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Archive for the ‘geografia urbana’ Category

La rigenerazione urbana è un argomento sempre più diffuso nei media, che riporta convegni e incontri pubblici sempre più frequenti. Anche la classe politica pone un’attenzione maggiore sulla rigenerazione urbana, che adotta norme e regole per rispondere agli indirizzi delle categorie che lavorano nella trasformazione urbana. Il legislatore subisce le pressioni maggiori dall’azione di lobbying dei costruttori, che intendono ridurre la crisi economica del proprio settore attraverso appositi strumenti tecnici e giuridici, sperando di favorire gli investimenti privati. Cos’è la rigenerazione urbana? Non esiste una definizione unica e chiara sulla rigenerazione urbana, e l’approccio più diffuso si concretizza nei processi di trasformazione urbana seguendo i desideri degli investitori, cioè creare profitto grazie alla famigerata rendita. Dal punto di vista urbanistico, la rigenerazione urbana nasce circa trent’anni fa nel mondo anglosassone, e si occupa di recuperare le aree interne alle città attraverso piani di trasformazione dell’esistente. La trasformazione dell’esistente non è un approccio nuovo, poiché concetti e processi di recupero e rinnovo urbano nascono negli anni post bellici, con l’obiettivo di ricostruire i centri storici e i quartieri distrutti dalla guerra. In quegli anni nascono i piani di ricostruzione ma le tecniche urbanistiche per la trasformazione nascono durante l’Ottocento, basti ricordare i diradamenti edilizi nei quartieri poveri, a Parigi, Londra, Napoli, Roma … La rigenerazione odierna non vuole “limitarsi” occupandosi dei centri storici, poiché la pianificazione urbana possiede strumenti e prassi mature ed efficaci per i nostri centri, oggi l’attenzione di pianificatori e progettisti si sposta nelle zone consolidate, per abbandonare le zone di espansione al fine di ridurre il consumo di suolo e aggiustare le periferie esistenti. Fino ad oggi, la prassi consolidata adottata dagli amministratori locali, nel recuperare le aree abbandonate, è stata quella di favorire la rendita dei privati che presentavano e presentano gli interventi di trasformazione urbana negli spazi rimasti vuoti, oppure in quelli periferici e abbandonati. Le conseguenze sociali, ambientali ed economiche di questa prassi è controversa, in numerosi interventi si sono avuti danni ambientali, e sociali, e persino fallimenti economici, mentre solo in alcuni casi c’è stata una vera rigenerazione urbana. Dal punto di vista della pianificazione urbana, anche nei casi in cui c’è stata una rigenerazione urbana, i piani presentati non si sono mai occupati degli edifici esistenti ove vivono le persone, e i nuovi volumi urbani immessi nel mercato hanno aumentato i carichi urbanistici senza occuparsi di problemi vecchi, lasciati insoluti. Un’altra conseguenza è stata la gentrificazione, cioè l’espulsione degli abitanti meno abbienti, sostituiti da ceti economicamente più forti. Il grande limite dei piani presentati è questo: non sono pensati per risolvere i problemi creati dalla speculazione edilizia, non si occupano del disordine urbano esistente, non operano trasferimenti di volumi per riequilibrare densità e recuperare standard in zone consolidate. Il disordine urbano della speculazione edilizia resta dov’è, e ancora oggi numerose zone consolidate, una volta periferie, non hanno gli standard minimi e non ci saranno mai, se non si ha il coraggio di demolire edifici abitati e spostare le persone in quartieri ben progettati applicando la corretta composizione urbana. La storia dell’urbanistica, se fosse nota a tutti, insegna che la classe dirigente negò agli italiani il diritto di vivere e crescere in città pianificate correttamente, poiché si cercò, fallendo, di realizzare un’efficace riforma urbanistica mettendo mano al cosiddetto regime dei suoli (vicenda Sullo, 1962). La maggior parte delle città italiane sono cresciute ma pianificate male, tant’è che in determinate aree urbane esiste il degrado e la disuguaglianza, proprio nei quartieri periferici, per assenza di corretta pianificazione urbana e assenza di qualità architettonica. In quegli anni, la classe dirigente politica scelse la teoria capitalista liberale per costruire la città, cioè applicò il principio del “lasciar fare al mercato”, ancora oggi è così. Il degrado attuale è lo specchio di quella scelta politica, espressione dell’egoismo della borghesia capitalista che ha intascato la rendita fondiaria e immobiliare, e tutt’oggi vive su questa rendita parassitaria ed esprime gli indirizzi dei piani edilizi adottati dalle maggioranze politiche degli Enti locali, oggi incapaci di capire l’urbanistica. La politica urbana neoliberale ha creato l’attuale corto circuito ambientale e sociale nelle nostre città, ed oggi una classe dirigente confusa e contraddittoria, dibatte di rigenerazione urbana per individuare e stimolare un nuovo ciclo economico capitalista attraverso nuovi strumenti normativi. E’ questo l’indirizzo dell’attuale mainstream: dibattere di rigenerazione urbana per orientare le scelte politiche e far sopravvivere la borghesia capitalista che ha costruito male le città. E’ possibile cambiare rotta? Certo, ma è necessario dibattere seriamente di pianificazione urbana, che si occupa di costruire diritti a tutti tutelando il territorio e il patrimonio. Urbanistica e architettura, scomparse da molti anni, si occupano di diritti e bellezza, ma la classe dirigente le usa per arricchirsi e non per altruismo. Architettura e urbanistica sono discipline altruistiche ma nell’epoca capitalista sono piegate ai capricci di chi pensa prima di tutto al profitto privato. Gli amministratori locali, lasciando fare al mercato, hanno creato e diffuso il nichilismo urbano per gestire potere e creare consenso politico. I piani edilizi, cioè non urbanistici, esprimono il nichilismo urbano che realizza le disuguaglianze, i danni ambientali, sottovaluta il rischio sismico e idrogeologico, e stimola la rabbia nelle periferie abbandonate, mentre la classe borghese si arricchisce a danno della collettività. La globalizzazione neoliberista che delocalizza le attività, con la competitività delle città globali che agglomera investimenti solo in determinate zone, e i piani edilizi neoliberali realizzati fra gli anni ’80 e l’inizio del millennio, hanno creato opportunità nelle aree centrali e innescato la crisi economica nel mondo delle costruzioni nelle aree periferiche. Ancora oggi, gli investimenti si concentrano solo in determinati Sistemi Locali europei, e solo in determinate città, favorendo l’aumento delle disuguaglianze. Le classi dirigenti locali, sembrano non comprendere queste dinamiche economiche, o si illudono di poter attrarre investimenti privati influenzando le istituzioni politiche. L’ambizione di questa classe borghese è avere nuovi strumenti normativi per migliorare i propri interessi con nuovi piani edilizi e non con piani urbanistici, quindi si desidera declinare la rigenerazione urbana stimolando un capitalismo urbano autoreferenziale, sottovalutando il fatto che le disuguaglianze economiche e sociali producono rabbia, e creano risposte politiche pericolose, e persino incostituzionali. Si tratta di un corto circuito vizioso poiché non esiste una classe dirigente culturalmente preparata alla crisi del capitalismo, e non si ha il coraggio di proporre nuovi paradigmi culturali, ad esempio la bioeconomia. L’urbanistica non si occupa di favorire le rendite della borghesia capitalista, ma di affrontare problemi con piani che attingono a valori precisi, nati dagli utopisti socialisti, durante l’Ottocento. Il rinnovo urbano nacque per dare risposte nelle città mentre l’industrialismo produceva danni ambientali, sanitari e sfruttamento dei lavoratori, oggi, come allora, viviamo in città degradate, meno inquinate ma molto più complesse e più grandi. La classe politica di oggi sottovaluta il fatto che i confini amministrativi attuali sono obsoleti e dannosi, e dà ascolto alle sirene dei costruttori anziché rispondere alla Costituzione e all’autorevolezza di pianificatori e progettisti. Le città italiane sono diventate aree urbane estese che vanno amministrate e pianificate interpretando il concetto di bioregione urbana estesa. Le attuali aree urbane estese interne ai Sistemi Locali del lavoro vanno governate da un unico piano regolatore generale di tipo bioeconomico. In tal senso, è necessario realizzare un cambiamento di scala, e infine attuare piani bioeconomici nelle zone consolidate osservando le criticità lasciate insolute sin dagli anni ‘60. Questi problemi – sprawl urbano, rischio sismico, aree urbane estese e assenza di pianificazione, disordine e carenza di standard, disuguaglianze – sono noti nelle accademie che hanno pubblicato molta letteratura, ma sono appositamente trascurati da media, politici e lobbisti con la conseguenza che l’opinione pubblica è completamente all’oscuro delle reali criticità dell’urbanistica italiana, e così le persone sono facilmente manipolabili dagli opinion maker che assecondano i desideri dei politici locali: il famigerato fenomeno degli archi star e le lottizzazioni speculative legate al mondo off-shore.

