatica. Ma la passione e la voglia di ricerca di quel periodo si è spenta, come una moda, nell’arco di pochissimi anni, Lo stesso CNR ha chiuso e non più rinnovato il PFE e i temi bioclimatici sono rimasti ristretti a pochi intimi. Occuparsene non fa più moda! Non fa più cultura! Il numero di pubblicazioni su queste tematiche va sempre più diminuendo. Tutto è rinviato alla prossima crisi energetica». (tratto da Giuliano Cammarata, climatologia dell’ambiente costruito, dispensa del corso parte seconda Facoltà di Architettura Siracusa, 2006)

La testimonianza del prof. Cammarata ci mostra come ben 27 anni fa il mondo della ricerca italiana fosse consapevole ed intellettualmente attrezzato per pianificare una transizione energetica. Ma come ogni cosa anche, e forse soprattutto, il mondo accademico è subordinato alle scelte politiche dei Governi che si alternano, e nel caso italiano, i Governi che si sono alternati hanno trascurato i temi energetici relativi all’uso razionale dell’energia. Il nostro ceto politico è in continuità col petrol-dollaro ed ha evitato di programmare l’auto sufficienza energetica delle nostre comunità.

L’Analisi del ciclo di vita (LCA) è una metodologia che misura tutta l’energia che si impiega per una trasformazione/produzione di una merce, e permette di individuare anche gli sprechi, come ad esempio l’eccesso di energia impiegata o il danno ambientale dovuto a un’estrazione irresponsabile delle risorse non rinnovabili. L’attività edilizia è uno dei settori a più alto impatto ambientale, che si esplica attraverso l’inarrestabile consumo del territorio, l’alto consumo energetico e le emissioni in atmosfera ad esso connesse. L’Analisi del Ciclo di Vita applicata al settore edilizio è uno strumento efficace di conoscenza, che offre al progettista fin dalla fase di progettazione la possibilità di monitorare le proprie scelte, proiettandole nell’intero ciclo di vita all’edificio in quantità d’impatto ambientale, energetico e costo economico. Il metodo può essere uno strumento finalizzato ad una progettazione eco-efficiente che in ogni fase del ciclo di vita assicuri un basso impatto sul sistema ecologico, tramite l’interazione con il calcolo del fabbisogno energetico. Inoltre, il metodo LCA valuta l’impatto ambientale prodotto dai consumi energetici durante la vita dell’edificio e permette di confrontare soluzioni tecnologiche atte ad una progettazione a basso consumo energetico, quindi all’uso razionale dell’energia. M. Chiara Torricelli, Elisabetta Palumbo, Lisa De Cristofaro, Ciclo di vita di edifici in laterizio: analisi integrata ambiente, energia e costi.

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Queste poche note ricercate nella letteratura del mondo accademico mostrano una sensibilità alla tutela della salute, al risparmio energetico, al buon senso. Mentre il Governo in questi giorni “cancella” le detrazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie volte proprio alla riduzione della domanda energetica con effetto retroattivito, si legge dal corriere: più difficile ottenere sgravi fiscali per chi risparmia energia. Il decreto, pubblicato domenica mattina sulla Gazzetta ufficiale e quindi in operativo dal 30 novembre, rende molto più complesso il percorso per ottenere le detrazioni fiscali del 55% delle spese sostenute per installare un pannello solare termico, sostituire un impianto di climatizzazione o cambiare gli infissi alle finestre. Sembra quasi una barzelletta ma è la realtà. Da Azzero notizie: “Governo impazzito sulle detrazioni fiscali” È questo lo scenario prefigurato dal decreto legge 185/2008, che all’art.29 modifica la procedura per usufruire dell’agevolazione fiscale riservata a chi ha effettuato interventi che migliorano le prestazioni energetiche degli edifici nel 2008, procedura prevista dall’articolo 1, commi da 344 a 347, della legge 296/2006, e prorogata dall’articolo 1, comma 20, della legge 244/2007. La norma infatti ha effetto retroattivo e impone a chi intenda usufruire della detrazione del 55% delle spese già effettuate nel 2008 l’obbligo di prenotare il beneficio fiscale inoltrando una richiesta, esclusivamente per via telematica (anche attraverso gli intermediari abilitati), all’Agenzia delle Entrate tra il 15 gennaio e il 27 febbraio 2009.

