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Archive for the ‘agenda energetica’ Category

Dal 1984 il mio alloggio di famiglia posto in un condominio di edilizia economica e popolare fu ristrutturato applicando la filosofia che oggi chiamiamo decrescita felice. Prima di tutto, la palazzina ebbe il “cappotto” e i doppi vetri (non esistevano ancora gli infissi con “vetro camera”). L’alloggio fu dotato di impianto solare termico per ridurre il consumo di gas (e in quegli anni ancora non esistevano i pannelli fotovoltaici). Tutto ciò senza incentivi fiscali e senza obblighi normativi, ma per un motivo che può cogliere anche un bambino: risparmiare soldi sulla bolletta energetica. E’ questo lo spirito che ci convinse allora, ridurre gli sprechi innescati dalle tecniche costruttive degli anni ’80 poiché avremmo avuto un beneficio economico. La prima legge sul risparmio energetico è del 1991, ma noi prima di questa norma ci siamo mossi poiché in architettura si è sempre saputo come costruire per risparmiare, e così prendemmo la decisione di migliorare il nostro condominio apponendo lavori di efficientamento energetico.

Devo anche riconoscere che nessun altro vicino di casa seguì il nostro modello virtuoso. In questa considerazione si sintetizza tutta l’inerzia culturale che rallenta la nostra evoluzione, il problema è tutto qua. Noi siamo il problema e noi siamo la soluzione.

La normativa di oggi è ricca di spunti, incentivi e riferimenti al risparmio energetico. Le tecnologie sul mercato sono ampiamente mature e diffuse, e i cittadini fanno ancora fatica a cogliere opportunità straordinarie; e mi riferisco soprattutto all’edilizia esistente, poiché per quella di nuova costruzione la progettazione ha l’obbligo di risparmiare energia e di sfruttare le fonti alternative.

Domani mattina, qualunque condomino può pensare di fare meglio del nostro esempio del 1984, e addirittura, sfruttando un mix tecnologico oggi è possibile che più edifici possano diventare produttori e consumatori di energia arrivando a cancellare la dipendenza dagli idrocarburi.

Anche i problemi economici sono superabili attraverso sistemi finanziari che intervengono per integrare le quote dei condomini con difficoltà economiche. Da molti anni esiste il sistema delle Esco, che si ripaga i costi dell’intervento incassando i soldi delle utenze che una volta pagavano la bolletta energetica derivata dagli sprechi.

Un intervento più conveniente e interessante è la rigenerazione urbana dell’esistente, che non si limita al mero risparmio energetico, ma cerca di migliorare l’ambiente urbano esistente, ed anche in questo intervento i cittadini possono fare la differenza diventando committenti della trasformazione urbana attraverso la forma giuridica della cooperativa che previene le speculazioni. E’ diritto dei cittadini proporre alla propria Amministrazione interventi di rigenerazione, e persino suggerire modifiche ai piani vigenti da sottoporre all’attenzione del Consiglio comunale. Questa tipologia di approcci e di interventi non è affatto nuova, ed è accaduto spesso che i cittadini si siano coordinati per progettare luoghi urbani, la novità sarebbe nell’interpretare correttamente l’approccio bioeconomico, che come nell’episodio di famiglia del 1984 si pone un obiettivo virtuoso che non coincide col profitto ma con l’uso razionale dell’energia, e nel caso della rigenerazione la creazione, persino, di nuova occupazione attraverso nuovi servizi e nuova economia locale. Non sarebbe cosa da poco ricominciare a fare architettura, che significa usare l’arte del costruire per interventi che abbiano un senso per la specie umana e non più per lo stupido mercato. Si tratta, finalmente, di riprendersi la democrazia tornando a discutere di polis e dei nostri rapporti, ricominciando dal senso di comunità.

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I cambiamenti sociali dettati dal capitale, dalla diseducazione e dagli strumenti di comunicazione di massa hanno influenzato gli stili di vita e quindi l’economia, trasformando radicalmente i nostri territori urbani. Circa 26 città, tutte le principali (Roma, Milano, Napoli, Torino …) sono in contrazione, cioè hanno perso abitanti trasferiti nei comuni viciniori. La motivazione principale è da ricercarsi nel capitalismo, nel senso più ampio del termine, rendita immobiliare e deindustrializzazione, ma secondo lo scrivente c’è anche una ragione poco indagata: l’assenza di un governo etico del territorio.

