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Archive for the ‘sostenibilità’ Category

ISPRA consumo di suolo Campania 01

Fonte immagine ISPRA, 2017.

L’ISPRA pubblica il rapporto 2017 sul consumo di suolo agricolo, e i dati non sono affatto confortanti poiché mostrano un peggioramento nel territorio italiano. Chi ha la responsabilità politica di questa distruzione? Sindaci e Consiglieri comunali, cioè la classe “dirigente” meno istruita per gravi problemi di ignoranza funzionale. A questi individui incapaci, dobbiamo aggiungere i Consiglieri regionali che promulgano le leggi urbanistiche regionali, e i funzionari pubblici che hanno responsabilità di controllare i piani adottati dai Comuni per verificarne la congruenza con la Costituzione e la legge urbanistica nazionale (secondo la legge 1150 del 1942, gli scopi dell’urbanistica riguardano: «l’assetto e l’incremento edilizio dei centri urbani e lo sviluppo urbanistico»; «assicurare il rispetto dei caratteri tradizionali»; «favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all’urbanesimo»). L’impostazione del sistema giuridico urbanistico-edilizio indica che l’attività edilizia è finalizzata all’interesse pubblico e al corretto uso del territorio. In fine, da diversi anni il nostro legislatore ha assunto una condotta incostituzionale e immorale tutte le volte che ha favorito un condono edilizio. Il Parlamento è rimasto inerte di fronte ai cambiamenti delle città italiane trasformatesi in aree urbane, evitando di assumere decisioni responsabili e importanti per togliere poteri a irresponsabili amministratori locali che hanno distrutto il territorio. E’ necessario legiferare un cambio di scala territoriale e introdurre processi decisionali politici democratici e trasparenti, coinvolgendo direttamente cittadini e il sapere tecnico capace di pianificare bioregioni urbane. Sin dall’Ottocento, e poi con l’apice della battaglia persa nel 1962, il regime dei suoli è condizionato dalle politiche liberali affinché proprietà privata e i politici locali potessero accumulare ricchezza dal nulla, mercificando la risorsa non rinnovabile del territorio (rendita fondiarie e immobiliare). Questa stupidità criminale, nel continuare a distruggere il territorio che ci da vita, non può trovare una guarigione restando sul piano culturale liberale.

E’ noto che negli altri paesi, quali l’Olanda, la Germania e persino l’Inghilterra, lo Stato ha un ruolo fondamentale nella pianificazione territoriale e urbanistica, limitando la proprietà privata e tassando la rendita fondiaria e urbana.

Pianificatori, urbanisti, architetti e ingegneri che studiano le città sanno bene quali sono i problemi lasciati insoluti da una classe politica degenerata e incapace. Da un lato è necessario un cambio di scala territoriale per adottare piani bioeconomici osservando le aree urbane; e dall’altro lato, il problema del consumo di suolo trova soluzione facendo un salto culturale, approdando sul piano bioeconomico capace di produrre piani che creano valore culturale a tutela del territorio, e orientando l’economia verso l’uso razionale delle risorse. Per fare questo, è necessaria una volontà politica oltre che un’evoluzione culturale delle persone.

ISPRA consumo di suolo Campania 04

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Area urbana di Salerno 06 sprawl 13

Sprawl urbano nel salernitano, si vedono due lottizzazione isolate nell’ambito rururbano.

L’esplosione della recente bolla immobiliare, la crisi urbana e la pulsione a nuovi interessi per la campagna possono condurre a interventi urbani sbagliati e persino speculativi. Da molti anni gli abitanti urbani vivono in aree poco accoglienti, inquinate e spazi che alimentano l’inquietudine urbana. Infelici nelle città gli abitanti possono cadere in facili tranelli spinti da pulsioni di rigetto. Sentimenti egoistici sono alimentati da illusioni e fascinazioni verso sedicenti progetti sostenibili. Perso il senso di comunità nelle città, ci si immagina di poterlo ricostruire seguendo azioni riconducibili alla religione capitalista liberale e neoliberale, che mercifica ogni cosa, anche le tecnologie sostenibili. E così non sorprende osservare che da qualche anno stanno emergendo sempre più sedicenti progetti “sostenibili” chiamati “eco-villaggi”, ma sono nuove lottizzazioni “eco-compatibili” nei pressi delle aziende agricole. Immobiliaristi presentano agli uffici comunali progetti di valorizzazione fondiaria e immobiliare nell’ambito periurbano e rururbano, come accadeva ai tempi delle periferie degli anni ’60 e ’70. Altro che stop al consumo di suolo, ci troviamo nuove espansioni che alimentano il famigerato fenomeno dello sprawl urbano, sulla base di iniziative private utilizzano il linguaggio della sostenibilità per avere nuove rendite immobiliari. Si sfrutta la sensibilità dei temi “ecologici” presentando progetti di edifici che impiegano le nuove tecnologie, e rispettano i nuovi standard energetici sui suoli che una volta erano agricoli. Dal punto di vista dell’urbanistica si tratta di piani di lottizzazione che consumano suolo agricolo, ed hanno il vizio di aumentare i costi di gestione delle aree urbane, dal punto di vista culturale si tratta di becere speculazioni egoistiche che ignorano completamente i problemi delle aree urbane caratterizzate da volumi inutilizzati e sottoutilizzati che generano degrado urbano. Non è un caso che persino i costruttori ambiscono a rigenerare gli insediamenti esistenti piuttosto che continuare a far crescere le città, o addirittura urbanizzare la campagna, poiché peggio di così non si potrebbe fare. Una rigenerazione urbana bioeconomica si occupa degli insediamenti urbani esistenti, si occupa degli abitanti che oggi vivono nelle aree urbane dilatate e dispersive, per compattare e riorganizzare l’esistente riducendo l’impronta ecologica delle città, e suggerendo stili di vita sostenibili. Secondo l’approccio liberale è legittimo pensare di promuovere la costruzione di nuovi volumi in periferia ma quando si tratta di suoli agricoli sarebbe normale rispettare i principi e le regole della legge urbanistica, poiché urbanizzare la campagna, come suggeriscono di fare iniziative private divulgate da sedicenti siti che si dicono “decrescenti”, significa alimentare proposte contra legem oltre che essere l’espressione di avidità ed egoismo. Pensare di rinchiudersi in comunità autoreferenziali, più o meno come accadde in alcuni esperimenti falliti nell’Ottocento, non solo è anacronistico ma sembra l’espressione di capricci e sintomi di intolleranze. In una società completamente interconnessa si ha l’opportunità di contaminare la società con progetti bioeconomici per cambiare l’esistente, si ha l’opportunità di migliorare ciò che ruota intorno a noi, mentre chi ha la velleità di fare divulgazione “alternativa” dovrebbe avere la maturità di distinguere i progetti utili dalle speculazioni, e dai progetti persino dannosi. Se alcuni divulgatori non sanno fare distinzioni allora è chiaro che non si conosce la sostenibilità, e tanto meno la bioeconomia di Georgescu-Roegen che ha suggerito lo sviluppo della filosofia politica chiamata alla decrescita felice, ed ovviamente non si conoscono i problemi ambientali e sociali della aree urbane e rurali.