A Salerno, la mia famiglia acquistò un appartamento in un condominio di edilizia economica e popolare nel 1983. La prima cosa che facemmo fu quella di dotarci di un impianto di acqua sanitaria scaldata anche da collettori solari, la seconda fu coibentare l’intero condominio (“cappotto termico”) risparmiando soldi sulla bolletta energetica ed inquinare meno. Tutte spese senza alcun aiuto dallo Stato, ma consapevoli degli investimenti fatti.

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A Parma, nel condominio in cui vivo costruito probabilmente negli anni ’70, alto cinque piani con 4 appartamenti per piano, è dotato di un impianto centralizzato di riscaldamento e spendiamo 24.000 euro annui per i consumi energetici poiché l’edificio non essendo coibentato spreca più energia di quanto ne serva realmente. Sarà contenta ENIA SpA che guadagna sugli sprechi altrui. sistemi solari attivi passivi negli edificiMa questo spreco è figlio dell’ignoranza di alcuni cittadini che costringono altri a consumare e sprecare danaro, e questi non fanno nulla per cambiare le scelte politiche sbagliate. Inoltre gli sprechi economici potrebbero finanziare ristrutturazioni edilizie per rivalutare il patrimonio immobiliare esistente, è sufficiente volerlo fare.

In tutte le facoltà d’Architettura nascono corsi per la certificazione energetica, per il risparmio, ed i Governi ignorano la volontà popolare di risparmiare energia e di usarla meglio rispetto al passato costruendo edifici più razionali, meno inquinanti. Il Giappone iniziò a credere nel settore fotovoltaico dal 1975, la Germania è leader in Europa nel settore delle energie rinnovabili grazie ai Cip6 ed al conto energia, seconda è la Spagna. La Scozia adotta la strategia rifiuti zero, prima degli scozzesi ci ha pensato lo Stato della California ponendo l’obiettivo rifiuti zero nel 2020. Giappone e Spagna presentano ciclomotori col motore magnetico, cioè zero combustioni e zero petrolio. Nasce la Tesla motors, un’auto con un motore sviluppato dai brevetti di Nikola Tesla. Insomma nonostante lo spaventoso  peso delle corporations SpA, nel mondo esistono imprese che realizzano progetti sensibili e consapevoli sull’uso razionale dell’energia. Purtroppo questo accade soprattutto nel resto del mondo, mentre il ceto politico italiano ignora queste opportunità limitando la crescita tecnologica del Paese. La generontocrazia e gli attuali dinosauri stanno distruggendo il nostro presente e futuro.

In fine i gestori della globalizzazione – Banca Mondiale, Banca dei regolamenti internazionali (BIS), Fondo Monetario Internazionale, (FMI) Gruppo Bilderberg,  WTO, Commissione Trilaterale, UE ed USA e loro SpA amiche – stanno sviluppando in segreto la Fusione Fredda (Rainews24 rapporto 41), verificata anche dall’ENEA in Italia ma insabbiata per regalare il know how acquisito alle corporations amiche (ST Microelectronics, Pirelli Labs, EDF Electricitè de France, Energetics Inc., ENEL, ENEA, IFNF, Mitsubishi Heavy Industries, eccetera).

Qui sotto un’altra tecnologia “scomoda” al potere: il motore magnetico, sviluppo delle immense intuizioni di Tesla.

Disinformazione e manipolazione

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Si chiama “la nuova Provincia”, in copertina c’è scritto pubblicazione della Provincia di Parma alle famiglie, la ricevo ogni mese “gratuitamente” a casa, c’è scritto tariffa pagata “promoposta”. Il Presidente della Provincia si chiama Vincenzo Bernazzoli (PDmenoL) che insieme al Sindaco di Parma Pietro Vignali (PDpiùL) hanno fatto il tifo per ENIA SpA affinché passasse la deliberazione per costruire un inceneritore anche a Parma. I cittadini di Parma disinformati e manipolati ora dormono sogni tranquilli e credono che fare la raccolta differenziata e costruire un inceneritore non siano antitetici. In un certo senso è anche vero e vediamo il perché.

rifiuto-riduco-ricicloInnanzitutto, è necessario porsi una domanda le materie differenziate dai cittadini che pagano ancora una tassa impropria (TARSU) che fine fanno? Il 28 aprile 2007 scrissi […] in fine non va dimenticato che l’inceneritore ha bisogno continuamente di bruciare materia altrimenti la macchina termica nel “perdere energia lavora male“, e così per assicurasi l’energia necessaria la lobby degli inceneritori si è garantita un contratto con l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni d’Italia) e con il COREPLA (Consorzio per il Recupero della Plastica). Abbiamo fatto questa domanda qui a Parma e la risposta è tragica, infatti è la stessa ARPA Emilia Romagna che fornisce informazioni, che a sua volta le prende dal CONAI (COnsorzio NAzionale Imballaggi), sulla percentuale di materiale differenziato che viene buttato negli inceneritori. Dalle tabelle a pag. 39 del file pdf si possono leggere i kilogrammi di materiale conferiti negli inceneritori gestiti da ENIA SpA ed HERA SpA

