La finanza che condiziona le politiche urbane


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.3.2.2       La finanza che condiziona le politiche urbane

La storia delle città insegna che il capitalismo ha condizionato anche le scelte politiche urbane[1], non solo ha creato i paradigmi culturali per una società astratta cioè slegata dalle regole e dalle leggi della vita, ma ha scritto le credenze[2] secondo cui le istituzioni politiche democratiche rappresentative devono decidere. Ad esempio, Marx ci ricorda che il capitalismo è alla continua ricerca di surplus di valore (o di profitto), per farlo sono necessarie le eccedenze e così si innesca un circolo continuo di urbanizzazioni. Vale anche il ragionamento inverso, «il capitalismo ha bisogno dei processi di urbanizzazione per assorbire l’eccedenza di capitale che produce in continuazione»[3].

Secondo Edmund Husserl il mondo viene accettato senza essere indagato, poiché la società e la cultura elaborano i propri valori e definiscono i propri fini in modo teorico, dimenticando spesso il sentire vivo e concreto degli uomini e tali fini risultano essere svuotati di senso[4].

«L’urbanistica è incapace di conoscere quello che avviene nelle città perché è chiusa dentro parametri numerici e “liste”, perché ha creduto che la realtà sociale sia qualcosa di trasferibile in mappature e percentuali e calcolo delle probabilità. E’ che le sfuggono i reali movimenti e le reali motivazioni, quello che la gente che vive in una città pensa e sente di essa e le motivazioni che si dà per viverci»[5].

Osservando le diseguaglianze sociali prodotte dal capitalismo[6], ci rendiamo conto che le scelte politiche sulla pianificazione urbanistica sono state guidate da interessi specifici e non generali, e tecnicamente imbrigliate da discipline giuridiche e finanziare che condizionano e pregiudicano la qualità progettuale delle proposte. Max Weber chiama determinati processi “razionalizzazione della vita” che «tendono a trasformarsi da mezzi in fini, sfuggendo al controllo dell’uomo e perciò capovolgendosi in fattori d’irrazionalità; l’uomo appare prigioniero di un sistema da lui stesso creato, come risulta evidente nel caso del profitto, che diventando capitale si trasforma in entità autonoma, dotata di proprie leggi, o negli ordinamenti statali che si trasformano sempre più in una macchina burocratica dominata dal criterio dell’efficienza, cioè una macchina in se perfettamente razionale, ma priva di scopi che non siano la sua conservazione e il suo potenziamento»[7].

I criteri di valutazione dei progetti sono condizionati da aspetti finanziari[8] e dal vantaggio che il debito produce per le banche, cioè produrre soldi dai soldi. Dal punto di vista economico la valutazione di un’attività si misura con indicatori economici e finanziari figli di un’epoca che volge al termine, l’economia del debito, e sta lasciando alle presenti e future generazioni danni irreversibili. I consulenti finanziari, advisor d’imprese e banche, valutano un progetto rispetto ai flussi di cassa entrate uscite che devono produrre una remunerazione per i promotori e per i finanziatori secondo un orizzontale temporale predefinito. L’analisi di convenienza si fonda sull’analisi dei bilanci e gli indici di redditività e finanziari[9] e gli indici di bancabilità[10]. I valori degli indici sintetici[11] forniscono indicazioni sull’equilibrio economico finanziario dell’attività e la capacità di remunerazione del progetto[12]. L’approccio economico e finanziario del progetto, seppur importante, non fornisce indicazioni sulla qualità del progetto e sull’utilità sociale dello stesso. A questi indicatori non sono associate misure sui flussi di energia e di materia che consentirebbero di valutare l’impatto ambientale e tanto meno si valuta l’impatto sociale dei progetti, poiché gli indici finanziari hanno come unico scopo: l’espansione dell’economia del debito e produrre denaro dal denaro; ad esempio la percentuale del TIR Equity o TIR degli azionisti che misura la redditività che gli azionisti riusciranno ad ottenere dal capitale proprio investito. I piani finanziari sono costruiti per garantire un profitto monetario agli investitori attraverso il debito, anche se l’attività dovesse fallire. Nel sistema attuale – finanza di progetto – esiste un paradosso, siamo arrivati al punto che non ricorrere al servizio del debito, è sconveniente per gli investitori privati, cioè per le banche poiché la loro remunerazione dipende dal capitale prestato[13] e non dalla realizzazione del progetto. Se gli Stati dell’euro zona fossero i proprietari della moneta, potrebbero promuovere politiche monetarie e industriali dando priorità alla sostenibilità sociale ed ecologica dei progetti, anziché lasciarsi condizionare da criteri che favoriscono un’industria finanziaria fuori controllo: le banche. Questa miopia dell’economia del debito ha travolto l’economia reale delle costruzioni generando una seconda fase di speculazione rispetto a quella degli anni della ricostruzione post bellica, verificatasi fra il 1996 ed il 2007 attraverso un’espansione edilizia con un’enorme concentrazione delle risorse verso il mattone, operata da famiglie, imprese e settore pubblico. «La crescita del valore aggiunto in costruzioni è doppio (+24,0%) di quello del totale dell’economia italiana (+12,2%). Un incremento non a caso molto vicino al tasso di crescita del settore delle intermediazioni monetarie e finanziarie (+20,2%). Entrambi ben lontani dall’andamento degli altri settori di attività, con agricoltura in calo del 6,5%, industria con un modestissimo +2,8%, servizi +9% e commercio +14,8%»[14]. Poi scoppia la bolla e quindi la crisi.

