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Archive for febbraio 2016

Complimenti ad Openpolis

La vera evoluzione politica e culturale necessaria per contrastare l’apatia dei cittadini italiani è messa in atto dell’Associazione Openpolis che pubblica dossier utilissimi poiché mostrano l’agire dei dipendenti eletti.

Nessun partito italiano ha l’interesse di stimolare la partecipazione attiva attraverso leggi che possano favorire la partecipazione attiva nel senso più ampio del termine, ad esempio, ampliare i luoghi per consentire ai cittadini di partecipare al processo decisionale e rendere effettive le decisioni dei cittadini stessi. La democrazia come strumento decisionale è migliore se i cittadini sono informati e formati, ed Openpolis con le sue pubblicazioni da il proprio contributo cercando di riempire un vuoto culturale enorme e imbarazzante.

La democrazia rappresentativa non esiste più, figuriamoci la democrazia stessa (governo del popolo). La delega ai parlamentari è sua volta concessa all’esecutivo che a sua volta segue gli interessi particolari delle imprese private che scrivono l’agenda politica per i Governi occidentali. E’ così da molti decenni ma questi castelli possono crollare se i cittadini anziché ignorare la politica e i politici si rendono conto del fatto che la nostra apatia è l’energia più efficace che sostiene l’auto referenzialità dell’élite degenerata.

Se affrontiamo la nostra ignoranza funzionale e di ritorno possiamo porre basi solide alla costruzione di una società migliore di quella che l’élite ha costruito nel corso dei decenni. Nell’ambito della politica, sicuramente Openpolis offre un contributo interessante e stimolante.

analfabetismo funzionale

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Cos’è la decrescita felice?

Prima di parlare di decrescita felice è necessario fare una premessa circa il nostro sistema economico, poiché crescita e decrescita sono termini economici, non hanno un’accezione negativa o positiva in sé e pertanto vanno declinati. Ad esempio, la crescita di un tumore è negativa. Grazie alla programmazione mentale dei media l’immaginario collettivo crede che la crescita del PIL sia sinonimo di benessere ma questo non solo è falso, ed ahimé, è vero il contrario.

Gli esseri umani indirizzati dalla più grande forza religiosa degli ultimi trecento anni, il capitalismo, continuano a lasciarsi addomesticare per sperimentare percorsi di falsa crescita individuale e regressione culturale collettiva.

Tutte le scelte politiche delle nostre istituzioni sono condizionate dall’ideologia della crescita, cioè dal capitalismo che ignora le leggi della natura. Sono tre gli indicatori principali: Prodotto Interno Lordo, cioè il PIL, l’espansione monetaria e il petrolio, ma a partire dagli anni ’80 il capitalismo si è trasformato attraverso un processo di deregolamentazione dei mercati e dei capitali sia modificando il ruolo del sistema bancario e sia ampliando strumenti per le cosiddette giurisdizioni segrete.

L’economia capitalista neoclassica si fonda su quattro fattori della produzione: la natura, il lavoro, il capitale e l’organizzazione; inoltre considera la teoria della domanda e dell’offerta, e la funzione della produzione finalizzata all’aumento della produttività (massimizzazione del profitto). Gli altri indicatori quali il rapporto debito/PIL e il patto di stabilità e crescita dell’UE seguono comunque l’obiettivo della crescita della produttività. In più, tutti i giorni i media ci massacrano di opinioni circa gli scambi delle borse telematiche.

Il capitalismo sfrutta il sistema finanziario del mercato borsistico ma tale mercato crea un valore fittizio del capitale, tant’è che le imprese più grandi, in termini di valore, hanno aumentato il proprio valore di capitalizzazione attraverso la finanza superando di gran lunga l’economia reale, e grazie all’opacità del sistema bancario occulto. Nel processo capitalistico l’aumento del capitale avviane attraverso la finanza, l’informatica, l‘evasione fiscale e il controllo diretto delle risorse finite del pianeta ma riducendo il lavoro, l’organizzazione e la natura. Nell’economia reale l’aumento del capitale avveniva grazie al lavoro, l’organizzazione e alla natura, oggi non è più così poiché una deregolamentazione (zone economiche speciali) abbinata a una ricerca scientifica finalizzata alla robotica ha favorito la sostituzione dei lavoratori con le macchine conseguendo una maggiore concentrazione dei capitali nelle mani di pochi.

Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati di Legacoop: attraverso l’Alleanza delle coop raccolgono circa 12 milioni di soci e danno lavoro a circa 1,2 milioni di persone, con un fatturato di circa 127 miliardi di euro. Se raffrontiamo Facebook con Legacoop ci rendiamo che il software di Mark Zuckerberg, utilizzato per spiare e commercializzare i gusti delle persone, da lavoro a circa 5 mila persone. Lo Stato italiano, secondo i dati raccolti dal Commissario Cottarelli ha circa 3,4 milioni di dipendenti. Ergo, la cooperazione e lo Stato creano più lavoro delle SpA.

Gli ingenti capitali creati dal nulla sono controllati da una ristrettissima élite; buona parte di questa ricchezza virtuale rimane inutilizzata e una piccola parte è investita per gestire gli interessi di pochi (distribuzione della ricchezza).

Oxfam Italia economia dell'1%

Oxfam distribuzione ricchezza Italia 2015

Distribuzione della ricchezza, fonte Oxfam Italia.

Come mostrano i dati rielaborati da Oxfam, all’interno del sistema capitalista, e come preconizzò Marx, è l’accumulo di capitale la ricchezza che connota i rapporti fra Stati, imprese e individui; e non la cultura o la condotta morale delle persone. L’egoismo e l’avidità sono motori della società moderna capitalista. Cosa ancora peggiore, nella società moderna, il capitalismo ha preferito favorire la conoscenza e la ricerca che sostiene l’accumulo del capitale stesso (finanza, copyright, brevetti, sistema offshore). Nel mondo dell’economia neoclassica i quattro fattori della produzione sono considerati in maniera arbitraria realizzando un inganno tipico dell’economia, e cioè ridurre infinitamente la natura, il lavoro e l’organizzazione per aumentare infinitamente il capitale. Ed è ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni in Occidente. Con questo inganno l’economia globale ha potuto accumulare il capitale attraverso le speculazioni finanziarie (cioè non lavorando), la segretezza bancaria e lo sfruttamento delle risorse finite del pianeta. La cosiddetta old economy delle imprese occidentali ha aumentato i dividendi riducendo i costi, cioè pagando meno le materie prime e svalutando i salari; l’industria bancaria ha aumentato i dividendi imbrogliando gli Stati mentre la new economy come l’industria bancaria, cioè senza lavorare, ha aumentato i dividendi non pagando le tasse e sfruttando internet come acceleratore pubblicitario, uno strumento molto più pervasivo e pericoloso della televisione poiché usufruito anche dai bambini. Nel sistema euro, per inseguire i capricci delle imprese, la svalutazione dei salari (e la flessibilità) è persino programmata dai Governi dei cosiddetti paesi “periferici” (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia), e tale scelta adesso è intrapresa anche da alcuni paesi “centrali” (Francia e Germania) per rilocalizzare alcune produzioni e competere coi mercati asiatici. Questa forma di schiavitù volontaria, è chiamata “esercito industriale di riserva”.

Tutta la nostra società è stata forgiata all’interno di questa ideologia ove l’uomo viene alienato e rinchiuso in un sistema mercantile compulsivo. Questa ideologia detta le linee guida ai Governi, che hanno innescato una generale regressione della specie umana favorendo la distruzione del senso di comunità. Prima il capitalismo mercantile, e quello neoliberale dopo hanno favorito l’egoismo, l’avidità, la competitività e il nichilismo poiché una delle fonti di sostegno è la psico programmazione mentale avviata dalla pubblicità che crea bisogni indotti, a partire dai bambini. Il capitalismo necessita di consumatori capricciosi e non di persone mature. Per le imprese è fondamentale inventare il desiderio di acquistare le merci, poiché è la forza necessaria per sostenere la produttività.

Tale ideologia e tutti questi indicatori divulgati quotidianamente dai media rappresentano una maschera che nasconde ciò che veramente riguarda la specie umana. La vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dall’energia. Siamo l’unica specie di questo pianeta che ha inventato l’economia e la moneta per regolare gli scambi, tutte le altre specie, rispettando le leggi della natura, sono parte di un sistema circolare degli scambi, cioè gli scarti di una specie sono risorse per le altre, tutto in perfetto equilibrio chimico fisico.