Da un punto di vista socio economico, i ceti meno abbienti sono stati espulsi da politiche urbane capitaliste attraverso un lento ma efficace sistema di mercato che ha costretto le famiglie a trasferirsi, poiché non riuscendo a sostenere i prezzi richiesti dal mercato stesso. Governi e Parlamento, ormai da decenni, sia rinunciando alla sovranità monetaria e sia rinunciando al proprio ruolo hanno scelto di uscire dal mercato delle politiche urbane per favorire un ruolo attivo dei privati applicando la religione dell’economia neoclassica: credere di poter mantenere e realizzare servizi pubblici facendo pagare i costi al mercato. Tale dogma ha l’idea malsana di chi confonde concetti che sono distinti: il valore, il prezzo e il costo, e di chi confonde concetti come beni e merci. Un bene è qualcosa che ha valore in se, non è detto che debba essere comprato o venduto (merce). Due o più edifici possono scambiarsi energia auto prodotta attraverso un mix tecnologico sfruttando fonti alternative (un bene), e possono farlo senza apporre un prezzo (merce).

Dal punto di vista ambientale, il territorio, nostra fonte di vita (un bene), è stato letteralmente distrutto poiché mercificato, occupato dal cemento e da grandi infrastrutture per favorire la mobilità privata e il profitto dei privati, rappresentato da centri commerciali ed edilizia privata. Gli abitanti sono stati costretti a consumare di più poiché devono spostarsi percorrendo molti più chilometri, e così si forma la cosiddetta “città regione”, secondo l’Istat individuata all’interno del cosiddetto “sistema locale”.

La religione capitalista trasforma la città da “luogo sociale” in “spazio merce“, e i “cittadini” si trasformano in “consumatori. Questo processo avviene con la psico programmazione: prima a scuola, poi nelle università ed oggi anche attraverso i social media. E di conseguenza le classi dirigenti sono automi addomesticati dal pensiero unico dominante che esprime il nichilismo in piani urbanistici caratterizzati dalla prevalenza degli interessi privati particolari, come sommatoria e sintesi di progetti costruiti sulla rendita e la speculazione edilizia. Tutto ciò è contro i principi della Costituzione e persino contro la legge urbanistica nazionale che lega la pianificazione al corretto uso del territorio e all’interesse generale, ma la condotta e le scelte politiche dei neoliberali può avere successo poiché è la Costituzione stessa che costruisce i rapporti forgiati nel mercato, anche grazie a leggi ad hoc che hanno l’obiettivo della commercializzazione delle aree trasformate (Società a Trasformazione Urbana).

E’ la contraddizione culturale e politica dell’epoca chiamata antropocene, quella di dichiarare di voler coniugare socialismo e capitalismo, ma ha prevalso quest’ultimo mettendo a rischio l’esistenza della specie umana, e solo per sostenere la stupidità e l’avidità di una piccola casta di famiglie, chiamata élite. Ritroviamo tutto nel pensiero economico occidentale, costruito da Adam Smith e Karl Marx. E’ evidente che la globalizzazione liberale poggia sui pilastri di Smith, ma ciò che bisogna ammettere, è che dobbiamo uscire da quest’epoca se vogliamo sopravvivere a noi stessi.

Possiamo partire proprio dai sistemi locali pensati come luoghi urbani metabolici. Partendo dalla bioeconomia possiamo individuare obiettivi di sostenibilità e adottare criteri e indicatori per misurare flussi di energia in entrata e in uscita. Si tratta di fare l’opposto di quello fatto finora e quindi pianificare i sistemi locali per tutelare le risorse finite, trattando il territorio come un bene e non più come una merce. Anziché sfruttare la rendita per favorire i privati, è necessario che lo Stato, attraverso i propri Comuni adotti un’agenda urbana per stimolare la nascita di piani di recupero dell’esistente e di riqualificazione urbana.

Fino ad oggi Governi e Parlamenti succedutisi, entrando nel sistema euro, si sono castrati, facendo danno ai propri cittadini, pertanto è necessario che la classe politica esca dalla stupidità di un sistema dannoso per abbracciare la teoria endogena della moneta finanziando direttamente interventi bioeconomici: prevenzione del rischio idrogeologico, prevenzione del rischio sismico, conservazione dei centri storici e rigenerazione urbana delle periferie. Il motivo per uscire dall’economia del debito ed entrare nella teoria endogena è banale, gli interventi che servono allo Stato, cioè interventi che hanno un valore in se, sono un bene poiché forgiati nell’utilità sociale e non sono idonei per la stupida economia neoclassica poiché non generano profitti. Come può generare profitto la trasmissione del sapere? Come può generare profitto accudire i propri figli? Lo stesso vale per interventi atti a prevenire il rischio sismico degli edifici arrivati a fine ciclo vita.

