Conoscere e cambiare

Attraverso le pubblicazioni dell’ISTAT siamo in grado di conoscere una quantità di informazioni più che sufficiente ed avere un’idea del nostro Paese. Se avessimo un’adeguata cultura politica, e una sufficiente cultura tecnologica, potremmo anche immaginare proposte e soluzioni per migliorare la società. La cultura dominante, com’è noto, è sostenuta dalla chiesa capitalista che crea disuguaglianze, e così le forze politiche presenti in Governi e Parlamento sono lo specchio di questa teologia, lo dimostra la realtà fotografata annualmente dall’ISTAT che non migliora, anzi è peggiorata nel corso degli anni rendendo le persone sempre più fragili economicamente e psicologicamente.

La realtà virtuale capitalista di oggi è scadenzata dal tempo della schiavitù, coincidente con la dittatura del consumismo, e così la maggioranza degli individui nasce per competere, per conseguire un titolo e accedere al lavoro, poi spendere il reddito in consumi inutili, e infine giungere alla morte senza aver mai vissuto. L’élite capitalista privilegiata sfrutta questa condizione di schiavitù per assecondare i propri capricci. In un mondo immorale costruito sulla disuguaglianza: quali sarebbero le azioni politiche da mettere in campo? “Ragionando per assurdo”: esiste un ceto politico dominante formatosi sulla cultura politica socialista ed ecologista, ed intende applicare la bioeconomia. La prima azione politica da mettere in campo è costruire la civiltà umana, e così è fondamentale rimuovere i problemi di ignoranza funzionale delle persone, in che modo? Sappiamo che esistono milioni di individui che leggono ma non capiscono ciò che leggono, consegnando le proprie scelte agli altri, cioè ai media. Una società civile costruisce strutture e istituzioni culturali per ospitare milioni di individui di ogni età, e li invita a studiare nuovamente partendo dalla cultura di base sino alle specializzazioni. Mentre accade ciò, la popolazione attiva immagina, programma e costruisce la trasformazione della società: sia quella produttiva e sia quella relazionale ampliando il mondo comunitario e riducendo lo spazio del famigerato libero mercato. Ci vorranno molti anni per riparare i danni della chiesa capitalista, e questo percorso abbisogna di nuovi impieghi, di nuove soluzioni tecnologiche e di nuove relazioni sociali ed economiche.

Nella società esistono sia gli strumenti giuridici societari per realizzare questo cambiamento e sia la creatività umana per farlo, manca il soggetto politico e mancano i politici. Lo status quo permane poiché la maggior parte degli individui ha perso valori democratici veri, cioè si impedisce ai talenti di emergere e di coordinare azioni politiche evoluzionistiche che possano aiutare le comunità a compiere un salto, lasciando il piano ideologico sbagliato, ed approdare sul piano bioeconomico. Questo non è solo un conflitto politico dell’élite degenerata contro gli ultimi, ma è un conflitto culturale condizionato dalla prevaricazione perpetrata dalle generazioni più anziane, quelle che detengono il controllo economico e sociale, che limitano le possibilità dei propri figli, cioè delle generazioni più recenti che non possono sperimentare nuovi modelli o fare investimenti innovativi. Nell’assenza di uno Stato sociale forte, poiché controllato dall’élite liberale/liberista mancano programmi di investimento a fondo perduto per sperimentare nuovi modelli sociali ed economici importanti per costruire l’auto sufficienza delle comunità. In generale le istituzioni pubbliche, psico-programmate dalla chiesa capitalista, sono sfruttate per garantire privilegi alle grandi aziende e alle imprese vicine al ceto politico dominante.

Un serio programma di sviluppo umano coinvolge tutta la popolazione che può studiare e lavorare, cioè anche e soprattutto gli inattivi (13 mil. di persone), e non solo i disoccupati o chi attualmente lavora ma è in difficoltà. I Paesi con sistemi di welfare migliori, non solo hanno strumenti di sussidio ma sono in grado di soddisfare le richieste delle persone, avviando sia percorsi di sviluppo umano personalizzati, e sia programmi per incontrare domanda e offerta di lavoro. E’ altrettanto noto che il nostro Paese, essendo liberista in pectore, ha volutamente trascurato le politiche socialiste pubbliche, e l’ha fatto anche per la sanità pubblica danneggiandola gravemente e lasciando metà del Paese privo di strutture e personale medico.

Quando nasceranno gruppi di persone organizzate e consapevoli (formate sulla bioeconomia) allora potremmo assistere a modelli sociali più evoluti, cioè democratici e auto sufficienti, non più condizionati dal mercato. Il campo di lavoro sono le aree urbane estese e le aree rurali, sono questi gli ambiti degli insediamenti umani da rigenerare affinché le persone possano iniziare a vivere da esseri umani.