Persino la favola della crescita che produce occupazione è facilmente svelata osservando i dati pubblicati dall’Istat:

relazione PIL popolazione occupazione

Fra il 1960 e il 2011 il rapporto fra occupati e popolazione resta pressoché invariato attestandosi al 38% (2011), mentre dal 1960 al 2011 il PIL è costantemente in aumento lasciando invariata la percentuale degli occupati rispetto alla popolazione. Se leggiamo attentamente il rapporto osserviamo persino un leggero calo, cioè gli occupati sono diminuiti in rapporto all’aumento della popolazione; dal 40% del 1960 al 38% del 2011, possiamo persino asserire che la crescita del PIL può favorire un aumento della disoccupazione.

La decrescita felice è una filosofia politica che nasce dalla bioeconomia, cioè nasce in ambito economico poiché studia e critica il sistema della crescita, ovvero l’aumento continuo della produttività. Secondo Nicholas Roegen-Georgescu la funzione della produzione dell’economia neoclassica è incompleta, sbagliata e fuorviante poiché non tiene conto dei flussi di energia e materia, e così egli propose un nuovo modello di flussi-fondi in entrata e uscita, copiando le leggi della natura negli scambi economici. E’ la termodinamica la radice culturale (entropia) della bioeconomia. In quest’ottica bioeconomica è possibile osservare l’uso delle risorse, e capire quali sono i processi di trasformazione delle materie prime cogliendone sia i consumi e sia gli impatti sull’ambiente, indipendentemente dal profitto ottenuto.

Poiché tutta l’economia globale si occupa prioritariamente dell’aumento indiscriminato della produttività misurata con l’indicatore quantitativo del Prodotto Interno Lordo, la decrescita è una valutazione qualitativa che suggerisce la riduzione selettiva delle merci inutili. La decrescita secondo la bioeconomia è un miglioramento poiché cancella sprechi e merci inutili. Poiché il presupposto della bioeconomia è la sostenibilità dei processi industriali, accade che i modelli produttivi contabilizzano gli sprechi, gli impatti ambientali, gli impatti sociali, e osservando le capacità auto-rigenerative delle risorse limitate aggiungendo anche valutazioni etiche. Non tutto ciò che si produce è utile e necessario.

La decrescita felice non è un obiettivo ma un processo di transizione, da una società stupidamente avida, mercatista e consumista a una società più umana, più saggia, e prosperosa attraverso l’uso razionale dell’energia e la rilocalizzazione delle attività economiche. Basti pensare all’evoluzione neotecnica nel mondo dell’edilizia. Ristrutturando gli edifici costruiti male è possibile cancellare tutti gli sprechi riducendo la domanda di energia da fonti fossili. Il primo passo è la riduzione della domanda per soddisfare la reale domanda energetica puntando all’auto consumo. Sfruttando le fonti alternative si possono realizzare reti intelligenti scambiando gratuitamente i surplus generati dall’impiego di un mix di tecnologie. Questo significa pianificare la riduzione del PIL, oggi sostenuto dagli sprechi, ma è un miglioramento e per realizzare questa transizione è necessaria una nuova occupazione utile poiché bisogna rigenerare l’intero patrimonio edilizio esistente, costruito fra gli anni ’40 e ’80.

Età degli edifici e consumi energetici

Età degli edifici e consumi energetici (Fonte dati Cresme e info grafica Linkiesta).

Per quale motivo i partiti politici non favoriscono questa transizione?

Perché tutti i partiti otto-novecenteschi sono stati pensati dall’epoca dell’industrialismo, cioè la loro funzione è quella di favorire l’aumento della produttività ma quest’epoca sta volgendo al termine, cioè la fine dell’epoca industriale e della produzione di massa di merci inutili; almeno in Europa è già così, vista la delocalizzazione cominciata negli anni ’70. Con la fine dell’industrialismo le categorie destra e sinistra sono ormai obsolete, mentre è più utile parlare di fine del capitalismo poiché imploso su stesso, in quanto è insostenibile la crescita continua rimasta in piedi dall’inganno della funzione della produzione e dai debiti pubblici e privati, impagabili (il ruolo negativo dell’usurpazione della sovranità monetaria). Se tutti i partiti, nei propri parlamenti, propongono la crescita, cioè l’aumento di produttività, lo fanno per assecondare l’interesse delle imprese, lo fanno poiché il capitalismo è nato per favorire l’aumento delle merci. E’ con l’aumento dei consumi che si stabiliscono le somme da ridistribuire come reddito alle imprese stesse e ai servizi, comprese le clientele che gestiscono i partiti. Se i partiti dovessero perseguire un sistema economico efficiente come quello bioeconomico ci sarebbe una riduzione del loro potere economico e soprattutto si ridurrebbe la produttività delle merci, obiettivo opposto all’interesse delle imprese che hanno un’enorme influenza sul sistema educativo pubblico, e sulla formazione culturale dei politici attraverso i cosiddetti thik tank d’impronta neoliberale.