indici per equilibrio economico finanziario

Fra il 2007 e il 2013 il valore delle costruzioni perde il 30% e il mercato crolla del 50%, gli occupati si riducono di 400 mila unità; in Italia ci sono 250-300 mila nuove abitazioni invendute[15].

Inoltre, secondo l’Osservatorio Oice/Informatel le “gare di ingegneria e architettura mai così male dal 1997”[16], questo dato drammatico mostra la possibile distruzione di un ambito strategico: la progettazione.

Il paradigma obsoleto della crescita ha indirizzato i progettisti verso soluzioni insostenibili e creato questa eccessiva produzione edilizia realizzando il paradosso di una nuova domanda abitativa per i ceti meno abbienti. Se queste risorse fossero state finalizzate all’eco-efficienza attraverso la rigenerazione del patrimonio esistente, oggi non avremmo alloggi invenduti ma quartieri migliori, non avremmo disoccupati, ma imprese più qualificate attraverso l’innovazione richiesta dall’impiego delle nuove tecnologie necessarie per migliorare gli edifici esistenti.

«Non è l’incremento della popolazione di per se, che produce l’incremento di domanda dell’uso del suolo, quindi poi la domanda di pianificazione che si trasforma nei piani», ma «sono i flussi di reddito o finanziari a generare il valore, che si trasferisce poi nella trasformazione urbana attraverso gli strumenti della pianificazione territoriale»[17].

«Con sempre maggiore frequenza il patrimonio storico artistico e architettonico diviene oggetto di processi di finanziarizzazione. Un fenomeno da contestualizzare all’interno della generale tendenza di privatizzazione e alla messa a valore del mercato finanziario, per mezzo di fondi immobiliari e cartolarizzazioni, di intere porzioni delle nostre città. […] La finanziarizzazione ci pone di fronte a un paradosso, il pubblico sceglie di finanziare sé stesso, e di conseguenza lo Stato sociale, chiudendo servizi e spazi di welfare. […] La finanziarizzazione funziona come macchina di svuotamento urbano»[18].

L’odierna società ha sviluppato conoscenze tecniche finanziarie che non sono guidate da un interesse generale fondato sui valori, e tanto meno questa tecnica è utilizzata per il bene comune dei popoli. Secondo Heidegger la tecnica in quanto tale non pensa, e determinati strumenti sono sfuggiti al controllo dell’uomo, pertanto sarebbe utile e saggio progettare una società con nuovi paradigmi. Secondo Emanuele Severino «la cultura architettura contemporanea è totalmente racchiusa nel paradigma nichilista, avvolta in un’unica visione priva di scopi, se non quello di rispondere all’unico scopo voluto dalla tecnica: il suo infinito potenziamento. Nel paradigma nichilista non troviamo la nostra libertà individuale o espressiva, non incontriamo l’autonomia della coscienza come sede dei valori, ma i simulacri di quella presunta libertà e di quella presunta coscienza, i cui veri “modelli” sono altrove, lontani da noi, impressi nella “folle” maschera nichilista del divenire»[19]. «La tecnica guidata dalla scienza moderna sta ormai al centro dell’esitenza dell’uomo»[20]. Per Heidegger inquientante non è il dominio della tecnica ma l’impreparazione dell’uomo di fronte al radicale mutamento del mondo prodotto da tale dominio.

