Il disegno del piano e la bioregione urbana


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.1.3     Il disegno del piano e la bioregione urbana

L’architettura e l’urbanistica appartengono a quella che di volta in volta è l’anima di una certa epoca storica. Le costruzioni devono tener conto del modo di vivere della gente che le abita. Qual è l’anima del nostro tempo?[1] Rispondendo all’interrogativo possiamo comprendere le città che viviamo[2].

L’urbanistica deve occuparsi «dell’immagine urbana come totalità» e non di «progetti isolati di strade e piazze»[3]; con questi termini, Hendrik Petrus Berlage afferma la sua concezione ottocentesca di piano applicata ad Amsterdam, e poi concederà qualcosa a difesa del “blocco”, l’isolato a grande scala, fino ad abbracciare la teoria di Camillo Sitte, ove la progettazione di un piano urbanistico deve iniziare col fissare le piazze, di forma e grandezza ben determinate e connettere successivamente i punti principali. Berlage sintetizza il suo compendio urbanistico in tre punti: 1) la composizione architettonica avrà il suo fondamento in una griglia geometrica; 2) le forme degli stili del passato non dovranno essere copiate; 3) le forme architettoniche dovranno svilupparsi secondo un’esigenza oggettiva.

Negli USA, sin dagli anni ’30, il conflitto fra istituzioni e pianificazione mostra i primi segni nell’esperienza di Frederick Law Olmsted, influenzato dal pensiero di Jeremy Bentham,  sviluppò un «interesse per il risanamento della struttura urbana, per riforme igieniche e dell’ambiente, cui sono attribuiti compiti pedagogici: lottare contro la disgregazione delle comunità». La «resistenza al planning proviene proprio dall’arretratezza del sistema istituzionale» e «si evolve attraverso una serie di mediazioni che ne salvaguardano l’autonomia disciplinare di fronte all’inadeguatezza politica dell’operatore pubblico»[4].

Marco Romano ricorda che il fine ultimo dell’urbanista è di progettare città coordinando «i comportamenti futuri dei cittadini» e perseguendo «la loro “vera” felicità, consistente in alcuni diritti universali e immutabili – scuole, ospedali, mobilità, verde – da collocare nella città con i criteri di una razionalità distributiva ispirata all’efficienza tecnica»[5].

Nei decenni a seguire il Movimento moderno ribalterà gli schemi concettuali di Sitte, determinando, insieme al capitalismo, il piano culturale della progettazione urbanistica contemporanea e l’espansione urbana delle nostre città, dagli anni ’20 fino ad oggi. «La proposta politica dei CIAM[6] ridimensiona il ruolo dell’architetto a quello di organizzatore di un ciclo produttivo, presupponendo però che i nuovi modelli elaborati siano di per sé garanzia di un assoluto controllo su tutte le funzioni che determinano lo sviluppo urbano»[7].

Nella società capitalista diffusasi in Europa, a partire dall’età barocca e accresciuta tantissimo dal secondo dopo guerra del Novecento, accade che il disegno urbano rappresenta sempre più i capricci della borghesia che insegue il proprio profitto, e attraverso la rendita e il consumismo più sfrenato, ha la sua applicazione più visibile (incentivo della mobilità automobilistica e grandi centri commerciali). I “piani” del disegno urbano devono rispondere alle esigenze della rendita privata e della politica consumistica, e pertanto i progettisti abdicano alle proprie connotazioni del genius loci che li guidavano nell’identificare il luogo (ambiente costruito e natura) per coglierne i significati profondi con le peculiarità ambientali e valoriali: l’uomo appartiene alla natura. La classe borghese capitalista, capace di influenzare la scienza dell’urbanistica e le amministrazioni locali, per molti decenni ha individuato lo zoning funzionale quale strumento essenziale del disegno di piano. Le decisioni politiche sono sempre più influenzate da interessi legati a un fare senz’anima servendosi della tecnica e di discipline come la finanza e la giurisprudenza a scapito del fare bene che implica l’approccio multidisciplinare (sociologia, geografia, storia, biologia, filosofia, architettura, ingegneria) per costruire un’adeguata forma urbana utile allo sviluppo umano. Nella società capitalista si perde il senso dell’esistenza umana, si perde il desiderio di ricercare la verità, si perde la ricerca delle virtù, si perde il dialogo democratico finalizzato allo sviluppo delle idee migliori, e spesso si perdono i valori umani a favore dei non valori, e pertanto anche i piani urbanistici sono influenzati da interessi politici particolari piuttosto che cercare le soluzioni migliori per risolvere problemi rispondenti ai bisogni dei cittadini. Secondo Carl Schmitt, lo Stato contemporaneo entra in crisi poiché viene meno l’originario fondamento teologico che ha il suo culmine proprio in questo periodo ove la tecnica, nonostante sia solo uno strumento, sembra aver assunto persino la guida politica delle scelte. Secondo Martin Heidegger, nella tecnica moderna domina una volontà di pianificazione e di controllo che investe ogni cosa, anche la coscienza umana, riducendo tutto a quantità, numero, oggetto di misurazione, ogni cosa è trasformata in risorse disponibili per lo sfruttamento. Hannah Arendt riprenderà l’impostazione platonica secondo cui l’agire deve sottostare alla saggezza della filosofia in grado di indicare un agire etico e morale alla politica. Secondo Platone il piacere è la soddisfazione di un bisogno legato al proprio interesse egoistico anche a danno degli altri, ma il bisogno è sempre uno stato doloroso perché sintomo di mancanza e per questo piacere e dolore sono strettamente collegati; mentre il bene, cioè la virtù, è sinonimo di ordine e giustizia che va di là delle convenienze personali. Per Platone il bene è un valore stabile, mentre il male è un intreccio perverso d’ingiustizia e disordine generati dall’assenza di virtù[8].