Negli ultimi trent’anni attraverso l’evoluzione robotica e informatica il capitalismo si è trasformato. Tutte le principali città europee sono state deindustrializzate generando la famosa contrazione, cioè la perdita di abitanti innescata dalla chiusura delle industrie e dalla rendita immobiliare che ha espulso i ceti meno abbienti spingendoli verso i comuni limitrofi. In Italia sono circa 26 le città in contrazione e tale fenomeno coinvolge tutti i principali centri urbani (Milano, Torino, Roma, Napoli, Genova, ….).

Siamo tutti immersi in un cambiamento che facciamo fatica a percepire, anche se la crisi del capitalismo ci aiuta a ripensare e ragionare, poiché stiamo assistendo alla fine del lavoro salariato come l’abbiamo vissuto e coltivato.

Il capitalismo si sta sganciando dal lavoro creato dalla old economy, di cui anche l’edilizia fa parte, e questo coinvolge soprattutto la vecchia Europa poiché le imprese aumentano i profitti sia aumentando la produttività e sia riducendo i costi. E il lavoro è una merce costo che si può ridurre delocalizzando i processi produttivi in aree prive di diritti sindacali, e in cerca di nuova schiavitù. Questo processo si è già sviluppato e continuerà nei prossimi anni. E’ necessario che anche i sindacati ripensino il concetto di schiavitù, cioè il lavoro salariato. Osservando lo sviluppo tecnologico, non è più accettabile credere di schiavizzare le persone in imprese votate all’accumulo di capitale vendendo merci inutili, e così è necessario orientare lo scopo delle imprese per ricostruire comunità auto sufficienti. In questo modo si favorisce anche la possibilità di creare nuove relazioni creative e quindi città più conviviali.

Esistono soluzioni?

Certo, esiste sempre una soluzione per uscire dalla recessione innescata da un’ideologia che giunge al termine e da un’industria finanziaria fuori controllo, cioè le banche e il mondo offshore, ma non è una strada breve.

Dobbiamo ripensare i paradigmi culturali della società e delle istituzioni favorendo lo sviluppo di politiche bioeconomiche poiché migliorano la qualità della nostra vita e creano nuova occupazione. E’ determinante riformare il nostro sistema educativo scolastico e universitario introducendo la bioeconomia. E le classi politiche si devono riprendere il ruolo di comando ceduto al famigerato libero mercato, per un motivo molto semplice, è in pericolo la specie umana, non possiamo continuare con la stupidità della crescita continua. L’ideologia neoliberale non contempla una condotta civica, etica e responsabile ma solo l’accumulo del capitale, cioè l’avidità fine a se stessa, cioè il nulla.

E’ grazie alla bioeconomia che possiamo programmare una rinascita dell’economia locale poiché uno degli aspetti economici più importanti è un riequilibrio fra l’eccesso di economie globali e lo sviluppo di modelli autarchici, cioè i cicli si chiudono in ambiti territoriali ristretti consentendo la tutela degli interessi economici delle comunità (politica industriale).

Come cittadini possiamo fare la nostra parte, uscendo dalla patologia degli acquisti compulsivi. Possiamo sviluppare un’autonomia di pensiero critico e avviare percorsi di auto produzione insieme ad altri cittadini, nella sostanza possiamo ridurre la nostra dipendenza dal mercato per aumentare lo spazio della comunità. In parte questo processo sta già accadendo, basti osservare i gruppi di acquisto ma dobbiamo favorire lo sviluppo di imprese sostenibili ove l’obiettivo non è il profitto ma la qualità dei servizi secondo criteri bioeconomici. L’obiettivo della nostra specie non è l’accumulo di capitale ma perseguire virtù e conoscenze per lo sviluppo della spiritualità oltre che quello materiale. Nei Paesi dove il capitalismo ha prodotto i disastri maggiori, le persone si stanno riprendendo spazi democratici per auto determinarsi, basti osservare Detroit fino alla Grecia, e la Spagna. Il limite al cambiamento è posto solo dalle classi dirigenti sia perché inadeguate e sia perché espressione dello status quo.