partecipazione al mercato del lavoro ISTAT 2019
ISTAT, Annuario Statistico 2019

Riflettere

L’esperienza che stiamo vivendo insegna che di fronte al pericolo della morte, il ceto dominante rinuncia ai dogma della chiesa capitalista (patto di stabilità e crescita, debito pubblico, chiusura delle attività produttive) e lascia il passo alla scienza per evitare il peggio. Una delle conseguenze più note quando il capitalismo è sospeso, cioè quando la famigerata crescita rallenta accade che il pianeta respira con beneficio per tutte le specie viventi. L’intenzione del ceto politico dominante (imprese e politici) è quella di immettere liquidità (soldi) in assenza di produzione, come debba avvenire è una tema aperto. Torniamo al concetto di economia («amministrazione della casa») reale e poniamoci una domanda: se non ci fosse la pandemia potremmo vivere in armonia con la natura? La domanda esprime un’idea nascosta, e cioè che la produzione inquina e distrugge, aprendo a temi politici finora sottovalutati (nonostante le contraddizioni del capitalismo siano note da secoli). La risposta è: si, possiamo vivere in armonia con la natura. Il dramma dell’epidemia dovrebbe suggerire una seria riflessione sulla religione capitalista per immaginare e programmare l’uscita da un sistema dannoso e obsoleto, e ripensare l’intera società per approdare a stili di vita sostenibili e intelligenti. Si tratta di ripensare i modelli di produzione e garantire risorse alle future generazioni. Il linguaggio del mainstream lascia intendere che la volontà del ceto dominante è riprendere la crescita così com’era prima dell’esplosione dell’epidemia, ripercorrendo gli stessi errori per tenere in vita la chiesa capitalista. L’intenzione del ceto dominante non è riflettere su come migliorare la società, ad esempio eliminando le disuguaglianze territoriali, ma come conservare profitti e privilegi attraverso lo sfruttamento delle risorse limitate e la violazione dei diritti civili e umani. L’esperienza attuale dovrebbe far notare ai cittadini che la scienza salva la vita delle persone, mentre la chiesa capitalista crea enormi disuguaglianze, concentrazione dei profitti privati mentre uccide le specie viventi e distrugge il pianeta. Esempi in tal senso sono numerosi nella storia (le rivoluzioni industriali) e nel presente, oggi cambia solo la dimensione geografica del cattivo rapporto fra uomo e natura, ma senza la pandemia da virus, il capitalismo uccide tutti i giorni, basti pensare a Taranto, o la pianura padana così inquinata, solo per citarne un paio. Marx ci ricorda che i cambiamenti sociali possono avvenire solo attraverso una coscienza di classe, e pertanto lo status quo non muterà fino a quando la maggioranza dei popoli non avrà imparato la lezione socialista ed ecologista. E’ possibile una società migliore di questa? Certo lo è, e possiamo ripensare il concetto di relazione, non più esclusivamente materialista (il denaro) ma una relazione di reciprocità rispetto all’utilità sociale (e la compatibilità ambientale). Possiamo osservare che c’è una distinzione netta fra valore d’uso e valore di scambio, come insegna Marx, e noi possiamo aggiungere che esistono beni (acqua, energia, cibo) che non sono merci, e merci (le automobili, uno smartphone…) che non sono beni, poiché prive di utilità sociale. Su questi presupposti possiamo creare una società che riduce l’uso di merci (inutili) che non sono beni, mentre i beni (acqua, energia, cibo..) possono essere auto gestiti dalla comunità e possono essere sottratti al famigerato mercato. Questo semplice ragionamento implica una strategia politica fondamentale: ridurre lo spazio del mercato e aumentare quello della comunità, basata su relazioni di reciprocità, utilità sociale e sostenibilità. Se fossimo già una società basata su queste caratteristiche (reciprocità, utilità sociale e sostenibilità), molto probabilmente non avremmo questo virus ed anche se ci fosse, le nostre istituzioni sarebbero preparare con tutti i materiali e le tecnologie (la sanità pubblica è un bene, non una merce), e le persone non avrebbero i problemi di approvvigionamenti poiché ci sarebbero comunità resilienti. Quando una comunità non dipende esclusivamente dal denaro, questa è più libera e auto sufficiente di altre che dipendono dalla finanza e dal mercato. Le tecnologie odierne possono creare sistemi sociali liberi dall’influenza delle imprese multinazionali che predano i territori e tengono in schiavitù le persone economicamente più deboli. Attraverso l’impiego delle odierne tecnologie si possono costruire reti di comunità auto sufficienti per ridurre l’influenza del famigerato libero mercato e aumentare la sfera dei beni comuni. Ad esempio, i cittadini delle aree urbane possono diventare produttori e consumatori di beni e asset strategici eliminando il ruolo di SpA private che oggi traggono profitti sfruttando la famigerata privatizzazione dei servizi locali ma usurpando i beni comuni. Inoltre, numerosi impieghi socialmente ed economicamente utili si realizzano territorializzando attività e funzioni assenti nelle aree urbane e rurali, dalla rigenerazione urbana fino alla tutela delle risorse agricole e forestali, dalla conservazione del patrimonio alla riduzione del rischio sismico e idrogeologico. Sono tutte attività vitali per la specie umana ma si potranno realizzare in tutto il territorio nazionale uscendo dal paradigma culturale sbagliato (la chiesta capitalista) e approdando su quello della bioeconomia, che predilige la scienza e l’utilità sociale alla becera avidità del profitto privato caratterizzato da crescita illimitata (produttività) e una costante competitività, che calpesta i valori della solidarietà e della cooperazione.