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In genere avere informazioni di questo tipo è molto difficile, posi la stessa domanda a Roberto Cavallo esperto di gestione rifiuti e mi disse che in genere nella migliore delle ipotesi il 45% delle materie differenziate va al riciclo. I dati devono fornirli le aziende che curano la filiera dalla raccolta allo smaltimento ed i Comuni devono controllare.
Insomma le persone vengono ingannate credono di aiutare l’ambiente e la salute pagando sempre una Tassa ed invece la percentuale di materia riciclata è poca. Si da persino una mano agli inceneritori poiché una buona raccolta differenziata fornisce ottimo materiale da bruciare.
E’ l’obiettivo finale quello che conta, si differenzia per riciclare e non per bruciare. L’esempio paradigmatico rimane il Consorzio Priula in Provincia di Treviso dove riciclano il 100% delle raccolte differenziate grazie al Centroriciclo di Vedelago.

Torniamo all’articolo menzognero de “la nuova Provincia”, testualmente: Nessun Paese al mondo si è posto l’obiettivo di portare a zero la percentuale di rifiuti da smaltire. Semplicemente perché è tecnicamente impossibile. La rivista ufficiale di un Ente pubblico che scrive queste cose è quantomeno immorale, se ci sono gli estremi per un denuncia forse andrebbe fatta. Non è accettabile pagare le tasse per vedersi recapitare simili menzogne.

Lista delle comunità (Stati, città) che hanno adottato la strategia Rifiuti Zero.

Risponde Alessio Ciacci, assessore del Comune di Capannori (LU), 45000 abitanti, primo comune italiano che aderisce alla strategia rifiuti zero già avviata in molti Paesi nel mondo.

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La settimana europea sulla riduzione dei rifiuti dal 22 al 30 novembre 2008, SERD 2008, coordinata dall’ACR+

Accolgo con piacere l’iniziata segnalatami da Roberto Cavallo volta ad informare circa la riduzione e prevenzione dei rifiuti, primo passo per tendere ad una società a rifiuti zero.

Per cui copio incollo la nota di Sergio Cappelli

Dal 22 al 30 novembre 2008 si terrà la Settimana europea sulla riduzione dei rifiuti, SERD 2008, coordinata dall’ACR+ (Associazione europea delle Città e Regioni per il riciclaggio e la gestione sostenibile delle risorse).
L’Italia si è ufficialmente candidata a partecipare alla Settimana con un gruppo di istituzioni ed associazioni già impegnate sul fronte della gestione sostenibile dei rifiuti: Osservatorio Nazionale sui Rifiuti, Federambiente, Coordinamento nazionale Agenda 21 locale, Rifiuti 21 Network, Legambiente, Comuni virtuosi.
La campagna informativa, a cura del Coordinamento nazionale Agenda 21 locale, è basata sulla campagna europea «-kg» dell’ACR+ ed ha come obiettivo quello di far conoscere ad un pubblico più vasto possibile l’importanza delle politiche e delle pratiche di riduzione dei rifiuti nonché fornire una lista di consigli utili per ridurre i rifiuti mostrando la diversità di azioni possibili in diversi luoghi e per diversi soggetti implicati.

Le iniziative possono essere sia di tipo informativo e di comunicazione, per la diffusione dei contenuti della Campagna (kit informativo), che azioni concrete e dimostrative, ad esempio:
• diffusione del kit informativo a mezzo siti web, mailing list, media locali
• allestimento di un punto informativo ad hoc o in occasione di manifestazioni pubbliche già in calendario,
• incontri con la stampa locale sul tema della prevenzione rifiuti
• incontro pubblico sul tema della prevenzione rifiuti (in generale o su di uno specifico flusso di beni),
• distribuzione di borse in tela per la spesa, pannolini riutilizzabili, ecc.
• organizzazione di una giornata di scambio di beni usati tra cittadini
• raccolta straordinaria di beni usati con fini benefici

Intervista di Francesco al prof. Gianni Tamino, biologo al convegno Rifiuto: Riduco Riciclo di Gambettola (FC) 25-26 ottobre

un mio piccolo contributo alla campagna, una presentazione elaborata verso gennaio 2008:

Oggi il CentroRiciclo di Vedelago (TV) dichiara di riciclare anche l’indifferenziato.

letteratura medica internazionale: inceneritori e cancro

La domanda sorge spontanea: in un clima di incertezza come fa la politica a rassicurare i cittadini? Perché ci si ostina a costruire e sovvenzionare impianti che non danno certezze? Eppure metodi e procedure deliberative ispirate ai principi di prevenzione e precauzione dicono chiaramente che bisogna scegliere l’opzione zero (si sceglie di non costruire) in caso di evidenti e grosse incertezze soprattutto quando si parla di salute.

