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Archive for the ‘politica’ Category

Con un solo termine riusciamo a raggruppare tutti i politicanti, ed è “demagogo” che nell’etimologia della parola descrive egregiamente i capi dei nostri partiti. Tutti i personaggi politici fomentano e lusingano le passioni dei cittadini come strumento di consenso elettorale per raggiungere il potere. Una volta raggiunto il potere la demagogia è il linguaggio per conservare lo stesso al fine di controllare le masse, e garantire continuità economica alle imprese private più influenti e più potenti. E’ difficile trovare personaggi politici che non abbiano sfruttato l’ignoranza funzionale degli individui. La nostra ignoranza è la malattia sociale dell’epoca decadente e costituisce la radice del potere autoreferenziale, che trascura le diseguaglianze sociali ed economiche e si alimenta di razzismo economico chiamato capitalismo. La demagogia è utilizzata come linguaggio efficace ma è l’ignoranza funzionale la condizione di base della regressione collettiva, che ha rifeudalizzato la società e nutre la spoliticizzazione delle masse, rendendole sempre più fragili. Conseguenza di regressione culturale sono l’egoismo e l’invidia sociale che fanno parte del corto circuito dell’inciviltà, ove l’individuo, ormai isolato, è in competizione contro tutti gli altri. I dati sull’ignoranza funzionale ci dicono che sempre più persone non sono in grado di capire un discorso politico, e questo favorisce l’inciviltà e lo status quo. In questo contesto di regressione, l’élite ha saputo utilizzare il capitalismo per aumentare le diseguaglianze economiche, sociali e culturali. I politicanti presenti nelle istituzioni pubbliche, ovviamente, rispecchiano l’ignoranza dei popoli. Le organizzazioni politiche sono, ovviamente, frequentate da persone altrettanto incapaci e poco preparate, ma sono facilmente manovrate da una ristretta élite di persone con elevata preparazione culturale ma autoreferenziale. E’ questa ristretta élite che detiene il reale potere e utilizza gli strumenti del capitale (media, banche e risorse) per favorire se stessa e isolare le masse sempre più povere poiché private della capacità di fare analisi e auto analisi, e vivono nella frustrazione di non riuscire a migliorare la società. Buona parte di questa élite la ritroviamo nello schema classico dei pensatoi (think tank) che hanno sostituito i partiti. Tutto secondo l’approccio liberale che nasce nel mondo anglosassone e che oggi è ampiamente diffuso anche in Italia. Openpolis pubblica un piccolo dossier – Cogito ergo sum 2017 – che illustra il numero dei think tank, mentre è più difficile entrare nel merito politico studiando le proposte politiche ed etichettarle per la loro reale natura e cioè come liberali, neoliberali o eventualmente socialiste.

Secondo lo scrivente, in Italia questo problema politico e sociale assume aspetti più drammatici, poiché i ceti più poveri e isolati, coinvolti dall’esclusione politica, sono quelli che dovrebbero organizzare un’evoluzione della società, ma sono quelli fra i più contagiati dal nichilismo. Le aree geografiche più sfruttate, e quindi più legittimamente motivate e interessate a cambiare la società, come il Meridione d’Italia, sono nelle mani dello status quo. La parte geografica più ricca, semplicemente, gode delle diseguaglianze e vive sulle regole del sistema capitalista neoliberale. Solo negli ultimi anni, da Napoli e Messina sembra emergere una volontà politica avversa allo status quo, che ambisce ad iscriversi alle cosiddette “città ribelli”.  Le radici culturali per migliorare il nostro mondo si trovano nei valori presentati degli utopisti socialisti dell’Ottocento, ma il mainstrem ha saputo rimuovere chirurgicamente le idee che possono introdurre civiltà e democrazia matura in Italia. Attraverso la regressione, oltre all’identità collettiva è stata rimossa la possibilità di vivere da esseri umani poiché il capitalismo ha trasformato ogni cosa in merce e annullato l’umanità. Il sistema culturale governativo e mediatico ha saputo psico programmare gli italiani al nichilismo, svuotando la società di senso, e favorendo i mediocri come classe dirigente del Paese conducendolo nell’attuale periferia economica e stimolando l’emigrazione delle persone creative. Se a volte abbiamo l’impressione di esser governati da un manipolo di idioti, e che nel Parlamento ci siano dei cialtroni a servizio degli interessi privati (il buco nero del mondo offshore) anziché applicare la Costituzione, forse non siamo lontani dal nichilismo istituzionale, ma la domanda sorge spontanea: cosa abbiamo fatto per impedire tutto questo? Una di queste conseguenze drammatiche è l’assenza di un movimento politico capace di organizzarsi e ribaltare lo status quo.