Nel corso degli ultimi decenni la religione capitalista ha trasferito ricchezza prelevando anche dal risparmio delle masse di famiglie, e indirizzandola verso l’élite (banche, grandi imprese), tutto ciò mentre la classe politica, ascoltando i consigli dei neoliberali, ha introdotto l’uso del diritto privato in ambito pubblico, di fatto privatizzando il processo decisionale della politica (assenza di trasparenza), ha favorito e sostenuto le rendite di posizione, ha favorito le delocalizzazione industriali, ha favorito le speculazioni urbanistiche, ha aumentato la pressione fiscale ai salariati e ai liberi professionisti, ha ridotto progressivamente il potere d’acquisto degli stipendi salariati, e così tutto ciò ha prodotto una società peggiore di quella precedente, togliendo opportunità di vita alle attuali generazioni rispetto a quelle precedenti (anni ’60 e ’70). La psico programmazione mediatica spinge le famiglie a spendere il proprio salario per merci superflue. Se fossimo amministrati da una classe politica civile e responsabile, Governi e Parlamento, adotterebbe un’agenda urbana per prevenire i danni, che logicamente dobbiamo attenderci per il naturale ciclo vita degli ambienti costruiti. La maggioranza delle famiglie italiane non ha la capacità economica per affrontare i costi delle rigenerazioni necessarie che rappresentano un bene e non merci. Grazie a questa fragilità economica i liberali ricattano le comunità, ma al mercato non interessa promuovere rigenerazioni urbane bioeconomiche; anzi sta programmando e realizzando rigenerazioni per espellere altri ceti meno abbienti dai centri urbani e per conquistare spazi di mercato, cioè per conquistare merci. E’ questo il concetto che sta dietro il nichilismo urbano dettato dalla religione capitalista: tutto è merce; il territorio è merce, le superfici da costruire sono merce, le trasformazioni urbane sono merce, le persone sono merce.

Un piano regolatore generale bioeconomico è costruito su altri presupposti: analisi urbana e morfologica dell’esistente, conservazione, ecologia urbana, efficienza energetica, partecipazione attiva ma suggerendo le trasformazioni possibili, considerando ovviamente i principi della legge urbanista nazionale e gli standard, ma soprattutto i bisogni reali delle persone (non i capricci) e non il tornaconto degli investitori privati. Con questo approccio è possibile pianificare i sistemi locali, attraverso piani intercomunali ed è necessario farlo per eliminare gli sprechi che si consumano in questi territori.

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In letteratura esiste una sterminata documentazione, persino commerciale, che può informare e formare qualunque persona interessata e curiosa che intende farsi un’idea circa l’uso razionale dell’energia. A partire dai libri scolastici sulla termodinamica fino ai corsi universitari. Nelle biblioteche c’è tutto!

A mezzo internet possiamo conoscere la situazione di partenza, è facile, basta cliccare sul sito Agenzia internazionale dell’energia e conoscere sia il bilancio energetico e sia gli usi finali.

In Italia la prima legge è stata la n.10/91, rimasta inapplicata per anni. Oggi siamo giunti alle norme nZEB (Nearly Zero Energy Building) per gli edifici a energia quasi zero. Per l’energia basta poco. Ciò vuol dire che nonostante una inadeguata classe politica, esistono leggi e norme che favoriscono il risparmio energetico mentre tutta la progettazione è orientata dall’uso razionale dell’energia. Il peso di una classe politica inadeguata produce danni economici per il Paese, poiché ostacola e rallenta le opportunità di migliorare la qualità di vita dei cittadini e non favorisce l’occupazione utile.

La sostenibilità in edilizia è determinata dalla progettazione che disegna un involucro dell’edificio capace di garantire il comfort degli spazi interni con l’impiego di materiali a basso impatto ambientale. La progettazione deve tener presente i principi di eco-efficienza e di sufficienza energetica. Negli edifici esistenti si predispone la diagnosi energetica per misurare il reale fabbisogno. Allo stato attuale dei flussi energetici è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’impiego di nuove tecnologie. L’eco-efficienza e la sufficienza energetica si raggiungono adeguando l’involucro dell’edificio ai nuovi standard che prescrivono la riduzione degli sprechi. Facendo manutenzione degli edifici esistenti è possibile ridurre la domanda di energia impiegando tecnologie che sfruttano le fonti alternative, raggiungendo due obiettivi: migliore comfort abitativo e cancellazione degli sprechi conseguendo un risparmio economico.