Nel senso stretto la bioeconomia studia le città come sistemi metabolici e adotta strumenti di misura come i flussi in entrata e in uscita, e suggerisce la riduzione o la cancellazione degli sprechi minimizzando gli impatti ambientali. Dal punto di vista della pianificazione urbanistica sappiamo che le aree urbane presentano tessuti e aggregati edilizi mal costruiti, e pertanto si rendono necessari piani e progetti di rigenerazione e recupero dell’esistente. I problemi sociali e ambientali possono essere affrontati da piani attuativi di recupero poiché la rigenerazione crea opportunità di nuova occupazione utile, sia riconnettendo la campagna alla città e sia intervenendo sui singoli problemi delle aree urbane, dalla mobilità alla riqualificazione energetica, dalla prevenzione del rischio sismico al recupero dei centri storici. Il periurbano e il rururbano sono gli ambiti territoriali da vincolare e favorire la produzione di cibo per gli abitanti della città.

Chi ambisce a lasciare la città per vivere in campagna potrebbe sostenere i progetti di recupero dei borghi, spopolati molti anni fa dai processi di accumulazione del capitale avviati dai grandi centri urbani, questi piccoli centri continuano a perdere abitanti a favore delle aree urbane, fino a diventare vere e proprie città fantasma. E’ in questi contesti abbandonati che si potrebbero sostenere processi di riterritorializzazione che fanno rivivere i piccoli centri urbani.

di Giuseppe Carpentieri (dott. arch. ing. jr.), Fabio Cremascoli (pianificatore) ed Ermes Drigo (architetto urbanista)

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Speculazioni urbanistiche si realizzano a danno della collettività, cioè a danno della nostra qualità della vita e dell’ambiente. Cosa manca perché ci sia un’inversione di tendenza e si inneschi un circolo virtuoso? Siamo culturalmente pronti ad un cambio di prospettiva in materia urbanistica? (se no, cosa manca ancora?)