A distanza di pochi giorni si sono svolti due eventi pubblici sulla rigenerazione urbana: uno al Senato il 27 novembre 2018, e l’altro a Salerno il 30 novembre e il 1 dicembre 2018. Il primo è promosso dal Centro Studi Sogeea, cioè una società che si occupa di investimenti immobiliari, che pubblica il “Primo rapporto sulla rigenerazione urbana in Italia”. Nel Rapporto si stima che “il potenziale indotto economico di una estesa e capillare campagna di rigenerazione urbana sul territorio italiano sia, per la precisione, 327.986.751.765 euro; la cifra si ricava dalla somma del valore delle opere da realizzare, pari a 310.537.447.415 euro, e degli oneri concessori da corrispondere alla pubblica amministrazione, quantificabili in 17.449.304.350 euro.  L’altro convegno dal titolo “Riqualificare le città”, è stato promosso dall’ANCE Salerno, cioè i costruttori. Nel contesto locale salernitano, accade che gli operatori chiedono alle istituzioni politiche, la Regione Campania, nuove norme per contrastare la crisi immobiliare favorendo una rigenerazione urbana dal loro punto di vista.

Cos’è la rigenerazione urbana bioeconomica? La migliore risposta economica alla crisi del settore edile è quella suggerita dalla bioeconomia, perché osserva le città come fossero sistemi metabolici, e questo consente di evitare gli sprechi. La bioeconomia ripensa completamente la produzione capitalista, tant’è che alcune aziende hanno già avviato un proprio cambiamento interno ai processi produttivi. La rigenerazione bioeconomica è un miglioramento perché orienta tutti i processi secondo le leggi della natura favorendo l’efficienza, e questo atteggiamento ha insito in sé un approccio di responsabilità sociale. Dal punto di vista economico-finanziario, un piano di rigenerazione bioeconomica è ben equilibrato, ed ha la virtù di indirizzare la rendita verso la responsabilità sociale, ambientale del luogo da trasformare; cioè l’intervento che migliora la città è coordinato rispetto ai problemi da rimuovere e risponde ai bisogni reali degli abitanti, crea servizi e opportunità per la comunità. In determinati paesi la rendita immobiliare è tassata, e controllata molto meglio per evitare le speculazioni recuperando il plusvalore generato dal progetto di trasformazione urbana. Uno degli obiettivi più noti della bioeconomia è l’uso razionale dell’energia, e questo significa che il progetto tende all’auto sufficienza, oltre che al riciclo totale e la mobilità intelligente. Dal punto di vista dell’urbanistica, pianificatori e progettisti possono coniugare la corretta composizione, ad esempio la famosa e nota cellula urbana che realizza città a misura d’uomo, con le nuove tecnologie. Le aree urbane sono sistemi di flussi, con ingressi e uscite, e il concetto di analisi del ciclo vita, già applicato in edilizia, può essere esteso e applicato ai territori coniugando responsabilità sociale e ambientale. Contrariamente a quanto si è fatto finora, non potrà essere il mercato e la rendita a proporre piani edilizi ma lo Stato, tornando a essere garante e coordinatore attraverso i propri Enti locali, dovrà stimolare il dialogo fra cittadini e pianificatori, progettisti, in percorsi di pianificazione partecipata, town meeting, e favorire la nascita di piani regolatori bioeconomici per aggiustare le città e riequilibrare il rapporto fra città e campagna, fra uomo e natura. Ad esempio, le attuali disuguaglianze sociali ed economiche nelle città si possono affrontare con piani che analizzano la realtà urbana, ed è l’analisi il progetto di rigenerazione poiché da questa si evidenziano le carenze, i bisogni sociali, il degrado, e di conseguenza le soluzioni con scenari progettuali scelti insieme alla cittadinanza. E’ in questo processo di conoscenza dei luoghi che nascono le soluzioni che producono nuova e utile occupazione poiché si parte dall’identità dei territori. Nel caso salernitano, è necessario avere un piano per 11 comuni con una superficie di 272  Km2.

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La Storia, se fosse studiata seriamente, ci insegna che allo sviluppo del capitalismo moderno e ai numerosi danni sociali e ambientali che ha creato, provò a contrapporsi l’ideologia socialista. Prima Marx riuscì a spiegare egregiamente come la borghesia sfruttava le persone, favorendo la nascita della cosiddetta coscienza di classe, e poi le organizzazioni sindacali riuscirono a proporre diritti per tutti i lavoratori. Nacquero i partiti, socialista e comunista, al fine di realizzare un socialismo reale e la Storia ci insegna che il capitalismo ha stravinto eliminando persino i partiti di sinistra. Oggi le disuguaglianze sono aumentate, i padroni guadagnano e sfruttano la schiavitù più di prima, e i danni ambientali sono aumentati fino ad eliminare alcune specie viventi dal pianeta. I casi di sfruttamento sono abbastanza noti, da Uber, Amazon, (la gig economy, cioè lavoretti a comando) ad Apple, fino alle professioni intellettuali e ai servizi pubblici. Ho già scritto da molto tempo che il capitalismo neoliberista ha rifeudalizzato la società, poiché le relazioni sono di vassallaggio (neofeudalesimo o libertà). Oggi esiste persino l’Unione europea, un’organizzazione non democratica che ha assunto l’ideologia neoliberista come dogma per consolidare il libero mercato delle multinazionali. Dovrebbe essere noto che per ridurre le disuguaglianze è necessario che uno Stato sia sovrano, cioè abbia i poteri per agire sulle politiche monetarie e industriali, oltre che tassare i ricchi per ridistribuire ai poveri. Mentre USA, Russia e Cina sono stati sovrani proprio perché determinano le proprie politiche monetarie e industriali; invece l’UE è un aggregato disorganizzato e competitivo di Stati che si fanno concorrenza fra loro, e dove gli stessi cedono sovranità per mettersi nelle mani avide del mercato. Nel 2018, tutti i soggetti politici, almeno in Italia, sono favorevoli all’ideologia liberale e neoliberista, e dal 1989 in poi gli italiani non hanno più avuto la possibilità di votare per un partito comunista. Nell’epoca chiamata post ideologica, in realtà esiste solo un’ideologia: il capitalismo! Il pensiero politico socialista esiste solo nel mondo accademico e nella storia, mentre ogni tanto, questa filosofia politica si ripresenta in qualche pensatoio politico, al fine di “correggere” le storture del capitalismo che aumentano le disuguaglianze, ma non esiste un soggetto politico di massa capace di esprimere una classe dirigente adeguata alle sfide del presente e del futuro. Imprese e liberisti proliferano indisturbati accelerando i drammi sociali di alcune aree geografiche, e per quanto riguarda l’Italia, il dramma si concentra nel meridione.