La bellezza della natura e i rapporti di comunità che stiamo riscoprendo possono diventare il valore di una nuova società, quella bioeconomica. Per farlo dobbiamo accettare l’idea di cambiare stile di vita, e scoprendo l’opportunità di nuovi impieghi, più utili e più intelligenti. Una prima opportunità evidente è quella della mobilità sostenibile, alla nostra portata se aumentiamo l’uso dei mezzi di trasporto pubblico, se costruiamo infrastrutture adeguate e se riduciamo drasticamente l’uso dei mezzi privati inquinanti, come accade in questi giorni. Un’altra evidenza è il telelavoro per buona parte delle professioni intellettuali, mentre è fondamentale che lo Stato riprenda il controllo della salute pubblica auto producendo tutto ciò che serve, facendo l’opposto di quello fatto finora e cioè investire in ricerca, in brevetti pubblici, e produzione di materiali e tecnologie per il sistema sanitario affinché la Repubblica non sia più condizionata dal famigerato mercato, ma abbia le scorte e le tecnologie per intervenire in casi emergenziali. Tutti questi cambiamenti producono opportunità di lavoro utile che vanno agglomerate ove non ci sono occasioni di impiego, cioè il nostro Sud. Ripensando le attività produttive è legittimo riconfigurare le agglomerazioni industriali presenti nei Sistemi Locali del Lavoro con attività di manifattura leggera e tecnologie ad alto valore aggiunto nei settori della mobilità dolce, e della sanità pubblica, così come le tecnologie dell’architettura per prevenire e ridurre il rischio sismico e la qualificazione energetica per ridurre la domanda di energia da fonti fossili.

Per quanto riguarda l’attuale conflitto politico fra i Governi dell’UE circa il tema eurobond si o no, comunque vada le immorali disuguaglianze resteranno dove sono poiché i problemi del meridione non dipendono esclusivamente dalle forme di governo ma dal capitalismo che nega investimenti pubblici in determinati territori, poiché sfruttati e predati. Il capitalismo instaura relazioni violente e materialiste, tutto diventa merce da comprare e vendere, mentre il ceto dominante (i capitalisti) assume per se aree centrali e per altri aree periferiche da sfruttare destinate al sottosviluppo, è ciò che è accaduto al meridione per scelta politica. Ad esempio, resterà il razzismo di Stato che toglie risorse ai cittadini meridionali attribuendone maggiori al Nord, resteranno i problemi delle università meridionali poco attrattive e poco collegate con le imprese sui territori, così come resteranno i ceti dominanti che vivono di rendite parassitarie e così via… la strada del cambiamento è lunga ma solo percorrendola si risolveranno i problemi: prima di tutto abbandonare la fede capitalista! Una priorità strategica è ripristinare la pianificazione osservando le aree urbane e disegnare i sistemi urbani e territoriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, ciò produce grandi indotti lavorativi.

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Realtà e credenze

Il ceto politico dirigente italiano, tutto, da trent’anni insegue due credenze: la prima è la religione capitalista liberale/liberista e la seconda è più una caratteristica padana/egoista, e cioè la famigerata secessione per applicare meglio gli interessi delle imprese localizzate al Nord. La prima credenza ha forgiato le menti del ceto dirigente di tutto l’Occidente, creando aree ricche e aree povere, mentre la seconda ha prodotto e produce i danni incostituzionali sempre più evidenti durante questa emergenza pandemica. Il ceto politico, per assecondare i capricci dei razzisti padani, partorì la famosa riforma del titolo V della Costituzione (art. 117) che concesse numerose competenze alle Regioni ma senza prevedere una clausola di supremazia per lo Stato centrale. L’emergenza covid-19 mostra i conflitti normativi fra i Decreti dei Presidenti di Regione e quelli del Governo, costretto a un coordinamento delle scelte politiche circa i provvedimenti da prendere, ma se ci fosse stata la clausola di supremazia questi problemi che riverberano sulla vita delle persone non ci sarebbe stati (incongruenze, divergenze e illegittimità). Anche su altre competenze vi sono problemi concreti, anche senza alcuna emergenza, e si tratta del governo del territorio ed dell’ambiente. In più di vent’anni dall’applicazione delle autonomie locali abbiamo un’Italia federale, nel senso che ogni Regione auto determina i propri servizi costruendo disuguaglianze territoriali sostenute dal famigerato “calcolo diseguale” inventato dallo Stato, che concentra le risorse della fiscalità generale a sostegno delle aree già ricche sottraendole a chi ne ha più bisogno, e poi gli Enti locali sono recintati dal patto di stupida e crescita dell’UE perché limita la spesa pubblica proprio dove è necessaria per eliminare le disuguaglianze, vietate dalla nostra Costituzione.

Il nostro ceto politico trascura la realtà territoriale italiana perché psico programmato dalla religione capitalista e spinto dagli impulsi egoisti delle imprese; fra ignoranza, stupidità e avidità, le istituzioni compiono scelte incostituzionali e immorali poiché una parte importante del Paese è stata lasciata indietro, al fine di condurla al sottosviluppo previsto dal capitalismo stesso. Il Nord, da decenni, è alimentato da risorse umane del Sud di ogni categoria sociale. Le nostre istituzioni funzionano male poiché sono il disegno di una religione molto precisa: creare disuguaglianze per favorire un ceto sociale localizzato al Nord, privilegiato in tutti i sensi, ed è lo stesso che sin dal Regno d’Italia, durante la dittatura fascista, e la Repubblica riesce a orientare la classe politica al fine di utilizzare le risorse di tutti per fini privati, conservando il proprio status quo. Ancora oggi, nonostante la pandemia mostra tutta la debolezza delle istituzioni di fronte a un fenomeno inaspettato e così veloce, le forze politiche di destra, oggi più razziste di prima, strumentalizzano i problemi delle persone per raggiungere il potere, sempre per fini privati.

