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Archive for the ‘geografia urbana’ Category

In diverse riflessioni condivise attraverso il mio diario ho espresso l’opinione e la necessità di creare politiche urbane bioeconomiche, e di favorire la nascita di una “quarta generazione” di “piani intercomunali bioeconomici“. E’ un nuovo approccio per disegnare il governo del territorio all’interno dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL), e soprattutto per le 26 città in contrazione presenti l’Italia; praticamente per tutti i centri urbani più importanti, da Milano che ha perso 490.000 abitanti fino a Vicenza che a perso 5.190 abitanti.

città in contrazione

Elenco città in contrazione, elaborazione di Giuseppe Carpentieri.

Attraverso la geografia urbana sappiamo che gli abitanti utilizzano e si relazionano in un territorio che non si limita ai confini amministrativi dei comuni, ma è un’area funzionale, chiamata Sistema Locale del Lavoro (SLL) individuata e perimetrata dall’ISTAT. Gli utilizzatori del territorio che corrispondono agli stili di vita dei pendolari e dei residenti sono ormai consolidati, da rendere del tutto obsoleti gli attuali livelli amministrativi e di conseguenza rendono persino inadeguati i piani regolatori generali adottati dai Comuni. La maggior parte dei problemi ambientali, sociali ed economici nelle 26 città in contrazione, che sono centri dei SLL, è da imputarsi all’incapacità culturale delle classi dirigenti nel governare il sistema, nonostante fosse noto sin dagli anni ’70 che le città sarebbero state trasformate dal capitalismo. Due fattori hanno agito contemporaneamente: la globalizzazione neoliberale e l’inadeguatezza delle classi politiche locali (sottovalutazione del neoliberismo), entrambi hanno favorito l’aumento dell’inquinamento e l’aumento della povertà, che insieme abbassano i livelli di qualità della vita, generando insicurezza e inquietudine urbana. L’inquietudine nelle città è una patologia sociale (una condizione psicologica) che può insorgere nei quartieri quando ci sono bassi livelli di istruzione, basso reddito e generalmente condizioni svantaggiate, decadenza, criminalità e disordini. Altre criticità sociali tipiche delle città moderne condizionate dalla mentalità mercantilista, sono influenzate da fattori quali la dimensione, la densità e l’eterogeneità della popolazione. La dimensione se eccessiva può favorire alienazione e impersonalità, mentre densità ed eterogeneità se sono equilibrate possono favorire opportunità e coesione, uno squilibrio può far insorgere effetti opposti: isolamento, omologazione culturale ed eccesso di conformismo.

Dal punto di vista della geografia urbana, il capitalismo ha creato una variazione spaziale fra imprese e uso del territorio, e poi uno sfruttamento eccessivo delle risorse finite del pianeta. Per l’Occidente, la variazione ha prodotto danni sociali poiché ha creato nuova disoccupazione, ha dilatato le aree urbane, e procurato danni ambientali nei paesi emergenti, sfruttati dall’avidità delle multinazionali. Tale variazione ha favorito la nascita delle aree funzionali urbane estese. Si tratta di nuovi spazi relazionali ove i centri principali rimangono poli attrattori mentre i comuni confinanti sono scelti dalle imprese piccole e medie per localizzare le attività produttive (agglomerazione), costituendo una nuova distribuzione spaziale tipica delle città-regione. In questo contesto politico e culturale, buona parte delle aree urbane non può competere con le regole della globalizzazione neoliberale, poiché le imprese inseguono l’aumento della produttività sfruttando spazi che consentono di ridurre i costi (le famigerate Zone Economiche Speciali), comprimendo i diritti e sfruttando l’ambiente, si tratta di condizioni inaccettabili per la specie umana e per qualunque società che vuole definirsi civile.

Fra gli anni ’70 fino all’inizio del nuovo millennio, il capitalismo ha di fatto favorito la formazione di una nuova armatura urbana italiana, oggi molto energivora e complessa, che può essere governata attraverso l’approccio culturale della bioeconomia utilizzando il modello della “bioregione urbana“, sviluppato dalla scuola territorialista. Attraverso questo approccio possiamo favorire la nascita e la diffusione di usi razionali del territorio migliorando la qualità di vita degli abitanti, e creando nuove opportunità di lavoro. La città attuale figlia del capitalismo favorisce malattie sociali come l’inquietudine urbana, e per invertire la rotta è necessario ridurre lo spazio del mercato per aumentare quello della comunità. Ad esempio, sappiamo che i tratti culturali sono legati ai rapporti di territorialità, pertanto sarebbe saggio favorire le attività locali che si sviluppano in un raggio d’azione interno all’area funzionale, e sono le attività di sussistenza sostenute dalla bioeconomia, che invece sono ridotte e persino cancellate dal sistema globale che produce e alimenta dipendenza e sottosviluppo. L’esempio più noto riguarda le risorse agricole e l’energia necessaria per sostenere le aree urbane, pertanto applicando la bioeconomia le città si trasformano in sistemi metabolici misurando i flussi in entrata e in uscita, in maniera tale da tendere all’auto sufficienza sfruttando un mix di tecnologie alternative.

Nell’attuale sistema urbano italiano è necessario governare i processi di centralizzazione (sono le forze e le attività economiche che attraggono popolazione nei quartieri centrali), decentralizzazione (è l’opposto della centralizzazione) e agglomerazione (è la raccolta di attività in un’area). Tali processi non sono governati razionalmente poiché nascono e si sviluppano attraverso la consuetudine della famigerata “urbanistica contratta” con varianti e piani attuativi deliberati da Consiglieri comunali, spesso sprovveduti e inadeguati, e grazie a uno scarso controllo dell’attività urbanistica-edilizia. Abbiamo osservato che abitanti e imprese vivono e consumano un territorio molto più ampio dei confini amministrativi attuali, pertanto gli attuali livelli amministrativi andrebbero aggiornati con un cambio di scala (rescaling). L’armatura urbana si è trasformata da un sistema gerarchico a un sistema di rete interconnesso e policentrico, che suggerisce di studiare e adeguare le infrastrutture pubbliche che collegano i centri. Buona parte della classe dirigente attuale, politica e imprenditoriale, insegue ancora i dogmi della religione neoliberale, per ignoranza e per avidità, convinti di aumentare i propri profitti continuando a depauperare le risorse limitate della natura, e sottovalutando i problemi sociali degli italiani e il patrimonio culturale del territorio.