Come si evince dai digramma dei flussi di energia dell’IEA, l’Italia dipende dagli idrocarburi e il dovere delle istituzioni è ridurre drasticamente tale dipendenza attraverso politiche industriali e strumenti finanziari ad hoc. Le motivazioni sono banali, gli idrocarburi sono fonti non rinnovabili, oltre che inquinanti e con scarsa capacità di produrre occupazione utile rispetto all’indotto delle fonti energetiche alternative che possiedono anche la virtù di non inquinare durante il loro esercizio.

 

IEA Balance Italia energia

Italia, bilancio energetico, fonte IEA.

 

 

IEA usi finali Italia energia

Italia, usi finali, fonte IEA.

Dal diagramma degli usi finali si osserva che una buona parte degli idrocarburi è impiegata nei trasporti e negli edifici. L’aspetto “curioso” è che sia nei trasporti e sia per gli edifici, da anni, le tecnologie per migliorare l’impiego finale ci sono. L’inerzia politica che conserva la dipendenza energetica dagli idrocarburi produce danni economici.

Gli edifici potrebbero diventare persino piccole centrali di energia, e messe in rete rappresentano una grande centrale realizzando in maniera efficace la cosiddetta rete distribuita.

E’ un interesse pubblico primario programmare l’auto sufficienza energetica, conservare la dipendenza dagli idrocarburi è un interesse privato delle imprese e rappresenta un danno economico per il Paese e per i cittadini, che pagano inutilmente una dipendenza resa obsoleta grazie all’innovazione tecnologica, che attraverso l’impiego di un mix tecnologie ci rende liberi da poteri privati sovranazionali.

Età degli edifici e consumi energetici

 

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Uno dei punti del programma politico di Podemos è la cosiddetta “conversione ecologica“, un tema recente per il mondo dei politici, ma ben conosciuto nell’ambito accademico, culturale e persino industriale. Il tema affonda le proprie radici e la propria ragione di essere nelle applicazioni e nelle trasformazioni della produzione industriale di merci; sin dal dopo guerra la crescita ha aumentato la produzione del cosiddetto prodotto interno lordo in tutti i paesi occidentali, e questo aumento ha fatto corrispondere un aumento dell’occupazione dagli anni ’50 fino agli anni ’80, e poi con l’informatica, le nuove tecnologie e l’impiego dei robot una crescente riduzione degli occupati, ma una continua crescita della produzione di merci. Dagli anni ’80 la crescita non sempre è coincisa con una migliore qualità della vita, anzi la globalizzazione ha sostenuto e incentivato la delocalizzazione delle produzioni industriali facendo ridurre ulteriormente il numero degli occupati. Mentre accadeva tutto ciò Nicholas Georgescu-Roegen dimostrava con precisione matematica tutto l’impianto truffaldino dell’economia neoclassica, precedentemente criticato da Keynes, Daly, Schumpeter e Marshall. In ambito intellettuale anche i non economisti prefiguravano il fallimento della modernità, Illich, Mumford, Pasolini, prendendo spunto da riflessioni di Aristotele, Platone, Heidegger, Weber, Sombart, Arendt.

Georgescu-Roegen Produzione fondi-flussi

Georgescu-Roegen, produzione fondi-flussi

Georgescu-Roegen correggendo la funzione della produzione prefigurava la bioeconomia e la conseguente decrescita selettiva delle produzioni inutili, proponendo di ristabilire l’equilibrio ecologico con l’analisi dei flussi di energia e materia, abbinata all’etica delle scelte politiche.

Una vera e sincera conversione ecologica dell’attuale modello è possibile solo uscendo dal capitalismo e dagli obsoleti paradigmi dell’economia neoclassica che ignora l’entropia, detesta la democrazia e rinnega l’etica. Il fatto che gli odierni livelli di produzione delle merci, dettati dagli interessi del WTO e assecondati dagli stati occidentali, siano insostenibili e dannosi per la sopravvivenza umana, è ormai, credo, una concezione data per scontata, anche per coloro i quali che affermano il contrario, ma lo fanno poiché sono i prezzolati sostenitori dello status quo. E’ ragionevole credere che sia meno scontato il fatto che bisogna uscire dal capitalismo per arrestare l’autodistruzione e transitare in un’epoca nuova.