La questione non riguarda solamente l’influenza del capitale nelle istituzioni, ma riguarda anche l’etica professionale e la questione morale degli individui, e così il fatto che una parte degli architetti più affermati non abbia etica è tristemente noto, «sono disposto a lavorare per il diavolo in persona, se costruisce», scherzava Philip Johnson. «Gli architetti hanno avuto un rapporto lungo e non privo di difficoltà con il potere. Lo apprezzano. Un po’ di dittatura aiuta sempre con i permessi urbanistici. Vi è un ampio articolo, “Etica e architettura: gli oligarchitetti”, che elenca gli ultimi progetti di alcune archistar: Norman Foster per Salva Chigirinsky [Isola di cristallo] e per Vladimir Putin [RMUM], Rem Koolhaas per la sede della CCTV di Pechino, Zaha Hadid per Heydar Aliyev defunto dittatore dell’Azerbijan, Foster & Partners per Nursultan Nazarbaev in Kazakistan; insomma uomini politici o istituzioni che “non figurano bene” fra gli auguri natalizi di Amnesty International secondo il Magazine dell’Architettura»[9].

Negli anni ’90 il legislatore italiano ha realizzato una serie di riforme amministrative molto indicative che hanno influenzato le politiche territoriali locali: l’elezione diretta dei Sindaci e l’attribuzione di poteri d’indirizzo politico per la gestione dei servizi locali, l’introduzione del diritto privato in ambito pubblico e la riforma del Titolo V della Costituzione che attribuisce alle Regioni poteri legislativi sul governo del territorio. A partire dagli anni ’90 alcune amministrazioni hanno preferito deliberare piani che si pongono piccoli obiettivi realizzabili entro il mandato elettorale, piuttosto che occuparsi dell’intera città[10].

E in altri casi i Consigli comunali hanno preferito perseguire l’ideologia della crescita continua creando due danni: indebitando lo Stato e favorendo condotte illecite, famigerati sono i casi del ponte sullo stretto di Messina, la rete ad alta velocità ferroviaria in Val di Susa, la Maddalena in Sardegna circa l’evento G8, la ricostruzione dell’Aquila, l’evento Expo di Milano ed il Mose di Venezia. Secondo Berdini, «se vogliamo salvare le città e l’equilibrio territoriale del paese, occorre invertire il paradigma che fin qui ha dominato portandoci al disastro e introdurre i principi costituzionali ribaditi da Settis[11] e Maddalena[12]. Si tratta dunque di disboscare la giungla legislativa liberista e riportare il Paese nella legalità»[13].