E’ la territorialità che aiuta lo sviluppo locale e crea sovranità per le persone, mentre l’attuale pensiero dominate, il neoliberismo, scrive e determina gli atti politici locali contribuendo a far crescere il potere delle imprese private, e far crescere la dipendenza degli abitanti dal sistema globale.

La nostra classe dirigente, politici e imprenditori, ha scelto il modello capitalista che ha costruito tutti i programmi politici favorendo la costituzione della periferia economica che stiamo subendo: dipendenza dal sistema globale, aumento della disoccupazione, danni ambientali, insicurezza e malattie sociali.

Secondo Alberto Magnaghi, la bioregione urbana è uno strumento interpretativo e progettuale della pianificazione territoriale e paesaggistica di area vasta. Il piano deve fondare le proprie strategie sulla valorizzazione delle peculiarità identitarie del territorio, secondo la dimensione ecologica, sociale e di autogoverno (“municipalista”). Secondo i criteri della bioregione, i caratteri ambientali aiutano a definire l’identità dei luoghi riconoscendo la complessità del sistema insediativo, e il rapporto fra uomo e natura. Questo approccio aiuta a costruire il milieu locale, cioè mettere insieme le risorse fisiche, ecosistemiche, e socioculturali di lunga durata, e costruire il valore aggiunto territoriale aprendo l’opportunità di creare sostenibilità nei sistemi locali, definendo indicatori di benessere finalizzati a creare prosperità, equilibrio sociale, economico e ambientale per le presenti e future generazioni.

Per porre rimedio al disordine e al degrado urbano che troviamo nelle città-regione (o reti di città), possiamo applicare i principi della corretta composizione urbanistica e riequilibrare il rapporto città-campagna. Studiando la morfologia urbana, gli aggregati e i tessuti urbani esistenti osserviamo se sono rispettate le regole della cosiddetta “cellula urbana“, e successivamente intervenire disegnando spazi con criteri di qualità urbana e architettonica, sia puntando alla conservazione e sia alla rigenerazione. Un piano regolatore intercomunale bioeconomico è in grado di pianificare la rinascita di comunità umane per favorire lo sviluppo umano, sia creando luoghi e servizi culturali necessari per uscire dalla recessione e sia restituendo opportunità alle persone nella ricerca di un proprio percorso di crescita spirituale e culturale.

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Provincia di Salerno, “estratto” dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, 2012.

Nell’immagine qui riportata si legge l’ambito identitario del sistema salernitano. Possiamo osservare la forma insediativa, con l’area di gravitazione urbana costituita dal centro del capoluogo, con l’unità di paesaggio area urbana di Salerno e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata Pendici occidentali dei Picentini. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio Valle dell’Irno con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rurbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud, la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio Piana del Sele, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle piana nell’unità di paesaggio fluviale del Picentino, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rurbani inseriti nell’unità di paesaggio dei Picentini: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

Ptcp 2012, ambiti identitari e unità di paesaggio.

La realtà della forma urbana insediata mostra la dispersione urbana (sprawl) che favorisce spreco di risorse mentre potevano essere risparmiate. Incoscienza e incapacità amministrativa sull’attività urbanistico-edilizia hanno favorito consumo dei suoli agricoli, congestione, traffico, inquinamento e inquietudine urbana, danneggiando la collettività. La crescita disordinata degli aggregati edilizi deliberata da sprovveduti Consigli comunali, che hanno assecondato i capricci dei proprietari dei suoli, mostra sia i danni irreversibili e sia la cattiva distribuzione degli insediamenti produttivi e delle abitazioni. Il complicato contesto urbano mostra interazioni e usi del territorio di imprese e utilizzatori (city users) convivendo fra inquinamento, insicurezza e conflitti sociali. E’ questa la dimensione che va governata attraverso un piano intercomunale bioeconomico per tutelare il territorio come prescrive la Costituzione, localizzare opere pubbliche, servizi e vincolare il patrimonio naturale, storico e valorizzare le risorse agroforestali. L’esperienza amministrativa insegna che i politici locali non hanno saputo coniugare Costituzione e corretto uso del territorio, pertanto sarebbe saggio affidare il compito a una struttura sovracomunale (rescaling) capace di coordinare sapere tecnico e partecipazione attiva dei cittadini nel processo decisionale. Per le zone urbanizzate sono necessari strumenti attuativi di conservazione dei centri storici e di rigenerazione urbana della aree consolidate, mentre è inutile pensare a un’espansione urbana, piuttosto è più saggio ridistribuire densità e carichi urbani (fermare il consumo di suolo agricolo), pianificando eventuali trasferimenti di volumi, sfruttando le aree sottoutilizzate e abbandonate, per recuperare gli standard mancanti nelle aree consolidate. Il piano dovrebbe essere incentrato sull’analisi della morfologia urbana e l’adozione di criteri di qualità urbana e architettonica. Analisi della morfologia urbana e partecipazione dei cittadini ai processi decisionali influenzano gli interventi di trasformazione urbana per migliorare l’ambiente urbano esistente. Una volta censiti gli immobili (pubblici e privati) inutilizzati, con questo approccio rigenerativo sarebbe più utile una “perequazione diffusa” capace di identificare meglio l’interesse pubblico (la costruzione della città pubblica), di rispettare una maggiore eguaglianza rispetto a quella di “comparto”, e di attrarre gli investitori pubblici e privati. Il piano intercomunale bioeconomico, nel periurbanorurbano punta alla tutela e alla valorizzazione dell’agricoltura, favorisce e mantiene la relazione paesaggio agrario e città, progettando reti ecologiche e la diversificazione colturale. Ciò può accadere con una maglia agraria e paesaggistica di scala medio-ampia; altro obiettivo è il mantenimento della funzionalità e dell’efficienza del sistema di regimazione idraulico-agrario.

Ptcp 2012 tipologia insediamenti

PTCP Salerno 2012, classificazione degli insediamenti per tipologia.