La buona notizia è che alcuni ambiti industriali hanno investito nella bioeconomia, altri lo stano facendo anche nella chimica (uscendo dalla chimica petrolifera) e nell’agricoltura per tornare ai ritmi della natura; e persino uno dei settori più impattanti, quello delle costruzioni, possiede conoscenze avanzate e consolidate per avviare una conversione ecologica, garantendo persino la sufficienza energetica di tutto l’ambiente costruito applicando l’uso razionale dell’energia, la rigenerazione urbana figlia della “sostenibilità forte”, e con l’impiego di un mix tecnologico. L’ostacolo a questa ambizione è la corruzione, l’arroganza e l’ignoranza dei politici, il legislatore, e settori di imprese e banche che sostengono l’economia del debito e l’esclusiva dipendenza dagli idrocarburi. Un altro ambito virtuoso è il mondo del riuso e del riciclo totale, così come la mobilità intelligente, e sono tutti rallentati, osteggiati dalle ragioni sopra accennate ed ampiamente note alla cittadinanza, ahimé poco consapevole dell’opportunità di transitare fuori dal capitalismo e dentro la bioeconomica, che crea nuova occupazione utile.

Podemos e Syriza hanno l’opportunità di approfondire e presentare un progetto di bioeconomia per l’Europa e per i propri paesi affrontando e risolvendo, con un unico approccio culturale, tre problemi atavici della modernità: lavoro, ambiente e democrazia.

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Come direbbe Socrate questa società costruisce la sua realtà basandosi sulle opinioni e non sulla ricerca della verità. Le opinioni politiche espresse su facebook e twitter sono le verità dei politici che rimbalzando nei media diventano la neolingua che scrive nelle menti dei cittadini apatici e nichilisti. Se i cittadini si rifiutassero di seguire questi slogan, e come insegna Socrate andassero alla ricerca della verità tutto il teatro politico si scioglierebbe come neve al Sole.

Nell’attuale panorama politico è di moda ritenere che le parole destra e sinistra siano obsolete, ma questa moda transitoria, come tutte le mode, rientra nel processo involutivo e regressivo degli individui, e serve a nascondere la verità per fini elettoralistici, per svuotare le persone di una propria identità culturale e storica; è più facile addomesticare un individuo senza una conoscenza storica. E’ sufficiente notare che nella sostanza la maggioranza degli italiani, quando è chiamata ad esprimere scelte politiche sugli argomenti, compie scelte di sinistra (referendum 12-13 giugno 2011, 25.216.418 votanti per i SI) e non potrebbe essere altrimenti, dato che il neoliberismo è il pensiero criminale predominate all’interno dell’UE per sostenere e favorire le multinazionali che orientano e possiedono i burocratici europei e persino pezzi dei Governi nazionali. Per intenderci meglio cito un esempio pratico: oggi emergono sempre più spesso proposte concrete per cambiare gli stili di vita, ma queste proposte rientrano tutte nelle idee utopiste dell’Ottocento scritte, e costruite dai movimenti socialisti che si contrapponevano alle condizioni insalubri delle città capitaliste (falansterio, “villaggio di armonia e cooperazione”). E’ altrettanto noto che i cosiddetti partiti di sinistra non rappresentano la volontà popolare emersa dai referendum, ma non bisogna commettere l’errore di confondere le strutture (i partiti) con le idee ed i valori, com’è altrettanto vero che l’effetto più logico e naturale sia il dissenso espresso col non voto (il primo partito italiano è proprio quello del non voto, 21.880.739 di cittadini che non hanno un rappresentante politico).

In questo periodo di crisi della rappresentanza politica e della partecipazione attiva dei cittadini, credo sia doveroso proporre un percorso per riprenderci un’identità culturale, e lanciare un “Manifesto” politico per produrre un dibattito pubblico circa il cambiamento culturale che può consentire all’intera società di approdare in un’epoca nuova, adeguata alle opportunità offerte dall’evoluzione del pensiero e l’innovazione delle tecnologie a servizio dell’uomo in armonia con la natura. E’ necessario percorrere una transizione chiamata “decrescita felice”, per uscire dall’economia del debito, per uscire dal capitalismo, e costruire le basi culturali, sociali, istituzionali e tecnologiche per l’epoca nuova che ci consente di realizzare una prosperità per le presenti e future generazioni.