Negli ultimi trent’anni, nell’ambito accademico si è sviluppata una maggiore cultura circa la corretta pianificazione territoriale soprattutto grazie all’impulso propositivo della scuola territorialista di Alberto Magnaghi, a Firenze attraverso il Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti (LaPEI). Questa scuola eredita e rappresenta la cultura di Geddes e Mumford, e tale visione è stata integrata e aggiornata anche dalla visione bioeconomica di Nicholas Georgescu-Roegen. In Italia, la bioeconomia non ha ancora trovato una scuola economica ove poter crescere, mentre ha ricevuto ascolto e favori fra i pianificatori, e nelle tecnologie industriali della cosiddetta “chimica verde” che sta creando nuove merci e opportunità sfruttando l’eco-design. Se ciò mostra un’evoluzione culturale, purtroppo si contrappone una regressione culturale della classe dirigente politica poiché psico programmata all’economia neoclassica e dalla distruttiva crescita della produttività, che ignora l’entropia e disprezza l’etica, e i diritti civili e sociali. L’Occidente vive questo periodo di transizione poiché il capitalismo ha deregolamentato la finanza e il mercato globale, il neoliberalismo crea opportunità per i fondi privati d’investimento e programma la delocalizzazione industriale verso i Paesi emergenti. Questi spazi diventano zone franche per non pagare tasse e sfrutta gli schiavi senza diritti sindacali. La classe dirigente politica insegue ancora i consigli dei neoliberali e suggerisce soluzioni analoghe in Italia e in Europa, cioè anziché favorire una corretta pianificazione, si limitano a copiare la svalutazione salariale e costituire zone franche. L’implosione del capitalismo è sotto i nostri occhi e questo favorisce l’apertura di un dibattito pubblico. La confusione politica è figlia di questa implosione che coinvolge i partiti otto-novecenteschi. In teoria siamo pronti a raccogliere un cambiamento ma le forze politiche (banche, media e istituzioni pubbliche) si oppongono. Nella disciplina urbanistica chiunque è consapevole del conflitto culturale fra capitalismo, rendita e proprietà, negli anni ’60 si consumò tale conflitto con la vittoria del capitalismo liberale, oggi sembrano esserci le condizioni per riaprire il tema poiché la famigerata “urbanistica contratta” sta continuando a distruggere il territorio, mentre si cercano soluzioni pratiche per porre rimedio. Sicuramente c’è la consapevolezza nel ridurre il consumo di suolo e di sfruttare meglio le fonti energetiche alternative, si parla molto di “rigenerazione urbana” ma spesso le soluzioni concrete si realizzano con incentivi alle rendite, restando nel paradigma culturale sbagliato. Ci vuole coraggio per uscire dal capitalismo, e questo sembra mancare. Dobbiamo immaginare e pianificare piani urbanistici intercomunali bioeconomici all’interno dei sistemi locali individuati dall’ISTAT, e raccogliere finanziamenti per raggiungere scopi sociali, culturali e ambientali poiché questi temi determinano lo sviluppo umano e non il profitto.

Ci sono due esempi di piani paesaggistici territoriali, uno in Puglia l’altro in Toscana, che dimostrano l’esistenza di una cultura lungimirante ma trovano forte opposizione alla loro attuazione; perché?

Perché la scuola territorialista si scontra con l’approccio neoclassico economico che preferisce mercificare i territori piuttosto che applicare l’uso razionale dell’energia e delle risorse. Il pensiero dominante è quello neoliberale che si concretizza secondo due mantra: creare soldi dai soldi senza lavorare e mercificare tutto. Secondo questa religione, il territorio è merce e i piani devono soddisfare il tornaconto degli investitori privati, nonostante lo scopo dell’urbanistica non sia il profitto ma costruire diritti a tutti i cittadini, e nonostante la dottrina urbanistica abbia come obiettivo la tutela del territorio e il controllo dell’attività edilizia e urbanistica. E’ il solito limite e conflitto culturale, cioè l‘illusione di coniugare capitalismo e interesse generale, un ossimoro; è noto che fra i due approcci abbia prevalso la religione capitalista. E così prevale ancora la logica di agglomerazioni industriali, e di costruire spazi commerciali nell’illusione di coltivare un continuo aumento delle vendite, tutto ciò mentre il neoliberismo aumenta la povertà, continua la riduzione dello spazio pubblico e cresce la crisi degli ecosistemi urbani; tutto ciò fregandosene della storia, della cultura delle comunità, e distruggendo le peculiarità dei luoghi. Un altro problema pratico è che l’urbanistica è stata messa nelle mani dei Consigli comunali, provinciali e regionali, cioè la classe politica che ha enormi limiti culturali su questa disciplina, oltre che essere l’oggetto delle pressioni dell’élite locale che persegue il tornaconto personale.

Che cos’è l’approccio bioeconomico alla gestione del territorio? Perché è poco considerato dalla politica?

L’approccio bioeconomico ribalta la visione della religione capitalista poiché non parte del profitto e dall’avidità, ma dalla scienza e dalla conoscenza dei luoghi, dalla loro storia e dai limiti naturali. La bioeconomia misura i flussi di energia e l’utilità sociale, valorizza i luoghi e le risorse, progetta l’uso razionale delle energie e suggerisce la conoscenza identitaria dei luoghi per garantirne una corretta fruizione e la conservazione delle risorse per le future generazioni. La bioeconomia propone di vedere territori e aree urbane come processi metabolici, copia i processi naturali circolari e consente di individuare sprechi, per ridurli o cancellarli e favorire l’impiego di energie alternative affinché gli ecosistemi non siano più depauperati, ma diventino produzione di risorse per la specie umana non più secondo logiche di profitto ma secondo principi di sostenibilità.

E’ vero che un’urbanistica virtuosa ha un influsso positivo sulla psicologia delle persone? In che senso?