La concezione che parte da una rinuncia all’idea di piano, che non tiene conto della città nella sua interezza, e propone una pianificazione intermedia che sta fra il piano generale e il piano attuativo, apre a diverse interpretazioni e opportunità alle imprese private. Un interessante punto di vista è offerto dall’indagine di Renato De Fusco circa l’architettura come mass medium, ove un insieme complesso di fattori riguardanti la cosiddetta “terza cultura”, prodotta secondo le norme della fabbricazione di massa industriale, diffusa mediante tecniche di divulgazione di massa più adatta a un’estetica e a una metodologia ai prodotti di consumo. Si ritiene che l’urbanistica e l’architettura possano essere trattati alla stregua dei prodotti di consumo o che per lo meno sappiano interpretare le culture di massa. Per il soggetto promotore (imprenditore, politico) è necessario individuare i termini di un’estetica dell’arte popolare, intesa non in senso tradizionale, ma in quello di un’estetica dei prodotti di massa. I mass media avendo una funzione livellatrice, coercitiva, a contatto con la produzione industriale riescono a comunicare gli indirizzi politici della borghesia e tendono a soddisfare i bisogni eterodiretti della massa[14]. Da qui la nascita di un’architettura che interpreta la terziarizzazione delle città attraverso gli scambi «con i più vistosi caratteri tecnologici, consumistici, commerciali»[15]. Il processo di terziarizzazione ha innescato anche una regressione delle masse[16], generando una modifica del contesto sociale al fine di influenzare i gusti e le idee delle masse per favorire un processo di diffusione delle merci, e questo processo ha investito anche l’arte e l’architettura, manifestazione di tutto ciò è la cosiddetta “cultura Pop”. «L’immaginario collettivo è pertanto il piano d’incontro fra i gruppi decisionali e la massa degli utenti ed è il luogo dove è possibile trovare l’origine dei sistemi, le logiche soggiacenti, la struttura stessa dei mass media»[17]. Alcuni lati negativi sono riscontrabili nella distruzione dei centri urbani e del paesaggio e questa responsabilità si può ascrivere alla gestione dell’industria culturale posta nelle mani di una minoranza egemone[18]. Ecco spiegata la nascita dei piani regolatori generali chiamati piani del Sindaco, senza l’idea generale di un vero e proprio piano, ma un piano che racchiude un insieme d’interventi puntuali ove spesso troviamo i simboli del nichilismo. Nel nuovo millennio e con lo sviluppo dei cosiddetti social media, si assiste a un controverso cambiamento sociale da un lato c’è l’accelerazione del controllo delle masse, indotte dalla pubblicità a regredire allo stato infantile, mentre si diffondono strumenti efficaci di analisi dei gusti delle persone – attraverso gli smartphone – per aumentare le vendite delle merci e per orientare le scelte politiche. Dall’altro lato le stesse tecnologie consentono ai cittadini di costruire nuove e autonome reti sociali[19].

Negli anni ’80 gli urbanisti hanno proposto di rimettere al centro del dibattito accademico e professionale il tema del disegno del piano[20], e Bernardo Secchi ricorda che il disegno si occupa di «nuove relazioni tra gli individui e i gruppi, entro l’intera società e i singoli artefatti, il loro insieme, il loro senso singolare e complessivo; il disegno cioè dello spazio sociale e di quello del potere dei loro caratteri, delle loro modifiche e trasformazioni. Al centro di ogni progetto urbanistico, di ogni piano a qualsiasi scala, deve essere posto un “progetto di suolo”, è ciò che il piano urbanistico in prima istanza disegna. Un “progetto di suolo” definisce in modi coerenti e precisi, eventualmente classifica tipologicamente, i caratteri tecnici, funzionali e formali dello spazio aperto; ne definisce la variabilità, ne interpreta le relazioni con le attività e le funzioni che vi si svolgono o che possono svolgersi entro lo spazio edificato che vi si affaccia, integra i differenti spazi aperti e questi a quelli coperti: strade, viali, piazze, giardini, orti, parchi, sagrati, slarghi, parcheggi, ma anche corti, androni, logge ecc. ; li ordina in sequenze e percorsi, secondo sistemi di associazioni e opposizioni significanti; definisce gli elementi che ne governano l’articolazione, organizza la mediazione tra l’uno e l’altro»[21].

«Il sistema urbanizzato nei suoi limiti fisici si individua attraverso l’analisi dell’uso del suolo, cioè della lettura della funzione che le varie aree svolgono e dalla pertinenza che tali funzioni hanno con la problematica insediativa. Si tratta quindi di svolgere la duplice operazione di registrazione organizzata delle funzioni presenti e di valutazione critica circa il loro significato ed attinenza con il contesto insediativo»[22].