La Sinistra come noi l’abbiamo studiata e “conosciuta” è nata fra il Settecento e l’Ottocento, ed è “terminata”, per l’Occidente, durante il Novecento; il secolo ove il capitalismo ha saputo prosperare e crescere, fra gli USA e l’Europa, nella versione più sincera e vera: cioè il neoliberismo, che ha sostituito Stati, Nazioni e modelli democratici, attraverso una progressiva trasformazione della società e delle istituzioni per mezzo della propaganda, della manipolazione psicologica, per mezzo della matematica finanziaria, le regole degli istituti bancari e la tecnologia informatica piegata agli interessi di determinate multinazionali.

La Sinistra nasce in antitesi al capitalismo (sorto col nascere del sistema bancario controllato dalla borghesia) per proporre una società migliore attraverso la tutela e l’ampliamento dei diritti umani e civili, l’uguaglianza e lo sviluppo dell’educazione e della cultura. Durante il Novecento l’esperienza concreta della Sinistra, ci mostra che essa stessa non ha rinunciato all’uso del capitalismo (l’obsoleta e sbagliata funzione della produzione), cioè non rinuncia a generare un profitto attraverso la crescita economica e materialista, e la Sinistra si differenza dalla destra, cioè dal liberismo, nella gestione politica del profitto capitalista. La Sinistra preferisce affidare allo Stato la pianificazione sociale ed economica delle risorse per un’equa ridistribuzione del profitto, e come la destra liberista crede che lo sviluppo sia insito nella crescita dell’economia e nel consumo delle merci, indipendentemente dalla qualità delle stesse e dall’impiego delle risorse, indipendentemente dagli effetti negativi che la crescita produce. Entrambe le visioni (Smith e Marx) hanno l’enorme limite culturale di ignorare le leggi della natura: fotosintesi clorofilliana, termodinamica (entropia), meccanica quantistica. Entrambe le visioni sono miopi poiché appartengono alla religione dell’economia neoclassica che rinnega la visione pragmatica e morale di Aristotele, entrambe le visioni sono miopi poiché rinnegano i rischi legati alla potenza della tecnica individuata da Heidegger, entrambe le visioni sono miopi poiché rendono l’uomo schiavo – animal laborans – come descritto da Arendt. Gli eventi bellici prima, e la recente storia degli ultimi trent’anni mostra come la Sinistra stessa, attraverso i suoi dirigenti, abbia rinnegato le proprie origini, i propri valori, ed abbia scelto di ignorare nuovi temi ed argomenti che si sviluppavano al proprio interno e che ponevano le questioni ambientali e la critica al consumismo (anni ’60) come un’evoluzione culturale della Sinistra stessa anche grazie alla bioeconomia. Nel corso degli anni ’80 la Sinistra ha preferito che l’ideale del liberismo diventasse organico ai propri programmi politici (la “terza via”), di fatto cancellando la Sinistra stessa dal panorama politico e culturale e disorientando milioni di elettori e di cittadini ignari di tale processo involutivo.

Oggi, le evidenti contraddizioni fra capitalismo e democrazia, la crisi strutturale del capitalismo stesso, la crisi avviata nel 2008 e l’inizio del nuovo millennio mostrano tutti i limiti del sistema capitalista come non era mai accaduto prima. La sua implosione preconizzata da Keynes e dalle leggi proposte da Georgescu-Roegen, il padre della bioeconomia, consentono oggi, un dibattito pubblico probabilmente più maturo rispetto alle precognizioni e alle corrette critiche delle minoranze culturali di Sinistra durante gli anni ’60, che avevano annunciato l’attuale recessione generata dall’insostenibilità del sistema stesso (Pasolini, Illich, Daly, Georgescu-Roegen).