Nel periodo in cui il capitalismo ha scelto l’Asia come luogo di produzione mondiale, le agglomerazioni urbane occidentali diventano soprattutto terziarie con alcune aree rimaste industriali, queste si trovano nel Sud della Germania, nella Catalogna, nel Nord della Francia (Ile-de-France) e in alcuni porti europei come Marsiglia e Rotterdam. Parigi e Londra sono città globali, scelte dalla grande finanzia speculativa. In Italia, la sola Lombardia, come la Catalogna in Spagna, è capace di tirare l’economia nazionale. E’ in questi spazi che troviamo le città regione, capaci di produrre accumulazione capitalista. La concentrazione industriale italiana si localizza soprattutto in pianura padana, iper infrastrutturata. Questi sono i luoghi della tradizione industriale borghese novecentesca, mentre negli anni più recenti, il neoliberismo ha scelto Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Albania poiché anche nei territori ex comunisti, oggi i Governi compiono scelte neoliberiste per attrarre le multinazionali consentendo loro di pagare poche tasse e bassi costi salariali. All’interno dell’euro zona, il capitalismo favorisce le disuguaglianze fiscali fra Stati e la concorrenza salariale, creando luoghi che amplificano lo sfruttamento delle persone per l’accumulazione capitalista, come le famigerate zone economiche speciali. Si tratta di una contraddizione tipica del capitalismo, poiché questo meccanismo distrugge lo Stato democratico. Osservando i rapporti ISTAT sulle disuguaglianze geografiche, emerge un dato importante, e cioè la ricchezza si concentra nei grandi centri urbani coi propri Sistemi Locali del Lavoro, e fra i grandi centri c’è un’enorme differenza di ricchezza, ad esempio grandi differenze fra Milano, Napoli e Palermo. In questi giorni si presenta pubblicamente anche un forum sulle disuguaglianze col fine di suggerire pratiche politiche concrete per ridurle. Il forum spiega cosa siano le disuguaglianze economiche (disparità nei redditi); le disuguaglianze sociali (disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi) e le disuguaglianze di riconoscimento (la collettività che non riconosce ruoli, valori e aspirazioni della persona), e dove si localizzano. Tutte queste disuguaglianze sono assai elevate e sono aumentate negli ultimi trent’anni. Queste disuguaglianze hanno una forte dimensione territoriale, rappresentano l’ingiustizia sociale, e sono alla base degli effetti negativi del Paese favorendo paure, rabbia e risentimenti. Nonostante la Costituzione repubblicana indichi proprio l’eliminazione degli ostacoli di ordine economico, la classe dirigente politica degli ultimi trent’anni non ha prodotto adeguati piani industriali e sociali, anzi ha scelto la strada opposta favorendo i famigerati piani strutturali neoliberisti.

Per quanto riguarda la disuguaglianza di ricchezza privata, una nuova ricerca che utilizza dati fiscali mostra che la quota di ricchezza netta personale detenuta dal percentile più ricco della popolazione adulta (top 1%) è cresciuta in Italia da circa il 16% nel 1995 al oltre il 25% nel 2014. Straordinario appare, a partire dal 2008 (sempre fino al 2014), l’aumento di concentrazione di ricchezza dei 5000 individui più ricchi: da circa il 2% a circa il 10% della ricchezza privata del paese. Una quota doppia, oggi, di quella (circa 5%) posseduta dalla metà più povera della popolazione. Anche in questo caso risalta lo svantaggio delle donne: in media la loro ricchezza è inferiore del 25% a quella degli uomini.

ISTAT povertà assoluta giu 2018

ISTAT, La povertà in Italia, 26 giugno 2018.

Secondo l’ISTAT, in Campania la grave deprivazione materiale passa dal 17,5% del 2004 (già molto alta) al 25,9% del 2016; in Sicilia passa dal 16,5% del 2004 al 26,1% del 2016. Un piano industriale basato sulla riduzione delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento ha come effetto doppio sia la riduzione della disoccupazione e sia l’aumento della qualità della vita. Possiamo osservare e riconoscere che l’interesse a individuare le disuguaglianze è un ritorno alle politiche socialiste. Nell’Ottocento gli utopisti socialisti, avevano già evidenziato l’importanza strategica dell’educazione per favorire lo sviluppo umano, e la successiva pianificazione urbanistica nacque per costruire servizi minimi a tutti i cittadini. Le aree urbane più svantaggiate sono quelle che hanno rinunciato alla corretta pianificazione urbana per favorire gli interessi speculativi della borghesia liberale, tant’è che in questi contesti troviamo le più alte disuguaglianze sociali poiché, o non c’è accesso ai servizi, o addirittura non esistono i servizi fondamentali. Ad esempio, è noto che alcuni indicatori fondamentali sono: posti letto nei presidi residenziali socio-sanitari e assistenziali; le infrastrutture; la copertura di banda larga e il tempo dedicato agli spostamenti per raggiungere il servizio. Altri indicatori sono legati al paesaggio e all’ambiente, come il patrimonio culturale; la specializzazione produttiva del territorio e la qualità dell’urbanizzazione (cioè la morfologia urbana). Un corretto piano di rigenerazione parte proprio dall’analisi dei tessuti urbani esistenti. Con questo approccio inneschiamo un processo virtuoso che crea nuova occupazione ma sono necessarie scelte e azioni politiche, figlie di una nuova cultura politica, bioeconomica. Prima di tutto, un’analisi seria sui territori e le loro peculiarità da valorizzare, infine le istituzioni politiche con i centri di ricerca, devono investire in progetti finalizzati a produrre servizi mancanti, innovazioni e riaprire determinate produzioni poiché indispensabili, come la meccatronica e altre attività di manifattura leggera. Si tratta di riterritorializzare attività e funzioni specifiche per i territori, quindi nuove funzioni, e poi riaprire attività spostate in altri Paesi. Nei territori ove è alto il tasso di disoccupazione, è necessario aprire attività culturali di base, e luoghi di studio e ricerca per consentire agli abitanti di partecipare al processo di riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche. Ad esempio la diffusione capillare di biblioteche di quartiere e luoghi di ricerca, per favorire studenti e professionisti. Si tratta di luoghi specifici che favoriscono l’aggregazione delle persone (“cluster”). Le istituzioni politiche devono pianificare la costruzione di queste strutture perché attraverso il dialogo e la creatività possiamo creare nuova occupazione utile, coinvolgendo anche gli abitanti e nelle trasformazioni urbanistiche rigenerative.

