Per i sociologi dell’ambiente

Questo è il mio umile contributo per il XII convegno dei sociologi per l’ambiente presso Università di Salerno. 27 settembre 2019. Parte III – sessioni in parallelo. Sessione B: La bioeconomia tra modernizzazione ecologica e nuovi cicli di accumulazione capitalistica. Titolo del mio contributo La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomica. L’intenzione è stimolare un dibattito pubblico sui noti problemi causati dal paradigma culturale dominante, il capitalismo, che negli ultimi decenni ha accelerato la crisi ambientale, ed ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali (economiche, sociali e di riconoscimento). La proposta è semplice ma radicale: cambiare il paradigma culturale di riferimento e approdare sul piano bioeconomico, perché ciò può favorire una corretta interpretazione dei territori e di conseguenza, può favorire la costruzione di nuovi piani urbanistici, maggiormente aderenti ai valori e ai principi costituzionali che indicano la tutela dell’ambiente e del paesaggio così come la rimozione degli ostacoli di ordine economico per rimuovere le disuguaglianze.

Il convegno mette al centro della discussione le modalità secondo cui i rapporti politici, sociali ed ecologici si sono riorganizzati e si stanno riorganizzando all’interno del periodo che in molti riconoscono e definiscono come antropocene.

Le aree urbane, la loro crescita e i processi di trasformazione urbana rappresentano una delle attività più impattanti circa l’uso delle risorse limitate del pianeta. Le complesse relazioni sociali degli abitanti sono condizionate dallo spirito del tempo: il capitalismo, fino a coniare il termine “capitalocene”. Condurre il concetto di bioeconomia nei piani di trasformazione urbana, ha la chiara intenzione di ripensare le relazioni sociali, non solo al fine di mitigare le crisi ambientali ma di offrire una prospettiva di sopravvivenza agli abitanti. Un piano urbano bioeconomico rompe la dipendenza delle aree urbane dagli idrocarburi, e può mutare i processi di accumulazione capitalista tipici delle rendite fondiarie e immobiliari. Il cosiddetto metabolismo urbano, con l’analisi dei flussi in ingresso e in uscita, è in grado di costruire meta-progetti e quadri culturali individuando le funzioni territoriali per orientare i piani all’uso razionale dell’energia e valutare l’impatto sociale delle scelte. Ad esempio, la scuola territorialista con la valida proposta interpretativa della “bioregione urbana”, intende i valori identitari del territorio e delle comunità locali favorendone un corretto uso.

Secondo lo scrivente, l’auspicio è quello di ridurre lo spazio del mercato per aumentare lo spazio delle comunità con scambi non necessariamente mercantili. Distinguendo i “beni” dalle “merci” anche nella valutazione dei progetti di trasformazione urbana è possibile eliminare gli effetti speculativi di progetti costruiti sul surplus delle rendite immobiliari. Un corretto disegno urbano può orientare e controllare tale processo per tutelare i ceti economicamente più deboli, così come può tutelare le risorse naturali e il paesaggio urbano. Nell’ambito urbano e degli insediamenti umani, l’approccio bioeconomico supera la dipendenza dagli idrocarburi e ripensa il processo di accumulazione capitalista, non lo elimina del tutto. Un’economia urbana bioeconomica consente alle città di accrescere mercati autarchici, si pensi all’autosufficienza energetica e al consumo di risorse locali, così come il riuso dei materiali, e questa strategia di mercato si integra al mercato globale, non lo sostituisce. La differenza fra il paradigma attuale e quello bioeconomico consiste nel fatto che il secondo aiuta le comunità locali nel ridurre la dipendenza da fattori esterni ai territori.

Nell’ambito bioeconomico, le aree urbane sono sistemi che riorganizzano i propri cicli cercando di chiuderli, cioè riutilizzano le risorse importate, e ottimizzano i flussi energetici riducendo la dipendenza dagli idrocarburi, attraverso l’impiego di un mix di tecnologie che sfruttano le fonti energetiche alternative. Oltre a ridurre l’impronta ecologica delle strutture urbane, attraverso un adeguato “progetto di suolo”, si possono costruire luoghi di relazione e servizi mancanti, e stimolare opportunità di nuova occupazione.

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Un disegno urbano per Salerno 2

Nel mio primo intervento “un disegno urbano per Salerno”, descrivo velocemente la complessità dell’agglomerato urbano salernitano, dal centro fino all’espansione moderna costituita in una sua parte da una trama reticolare (via dè i Principati, via Dalmazia…) e da un’altra parte contemporanea dalla disomogeneità delle forme aperte (zona orientale); poi la totale deregolamentazione e speculazione che ha distrutto le colline salernitane. In questo intervento intendo narrare, altrettanto velocemente, un’agenda, obiettivi, e idee progettuali per l’area urbana estesa, partendo da un tema molto noto: il fiume Irno. La valle dell’Irno è parte del sistema urbano complesso, ed è il paesaggio urbano e naturale da rigenerare completamente, e percorrendo questa valle troviamo il disordine, le speculazioni edilizie e le trame irregolari e organiche dettate sia dalla complessità dell’orografia territoriale, e sia dalla totale incapacità delle amministrazioni locali che non hanno voluto o non hanno saputo pianificare e governare correttamente il territorio. In questa complessità territoriale e urbana vivono gli abitanti che interagiscono e usano il suolo. Nella valle riscontriamo i numerosi episodi dell’ambiente costruito, vi sono gli insediamenti storici, e riscontriamo edifici agglomerati lungo le strade o inseriti in appendici vallive ma spesso queste forme insediative più recenti sono prive di urbanità, e completamente disarticolate da una trama regolare e incompatibili col territorio. La ragionevolezza e le competenze urbanistiche suggeriscono di arrestare la dispersione urbana per impedire altro consumo di suolo, impedire altra inquietudine urbana, mentre la riorganizzazione di funzioni e attività lungo la valle si può coniugare sia con la tutela del paesaggio e sia con la rilocalizzazione degli insediamenti urbani rigenerando la morfologia e favorendo un corretto uso del suolo. Programmi di conservazione degli insediamenti storici e valorizzazione delle preesistenze con infrastrutture di mobilità intelligente che possono migliorare la vita degli abitanti. Una strategia molto nota è il censimento di tutte le aree abbandonate, sottoutilizzate per rigenerare l’esistente. E’ possibile stimolare processi di densificazione con nuove attività e funzioni presso stazioni intermodali inserite in un sistema di mobilità sostenibile, per sfavorire l’uso del mezzo privato e favorire il trasporto pubblico e ciclabile, mentre contemporaneamente è possibile rinaturalizzare il letto del fiume Irno per renderlo vivibile e percorribile. Ripercorrendo il fiume dalla foce fin dentro la valle, riscontriamo la bruttezza dei processi di cementificazione e le numerose palazzine che lo costeggiano. Buona parte di queste palazzine sono prive di carattere poiché non sono architettura ma pura merce edilizia, mentre in alcuni tratti, in zona parco dell’Irno, vi sono taluni edifici abbandonati e in avanzato stato di degrado, che possono essere demoliti e sostituiti con funzioni e attività compatibili. Questo è uno scenario urbano interessante: correggere la complessità della disomogeneità degli agglomerati urbani attraverso nuovi collegamenti che valorizzano l’esistente, disegno dei luoghi, nuove funzioni e attività inserite in nuove scene urbane collegate fra loro, una nuova urbanità (densificazione, diradamenti e trasferimenti di volumi) per favorire la mobilità dolce e intelligente; e processi di rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, tutto con un unico piano intercomunale bioeconomico.