L’altro campo politico, semplicemente, non esiste poiché sono pochissimi i cittadini con principi politici costituzionali, e non riescono a catalizzare l’attenzione del popolo sui valori della sinistra che potrebbero ridurre o eliminare le disuguaglianze, se fossero riscoperti e adottati. In Italia, gli ultimi sono svuotati di una propria cultura e identità politica, votano per i propri carnefici, mentre i problemi del territorio restano insoluti e col trascorrere del tempo si aggravano. Basti ricordare come il diritto a una vita serena è negato, soprattutto ai meridionali, dall’assenza di servizi adeguati grazie al disordine delle aree urbane estese (non pianificate), il dissesto idrogeologico, il rischio sismico, il sottosviluppo nel meridione e le bonifiche ambientali da fare. Questa è la realtà, molto più complessa e difficile di come viene sintetizzata, mentre il ceto dirigente insegue le credenze della religione capitalista.

La pandemia di covid-19 spinge i teologici del liberalismo a sospendere il dogma del “patto di stabilità e crescita” per favorire l’immissione di moneta nel mercato, ciò dovrebbe mostrare alle persone tutta la cattiva fede dei guardiani di questa religione, che per molti anni hanno imposto limiti ai Paesi dell’euro zona, e che all’occorrenza rinunciano al proprio credo per tenere in vita il capitalismo. Un altro dogma è rimesso in discussione il famigerato “debito pubblico”, e lo fa uno stimato cardinale della chiesta capitalista, Mario Draghi, che invita l’UE a trascurare il limite del debito per tenere in vita il capitalismo. La pandemia ha messo in crisi i dogma della religione capitalista e i cardinali sono costretti a rivedere i propri precetti al fine di dare ossigeno al libero mercato. Nonostante le evidenze non si ha il coraggio di abbandonare le religione capitalista, nonostante tutto non si vuole usare la saggezza e la civiltà per rimuovere le immorali disuguaglianze e lasciare che il pianeta guarisca dalle pesanti ferite inferte dall’idiozia economicista.

Un’altra triste evidenza emerge col trascorrere del tempo: l’Occidente liberista è meno resiliente della Cina, questo è un fatto. Un popolo saggio, alla luce di questa ulteriore esperienza, non bastava l’evidenza dei danni ambientali e delle disuguaglianze, dovrebbe ripensare il paradigma culturale dominante per superarlo poiché dannoso e obsoleto. Nel ripensare il paradigma di riferimento, sembra che alcuni (imprese private) intendano spingersi nel ridurre le libertà individuali attraverso controlli di massa e questo rischio va scongiurato ripristinando il ruolo pubblico dello Stato, sminuito durante gli ultimi trent’anni, che fa ricerca scientifica, prevenzione e sostiene la sanità pubblica.

La pandemia ridefinisce l’economia reale, chiunque lo intuisce, lo percepisce e lo vive ma il pensiero dominante non è in grado di produrre soluzioni sostenibili per tutti, lo può fare solo secondo gli interessi del ceto dominante, poiché è lo stesso ceto che crea danni economici, e nei luoghi già marginali le scelte politiche andranno a trascurare le realtà territoriali più difficili, lasciando insoluti i danni sociali ed economici creati dalla pandemia. Tutto ciò si può intuire già oggi, perché il ceto politico italiano ha smesso di creare politiche industriali vere e proprie; da molti anni non si ripensano le agglomerazioni industriali già esistenti e non si pianificano attività produttive nei Sistemi Locali del Lavoro del Mezzogiorno d’Italia. Questo lavoro di programmazione è complesso e coinvolge università, centri di ricerca, imprese e cittadini, e nel Meridione non si fa più da molti anni.

Critiche e proposte sull’UE circa le scelte economiche prese intorno all’emergenza covid-19 sono raccolte in un appello co-firmato da diversi accademici italiani.

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Coscienza?!

L’emergenza dettata dal covid-19 è creata dal cattivo rapporto dell’uomo con la natura, e la relazione scelta è suggerita principalmente dalla religione capitalista. Forse qualche politicante capirà che la globalizzazione è questa, non solo l’immorale realtà virtuale della finanza che crea e nasconde ricchezze agli Stati (il sistema off-shore) ma le abitudini alimentari. Siamo tutti interconnessi, considerando il fatto che le scelte alimentari di alcuni individui in una parte del pianeta possono determinare l’esistenza di altri, nella parte opposta. Non è la prima volta che la natura cerca di liberarsi dell’uomo, altre volte in passato la macellazione degli animali ha trasmesso virus che hanno compiuto il salto di specie (qui l’articolo scientifico che dimostra l’evoluzione del virus attraverso lo studio del genoma), e in altre occasioni processi industriali hanno innescato rischi sanitari alla popolazione, così come l’industrializzazione violenta dell’uomo sta eliminando specie viventi. Da questo punto di vista, dovrebbe essere noto che una seria e convinta riduzione dei consumi di carne può giovare alla salute umana. Esiste anche un’altra ipotesi della diffusione del covid-19, e cioè quella politica relativa a un’esercitazione militare svoltasi a Wuhan a settembre 2019 circa una simulazione/esercitazione di un contagio batteriologico. Un notiziario del Tg Leonardo della RAI (16 nov 2015) denuncia i rischi di una produzione di coronavirus in laboratorio, sperimentazioni già presenti negli USA ma sospese. La comunità scientifica ci informa del fatto che il covid-19 è naturale poiché classificato dal suo genoma, confermando il salto di specie.

