Agenda per la riforma della politica di coesione


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.3.4.1       Agenda per la riforma della politica di coesione

Un’interessante prospettiva emerge dal rapporto di Fabrizio Barca (già Ministro della Coesione sociale) in collaborazione con John Bachtler, su richiesta di Danuta Hübner, Commissario europeo alla politica regionale. La proposta del rapporto è la modifica dell’approccio metodologico e culturale con cui l’Unione Europea distribuisce i fondi e pertanto si chiede di riconoscere alcuni fattori caratteristici per contrastare le disuguaglianze sociali presenti nelle città attraverso l’approccio sociologo.

È fondamentale che le istituzioni spendano le tasse per ricostituire organizzazioni sociali degli ambienti urbani favorendo nuova occupazione, servizi di qualità e partecipazione delle comunità poiché sono caratteristiche determinanti per la rigenerazione urbana.

Il rapporto propone: «una politica place-based[1] è una strategia a lungo termine finalizzata ad affrontare la persistente sottoutilizzazione di risorse e a ridurre la persistente esclusione sociale in specifici luoghi attraverso interventi esterni e una governance multilivello. Questa politica promuove la fornitura di beni e servizi pubblici integrati adattati ai contesti e mira a innescare cambiamenti istituzionali. Nell’ambito di una politica place-based gli interventi pubblici si basano sulla conoscenza dei luoghi, sono verificabili e sottoposti a sorveglianza; anche i collegamenti fra i luoghi sono tenuti in considerazione.

In particolare, esistono ottimi motivi per costruire all’interno della politica di coesione un’agenda sociale territorializzata mirata a garantire standard socialmente condivisi di benessere per gli aspetti della vita ai quali individui e gruppi attribuiscono priorità elevata. Questo rappresenterebbe un tipo di contratto sociale tra l’Unione e i suoi cittadini e un modo, nel più lungo termine, per incoraggiare la mobilità fra Stati membri riducendo le paure che essa suscita.

Il benessere degli individui è influenzato da molteplici fattori (il contesto sociale, il sapere implicito o formale da essi acquisito, il proprio genere, il gruppo socio-culturale di appartenenza, etc.), ma la natura e la misura di tale influenza dipendono dal luogo in cui essi vivono e dalla comunità con cui essi interagiscono. Anche la misura in cui per ogni individuo pesano i propri caratteri innati o acquisiti dipende spesso dal luogo di vita; e così avviene per le sue preferenze, le quali anzi, come osservato, definiscono in parte che cosa sia un “luogo”. Del pari va tenuto in conto che per la maggior parte degli individui l’esito dei propri sforzi dipende dal complesso delle proprie circostanze, che a sua volta è influenzata dal luogo di vita. Le loro capacità e competenze tendono dunque a essere legate agli altri individui con cui interagiscono e alle risorse con cui essi operano.

In secondo luogo le due cause istituzionali delle trappole dell’esclusione sociale dipendono fortemente dal contesto territoriale. Le decisioni sulla fornitura di beni e servizi pubblici essenziali, in qualche misura determinanti per l’inclusione sociale, sono prese dalle élites locali. Al tempo stesso, la tendenza alla persistenza delle istituzioni è fenomeno territoriale.

Una terza ragione per realizzare una politica d’inclusione sociale con un approccio place-based è che l’efficacia dell’intervento dipende da fattori che hanno natura territoriale. La capacità di accedere ai servizi e di fare uso dei trasferimenti sociali dipende da alcune condizioni che dipendono a loro volta dal contesto territoriale. Inoltre, il disegno degli interventi deve tenere conto del “collegamento tecnologico” che esiste tra popolazioni e territori, perché la produttività di ogni individuo dipende spesso dal contesto o dall’ambiente in cui egli lavora.

In quarto luogo, dal punto di vista operativo, la capacità delle politiche rivolte ai luoghi di mobilitare gli attori locali dando loro l’opportunità di sperimentare soluzioni, e verificarne e dibatterne gli esiti, consente di affrontare meglio tre problemi classici [sopra riportati] relativi all’attuazione di ogni politica d’inclusione sociale.