Convegno: RIfiuto: RIduco e RIciclo svolto a Gambettola (FC) 25/26 ottobre 2008

GRAZIE FRANCESCO!!!

A Parma ci sono cittadini importanti come Francesco Barbieri della Farmacia Annunziata. Francesco non sa di questa mail che voglio dedicare a lui. Ora vi spiego perché.

Francesco ha voluto pagare l’intera due giorni di Gambettola offrendo, a chi voleva partecipare, la possibilità di ascoltare e conoscere la corretta gestione dei rifiuti al convegno promosso dalla Macroedizioni e coordinato da Stefano Montanari.

E’ stata un’enorme possibilità approfondire il tema sotto tutti i punti di vista: medico, ambientale, tecnologico e politico.

RIfiuto: RIduco e RIciclo per vivere meglio, che si terrà a Gambettola, a pochi chilometri da Cesena, il 25 e il 26 Ottobre 2008. Attraverso l’intervento di oltre quindici autorevoli scienziati e ricercatori, tra cui Paul Connett, teorico della famosa “Strategia Rifiuti Zero”, Stefano Montanari, scienziato e divulgatore di fama internazionale nonché coordinatore del convegno, Paolo Ermani, vicepresidente del Movimento della Decrescita Felice, Gianni Tamino, biologo e già membro del Parlamento Europeo e Jusy Iuliano, giornalista campana, l’obiettivo sarà quello di far emergere le strategie per una gestione responsabile dei rifiuti.

Se tutti i cittadini di Parma fossero come Francesco altro che inceneritori avremmo una città verde, ma realmente verde. So che ci sono altri come lui, bisogna cercarli.

relazioni da scaricare:
Gentilini, salute in cenere?, 26ott08 Gambettola
Gianni Tamino, la natura è a rifiuti zero, convegno a Gambettola 25-26 ottobre 2008

Francesco sta condividendo le interviste:

25-26 ottobre 2008 Gambettola (FC)

INTERVISTA a ROSSANO ERCOLINI (ReteNazionaleRifiutiZero)

INTERVISTA PROF. GIANNI TAMINO

La “Storia” contro gli inceneritori

dalla-cullaNel XVIII secolo il chimico, naturalista francese Antoine Lavoisier scoprì che in una reazione chimica la massa complessiva dei reagenti è uguale alla massa complessiva dei prodotti. Questa osservazione venne resa pubblica come Principio di Conservazione della Massa, comunemente conosciuta come Legge della Conservazione della Massa: la quantità di materia totale di un sistema chiuso rimane costante.

Questo principio viene studiato al quarto anno delle scuole medie superiori, nei Licei.

La Terra, il nostro pianeta, vive in un “sistema chiuso”, per cui qualsiasi combustione che l’uomo produce rimane nel “sistema chiuso“, Terra. A scuola lo sanno tutti!