Una breve parentesi per un possibile meccanismo economico utile alla realizzazione: criteri meta-progettuali, una perequazione diffusa e non più di comparto, il recupero del plus valore fondiario, e il contributo per la costruzione della città pubblica, oltre che sovvenzioni pubbliche per il bene comune misurando la qualità sociale dei piani attuativi. Tutti strumenti noti ma del tutto nuovi per la Campania che ha preferito la speculazione alla pianificazione.

Dal Ptcp Salerno 2012 possiamo leggere le cosiddette invarianti per un disegno di bio regione urbana: i beni storici, le caratteristiche naturali, la aree naturali, le infrastrutture, la rete ecologica, e i beni paesaggistici; tutte risorse che caratterizzano il territorio e che possono essere connesse meglio con gli insediamenti urbani e produttivi al fine di usare le risorse in chiave bioeconomica, sia per tutelarle e sia per valorizzarle. Nel corso degli anni il termine valorizzazione ha assunto una valenza ambigua poiché si è concretizzato come appropriazione e privatizzazione di un bene finalizzato al profitto. La valorizzazione in bioeconomia significa tutt’altro e cioè uso razionale dell’energia o del bene, per favorire la fruizione agli abitanti e non lo spreco, anzi si usa adottare la tutela (che non significa chiusura o impedimento) per consentire alle future generazione di poter usufruire dello stesso bene.

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Salerno caratteristiche naturali
Salerno e valle dell’Irno, caratteristiche naturali, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno beni storico culturali
Salerno e la valle dell’Irno, beni storico culturali, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno aree naturali protette
Salerno e la valle dell’Irno aree naturali protette, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno beni paesaggistici
Salerno beni paesaggistici, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno e valle dell'Irno rete ecologica ambientale
Salerno e la valle dell’Irno, rete ecologica e rischio ambientale, fonte Ptcp Salerno 2012
Salerno infrastrutture e logistica
Salerno infrastrutture, trasporti e logistica, fonte Ptcp 2012.

Persone e territorio

Da molti anni ormai, sia il mondo accademico e sia gli istituti di statistica divulgano un approccio attento alle risorse, e indicano, indirettamente o direttamente, le linee guida per aiutare il proprio Paese. Anche l’ultimo rapporto 2019 dell’ISTAT, dichiara apertamente la necessità di valorizzare i territori e le risorse locali, si esprime ancora con termini ambigui come “crescita equilibrata” figli dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” che ha contribuito a giustificare la distruzione gli interi ecosistemi naturali e l’aumento delle malattie favorite dall’industrialismo, ma l’ISTAT ci presenta comunque un quadro complesso e complessivo di estremo interesse.

La disuguaglianza per eccellenza, quella fra Nord contro Sud, può essere letta e interpretata anche grazie ai documenti dell’ISTAT. Secondo il mio modesto parere, vi sono alcuni fattori che dovrebbero cambiare radicalmente e agire in sinergia attraverso un comune denominatore: fare l’opposto di quello fatto finora. Uno di questi fattori è il ripristino dell’azione pubblica dello Stato che ripensa le agglomerazioni industriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, e l’atro fattore è il cambiamento delle classi dirigenti meridionali, sostituite con un nuovo ceto politico formato proprio sulla bioeconomia. I Sistemi Locali del Lavoro che risultano più attrattivi hanno determinate caratteristiche: la scelta politica di localizzare e concentrare funzioni e attività, e il continuo rinnovamento dell’offerta formativa didattica condizionata dalle imprese presenti sul territorio. Come ha certificato anche l’ISTAT, Regno d’Italia e Repubblica italiana hanno creato le disuguaglianze poiché il ceto politico ha voluto concentrare determinate attività e funzioni con maggiore valore aggiunto soprattutto in pianura padana, lasciando talune attività pesanti e inquinanti nel meridione (Bagnoli, Taranto, Priolo, Gela). Ancora oggi, le attività di ricerca e innovazione con maggiore valore aggiunto condotte dall’Università pubblica italiana si trovano soprattutto in pianura padana, e pertanto non è un caso che gli studenti meridionali vadano a formarsi al Nord, o all’estero, per poi non tornare più, alimentando un danno sociale ed economico non misurabile ma drammatico. La responsabilità politica di questa disuguaglianza è tutta della classe dirigente italiana (imprese, politici, università) perché essa stessa ha creato politiche capitaliste razziste e antimeridionali, inventando un “centro” e una “periferia” economica. In sostanza, le disuguaglianze sono create dalle scelte politiche e non dipendono dalla geografia. Nel corso dei decenni queste scelte hanno favorito i privilegi di talune famiglie e danneggiato altre eliminando la cosiddetta ascensore sociale; chi nasce povero resta povero, e chi nasce in famiglie ricche ha maggiori opportunità rispetto agli altri. L’inversione di tendenza può essere avviata solo cambiando radicalmente i paradigmi culturali di una società moderna profondamente nichilista, e giudicando diversamente il ceto politico, cioè gli elettori meridionali dovranno stimolare la nascita di una propria identità culturale e politica, non più delle destre (liberali e neoliberali), favorendo la partecipazione attiva al processo decisionale della politica e una migliore selezione della classe dirigente.