Questa tesi presuppone che la politica di coesione altro non sia che un meccanismo di redistribuzione finanziaria che trasferisce fondi dalle aree più ricche a quelle più povere per compensarle dei livelli inferiori di prosperità e della minore capacità di raccogliere entrate. L’Unione, sempre secondo questa tesi, dovrebbe occuparsi della redistribuzione tra entità giurisdizionali del livello immediatamente inferiore, gli Stati membri»[2].

Sicuramente mettere l’accento su una metodologia di ridistribuzione delle risorse è una prospettiva politica corretta e sarebbe dovuta essere una pratica consolidata dell’Unione europea. Nell’ambito dell’euro zona persistono problemi che cittadini e imprese subiscono da diversi anni, generati da un sistema fondato su una politica economica sbagliata, quella neoliberale. La radice culturale del cattivo funzionamento dell’Unione Europea è nei sui Trattati che favoriscono il profitto delle imprese multinazionali a deperimento dei diritti dei popoli. Un sistema costruito sulla mera crescita illimitata è destinato a fallire.

«Il sogno dell’Occidente di costruire una nuova società planetaria fondata sulla ragione (si chiami razionalità, efficienza o quant’altro) è definitivamente tramontato, poiché la crescita illimitata è impossibile e questo “sviluppo” sta mostrando la sua faccia oscura che è tutt’altro che quel “progresso”, “benessere” e pace tra popoli promessi dalla modernità. Sviluppo non equivale più a benessere, crescita non equivale più a occupazione»[3]. La società moderna è soprattutto la società utilitaristica e computante, “copiata” dalle teorie di Adam Smith e dalle basi della meccanica classica di Newton e così «l’economia è la costruzione più astratta che l’uomo ha elaborato per consentire la convivenza degli esseri umani annullando il valore dell’esperienza, quello della creatività e il potere, e l’influenza che le idee hanno sui processi di cambiamento»[4].

Secondo lo scrivente, esiste coesione se e solo se i Trattati europei sono riscritti partendo dalla bioeconomia e dal senso di comunità per tendere alla felicità delle persone, poiché la moneta è solo un mezzo e non il fine. Non è tollerabile che lo strumento della moneta sia utilizzato dall’élite come leva del ricatto o della schiavitù dei popoli. In termini di pianificazione territoriale è necessario ripensare la cosiddetta “Europa delle Regioni”[5], poiché gli ambiti territoriali che rispondono a un efficace funzionamento delle aree urbane sono i sistemi locali, e ciò indica una diversa organizzazione delle competenze e degli Enti locali favorendo l’unione dei comuni per avere piani intercomunali bioeconomici, capaci di organizzare meglio i diritti e i servizi dei cittadini. Si tratta di realizzare il cosiddetto rescaling[6] per sostenere una migliore gestione amministrativa, e più efficaci politiche di cooperazione atte a sostenere lo sviluppo locale attraverso la rilocalizzazione di attività produttive e un’efficace complementarietà del territorio. In questo modo, le aree urbane possono riorganizzare l’interazione spaziale valorizzando i saperi e le risorse locali per contrastare i fenomeni negativi della globalizzazione, come l’omogeneizzazione[7] e la glocalizzazione[8].

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] È un approccio che valuta le caratteristiche dei luoghi e dei territori. Si basa sulla teoria di sviluppo frutto delle relazioni presenti sul territorio. L’intenzione è quella di privilegiare la localizzazione dello sviluppo.
[2] Barca, Un’agenda per la riforma della politica di coesione, Roma, 2009.
[3] Scandurra, Op. cit., 1998, pag. 49.
[4] Ivi pag. 53.
[5] È opinione dello scrivente che siano le Provincie, l’Ente locale migliore della Regione per gestire tutte le competenze territoriali.
[6] Aggregazioni politico-amministrative sovracomunali e decentramento politico amministrativo.
[7] L’omogeneizzazione tende a far convergere i gusti, le convinzioni rendendole simili in tutto il mondo.
[8] È la competizione fra i territori, ed è il risultato di una relazione dinamica fra forze globali e locali, tale per cui le forze locali si globalizzano e quelle globali si localizzano. Raramente il rapporto fra queste due forze è paritario.