E già, lo sanno proprio tutti, tranne i nostri politici, o fanno finta di non saperlo per aiutare le lobby che li pagano, ed insistono a bruciare i rifiuti prodotti dall’uomo. Gli impianti di incenerimento rientrano fra le industrie insalubri di classe I in base all’articolo 216 del testo unico delle Leggi sanitarie (G.U. n. 220 del 20/09/1994 , s.o.n.129) e qualunque sia la tipologia adottata (a griglia, a letto fluido, a tamburo rotante) e qualunque sia il materiale destinato alla combustione (rifiuti urbani, tossici, ospedalieri, industriali, ecc) danno origine a diverse migliaia di sostanze inquinanti, di cui solo il 10-20% è conosciuto. Le sostanze prodotte sono di diverso genere, quelle conosciute vengono classificate con delle sigle: Policlorodibenzodiossine PCDD e TCDD (Diossina), Policlorodibenzofurani PCDF, Policlorobifenili PCB, Policloroterfenili PCT, Policloronaftaleni PCN, Idrocarburi policiclici aromatici IPA, tutte sostanze cancerogene classificate dall’IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) e proibite dalla Convenzione di Stoccolma. Poi ci sono le sostanze inorganiche che si trasformano, diventano sempre più piccole a seconda della temperatura d’esercizio del forno e vanno a finire ovunque, nel ciclo dell’acqua, nei nostri polmoni e nel cibo che mangiamo, come ha dimostrato la ricerca dell’UE coordinata dalla dott.ssa Gatti, dando il nome di nanopatologie l’effetto di queste sostanze, polveri ultra fini, non compatibili col nostro corpo.girone-polveri Incenerire i rifiuti, di ogni genere, è l’operazione più stupida che si possa fare, una volta bruciato tutto non si può recuperare più niente, e rimangono ceneri altamente tossiche, che diventano rifiuti speciali e vanno in discariche speciali, ed immissioni di gas nell’atmosfera non più gestibili che fanno lievitare la CO2. Tutto ciò in palese contraddizione col Protocollo di Kyoto ratificato anche dall’Italia. Inoltre, producono inquinanti dannosi come il particolato, famoso per la sua incidenza sulla salute, ma gli inceneritori sono famosi anche per produrre sostanze sempre nuove e sconosciute, poiché è inevitabile che quando butti di tutto in un forno escono sostanze tossiche sempre nuove, poco conosciute. Quindi bruciare i rifiuti non risolve niente, anzi produce discariche speciali e sostanze non gestibili che ci ritroviamo nei cibi, sulla nostra tavola. Stefano Montanari, Direttore scientifico della Nanodiagnostics s.r.l., dice: “non esiste alcun tipo di filtro industriale capace di bloccare il particolato da 2,5 micron o inferiore a questo, ma in base alle leggi vigenti, questo ha ben poca importanza: il “termovalorizzatore” produce pochissimo PM10 (la legge sugli inceneritori prescrive ancora la ricerca delle cosiddette polveri totali ed è, perciò, ancora più errata) e la quantità enorme di micro-particolato non rientra nelle valutazioni: per cui a norma di legge l’aria è pulita…” Quindi bisogna intervenire sulla legge e far rilevare anche le PM0,1, che sono quelle più pericolose. E raccogliere l’appello, del 31 ottobre 2005, di numerosi ricercatori europei per cambiare la direttiva europea sul particolato atmosferico.

Per inciso: Nelle popolazioni esposte alle emissioni di inquinanti provenienti da inceneritori sono stati segnalati numerosi effetti avversi sulla salute sia neoplastici che non.valutazione dell'impatto ambientale Fra questi ultimi si annoverano: incremento dei nati femmine e parti gemellari, incremento di malformazioni congenite, ipofunzione tiroidea, diabete, ischemie, problemi comportamentali, patologie polmonari croniche aspecifiche, bronchiti, allergie, disturbi nell’ infanzia. Ancor più numerose e statisticamente significative sono le evidenze per quanto riguarda il cancro: segnalati aumenti di: cancro al fegato, laringe, stomaco, colon-retto, vescica, rene, mammella. Particolarmente significativa risulta l’ associazione per cancro al polmone, linfomi non Hodgkin, neoplasie infantili e soprattutto sarcomi, patologia “sentinella” dell’ inquinamento da inceneritori. Studi condotti in Francia ed in Italia hanno evidenziato inoltre conseguenze particolarmente rilevanti nel sesso femminile. I rischi per salute sopra riportati sono assolutamente ingiustificati in quanto esistono tecniche di gestione dei rifiuti, alternative all’incenerimento, già ampiamente sperimentate e prive di effetti nocivi. (Fonte: Patrizia Gentilini, oncoematologa, Associazione del Medici per l’Ambiente, I.S.D.E. Italia)

biologia-credenze-2007Bruce H. Lipton: vent’anni dopo il suggerimento del mio maestro Irv Konigsberg di considerare prima di tutto l’ambiente se le cellule sono malate, avevo finalmente capito. Il DNA non controlla i processi biologici, e il nucleo non è il cervello della cellula. Come voi e me le cellule sono modellate dall’ambiente in cui vivono. In altre parole: è l’ambiente stupido!

Letteratura medica internazionale, U.S. National library of Medicine & National Institutes of Health digitando le parole incinerator waste (inceneritore rifiuti) nel motore di ricerca interno al sito risultano numerose pubblicazioni scientifiche che rilevano i rischi sanitari. L’Ordine dei Medici francesi ha chiesto una moratoria contro gli inceneritori al capo del loro Governo. L’ISDE Italia (Associazione medici per l’ambiente) ha denunciato più i rischi sanitari causati dagli incenetori.