Se ci fosse un’organizzazione politica matura e consapevole anche in Italia, il punto di partenza dovrebbe essere la formazione permanente degli adulti per affrontare l’ignoranza funzionale e di ritorno, ampiamente diffusa fra la popolazione italiana. La formazione politica, è l’unico modo per favorire una partecipazione politica attiva e responsabile, e per avviare un cambiamento del paradigma culturale della società. La formazione permanente degli adulti costruisce una società migliore stimolando progetti creativi socialmente utili. Indirizzando il proprio risparmio e gli investimenti in progetti bioeconomici di rigenerazione urbana, si consente di migliorare i luoghi urbani dove vive la maggioranza degli italiani. Rimettendo al centro dell’agenda politica le politiche urbane e territoriali e riorganizzando gli Enti locali osservando i sistemi locali, è possibile programmare lo sviluppo umano applicando la Costituzione, cioè tutelando il territorio e costruendo diritti a tutti i cittadini. E’ il modo migliorare per praticare la democrazia e la territorializzazione dell’economia che favorisce nuova occupazione utile, e applica l’uso razionale dell’energia. E’ l’unico modo per annullare i cialtroni demagoghi che oggi si nutrono dall’ignoranza funzionale delle masse e impediscono al Paese di diventare un posto migliore, dove le persone vorranno viverci piuttosto che scappare. Dipende da noi stessi, e dalla voglia di vivere insieme in armonia perché non è un concetto astratto, ma dipende dal tipo di essere umano che vogliamo essere.

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E’ dal secondo dopo guerra che osservatori, accademici, politici, e politicanti consumano parole e toni accessi, analisi e dibattiti, sull’acuirsi della crisi occupazionale e che travolge soprattutto il meridione d’Italia. Dal dibattito, spesso ci si dimentica che fu la guerra di annessione a programmare la distruzione di un’area geografica e legarla alla dipendenza di un’élite politica degenerata, ma lasciamo da parte i fatti storici per osservare il presente. Il paradigma culturale di riferimento, cioè il capitalismo, è il recinto politico e psicologico da non scavalcare, un confine immaginario ma reale che i politicanti presenti nelle istituzioni ed i media insieme non devono superare. Il pensiero dominante ha distrutto molti valori umani e trasformato le persone in individui nichilisti; l’effetto psicologico del capitalismo sull’uomo è la realtà che osserviamo intorno a noi. Gli individui sono addomesticati alla competitività, all’egoismo e al nichilismo, pronti a inseguire percorsi di accumulo del capitale per comprare merci suggerite dai bisogni indotti (pubblicità). Secondo la religione capitalista, tutto è finzione e merce da comprare, si comprano le relazioni personali, si può comprare un matrimonio così come il ruolo in società. Dovrebbe esser chiaro che in questo modello feudale, le disuguaglianze economiche sono necessarie per garantire controllo e potere all’élite capitalista, mentre i galoppini della classe borghese competono per i ruoli sociali proprio attraverso le discriminazioni economiche. La nostra esistenza è orientata alla competizione contro gli altri, carichi di invidia sociale ci isoliamo, basti osservare che conservando un basso livello culturale e vivendo nell’ignoranza funzionale non siamo padroni delle nostre scelte che sono indotte dall’ambiente: scuola, famiglia, media. Tenendo basso il nostro livello culturale, accade che gli altri decidono al nostro posto e siamo noi stessi a chiederlo spinti dalle nostre emozioni, illusi di aver fatto noi la scelta.

L’evoluzione tecnologica raggiunta dell’industria presenta un problema sociale già previsto dai liberali e anticipato in numerosi film di fantascienza, e cioè la fine del lavoro, poiché sono già realtà umanoidi capaci di sostituire i lavoratori in ogni tipo di impiego, da quelli manuali fino a quelle intellettuali. L’aspetto ridicolo degli attuali soggetti politici è che per assumere il controllo delle istituzioni pubbliche promettono di ridurre la disoccupazione, quando oggi l’industria “assume” robot per produrre merci e servizi.

Il posto di lavoro, così chiamato, è in realtà un posto di schiavitù che le persone inseguono al fine di ottenere un reddito, e comprare merci e servizi. In un sistema capitalista lo scopo reale degli individui è il reddito e non il lavoro, tant’è che il reale potere è nel controllo della moneta e nella proprietà dei brevetti utili a controllare l’innovazione tecnologica e la ricerca delle materie prime per trasformare e produrre merci. L’élite degenerata che orienta le istituzioni pubbliche e il sistema bancario accumula capitale senza lavorare ma sfruttando la schiavitù, e il regime autoritario finanziario favorito dalle giurisdizioni segrete, i famigerati paradisi fiscali.

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Il capitalismo e la teoria della dipendenza, fonte immagine: Greiner, Dematteis, Lanza, Geografia umana, 2012.