La carenza di servizi (sanità, centri culturali…), e i problemi ambientali e occupazionali del Sud rappresentano gli investimenti pubblici e privati per creare impieghi utili, per farlo è semplice: ci vuole la volontà politica che oggi non c’è, perché le disuguaglianze produttive rappresentano lo sfruttamento economico e sociale del Nord che vende al Sud e “ruba” giovani risorse umane. E’ un corto circuito sociale e culturale che appartiene solo all’Italia, costruito persino sull’inciviltà diseducativa che spinge i meridionali a costruirsi una credenza religiosa per disprezzare i propri luoghi e abbandonare la propria terra, infine, solo in Italia, da circa trent’anni, esiste persino un partito politico razzista antimeridionale cioè inventato e costruito appositamente per favorire l’accumulazione capitalista in una sola area geografica a sostegno dell’egoismo delle imprese localizzate al Nord, una enorme “comunità” chiusa forgiata sullo sfruttamento delle risorse pubbliche. Questo è il medesimo modello capitalista che riscontriamo fra Occidente ed Oriente, e dentro l’euro zona ove Sistemi Locali sfruttano altri Sistemi Locali. Se non si accetta la realtà, e cioè che il capitalismo stesso crea disuguaglianze, sottosviluppo dei territori e distruzione della natura, allora sarà difficile invertire la rotta che ci condanna alla povertà e alla marginalità.

Anche l’ISTAT suggerisce di abbinare l’analisi della struttura produttiva alle risorse locali del territorio, questo è l’approccio territorialista al fine di suggerire un uso razionale delle risorse e dell’energia. Il mezzogiorno d’Italia, necessità di questo approccio ma va integrato con politiche pubbliche socialiste per costruire i servizi mancanti, dalla cultura al sociale, fino alla realizzazione di sistemi di mobilità intelligente. Il Sud d’Italia non è solo agricoltura, bellezza, paesaggio ma è fondamentale creare agglomerazioni della manifattura leggera e tecnologica dal più alto valore aggiunto. I Sistemi Locali meridionali potrebbero e dovrebbero stimolare modelli autarchici di innovazione tecnologica agglomerando funzioni e attività creative. Ad esempio, anziché importare tecnologie straniere per risolvere problemi sarebbe saggio che tali soluzioni fossero costruite in casa. La complessità del territorio italiano richiede due politiche: la rigenerazione urbana e dei territori rurali, e la creazione di sistemi e tecnologie innovative di trasporto delle persone per risolvere i problemi in Sardegna (ove non esiste il treno), in Sicilia, e poi gli spostamenti adriatico-tirreno oltre che gli spostamenti puglie-Campania. L’Italia, se avesse una guida politica saggia, dovrebbe riappropriarsi di capacità tecnologiche che aveva creato in passato e concentrare tali programmi di ricerca proprio nelle aree più marginali.

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Rigenerazione e forma urbana

Nell’intervento precedente ho affermato che un corretto piano di rigenerazione urbana nasce dall’analisi dell’esistente, cioè misurando la morfologia dell’aggregato edilizio o tessuto urbano. La composizione urbana insegna la costruzione dell’isolato e della cellula urbana (unità di vicinato o Neighborhood unit), che rappresentano l’elemento principale della progettazione urbana, scegliendo la forma e la corretta distribuzione dei servizi. Nella vecchia Europa, fino a quando si sono costruite le città, il corretto processo di fondazione di un insediamento umano rispondeva alla cellula urbana. Oggi, i principi compositivi dell’urbanistica sono adottati per rigenerare parti delle città esistenti in Inghilterra, Germania, Francia e Svizzera. In questi paesi si è sviluppata un’esperienza significativa sulla rigenerazione urbana, mentre in Italia troviamo esempi di riqualificazione urbana, la differenza si trova nella sostanza dei piani. La rigenerazione urbana si pone l’obiettivo di intervenire dentro le zone consolidate, anche demolendo e ricostruendo volumi esistenti, mentre gli interventi italiani si sono occupati di lottizzare aree abbandonate, come le ex aree industriali e in altri casi si è usato lo slogan “rigenerazione” per consumare nuovo suolo agricolo attraverso le lottizzazioni. In Italia, veri e propri interventi di rigenerazione urbana sono molto limitati. In Inghilterra, ove nasce l’urban regeneration, il Governo costruì un’agenzia pubblica per occuparsi di rigenerazione urbana con programmi di finanziamento e piani specifici al fine di intervenire nell’inner city. Non dobbiamo dimenticare che fra l’Italia e l’Inghilterra esiste un regime giuridico dei suoli differente; nel mondo liberale anglosassone l’interesse pubblico è prevalente, in Olanda è ancora in uso il diritto di superficie per costruire la cosiddetta “città pubblica”. All’estero esiste una maggiore efficacia dell’azione pubblica, una cultura della pianificazione territoriale più forte che garantisce l’interesse della collettività. All’interno di questa tradizione non esiste il famigerato fenomeno dell’abusivismo edilizio e gli interventi privati sono piegati dall’interesse generale favorendo forme insediative e morfologie urbane migliori per risolvere problemi di degrado e di disordine urbano. In Italia, esiste ancora l’istituto dell’esproprio per realizzare l’interesse pubblico ma nella pianificazione urbana, la prassi consolidata e più diffusa dagli amministratori politici è stata quella di “privatizzare” il disegno urbano, consentendo agli investitori di orientare la perequazione e costruirsi i propri interventi incassando le rendite parassitarie. In Olanda, Inghilterra e Germania è lo Stato che indirizza la pianificazione dei suoli, mentre l’iniziativa privata che genera rendite è tassata, per raccogliere finanziamenti utili a costruire la “città pubblica” (scuole, ospedali, verde pubblico, biblioteche, teatri, servizi …). Il modello privatistico di agenzie di rigenerazione urbana, sorto in Inghilterra, ha trovato applicazioni diversificate in Francia, in Spagna mentre in Italia, nel nostro paese, non esiste un’agenzia ad hoc, e negli anni ’90 il legislatore introdusse una serie di strumenti giuridici chiamati “programmi complessi” per imitare i processi esistenti all’estero. La cosiddetta città moderna realizzata fuori dall’Italia, ha pianificato morfologie urbane migliori perché i processi politici che coordinavano l’urbanizzazione furono gestiti da uffici competenti con piani urbani di qualità, e la classe dirigente danese, svedese, inglese, olandese abbracciò la cultura urbana e architettonica ispirata dagli utopisti socialisti, ampliandola; basti ricordare il piano Cerdà di Barcellona (1859), Vienna (1859-1872), Parigi (1853-1869), il piano della Grande Londra (Abercrombie, 1941), oppure il “piano delle cinque dita” di Copenaghen (1951), o il piano di Amsterdam (Berlage, 1917-40).