ISTAT BES 2017 indici e ripartizione geografica

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In diversi appunti pubblicati su questo diario on-line, ho più volte espresso idee sul governo del territorio e la necessità di adottare un’unica agenda urbana bioeconomica. L’anno scorso, l’ISTAT pubblica un interessante documento per aggiornare i dati sull’urbanizzazione presente in Italia, e in generale per riconoscere la trasformazione dell’armatura urbana italiana, ormai consolidata, ma non governata. Anche il nostro istituto di statistica riconosce la necessità di una visione sulle nostre aree urbane, e denuncia l’assenza di un’agenda urbana italiana, mentre altri Paesi e organizzazioni discutono e propongono specifiche soluzioni su temi generali legati alle città. Dovrebbe apparire evidente che questa inerzia delle istituzioni politiche produce danni, mentre si ha l’impressione che l’idea dei nostri politici sul governo del territorio, sia la totale deregolamentazione a favore dell’ideologia neoliberale che applica la mercificazione di ogni cosa, e privatizza i processi decisionali politici per favorire gli interessi delle imprese private e degli investitori. Dal punto di vista del territorio, cosa significa urbanizzare e quali sono gli effetti? Le istituzioni politiche italiane smettono di pianificare l’economia e sottovalutano il governo del territorio favorendo le disuguaglianze di reddito, sociali e di riconoscimento, e infine trascurano un’efficace manutenzione dell’ambiente costruito lasciando che l’incuria faccia insorgere danni e morti, oltreché chiudere gli occhi sul famigerato fenomeno criminale dell’abusivismo edilizio. Nel corso dei decenni, la maggioranza degli amministratori ha adottato una condotta politica contra legem: non prendersi le responsabilità delle proprie scelte deregolamentando i processi, cioè Sindaci e Consiglieri lasciano fare ai soggetti privati, i quali sono ben lieti di influenzare le scelte di localizzazione e persino gli indici urbanistici. Questo aspetto è notoriamente fuori legge perché di competenza dei Comuni obbligati a fare gli interessi generali. La maggior parte dei Consigli regionali e comunali “affrontano” la manutenzione degli agglomerati urbani con logiche speculative sottovalutando la realtà dei problemi quali: il ciclo vita degli edifici, il rischio idrogeologico, il rischio sismico, il consumo di suolo agricolo, il degrado urbano in taluni quartieri e la povertà presente in determinate periferie con i noti fenomeni di criminalità. Una priorità politica dunque, è la riduzione delle disuguaglianze, e queste si concentrano sia nelle aree metropolitane e sia nei sistemi rurali in abbandono. L’aspetto contraddittorio è che, mentre le aree urbane concentrano ricchezza, questa non è affatto ridistribuita, pertanto esistono quartieri della marginalità con grandi problemi di inclusione sociale. Nel paradigma capitalista, le aree rurali non riescono a generare ricchezza come quelle urbane, e sono toccate dal fenomeno dell’abbandono. Entrambi gli ambiti territoriali – urbani e rurali – sono toccati dalla marginalità, dal disagio economico, e dalla vulnerabilità sociale e materiale. Il 33,8% (3,2 milioni) degli abitanti nelle aree urbane vive in uno stato potenziale di disagio economico. La maggior parte della popolazione italiana è si concentrata nelle aree urbane, e l’ISTAT ha individuato 611 Sistemi Locali, si tratta di sistemi urbani e funzionali rispetto al lavoro che hanno generato nuove forme urbane estese e frammentate. In queste nuove città troviamo sia il disordine urbano e sia veri e propri vuoti urbani. I Sistemi Locali principali  sono 21 (Roma, Milano, Napoli, Torino …); le città di media grandezza sono presenti in 86 Sistemi Locali, ed il resto, è rappresentato da 504 Sistemi delle aree rurali che sono sempre più abbandonate favorendo l’aumento del rischio idrogeologico. I Sistemi locali poi si dividono in attrattivi e perdenti (che cedono abitanti), mentre in quelli metropolitani e in quelli perdenti troviamo le disuguaglianze di riconoscimento che sono in aumento grazie alle politiche globali neoliberali. In questi contesti difficili, le persone escluse hanno sfiducia nelle istituzioni, e si sviluppano movimenti politici autoritari e intolleranti. Nei luoghi della marginalità, cioè i non luoghi, le persone escluse reagiscono anche con stili di vita illegali, ed è in questi contesti che la micro criminalità mette radici. Decenni di politiche neoliberaliste hanno prodotto tali problemi poiché è venuto meno il mandato costituzionale che chiede di costruire uno Stato sociale. Il ceto politico è del tutto autoreferenziale e conservativo dello status quo a trazione capitalista, ed a partire dagli anni ’80 ha smesso di promuovere politiche pubbliche socialiste. Questo ceto élitario non ha una visione culturale come la pianificazione bioeconomica per i Sistemi Locali, perché preferisce l’approccio liberista che oggi applica lo slogan dell’economia della conoscenza. Gli amministratori locali adottano politiche urbane inseguendo lo slogan liberista – l’economia della conoscenza – ma questo alimenta disuguaglianze fra i vari Sistemi Locali, poiché favorisce la concentrazione dei capitali presso i centri principali e le cosiddette città globali. Si tratta di un approccio più competitivo, e questa scelta ha innescato l’aumentato delle disuguaglianze economiche fra i territori e una nuova crescita dei flussi migratori, cioè abitanti che si spostano per cercare lavoro dal Sud al Nord. Il passaggio dall’economia pianificata all’economia liberista ha messo da parte la pianificazione, favorendo attività che generano rendite e speculazioni edilizie. E’ storia che nel 1962, il legislatore scelse di ignorare la famosa proposta di Fiorentino Sullo che riformava il regime dei suoli per consentire, finalmente, allo Stato di applicare l’interesse generale, come già facevano i paesi scandinavi, Olanda, Germania e Inghilterra. Una testimonianza drammatica della linea neoliberale è la recente approvazione della nuova legge urbanistica in Emilia Romagna, che ha profili di illegittimità poiché contra legem (avversa ai principi della legge urbanistica nazionale) e persino incostituzionale. Mentre il ceto politico italiano sottovaluta i temi urbani o addirittura strumentalizza i problemi del degrado urbano con Commissioni ad hoc; da decenni, nei Consigli  degli Enti locali si è affermata la consuetudine nel rinunciare alla pianificazione urbanistica anziché applicare la Costituzione. Accade che gli attori privati sono invitati a fare i propri interessi stimolando processi di accumulazione del capitale, ma a danno della collettività, sia perché si adottano trasformazioni del territorio espressione delle speculazione edilizia, e sia perché tali processi avviano fenomeni degenerativi come la gentrificazione, oltre il consumo di suolo agricolo e lo sprawl. In buona sostanza la maggioranza dei comuni italiani non adotta piani urbanistici ma piani edilizi, la differenza è sostanziale si tratta di scelte politiche che ignorano i problemi delle città per favorire gli interessi speculativi.

Osservando il nostro territorio, e soprattutto le strutture urbane, oggi sappiamo che non esistono più le città che tutti noi consideriamo, ma esistono nuove città costituite da comuni centroidi saldati alle loro conurbazioni. Il problema amministrativo è che tali strutture urbane non sono governate da un unico comune, ma dai comuni costituiti dal centroide e dagli altri limitrofi. Infine, il problema culturale del ceto politico che non adotta piani regolatori generali bioeconomici capaci di vedere le strutture urbane come sistemi metabolici, e i suoi territori come bio regioni urbane, secondo le indicazioni della scuola territorialista; ma si continua a stimolare sia il consumo di suolo con la dispersione urbana e sia l’aumentano dei carichi urbanistici anche negli spazi dove non è affatto necessario, tutto ciò perché è sparita l’urbanistica.