Gordon Cullen pubblicando Townscape ci offre un’interessante visione sul tema della percezione visiva della città proponendo criteri concreti di analisi e progetto, introducendo il concetto di luogo riferito alle forme e allo spazio esterno, mentre dal punto di vista della persona affinché si possa appropriare del luogo stesso c’è bisogno di ombra, riparo, bellezza e comodità. «Per favorire le relazioni il progetto dovrebbe orientarsi sulla creazione di spazi aperti, ma racchiusi fortemente caratterizzati dal punto di vista formale. Le stanze esterne costituiscono le unità di base del modello del recinto, in cui la quiete e la dimensione umana dei luoghi circoscritti e protetti dello stare in pubblico sono contrapposte al caotico fluire degli ambiti del movimento. Un principio che può dare vita a un ambiente chiaramente articolato, risultante dalla divisione dello scorrimento in azione e riposo, in strade a corridoio e piazze di mercato, spiazzi e vicoli. L’articolazione degli spazi influisce quindi sul loro uso, ma non solo»[23]. Gli spazi possono generare sensazioni ed emozioni, e una certa importanza hanno i materiali ed i colori per creare benefici collettivi facendo in modo che l’ambiente esprima un’azione reciproca. Inoltre, categorizzando gli spazi è possibile individuare prestazioni di progetto come dispositivi cognitivi; riconoscendo le differenze si potrà produrre una sintesi in una struttura leggibile nella sua organizzazione planivolumetrica.

«Intendere il townscape come un’arte implica una lettura dell’ambiente volta a evidenziarne le connotazioni estetiche. Una connotazione che caratterizza il modello chiamato da Françoise Choay “culturalista”, e che già permea gli scritti di Camillo Sitte. Oggetto di riflessione è la città nella sua totalità, come insieme integrato di manufatti di spazi aperti progettati per “offrire agli abitanti sicurezza e, insieme felicità”; un “obiettivo realizzabile solo se la costruzione della città non è considerata semplicemente una questione tecnica”»[24].

Nella direzione del progetto di suolo e del disegno del piano, secondo Arturo Lanzani, si possono individuare le principali finalità. Ad esempio, un piano che governi il metabolismo urbano di un’area vasta interpretando il riuso e il riciclo delle città esistente; e si occupi dello «spazio già edificato entro i perimetri del tessuto urbanizzato, codefinito con gli altri Enti, con regole differenziate a seconda dei paesaggi urbanizzati»[25], e poi un piano che governi «le “griglie”, ossia le reti stradali, delle reti verdi e delle reti blu che strutturano lo spazio edificato, o in altri termini, il progetto di suolo delle spazio aperto pubblico visto nelle sue interdipendenze con le principali attrezzature e servizi urbani»[26]. Una prima griglia è il disegno dei grandi spazi aperti e i nuovi perimetri dell’urbanizzato, senza distinguere lo spazio della città dallo spazio verde rurale delle conurbazioni, anche al fine di ripensare il paesaggio agroambientale e renderlo fruibile. Una seconda griglia di progetto di suolo è la rete di naturalità e di urbanità diffusa per un ripensamento dello spazio collettivo dentro e fuori la città, collegato alla mobilità sostenibile. Infine, una terza griglia del progetto di suolo è il disegno del paesaggio stradale, le piazze e i parcheggi[27].

Oggi assistiamo all’implosione del sistema capitalistico che segna la fine di un’epoca. Le teorie utopiste dell’Ottocento e inizio Novecento sembrano trovare nuova vita grazie alle tecnologie che misurano i flussi di energia e gli impatti ambientali dell’attività antropica, che sostengono la necessità di una pianificazione sensibile alla tutela del paesaggio, dell’ambiente e del patrimonio storico e architettonico esistente. Confrontando le esperienze progettuali degli ultimi 150 anni e le innovazioni culturali, sociali e tecnologiche possiamo comprendere quanto sia prioritario restituire valore al disegno, alla morfologia urbana e alla partecipazione attiva dei cittadini per “aggiustare” le città disumanizzate da un’ideologia nichilista preferita dall’intera classe dirigente.

L’urbanistica contemporanea è figlia delle rivoluzioni industriali nate dalle idee illuministe che trasformarono radicalmente il pensiero della società. «Con l’illuminismo nacque la spregiudicata revisione critica del passato e ne portò alla luce varietà e complessità di aspetti, distruggendo i miti di “valori eterni”. L’illuminismo secondo la definizione datane da Immanuel Kant nel 1784, “l’uscire dell’umanità della propria condizione d’immaturità di cui essa stessa è colpevole”, costituì quindi la premessa per la formazione di correnti scindibili nell’architettura»[28]. Per evitare il problema delle correnti scindibili è necessario costruire un percorso creativo inclusivo, che abbia il senso di marcia opposto a quello dell’eccessiva specializzazione delle professioni, preconizzato e realizzato dalla società moderna illuminista. In che modo? Sia adeguando la formazione all’approccio multidisciplinare e sia favorendo il dialogo fra specialisti ponendoli sotto lo stesso paradigma culturale, quello della bioeconomia per costruire una società umana.