Come per molte altre disciplina, un’assurdità della nostra società capitalista è aver reso l’urbanistica una materia sconosciuta, poco comprensibile e poco rilevante per i cittadini, nonostante questa determini la vita e l’economia dei territori. La cittadinanza non partecipa ai processi di pianificazione, questo è grave poiché chiunque spinto dalla propria avidità potrà sfruttare la rendita e a danno della collettività. La scienza urbanistica nacque nell’Ottocento per riparare agli errori del capitalismo che stava distruggendo le città. Oggi sappiamo che le città sono il frutto dello spirito del tempo: il capitalismo. Così ereditiamo ambiti urbani carichi di contrasto: la bellezza straordinaria dei centri storici, e la città moderna con spazi urbani progettati in funzione del consumo e non della felicità umana. I liberali sfruttarono le innovazioni culturali degli utopisti socialisti per far progredire il capitalismo stesso inventando e regolando la rendita fondiaria e immobiliare. Solo dopo altri decenni si sviluppò la sociologia urbana che osserva come il capitalismo sia una sottile forma di razzismo, una guerra pianificata contro i poveri. La sociologia urbana suggerisce come migliorare il disegno urbano considerando il fattore umano e ricorda l’importanza di piani sociali per lo sviluppo culturale. Un corretto disegno urbano può favorire processi di convivialità urbana, così come un adeguato rapporto fra spazio pubblico e spazio privato è fondamentale per incentivare il dialogo e l’incontro fra le persone. Un piano sulla bellezza urbana è altrettanto importante per circondarsi di spazi adeguati. Poi oltre la pianificazione, sono necessari adeguati servizi sociali, per questo motivo le risorse umane professionali sono determinanti e fanno la differenza. In sostanza sappiamo che una corretta urbanistica si avvale di tante discipline come la geografia, la sociologia, l’ingegneria, l’architettura, la geologia ma spesso sottovalutiamo l’influenza politica dell’economia classica che piega ed edulcora le altre discipline all’interesse dei pochi solo per logiche di profitto e di consenso politico elettorale.

Grandi opere edilizie invece di interventi capillari sul territorio; perché la politica punta sempre e solo sulle grandi opere?

Secondo le logiche capitaliste e i criteri economici e finanziari che valutano i progetti, più è grande il costo dell’opera e maggiore sarà la redditività degli investitori privati che sfruttano anche il servizio del debito. Oggi si aggiunge un’altra minaccia immobiliare che può sprecare risorse finite. Poiché la finanza capitalista produce soldi dai soldi senza lavorare, le trasformazioni urbanistiche sono sfruttate come opportunità di creare denaro dai valori immobiliari ma in deroga ai principi costituzionali e alla legge urbanistica. E così i privati presentano sedicenti progetti di nuovi stadi che in realtà sono complessi immobiliari di più attività e servizi per coprire i costi dello stadio stesso. A Firenze, Roma, Milano, Napoli e altre città le società sportive sfruttano il sistema capitalista per scaricare debiti e costi sul mercato, ma a danno della collettività. Questo approccio egoistico non è una novità, è la prassi incostituzionale che sta in piedi poiché la tutela del territorio è stata cancellata dai programmi politici dei partiti. Nel caso delle speculazioni edilizie proposte attraverso gli stadi, i grandi costruttori e le società calcistiche hanno gioco facile nel mettere pressione alle Amministrazioni locali, gli speculatori fanno leva sull’immagine del calcio e sui tifosi che agiscono solo d’istinto.

Domande e risposte ispirate e aggiornate, da un’intervista rilasciata al Vaso di Pandora, di Carlo Savegnago.

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La bioeconomia nasce all’inizio degli anni ’70 quando Nicholas Georgescu-Roegen pubblica i primi studi che mostrano tutta la fallacia dell’economia neoclassica, e per suggerire un’alternativa attraverso un modello di flussi-fondi, partendo dalle evidenze scientifiche della termodinamica. La scienza corregge gli enormi errori delle teorie economiche conducendo la disciplina sociale economica nell’ambito dei sistemi biologici e fisici, sia per osservare e misurare i flussi e sia per eliminare gli sprechi, gli errori di progettazione, e i danni commessi dai sistemi politici economici che ignorano l’entropia e danneggiano specie umana ed ecosistemi.

La bioeconomia oltre a suggerire nuovi modelli di produzione e quindi una nuova progettazione (eco-design), tocca anche temi etici e sociali osservando gli enormi limiti dei sistemi capitalisti, liberali o socialisti che siano. E’ la teoria capitalista ad essere incompatibile con la vita e la scienza. Ricordiamolo brevemente, il capitalismo è una teoria economica dell’accumulo del capitale stesso, basata sulla crescita continua della produttività. Tale teoria è in evidente contrasto coi limiti della natura. Inoltre gli effetti psicologici e sociali del capitalismo sull’uomo sono devastanti: alienazione dell’individuo fino a renderlo nichilista; distruzione degli ecosistemi e delle specie viventi per assecondare la crescita della produttività, cioè l’avidità dell’élite finanziaria che indirizza il sistema delle banche e delle imprese multinazionali. Il mondo occidentale è dominato e pervaso da questa religione capitalista neoliberale che distrugge le comunità umane, nonostante siano evidenti i danni sociali, economici e ambientali. La scelta politica di abbracciare la religione capitalista sta distruggendo le risorse del pianeta, indispensabili per la sopravvivenza della specie umana. I ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri aumentano in tutto il mondo.