«La prima analisi del modo con cui le persone interagiscono nell’ambito dello scambio economico non si trova nell’Economico di Senofonte, né negli Oeconomica di Aristotele, in gran parte apocrifo, ma nell’Etica Nicomachea di Aristotele. Lo scopo di Aristotele era quello di dimostrare come la giustizia poteva essere rispettata all’interno dello scambio. Il suo principio del giusto scambio è stato successivamente ripreso e perpetuato nei secoli dall’etica cristiana, secondo la quale lo scambio non doveva divenire occasione per nuocere al prossimo. L’economia politica conservò questa prospettiva per secoli. Fu essenzialmente con l’illuminismo che si cominciò a interpretare le attività economiche a partire dai concetti di piacere e di self-interest. In questo modo l’economia è stata trasformata in una disciplina mercantilistica, la cui principale preoccupazione è rimasta, da allora, confinata nell’ambito del mercato. Inevitabilmente, anche l’etica socratica tradizionale, secondo la quale gli uomini sono potenzialmente in grado di distinguere dialetticamente tra il “bene” e il “male” è stata posta in discussione. […] Tuttavia a causa della profonda separazione tra etica ed economia politica, queste diverse tradizioni non hanno influito affatto sul pensiero economico. […] Effettivamente, l’economia diventò sempre più una disciplina an-etica, come dimostra la negazione categorica di qualsiasi confronto interpersonale dell’utilità – così come della felicità o della sofferenza» (Nicholas Georgescu-Roegen, Bioeconomia ed etica, in Bioeconomia, Bollati Boringhieri, 2013, pag. 185-186) .

Nel riconoscere i limiti culturali e strutturali del capitalismo, un nuovo movimento politico italiano può trovare la risposta necessaria per proporre un cambio dei paradigmi culturali e sostenere quei cittadini, quelle associazioni e quei movimenti culturali per sviluppare un percorso fondamentale utile a costruire la società dell’epoca che verrà; un’epoca ove uguaglianza, diritti e democrazia possono realizzarsi attraverso l’uscita dal capitalismo e l’ingresso nella bioeconomia.

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I cittadini hanno tutti i mezzi per avviare un progetto di cambiamento concreto. Gli ostacoli relativi alle conoscenze e all’accesso alle tecnologie giuste non ci sono più. L’unico ostacolo rimasto è interno al nostro sistema culturale che si basa su falsi miti e credenze, il mito dell’obbedienza verso poteri obsoleti. Il mito dell’obbedienza verso istituzioni che non portano avanti il bene comune, ma gli interessi mercantili di gruppi organizzati che ci vogliono schiavi e consumatori di merci inutili. Il prezzo dell’energia (idrocarburi: petrolio e gas) aumenterà, mentre oggi possiamo arrestare questa dipendenza per trasformare quartieri e città in isole energetiche indipendenti sfruttando un mix di risorse (conti alternative) e un mix di tecnologie intelligenti.andamento_prezzo_energia_elettrica_marzo_2013Fonte immagine del grafico qui sopra.

Tre anni fa ho condiviso il post proposta energetica ove da un lato studiavo le informazioni di Terna e dall’altro pensavo fosse utile cogliere i suggerimenti relativi al modello generazione distribuita perseguibile anche attraverso le ESCo. Anche Terna nei suoi rapporti cita il modello smart grid per migliorare l’efficienza energetica.

documento_Terna

Questo segnale formale è importante poiché possiamo cogliere che all’interno del “sistema” sia passato il messaggio politico che bisogna andare nella direzione dell’auto sufficienza energetica, quanto meno nella direzione della riduzione della dipendenza energetica dagli idrocarburi.

andamento_energia_2010-2013

Il grafico confronta la domanda di energia 2010 e 2013 ed è evidente la riduzione della domanda energetica. Sappiamo che l’offerta energetica da fonti alternative è aumentata, pertanto la dipendenza dagli idrocarburi può diminuire, ed è giusto perseguire il processo di efficienza energetica a scala nazionale e locale cancellando gli sprechi. Puntando alla riduzione degli sprechi si avrà un’ulteriore e significativa riduzione della domanda di energia ed attraverso l’impiego del mix tecnologico con le fonti alternative si potrà avere una significativa riduzione dell’inquinamento ambientale ed il relativo miglioramento della qualità della vita.

Ricordiamoci che i partiti politici intendevano realizzare centrali nucleari per produrre energia convinti che le fonti alternative non potessero soddisfare la domanda di energia. L’evoluzione tecnologica sta dimostrando che quella scelta era profondamente sbagliata. Oggi abbiamo tutte le risorse per realizzare comunità autosufficienti, è un obiettivo importante che per essere realizzato ha bisogno di nuova occupazione.