Per superare la religione capitalista non è necessario fare chissà quali rinunce o sforzi. Come ogni religione è necessario lavorare su noi stessi rimuovendo le credenze che l’ambiente ci ha psico programmato. Se scopriamo argomenti scontati come le leggi che ci danno vita, e il fatto che possiamo fare scelte migliori usando la parte razionale del nostro cervello, allora stiamo già accettando l’idea di vivere in maniera più civile. Dal punto di vista politico, è necessario togliere alle multinazionali l’opportunità di rubare le materie prime, e poi stimolare le comunità locali ad utilizzare le attuali tecnologie per realizzare l’auto determinazione dei popoli applicando la sovranità alimentare ed energetica, ed in fine considerare la moneta come strumento di misura, riponendola sotto il controllo pubblico. Nel perseguire questo scopo politico è necessario ripensare il lavoro non più come mezzo per raggiungere un reddito ma come percorso per favorire lo sviluppo umano. Prima cambiamo i paradigmi culturali di questa società sbagliata, e prima costruiamo un futuro sostenibile. Ricordiamolo, un sistema capitalista necessità di individui che consumano, comprano e non che siano dotati di conoscenze ma solo di soldi per comprare. Nel capitalismo la relazione è lo scambio monetario. In una società umana, le persone necessitano di amore e nuove conoscenze per evolversi, la relazione è lo scambio di conoscenze e di affetti.

L’élite degenerata e i capitalisti liberali europei hanno programmato un futuro miserabile per tutti gli individui europei. Prima di tutto, è in corso d’opera l’ingresso di un “esercito industriale di riserva” proveniente dai paesi sfruttati. Questa nuova schiavitù è facilmente utilizzabile senza particolari obblighi sindacali, mentre la popolazione europea sarà addomesticata ad accettare la svalutazione salariale e un sostegno minimo per continuare a consumare le merci prodotte dall’industria. L’utilizzo dei robot nei processi produttivi sarà integrato con un percorso di educazione al nuovo posto di schiavitù utile a scambiare il tempo e la felicità umana con un reddito minimo da spendere in sprechi.

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La globalizzazione neoliberarele stimola e favorisce le migrazioni. Fonte immagine: Greiner, Dematteis, Lanza, Geografia umana, 2012

Per evitare questo presente e futuro a dir poco miserabile, gli esseri umani hanno l’opportunità di sfruttare il proprio potere nel costruire comunità auto sufficienti. Se nell’Ottocento queste comunità commisero l’errore di isolarsi per poi fallire schiacciate dal capitalismo, oggi le tecnologie consentono di costruire reti e connessioni per avviare comunità e modelli economici sostenibili, sia perché possiamo programmare capacità economiche autarchiche e sia perché possiamo ispirarci alla bioeconomia capace di valorizzare risorse naturali e umane. L’attuale capitalismo è soprattutto finanza che ha distrutto le capacità economiche locali mettendole in competizione fra loro. Un’inutile guerra economica senza senso. La soluzione al problema è la territorializzazione delle produzioni manifatturiere leggere sfruttando i modelli bioeconomici che creano occupazione utile, e generano ricchezze locali. Si tratta di uscire dalla dannosa religione capitalista e creare la cultura bioeconomica orientata allo sviluppo umano. Per migliorare il quadro economico delle famiglie italiane e affrontare la povertà che aumenta grazie al capitalismo, è necessario abbandonare la fede neoliberale che guida le scelte politiche di istituzioni e partiti. Non è la crescita della produttività che crea nuova occupazione, ma il cambiamento culturale che favorisce la nascita di una società diversa, non più capitalista ma bioeconomica. Solo osservando il territorio italiano (prodotti agroalimentari) e la concentrazione della popolazione nelle aree urbane si può immaginare e programmare gli impieghi utili a migliorare la qualità di vita degli abitanti (cancellare le fonti inquinanti, stimolare l’auto consumo …), dalla conservazione dei centri storici alla costruzione di una mobilità sostenibile (incentivare la sostituzione di auto circolanti con sistemi pubblici più efficienti ed non inquinanti), sino alla rigenerazione della città in contrazione e alla rivitalizzazione delle comunità interne. Abbiamo ereditato un territorio ricco di storia e risorse naturali, ma allevati dalla religione capitalista che mercifica tutto, stiamo danneggiando noi stessi e gli altri poiché siamo nichilisti e isolati. Vivendo da egoisti e nichilisti non riusciamo a cogliere la possibilità di conoscere noi stessi, e di godere dei piaceri regalati dalla vita stessa.

Qui sotto sono rappresentate dall’ISTAT le dimensioni del Benessere Equo e Sostenibile (BES) e il grafico mostra una disuguaglianza del Paese Italia peggiore di quella economica. Le pubbliche istituzioni hanno il dovere di affrontare tali problemi sociali, ambientali ed economici, ma come ormai è noto da molti decenni, le forze politiche essendo espressione dei capricci dell’élite degenerata che professa la religione capitalista, sono incapaci e inadeguate nell’affrontare i reali problemi degli italiani. Le dimensioni rappresentano i temi che i cittadini devono conoscere per proporre una politica saggia ed adeguata. Ad esempio, nella dimensione del benessere economico sono presenti ben 10 indicatori.