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Gentile direttore Manzi,

innanzitutto la ringrazio per l’opportunità concessami, pubblicando un mio intervento – 14 aprile 2017 – che esprime contenuti di controcultura. Il 9 aprile 2017 La Città apre “i grandi dibattiti” con il governo del territorio e due interventi, di Conte (già Ministro Aree Urbane) e Giannattasio, che ricordano le efficaci programmazioni passate degli anni ’80, poi Amatruda (Forza Italia, pubblicato il 12 aprile), e ancora Lambiase (Consigliere comunale, il 18 aprile) con un’analisi critica sul presente e le previsioni di piano rimaste inattuate, mentre Sangiorgio (Coldiretti, il 16 aprile) suggerisce uno sviluppo delle infrastrutture per favorire l’agricoltura. Il comune denominatore degli interventi di Conte, Giannattasio, Amatruda, Sangiorgio e Lambiase è lo “sviluppo”, oppure la “crescita” (del PIL), la “valorizzazione”, ricordando la centralità di Salerno come centro metropolitano e il fallimento delle scelte urbanistiche degli ultimi mandati elettorali con la carenza di infrastrutture strategiche. Il mio intervento parte da presupposti culturali diversi poiché accenna a politiche urbane bioeconomiche, e suggerisce un cambiamento dei paradigmi culturali nella nostra società svuotata di senso dall’epoca moderna. L’ambizione è quella di stimolare un dibattito pubblico sulla bioeconomia. Condivido le critiche ma intendo far notare che i temi sociali, ambientali, economici e urbanistici di Salerno non trovano soluzione sul piano ideologico che li ha inventati, favoriti e creati. La recessione non è la conseguenza di una mera scelta di politiche urbanistiche sbagliate ma di una cultura politica occidentale costruita sulla crescita costante della produttività, e sull’avidità. In Italia, i processi di trasformazione urbanistica sono sostanzialmente sbilanciati a favore del profitto dei proprietari privati, negando la partecipazione dei cittadini, spesso ignari dei meccanismi complessi, e ignari dei propri diritti e degli scopi costituzionali della pianificazione (tutela del territorio). E’ l’implosione dello “sviluppo” che crea la recessione, perché la crescita del PIL non misura la qualità della vita, mentre l’innovazione informatica e la robotica creano disoccupazione com’era stato pronosticato sin dall’inizio del secondo guerra. Le città secondo l’ideologia della “crescita” sono fallite, e ricordo che le città in contrazione sono 26 (Milano [490.000 abitanti persi fra il 1951 e il 2011], Torino, Napoli, Genova, Roma, Bologna, Catania, Venezia, Firenze, Trieste, Cagliari, Bari, Palermo …).

città in contrazione

Crescita e contrazione delle città dipendono dal capitalismo. Quando negli anni ’80 la politica deregolamenta la globalizzazione, accade che le imprese localizzano le produzioni in Europa dell’Est e in Asia, dove ci sono le Zone Economiche Speciali (ZES), luoghi in cui non si pagano tasse e si hanno bassi costi del lavoro. Le città occidentali perdono abitanti (contrazione), mentre il ceto meno abbiente non può pagare i costi degli alloggi nei centri principali a prezzi di mercato, e si sposta nei comuni confinanti alimentando la dispersione urbana, il cosiddetto sprawl. Mercato immobiliare e nuove espansioni determinarono uno sconsiderato aumento del consumo di suolo agricolo. Nell’attuale consuetudine le previsioni dei piani urbanistici sono merce pagata dagli investitori privati, nella speranza di creare profitti attraverso il mercato. In generale, è noto che il capitalismo crea dipendenza e sottosviluppo (Wallerstein) mentre la rinuncia alla sovranità economica e la globalizzazione neoliberale hanno contribuito a impoverire il meridione d’Italia, che registra nel 2016 altissimi tassi di disoccupazione come in Campania con il 42,9% fra i giovani (18-29 anni) e il 30,4% (25-34 anni). Tutto ciò vanifica anche le previsioni degli strumenti urbanistici poiché in un contesto più povero, di periferia economica, gli investitori privati seppur dotati di liquidità, non trovano conveniente costruire merci immobiliari che non possono essere assorbite dal mercato locale. E’ uno degli effetti dell’ideologia liberale, il laissez faire al mercato. In questo contesto, non sorprende che a Salerno solo il 25% dei comparti edificatori sia stato realizzato, mentre tutti i principali Consigli comunali d’Italia continuano a deliberare l’adozione di piani con previsioni di crescita, sempre perché mercificando i suoli si attendono introiti da incassare, che fino a poco tempo fa erano persino slegati dalle urbanizzazioni per essere spesi nei servizi generali.

La bioeconomia è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità, poiché partendo da presupposti scientifici (entropia) ed etici, come la misura dei flussi in entrata e in uscita, ci consente di ripensare l’uso del territorio senza depauperare le risorse naturali e creando nuova occupazione partendo dalla conoscenza dei luoghi. In bioeconomia, città e territori sono considerati sistemi metabolici mentre nell’attuale paradigma città e territori sono merci da vendere e sfruttare. Cosa significa tutto ciò per l’urbanistica e il territorio? Se si vuole invertire la rotta per uscire dalla recessione, prima di tutto, dobbiamo riconoscere e ammettere l’implosione del sistema occidentale restituendo autonomia finanziaria alla Repubblica. L’area funzionale salernitana, individuata nel Sistema Locale del Lavoro (SLL) censito dall’ISTAT deve organizzarsi, non più seguendo il pensiero dominante che l’ha impoverita, nel senso vero del termine, non solo economico ma soprattutto culturale. Le risposte ai nostri problemi sociali e ambientali, e di conseguenza economici, si trovano sul piano bioeconomico. Esistono esempi e approcci territorialisti per ripensare il sistema salernitano costituito da circa 22 comuni e 400 mila abitanti, ed è questa l’area da pianificare costituendo un ufficio di piano ad hoc e coinvolgendo i cittadini al processo decisionale. In generale, i sistemi locali meridionali vanno collegati fra loro, ad esempio, quello salernitano con i vicini sistemi lucani, calabresi e pugliesi. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità. E’ necessario rilocalizzare le produzioni e territorializzare. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura pagando i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite. Sono necessari nuovi piani di “quarta generazione”, e nuovi piani attuativi come un Piano Particolareggiato di Rigenerazione Bioeconomica (PPRB), si tratta nuovi strumenti secondo l’approccio bioeconomico che hanno l’obiettivo di costruire un quadro di conoscenza dell’insediamento finalizzato al riuso e al recupero del patrimonio edilizio esistente introducendo sistemi di monitoraggio dei flussi in entrata e in uscita al fine di migliorare il benessere dei cittadini. La conoscenza dell’insediamento urbano esistente è la cornice indispensabile per costruire la rigenerazione del tessuto, dal punto di vista sociale, ambientale e morfologico. Osservando l’ambiente costruito rileviamo puntualmente il carico urbanistico e l’affollamento, il degrado, la morfologia urbana, e tutte le informazioni possono essere utilizzate per la futura trasformazione urbana, mentre una vera novità è la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali della politica.