Nel caso degli impianti di incenerimento di “ultima generazione”, applicando il principio di precauzione dell’UE adottato dall’Italia nessun Ente pubblico è autorizzato a deliberare a favore di impianti industriali i cui i rischi sanitari non danno certezze per la popolazione. Anzi dalla letteratura medica si legge: “[…] Recenti risultati di studi tossicologici e studi epidemiologici indicano che il fine e le particelle ultrafini potrebbe rappresentare rischi sanitari e ambientali. […]” (Buonanno G, Ficco G, Stabile L. – DiMSAT – University of Cassino, via Di Biasio 43, 03043 Cassino (FR), Italy.) Le particelle ultrafini e le nanopovoleri (PM1 e Pm 0,1) sono oggetto di studio e, le ricerche intendono comprendere come queste, prodotte anche da precessi industriali ad alte temperature, possano entrare nel nucleo della cellula senza lederla.

italia-sotto-rifiutiIl rifiuto è invenzione dell’uomo, perché la natura ricicla tutto quello che può, tutto ciò che è per definizione naturale. E’ stato l’uomo che ha introdotto sostanze e composti chimici che prima non esistevano, e che ora la natura non riesce a “digerire” a “degradare”: esse non sono compatibili con la natura e si chiamano rifiuti. Il problema è che queste sostanze per l’uomo sono tossiche, patogeniche e causano patologie dalle più leggere alle più gravi, fino alla morte. Per questo motivo una seria e corretta gestione dei rifiuti è auspicabile e doverosa.

rifiuto-riduco-ricicloLa soluzione migliore, più efficace e più rispettosa per la nostra salute, è quella di non produrre più rifiuti, cioè impedire di immettere nel ciclo della natura, oggetti e materiali che non possono essere riciclati, e/o trasformati e/o riutilizzati. Su questo concetto si basa il Piano Rifiuti Zero, sostenuto dal prof. Paul Connett, (documento relazione del piano), e ci dice: i rifiuti non sono un problema tecnologico ma un problema di progettazione industriale. Occorrono tre cose:

  1. responsabilità industriale ( a monte)
  2. responsabilità della comunità (a valle)
  3. una buona leadership politica (per saldare insieme entrambe)

Si prevede, in un arco di tempo predefinito, l’eliminazione di materia non riciclabile, partendo da:

  • Raccolta Differenziata porta a porta “spinta”,
  • l’impiego del trattamento a freddo (tmb),
  • il riuso (riciclo),
  • una discarica per il materiale inertizzato (non più pericoloso),

tutto ciò fino alla conclusione del Piano che appunto prevede la chiusura della discarica e l’eliminazione dei prodotti non riciclabili e non riutilizzabili (eliminandone il commercio), quindi rifiuti zero. Una strategia già applicata al posto dell’incenerimento.

La vicenda degli inceneritori a recupero energetico (spacciati per termovalorizzatori, la parola non esiste, è solo un’operazione di marketing) nasconde una triste storia di truffa che i nostri dipendenti hanno causato a danno di tutti gli italiani: la truffa dei Cip6. “Gli italiani pagano quasi il triplo dei tedeschi per finanziare un sistema di incentivazione che nelle intenzioni doveva stimolare lo sviluppo delle rinnovabili“. Questo attraverso la voce A3 inserita nella bolletta dell’elettricità che tutti pagano ( il 2%), ma si tratta anche di soldi spostati verso i costruttori di inceneritori, inserendo una parolina nella legge, (art.22 legge 9/1991)“…fonti rinnovabili o assimilate”. Soldi stimanti in 60 mila miliardi di lire dati ai petrolieri (fonte: Alex Sorokin, Rilanciare le nuove fonti energetiche rinnovabili, in Ambiente Italia, Edizioni Ambiente, 2006). A causa di questa condotta illecita l’Unione Europea ha multato l’Italia.

Ed è ridicolo come alcune amministrazioni locali pretendano, nonostante tutto, di costruire ancora questi impianti altamente inquinanti e dannosi per la salute di tutti. La responsabilità è soprattutto di chi decide: gli amministratori pubblici. Quindi non facciamoci prendere in giro, informiamoci. Inoltre ricordiamoci che qualcuno avrà la faccia tosta di dire guardate al modello Asm-Brescia come funziona bene, è stato anche premiato. E’ vero è stato premiato dal suo costruttore, un leggero conflitto d’interessi, come tutta la voglia di costruirne altri su e giù per l’Italia.