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Le dimensioni del Benessere Equo e Sostenibile. Fonte immagine ISTAT, Rapporto BES 2016.

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Da alcuni anni ogni cittadino che possiede competenze di base circa l’accesso a internet può farsi una propria opinione circa la complessità della nostra società leggendo gli atti pubblici. L’Istituto di statistica nazionale, l’ISTAT, pubblica tutti i dati rilevati nella nostra società, dagli stili di vita sino ai classici e obsoleti indicatori economici. Per una corretta interpretazione sarebbe saggio conoscere alcune nozioni di geografia umana (geopolitica e geografia urbana), e di sociologia, al fine di non lasciarsi condizionare da un insieme di numeri, che da soli possono indurre a errori e incomprensioni. Negli ultimi anni l’ISTAT pubblica anche il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES), un documento complesso e interessante poiché include indicatori demografici, ambientali e sociali poco considerati dalle politiche proposte dai soggetti politici. Qualunque cittadino, informato sui principi costituzionali e formato sulla geografia umana, leggendo il BES può comprendere le conseguenze delle scelte politiche, e come sia concretamente governato il Paese, la propria Regione e il proprio Comune.

L’informazione sullo stato dell’arte del nostro Paese è pubblica ma possiamo coglierla solo se il nostro cervello è capace di processare correttamente ciò che leggiamo. Facciamo un esempio: se riteniamo che il nostro Comune o il Paese Italia non siano ben governati, la responsabilità diretta è senza dubbio della classe dirigente ma tale categoria ha avuto la fiducia da noi votanti. Noi cittadini siamo responsabili in proporzione alla cultura politica che ci siamo costruiti, o nell’ipotesi più diffusa, noi siamo responsabili in proporzione alla nostra ignoranza funzionale e alla condotta morale.

Nel nostro sistema politico e sociale, la stragrande maggioranza degli italiani delega agli altri la conduzione della cosa pubblica, per poi parlar male dei politici delegati a farlo. Rimediare a questa stupida consuetudine oggi è più semplice, poiché le informazioni sono più accessibili mentre la formazione culturale dipende solo da noi stessi. Se siamo così solerti a dare giudizi sugli altri e non vogliamo più essere presi in giro, dobbiamo solo dedicare più tempo a nutrire il nostro cervello.

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Uno dei più grandi drammi culturali, sociali e politici che l’Occidente e il mondo intero sta pagando, è aver lasciato la politica nelle mani degli alchimisti chiamati economisti. Costoro attraverso la loro religione, i loro mantra (moneta, debito e crescita) stanno distruggendo la specie umana. Ovviamente non tutti gli economisti sono veri e propri imbroglioni, in questa categoria c’è anche una minoranza che riconosce i limiti culturali e gli inganni della loro disciplina che ignora le leggi della vita umana (biologia e fisica). Alla casta degli economisti ortodossi bisogna aggiungere i sacerdoti delle dottrine giuridiche poiché uniti hanno costruito il più grande inganno psicologico che gli occidentali stanno subendo. Hanno saputo costruire istituzioni feudali facendole passare per democratiche, e poteri autoritari (UE) facendoli passare per solidali.

Sulla scena politica i carnefici alchimisti economisti si propongono come salvatori dell’Occidente, sia negli USA e sia nell’UE, le soluzioni proposte sono scontate, dopo decenni di capitalismo neoliberale, il “genio” di questa casta autoreferenziale propone un capitalismo socialista, che equivale a dire: a noi non interessa lo sviluppo umano poiché non rappresentiamo la specie umana, a noi interessa controllare le masse concedendo loro la forza di continuare a spendere (reddito minimo, piano per il lavoro). Il loro obiettivo è sostenere il capitalismo. Com’è stato documentato più volte, oggi la concentrazione di capitali è la più alta mai vista in tutta la storia (Piketty). Non è vero che mancano soldi da spendere. Da un lato gli Stati, in buona sostanza non esistono più, poiché annullati quando i parlamenti hanno abdicato alla sovranità economica, e dall’altro le multinazionali fanno politica determinando la schiavitù e la morte dei popoli. Le istituzioni pubbliche, controllate dall’élite degenerata, non tassano i ricchi e non recuperano soldi da investire in piani sociali e tutela del patrimonio. I soggetti politici populisti raccolgono consensi speculando sui drammi sociali, e sono anch’essi strumenti degli alchimisti neoliberali, così come gli ortodossi della crescita della produttività – panacea di tutti i mali, secondo la dottrina “di sinistra” –  che contribuisce a distruggere la vita sul pianeta. Nessuno dei “lati estremi” propone lo sviluppo umano, che non si ottiene col posto di schiavitù, oggi chiamato furbescamente lavoro, ma solo con la crescita culturale delle persone e la felicità attraverso relazioni sociali proficue. In quest’epoca di innovazioni tecnologiche possiamo piegare la tecnica all’etica umana. Se ci fosse consapevolezza collettiva, potremmo eliminare il posto di schiavitù e rendere libere le persone attraverso percorsi di consapevolezza del sé, e favorire la nascita di impieghi utili per se stessi e per la gestione razionale delle risorse finite.