La bioeconomia offre varie soluzioni per i nostri territori, ed è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità poiché libera le persone dalla schiavitù e valorizza le risorse locali. Si tratta di un vero e proprio cambio dei paradigmi culturali che ci invita ad abbandonare la religione capitalista per scoprire come l’uomo vive in armonia con gli altri e la natura. Il tema della bioeconomia è senza dubbio lo scambio che distingue i beni dalle merci, e non più l’accumulo come professato dalla religione capitalista. La ricchezza non è più la moneta, che torna ad essere strumento di misura dello scambio, mentre la reale ricchezza cioè il vero valore è rappresentato dalla relazione, figlia della cultura che usa razionalmente l’energia. Il valore è il bene scambiato, come ad esempio l’energia auto prodotta attraverso tecnologie che sfruttano fonti alternative, e i surplus sono regalati in una rete capace di alimentare un quartiere o una città. La bioeconomia riduce lo spazio del mercato e aumenta l’autonomia e la libertà delle comunità attraverso processi democratici che riconsegnano ricchezza e valore ai territori. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità, cioè l’opposto del pensiero dominante occidentale che attraverso la religione capitalista nichilista, omogeneizza tutto, mercifica tutto, e che ha saputo psico programmare gli individui e trasformarli in schiavi perfetti e sudditi consumatori passivi di merci inutili. L’ignoranza funzionale e di ritorno sono necessarie per la religione capitalista, altrimenti persone con una propria cultura possono organizzarsi per auto produrre beni necessari a sostenersi e vivere felicemente con gli altri, in maniera civile. E’ l’inciviltà il carburante del capitalismo. Le aree urbane, dove si concentra la maggioranza degli individui, sono i luoghi della vera e propria evoluzione, e contemporaneamente offrono opportunità e disperazione. Le aree urbane rispecchiano esattamente il nichilismo capitalista e sono regolate da scambi mercantili e finanziari, dove l’uomo sparisce per fare posto al consumatore. E’ necessario cambiare questo status quo.

Se nel diritto costituzionale sono sanciti principi che dovrebbero sostenere lo sviluppo umano nella realtà operativa delle nostre città ha prevalso e prevale il dogma materialista e razzista, che attraverso la ricchezza fittizia delle rendite esclude i ceti meno abbienti, e favorisce i ricchi che influenzano negativamente la costruzione della città, e programmano la distruzione dei territori e del bene comune, solo per capriccio e per avidità. Se per decenni i valori dell’uguaglianza della giustizia sono stati sconfitti dall’avidità dei liberali, i processi bioeconomici, poiché operano sul piano dell’etica e non dell’economia neoclassica, consentono sia di far prosperare le specie viventi e sia di sostenere lo sviluppo umano. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio, tema della bioeconomia, si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura con i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite.

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Nel 2011 il Governo italiano decide di istituire i distretti turistici. Cosa sono? Ambiti territoriali che nell’intenzione governativa dovrebbero sviluppare un’economia turistica, cioè insiemi di Comuni che dovrebbero cooperare su piani e progetti condivisi. In Provincia di Salerno sono stati individuati ben 5 distretti (“Cilento blu”, “Costa d’Amalfi”, “Riviera salernitana”, “Sele picentini” e “Golfo di Policastro”). Il fatto che i Comuni decidano di cooperare è senza dubbio un vantaggio politico strategico. La Provincia di Salerno ha già un proprio piano provinciale abbastanza recente, il Ptcp 2012 che individua ambiti territoriali e identitari per sviluppare politiche turistiche e riconosce la forma insediativa policentrica delle aree urbane. Inoltre, la ricerca “PRIN post metropoli” legge le forme insediative delle aree urbane italiane, delle aree interne e costiere, mostrando dati da interpretare. Dietro i termini “riqualificazione” e “valorizzazione” usati dai Sindaci dei Distretti, ci sono gli interessi economici di soggetti privati e i progetti di nuove forme insediative urbane che hanno un impatto ambientale, e che se non correttamente pianificati possono aumentare i fenomeni di dispersione urbana, o addirittura essere foriere di speculazioni edilizie. Per evitare investimenti sbagliati e speculazioni che danneggiano l’ambiente, sarebbe corretto coordinare i distretti con i valori della bioeconomia e soprattutto proporre progetti dentro una bioregione urbana che oggi non esiste. La scuola territorialista italiana ha già predisposto due piani paesaggistici, uno per la Regione Toscana e l’altro per la Puglia. Una corretta pianificazione, cioè un buon investimento si realizza rispettando il Ptcp 2012, e realizzando progetti bioeconomici dentro gli ambiti identitari già individuati, per rispettare le risorse locali e creare nuova occupazione utile nei “sistemi locali del lavoro”.

E’ chiaro che le intenzioni dei privati sono quelle di creare profitti sfruttando il territorio. Questo è l’impulso pavloviano dell’egoismo liberal che esiste sin dal Settecento. Siamo ancora attaccati all’invenzione dell’economia dove ogni cosa è merce, compresa la natura che ci da vita mentre la distruggiamo. La religione neoliberale sta distruggendo la specie umana e così anche l’identità storica degli insediamenti umani. L’approccio politico dell’età moderna non ha la virtù di avere una visione etica rispetto agli attuali cambiamenti tecnologici e sociali, e soprattutto ha dimostrato di distruggere noi stessi oltre che il territorio. Questa religione crea nuove forme di schiavitù chiamate precariato, e nuova disoccupazione, espropriando le comunità della propria storia, identità sociale e culturale. Per semplificare, un distretto turistico che ha in mente una colata di cemento lungo una fascia costiera, non è un piano di un distretto turistico ma è un disegno criminale. Perché si immaginano disegni criminali? La religione liberale instaurata dalla classe dirigente ha tolto allo Stato la capacità di spendere, e così qualsiasi intervento urbano è sottoposto ai ricatti dei privati che giudicano sull’esclusivo interesse del tornaconto personale. In questo modo lo Stato distrugge il bene comune abdicando a se stesso, e al proprio ruolo di controllo e al dovere di applicare la Costituzione e l’interesse generale. E’ necessario che lo Stato si riprenda il ruolo di investitore per tutelare la collettività. Nel caso specifico, la fascia costiera salernitana ha la necessità di essere rinaturalizzata, sia eliminando le sorgenti inquinanti e sia attraverso interventi di carattere biologico (agro-forestale), regalando benessere a tutti i cittadini. Inoltre, un vero e serio piano di sviluppo turistico è improntato sulla bellezza e sulla manutenzione dell’esistente demolendo gli abusi edilizi, e rigenerando l’ambiente. Solo in questo modo si crea un vero servizio turistico, mentre le eventuali strutture ricettive possono essere realizzate recuperando i volumi abbandonati per contenere il consumo di suolo.