Bruciare i rifiuti è anche più costoso della Raccolta Differenziata (R.D.), così come documentato da Roberto Cavallo, esperto di ambiente e di gestione dei rifiuti, ed invece la R.D. crea lavoro per più persone, più di quante ne servano per gestire un inceneritore a recupero energetico. Anche l’UIL in un documento, del 2005, evidenzia i costi elevati e l’aumento delle tariffe sulla TARSU (Tassa sui Rifiuti Solidi Urbani) nonostante questa doveva essere abolita, nonostante l’Italia doveva raggiungere l’obiettivo del 35% di R.D., puntualmente mancato, come indicato dall’UE e dal decreto Ronchi, e come si dovesse passare invece alla tariffa puntuale, meccanismo virtuoso che fa pagare di meno a chi differenzia di più e produce meno rifiuti. Basta seguire il buon esempio del Consorzio Priula o del piccolo Comune Mercato San Severino nella Provincia di Salerno.

Anche sul fronte energetico la raccolta differenziata + il trattamento meccanico biologico sono migliori dell’incenerimento, infatti l’energia recuperata dall’inceneritore per produrre elettricità si aggira intorno ad una stima (quindi teorica) al massimo del 15-25% negli impianti a condensazione e nell’ordine del 10-12% nel caso degli impianti a contropressione ed il resto dell’energia è dispersa; in fine non va dimenticato che l’inceneritore ha bisogno continuamente di bruciare materia altrimenti la macchina termica nel “perdere energia lavora male“, e così per assicurasi l’energia necessaria la lobby degli inceneritori si è garantita un contratto con l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni d’Italia) e con il COREPLA (Consorzio per il Recupero della Plastica). E dicono pure di fare bene all’ambiente. Quindi per definizione l’incenerimento è antitetico alla raccolta differenziata ed al riuso.

Un’analisi del ciclo vita (LCA), che somma anche l’energia consumata per produrre le merci e per “smaltirle”, mostra chiaramente che la strada migliore è il riuso ed il riciclo. Infatti l’industria del riciclo di materie prime secondarie è in continua espansione. Un pianeta dalla risorse finite non può bruciare le merci, è un’operazione irrazionale.

Non bisogna dimenticare che col Trattamento Meccanico Biologico (tmb), cioè a freddo, dai rifiuti urbani, e specificatamente dal residuo umido si può ugualmente produrre energia elettrica, per mezzo del famoso biogas.

I cittadini, forse per la prima volta, non si trovano di fronte a un giallo dove l’assassino si scopre solo alla fine o non si trova, la vicenda della mala gestione dei rifiuti in Italia ed in Campania è chiarissima, i colpevoli sono famosi, e conosciuti, si chiamano Sindaci, Presidenti e Commissari. Il problema dei rifiuti non esiste, non è mai esistito da un punto di vista tecnico e del corretto smaltimento, poiché i rischi sanitari e gli impatti ambientali sono conosciuti da sempre. Il nodo è esclusivamente politico-commerciale, ed eliminare i rifiuti vuol dire trasformare, cambiare i processi industriali. I rifiuti li producono le corporation e non i cittadini. Poche persone al mondo inquinano e tutti gli altri pagano, con i loro soldi e con la loro vita: è la filosofia del consumo che domina la politica. Fino a quando le decisioni saranno prese da pochi (oligarchie) per le corporation sarà facile pagare tangenti ad una o poche persone. Si possono fare due cose per invertire la tendenza, la prima cambiare gli Statuti degli Enti Territoriali per distribuire potere ai legittimi proprietari: i cittadini ed inserire strumenti di democrazia direttademocrazia-cittadini (copiare il modello svizzero con iniziative e referendum, e copiare Schonau per l’azionariato diffuso sui servizi pubblici locali) come i Bilanci Partecipativi deliberativi negli Statuti comunali, così i cittadini governano e controllano direttamente come vengono spesi i soldi, e la seconda è introdurre la Class Action vera, così se una corporation truffa, ruba o uccide, i cittadini possono colpirla al cuore, togliendo loro i soldi. Alla base di questi cambiamenti molto semplici c’è la Decrescita che poggia la sua filosofia sul concetto di bioeconomia. Non è tollerabile continuare a subire le scelte di pochi, spinti dai “guadagni facili” passando sopra i diritti costituzionali di tutti. Norberto Bobbio nel 1963 al Convegno promosso dall’Institut International de philosophie sul “fondamento dei diritti dell’uomo” disse: “il problema grave del nostro tempo era non già quello di fondarli ma di proteggerli.