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ISTAT popolazione per tipologia di località abitativa

ISTAT, 2017

L’urbanizzazione viene in genere definita principalmente in relazione a due categorie interpretative: da un lato quella demografica, legata a fenomeni quali l’aumento della popolazione nella aree definite urbane e la proportion urban, dall’altro quella territoriale, basata su indicatori quali il consumo di suolo, la diffusione e la concentrazione. Su queste due direttrici si e sviluppato gran parte del dibattito teorico che, nel tempo, ha cercato di definire, misurare e interpretare le dinamiche dell’urbanizzazione, dando luogo alle diverse accezioni con cui viene descritto l’urbano. Sebbene questa impostazione sia in fase di superamento, spesso l’urbanizzazione è stata associata al processo di trasformazione del territorio da rurale a urbano, allo sviluppo dei centri abitati e alla concentrazione della popolazione nelle aree urbane. Il tasso di urbanizzazione infatti si può misurare calcolando il rapporto tra popolazione urbana e popolazione rurale, anche se va distinto dalla crescita urbana (urban growth), che invece si riferisce solo alla crescita demografica della popolazione che risiede in aree urbane, e non all’espansione fisica. Il grande interesse nei confronti dell’urbanizzazione e, più in generale, dell’urbanità, è dovuto alle dimensioni del fenomeno su scala globale, dato che il 50 percento della popolazione vive nelle città e il trend è in costante crescita. Si prevede infatti che da adesso al 2030 ci saranno più di 41 mega-city (città con più di 10 milioni di abitanti) e che il 64 percento della popolazione mondiale vivrà in aree urbane nel 2050 (Un 2015). Praticamente si assisterà a un totale ribaltamento delle proporzioni rispetto al 1950, quando la popolazione urbana costituiva un terzo di quella globale.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia.

A partire dagli anni ’70, prima, le imprese multinazionali, in accordo con i Governi, hanno avviato quella che oggi chiamiamo globalizzazione neoliberale, cioè un’evoluzione del capitalismo. Nuove agglomerazioni industriali in zone economiche speciali furono individuate in Asia per aumentare i margini attraverso la schiavitù. Negli anni ’80 si aggiunse la deregolamentazione finanziaria e la proliferazione delle aree cosiddette off-shore per non pagare tasse agli Stati. Oggi, grazie all’informatica e alle speculazioni finanziarie, talune imprese accumulano più capitali attraverso il loro valore fittizio rispetto alle imprese che trasformano e vendono merci (old economy). Mentre accade ciò, in Oriente, si sono sviluppati i tradizionali processi di urbanizzazione che hanno favorito lo spostamento della popolazione, dalle aree agricole verso le città, e si sono innescati i processi di accumulazione del capitale grazie alle nuove agglomerazioni industriali. Mentre l’Asia diventava l’industria del mondo, ovviamente si sviluppavano ripercussioni economiche e sociali in Occidente, che si manifestavano attraverso lo svuotamento delle ormai ex aree industriali e produttive, lasciando una miriade di capannoni vuoti e l’aumento della disoccupazione. Le città abituate al capitalismo urbano perdevano i loro introiti, e sostanzialmente falliscono. Nell’euro zona dotata di regole abbastanza stupide, il fallimento è stato indotto e accelerato così da minare le certezze dello Stato sociale, ormai ridotto all’osso. Lo schema si caratterizza per disuguaglianze e sottosviluppo: i Paesi “centrali” pianificano agglomerazioni industriali, quelli “periferici” cedono attività. Negli USA, paese centrale, i fallimenti sono contrastati dallo Stato centrale attraverso investimenti diretti. In Italia, i Consigli comunali e le Regioni, inseguendo la religione capitalista, hanno creduto di poter riempire quel vuoto economico e sociale accelerando la privatizzazione di tutti i processi politici, compresa l’edilizia, e cancellando la pianificazione territoriale e urbanistica. In questo modo, la classe dirigente ha aumentato i disagi sociali ed economici poiché, com’era prevedibile, gli interessi privati di alcune categorie sociali hanno prevalso a danno della collettività. Le trasformazioni urbanistiche organizzate da piani edilizi adottati dai politici locali hanno innescato processi di gentrificazione, cioè di espulsione dei ceti meno abbienti dai centri per confinarli nei comuni limitrofi, ove sono minori i costi dell’abitare. La rendita è l’incentivo economico utilizzato dalla classe dirigente occidentale per cercare di riempire quel vuoto lasciato dalla globalizzazione neoliberale. Lasciando la politica al capitalismo, tutto si è trasformato in merce, ed è accaduto che l’interesse generale fosse completamente cancellato. La democrazia rappresentativa non c’è più, mentre è emerso e si è consolidato un sistema politico neofeudale. I diritti delle persone non sono rispettati. In questo sistema ormai consolidato esistono solo vantaggi economici per poche persone mentre i problemi, non solo restano, ma si amplificano: dispersione urbana, rischio sismico e idrogeologico, ciclo di vita degli edifici, inquietudine urbana, servizi mancanti, inquinamento e consumo di suolo, disuguaglianze crescenti e povertà che minano l’istituzione familiare, resa più fragile, e svuotata d’identità e tradizioni.

In Occidente, il capitalismo ha trasformato le strutture urbane mostrando un fenomeno nuovo. La contrazione delle città non si è tradotta in un ritorno alla campagna ma ha favorito la costituzione di “città regioni”, “città di città”, crescita delle aree metropolitane, e costituzione di nuove aree urbane, cioè nuove “città estese” costituite da comuni centroidi e le loro conurbazioni. Le nuove “città estese” rappresentano le nuove strutture urbane italiane governate dai vecchi confini amministrativi ormai obsoleti e dannosi. La risposta politica agli effetti perversi e negativi del neoliberismo è la territorializzazione delle attività adottando politiche bioeconomiche, poiché stimolano attività virtuose e sostenibili. Attraverso la bioeconomia, le città sono viste come sistemi metabolici, e ciò consente di osservare e misurare i flussi in ingresso e in uscita per eliminare gli sprechi e chiudere i cicli naturali, di fatto annullando l’inquinamento. L’avvio di questo processo e la realizzazione di questo approccio produce nuova occupazione. Un piano bioeconomico produce enormi benefici poiché opera sul recupero dei centri storici e sulla rigenerazione delle zone consolidate, eliminando quelle espansive, mentre le nuove tecnologie, ormai mature, producono risultati immediati per l’energia, il cibo e la mobilità. La valutazione del piano da priorità agli aspetti sociali ed ambientali, e il processo stimola la partecipazione attiva degli abitanti. E’ necessario un cambio di scala territoriale e amministrativo per favorire l’adozione di piani urbanistici bioeconomici e la programmazione di politiche nazionali bioeconomiche attraverso il Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane (CIPU). Il CIPU dovrebbe essere la cabina di regia per controllare i piani regolatori generali bioeconomici delle nuove città estese, al fine di garantire un rinascimento finalizzato allo sviluppo umano e alla tutela dell’ambiente, e non più al mero profitto economico, all’inutile accumulo.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001

ISTAT, grado urbanizzazione delle aree urbane.

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Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

La struttura urbana salernitana, fonte immagine Ptcp 2012.