Oggi, la fine dell’era industriale mostra l’opportunità di cambiare paradigma culturale abbracciando la riscoperta di valori umani e un’evoluzione delle coscienze. Secondo Richard Sennett tutti gli uomini hanno le capacità grezze per diventare artigiani, poiché ognuno di noi è bravo in qualcosa, ma per realizzare qualcosa di qualità le motivazioni sono determinanti, e queste sono conformate dalle condizioni sociali[29]. Ciò significa che l’opportunità di progettare e costruire città adeguate è sempre esistita grazie all’impegno e la dedizione personale di progettisti artigiani, così i luoghi che noi viviamo ed ereditiamo sono il frutto delle condizioni culturali e sociali predominati. Confrontando gli impianti delle città greco-romane, i borghi medioevali con le città moderne, possiamo coglierne le differenze e osservare come col trascorrere dei secoli gli spazi di relazione sono stati sostituiti da quelli della mercificazione. Il fatto che una condizione socio culturale sia predominante su altre, questo non vuol dire che sia la migliore e/o che sia il frutto dell’animo umano.

«Il progetto urbano contemporaneo necessita di un nuovo forte impulso ideologico che si basa su tre presupposti: 1) una visione più complessa delle città come sistemi aperti; 2) una revisione dell’intensità urbana che ci permetta di raggiungere una “massa critica” (le densità urbane devono essere alte a sufficienza per sostenere funzioni multiple); 3) un nuovo approccio di pianificazione in grado di valutare gli interscambi e i flussi, sia materiali che immateriali. Questa nuova pianificazione urbana necessita di un’attenzione particolare ai temi dell’alloggio sociale, dello spazio pubblico e dell’accessibilità. Questi concetti devono essere reinventati e considerati come elementi chiavi in ogni nuovo approccio»[30]. Le condizioni descritte da Josep Acebillo possono essere il volano di una rinnovata sensibilità verso il disegno urbano, ma è necessario accompagnare questa forza da stimoli e motivazioni collettive dei cittadini poiché hanno il potere di condizionare le politiche locali.

Uscendo dal ristretto ambito urbano emerge l’opportunità di pianificare ben oltre i confini amministrativi dei Comuni individuando nuovi concetti al fine di migliorare la pianificazione stessa e i rapporti fra città ed ambiente, e città e città, nella direzione di ridurre il consumo di energia fossile e ristabilire un equilibrio ecologico tramite l’approccio bioeconomico. Il termine bioregione viene coniato da Alan Van Newkirk e Peter Berg e poi sviluppato con il contributo dell’ecologista Raymond Dasmann e del poeta Gary Snyder. Secondo Kirkpatrick Sale la bioregione è descritta in questo modo: «la terra e le rocce che sono sotto i nostri piedi, le sorgenti d’acqua alle quali attingiamo, i diversi tipi di venti, gli insetti, gli uccelli, i mammiferi, le piante e gli alberi, i caratteri del ciclo delle stagioni, i tempi della semina e del raccolto – queste sono le cose che è necessario conoscere. I limiti delle sue risorse; la capacità di sopportazione della sua superficie, delle sue acque; i luoghi dove non deve essere esercitato uno sforzo eccessivo; i luoghi dove la sua generosità può essere sollecitata, dove offre i suoi tesori – queste sono le cose che si debbono capire. E la cultura della gente, quella che è originaria di un territorio, che vi è cresciuta, gli adattamenti umani, sociali ed economici, che si sono sviluppati in coerenza alle strutture geomorfiche, sia negli insediamenti urbani che rurali – queste sono le questioni di cui si deve tener conto. In sostanza questo è il bioregionalismo»[31]. Nancy Jack Todd e John Todd definiscono il concetto di bioregione in questo modo: la bioregione, al di là dell’ecosistema, è la successiva superiore unità strutturale, costituita da un insieme di ecosistemi disposti topograficamente e climaticamente in modo tale da dar luogo a un territorio distintamente identificabile[32]. In Italia, Alberto Magnaghi ha sviluppato il concetto per la “bioregione urbana”[33], cioè «un insieme di sistemi territoriali locali fortemente antropizzati connotanti una regione urbana, caratterizzati al loro interno dalla presenza di una pluralità di centri urbani e rurali, organizzati in sistemi reticolari e non generici di città; sistemi interrelati fra loro da relazioni ambientali volte alla chiusura tendenziale dei cicli (delle acque, dei rifiuti, dell’alimentazione, dell’energia). Ciò aiuta l’immagine progettuale a ridefinire la questione della crescita come questione di esplorazione e misura delle relazioni interne alla regione fra insediamento umano e ambiente, per attivare principi di bioeconomia e di economia sistemica e solidale, orientando i principi insediativi verso l’auto riproducibilità dell’ecosistema territoriale. In quest’accezione la bioregione è soprattutto uno strumento concettuale per affrontare il degrado presente nelle nostre urbanizzazioni diffuse post-urbane determinato da uno squilibrio abnorme nel rapporto fra spazi costruiti e spazi aperti, affidando alla riprogettazione degli spazi aperti (agroforestali, fluviali, naturalistici) un ruolo centrale nel progetto di territorio finalizzato all’auto sostenibilità»[34].