Attraverso il paradigma bioeconomico potremmo rispettare meglio la Costituzione poiché cancelleremo l’inquinamento e le diseguaglianze, e potremo sviluppare impieghi utili. Ad esempio, esiste un enorme indotto produttivo nelle attività di riuso e riciclo delle materie prime seconde, chiamate rifiuti, ma è indispensabile creare miniere regionali utili a sostegno delle imprese virtuose.

E’ strategico investire nella tutela del patrimonio più importante per la nostra sopravvivenza: il territorio. Solo nei processi di conservazione dei nostri centri storici e nella rigenerazione delle periferie si creano centinaia di migliaia di impieghi utili, così come nel recupero dei piccoli centri rurali e lo sviluppo dell’agricoltura naturale – la sovranità alimentare – e la rilocalizzazione delle attività produttive. Tutto ciò non è più procrastinabile nel tempo poiché buona parte del nostro patrimonio edilizio esistente giunge a fine ciclo vita, così come non è tollerabile non pianificare la prevenzione primaria del dissesto idro-geologico.

E’ fondamentale costruire un piano economico industriale bioeconomico sulle politiche urbane e territoriali costruendo scenari sociali ed economici per i prossimi venti anni. Le aree urbane e i centri rurali sono i luoghi ove si concentra la maggior parte degli abitanti, e l’inerzia politica nei confronti di questi sistemi vitali produce un danno economico incalcolabile.

Queste azioni politiche abbisognano di ingenti investimenti pubblici e privati, e i programmi politici vanno elaborati partendo dall’approccio bioeconomico che ci libera dall’avidità e dagli sprechi, e focalizza l’attenzione sull’obiettivo: migliorare la qualità della nostra vita.

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La prima lezione che viene dalla Cina è chiara e forte: è lo Stato sovrano che investe e consente alle persone di trovare un impiego nella direzione segnata dall’interesse pubblico. Nel caso cinese, l’interesse pubblico coincide con l’interesse del partito.

Come tutti noi possiamo ricordare la condizione politica essenziale per uno Stato sovrano è l’autonomia monetaria coerente con un interesse generale e l’investimento in una politica industriale nazionale. E’ sufficiente guardare indietro, sin dalla nascita dell’epoca industriale, nel Settecento gli Stati preunitari sperimentavano e investivano fino alla nascita dei primi sistemi di stato sociale, fra la fine dell’Ottocento e inizio del Novecento con l’esplosione dell’industrialismo seguirono diversi programmi d’investimento, sia negli USA e sia in Europa, in innovazione, programmi d’istruzione, politiche abitative. Il capitalismo finanziario dell’Occidente ha sostituito il concetto di Stato Nazione, di Paese e di popolo con quello delle persone giuridiche, le famigerate SpA.

Se non fosse ancora chiaro, la Cina con la sua autonomia monetaria insegue le proprie ambizioni, mentre l’euro zona, non essendo uno Stato sovrano ma un aggregato di Governi che hanno abdicato all’autonomia politica per favorire i capricci del mercato, ha alimentato le diseguaglianze e favorito aree di crescita (paesi centrali) e aree di recessione (paesi periferici). In Italia, le certezze dello stato sociale sono a rischio, mentre una generalizzata riduzione degli stipendi salariati e l’assenza di investimenti pubblici favorisce la distruzione delle comunità locali. Come sappiamo, sul tavolo politico dell’UE esiste la creazione della più grande area commerciale unendo USA ed UE. E’ questa la grande contraddizione politica e ideologica, un euro zona neoliberale che favorisce l’interesse di un’élite finanziaria mentre una Cina comunista sfrutta la stupidità neoliberale per acquisire proprio in Europa nuove conoscenze e nuove competenze in funzione dei propri interessi: trasformare quella enorme parte di popolazione contadina in consumatori. La Cina da paese assemblatore si trasforma in creatore di marchi e brevetti per stimolare la domanda interna e soddisfare quella straniera. La manifattura cinese diverrà la più potente al mondo. Dietro queste scelte politiche c’è una sola ideologia: la crescita, quella che ha sostituito la società della specie umana con i consumatori passivi e depressi. L’unica differenza fra Occidente e Oriente, è che in Occidente si favorisce la crescita delle SpA e in Oriente la crescita della Cina, ma sono tutti sullo stesso piano ideologico che sta portando al collasso il pianeta (se pensiamo anche alla crescita dell’India …), e in questo percorso di auto distruzione non c’è rimasto più tempo per discutere se e come cambiare direzione, poiché gli ecosistemi stanno sparendo e la specie umana è a rischio.