La novità dell’approccio bioeconomico è nella capacità di misurare i flussi di energia creati da piani e progetti, e la capacità di misurare gli impatti sociali. La bioeconomia misura l’analisi del ciclo vita dei materiali e l’analisi dell’impatto sociale. Ciò che manca ancora e fa danni inestimabili, è la formazione culturale della classe politica e imprenditoriale sulle enormi opportunità suggerite dalla bioeconomia che cambia i paradigmi culturali. Ad esempio, mentre taluni dinosauri dell’impero neoliberal distruggono il territorio rispetto al ritorno economico dei progetti; la bioeconomia mostra lo sviluppo umano del progetto attraverso un uso razionale dell’energia. Sempre più il turismo sta cambiando, in meglio per fortuna, non si costruisce un’offerta turistica sulle quantità dei sistemi ricettivi e ma sulla qualità. Un buon turismo non si costruisce con le colate di cemento, mentre la cultura dei turisti si sta alzando. I turisti chiedono bellezza e la conoscenza dell’identità storica dei luoghi; chiedono la qualità ambientale, il cibo, la storia, l’arte con migliori servizi ricettivi partendo proprio dall’accoglienza svolta dalla simpatia delle persone. Il territorio salernitano, per tradizione possiede già molte caratteristiche e servizi di qualità apprezzati da tutto il mondo, esso deve “solo” migliorare il proprio ambiente eliminando le sorgenti inquinanti, ad esempio implementando i sistemi di raccolta delle acque nere dove mancano, e migliorare il trasporto pubblico. Infine educare e formare i propri concittadini alla conoscenza del territorio per favorirne una fruizione sostenibile e intelligente.

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Provincia di Salerno, estratto dal Ptcp 2012.

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L’era urbana è già in corso di sviluppo e gli abitanti che ci vivono subiscono un’esistenza passiva per una serie di motivi culturali, politici ed economici. Gli abitanti non partecipano ai processi di pianificazione, mentre le classi politiche dominate dal dogma liberale laissez faire, anziché applicare l’interesse generale, lasciano la pianificazione a chiunque possa trarne un tornaconto economico. Solitamente sono le élite locali economiche più forti che determinano i processi pianificatori.

L’epoca che sta arrivando trasforma nuovamente i nostri stili di vita, e in parte questo processo è già consolidato, mentre le nuove tecnologie informatiche accelerano processi degenerativi della specie umana inconsapevole del sé. Una parte importante degli esseri umani di questo pianeta (1,4 miliardi di persone), mentre la crescita urbana capitalista è nel solco del vecchio paradigma neoliberale, è costretta a vivere nel degrado (slums) come accadeva nell’Ottocento; ma i numeri sono diversi per dimensione, e più schifosamente ingiusti, se consideriamo il fatto che oggi esistono tecnologie e opportunità per estinguere la fame e offrire occasioni di sviluppo umano a chiunque lo desidera. I poveri aumentano, e le città non pianificate correttamente sprecano energia. Ancora una volta, l’invenzione del mostro capitalista manovra tutto: sia lo sviluppo tecnologico e sia la distruzione delle risorse comprimendo i diritti umani.

L’epoca di urbanizzazione dove i cittadini vivono nelle aree urbane ha forme e caratteristiche diverse: la crescita urbana in Asia, in Africa, e la contrazione urbana negli USA e in Europa con la dispersione (sprawl). In alcuni casi, le élite medio orientali e asiatiche sperimentano per conto proprio le nuove tecnologie e programmano la costruzione di nuove città a basso consumo.

In Europa, i gruppi economicamente più forti stanno già trasformando le aree urbane esistenti, e in parte hanno già soddisfatto le proprie esigenze speculative innescando processi di gentrificazione. Ciò avviene in tutte le principali città e soprattutto nelle cosiddette città globali, cioè i luoghi offshore, della finanza e dei media come New York, Londra, Parigi, Tokyo, ed oggi si aggiungono le capitali asiatiche, Singapore, Pechino, Shangai, Hong Kong, Mumbai. In Italia, non esistono città globali, anche se Milano ambisce a farne parte.