Richiamandosi al bioregionalismo di Geddes e Mumford, Magnaghi promuove e conclude una ricerca[35] per la scuola territorialista italiana arrivando a declinare modelli teorici e pratici per costruire un corpus scientifico che riguarda l’interpretazione dei valori patrimoniali dell’ambiente, del territorio[36], del paesaggio come elementi fondativi di modelli socioeconomici autosostenibili; nuove forme di rappresentazione identitaria all’interno di processi di territorializzazione di lunga durata; il corpus di regole utili a individuare l’identità dei contesti locali espresse da invarianti strutturali[37] e figure territoriali; metodi e tecniche di rappresentazione comunicativa degli scenari strategici che stanno alla base della costruzione sociale del progetto di territorio; e gli elementi costitutivi del progetto come interpretazione creativa degli scenari strategici[38].

La maggior parte degli abitanti non vive più in città ma in un ambito territoriale più ampio, cioè nella cosiddetta “regione urbana” che andrebbe governata attraverso l’approccio definito “bioregione urbana”[39]. Nel paradigma bioregionale si invertono le polarità di espansione: da una parte si contrae dimensionalmente il polo metropolitano, e dall’altra si espande la civilizzazione delle aree interne[40]. Un obiettivo generale è la ri-localizzazione o ri-territorializzazione dei meccanismi di regolazione dello sviluppo per recuperare un «equilibrio co-evolutivo  fra dimensione urbana e territoriale, fra insediamento e regole di riproduzione delle risorse – rinnovabili e non – e come fattori fondativi delle stesse scelte di sviluppo economico locale»[41], e in questo contesto è fondamentale il dominio dell’agrourbano con azioni di progetto per una regolazione durevole attraverso il principio dell’autosotenibilità[42]. Purtroppo la programmazione economia sia dell’UE e sia dei governi e parlamenti italiani non tengono conto della saggia e corretta interpretazione bioregionale del territorio, continuando a privilegiare la crescita delle aree metropolitane seguendo anacronistiche e obsolete logiche gerarchiche. «L’incapacità politica di leggere la domanda di cambiamento non è questione di strumenti: non riguarda la forma del piano»[43] e progetto significa «indicare politiche urbane e territoriali prima ancora che il disegno della “città fisica”. In questo l’Italia è un Paese senza progetto; cioè senza una reale consapevolezza che proprio nelle città è possibile giocare le sfide di innovazione e sviluppo attraverso pratiche, minute e molecolari»[44].

«È dunque fondamentale rivalutare la centralità della pianificazione del territorio e dell’ambiente, in aperto contrasto con le più recenti tendenze ideologiche che ritengono ormai obsoleto e inutilizzabile quell’approccio e il relativo strumentario. […] La sfida per una pianificazione sostenibile consiste, in estrema sintesi, nel portare gli strumenti di gestione del territorio a misurarsi, sistematicamente e in termini non superficiali, con la nozione di limitatezza delle risorse. Tale nozione dovrebbe cioè diventare, a livello di pianificazione locale come a livello di area vasta e/o di programmazione strategica, uno dei principali criteri (forse il primo) di orientamento delle strategie e indirizzo delle politiche»[45].