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Collegamenti ai capitoli:

[1] Mumford, Op. cit., 2002.
[2] «La deregulation del decennio 1990-2000 ha permesso ai capitali privati di toccare dal 2010 in poi, nonostante la crisi del 2007-8, soglie di prosperità patrimoniale mia più raggiunte dopo il 1913». In questa prospettiva si osserva un cambiamento circa «la tesi di una completa stabilità del rapporto capitale/lavoro», in quanto «finisce per scontrarsi con la radicale trasformazione storica della natura stessa del capitale (dal capitale fondiario e terriero del XVIII secolo al capitale immobiliare, industriale e finanziario del XXI) e soprattutto con l’idea secondo cui la crescita moderna si caratterizzerebbe per un’analoga crescita potenziale del capitale umano» (Piketty, Op. cit., 2014, pag. 72).
[3] Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città, 2016, pag. 10.
[4] Occhipinti, Op. cit., 2005.
[5] La Cecla, Op. cit., 2015, pag. 13.
[6] Piketty, Op. cit., 2014.
[7] Occhipinti, Op. cit., 2005, pag. 546.
[8] «Le valutazioni condotte mediante indici di valutazione finanziaria pongono l’attenzione dell’analisi sullo sviluppo dei flussi finanziari nel tempo. La valutazione avviene mediante indici che sono in grado di sintetizzare lo sviluppo dei flussi finanziari nel tempo, considerando nella valutazione gli impatti dell’elemento tempo e dell’elemento rischio, mediante l’attualizzazione dei flussi considerati» (Bonazzi, 2009, pag. 238). Fasi: analisi del progetto; fissazione dell’orizzonte temporale; determinazione delle entrate e delle uscite; scelta del tasso (saggio) di sconto; scelta dei parametri di valutazione; calcolo dei parametri di valutazione (Iotti, 2009).
[9] ROE return on equity; TRC tempo di ritorno del capitale; TIR tasso interno di rendimento e VAN valore attuale netto.
[10] DSCR debt service cover ratio e LLCR loan life cover ratio.
[11] DER debt equity ration, debito/equity, posizione finanziaria netta PFN/equity, ICR interest cover ratio
[12] Iotti, La valutazione degli investimenti industriali. Metodo ed applicazione, Milano, 2009.
[13] Gli investimenti ed i prestiti nel settore delle costruzioni sono a maggiore rischio rispetto ad altri “prodotti” poiché hanno tempi di realizzazione oltre i dieci anni. Chi presta denaro studia il progetto ed i bilanci di impresa, poi valuta il segno del VAN e del REU. Il REU valuta la convenienza dell’investimento come rapporto tra flussi in entrata ed in uscita attualizzati, e il valore di soglia dell’indice è pari ad uno, ad indicare come l’investimento sia conveniente se e solo se l’indice assume valore superiore all’unità. Considerato il tempo di ritorno del capitale rispetto all’orizzonte temporale, e la capacità di ripagare il debito, fatto tutto ciò, la banca si concentra sul tasso di rendimento, ossia il TIR; se la percentuale è maggiore del saggio e soddisfa la banca allora il prestito viene concesso, tutto ciò indipendentemente dall’attività del cantiere. Per analizzare il costo del capitale proprio (Ke) ed il costo del capitale prestato (Kd) gli analisti valutano il costo medio ponderato del capitale (WACC) mettendo in relazione Kd e Ke; quindi la banca valuta ogni uso delle fonti di finanziamento sia esso il debito (D) o il capitale proprio (E). WACC = K(1 -Tm) D/D+E + KE/D+E  ; ed il costo del debito al lordo delle imposte si misura con K= R+ SPREAD. Rf è la remunerazione del capitale in investimenti alternativi senza rischio. Facciamo un esempio per capire il comportamento del TIR rispetto al debito (D) e all’equity (E). Per realizzare un progetto investiamo 100, diviso così: 20% è Ke e l’80% è Kd accade che i flussi finanziari di entrate uscite e l’investimento nel progetto determinano un TIR al 18% molto maggiore del saggio che vale il 4%. Modifichiamo la distribuzione di Ke e Kd ponendoli al 50% e 50% senza modificare i flussi entrate uscite, accade che il TIR scende al 7%, appena tre punti sopra il saggio del 4% (Iotti, 2009).
[14] Bonora, “Interpretare la neourbanità: città de-formata e immobiliarizzazione”, in Per una nuova urbanità, dopo l’alluvione immobiliarista, Reggio Emilia, 2009, pag. 12.
[15] Bellicini, Op. cit., 2013.
[16] Ogliari, <http://www.edilone.it/osservatorio-oice-gare-di-ingegneria-e-architettura-mai-cosi-male-dal-1997_news_x_19880.html&gt;, (consultato il 21 giugno 2014).
[17] Ombuen, Op. cit., 2013.
[18] Baravalle, “Finanziarizzazione, rendita e partecipazione. Tre temi per una prospettiva critica sull’urbano”, in Munarin & Velo (a cura di), Italia 1945-2045 urbanistica prima e dopo, Roma, 2016, pag. 335.
[19] Severino, Op. cit., 2003, pag. 23.
[20] Ivi pag. 58.

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