Firenze piano Poggi 1865
Firenze, piano Poggi 1865.
Roma piano regolatre 1873 Pianciani e Viviani
Roma, Piano Regolatore Pianciani e Viviani, 1873.
Milano Piano Beruto 1884
Milano, piano Beruto, 1884.

Piani ben fatti furono presentati anche a Firenze (Piano Poggi, 1865-1875), Roma (piano Viviani 1873 e piano Saintust-Nathan 1911), Torino e Milano (piano Beruto, 1879), Napoli (piano 1885) ma nel corso degli anni a seguire talune previsioni vennero edulcorate dal ceto politico, e con la ricostruzione post bellica anziché applicare una corretta composizione urbana, si scelse di avviare interventi speculativi per accumulare e concentrare capitali nelle mani della borghesia che sfruttava il profitto della famigerata rendita. Inoltre, bisogna sapere che fino alla pubblicazione del DM 1444/68, nella maggior parte dei comuni italiani, l’attività edilizia è stata completamente fuori controllo e senza piani. L’autorizzazione per costruire (licenza edilizia) fu introdotta prima nel 1935, art.4 legge n. 640, poi confermata nel 1942 (legge urbanistica nazionale), mentre l’obbligo esteso a tutto il territorio comunale avvenne solo nel 1967. Nell’Ottocento e inizio Novecento, le tipologie di intervento più incisive, cioè quelle che ambirono a risolvere problemi di igiene urbana, prevedevano demolizione e ricostruzione, diradamenti e allineamenti, e nacquero a Parigi (Haussmann 1853-1870); nel corso dei decenni successivi molte città europee pianificarono l’espansione della città con queste tecniche. Da un lato la borghesia capitalista richiedeva di vivere in luoghi migliori (Paradise planned), e dall’altro lato si riuscì a migliorare la forma urbana esistente (Londra, Vienna, Berlino, Roma). Quando nacque l’urbanistica per limitare i danni dell’industrialismo, si presentò il problema della rendita (Parigi, Londra, Berlino), e all’estero questo tema fu affrontato diversamente (Amsterdam) per contenerla e impedire che la borghesia nascente creasse altre disuguaglianze economiche e sociali. La classe politica dirigente non riuscì a contenere le speculazioni in maniera efficace perché la borghesia capì subito come accumulare capitali senza lavorare, e magari dividere tali profitti proprio col ceto politico. La Storia insegna che i privilegi del ceto nobiliare si allargarono ai capitalisti borghesi che riuscivano a condizionare i processi di urbanizzazione sfruttando la rendita fondiaria prima, e immobiliare dopo. Questo ceto capì che per accumulare capitali senza lavorare era sufficiente comprare i suoli agricoli (a basso prezzo) e poi dopo qualche anno chiederne il cambio di destinazione d’uso (edificabile), mentre la bellezza creata dai piani aumenta i valori immobiliari accessibili solo ai ceti più abbienti. Solo un approccio radicale riuscì a contenere la rendita, e cioè lo Stato che condiziona il mercato attraverso l’acquisto, la costruzione e la concessione, e questo approccio abbinato a un buon piano si è avuto in Olanda, e in Germania, ed ovviamente in Russia, agevolazioni per i ceti meno abbienti si svilupparono nei Paesi scandinavi e in Inghilterra. Fra l’Ottocento e inizio Novecento, Ebenezer Howard sviluppò il modello delle “città giardino” e il piano economico adottava l’approccio delle prime cooperative edilizie, sorte dagli utopisti socialisti. Questo approccio condizionò persino alcuni comuni, ad esempio Ulm. in Germania, cedette a prezzo di costo e con mutui agevolati, le case che aveva costruito. Negli ultimi trent’anni del nuovo millennio, la Cina, un Paese con l’approccio dell’economia pianificata, ha adottato una strategia di lungo periodo fra accumulazione capitalista attraverso la produzione, e poi spesa dei surplus in urbanizzazioni e accumulazione capitalista attraverso la rendita urbana. In Cina, lo Stato è l’unico proprietario terriero e mette all’asta la concessione dei terreni, di fatto incassa la rendita per costruire i servizi delle città. Un meccanismo molto noto in Europa, ma appositamente scartato dall’Italia affinché le borghesie locali potessero fare profitti senza lavorare (rendite parassitarie). La Cina è diventata la fabbrica del mondo e contemporaneamente ha spostato circa 500 milioni di persone dalla aree rurali verso nuove città di fondazione, trasformando i contadini in consumatori. E’ lo sforzo di urbanizzazione più grande del pianeta concentrato in soli trent’anni circa, mentre lo Stato continua a urbanizzare talune aree del Paese costruendo megalopoli. In questo enorme processo avvenuto e in corso d’opera, le imprese private pagano tasse per concentrarsi nelle nuove città coordinate dal Governo, mentre in talune zone economiche speciali, diverse multinazionali occidentali hanno potuto localizzarsi in agglomerazioni industriali attratte dalla manodopera a basso costo e giurisdizioni fiscali agevolate.

Tornando in Occidente, tutti i piani della città moderna prevedono un disegno urbano ove il rapporto fra spazio pubblico e privato determina la qualità della città. Le forme sono condizionate dall’orografia del territorio e sono regolari in zone pianeggianti, e organiche e irregolari in aree collinari e di montagna poiché seguono le curve di livello. Le forme regolari, come rettangoli e quadrati, consentono flessibilità d’uso, ad esempio Cerdà (piano di Barcellona) riprende la scacchiera ippodamea per disegnare i lotti, e l’uso del suolo prevede densità medie (o alte) con fabbricazioni aperte, inizialmente, e poi chiuse allineate alla strada. Amsterdam, Berlino, Parigi si caratterizzano per la fabbricazione chiusa, cioè blocchi, mentre nei periodi recenti le nuove espansioni hanno aperto il blocco per renderlo anche poroso, cioè attraversabile e più accessibile, ma conservando l’allineamento stradale. Il Movimento Moderno che ha influenzato maggiormente la costruzione della città moderna sviluppò anche isolati con edifici non allineati alla strada, consentendo una moltitudine di soluzioni e variabilità di forme regolari e irregolari, con densità variabili, e ancora, prima con isolati e quartieri specializzati e poi isolati con densità e usi misti del suolo. Il contro altare di tali sperimentazioni è stato il famigerato zoning funzionale, che individuava quartieri “specializzati”, adottato soprattutto negli USA per agevolare i funzionari pubblici nel preparare piani per determinare in maniera più semplice le agglomerazioni industriali e civili, e le attività da svolgere, e per consentire alla borghesia capitalista di localizzarsi nei luoghi migliori. Lo zoning ebbe anche un’interpretazione razzista. Oggi, gli interventi urbani che si limitano a costruire piccoli isolati progettano palazzine multipiano disposte a forma aperta. Anche nei piani di rigenerazione, spesso si ricorre all’uso delle forme aperte e alla cosiddetta mixité funzionale e sociale per stimolare la compresenza di una varietà di attività.