La Città di Salerno 30 aprile 2017

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Usi e coperture del suolo, consumo di suolo, fonte immagine, Atlante dei territori post metropolitani, PRIN-postmetropoli.

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E’ dal secondo dopo guerra che osservatori, accademici, politici, e politicanti consumano parole e toni accessi, analisi e dibattiti, sull’acuirsi della crisi occupazionale e che travolge soprattutto il meridione d’Italia. Dal dibattito, spesso ci si dimentica che fu la guerra di annessione a programmare la distruzione di un’area geografica e legarla alla dipendenza di un’élite politica degenerata, ma lasciamo da parte i fatti storici per osservare il presente. Il paradigma culturale di riferimento, cioè il capitalismo, è il recinto politico e psicologico da non scavalcare, un confine immaginario ma reale che i politicanti presenti nelle istituzioni ed i media insieme non devono superare. Il pensiero dominante ha distrutto molti valori umani e trasformato le persone in individui nichilisti; l’effetto psicologico del capitalismo sull’uomo è la realtà che osserviamo intorno a noi. Gli individui sono addomesticati alla competitività, all’egoismo e al nichilismo, pronti a inseguire percorsi di accumulo del capitale per comprare merci suggerite dai bisogni indotti (pubblicità). Secondo la religione capitalista, tutto è finzione e merce da comprare, si comprano le relazioni personali, si può comprare un matrimonio così come il ruolo in società. Dovrebbe esser chiaro che in questo modello feudale, le disuguaglianze economiche sono necessarie per garantire controllo e potere all’élite capitalista, mentre i galoppini della classe borghese competono per i ruoli sociali proprio attraverso le discriminazioni economiche. La nostra esistenza è orientata alla competizione contro gli altri, carichi di invidia sociale ci isoliamo, basti osservare che conservando un basso livello culturale e vivendo nell’ignoranza funzionale non siamo padroni delle nostre scelte che sono indotte dall’ambiente: scuola, famiglia, media. Tenendo basso il nostro livello culturale, accade che gli altri decidono al nostro posto e siamo noi stessi a chiederlo spinti dalle nostre emozioni, illusi di aver fatto noi la scelta.

L’evoluzione tecnologica raggiunta dell’industria presenta un problema sociale già previsto dai liberali e anticipato in numerosi film di fantascienza, e cioè la fine del lavoro, poiché sono già realtà umanoidi capaci di sostituire i lavoratori in ogni tipo di impiego, da quelli manuali fino a quelle intellettuali. L’aspetto ridicolo degli attuali soggetti politici è che per assumere il controllo delle istituzioni pubbliche promettono di ridurre la disoccupazione, quando oggi l’industria “assume” robot per produrre merci e servizi.

Il posto di lavoro, così chiamato, è in realtà un posto di schiavitù che le persone inseguono al fine di ottenere un reddito, e comprare merci e servizi. In un sistema capitalista lo scopo reale degli individui è il reddito e non il lavoro, tant’è che il reale potere è nel controllo della moneta e nella proprietà dei brevetti utili a controllare l’innovazione tecnologica e la ricerca delle materie prime per trasformare e produrre merci. L’élite degenerata che orienta le istituzioni pubbliche e il sistema bancario accumula capitale senza lavorare ma sfruttando la schiavitù, e il regime autoritario finanziario favorito dalle giurisdizioni segrete, i famigerati paradisi fiscali.

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Il capitalismo e la teoria della dipendenza, fonte immagine: Greiner, Dematteis, Lanza, Geografia umana, 2012.

Per superare la religione capitalista non è necessario fare chissà quali rinunce o sforzi. Come ogni religione è necessario lavorare su noi stessi rimuovendo le credenze che l’ambiente ci ha psico programmato. Se scopriamo argomenti scontati come le leggi che ci danno vita, e il fatto che possiamo fare scelte migliori usando la parte razionale del nostro cervello, allora stiamo già accettando l’idea di vivere in maniera più civile. Dal punto di vista politico, è necessario togliere alle multinazionali l’opportunità di rubare le materie prime, e poi stimolare le comunità locali ad utilizzare le attuali tecnologie per realizzare l’auto determinazione dei popoli applicando la sovranità alimentare ed energetica, ed in fine considerare la moneta come strumento di misura, riponendola sotto il controllo pubblico. Nel perseguire questo scopo politico è necessario ripensare il lavoro non più come mezzo per raggiungere un reddito ma come percorso per favorire lo sviluppo umano. Prima cambiamo i paradigmi culturali di questa società sbagliata, e prima costruiamo un futuro sostenibile. Ricordiamolo, un sistema capitalista necessità di individui che consumano, comprano e non che siano dotati di conoscenze ma solo di soldi per comprare. Nel capitalismo la relazione è lo scambio monetario. In una società umana, le persone necessitano di amore e nuove conoscenze per evolversi, la relazione è lo scambio di conoscenze e di affetti.

L’élite degenerata e i capitalisti liberali europei hanno programmato un futuro miserabile per tutti gli individui europei. Prima di tutto, è in corso d’opera l’ingresso di un “esercito industriale di riserva” proveniente dai paesi sfruttati. Questa nuova schiavitù è facilmente utilizzabile senza particolari obblighi sindacali, mentre la popolazione europea sarà addomesticata ad accettare la svalutazione salariale e un sostegno minimo per continuare a consumare le merci prodotte dall’industria. L’utilizzo dei robot nei processi produttivi sarà integrato con un percorso di educazione al nuovo posto di schiavitù utile a scambiare il tempo e la felicità umana con un reddito minimo da spendere in sprechi.