Analogo ragionamento vale per tutta l’economia globalizzata liberista che sfrutta centri di produzione distribuiti sul pianeta, sia per non pagare tasse e sia ridurre i costi affinché gli azionisti possano trarne un maggiore profitto: ad esempio, per produrre gli smartphone si estraggono minerali preziosi sfruttando gli schiavi, così come per la produzione di capi d’abbigliamento firmati: schiavitù e inquinamento. Greenpeace informa sul fatto che «le aziende agrochimiche come Bayer e Syngenta continuano a immettere sul mercato pesticidi chimici di sintesi, potenzialmente dannosi per le api e gli insetti impollinatori. E se le api muoiono, a farne le spese sono l’ambiente, l’agricoltura e il nostro cibo».

Il cattivo rapporto dell’uomo contro la natura non si arresta, e così altri virus attaccheranno la nostra specie. L’industrializzazione ci sta auto distruggendo, e l’assurdità sta nel fatto che noi ci auto definiamo: sapiens … se lo fossimo realmente abbandoneremo la religione capitalista per salvare noi stessi, il pianeta che ci consente di vivere, ed affronteremmo le immorali disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento per restituire dignità umana a tutti e stimolare opportunità di sviluppo umano per chiunque lo desidera. Se usciamo dal capitalismo possiamo garantire le risorse finite alle future generazioni e risolveremo anche i problemi di cattiva alimentazione: la povertà in Africa, in Sud America, in Asia e l’obesità in Occidente.

 

Dall’inciviltà alla politica

Negli ultimi decenni i livelli di inciviltà e irresponsabilità politica hanno toccato quote altissime, colpa non solo del ceto politico: arrogante, ignorante, prevaricatore, incompetente e autoreferenziale ma soprattutto per colpa nostra, di noi cittadini altrettanto incivili e irresponsabili poiché la maggior parte di noi non ha né una cultura politica e né un’identità politica, e spesso usiamo il voto come gesto di inciviltà. Il nostro sport si svolge prevalentemente nei bar per parlare di temi che non conosciamo, ed esprimere giudizi non richiesti con atteggiamenti a dir poco cialtroni, e così in egual modo deleghiamo ad altri cialtroni la guida delle istituzioni, che di conseguenza sono lo specchio dell’inciviltà espressa dalla maggioranza degli elettori. Viviamo un corto circuito politico che si inverte attraverso percorsi di civiltà. All’inciviltà si risponde con umiltà, cultura e capacità nostre [da sviluppare formandoci una cultura politica] rimuovendo i cialtroni dalle istituzioni ma favorendo persone meritevoli capaci di produrre valore sociale, ambientale ed economico per tutti.

Se abbiamo il coraggio di lamentarci circa il ceto politico poiché è autoreferenziale e prevaricatore (spesso lo è ma non sempre), ebbene abbiamo tutta la libertà per cambiarlo ma per farlo con maturità e consapevolezza sarebbe saggio favorire la crescita di una classe dirigente diversa, aderente ai valori della Costituzione, colta, e capace; tutte caratteristiche che la maggioranza degli elettori non pretende perché compie scelte in base alla simpatia o all’antipatia, senza misurare il merito dei candidati.

Ad esempio, il mainstream è pieno di talk politici ove i politicanti possono svolgere la propria propaganda, cioè i media si limitano a riportare le opinioni degli invitati, e raramente fanno divulgazione colta e informata per aiutare i cittadini in percorsi di comprensione e conoscenza. Un’eccezione sono Presa Diretta e Report, che non influenzano il pubblico poiché occupano uno spazio mediatico ininfluente rispetto all’enorme massa di spazzatura chiamata infotainment (divulgazione e intrattenimento) e dal mero intrattenimento.

Il Governo italiano, dopo molti anni, grazie alla spinta personale del Ministro Provenzano, pubblica un piano politico per il Sud al fine di ridurre le disuguaglianze fra Nord e Sud. Intenzioni ottime e condivisibili, viene da scrivere: meglio tardi che mai…

Dalle intenzioni politiche governative, i meridionali dovrebbero cogliere tutte le opportunità che si presentano per migliorare e implementare il piano stesso studiando i modelli di rigenerazione territoriale e urbana già attuati e programmati nel mondo. La pubblicazione del piano è l’occasione pubblica/politica per smetterla di lamentarsi ma di innescare processi critici (riflessivi) per scoprire, conoscere e studiare programmi, piani e progetti che possono stimolare opportunità di sviluppo umano. Non si tratta di credere alle promesse di politici [sarebbe un errore di ingenuità] ma di avviare processi civili di azione politica partendo dalla riflessione e dalla condivisone di giusti obiettivi: ridurre le disuguaglianze territoriali.