Il capitalismo è una forma sofisticata di razzismo basata sulle opportunità economiche, ed ha sfruttato la tecnica della pianificazione urbanistica per usurpare e allontanare i ceti meno abbienti dai territori che l’élite sceglieva per se, ciò è sempre esistito, poi nell’Ottocento la finanza affinò la fattibilità delle trasformazioni urbane per scaricare i costi, prima sul nascente stato moderno, e poi sul cosiddetto libero mercato perseguendo due vantaggi tipici per i razzisti, (1) impedire ai ceti economicamente più deboli di vivere in luoghi urbani meglio progettati e (2) guadagnare senza lavorare attraverso la rendita. Sono più di 150 anni che ciò avviene sotto il naso di tutti, poiché i popoli sono tenuti all’oscuro dei meccanismi economici della pianificazione, anzi li ignorano del tutto.

La recessione economica che i popoli subiscono è un vantaggio per l’élite ma soprattutto strumento di controllo delle politiche territoriali per determinare una migliore allocazione delle imprese sfruttando tutti i vantaggi della globalizzazione neoliberale, sia sfruttando e usurpando le risorse finite del pianeta e sia sfruttando la schiavitù umana. La novità degli ultimi trent’anni è che ciò accade anche nella vecchia Europa, senza quella consapevolezza di classe che si ebbe nell’Ottocento, quando i popoli si ribellarono chiedendo e ottenendo migliori condizioni di vita.

In Italia, le condizioni sociali ed economiche sono a dir poco drammatiche nel meridione d’Italia, annesso al Nord 150 anni fa, e costantemente depredato dalle imprese private e di Stato. Secondo il mio modesto parere, a parte la voluta carenza di infrastrutture e di agglomerazioni manifatturiere leggere che possono essere programmate e realizzate, oggi il danno più grande è la percezione psicologica di costante svantaggio e degrado che fa emigrare le giovani generazioni. Tutto ciò nonostante il meridione d’Italia e d’Europa sia la parte di territorio europeo con straordinarie ricchezze culturali, paesaggistiche, con intelligenze e capacità manifatturiere uniche nel mondo. La religione capitalista liberale che misura i valori mercantili e non morali, una volontà politica straniera (già francese e inglese) di distruggere la concorrente e potente economia meridionale, e la psico-programmazione degli individui secondo i dogmi materialisti dei liberal, hanno contribuito a far disprezzare l’identità storica della Magna Grecia, della Langobardia minor, e del Regno delle Due Sicilie ai meridionali stessi, convinti dai media di esser “terroni”, per dirla secondo le ignobili fantasie di un leghista qualunque. Una costante narrazione mediatica razzista presente nei network nazionali, e persino inserita nei testi scolastici (Risorgimento e brigantaggio) costruisce una falsa rappresentazione del meridione che influisce soprattutto nell’educazione degli abitanti del Sud. La menzogna criminale e razzista propugnata per decenni nei libri scolastici è stata che la cosiddetta questione meridionale, cioè le differenze economiche fra il Nord e il Sud d’Italia fossero presenti prima dell’Unità d’Italia. I primi ad aver creduto alle fandonie propugnate dai programmi scolastici dei Governi italiani sono stati, sia la classe dirigente meridionale e sia gli abitanti. In fine, cosa di non poco conto, è stata l’élite meridionale a peggiorare la condizione sociale ed economica delle comunità del Sud costruendo un sistema sociale forgiato sul vassallaggio a vantaggio di poche e selezionate famiglie imprenditoriali.

Solo in questi ultimi anni grazie al successo di testi popolari ben documentati con fatti storiografici mostrano quanto la narrazione storica scritta dai vinti abbia stravolto la realtà dei fatti per motivi economici e politici. E solo da alcuni anni sembra rinascere un desiderio di conoscenza e di partecipazione politica nel tentativo di scardinare il sistema sociale feudale dell’élite degenerata.

La guerra di annessione del Sud al Nord c’è stata, ma non può essere un alibi per non vedere il dramma dell’ignoranza funzionale degli italiani e della cattiva classe dirigente locale sostenuta da una generale apatia degli individui nei confronti della politica.

Il meridione può e deve diventare una rete di città connesse fra loro. Le politiche territoriali bioeconomiche sono in grado di valorizzare le risorse locali e sono la spinta culturale per impiegare un mix di nuove tecnologie che usano le risorse rinnovabili. Tutto ciò può essere ben fatto applicando progetti bioeconomici che interpretano correttamente l’uso razionale delle risorse sotto la guida dell’etica politica.

E’ necessario che le persone e la classe politica meridionale si rinnovi, cambi abbandonando i dogmi liberali che stanno depredando il meridione, oggi periferia economica dell’Europa. I Comuni stessi sono organizzazioni e istituzioni amministrative obsolete e inutili, eleggere direttamente un Sindaco e un Consiglio comunale non serve a nulla, poiché tali Enti non rappresentano più l’economia e l’identità dei territori. Una classe politica seria e capace deve avere il coraggio di riformare gli Enti locali guardando le aree funzionali dei sistemi locali e introducendo forme e strumenti efficaci di democrazia diretta e partecipativa. E’ necessario riorganizzare le amministrazioni osservando i sistemi locali e approvare piani intercomunali bioeconomici (bioregioni urbane) per favorire lo sviluppo umano e la creazione di agglomerazioni manifatturiere leggere e d’innovazione tecnologica e sociale. E’ questo l’approccio culturale per interpretare la realtà territoriale e l’economia odierna, ma oggi siamo sprovvisti di strutture amministrative e di istituzioni adeguate. Il mondo è cambiato, la società è cambiata regredendo e le istituzioni politiche sono rimaste quelle del Novecento mentre la condotta dell’élite è di tipo feudale. Le politiche neoliberali stanno distruggendo i nostri territori mentre le politiche bioeconomiche fanno l’opposto, restituendo autonomia, libertà e creando occupazione utile.