Non c’è alcun dubbio che stia cominciando una nuova epoca e stiamo vivendo un lungo periodo di transizione. Anche le istituzioni stanno mostrando nuovi programmi e nuove strategie.  A Bologna si presenta il programma smart city che mostra “nuove” strategie per le “città intelligenti”, certamente un’opportunità di confronto, ma bisogna ricordare che la storia delle città è stata ampiamente condizionata dal capitale e dalla rendita urbanistica, che hanno determinato le scelte degli attori politici a sfavore dei progetti sostenibili. Mentre è noto che l’Istat ed il CNEL abbiano pubblicato il primo rapporto del Benessere Equo e Sostenibile (BES). Da questi cambiamenti dobbiamo imparare e distinguere le opportunità di un reale cambiamento dei paradigmi culturali, dalle operazioni di marketing che nel solco della crescita vestono una immagine che cela l’obsoleto paradigma. Le Amministrazioni locali possono scegliere la strada della sobrietà e dell’uso razionale delle risorse attraverso un percorso culturale ampiamente illustrato nel primo rapporto BES.

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Urban-Mining

Formazione culturale, creatività e convinzione nelle proprie idee sono condizioni indispensabili per trasformare i propri sogni in realtà sostenibili.

Da troppo tempo l’industria sta rubando risorse naturali con una velocità superiore ai tempi di rigenerazione della natura e per molte materie prime sappiamo che non c’è rigenerazione. Se pensiamo a televisori, cellulari, computer, lavatrici possiamo intuire che la loro complessità progettuale sia anche una problema nel recuperare “materie prime seconde”, soprattutto quando queste merci arrivano nei centri di recupero. Spesso gli elettrodomestici a fine ciclo vita finiscono in Ghana, e li vengono recuperate le materie prime in condizioni ambientali e sanitarie a dir poco pericolose.

Oltre gli elettrodomestici anche gli edifici sono miniere di materiali. Le demolizioni selettive consentono di recuperare materiali in maniera più efficace, e consentono un facile riutilizzo di vetro, legno, laterizi, etc. Possiamo ricordare che il mondo delle costruzioni rappresenta un tradizionale volano dell’economia reale per un motivo molto semplice, la totalità delle risorse impiegate: materie prime, imprese, progettisti e lavoratori sono locali, cioè sono soldi che rimangono sul territorio. La globalizzazione ha favorito la delocalizzazione delle produzioni (abbigliamento, elettrodomestici) e quindi ha spostato i profitti dal territorio ai consigli di amministrazione espropriando i lavoratori locali. Un ritorno all’economia locale può restituire un salario ai cittadini. In che modo? Ad esempio, recuperando i materiali dalle merci che abbiamo importato dai paesi stranieri, possiamo creare giacimenti e creare un indotto virtuoso per le imprese locali. Un altro esempio è senza dubbio l’informazione e la cultura del consumo critico che ci permette di conoscere le condizioni di lavoro, l’impatto ambientale ed i rischi sanitari delle materie prime usate.

Possiamo immaginare che le Regioni siano aree, ambiti, ove poter gestire e recuperare tutte le “materie prime seconde” e che le accademie insieme alle imprese riescano a gestire questi flussi di energia e di materia in maniera efficiente, cioè col minimo impiego di risorse energetiche, il minimo impatto e la massima resa.

La gestione regionale del recupero di “materie prime seconde” consente di risparmiare energia e di avere giacimenti di materie a breve distanza. Giacimenti a disposizione delle imprese e dell’economia locale. Si tratta di unire il capitale naturale locale col recupero dei materiali ed avviare un’economia delle brevi distanze utile al sostegno delle auto produzioni locali: energia, cibo e mobilità.

Estrazione materie prime, trasformazione e produzione, commercio e consumo e recupero possono svolgersi in ambiti locali per migliorare il processo di ciclo vita e ridurre al minimo gli impatti delle filiere. Questa “innovazione” culturale consente di aumentare l’autonomia, l’indipendenza e la libertà delle città e degli abitanti che riducono la dipendenza dalle multinazionali e dai mercati finanziari globali.

Un’altra virtù di questa evoluzione culturale è lo stimolo del lavoro interno e la domanda interna verso obiettivi sostenibili, cioè non si crea lavoro per la crescita illimitata e la vendita di merci inutili, ma per la gestione razionale delle risorse, un totale ribaltamento dei paradigmi obsoleti, quei dogmi che leggono solo il rapporto debito/PIL. In questo caso si parte da un progetto di riuso al fine di tutelare l’ambiente e la salute, ma che innova e sostiene le imprese locali consentendo loro di attingere a giacimenti locali, anziché cercare le materie sparse nel pianeta.

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