Uno dei punti politici più delicati riguarda la sovranità monetaria. Una volta ripresa la sovranità economica, come spendere i soldi? C’è chi rimpiange le politiche keynesiane e le ripresenta come salvezza per creare lavoro e ridurre le disuguaglianze, e ci sono i liberali che pensano di lasciare il controllo della moneta ai privati e al cosiddetto mercato. E’ tutta qui la diatriba politica degli alchimisti economisti. Nessuno di loro, tranne qualche eretico, ammette che le loro teorie neoclassiche sono vere e proprie fandonie e fanfaluche ampiamente superate da Nicholas Georgescu-Roegen che ideò la bioeconomia attraverso il modello di flussi-fondi. Anche un bambino capisce che la nostra sopravvivenza dipende dalla fotosintesi clorofilliana, ma solo un adulto capisce che la felicità dipende dalla cultura e dalla spiritualità etica dell’uomo in armonia con gli altri e la natura. La felicità umana è insita nella relazione con gli altri. Il capitalismo professato da circa trecento anni ha reso l’uomo egoista, nichilista, cinico, avido, stupido e poi isolato per farlo regredire allo stato infantile e renderlo debole e manipolabile alla voce degli alchimisti economisti.

Durante questa lunga recessione figlia della religione capitalista emerge il linguaggio dei violenti e degli alchimisti che ripresentano le fandonie di inizio secolo Novecento, quando queste promesse sul lavoro e la riduzione delle diseguaglianze favorirono la nascita delle dittature in Europa. Le anomalie di oggi sono due: la prima è quella di credere che il tutto si risolva proponendo di perseguire la crescita del capitalismo stesso, e la seconda è che tale proposta emerge sia dall’estrema destra che dall’estrema sinistra, mentre il centro occupato dai liberali ritiene che tutto debba restare così com’è. Nessuno ha il coraggio di proporre e programmare l’uscita dal capitalismo, che rappresenta non solo la soluzione alla recessione innescata dall’implosione del capitalismo stesso, ma è l’opportunità di pensare un futuro sostenibile e prosperoso per tutti i popoli della Terra.

I cittadini devono riprendersi il controllo dell’azione politica attraverso un percorso che li liberi dall’ignoranza funzionale e di ritorno, altrimenti ci sarà sempre l’alchimista di turno che inventa storie da raccontare finalizzate a mantenere in schiavitù la specie umana e consentire all’élite degenerata di controllare le risorse finite del pianeta.

Un serio e sincero piano d’azione deve raggiungere la sovranità energetica ed alimentare delle comunità, attraverso la corretta pianificazione territoriale che recupera i tessuti urbani consolidati e favorisce la rilocalizzazione della produzione manifatturiera leggera. Una volta ripresa la sovranità economica, come spendere i soldi? Territorializzando e rigenerando le aree urbane presenti nei sistemi locali, che sono i veri ambiti territoriali ove riorganizzare le competenze delle istituzioni locali per governare le reti di città attraverso progetti bioeconomici, e non di mera crescita che distrugge l’economia reale e locale. E’ in quest’ottica che possiamo programmare la formazione professionale per creare occupazione utile.

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In diversi interventi ho ritenuto che uno dei mali che “spiegherebbe” il cattivo funzionamento della società è nella regressione culturale delle masse indotte a comportarsi come dei bambini. In che modo si è arrivato a questo? Un primo percorso è da ricercarsi nelle scelte politiche del legislatore italiano, che nel corso dei decenni ha espropriato il popolo sovrano della capacità di partecipare al processo decisionale, e di determinare le scelte politiche nazionali e locali. Possiamo chiamare disancoramento del cittadino dalle garanzie giuridico-legali che legittimano l’azione politica, cioè scelte politiche che non sono conformi ai principi costituzionali. Mentre i partiti tradivano il popolo, il sistema massmediatico agiva per influenzare le masse e  isolare gli individui. In una società ideale i cittadini agiscono per il bene comune, e si riconoscono in un senso di comunità; negli ultimi quarant’anni le forze politiche e il sistema mediatico hanno lavorato per isolare gli individui e sganciarli delle certezze costituzionali. Ci sono riusciti intaccando in maniera irrimediabile le dimensioni personali e sociali, come l’amicizia, l’amore, il linguaggio e l’individualità stessa, conducendo le persone nel nichilismo. La società liquida ha isolato le persone, ed è priva di potere pubblico, poiché le masse non hanno quegli strumenti che darebbero loro la comprensione dell’ambiente. Questa “società” è fondata sulla finzione totale, millantando l’idea e l’illusione – attraverso le nuove tecnologie – che l’individuo sia al centro della società stessa, ma in realtà sono gli altri – imprese, influenzer, pubblicità – e i pochi a decidere al posto di individui svuotati di una propria identità; gli individui sono regrediti, isolati e impreparati.