Secondo il Forum DD, il piano del Governo sui temi della “Rigenerazione dei contesti urbani” dovrebbe essere affrontato «con maggiore decisione e con adeguati investimenti i temi ambientali e concentrando in modo più efficace le azioni nelle periferie e nelle aree marginali»; inoltre continua il Forum DD, «non si intravede il nesso, che è invece decisivo, con le azioni su scuola, salute, energia e abitazione prima richiamate. Né si intravede la volontà di affidare, come è indispensabile, la responsabilità di promuovere e di indirizzare tale nuovo intervento a un centro unico di competenza a livello nazionale, che assicuri un coordinamento fra Ministeri di settore e con le Regioni».

In buona sostanza, si riscontrano carenze politico-gestionali sugli annunci circa i processi di rigenerazione urbana che andrebbero coordinati dallo Stato [suggerisce il Forum DD], ad esempio, secondo la mia opinione attraverso il CIPU (Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane), per assicurarsi modalità omogenee e trasparenza sugli stessi processi amministrativi e di pianificazione. Il CIPU dovrebbe presentare una propria agenda urbana e rurale bioeconomica, secondo il punto di vista della matura scuola territorialista da un lato, e dall’altro avanzare strumenti attuativi bioeconomici con la capacità di rigenerare le aree urbane e rurali realizzando l’approccio del metabolismo urbano, al fine di ridurre/eliminare sprechi energetici ma sfruttando le tecnologie innovative per creare occasioni di lavoro e realizzare la sostenibilità forte. Una regia e un coordinamento nazionale, servirebbe anche per far capire agli Enti locali la necessità impellente e saggia di promuovere piani intercomunali bioeconomici, poiché non esistono più le città dentro gli attuali e obsoleti confini amministrativi ma esistono, da anni, le nuove città estese che andrebbero governate con un cambio di scala amministrativa. Dentro queste dinamiche complesse bisogna stimolare la partecipazione politica ma attiva degli abitanti, affinché la maggioranza degli italiani smetta di lamentarsi in maniera cialtrona, e si inneschi un processo civico e civile dell’azione politica osservando il territorio, interpretandolo correttamente sui valori propri (storici, ambientali, sociali, economici e tecnologici), sui problemi di ogni località, e interrogando le nostre capace creative al fine di vivere meglio i nostri luoghi, cooperando per favorire lo sviluppo umano di tutti. Tutto ciò è responsabilità politica singola e collettiva perché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione!

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Il Sud che deve ribellarsi

Aiutati che Dio ti aiuta, dice il proverbio popolare, e questo dovrebbe essere il principio guida dei meridionali, considerando il fatto che una guerra economica contro i nostri territori si è consumata fra la nostra inconsapevolezza popolare e il silenzio assordante del ceto dirigente, con la complicità dei vecchi partiti, oggi inesistenti. Un aiuto indiretto agli obiettivi dei razzisti è stato il silenzio dei partiti “di sinistra” che nelle terre emiliane puntano alla famigerata autonomia differenziata (la conferma della secessione economica a danno dei meridionali). Bisogna riconoscere che, noi meridionali facciamo fatica a risollevarci allevati da una “storia” scritta dai vincitori con un sistema mediatico nazionale che esalta ed enfatizza territori ma trascura altri, poi l’auto commiserazione e la rassegnazione sostenuta da mille difficoltà reali, e condita dalle disuguaglianze di riconoscimento, allora appare molto difficile far emergere la verità dei dati che lo Stato fornisce circa il razzismo economico messo in opera da molti decenni. Una politica razzista, che più o meno, parte dall’attuazione della riforma costituzionale sulle autonomie regionali, e attraverso il famigerato criterio della spesa storica che attribuisce più risorse alle comunità già ricche a danno di quelle con carenza di servizi. La Rai, attraverso due inchieste (di Presa Diretta e Report), ha raccontato le disuguaglianze programmate dai Governi, e in questo periodo il Quotidiano del Sud pubblica dossier, quasi tutti i giorni, sui dati della pianificazione economica che distrugge il Meridione per favorire la pianura padana. Non è affatto un’esagerazione dei toni affermare che si tratta di una guerra economica razzista poiché i Governi, da ormai circa trent’anni, negano risorse finanziarie ai territori economicamente più deboli e privi di servizi per conferirli a chi ne ha di più, i famosi alti standard di alcune aree padane sono un’usurpazione dei diritti che viola palesemente la Costituzione e così la fiscalità generale è usata come un’arma economica contro i Comuni meridionali, e non solo.

Le disuguaglianze programmate trovano sostegno dalle forze politiche, prima fra tutte la famigerata Lega, un partito della destra liberale che nasce con connotazioni razziste antimeridionali, con un linguaggio violento per sostenere maggiormente gli interessi esclusivi delle imprese localizzate in pianura padana. La lega è riuscita a realizzare i propri scopi senza che altri soggetti politici facessero opposizione circa il famigerato “calcolo diseguale” descritto recentemente dalla Rai. Bisogna riconoscere che molti altri partiti hanno affermato l’immorale calcolo diseguale: il centro destra berlusconiano che ha condotto i razzisti al potere e il centro sinistra liberale, allora ulivista/prodiano. In principio furono le maggioranze dei pentapartiti a guida Democrazia Cristiana e Partito Socialista, che concentrarono buona parte del comparto industriale in pianura padana, lasciando al Sud poche attività inquinanti. Osservando la storia possiamo arrivare fino alla guerra di annessione, chiamata Unità d’Italia, ma i problemi di oggi vanno affrontati nel contesto attuale (l’ideologia capitalista e la crescita), e questo dice che non esiste un soggetto politico meridionalista con l’intenzione di eliminare le immorali disuguaglianze territoriali, innanzitutto perché la maggioranza dei meridionali non sa che queste [disuguaglianze] sono create dallo Stato, e poi perché i meridionali sono divisi da soggetti politici che non li rappresentano: dalla peggiore destra attuale (Lega, FI, Fratelli d’Italia) fino al PD, e al M5S che li ha ingannati, recentemente. Infine, non bisogna sottovalutare la confusione culturale degli italiani (ignoranza funzionale e di ritorno), che dopo la fine dei partiti di massa, la maggioranza dell’elettorato vota, ahimé, per simpatia e/o per antipatia. Una maggioranza degli elettori svuotata da qualunque identità culturale-politica danneggia il Paese. Solo una persona civile si rende conto del danno che produce un individuo svuotato d’identità politica a tutti gli italiani, e quindi a tutti noi.