Di fronte a questa prospettiva c’è una sola salvezza: investire in programmi di cultura, nell’identità e nell’innovazione tecnologica finalizzata alla valorizzazione del nostro patrimonio esistente poiché non si può esportare, né copiare, è presente solo in Italia. Se l’euro zona rimane un’area commerciale senza sovranità monetaria, senza una saggia guida politica per tutelare i propri patrimoni e con scarsi investimenti nella rigenerazione urbana e territoriale, subirà la schiacciante pressione delle aziende americane e la forza di un gigante come la Cina. Gli investimenti pubblici della Cina in Italia sono uno schiaffo culturale a tutta la classe politica e imprenditoriale italiana, incapace di fare gli interessi della Repubblica e di riconoscere il valore delle capacità creative degli italiani ma apprezzate dagli stranieri. Se i soldi sono l’energia per sostenere piani e progetti, è fondamentale cambiare i Trattati europei a favore di un sistema politico bioeconomico ma sovrano, cioè un sistema che rispetta gli ecosistemi ma è autonomo e libero dai ricatti dei mercati globali. La povertà e la disoccupazione presenti in Italia sono a servizio di una logica di indebolimento delle comunità locali che favorisce gli interessi delle imprese alla ricerca di schiavitù a buon mercato.

L’Italia è già colonia commerciale di Cina e USA e sta diventando deserto imprenditoriale. In un sistema globale dove non puoi competere la salvezza è favorire ambiti di autarchia economica su quelli che sono chiamati asset strategici. Il dramma è che la classe dirigente politica, nei decenni precedenti, ha già svenduto le imprese pubbliche e i propri asset. Quali sono gli asset che dobbiamo tutelare? La sovranità alimentare ed energetica, e il territorio italiano. E’ finita l’epoca della produzione di massa di merci inutili. Dobbiamo favorire la democrazia e lo sviluppo umano: sufficienza energetica, rilocalizzare le produzioni, ridurre gli orari di lavoro e aumentare i salari, consumare ciò che si produce. Esattamente l’opposto di quello fatto finora (dipendenza energetica dagli idrocarburi, delocalizzazione, aumento dell’orario di lavoro e riduzione degli stipendi, importazione merci straniere).

All’Italia serve investire in settori utili come la prevenzione per tutelare la salute umana, il cibo, l’arte e la cultura. Le nostre priorità sono: mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico; rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità; riusare e riciclare le acque in area urbana; attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale; attrezzare le aree interne e le aree montane; valorizzare la mobilità sostenibile e lenta; e rigenerare le aree urbane per conservare i centri storici e le zone consolidate per impedire il consumo del suolo agricolo. Come detto prima questo è il nostro patrimonio, è il territorio italiano che non si può comprare e vendere e non si può esportare, i cinesi non investiranno mai in questo poiché non sono italiani; il Colosseo non è una merce, Pompei non si può smontare e rimontare a Pechino, Amalfi non è una confezione che si può comprare con Amazon. Da alcuni decenni, i cinesi grazie al design italiano e non solo italiano, stanno costruendo la crescita del proprio Paese. L’Europa è un continente già cresciuto pertanto ha una necessità opposta alla Cina, ed ha bisogno di intervenire per conservare e tutelare il proprio territorio sfruttando le innovazioni tecnologiche, ormai mature e consolidate, ma ha il sistema politico finanziario più stupido che si possa pensare. La seconda lezione dei cinesi? Non sono stupidi! Le classi politiche e imprenditoriale “italiana” hanno favorito l’emigrazione dei nostri laureati, hanno smantellato e venduto tutti gli asset strategici, hanno distrutto la scuola pubblica già in condizioni gravose, hanno sostituito i partiti con le aziende e stimolato l’apatia politica, da vent’anni circa hanno favorito la regressione culturale e stimolato l’analfabetismo funzionale. Se osserviamo la distribuzione della ricchezza in Italia, possiamo intuire un fenomeno inquietante, l’élite italiana non è stupida, è cinica, avida ed egoista, ha favorito se stessa distruggendo il Paese.

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