Il meridione e soprattutto i meridionali devono darsi delle opportunità, devono sperimentare, avere il coraggio di investire su stessi aggregando talenti da tutto il mondo. Il mondo accademico deve e può programmare attività di ricerca applicata bioeconomica che favorisce investimenti utili nella rigenerazione territoriale del patrimonio esistente. In questo modo si creano opportunità per chiunque progetti sul territorio utilizzando il paradigma bioeconomico. I cittadini stessi, con imprese e banche devono prendere in considerazione l’idea di sperimentare la rigenerazione urbana bioeconomica che si occupa della città costruita intervenendo nei quartieri ancora privi di servizi minimi, e degli edifici arrivati a fine ciclo vita tendendo presente gli impatti sociali e ambientali degli interventi programmati.

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Regioni come sistemi urbani, fonte immagine Treccani on-line.

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Sulla cosiddetta questione meridionale inventata dopo la guerra di annessione del 1860 esiste una letteratura sterminata, e negli anni recenti troviamo sempre più pubblicazioni con ampia storiografia che sgretola la narrazione razzista imposta dai vincitori per omettere genocidio e ruberie dei piemontesi.

I problemi del meridione si risolvono sia attraverso la ricerca storica della propria identità e sia riterritorializzando le attività rubate dalle scelte politiche dei “prenditori” (l’opposto degli imprenditori). L’alternativa al feudalesimo crescente è la democrazia che ancora non abbiamo sperimentato poiché siamo stati abituati a delegare ad altri il nostro destino. La recessione che stiamo percependo da circa dieci anni, in realtà, viene da lontano, comincia prima e si tratta di una strategia geopolitica per far rientrare alcuni paesi europei in aree “periferiche”, oltre che l’effetto dell’industria finanziaria fuori controllo. L’Europa è la “semiperiferia” dell’Occidente mentre gli USA sono il “centro”, in Europa la Germania è diventata il “centro” della “semiperiferia” ed è accaduto a danno economico degli altri, ma col sostegno di tutti i leader politici europei. In Italia il meridione è la “periferia” del nostro paese. Per chiarezza questo modo di leggere il “sistema mondo” fra “centro e periferia” è la teoria di Immanuel Wallerstein che spiega come il capitalismo crea dipendenza e sottosviluppo. Pertanto non è un segreto, e questa fase è ormai chiara a tutti gli osservatori, il problema dei popoli europei è che non esiste un soggetto politico che si ponga la priorità di restituire sovranità e libertà economica ai territori per rimediare all’aumento delle diseguaglianze e all’aumento della disoccupazione innescate dalla strategia sopra accennata. Il fatto che l’UE non funzioni come dovrebbe, è un giudizio che troviamo fra tutti gli esponenti politici, compresi coloro i quali che hanno costruito questo mostro che vive di capricci dell’alta finanza, e se ne frega della felicità delle persone. Fatta la fotografia, restano i drammi sociali del meridione “periferia” dell’Italia e dell’Europa. La disoccupazione e il sottosviluppo creati dalle politiche neoliberali possono essere rimossi cambiando i paradigmi culturali della classe dirigente: restituire sovranità agli Stati cambiando la natura giuridica della moneta (da debito a credito) e adottando la teoria endogena; applicare politiche bioeconomiche per finanziare direttamente a credito attività industriali diversificate sviluppando la manifattura leggera e il settore terziario con lo scopo di territorializzare il sistema economico, sia riducendo la dipendenza dal sistema globale e sia favorendo economie di sussistenza per tutelare gli interessi delle comunità locali. In questo modo si bilancia l’attuale squilibrio economico che favorisce l’avidità dell’élite finanziaria globale. Ricollocando attività manifatturiere di settori tecnologici specializzati per rigenerare le aree urbane in chiave bioeconomica si produce occupazione utile, e si contribuisce a recuperare il patrimonio esistente favorendo la bellezza, la cultura e il turismo sostenibile.

La storia insegna che la guerra di annessione contro il Sud non rubò semplicemente le riserve auree del Regno delle Due Sicilie per costruire la banca del Nord, ma smantellò il settore primario e secondario per trasferirlo al Nord, fu una guerra economica che ricollocò la produttività dal Sud al Nord. Il mondo è “cambiato”, il capitalismo ha mosso guerra ovunque, ma la realtà di oggi è figlia della storia, e il milieu territoriale meridionale può e deve investire nello sviluppo umano per ridurre e liberarsi dalla dipendenza del sistema globale, lo può fare programmando l’agglomerazione di specifiche attività che rappresentano l’identità culturale dei luoghi e investendo nell’aggiornamento tecnologico delle connessioni territoriali. I sistemi locali dovranno cooperare fra loro anziché competere. E’ un percorso lungo ma intelligente, stimolante e creativo poiché coinvolge direttamente formazione e produzione per rigenerare il meridione attraverso attività sostenibili. Lo Stato e le istituzioni devono tornare a programmare questa politica industriale bioeconomica.

E’ giunto il momento di costruire cluster[1] del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

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Indici composti, Benessere Equo e Sostenibile 2016.

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