Per dirla alla Marx, noi meridionali non abbiamo coscienza di classe, cioè non abbiamo coscienza dell’origine circa la nostra marginalità sociale ed economica; sembriamo incapaci di reagire e le conseguenze sono drammatiche: l’emigrazione indotta (e non voluta) dei giovani nei sistemi locali del lavoro che distruggono le nostre comunità: cioè il Nord e l’estero. L’emigrazione è un corto circuito viziato dalla disuguaglianza di riconoscimento innescata dal sistema politico locale e dall’attuale classe dirigente meridionale che non programma un’inversione di tendenza poiché resta sul piano ideologico sbagliato.

La Regione Meridionale ha tutto il diritto di pianificare i propri sistemi locali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, ed ha tutto il diritto e soprattutto il dovere di costruire i servizi mancanti. Solamente nel fare ciò: eliminare le disuguaglianze si creano decine di migliaia di nuovi impieghi, e la riduzione delle disuguaglianze si potrà realizzare con l’impiego delle nuove tecnologie, di fatto realizzando attività che non recano depauperamento alle risorse naturali. Per uscire dalla nostra marginalità dobbiamo stimolare processi creativi nei nostri pensatoi naturali, università e imprese, associazioni e gruppi di cittadini organizzati, al fine di progettare la rigenerazione territoriale e urbana. Tutti i sistemi locali che funzionano e sono attrattivi di risorse umane (comprese le nostre) hanno luoghi e spazi di innovazione e ricerca ben collegati col territorio e con le istituzioni, ed ai vertici di queste istituzioni siedono persone coraggiose che regalano opportunità di sviluppo a chiunque dimostri interesse, creatività e capacità di sperimentare; in buona sostanza nei sistemi attrattivi non c’è disuguaglianza di riconoscimento ma il coraggio di fare investimenti nelle persone. Il capitale umano è l’arma più efficace per costruire nuovi impieghi e nuove attività e funzioni. Da troppi decenni, le nostre istituzioni, direttamente o indirettamente attraverso le disuguaglianze, spostano il capitale umano meridionale in pianura padana e/o all’estero.

Quotidiano del Sud Salerno 14 gen 20 07

Rimuovere le disuguaglianze per favorire lo sviluppo umano

Dal punto di vista della psicologia, l’autorealizzazione di una persona si raggiunge svolgendo un determinato percorso che soddisfa sia le motivazioni carenziali (bisogni primari: fisiologici, sicurezza, amore e appartenenza, autostima) e sia l’accrescimento (bisogni cognitivi, estetici, autorealizzazione, auto-trascendenza). Questo percorso consente la piena realizzazione della persona, ed è tutelato dalla carta costituzionale attraverso il principio di uguaglianza che significa dare a tutti i cittadini la possibilità di scegliersi un proprio percorso di sviluppo umano, mentre la Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli di ordine economico. E’ altrettanto noto che in Occidente e in Italia esistono vergognose e immorali disuguaglianze territoriali che di fatto rappresentano ostacoli insormontabili per gli abitanti che vivono in determinate comunità. In Italia, chi nasce in una zona geografica è più favorito rispetto ad altre ove mancano servizi, standard minimi, e infrastrutture necessarie per lo sviluppo umano. Oltre a ciò esistono disuguaglianze economico-sociali che ricordano la società feudale perché non funziona l’ascensore sociale [e lo Stato non pensa di rimuovere quest’altra disuguaglianza]; in buona sostanza una persona meritevole e capace se non possiede un proprio capitale non può realizzare l’attività che è in grado di svolgere, mentre chi eredita il capitale familiare può farlo, proprio come accade in una società di caste autoreferenziali tipiche delle monarchie feudali. Esiste anche la condizione familiare che incide molto nello sviluppo umano di una persona, e può essere divisa in due categorie: 1) famiglie senza equilibrio, che si dividono fra quelle con genitori che denigrano i propri figli e genitori che esaltano i propri figli; e 2) le famiglie con equilibrio, cioè genitori che sanno sostenere adeguatamente i propri figli, senza eccessi. Nel meridione, si concentra maggiormente il conflitto genitori figli che ha impedito e impedisce un sano sviluppo delle persone. L’Italia si caratterizza molto per la diffusione di imprese familiari ove i genitori giocano un ruolo predominante, e a volte prevaricano e limitano l’autonomia dei figli, nonostante questi siano ormai maturi. Questo atteggiamento autoritario dei genitori è una condizione di svantaggio sociale, e  si riverbera nella nostra società, ed una delle regioni che spiega alcuni limiti culturali del nostro Paese. Allo stesso tempo, l’impresa familiare è il sistema di welfare sociale più efficace, che accudisce e garantisce un sostegno capitale ai figli.