In Italia, sin dall’Ottocento e inizio Novecento, lo Stato favorì sempre una certa disuguaglianza sociale, tant’è che la borghesia poteva scegliersi i suoli migliori per costruire i propri edifici mentre il ceto politico localizzava gli alloggi dei ceti più poveri in aree periferiche, poco accessibili e senza servizi. Giunti negli anni ’90 del secolo scorso, la Repubblica decide di fare un altro passo indietro, consentendo ai privati di influenzare i piani e trasformali in piani edilizi, continuando a regalare la rendita alla borghesia capitalista. Sin dal secondo dopo guerra i partiti di maggioranza rifiutarono di adottare regole sull’accumulazione capilista generata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul rapporto fra capitalismo e città, la scuola marxista è l’unica capace di dare un’interpretazione molto efficace (Harvey) che spiega egregiamente le dinamiche economiche, sociali, l’urbanizzazione e la contrazione delle città, e integrando l’analisi con l’approccio ecologico della scuola di Vienna, possiamo interpretare al meglio il modello metabolico delle aree urbane.

I recenti interventi di rigenerazione urbana (inizio del nuovo millennio) presentano soluzioni che hanno caratteristiche comuni, mentre taluni interventi non si integrano alla città esistente poiché presentano una trama autonoma. La letteratura urbana è sterminata, presenta numerose pubblicazioni sui casi studio recenti, e quasi tutti enfatizzano la sensibilità ecologica degli interventi. Osservando questi casi che ambiscono a presentare anche architetture di qualità, ci accorgiamo della profonda distanza fra l’urbanistica realizzata in Europa (i piani urbanistici di Londra, Copenaghen, Amsterdam) e le speculazioni promosse dai piani edilizi (Napoli, Bari, Palermo, Roma, Milano, Genova …) del ceto politico più inqualificabile, presente nei nostri Consigli comunali. A partire dalla ricostruzione post bellica, i comuni europei (Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam, Copenaghen …) hanno voluto realizzare spazi e luoghi urbani ben progettati, rispettando le tecniche di progettazione che prevedono un corretto rapporto fra spazio pubblico e privato, e quartieri a misura d’uomo con i servizi raggiungibili a piedi e coi mezzi pubblici. Dopo diversi decenni tali quartieri ed edifici arrivano a fine ciclo vita, mentre numerose aree abbandonate dall’industria sono trasformate per inserire edifici e servizi da integrare nella città esistente. Le odierne tecnologie consentono di realizzare quartieri auto sufficienti, oltre che alzare i livelli di convivialità aumentando una varietà di attività e funzioni. In Europa, la qualità urbana e architettonica della città moderna è aggiornata dalle innovazioni progettuali. Nella maggioranza delle nostre città l’ingombrante e ignorante ceto politico rallenta l’innovazione progettuale, sottovalutando i danni causati da decenni di politiche speculative e distruttive. In Italia osserviamo l’enorme contrasto fra la straordinaria bellezza di centri storici e le schifezze di periferie costruite dall’inciviltà dei palazzinari, ma col sostegno del consenso politico dei cittadini che hanno favorito quelle maggioranze politiche, realizzando l’odierno disordine urbano. Rimediare a quei disastri è possibile, ma è fondamentale che la cittadinanza si riappropri di una sensibilità civile e civica, e cominci a conoscere l’urbanistica e l’architettura, perché i palazzinari continuano a influenzare le maggioranze politiche locali per accumulare capitali senza lavorare ma sfruttando le rendite parassitarie. Gli esempi virtuosi realizzati ad Hammarby Sjöstad (Stoccolma, 25.000 ab; 160 ha), Bed ZED (Londra, 250 ab; 1,8 ha), Ecolonia (Alphen aan den Rijn, Olanda, 800 ab; 7 ha), de Bonne (Grenoble, 2.000 ab; 8,5 ha), Bo01 (Malmö, 1.400 ab; 25 ha), Vauban (Friburgo, 5.300 ab; 38 ha), GWL Terrein (Amsterdam, 1.400 ab; 6 ha), Rieselfeld (Friburgo, 11.000 ab; 70 ha), Kronsberg (Hannover, 7.500 ab; 70 ha), Eco-Viikki (Helsinki, 1.700 ab; 23 ha), Solar city (Linz, Austria, 3000 ab; 36 ha) sono l’espressione di una sperimentazione urbana della città moderna. La maggior parte dei nuovi quartieri sono localizzati in aree dismesse industriali o militari, che sono o periferiche, o interne alle zone consolidate. La maggior parte di questi interventi si preoccupa di contenere la domanda di energia fossile utilizzando le migliori tecnologie che sfruttano fonti alternative. Un approccio conservativo della memoria storica di taluni edifici è presente negli interventi a de Bonne (gli edifici della caserma) e GWL Terrein (edifici della Compagnia della municipalità). Solar City, Kronsberg, Rieselfeld ed Eco-Viikki sono quartieri di fondazione che rompono con la trama esistente. GWL Terrein, Vauban e de Bonne sono quartieri realizzati su aree dismesse all’interno della città, mentre Solar City, Kronsberg, CasaNova (Bolzano, 3.000 ab; 10 ha) sono realizzati in aree suburbane. Solar City si caratterizza per essere un insediamento autonomo, una “città satellite”. Gli interventi sono abbastanza eterogenei per dimensione e approccio, ma condividono l’intenzione ecologica e l’applicazione di tecnologie innovative. Nonostante l’intenzione di interpretare la sostenibilità, vi sono delle contraddizioni poiché o non si inseriscono nella trama urbana esistente e non la migliorano, oppure consumano altro suolo agricolo. L’Italia, e i comuni che necessitano di interventi urgenti, possono imparare da queste esperienze europee per avviare processi urbanistici virtuosi, ma è necessario sviluppare un approccio italiano che affronta i problemi storici delle periferie mal progettate, puntando al trasferimento di volumi per riequilibrare le densità e recuperare standard. In Europa si ha il coraggio di adottare piani di grandi di dimensioni, basti pensare ad Hammarby Sjöstad (Stoccolma, 25.000 ab; 160 ha), ma se pensiamo a città come Roma, Napoli, Genova, Bari allora ci rendiamo conto che queste dimensioni sono appena sufficienti per intervenire in un solo quartiere, trascurando gli altri. E’ necessario che un’agenzia pubblica, ad esempio il CIPU, sia ben attrezzata per recepire e coordinare piani attuativi bioeconomici dei Comuni, e intervenire efficacemente nelle nostre aree urbane estese. Ad esempio, trasferire volumi significa demolire e ricostruire edifici altrove ma nel farlo i pianificatori dovranno applicare la regola compositiva della cellula urbana. Osservando i piani e rilevando la corretta composizione urbana, l’agenzia può accordare finanziamenti per i costi di demolizione e ricostruzione, rimuovendo per sempre gli errori commessi nei decenni trascorsi. Nelle periferie italiane vi sono problemi condivisi, come la marginalità sociale e l’aumento delle disuguaglianze, il degrado e disordine urbano, i carichi urbanistici mal distribuiti e l’assenza atavica di standard, servizi, e infrastrutture. Una parte dei pianificatori intende avviare e sperimentare processi di pianificazione partecipata per cominciare a coinvolgere gli abitanti e sviluppare con essi l’identità dei luoghi. Con questo approccio partecipativo, una rigenerazione degli spazi è, certamente, più efficace ma è altrettanto importante avviare un cambio di scala, per elaborare piani bioeconomici nelle città estese, superando gli attuali confini amministrativi poiché obsoleti. Con questo approccio esteso possiamo pianificare correttamente i servizi e contenere la dispersione urbana (lo sprawl) che continua a consumare suolo agricolo nei comuni limitrofi ai centri principali, e recuperare i numerosi vuoti urbani presenti lungo le vie principali, le zone frammentate, e nelle vecchie agglomerazioni industriali. Considerando gli effetti negativi della globalizzazione neoliberista e delle politiche delocalizzative degli ultimi trent’anni, sarebbe saggio ripensare le agglomerazioni industriali per riterritorializzare attività di manifatture leggere e meccatronica nel meridione d’Italia, per ridurre la disoccupazione e programmare nuovi centri di ricerca e sviluppo di tecnologie socialmente utili.