Testo consigliato: Marino Ruzzenenti, l’Italia sotto i rifiuti, Jaca Book Milano 2004

Alcuni documenti sul rischio sanitario:

Ancora sui rifiuti INCENERIRE NUOCE Marco Caldiroli
Impatto Ambientale dei Processi di Incenerimento di Rifiuti
Epidemiologie e prevenzione processi incenerimento rifiuti e mortalità
Incenerimento e salute umana Greenpeace
Impatto Ambientale dei processi d’incenerimento dei rifiuti

per il Piano Rifiuti Zero in Italia il sito Ambiente futuro

viaggio nell’inceneritore di Brescia di Alex321 15 maggio 2007

Caso Campania, tredici anni e sette commissari.

  • Umberto Improta è commissario per i rifiuti da febbraio ’94 a marzo ’96. Parte il piano di chiusura delle discariche.
  • Antonio Rastrelli, Presidente della Regione, è commissario per l’emergenza rifiuti nel marzo ’96 fino a gennaio ’99. Rastrelli sigla il contratto con Impregilo per cdr e inceneritori.
  • Andrea Losco, Presidente della Regione, è commissario da gennaio ’99 a maggio 2000. Con Losco il piano è operativo e si passa da cinque inceneritori a due (Acerra e Santa Maria La Fossa).
  • Antonio Bassolino, Presidente della Regione, è commissario dal 2000 a febbraio 2004. Partono sette cdr.
  • Guido Bertolaso, capo della protezione civile, è commissario da ottobre 2006 a luglio 2007.
  • Alessandro Pansa, è commissario da luglio 2007 fino a gennaio 2008.
  • Umberto Cimmino nuovo commissario da gennaio 2008 fino al 30 novembre 2008.

Inizio stato di emergenza:1994. Spese complessive 885.985.279 euro.

  • I debiti dei Comuni: 215 milioni dal 2002
  • I crediti della Fibe: 350 milioni
  • I fondi attesi dal Governo: 80 milioni

Testo Unico in materia ambientale

D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152

art. 179 (Criteri di priorità nella gestione dei rifiuti)

1. Le pubbliche amministrazioni perseguono, nell’esercizio delle rispettive competenze, iniziative dirette a favorire prioritariamente la prevenzione e la riduzione della produzione e della nocività dei rifiuti, in particolare mediante:

  • a). lo sviluppo di tecnologie pulite, che permettano un uso più razionale e un maggiore risparmio di risorse naturali;
  • b). la messa a punto tecnica e l’immissione sul mercato di prodotti concepiti in modo da non contribuire o da contribuire il meno possibile, per la loro fabbricazione, il loro uso o il loro smaltimento, ad incrementare la quantità o la nocività dei rifiuti e i rischi di inquinamento
  • c). lo sviluppo di tecniche appropriate per l’eliminazione di sostanze pericolose contenute nei rifiuti al fine di favorirne il recupero.

2. Nel rispetto delle misure prioritarie di cui al comma 1, le pubbliche amministrazioni adottano, inoltre, misure dirette al recupero dei rifiuti mediante riciclo, reimpiego, riutilizzo o ogni altra azione intesa a ottenere materie prime secondarie, nonché all’uso di rifiuti come fonte di energia.

art. 180 (Prevenzione della produzione di rifiuti)

1. Al fine di promuovere in via prioritaria la prevenzione e la riduzione della produzione e della nocività dei rifiuti, le iniziative di cui all’articolo 179 riguardano in particolare:

  • a). la promozione di strumenti economici, eco-bilanci, sistemi di certificazione ambientale, analisi del ciclo di vita dei prodotti, azioni di informazione e di sensibilizzazione dei consumatori, l’uso di sistemi di qualità, nonché lo sviluppo del sistema di marchio ecologico ai fini della corretta valutazione dell’impatto di uno specifico prodotto sull’ambiente durante l’intero ciclo di vita del prodotto medesimo;
  • b). la previsione di clausole di gare d’appalto che valorizzino le capacità e le competenze tecniche in materia di prevenzione della produzione di rifiuti;
  • c). la promozione di accordi e contratti di programma o protocolli d’intesa anche sperimentali finalizzati, con effetti migliorativi, alla prevenzione ed alla riduzione della quantità e della pericolosità dei rifiuti;
  • d). l’attuazione del decreto legislativo 18 febbraio 2005, n. 59, e degli altri decreti di recepimento della direttiva 96/61/CE in materia di prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento.
  • le alternative agli inceneritori