Viviamo in un Paese apparentemente democratico poiché il nichilismo [capitalista] ha svuotato di senso civico la nostra società e così vi sono milioni di persone in gravi condizioni di povertà economica, e se queste persone vivono in determinate aree urbane e rurali, allora queste sono condannate alla marginalità per l’assenza di servizi fondamentali necessari alla crescita individuale, e per l’assenza di imprese che potrebbero offrire un’opportunità di riscatto sociale ed economico. Nel famigerato “calcolo diseguale” denunciato dalle inchieste giornalistiche, la Repubblica anziché rimuovere gli ostacoli di ordine economico li crea, perché la fiscalità generale assegna maggiori risorse ai Comuni del Centro-Nord togliendole a quelle meridionali, la famigerata “spesa storica” applica una sorta di razzismo di Stato. In generale, nella società capitalista la disuguaglianza è programmata, voluta dal ceto politico dominante poiché lo svantaggio di un territorio è la ricchezza di quello contiguo che concentra capitali, ed è proprio la religione capitalista che crea sottosviluppo in determinate aree, che le impoverisce attraverso lo spopolamento indotto, tant’è che prima del 1860 il meridione fu meta di migrazioni, mentre dopo cominciò l’emigrazione. Applicando la Costituzione e tenendo a mente gli aspetti psicologici, è fondamentale concentrare investimenti pubblici e privati nei Sistemi Locali del Lavoro meridionali, per restituire a milioni di italiani l’opportunità di vivere in sicurezza realizzando quegli standard minimi mancanti, e poi attraverso nuove opportunità di lavoro con un reddito dignitoso che consente di riavere autostima. In questo modo anche i meridionali potranno realizzare il proprio potenziale che dipende dall’apprezzamento (rimuovere la disuguaglianza di riconoscimento), dal rispetto e dalla conoscenza acquisita. In assenza di tutto ciò, continuano i saldi migratori negativi per Sud, ma a partire sono soprattutto i giovani, laureati e non, che emigrano al Nord e/o all’estero alla ricerca della propria autorealizzazione. La disuguaglianza territoriale ha trasformato il Sud in una colonia, che sostiene le comunità del Nord ma distrugge tutto il mezzogiorno privandolo delle risorse più importanti e vitali: le persone. Si tratta di un immorale corto circuito poiché le competenze dei meridionali sono a servizio di determinati Sistemi Locali, e non per le proprie comunità che restano territori depredati. La maggioranza dei meridionali non è libera di scegliersi un proprio percorso evolutivo, mentre una ristretta minoranza, una élite autoreferenziale, ha costruito i propri privilegi attraverso le rendite regalate dalle istituzioni politiche moralmente corrotte. Un ceto politico normale, cioè coerente con la Costituzione, si pone l’obiettivo primario di rimuovere le disuguaglianze territoriali, e così dovrebbe impegnarsi nel ripensare le agglomerazioni industriali meridionali con università, centri di ricerca e imprese, al fine di creare nuova occupazione utile rispetto alle caratteristiche territoriali e alle capacità creative, per impiegare le migliori tecnologie che consentono un miglioramento della vita. Ad esempio, lo Stato ha l’obbligo di programmare i servizi pubblici mancanti nelle aree urbane estese, così come programmare una rete metropolitana nelle stesse che consente alle persone di muoversi con il trasporto pubblico. In tutte le aree urbane estese i principali presidi dello sviluppo umano sono le scuole e le biblioteche, e in Italia tali edifici o sono mancanti, o sono arrivati a fine ciclo vita. Un’opportunità di rigenerazione urbana e territoriale è la programmazione economica per correggere gli errori del capitalismo che ha costruito aggregati edilizi che non sono quartieri ma zone compromesse dalla speculazione. Un’efficace programmazione può rigenerare la forma urbana per recuperare standard mancanti e programmare la sostituzione edilizia di edifici che non hanno valenza di patrimonio storico architettonico ma costituiscono un problema dal punto di vista del rischio sismico. Questi problemi sono noti, ma le istituzioni locali meridionali non pianificano correttamente il territorio, e i meridionali stessi fanno fatica a cambiare una classe dirigente incapace e autoreferenziale, anche per questo motivo i giovani emigrano. E’ un paradosso tutto italiano quello delle disuguaglianze fra Nord e Sud, poiché l’area geografica che ha le maggiori opportunità di creare migliaia di nuovi impieghi è proprio il meridione d’Italia, proprio perché svuotato e deindustrializzato. Basti pensare che la rimozione dei problemi implica un percorso virtuoso di auto consapevolezza personale e collettiva, cioè affrontare i problemi favorisce l’autorealizzazione, e pensare a programmi di rigenerazione urbana, mobilità intelligente, autosufficienza energetica, conservazione e tutela dell’ambiente, infrastrutture, bonifiche, nuove aziende produttive di manifattura leggera, ricerca e innovazione, crea opportunità di lavoro.

saldi migratori Corriere Mezzogiorno 17122019
Saldi migratori, fonte immagine: Corriere del Mezzogiorno 17 dic 2019.