Proviamo a immaginare un possibile intervento di rigenerazione urbana in una città media italiana e meridionale, cioè un ambiente urbano localizzato nella periferia economica d’Europa, con un alto tasso di disoccupazione e con una carenza di standard e infrastrutture. Salerno risponde a queste caratteristiche. La città assume il ruolo di comune centroide in una struttura urbana determinata dal complessa orografia del territorio, dal rapporto col mare e  con l’entroterra collinare e vallivo. L’area urbana estesa comprende ben 11 comuni, e gli agglomerati urbani si sono sviluppati nella complessità delle colline, dell valli, e della piana del Sele. Salerno vive contemporaneamente la compattezza, la densità del proprio centro con il disordine urbano realizzato nelle periferie, e la dispersione urbana lungo le vie principali di comunicazione, nelle valle dell’Irno e nella direzione dei comuni limitrofi, e collegati al comune centroide. Come tutti i comuni d’Europa, esistono edifici arrivati a fine ciclo vita, e pertanto è necessario valutare il rischio sismico; questi dati possono essere inseriti in un sistema informatico territoriale per avere una corretta gestione e programmazione degli interventi. L’area urbana salernitana soffre di affollamento nell’agglomerato centrale, con un’evidente inadeguatezza dell’armatura stradale e urbana. Questa densità eccessiva determinata da un cattivo rapporto fra spazio pubblico e privato, è la causa della continua congestione del centro. I quartieri hanno una storica carenza di standard nell’agglomerato urbano più vecchio e nelle ex periferie oggi zone consolidate ma densamente popolate. Questo danno urbanistico, ambientale, economico e sociale emerge dalle scelte sbagliate durante lo sviluppo dell’urbanistica all’inizio del secolo Novecento, mentre nel Nord europa prevalse l’approccio socialista, a Salerno vinse la posizione conservatrice della borghesia locale che ambiva ad accumulare capitali senza lavorare e sfruttando la rendita parassitaria. Oggi rimediare è possibile, anche se complesso e difficile, ma manca la volontà politica. Un intervento di riqualificazione è avvenuto lottizzando parte dei suoli lungo il fiume Irno e realizzando aree verdi. Un disegno urbano più efficace avrebbe coinvolto il letto del fiume stesso, con interventi di rinaturalizzazione e arredo, oltre che spazi attrezzati e demolizioni selettive di edifici arrivati a fine ciclo vita.

Velenje City center pedestrian zone promenada 2012
Riqualificazione nel corso d’acqua di Velenje City (Slovenia)-

Il limite degli interventi di riqualificazione è sempre lo stesso, si occupano delle aree libere senza toccare il degrado e lo squallore delle palazzine esistenti, frutto delle speculazioni trascorse. L’unico modo per ripristinare il corretto rapporto fra spazio pubblico e privato, e modificare l’armatura urbana e stradale della città di Salerno è pensare interventi di diradamento edilizio nei quartieri della speculazione, che presentano problemi d’igiene e assenza di standard. In tutte le città ove si riqualificano i quartieri, e dove esistono corsi d’acqua e colline, la progettazione è quella ecologica, cioè si realizzano interventi per ripristinare luoghi prevalentemente naturali, cioè il contrario di ciò che si è realizzato a Salerno che ha lottizzato le proprie colline e cementificato il fiume. Un altro aspetto determinate per la rigenerazione è la costruzione dei servizi per abbattere le disuguaglianze territoriali, progettando i servizi mancanti, come biblioteche e centri culturali finalizzati all’aggregazione di attività indicate dagli abitanti, come le ricerche innovative e sperimentali. Le contraddizioni sono evidenti, da un lato il centro di Salerno ha un verde lungomare completato negli anni ’50 e arredato negli anni ’90, mentre a Sud dell’area orientale troviamo il disordine urbano della speculazione con palazzine costruite sulla battigia, e quartieri carenti di standard. Un’altra contraddizione è la coesistenza della compattezza del tessuto organico medioevale con la prima espansione moderna (Corso) che favorisce gli spostamenti pedonali, e la carenza di standard nella città moderna (via dei Principati, via P. De Granita, zona Carmine, via Dalmazia, via S. Mobilio …), e la dispersione urbana delle zone collinari (Sala Abbagnano, Giovi, Piegolelle, Matierno, Ogliara …) che costringe l’uso dei mezzi privati. Su queste note criticità il ceto politico locale non ha voluto cercare soluzioni sostenibili per cambiare verso, anzi ha favorito la dispersione urbana offrendo altre concessioni edilizie proprio sulle colline aumentando l’inquietudine urbana e la mobilità privata. Un intervento di riqualificazione è indubbiamente il ripristino del verde lungo tutta la fascia costiera (master plan del 1987 e mai realizzato) ma è necessario programmare le demolizioni degli edifici per ricollocarli altrove ma progettati in un corretto insediamento urbano. Questa rigenerazione bioeconomica è possibile all’interno di un piano esteso per tutti gli 11 comuni che fanno parte della stessa struttura urbana. In questo modo si possono pianificare i nuovi standard, i servizi e le infrastrutture per circa 300.000 abitanti della nuova Salerno.