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La globalizzazione neoliberarele stimola e favorisce le migrazioni. Fonte immagine: Greiner, Dematteis, Lanza, Geografia umana, 2012

Per evitare questo presente e futuro a dir poco miserabile, gli esseri umani hanno l’opportunità di sfruttare il proprio potere nel costruire comunità auto sufficienti. Se nell’Ottocento queste comunità commisero l’errore di isolarsi per poi fallire schiacciate dal capitalismo, oggi le tecnologie consentono di costruire reti e connessioni per avviare comunità e modelli economici sostenibili, sia perché possiamo programmare capacità economiche autarchiche e sia perché possiamo ispirarci alla bioeconomia capace di valorizzare risorse naturali e umane. L’attuale capitalismo è soprattutto finanza che ha distrutto le capacità economiche locali mettendole in competizione fra loro. Un’inutile guerra economica senza senso. La soluzione al problema è la territorializzazione delle produzioni manifatturiere leggere sfruttando i modelli bioeconomici che creano occupazione utile, e generano ricchezze locali. Si tratta di uscire dalla dannosa religione capitalista e creare la cultura bioeconomica orientata allo sviluppo umano. Per migliorare il quadro economico delle famiglie italiane e affrontare la povertà che aumenta grazie al capitalismo, è necessario abbandonare la fede neoliberale che guida le scelte politiche di istituzioni e partiti. Non è la crescita della produttività che crea nuova occupazione, ma il cambiamento culturale che favorisce la nascita di una società diversa, non più capitalista ma bioeconomica. Solo osservando il territorio italiano (prodotti agroalimentari) e la concentrazione della popolazione nelle aree urbane si può immaginare e programmare gli impieghi utili a migliorare la qualità di vita degli abitanti (cancellare le fonti inquinanti, stimolare l’auto consumo …), dalla conservazione dei centri storici alla costruzione di una mobilità sostenibile (incentivare la sostituzione di auto circolanti con sistemi pubblici più efficienti ed non inquinanti), sino alla rigenerazione della città in contrazione e alla rivitalizzazione delle comunità interne. Abbiamo ereditato un territorio ricco di storia e risorse naturali, ma allevati dalla religione capitalista che mercifica tutto, stiamo danneggiando noi stessi e gli altri poiché siamo nichilisti e isolati. Vivendo da egoisti e nichilisti non riusciamo a cogliere la possibilità di conoscere noi stessi, e di godere dei piaceri regalati dalla vita stessa.

Qui sotto sono rappresentate dall’ISTAT le dimensioni del Benessere Equo e Sostenibile (BES) e il grafico mostra una disuguaglianza del Paese Italia peggiore di quella economica. Le pubbliche istituzioni hanno il dovere di affrontare tali problemi sociali, ambientali ed economici, ma come ormai è noto da molti decenni, le forze politiche essendo espressione dei capricci dell’élite degenerata che professa la religione capitalista, sono incapaci e inadeguate nell’affrontare i reali problemi degli italiani. Le dimensioni rappresentano i temi che i cittadini devono conoscere per proporre una politica saggia ed adeguata. Ad esempio, nella dimensione del benessere economico sono presenti ben 10 indicatori.

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Le dimensioni del Benessere Equo e Sostenibile. Fonte immagine ISTAT, Rapporto BES 2016.

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Osservando la trasformazione dell’armatura urbana italiana, appare chiaro che i Comuni attuali non rappresentano più i luoghi istituzionali efficaci per governare il territorio. Le aree funzionali (sistemi locali del lavoro), le reti di città e il policentrismo sono le interpretazioni territoriali e urbane che mostrano l’armatura urbana.

Oltre a ripensare i confini amministrativi dei Comuni è necessario ripensare i paradigmi culturali dei finanziamenti pubblici e privati favorendo l’approccio bioeconomico che offre opportunità e prosperità.

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Nel 2011 il Governo italiano decide di istituire i distretti turistici. Cosa sono? Ambiti territoriali che nell’intenzione governativa dovrebbero sviluppare un’economia turistica, cioè insiemi di Comuni che dovrebbero cooperare su piani e progetti condivisi. In Provincia di Salerno sono stati individuati ben 5 distretti (“Cilento blu”, “Costa d’Amalfi”, “Riviera salernitana”, “Sele picentini” e “Golfo di Policastro”). Il fatto che i Comuni decidano di cooperare è senza dubbio un vantaggio politico strategico. La Provincia di Salerno ha già un proprio piano provinciale abbastanza recente, il Ptcp 2012 che individua ambiti territoriali e identitari per sviluppare politiche turistiche e riconosce la forma insediativa policentrica delle aree urbane. Inoltre, la ricerca “PRIN post metropoli” legge le forme insediative delle aree urbane italiane, delle aree interne e costiere, mostrando dati da interpretare. Dietro i termini “riqualificazione” e “valorizzazione” usati dai Sindaci dei Distretti, ci sono gli interessi economici di soggetti privati e i progetti di nuove forme insediative urbane che hanno un impatto ambientale, e che se non correttamente pianificati possono aumentare i fenomeni di dispersione urbana, o addirittura essere foriere di speculazioni edilizie. Per evitare investimenti sbagliati e speculazioni che danneggiano l’ambiente, sarebbe corretto coordinare i distretti con i valori della bioeconomia e soprattutto proporre progetti dentro una bioregione urbana che oggi non esiste. La scuola territorialista italiana ha già predisposto due piani paesaggistici, uno per la Regione Toscana e l’altro per la Puglia. Una corretta pianificazione, cioè un buon investimento si realizza rispettando il Ptcp 2012, e realizzando progetti bioeconomici dentro gli ambiti identitari già individuati, per rispettare le risorse locali e creare nuova occupazione utile nei “sistemi locali del lavoro”.