Nei miei interventi precedenti ho avuto modo di accennare alla necessità di un salto culturale per approdare sul piano bioeconomico, capace di interpretare il territorio e le città come bioregioni urbane e creare occupazione utile attraverso processi di territorializzazione delle produzioni locali e l’uso razionale del territorio sviluppando processi di auto coscienza dei luoghi, come insegna la scuola territorialista. Da circa un paio di decenni, Salerno non è più la città amministrata dal Consiglio comunale del capoluogo, ma è una struttura urbana costituita da ben 11 comuni con una popolazione di circa 300 mila abitanti su una superficie di 272,4 Km2 (Salerno, Vietri, Pontecagnano F., Bellizzi, Battipaglia, San Mango Piemonte, Castiglione dei Genovesi, Pellezzano, Baronissi, Mercato San Severino, e Fisciano). Questa struttura urbana è interna al Sistema Locale del Lavoro (SLL) salernitano costituito da 22 comuni con circa 500 mila abitanti, poi riclassificato dall’ISTAT in 17 comuni. Sono questi i territori urbani e funzionali, con attività e dimensioni che vanno governate, o realizzando un cambia scala costituendo un unico comune, o con piani urbanistici intercomunali bioeconomici capaci di interpretare l’attuale struttura urbana come un unico sistema metabolico, riducendo gli sprechi e adottando piani attuativi conservativi, cioè di recupero e rigenerazione urbana. La Regione Campania dovrebbe rinnovare la propria legislazione urbanistica per introdurre la rigenerazione urbana bioeconomia e approvare un piano territoriale paesaggistico regionale figlio della scuola territorialista. Tali atti normativi sarebbero capaci di favorire un’evoluzione culturale utile allo sviluppo umano, per tutelare la nostra ricchezza costituita dal patrimonio storico culturale e ambientale. Si tratta di scelte politiche capaci di creare occupazione utile e aggredire il drammatico tasso di disoccupazione (Campania 19,8%, Provincia di Salerno 16,6%) riducendo le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Due Regioni italiane hanno già approvato piani paesaggistici figli della scuola territorialista, la Toscana e la Puglia, mentre da alcuni anni la letteratura urbanistica mostra i cambiamenti delle nostre città, trasformate in aree urbane estese. Salerno non sfugge a questo cambiamento ed è necessario che le istituzioni politiche abbiano il coraggio di riformarsi e adottare strumenti urbanistici adeguati, al fine di governare i processi di agglomerazione, decentramento, e pianificare la rigenerazione dei tessuti urbani esistenti. L’implosione del capitalismo e le delocalizzazioni industriali che hanno innescato l’aumento della disoccupazione, il degrado territoriale e un’economia dipendente dagli idrocarburi, sono elementi che dovrebbero far riflettere e accelerare l’avvento delle politiche urbane bioeconomiche.

Nella città estesa salernitana sono leggibili i problemi ambientali, sociali ed economici che richiedono un approccio più efficace al fine di essere governati e affrontati, e per farlo è necessario un cambio di scala delle istituzioni, transitando da 11 Comuni a un solo Comune. Ciò costituirebbe un vantaggio politico straordinario. Sono altresì leggibili problemi quali: la dispersione urbana (lo sprawl) sia nella conurbazione Nord della valle dell’Irno, e sia nella conurbazione Sud verso Battipaglia. Entrambe le conurbazioni mal governate hanno consumato suolo agricolo favorendo l’aumento dell’inquinamento atmosferico e l’inquietudine urbana che danneggia particolarmente anziani, giovani e ceti meno abbienti. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Questa contraddizione, costituita dall’aumento di agglomerazioni commerciali e l’alto tasso di disoccupazione, spiega in parte come le classi dirigenti politiche non siano state capaci di affrontare i problemi sociali ed economici dell’area salernitana. Com’è noto, la scelta delle imprese private di delocalizzare le produzioni, coltivando il neoliberismo, lascia numerosi vuoti urbani che potrebbero essere riutilizzati e trasformati. Tali processi andrebbero affrontati con l’approccio bioeconomico che parte dall’analisi dell’esistente per intervenire sui suoli già urbanizzati, e ponendo priorità su obiettivi sociali e ambientali, anziché inseguire l’avidità dei privati innescata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul piano bioeconomico il motore dell’economica è la cultura.

Indicazioni progettuali del paradigma territorialista:

La bioregione urbana è il riferimento concettuale appropriato per un progetto di territorio che intenda trattare in modo integrato le componenti economiche (riferite al sistema locale territoriale), politiche (autogoverno dei luoghi di vita e di produzione) ambientali (ecosistema territoriale) e dell’abitare (luoghi funzionali e di vita di un insieme di città, borghi e villaggi) di un sistema socio-territoriale che persegue un equilibrio co-evolutivo fra insediamento umano e ambiente, ristabilendo in forme nuove le relazioni di lunga durata fra città e campagna, verso l’equità territoriale. La dimensione territoriale della bioregione urbana non è predefinita. Essa dipende, in ogni contesto, dalle modalità specifiche con cui vengono soddisfatte le quattro componenti che la identificano e dalla complessità degli ambienti fisici necessari ad integrarne sinergicamente il funzionamento. […] Per incardinare il progetto di territorio sul concetto di bioregione, abbiamo reinterpretato in particolare i principi geddesiani che connotano il concetto stesso: (a) affermare il principio di co-evoluzione fra luogo (place), lavoro (work), abitanti (folk); (b) valorizzare la peculiarità e l’unicità identitaria (uniqueness) di ogni regione e di ogni città; (c) mettere in atto analisi di lunga durata (reliefs and contours) per scoprire le relazioni coevolutive (naturali e culturali) ‘al lavoro’ in ogni regione; (d) evidenziare i principi coevolutivi di lunga durata che promanano da queste relazioni (Regional Origins) come guida per scoprire le regole invarianti (genetiche e di trasformazione) che consentono nel tempo la riproduzione dei caratteri identitari della ‘bioregione’. Il concetto di “co-evoluzione” (che si richiama alle nostre elaborazioni metodologiche sui processi di territorializzazione di lunga durata, v. Magnaghi 2001) sottrae il concetto di bioregione alle possibili derive deterministiche che fanno dipendere l’insediamento umano dalle configurazioni ambientali (presenti ad esempio nelle concezioni analogiche della “città come organismo” della Scuola di Chicago, di cultura spenceriana); il processo coevolutivo interpreta le regole ambientali attraverso la médiance culturale propria di ogni civiltà (Berque 2000), per cui il ‘luogo’ non è né natura né cultura, ma il frutto di una relazione dinamica fra queste componenti (Alberto Magnaghi, La regola e il progetto, un approccio bioregionalista alla pianificazione territoriale, “Il progetto della bioregione urbana”, FUP, 2014).

Attraverso il metodo comparativo, l’analisi morfotipologica individua induttivamente conformazioni territoriali consolidate e specifiche, esito del lungo processo di territorializzazione, che successivamente raccoglie in tipologie. Per individuare le ragioni delle morfotipologie territoriali e soprattutto le regole costitutive e di trasformazione che hanno garantito nel tempo la conservazione e l’evoluzione tipologica, è necessario affrontare un’analisi strutturale in prospettiva storica che ci restituisca la descrizione delle regole, operabili nel presente per i progetti di trasformazione territoriale. Il nostro lavoro di urbanisti si è approcciato alla descrizione della lunga durata storica tramite analisi e la rappresentazioni storico-strutturale dei processi di territorializzazione, avvalendosi degli studi sul processo geografico di Territorializzazione, deterritorializzazione e riterritorializzazione (Raffestin 1984, Turco 1984, Magnaghi 2001, Poli 1999 e 2005). Tali studi, applicati a porzioni ampie di territorio, sono stati reinterpretati in funzione della rappresentazione cartografica di sezioni storiche del processo Tdr per individuarne le invarianti strutturali, quali regole costitutive che sono rimaste stabili nel tempo lungo, da cui trarre le regole generative per la manutenzione del territorio (Daniela Poli, “Processi storici e forme della rappresentazione identitaria del territorio”, in Scienze del Territorio N.5/2017, pag. 45).

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ISPRA consumo di suolo Campania 01

Fonte immagine ISPRA, 2017.