«Abbiamo bisogno non solo di visioni ma anche dell’ideazione di dispositivi operativi e di strumenti (quant’anche una semplice modifica di una norma del codice della strada del testo unico dell’edilizia o della fiscalità) capaci di ribaltare routine che producono cattiva urbanizzazione e paesaggio degradato»[46]. È necessario sviluppare un senso critico sulla pratica urbanistica per rimodellare lo spazio urbanizzato, fermare il meccanismo dei premi volumetrici poiché non sono necessariamente utilizzati per favorire la qualità urbana. È possibile orientare gli obiettivi dell’urbanistica su due linee di azione. La prima linea d’azione ha tre indirizzi quali: 1) i centri storici con particolare attenzione alle interazioni con lo spazio esterno degli edifici; 2) il miglioramento delle prestazioni energetiche; 3) l’offerta di spazi in affitto a canone concordato o sociale anche per gruppi che producono dal basso welfare[47]. La seconda è quella di cambiare gli obiettivi dei piani urbanistici evitando di edificare le aree libere, indirizzare gli interventi sull’esistente (restauri, risanamenti, ristrutturazioni e sostituzioni edilizie) e di calibrare gli interventi volumetrici solo per la cosiddetta città pubblica[48].

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[1] Severino, Tecnica e architettura, Milano, 2003.
[2] «Nel contesto italiano la pianificazione non è la forma della politica, conseguentemente la pianificazione territoriale non guida la formazione delle politiche. Molte altre sedi decisionali pubbliche e private, lecite e illecite, trasformano la pianificazione, nella pratica quotidiana del governo del territorio, in un esercizio culturale, in molti casi autoreferenziale, in altri giustificativo di scelte già compiute altrove» (Magnaghi, La regola e il progetto. Un approccio bioregionalista alla pianificazione territoriale, Firenze, 2014, pag. IX).
[3] van Rossem, “Berlage e la cultura urbanistica”, in S. Polano, Hendrik Petrus Berlage. Opera completa, Milano, 1987.
[4] Tafuri & Dal Co, Architettura contemporanea 1, Milano, 1979, pag. 32.
[5] Romano, Estetica della città, <http://www.esteticadellacitta.it/pdf/Saperprogettare.pdf>  (consultato il 18 giugno 2015).
[6] Congresso Internazionale dell’Architettura Moderna.
[7] Tafuri & Dal Co, Op. cit. , 1979, pag. 211.
[8] Occhipinti, Logos, Torino, 2005.
[9] in il Magazine dell’architettura, N. 8, aprile 2008, pag. 4, allegato Il Giornale dell’Architettura N. 61
[10] A partire dalle riforme sopra citate, la scelta politica di attribuire un disvalore all’idea di pianificare la città nella sua interezza è documentata nell’esperienza dei recenti “piani” urbanistici di Salerno. A seguito della riforma le decisioni politiche amministrative degli ultimi vent’anni hanno riguardato la gestione del consenso, piuttosto che la soluzione di problemi noti sin dagli anni ’70. Gli interventi puntuali programmati nel PUC avevano la velleità di essere realizzati entro il mandato elettorale, e per quanto riguarda l’esperienza salernitana, accadrà invece che gli interventi puntali programmati nel PUC non saranno mai realizzati entro i tempi del mandato elettorale, ma dovranno attendere tempi molto lunghi, con alcuni progetti condizionati da controversie legali.
Le controversie legali ed i progetti poco sostenibili sono l’espressione di una gestione politica amministrativa che non riguarda solo Salerno, ma è una realtà di cronaca politica che riguarda tutta l’Italia, basti pensare al fenomeno dell’abusivismo edilizio, le conseguenze della deregolamentazione e privatizzazione di processi e servizi pubblici, e delle cosiddette “infiltrazioni mafiose” nei partiti e nella pubblica amministrazione per controllare i flussi di denaro dei grandi appalti.
[11] «Dobbiamo essere convinti che la qualità del paesaggio e dell’ambiente non è un lusso, ma una necessità. È un investimento sul nostro futuro e rappresenta, come mostrano 30 secoli di storia italiana, un valore cruciale che ha natura non solo culturale, ma civile ed economica» (Settis in, Berdini, 2014, pag. 19).