E’ chiaro che le intenzioni dei privati sono quelle di creare profitti sfruttando il territorio. Questo è l’impulso pavloviano dell’egoismo liberal che esiste sin dal Settecento. Siamo ancora attaccati all’invenzione dell’economia dove ogni cosa è merce, compresa la natura che ci da vita mentre la distruggiamo. La religione neoliberale sta distruggendo la specie umana e così anche l’identità storica degli insediamenti umani. L’approccio politico dell’età moderna non ha la virtù di avere una visione etica rispetto agli attuali cambiamenti tecnologici e sociali, e soprattutto ha dimostrato di distruggere noi stessi oltre che il territorio. Questa religione crea nuove forme di schiavitù chiamate precariato, e nuova disoccupazione, espropriando le comunità della propria storia, identità sociale e culturale. Per semplificare, un distretto turistico che ha in mente una colata di cemento lungo una fascia costiera, non è un piano di un distretto turistico ma è un disegno criminale. Perché si immaginano disegni criminali? La religione liberale instaurata dalla classe dirigente ha tolto allo Stato la capacità di spendere, e così qualsiasi intervento urbano è sottoposto ai ricatti dei privati che giudicano sull’esclusivo interesse del tornaconto personale. In questo modo lo Stato distrugge il bene comune abdicando a se stesso, e al proprio ruolo di controllo e al dovere di applicare la Costituzione e l’interesse generale. E’ necessario che lo Stato si riprenda il ruolo di investitore per tutelare la collettività. Nel caso specifico, la fascia costiera salernitana ha la necessità di essere rinaturalizzata, sia eliminando le sorgenti inquinanti e sia attraverso interventi di carattere biologico (agro-forestale), regalando benessere a tutti i cittadini. Inoltre, un vero e serio piano di sviluppo turistico è improntato sulla bellezza e sulla manutenzione dell’esistente demolendo gli abusi edilizi, e rigenerando l’ambiente. Solo in questo modo si crea un vero servizio turistico, mentre le eventuali strutture ricettive possono essere realizzate recuperando i volumi abbandonati per contenere il consumo di suolo.

La novità dell’approccio bioeconomico è nella capacità di misurare i flussi di energia creati da piani e progetti, e la capacità di misurare gli impatti sociali. La bioeconomia misura l’analisi del ciclo vita dei materiali e l’analisi dell’impatto sociale. Ciò che manca ancora e fa danni inestimabili, è la formazione culturale della classe politica e imprenditoriale sulle enormi opportunità suggerite dalla bioeconomia che cambia i paradigmi culturali. Ad esempio, mentre taluni dinosauri dell’impero neoliberal distruggono il territorio rispetto al ritorno economico dei progetti; la bioeconomia mostra lo sviluppo umano del progetto attraverso un uso razionale dell’energia. Sempre più il turismo sta cambiando, in meglio per fortuna, non si costruisce un’offerta turistica sulle quantità dei sistemi ricettivi e ma sulla qualità. Un buon turismo non si costruisce con le colate di cemento, mentre la cultura dei turisti si sta alzando. I turisti chiedono bellezza e la conoscenza dell’identità storica dei luoghi; chiedono la qualità ambientale, il cibo, la storia, l’arte con migliori servizi ricettivi partendo proprio dall’accoglienza svolta dalla simpatia delle persone. Il territorio salernitano, per tradizione possiede già molte caratteristiche e servizi di qualità apprezzati da tutto il mondo, esso deve “solo” migliorare il proprio ambiente eliminando le sorgenti inquinanti, ad esempio implementando i sistemi di raccolta delle acque nere dove mancano, e migliorare il trasporto pubblico. Infine educare e formare i propri concittadini alla conoscenza del territorio per favorirne una fruizione sostenibile e intelligente.

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Provincia di Salerno, estratto dal Ptcp 2012.

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A partire degli anni ’90, si è sviluppato il dibattito dei meccanismi decisionali chiamato governance multilivello per ragioni che possono essere ovvie: l’affermazione dell’UE e il rapporto con gli Stati membri. In questo dibattito di governance multilivello ci sono varie visioni, ove sono state sviluppate proposte di politiche territoriali, di coesione territoriale e di policentrismo (SSSE – Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo).

La visione dominante è sempre quella globalista neoliberale, cioè la distribuzione delle risorse in funzione di una crescita continua della produttività delle imprese, dove il profitto privato delle imprese multinazionali possa trarne i maggiori ricavi nello scegliere un territorio piuttosto che un altro, e in questa scelta un ruolo importante è rappresentato dalle politiche urbane. E’ sempre l’obsoleto PIL, l’indicatore preso in considerazione dai decisori politici. I cittadini sono allo scuro di queste riflessioni di geografia politica, nonostante gli argomenti coinvolgono direttamente i territori, poiché la coesione ha tre componenti come: la qualità territoriale (ambiente di vita e di lavoro, benessere, servizi, conoscenza), l’efficienza territoriale (utilizzo delle risorse naturali, paesaggistiche, energetiche, attrattività e competitività) e l’identità territoriale (presenza di capitale sociale, salvaguardia delle specificità e delle vocazione produttive). In quest’ottica si intuisce che la coesione è una politica territoriale quando fa gli interessi delle comunità e non l’esclusivo interesse delle multinazionali.

Possiamo osservare che gli Enti locali (Regioni e Comuni), negli ultimi trent’anni hanno deliberato e normato scelte politiche suggerite dai think tank liberal che sono opposte alle politiche di coesione territoriale e sociale. Le politiche urbane di crescita continua deliberate dalle classi dirigenti hanno peggiorato le dimensioni (salute, istruzione e formazione, ambiente, benessere economico, paesaggio e patrimonio culturale …) misurate nel Rapporto BES 2016. In che modo? Applicando una miscela “esplosiva” capitalista, sia facendo scelte frutto degli egoismi privati e sia dell’ignoranza (danni ambientali e biologici). Facendo prevalere l’ideologia capitalista le classi dirigenti hanno favorito un diffuso nichilismo e svuotato di senso l’identità e la spiritualità umana. La cosiddetta “società liquida” raccontata da Bauman è ampiamente diffusa in tutto l’Occidente. Il paradigma neoliberale è stato interpretato da tutti i Governi e Parlamenti tant’è che il risultato è stato il peggioramento delle condizioni sociali e lavorative attraverso le famigerate privatizzazioni, le svalutazioni salariali (abolizione articolo 18 e job act), la distruzione di interi ecosistemi e la negazione di servizi e standard minimi (welfare urbano), lo spreco delle risorse energetiche e la delocalizzazione delle specificità di manifatture italiane. La scelta di un investimento non può essere influenzato dalla crescita, cioè del PIL, ma dovrebbe seguire le indicazioni del BES (Benessere Equo e Sostenibile).