L’ISPRA pubblica il rapporto 2017 sul consumo di suolo agricolo, e i dati non sono affatto confortanti poiché mostrano un peggioramento nel territorio italiano. Chi ha la responsabilità politica di questa distruzione? Sindaci e Consiglieri comunali, cioè la classe “dirigente” meno istruita per gravi problemi di ignoranza funzionale. A questi individui incapaci, dobbiamo aggiungere i Consiglieri regionali che promulgano le leggi urbanistiche regionali, e i funzionari pubblici che hanno responsabilità di controllare i piani adottati dai Comuni per verificarne la congruenza con la Costituzione e la legge urbanistica nazionale (secondo la legge 1150 del 1942, gli scopi dell’urbanistica riguardano: «l’assetto e l’incremento edilizio dei centri urbani e lo sviluppo urbanistico»; «assicurare il rispetto dei caratteri tradizionali»; «favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all’urbanesimo»). L’impostazione del sistema giuridico urbanistico-edilizio indica che l’attività edilizia è finalizzata all’interesse pubblico e al corretto uso del territorio. In fine, da diversi anni il nostro legislatore ha assunto una condotta incostituzionale e immorale tutte le volte che ha favorito un condono edilizio. Il Parlamento è rimasto inerte di fronte ai cambiamenti delle città italiane trasformatesi in aree urbane, evitando di assumere decisioni responsabili e importanti per togliere poteri a irresponsabili amministratori locali che hanno distrutto il territorio. E’ necessario legiferare un cambio di scala territoriale e introdurre processi decisionali politici democratici e trasparenti, coinvolgendo direttamente cittadini e il sapere tecnico capace di pianificare bioregioni urbane. Sin dall’Ottocento, e poi con l’apice della battaglia persa nel 1962, il regime dei suoli è condizionato dalle politiche liberali affinché proprietà privata e i politici locali potessero accumulare ricchezza dal nulla, mercificando la risorsa non rinnovabile del territorio (rendita fondiarie e immobiliare). Questa stupidità criminale, nel continuare a distruggere il territorio che ci da vita, non può trovare una guarigione restando sul piano culturale liberale.

E’ noto che negli altri paesi, quali l’Olanda, la Germania e persino l’Inghilterra, lo Stato ha un ruolo fondamentale nella pianificazione territoriale e urbanistica, limitando la proprietà privata e tassando la rendita fondiaria e urbana.

Pianificatori, urbanisti, architetti e ingegneri che studiano le città sanno bene quali sono i problemi lasciati insoluti da una classe politica degenerata e incapace. Da un lato è necessario un cambio di scala territoriale per adottare piani bioeconomici osservando le aree urbane; e dall’altro lato, il problema del consumo di suolo trova soluzione facendo un salto culturale, approdando sul piano bioeconomico capace di produrre piani che creano valore culturale a tutela del territorio, e orientando l’economia verso l’uso razionale delle risorse. Per fare questo, è necessaria una volontà politica oltre che un’evoluzione culturale delle persone.

ISPRA consumo di suolo Campania 04

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In diverse riflessioni condivise attraverso il mio diario ho espresso l’opinione e la necessità di creare politiche urbane bioeconomiche, e di favorire la nascita di una “quarta generazione” di “piani intercomunali bioeconomici“. E’ un nuovo approccio per disegnare il governo del territorio all’interno dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL), e soprattutto per le 26 città in contrazione presenti l’Italia; praticamente per tutti i centri urbani più importanti, da Milano che ha perso 490.000 abitanti fino a Vicenza che a perso 5.190 abitanti.

città in contrazione

Elenco città in contrazione, elaborazione di Giuseppe Carpentieri.

Attraverso la geografia urbana sappiamo che gli abitanti utilizzano e si relazionano in un territorio che non si limita ai confini amministrativi dei comuni, ma è un’area funzionale, chiamata Sistema Locale del Lavoro (SLL) individuata e perimetrata dall’ISTAT. Gli utilizzatori del territorio che corrispondono agli stili di vita dei pendolari e dei residenti sono ormai consolidati, da rendere del tutto obsoleti gli attuali livelli amministrativi e di conseguenza rendono persino inadeguati i piani regolatori generali adottati dai Comuni. La maggior parte dei problemi ambientali, sociali ed economici nelle 26 città in contrazione, che sono centri dei SLL, è da imputarsi all’incapacità culturale delle classi dirigenti nel governare il sistema, nonostante fosse noto sin dagli anni ’70 che le città sarebbero state trasformate dal capitalismo. Due fattori hanno agito contemporaneamente: la globalizzazione neoliberista e l’inadeguatezza delle classi politiche locali (sottovalutazione del neoliberismo), entrambi hanno favorito l’aumento dell’inquinamento e l’aumento delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento, che insieme abbassano i livelli di qualità della vita, generando insicurezza e inquietudine urbana. L’inquietudine nelle città è una patologia sociale (una condizione psicologica) che può insorgere nei quartieri quando ci sono bassi livelli di istruzione, basso reddito e generalmente condizioni svantaggiate, decadenza, criminalità e disordini. Altre criticità sociali tipiche delle città moderne condizionate dalla mentalità mercantilista, sono influenzate da fattori quali la dimensione, la densità e l’eterogeneità della popolazione. La dimensione se eccessiva può favorire alienazione e impersonalità, mentre densità ed eterogeneità se sono equilibrate possono favorire opportunità e coesione, uno squilibrio può far insorgere effetti opposti: isolamento, omologazione culturale ed eccesso di conformismo.

Dal punto di vista della geografia urbana, il capitalismo ha creato una variazione spaziale fra imprese e uso del territorio, e poi uno sfruttamento eccessivo delle risorse finite del pianeta. Per l’Occidente, la variazione ha prodotto danni sociali poiché ha creato nuova disoccupazione, ha dilatato le aree urbane, e procurato danni ambientali nei paesi emergenti, sfruttati dall’avidità delle multinazionali nelle zone economiche speciali. In Occidente, tale variazione ha favorito la nascita delle aree funzionali urbane estese. Si tratta di nuovi spazi relazionali ove i centri principali rimangono poli attrattori mentre i comuni confinanti sono scelti dalle imprese piccole e medie per localizzare le attività produttive (agglomerazione), costituendo una nuova distribuzione spaziale tipica delle città-regione. In questo contesto politico e culturale, buona parte delle aree urbane non può competere con le regole della globalizzazione neoliberale, poiché le imprese inseguono l’aumento della produttività sfruttando spazi che consentono di ridurre i costi (le famigerate Zone Economiche Speciali), comprimendo i diritti e sfruttando l’ambiente, si tratta di condizioni inaccettabili per la specie umana e per qualunque società che vuole definirsi civile.

ISTAT agglomerati morfologici urbani 2001

Agglomerati morfologici urbani, ISTAT, 2001.

Fra gli anni ’70 fino all’inizio del nuovo millennio, il capitalismo ha di fatto favorito la formazione di una nuova armatura urbana italiana, oggi molto energivora e complessa, che può essere governata attraverso l’approccio culturale della bioeconomia utilizzando il modello della “bioregione urbana“, sviluppato dalla scuola territorialista. Attraverso questo approccio possiamo favorire la nascita e la diffusione di usi razionali del territorio migliorando la qualità di vita degli abitanti, e creando nuove opportunità di lavoro. La città attuale figlia del capitalismo favorisce malattie sociali come l’inquietudine urbana, e per invertire la rotta è necessario ridurre lo spazio del mercato per aumentare quello della comunità. Ad esempio, sappiamo che i tratti culturali sono legati ai rapporti di territorialità, pertanto sarebbe saggio favorire le attività locali che si sviluppano in un raggio d’azione interno all’area funzionale, e sono le attività di sussistenza sostenute dalla bioeconomia, che invece sono ridotte e persino cancellate dal sistema globale neoliberista che produce e alimenta dipendenza e sottosviluppo. L’esempio più noto riguarda le risorse agricole e l’energia necessaria per sostenere le aree urbane, pertanto applicando la bioeconomia le città si trasformano in sistemi metabolici misurando i flussi in entrata e in uscita, in maniera tale da tendere all’auto sufficienza sfruttando un mix di tecnologie alternative.