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Oltre i miserabili

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Uno degli aspetti più controversi della nostra specie, molto probabilmente, risiede nel nostro cervello e nella coscienza (o anima), poiché è li che si annida lo sviluppo umano o la schiavitù (stupidità), ed è li che possiamo distinguerci fra esseri umani o individui ignobili. Nella nostra epoca sappiamo quasi tutto sulla nostra esistenza, e nonostante ciò continuiamo a perder tempo sottostando alla stupida e ignobile religione capitalista. La nostra struttura sociale e istituzionale è condizionata e determinata dalla maggioranza di individui mediocri, che attraverso scelte psico programmate dall’élite degenerata, favorisce lo status quo e il profilarsi delle peggiori condizioni di vita per tutti i popoli.

In una società regredita come la nostra, ove tutto è merce, tutto è mercato, e quindi ogni cosa si misura in denaro, accade che le condizioni miserabili cui siamo costretti a subire, risiedono nelle nostre incapacità di assumere il controllo della nostra esistenza, e ciò produce frustrazioni.

Nell’Ottocento si sviluppò un’efficace critica al sistema economico, e socialisti e comunisti suggerivano l’appropriazione dei mezzi di produzione del sistema capitalista al fine di girare i profitti alle masse o allo Stato, anziché alla borghesia privata. Prima di tutto era necessario costruire la cosiddetta coscienza di classe, e a questo ci pensò Karl Marx pubblicando nel 1859 Per la critica dell’economia politica, cioè il Capitale. Oggi, in questo nuovo secolo e millennio ove ha prevalso l’ideologia neoliberista, accade che gli ultimi, ancora schiavi come nell’Ottocento, non sembrano essere in grado di sviluppare una propria coscienza di classe. Come nei secoli scorsi le disuguaglianze esistono e la famosa lotta di classe è stata vinta dai ricchi, che accumulano capitale con maggiore facilità rispetto al passato. La classe borghese capitalista possiede maggiori strumenti di controllo e sfruttamento della risorse finite del pianeta e della società, si va dalla pubblicità (la propaganda) all’informatica, fino alla robotica. Le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento hanno una prerogativa geopolitica territoriale molto chiara. Paesi “centrali” che possono accumulare capitali, mentre altri territori diventano “semiperiferie” e “periferie”, dove crescono povertà, degrado e marginalità.

Determinate tecnologie sull’energia, che la borghesia controlla, possono essere utilizzate anche dalle masse al fine di auto produrre ciò di cui si ha bisogno. A parte alcuni progetti interessanti, e buone pratiche, le comunità non si sono appropriate ancora di tali mezzi per favorire insediamenti umani auto sufficienti, liberi dal cappio del sistema globale neoliberale. Secondo lo scrivente le ragioni di questa mancata evoluzione risiedono nell’ignoranza funzionale delle masse, prima di tutto, e poi nell’egoismo degli individui psico programmati e abituati all’individualismo che ha distrutto il senso di comunità e la civiltà della res pubblica.

Al contrario, cittadini consapevoli delle opportunità offerte da un nuovo paradigma culturale, ad esempio come quello bioeconomico, possono liberamente organizzarsi in maniera collettiva e costruire il proprio insediamento rigenerando l’esistente, sia partendo dalla riduzione del rischio sismico (e idrogeologico) e sia dall’auto sufficienza energetica, e realizzando persino servizi mancanti nel proprio quartiere. E’ l’approccio culturale bioeconomico che ci consente di uscire dalla miseria pianificata dalla religione capitalista, poiché ci mostra come utilizzare le leggi della natura senza distruggere gli ecosistemi e noi stessi.

Consumo di suolo: auto distruzione

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Fonte immagine ISPRA, 2017.

L’ISPRA pubblica il rapporto 2017 sul consumo di suolo agricolo, e i dati non sono affatto confortanti poiché mostrano un peggioramento nel territorio italiano. Chi ha la responsabilità politica di questa distruzione? Sindaci e Consiglieri comunali, cioè la classe “dirigente” meno istruita per gravi problemi di ignoranza funzionale. A questi individui incapaci, dobbiamo aggiungere i Consiglieri regionali che promulgano le leggi urbanistiche regionali, e i funzionari pubblici che hanno responsabilità di controllare i piani adottati dai Comuni per verificarne la congruenza con la Costituzione e la legge urbanistica nazionale (secondo la legge 1150 del 1942, gli scopi dell’urbanistica riguardano: «l’assetto e l’incremento edilizio dei centri urbani e lo sviluppo urbanistico»; «assicurare il rispetto dei caratteri tradizionali»; «favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all’urbanesimo»). L’impostazione del sistema giuridico urbanistico-edilizio indica che l’attività edilizia è finalizzata all’interesse pubblico e al corretto uso del territorio. Infine, da diversi anni il nostro legislatore ha assunto una condotta incostituzionale e immorale tutte le volte che ha favorito un condono edilizio. Il Parlamento è rimasto inerte di fronte ai cambiamenti delle città italiane trasformatesi in aree urbane, evitando di assumere decisioni responsabili e importanti per togliere poteri a irresponsabili amministratori locali che hanno distrutto il territorio. E’ necessario legiferare un cambio di scala territoriale e introdurre processi decisionali politici democratici e trasparenti, coinvolgendo direttamente cittadini e il sapere tecnico capace di pianificare bioregioni urbane. Sin dall’Ottocento, e poi con l’apice della battaglia persa nel 1962, il regime dei suoli è condizionato dalle politiche liberali affinché proprietà privata e i politici locali potessero accumulare ricchezza dal nulla, mercificando la risorsa non rinnovabile del territorio (rendita fondiarie e immobiliare). Questa stupidità criminale, nel continuare a distruggere il territorio che ci da vita, non può trovare una guarigione restando sul piano culturale liberale.