[12] «Allo stato della legislazione vigente, i beni dello Stato e degli altri enti territoriali, e cioè i beni che appartengono alla proprietà collettiva del popolo a titolo di sovranità, e persino i beni che fanno parte del patrimonio indisponibile, o addirittura del demanio, possono essere agevolmente venduti a privati al solo fine di fare cassa. Si tratta di provvedimenti che sono costituzionalmente illegittimi» […] (Maddalena in, Berdini, 2014, pag. 19).
[13] Berdini, Le città fallite, Roma, 2014, pag. 20.
[14] De Fusco, Op. cit. , 2005.
[15] De Fusco, Op. cit. , 2005, pag. 59.
[16] Barber, Consumati, da cittadini a clienti, Torino, 2010.
[17] De Fusco, Op. cit. , 2005, pag. 77.
[18] Ibidem.
[19] Franchi & Schianchi, L’intelligenza delle formiche. Scelte interconnesse, Parma, 2014.
[20] Gabellini, Il disegno del piano, in Urbanistica N.82, 1986.
[21] Secchi, Op. cit. , 1989, pag. 273.
[22] Natali, Risorse e analisi del territorio, Firenze, 2001, pag. 163.
[23] Di Biagi, I classici dell’urbanistica, Roma, 2009, pag. 168.
[24] Ivi, pag. 173.
[25] Lanzani, Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione, Milano, 2015, pag.196.
[26] Ivi, pag. 197.
[27] Ibidem.
[28] Lampugnani, Architettura moderna. L’avventura delle idee 1750-1980, Milano, 1985, pag. 24.
[29] Sennett, L’uomo artigiano, Milano, 2010.
[30] Acebillo, Per una nuova urbanità, in Città architettura e società. 10 Mostra internazionale di architettura, a cura di E, Burdett, Verona, 2006, p. 56.
[31] Saragosa, L’insediamento umano. Ecologia e sostenibilità, Roma, 2005, pag. 211.
[32] Saragosa, Op. cit. , 2005.
[33] Magnaghi, La regola e il progetto. Un approccio bioregionalista alla pianificazione territoriale, Firenze, 2014.
[34] Fanfani & Saragosa, “Il bioregionalismo nelle esperiene italiane ed europee”, in Il progetto sostenibile N.29, Monfalcone (GO), 2011, pag. 23.
[35] “Il progetto di territorio: metodi, tecniche, esperienze” (1990-2014).
[36] L’approccio territorialista considera il territorio come soggetto vivente e non come supporto tecnico, ed è una risorsa naturale valutata culturalmente per raggiungere scopi sociali oltre che pratiche materiali.
[37] «La locuzione invariante strutturale nasce nell’ambito delle discipline biologiche per indicare quei caratteri dei sistemi viventi che non variano e garantiscono la ‘conservazione’ del sistema e il suo adattamento a perturbazioni esterne. L’espressione indica i caratteri che costituiscono l’identità del sistema e che consentono di mantenerla, adattandola alle perturbazioni» (Maggio, Invarianti strutturali nel governo del territorio, 2014, pag. 54).
[38] Magnaghi, Op. cit., 2014.
[39] Si tratta di invertire gli schemi tradizionali della pianificazione, precedentemente ordinata secondo schemi gerarchizzati dal centro alla periferia; mentre osservando la realtà trasformata, emergono nuove forme e relazioni di sistemi regionali policentrici e multipolari, che rappresentano città di città o città villaggi. Il progetto territoriale deve avere la capacità di armonizzare i rapporti produttivi, sociali, ambientali, culturali ed estetici offrendo una ricchezza durevole attraverso la crescita di “coscienza di luogo” (Magnaghi, Op. cit., 214).
[40] Magnaghi, “Uno scenario globale di bioregioni urbane autosostenibili: progettate, costruite e gestite socialmente”, in Munarin & Velo (a cura di), Italia 1945-2045 urbanistica prima e dopo, Roma, 2016.
[41] Fanfani, “Il progetto del territorio agrourbano per una conversione economica bioregionale”, in Magnaghi (a cura di), La regola e il progetto. Un approccio bioregionalista alla pianificazione territoriale, Firenze, 2014, pag. 70.
[42] Ibidem.
[43] Russo, “Variazione di progetto. Nuovi materiali per un’idea di sviluppo”, in Munarin & Velo (a cura di), Italia 1945-2045 urbanistica prima e dopo, Roma, 2016, pag. 160.
[44] Ibidem.
[45] Zambrini, “Valori ambientali. La dimensione ambientale”, in L. Benevolo, Il nuovo manuale dell’urbanistica, Roma, 2009, pag. E58.
[46] Lanzani, “Un progetto per l’urbanistica, una urbanistica per riformare il paese”, in Urbanistica per una diversa crescita, a cura di M. Russo, Roma, 2014, pag. 73.
[47] Ibidem.
[48] Ibidem.