Nell’attuale sistema urbano italiano è necessario governare i processi di centralizzazione (sono le forze e le attività economiche che attraggono popolazione nei quartieri centrali), decentralizzazione (è l’opposto della centralizzazione) e agglomerazione (è la raccolta di attività in un’area). Tali processi non sono governati razionalmente poiché nascono e si sviluppano attraverso la consuetudine della famigerata “urbanistica contratta” con varianti e piani attuativi deliberati da Consiglieri comunali, spesso sprovveduti e inadeguati, e grazie a uno scarso controllo dell’attività urbanistica-edilizia. Abbiamo osservato che abitanti e imprese vivono e consumano un territorio molto più ampio dei confini amministrativi attuali, pertanto gli attuali livelli amministrativi andrebbero aggiornati con un cambio di scala (rescaling). L’armatura urbana si è trasformata da un sistema gerarchico a un sistema di rete interconnesso e policentrico, che suggerisce di studiare e adeguare le infrastrutture pubbliche che collegano i centri. Buona parte della classe dirigente attuale, politica e imprenditoriale, insegue ancora i dogmi della religione neoliberale, per ignoranza e per avidità, convinti di aumentare i propri profitti continuando a depauperare le risorse limitate della natura, e sottovalutando i problemi sociali degli italiani e il patrimonio culturale del territorio.

E’ la territorialità che aiuta lo sviluppo locale e crea sovranità per le persone, mentre l’attuale pensiero dominate, il neoliberismo, scrive e determina gli atti politici locali contribuendo a far crescere il potere delle imprese private, e far crescere la dipendenza degli abitanti dal sistema globale. La nostra classe dirigente, politici e imprenditori, ha scelto il modello capitalista che ha costruito tutti i programmi politici favorendo la costituzione della periferia economica che stiamo subendo: dipendenza dal sistema globale, aumento della disoccupazione, danni ambientali, insicurezza e malattie sociali.

Secondo Alberto Magnaghi, la bioregione urbana è uno strumento interpretativo e progettuale della pianificazione territoriale e paesaggistica di area vasta. Il piano deve fondare le proprie strategie sulla valorizzazione delle peculiarità identitarie del territorio, secondo la dimensione ecologica, sociale e di autogoverno (“municipalista”). Secondo i criteri della bioregione, i caratteri ambientali aiutano a definire l’identità dei luoghi riconoscendo la complessità del sistema insediativo, e il rapporto fra uomo e natura. Questo approccio aiuta a costruire il milieu locale, cioè mettere insieme le risorse fisiche, ecosistemiche, e socioculturali di lunga durata, e costruire il valore aggiunto territoriale aprendo l’opportunità di creare sostenibilità nei sistemi locali, definendo indicatori di benessere finalizzati a creare prosperità, equilibrio sociale, economico e ambientale per le presenti e future generazioni.

Per porre rimedio al disordine e al degrado urbano che troviamo nelle città-regione (o reti di città), possiamo applicare i principi della corretta composizione urbanistica e riequilibrare il rapporto città-campagna. Studiando la morfologia urbana, gli aggregati e i tessuti urbani esistenti osserviamo se sono rispettate le regole della cosiddetta “cellula urbana“, e successivamente intervenire disegnando spazi con criteri di qualità urbana e architettonica, sia puntando alla conservazione e sia alla rigenerazione. Un piano regolatore intercomunale bioeconomico è in grado di pianificare la rinascita di comunità umane per favorire lo sviluppo umano, sia creando luoghi e servizi culturali necessari per uscire dalla recessione e sia restituendo opportunità alle persone nella ricerca di un proprio percorso di crescita spirituale e culturale.

piano-delle-identita

Provincia di Salerno, “estratto” dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, 2012.

Nell’immagine qui riportata si legge l’ambito identitario del sistema salernitano. Possiamo osservare la forma insediativa, con l’area di gravitazione urbana costituita dal centro del capoluogo, con l’unità di paesaggio area urbana di Salerno e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata Pendici occidentali dei Picentini. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio Valle dell’Irno con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rurbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud, la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio Piana del Sele, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle piana nell’unità di paesaggio fluviale del Picentino, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rurbani inseriti nell’unità di paesaggio dei Picentini: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

Ptcp 2012, ambiti identitari e unità di paesaggio.

La realtà della forma urbana insediata mostra la dispersione urbana (sprawl) che favorisce spreco di risorse mentre potevano essere risparmiate. Incoscienza e incapacità amministrativa sull’attività urbanistico-edilizia hanno favorito consumo dei suoli agricoli, congestione, traffico, inquinamento e inquietudine urbana, danneggiando la collettività. La crescita disordinata degli aggregati edilizi deliberata da sprovveduti Consigli comunali, che hanno assecondato i capricci dei proprietari dei suoli, mostra sia i danni irreversibili e sia la cattiva distribuzione degli insediamenti produttivi e delle abitazioni. Il complicato contesto urbano mostra interazioni e usi del territorio di imprese e utilizzatori (city users) convivendo fra inquinamento, insicurezza e conflitti sociali. E’ questa la dimensione che va governata attraverso un piano intercomunale bioeconomico per tutelare il territorio come prescrive la Costituzione, localizzare opere pubbliche, servizi e vincolare il patrimonio naturale, storico e valorizzare le risorse agroforestali. L’esperienza amministrativa insegna che i politici locali non hanno saputo coniugare Costituzione e corretto uso del territorio, pertanto sarebbe saggio affidare il compito a una struttura sovracomunale (rescaling) capace di coordinare sapere tecnico e partecipazione attiva dei cittadini nel processo decisionale. Per le zone urbanizzate sono necessari strumenti attuativi di conservazione dei centri storici e di rigenerazione urbana della aree consolidate, mentre è inutile pensare a un’espansione urbana, piuttosto è più saggio ridistribuire densità e carichi urbani (fermare il consumo di suolo agricolo), pianificando eventuali trasferimenti di volumi, sfruttando le aree sottoutilizzate e abbandonate, per recuperare gli standard mancanti nelle aree consolidate. Il piano dovrebbe essere incentrato sull’analisi della morfologia urbana e l’adozione di criteri di qualità urbana e architettonica. Analisi della morfologia urbana e partecipazione dei cittadini ai processi decisionali influenzano gli interventi di trasformazione urbana per migliorare l’ambiente urbano esistente. Una volta censiti gli immobili (pubblici e privati) inutilizzati, con questo approccio rigenerativo sarebbe più utile una “perequazione diffusa” capace di identificare meglio l’interesse pubblico (la costruzione della città pubblica), di rispettare una maggiore eguaglianza rispetto a quella di “comparto”, e di attrarre gli investitori pubblici e privati. Il piano intercomunale bioeconomico, nel periurbanorurbano punta alla tutela e alla valorizzazione dell’agricoltura, favorisce e mantiene la relazione paesaggio agrario e città, progettando reti ecologiche e la diversificazione colturale. Ciò può accadere con una maglia agraria e paesaggistica di scala medio-ampia; altro obiettivo è il mantenimento della funzionalità e dell’efficienza del sistema di regimazione idraulico-agrario.

Ptcp 2012 tipologia insediamenti

PTCP Salerno 2012, classificazione degli insediamenti per tipologia.

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