E’ noto che negli altri paesi, quali l’Olanda, la Germania e persino l’Inghilterra, lo Stato ha un ruolo fondamentale nella pianificazione territoriale e urbanistica, limitando la proprietà privata e tassando la rendita fondiaria e urbana.

Pianificatori, urbanisti, architetti e ingegneri che studiano le città sanno bene quali sono i problemi lasciati insoluti da una classe politica degenerata e incapace. Da un lato è necessario un cambio di scala territoriale per adottare piani bioeconomici osservando le aree urbane; e dall’altro lato, il problema del consumo di suolo trova soluzione facendo un salto culturale, approdando sul piano bioeconomico capace di produrre piani che creano valore culturale a tutela del territorio, e orientando l’economia verso l’uso razionale delle risorse. Per fare questo, è necessaria una volontà politica oltre che un’evoluzione culturale delle persone.

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“Eco-villaggi”? E’ sprawl urbano!

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Sprawl urbano nel salernitano, si vedono due lottizzazione isolate nell’ambito rururbano.

L’esplosione della recente bolla immobiliare, la crisi urbana e la pulsione a nuovi interessi per la campagna possono condurre a interventi urbani sbagliati e persino speculativi. Da molti anni gli abitanti urbani vivono in aree poco accoglienti, inquinate e spazi che alimentano l’inquietudine urbana. Infelici nelle città gli abitanti possono cadere in facili tranelli spinti da pulsioni di rigetto. Sentimenti egoistici sono alimentati da illusioni e fascinazioni verso sedicenti progetti sostenibili. Perso il senso di comunità nelle città, ci si immagina di poterlo ricostruire seguendo azioni riconducibili alla religione capitalista liberale e neoliberale, che mercifica ogni cosa, anche le tecnologie sostenibili. E così non sorprende osservare che da qualche anno stanno emergendo sempre più sedicenti progetti “sostenibili” chiamati “eco-villaggi”, ma sono nuove lottizzazioni “eco-compatibili” nei pressi delle aziende agricole. Immobiliaristi presentano agli uffici comunali progetti di valorizzazione fondiaria e immobiliare nell’ambito periurbano e rururbano, come accadeva ai tempi delle periferie degli anni ’60 e ’70. Altro che stop al consumo di suolo, ci troviamo nuove espansioni che alimentano il famigerato fenomeno dello sprawl urbano, sulla base di iniziative private utilizzano il linguaggio della sostenibilità per avere nuove rendite immobiliari. Si sfrutta la sensibilità dei temi “ecologici” presentando progetti di edifici che impiegano le nuove tecnologie, e rispettano i nuovi standard energetici sui suoli che una volta erano agricoli. Dal punto di vista dell’urbanistica si tratta di piani di lottizzazione che consumano suolo agricolo, ed hanno il vizio di aumentare i costi di gestione delle aree urbane, dal punto di vista culturale si tratta di becere speculazioni egoistiche che ignorano completamente i problemi delle aree urbane caratterizzate da volumi inutilizzati e sottoutilizzati che generano degrado urbano. Non è un caso che persino i costruttori ambiscono a rigenerare gli insediamenti esistenti piuttosto che continuare a far crescere le città, o addirittura urbanizzare la campagna, poiché peggio di così non si potrebbe fare. Una rigenerazione urbana bioeconomica si occupa degli insediamenti urbani esistenti, si occupa degli abitanti che oggi vivono nelle aree urbane dilatate e dispersive, per compattare e riorganizzare l’esistente riducendo l’impronta ecologica delle città, e suggerendo stili di vita sostenibili. Secondo l’approccio liberale è legittimo pensare di promuovere la costruzione di nuovi volumi in periferia ma quando si tratta di suoli agricoli sarebbe normale rispettare i principi e le regole della legge urbanistica, poiché urbanizzare la campagna, come suggeriscono di fare iniziative private divulgate da sedicenti siti che si dicono “decrescenti”, significa alimentare proposte contra legem oltre che essere l’espressione di avidità ed egoismo. Pensare di rinchiudersi in comunità autoreferenziali, più o meno come accadde in alcuni esperimenti falliti nell’Ottocento, non solo è anacronistico ma sembra l’espressione di capricci e sintomi di intolleranze. In una società completamente interconnessa si ha l’opportunità di contaminare la società con progetti bioeconomici per cambiare l’esistente, si ha l’opportunità di migliorare ciò che ruota intorno a noi, mentre chi ha la velleità di fare divulgazione “alternativa” dovrebbe avere la maturità di distinguere i progetti utili dalle speculazioni, e dai progetti persino dannosi. Se alcuni divulgatori non sanno fare distinzioni allora è chiaro che non si conosce la sostenibilità, e tanto meno la bioeconomia di Georgescu-Roegen che ha suggerito lo sviluppo della filosofia politica chiamata alla decrescita felice, ed ovviamente non si conoscono i problemi ambientali e sociali della aree urbane e rurali.

Nel senso stretto la bioeconomia studia le città come sistemi metabolici e adotta strumenti di misura come i flussi in entrata e in uscita, e suggerisce la riduzione o la cancellazione degli sprechi minimizzando gli impatti ambientali. Dal punto di vista della pianificazione urbanistica sappiamo che le aree urbane presentano tessuti e aggregati edilizi mal costruiti, e pertanto si rendono necessari piani e progetti di rigenerazione e recupero dell’esistente. I problemi sociali e ambientali possono essere affrontati da piani attuativi di recupero poiché la rigenerazione crea opportunità di nuova occupazione utile, sia riconnettendo la campagna alla città e sia intervenendo sui singoli problemi delle aree urbane, dalla mobilità alla riqualificazione energetica, dalla prevenzione del rischio sismico al recupero dei centri storici. Il periurbano e il rururbano sono gli ambiti territoriali da vincolare e favorire la produzione di cibo per gli abitanti della città.

Chi ambisce a lasciare la città per vivere in campagna potrebbe sostenere i progetti di recupero dei borghi, spopolati molti anni fa dai processi di accumulazione del capitale avviati dai grandi centri urbani, questi piccoli centri continuano a perdere abitanti a favore delle aree urbane, fino a diventare vere e proprie città fantasma. E’ in questi contesti abbandonati che si potrebbero sostenere processi di riterritorializzazione che fanno rivivere i piccoli centri urbani.

di Giuseppe Carpentieri (dott. arch. ing.), Fabio Cremascoli (pianificatore) ed Ermes Drigo (architetto urbanista)