Effetto di questo percorso è l’omogeneizzazione e l’omologazione verso il nulla, cioè verso il nichilismo, che rafforza la posizione degli altri, cioè di quel sistema di riferimento politico-istituzionale e mediatico che decide al posto degli individui regrediti. Una società del genere è a rischio, oltre che pericolosa per se stessa e per i cittadini, poiché una volta persa la propria identità prevale l’interesse economico e privato dei più forti economicamente. Questo processo è già accaduto, ed è l’immagine della società contemporanea.

Le persone consapevoli non riescono a cambiare il sistema politico attuale per migliorarlo, a causa della “malattia sociale” sopra descritta, che ha innescato una contrapposizione e una dinamica sociale tutt’ora in corso di sviluppo, e tutte le contromisure finora adoperate non hanno avuto alcun effetto sia perché inefficaci e sia perché sbagliate o parziali.

Per cambiare il declino di una società malata è necessario un coordinamento di forze culturali ed economiche per proporre un nuovo modello, un nuovo paradigma. Prima questo coordinamento si organizza e prima si prospetta la strada di un’epoca nuova fatta dagli esseri umani per gli esseri umani. Ci sono esempi virtuosi dal passato da cui possiamo attingere idee e valori: il progetto politico di Adriano Olivetti e le comunità progettate dagli utopisti socialisti dell’Ottocento che fecero nascere le cooperative di mutuo soccorso. La pubblicizzazione dei suoli proposta nel 1962 da Sullo. La partecipazione politica nel modello confederale svizzero e il famoso bilancio partecipativo di Porto Alegre. La nascente bioeconomia che trasforma il mondo della produzione e l’approccio al governo del territorio che tutela le risorse attraverso un uso razionale dell’energia.

E’ inevitabile che il livello del conflitto debba spostarsi anche nel campo politico elettorale per arrivare ad incidere nei luoghi istituzionali, ma finora questo è stato l’ambito più deludente.

L’ambito più promettente è quello socio imprenditoriale dove le persone possono organizzarsi in cooperative e perseguire legittimamente i propri scopi sociali e migliorare la società.

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In questi mesi di scissioni politiche, certuni “politici” si stanno riorganizzando cambiando l’abito col fine di restare nel circo mediatico della politica, e continuare ad occupare una poltrona istituzionale che garantisce una sostenibilità economica personale e per la propria famiglia. E’ il tentativo di persone già “cotte” di “riciclarsi”, come si dice nel gergo giornalistico. In altri tempi si chiamava trasformismo.

Si sta chiudendo una fase politica durata circa vent’anni grazie alla presenza e alla forza mediatica di Berlusconi, sostenuto dai conservatori liberali di destra, mentre i liberali “di sinistra” sostenevano le coalizioni dei riformisti, che abdicando alla propria storia e identità politica come comunismo e socialismo, scelsero di tradire la più grande comunità di sinistra d’Europa per assecondare i capricci delle imprese private che hanno cavalcato l’ideologia neoliberale. Vent’anni di pensiero unico hanno disfatto sia i diritti e sia l’economia reale degli italiani. Di questa dissoluzione culturale oggi ne pagano il prezzo sociale ed economico anche gli elettori di destra, che non sanno cosa sia la destra, cioè il capitalismo liberale. Tutto ciò perché la maggioranza degli italiani non vota con la testa ma con la “pancia”, a causa dell’ignoranza funzionale. La reazione emotiva degli italiani è stata dannosa, sia perché il primo partito italiano è diventato quello del non voto, e sia perché una parte del dissenso è stato regalato a un soggetto politico non radicato sul territorio, senza una storia e senza un’identità culturale propria. L’effetto è che si producono danni maggiori degli altri soggetti politici per ignoranza, incapacità e inesperienza.

In un Paese sano e normale i partiti politici sono l’espressione di una cultura e di una partecipazione vera e concreta delle persone che si auto determinano, ciò è accaduto nell’Ottocento e nel Novecento ma con l’avvento della società dei consumi e mediatica, ed oggi informatica, nonostante le connessioni virtuali, le persone sono state indotte a isolarsi poiché svuotate del senso di comunità e di appartenenza. Nella società liquida contemporanea stanno emergendo e prevalendo i partiti personali, autoritari e non democratici dove gli aderenti sono consumatori, sostenitori, simpatizzanti o veri e propri soldati, per dirla col gergo corrente sono followers.