Regioni e Comuni hanno commercializzato i territori per assecondare i capricci di grandi imprese e multinazionali, facendo l’opposto di politiche di coesione territoriali e sociale, ma le politiche di coesione non sono sufficienti per uscire dalla recessione poiché è necessario cambiare il paradigma culturale, e ciò avviene rinunciando all’economia neoclassica e introducendo politiche territoriali bioeconomiche.

Inoltre è indispensabile sperimentare la partecipazione dei cittadini e avviare piani urbanistici intercomunali di “quarta generazione” uscendo dalla commercializzazione dei suoli e introducendo la bioeconomica in ambito urbano. E’ necessario costruire cluster del cambiamento culturale oltre che rilocalizzare la manifattura leggera. In sostanza, bisogna cambiare le politiche urbane poiché quelle recenti forgiate nell’ideologia della crescita hanno contribuito a deperire il territorio italiano e reso le persone più povere. Ci vuole un’agenda urbana bioeconomica che sappia leggere e interpretare le aree urbane italiane, e rigenerare l’ambiente costruito valutando gli impatti sociali e ambientali. Bisogna avere il coraggio di predisporre piani non sulla base del ritorno economico degli investitori privati, ma sulla base di progetti che favoriscono lo sviluppo umano, poiché l’economia neoclassica utilizzata dalle istituzioni per compiere scelte non è utile alla specie umana.

Il Rapporto BES 2016 indica le dimensioni da migliorare nel Mezzogiorno d’Italia poiché le prestazioni misurate mostrano un peggioramento delle dimensioni stesse, dopo decenni di politiche neoliberali; e pertanto è necessario migliorare: la soddisfazione per la vita; l’occupazione; il reddito; l’istruzione e la formazione; le condizioni economiche; le relazioni sociali e la qualità del lavoro.

Il miglioramento può essere favorito applicando l’interesse generale di uno Stato sovrano e con una riorganizzazione amministrativa degli Enti locali nei sistemi locali, elaborando il progetto bioeconomico che genera occupazione utile. Le aree urbane sono contemporaneamente il motore della vita e i luoghi del fallimento. Concentrarsi nella rimozione del fallimento, ad esempio risolvendo l’esclusione sociale, le crisi ambientali, il rischio sismico, il recupero dei centri storici e delle periferie si potranno innescare processi virtuosi, poiché affrontare i problemi nelle aree urbane crea opportunità di lavoro utile.

Le scelte di investimento vanno compiute sulla base di piani bioeconomici nei sistemi locali per migliorare le dimensioni osservate nei Rapporti BES e sulla base di peculiarità che sono bene comune come il patrimonio culturale, la riduzione del rischio sismico e idraulico. Una saggia riforma delle istituzioni, osserva i sistemi locali e aggrega i Comuni per promuovere piani intercomunali bioeconomici, e in funzione di tali piani è possibile concentrare gli investimenti per lo sviluppo umano.

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Fonte immagine, Rapporto BES 2016.

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L’era urbana è già in corso di sviluppo e gli abitanti che ci vivono subiscono un’esistenza passiva per una serie di motivi culturali, politici ed economici. Gli abitanti non partecipano ai processi di pianificazione, mentre le classi politiche dominate dal dogma liberale laissez faire anziché applicare l’interesse generale, lasciano la pianificazione a chiunque possa trarne un tornaconto economico. Solitamente sono le élite locali economiche più forti che determinano i processi pianificatori.

L’epoca che sta arrivando trasforma nuovamente i nostri stili di vita, e in parte questo processo è già consolidato, mentre le nuove tecnologie informatiche accelerano processi degenerativi della specie umana inconsapevole del sé. Una parte importante degli esseri umani di questo pianeta (1,4 miliardi di persone), mentre la crescita urbana capitalista è nel solco del vecchio paradigma neoliberale, è costretta a vivere nel degrado (slums) come accadeva nell’Ottocento; ma i numeri sono diversi per dimensione, e più schifosamente ingiusti, per il fatto che oggi esistono tecnologie e opportunità per estinguere la fame e offrire occasioni di sviluppo umano a chiunque lo desidera. I poveri aumentano, e le città non pianificate correttamente sprecano energia. Ancora una volta, l’invenzione del mostro capitalista manovra tutto: sia lo sviluppo tecnologico e sia la distruzione delle risorse comprimendo i diritti umani.

L’epoca di urbanizzazione dove i cittadini vivono nelle aree urbane ha forme e caratteristiche diverse: la crescita urbana in Asia, in Africa, e la contrazione urbana negli USA e in Europa con la dispersione (sprawl). In alcuni casi, le élite medio orientali e asiatiche sperimentano per conto proprio le nuove tecnologie e programmano la costruzione di nuove città a basso consumo.

In Europa, i gruppi economicamente più forti stanno già trasformando le aree urbane esistenti, e in parte hanno già soddisfatto le proprie esigenze speculative innescando processi di gentrificazione. Ciò avviene in tutte le principali città e soprattutto nelle cosiddette città globali, cioè i luoghi offshore, della finanza e dei media come New York, Londra, Parigi, Tokyo, ed oggi si aggiungono le capitali asiatiche, Singapore, Pechino, Shangai, Hong Kong, Mumbai. In Italia, non esistono città globali, anche se Milano ambisce a farne parte.

Il capitalismo è una forma sofisticata di razzismo basata sulle opportunità economiche, ed ha sfruttato la tecnica della pianificazione urbanistica per usurpare e allontanare i ceti meno abbienti dai territori che l’élite sceglieva per se, ciò è sempre esistito, poi nell’Ottocento la finanza affinò la fattibilità delle trasformazioni urbane per scaricare i costi prima sul nascente stato moderno, e poi sul cosiddetto libero mercato perseguendo due vantaggi tipici per i razzisti, impedire ai ceti economicamente più deboli di vivere in luoghi urbani meglio progettati e guadagnare senza lavorare attraverso la rendita. Sono più di 150 anni che ciò avviene sotto il naso di tutti, poiché i popoli sono tenuti all’oscuro dei meccanismi economici della pianificazione, anzi li ignorano del tutto.