Si sta chiudendo o si è già chiusa una società industriale e il suo sistema sociale col suo modello di sviluppo. In questa fase di transizione il sistema politico non è solamente debole, ma è inesistente. La soluzione non è nel dissenso e tanto meno nella protesta ma nel riorganizzarsi per fare proposte suggerendo una nuova visione della società. Fino ad adesso, i segnali non sono solamente deboli, ma sono inesistenti. Nella nostra società ci sono le forze e le personalità consapevoli della crisi morale e politica che stiamo attraversando, ma sono tenute fuori dall’azione politica poiché sono migliori delle “facce toste”, che occupano uno spazio politico e mediatico.

Se guardiamo la storia, in periodi analoghi i popoli hanno favorito l’emergere delle dittature per poi pentirsi. Per evitare di ripetere gli stessi errori che ci condurrebbero a una società dove c’è una libertà apparente, ma si realizza la dittatura orwelliana del grande fratello, e ci siamo vicini, sarebbe saggio che le persone si riappropriassero del significato vero della democrazia, cioè il governo del popolo. La democrazia si realizza col dialogo, la curiosità e soprattutto con la cultura e l’etica. Democrazia è sinonimo di altruismo, democrazia è l’esaltazione del singolo meritevole nella collettività, cioè la vita democratica è uno stile di vita opposto alla condotta delle attuali formazioni politiche presenti nel Parlamento costruite sull’egoismo, sulla prevaricazione, sull’invidia, il conformismo e l’obbedienza dove sono selezionati i mediocri e i servili al capo. Se il nostro legislatore appare come un luogo auto referenziale è perché di fatti lo è, in quanto si è totalmente smarrito il senso e la preminenza dell’interesse generale, e ciò rispecchia la nostra società dove sono sempre meno i cittadini e sono in aumento gli individui preoccupati o occupati nel perseguire il tornaconto personale. Per ripristinare uno Stato civile è fondamentale diminuire gli individui e far aumentare i cittadini che perseguono l’assunto dell’interesse generale accanto alla dimensione etica dell’azione individuale.

E’ necessario, innanzitutto, osservare e condividere l’analisi della società attuale: aumento della povertà, insicurezza e vulnerabilità. L’attuale modello di sviluppo capitalista occidentale, organizzato da tutti i soggetti politici (di destra e “di sinistra”), ha perseguito due obiettivi drammatici: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi soggetti privati (imprese multinazionali e azionisti) ed l’aumentato delle povertà – relativa e assoluta – con l’effetto di diminuire il benessere sociale delle comunità. In tal senso, rispetto all’epoca industriale che volge al termine, i soggetti politici (di destra e “di sinistra”) non hanno sbagliato la loro missione poiché la ricchezza è aumentata notevolmente solo che non è stata distribuita alle masse, l’equivoco culturale e politico è nella Costituzione italiana e nella mentalità delle comunità. La Costituzione è rimasta inapplicata e non prevedeva l’aumento della povertà o la distruzione degli ecosistemi ma l’esatto contrario. I partiti otto-novecenteschi hanno assolto e terminato il loro ruolo di servitori della crescita della produttività delle imprese ed hanno costruito un sistema educativo, industriale e sociale a servizio del profitto di pochi soggetti, una volta era a servizio dell’élite delle monarchie di alcune famiglie, oggi è anche a servizio della finanza.

Solo oggi che i robot sono a buon mercato e stanno entrando nei sistemi produttivi, taluni dissertano del fatto che il lavoro non esisterà più, ma questo era stato ampiamente previsto grazie alle innovazioni della tecnica già ad inizio secolo Novecento, e con l’avvento dei primi computer proprio in Italia, poiché mostravano l’opportunità di produrre merci senza l’ausilio dell’uomo nelle catene di assemblaggio. Oggi i robot e gli algoritmi informatici possono sostituire persone nella logistica e nei trasporti, nei servizi militari, nel costruire un edificio, nel cucinare, nello scrivere un articolo giornalistico, nel dare consigli legali e nel fare di conto.

Mentre aumenta la popolazione mondiale e la popolazione urbana supera quella rurale, mentre aumenta la povertà in tutto il mondo e gli individui si ammassano nelle periferie degradate, sappiamo già da oggi che le imprese non assumeranno più esseri umani, ma compreranno robot per produrre merci soprattutto inutili, e che le persone acquisteranno attraverso i bisogni indotti dalla pubblicità che si riceve nelle APP degli smartphone. I soldi per comprare merci inutili – cioè i rifiuti – saranno regalati col reddito minimo. Di fronte a questo scenario miserevole piuttosto plausibile, in Italia non esiste soggetto politico pensante, autonomo e coraggioso, capace di dire la cosa più scontata e bella che ci possiamo immaginare: «uscire della religione capitalista per cominciare a vivere da esseri umani, piegando la tecnica ai bisogni delle persone e programmare la prosperità. Si può fare poiché oggi ci sono le conoscenze e le tecnologie per farlo». Solo uscendo dal piano ideologico e religioso sbagliato – il capitalismo – possiamo ripristinare la sovranità popolare e degli Stati per programmare un futuro sostenibile e prosperoso scoprendo la bioeconomia e l’etica politica. In tal senso potremmo applicare la Costituzione repubblicana.

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Cassandra

Solitamente auto citarsi non è elegante, ma credo che in questo caso forse sia utile per aprire un semplice ragionamento. «Per l’Italia è probabile che tornerà il vecchio schema DC e PCI, con altri nomi ed altre vesti, ma i problemi degli italiani rimarranno dove si trovano»; l’ho scritto nel mio diario on-line il 14 settembre 2015. A febbraio del 2017, sembra che il PD sia la vecchia DC e gli altri, gli scontenti, si stanno organizzando come partito a sinistra del PD, ci sono già le sigle, forse la prevalente è “campo progressista” lanciata da Pisapia.

Ho anche scritto diverse volte, quanto sia necessario costruire un nuovo soggetto politico, democratico, ma che abbia la sua visione politica partendo dalla bioeconomia, poiché le categorie “sinistra” e “destra” sorte nel Novecento industrialista sono obsolete, e perché l’industrialismo, almeno in Occidente, sta finendo. Sicuramente non sono obsoleti i valori descritti da Marx ed Engels che andrebbero riletti e compresi. L’Occidente è in crisi poiché il capitalismo ha contaminato tutto il pianeta, e la specie umana è a rischio a causa della nostra regressione culturale, siamo staccati dalla natura che ci dà vita ed abbiamo abbracciato la religione nichilista professata dai neoliberali.

Per tendere a un’evoluzione della specie umana dobbiamo affrontare l’analfabetismo funzionale e di ritorno, e ammettere che noi tutti abbiamo bisogno di filosofi, biologici, contadini e architetti conservatori. Per essere veramente propositivi e costruttivi di un’alternativa è necessario uscire dal piano economico per approdare al piano della biologia e della fisica, discipline ignorate sia dagli economisti che dai giornalisti. Mentre è necessario storicizzare destra e sinistra poiché sono facce della stessa religione: neoliberismo. L’obiettivo è la felicità dei popoli raggiungibile quando il nostro pensiero la smetterà di contare in termini monetari ma comincerà a “contare” in termini etici.

Sarebbe sufficiente ricordarsi delle proposte rimaste inascoltate durante il dibattito degli anni ’70 quando sorsero le critiche sul capitalismo. Oggi le scoperte tecnologiche consentono di realizzare una società migliore, ma è necessario ridurre l’influenza del mercato per far riemergere le comunità umane.

In soli trent’anni è cambiato il panorama industriale, e sono cambiati i soggetti politici favorendo una confusione fra i cittadini elettori che non si era mai vista prima. All’interno di questa confusione l’élite ha saputo navigare in maniera adeguata e tranquilla, visto che i profitti delle aziende sono aumentati come non era mai accaduto nella storia dell’industrialismo e il sostegno principale alla rifeudalizzazione della società è venuto proprio dalla cancellazione degli ideali socialisti costruendo un’Unione europea a trazione neoliberista, la peggiore destra che si possa immaginare poiché sta distruggendo la specie umana.

«Non si è riusciti a trovare una linea di continuità alla crescita» disse Giulio Sapelli, storico dell’economia durante un convegno pubblico, del 4 giugno 2013, circa il tema Capitalismo finanziario e democrazia, ove al centro del dibattito vi erano le osservazioni di James Galbraith, sottolineate e riprese da Emiliano Brancaccio: «la scala e la concentrazione delle banche è inevitabilmente concentrazione di potere e sovversione dello stato democratico». In queste due affermazioni c’è tutta la consapevolezza di alcuni economisti e tutta la loro impossibilità di ammettere la necessità di uscire dal piano ideologico della crescita per consentire un’evoluzione umana, ormai non più procrastinabile nel tempo. Se continuano a sedere sul piano ideologico sbagliato [il capitalismo], proponendo ricette sviluppiste nonostante I limiti della crescita, accade che essi dissertano pochissimo di economia, e molto di politica nell’auspicio condiviso di migliorare la qualità di vita dei cittadini ma inseguendo una mera illusione [la possibilità di una nuova crescita che aggraverebbe la crisi ambientale]. Il loro auspicio è far ripartire la crescita, come lascia intendere Sapelli [«non si è riusciti a trovare una linea di continuità alla crescita»], attraverso un nuovo capitalismo industriale. Invece, la fine dell’industrialismo stesso può essere l’opportunità di liberarci del lavoro schiavitù come mostrò Marx, e può favorire la nascita di una società fondata sull’equilibrio ecologico, ove il lavoro è un’opportunità per chi lo cerca, mentre altri possono ugualmente vivere dignitosamente attraverso l’uso razionale delle risorse. Per fare ciò bisogna uscire dalla religione del monetarismo.

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