La recessione economica che i popoli subiscono è un vantaggio per l’élite ma soprattutto strumento di controllo delle politiche territoriali per determinare una migliore allocazione delle imprese sfruttando tutti i vantaggi della globalizzazione neoliberale, sia sfruttando e usurpando le risorse finite del pianeta e sia sfruttando la schiavitù umana. La novità degli ultimi trent’anni è che ciò accade anche nella vecchia Europa, senza quella consapevolezza di classe che si ebbe nell’Ottocento, quando i popoli si ribellarono chiedendo e ottenendo migliori condizioni di vita.

In Italia, le condizioni sociali ed economiche sono a dir poco drammatiche nel meridione d’Italia, annesso al Nord 150 anni fa, e costantemente depredato dalle imprese private e di Stato. Secondo il mio modesto parere, a parte la voluta carenza di infrastrutture e di agglomerazioni manifatturiere leggere che possono essere programmate e realizzate, oggi il danno più grande è la percezione psicologica di costante svantaggio e degrado che fa emigrare le giovani generazioni. Tutto ciò nonostante il meridione d’Italia e d’Europa sia la parte di territorio europeo con straordinarie ricchezze culturali, paesaggistiche, con intelligenze e capacità manifatturiere uniche nel mondo. La religione capitalista liberale che misura i valori mercantili e non morali, una volontà politica straniera (già francese e inglese) di distruggere la concorrente e potente economia meridionale, e la psico-programmazione degli individui secondo i dogmi materialisti dei liberal, hanno contribuito a far disprezzare l’identità storica della Magna Grecia, della Langobardia minor, e del Regno delle Due Sicilie ai meridionali stessi, convinti dai media di esser “terroni”, per dirla secondo le ignobili fantasie di un leghista qualunque. Una costante narrazione mediatica razzista presente nei network nazionali, e persino inserita nei testi scolastici (Risorgimento e brigantaggio) costruisce una falsa rappresentazione del meridione che influisce soprattutto nell’educazione degli abitanti del Sud. La menzogna criminale e razzista propugnata per decenni nei libri scolastici è stata che la cosiddetta questione meridionale, cioè le differenze economiche fra il Nord e il Sud d’Italia fossero presenti prima dell’Unità d’Italia. I primi ad aver creduto alle fandonie propugnate dai programmi scolastici dei Governi italiani sono stati, sia la classe dirigente meridionale e sia gli abitanti. In fine, cosa di non poco conto, è stata l’élite meridionale a peggiorare la condizione sociale ed economica delle comunità del Sud costruendo un sistema sociale forgiato sul vassallaggio a vantaggio di poche e selezionate famiglie imprenditoriali.

Solo in questi ultimi anni grazie al successo di testi popolari ben documentati con fatti storiografici mostrano quanto la narrazione storica scritta dai vinti abbia stravolto la realtà dei fatti per motivi economici e politici. E solo da alcuni anni sembra rinascere un desiderio di conoscenza e di partecipazione politica nel tentativo di scardinare il sistema sociale feudale dell’élite degenerata.

La guerra di annessione del Sud al Nord c’è stata, ma non può essere un alibi per non vedere il dramma dell’ignoranza funzionale degli italiani e della cattiva classe dirigente locale sostenuta da una generale apatia degli individui nei confronti della politica.

Il meridione può e deve diventare una rete di città connesse fra loro. Le politiche territoriali bioeconomiche sono in grado di valorizzare le risorse locali e sono la spinta culturale per impiegare un mix di nuove tecnologie che usano le risorse rinnovabili. Tutto ciò può essere ben fatto applicando progetti bioeconomici che interpretano correttamente l’uso razionale delle risorse sotto la guida dell’etica politica.

E’ necessario che le persone e la classe politica meridionale si rinnovi, cambi abbandonando i dogmi liberali che stanno depredando il meridione, oggi periferia economica dell’Europa. I Comuni stessi sono organizzazioni e istituzioni amministrative obsolete e inutili, eleggere direttamente un Sindaco e un Consiglio comunale non serve a nulla, poiché tali Enti non rappresentano più l’economia e l’identità dei territori. Una classe politica seria e capace deve avere il coraggio di riformare gli Enti locali guardando le aree funzionali dei sistemi locali e introducendo forme e strumenti efficaci di democrazia diretta e partecipativa. E’ necessario riorganizzare le amministrazioni osservando i sistemi locali e approvare piani intercomunali bioeconomici (bioregioni urbane) per favorire lo sviluppo umano e la creazione di agglomerazioni manifatturiere leggere e d’innovazione tecnologica e sociale. E’ questo l’approccio culturale per interpretare la realtà territoriale e l’economia odierna, ma oggi siamo sprovvisti di strutture amministrative e di istituzioni adeguate. Il mondo è cambiato, la società è cambiata regredendo e le istituzioni politiche sono rimaste quelle del Novecento mentre la condotta dell’élite è di tipo feudale. Le politiche neoliberali stanno distruggendo i nostri territori mentre le politiche bioeconomiche fanno l’opposto, restituendo autonomia, libertà e creando occupazione utile.

Il meridione e soprattutto i meridionali devono darsi delle opportunità, devono sperimentare, avere il coraggio di investire su stessi aggregando talenti da tutto il mondo. Il mondo accademico deve e può programmare attività di ricerca applicata bioeconomica che favorisce investimenti utili nella rigenerazione territoriale del patrimonio esistente. In questo modo si creano opportunità per chiunque progetti sul territorio utilizzando il paradigma bioeconomico. I cittadini stessi, con imprese e banche devono prendere in considerazione l’idea di sperimentare la rigenerazione urbana bioeconomica che si occupa della città costruita intervenendo nei quartieri ancora privi di servizi minimi, e degli edifici arrivati a fine ciclo vita tendendo presente gli impatti sociali e ambientali degli interventi programmati.

Unknown

Regioni come sistemi urbani, fonte immagine Treccani on-line.

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