Investire per cancellare le disuguaglianze

In numerose riflessioni (verde di prossimità, bioregione urbana, aree ASI e fascia costiera, la valle dell’Irno, il disegno di suolo e l’area urbana estesa, esperienze di arredo urbano, un modello di rigenerazione bioeconomica, le scuole, riprogettazione dell’area ASI, la città rete-meridionale) ho esposto diversi punti di vista per stimolare la creazione di attività utili al nostro territorio, e il punto focale di molte riflessioni è la pianificazione: nel senso più ampio del termine cioè economica, territoriale e urbanistica. Il ceto dirigente, aderendo all’ideologia del famigerato mercato ha rinunciato alla pianificazione istituzionale e lascia che le imprese decidano il futuro economico di un territorio: il risultato è sotto i nostri occhi, in Provincia di Salerno c’è un alto tasso di disoccupazione: 17,2% (2019) contro il 4, 5, o 6% dei territori normali. L’impegno più importante di una comunità consapevole dovrebbe essere quello di portare il tasso di disoccupazione a livelli normali e accettabili, ma il percorso è lungo e tortuoso, e nel percorrerlo è determinante una buona dose di creatività, di capacità dialogo e di apertura mentale, poiché nel corso degli anni è facile intuire che decine di migliaia di persone non potranno mai raggiungere l’auto sufficienza economica senza l’aiuto dello Stato. I Paesi normali e civili hanno sistemi di welfare efficaci perché aiutano tutti, e sono capaci non solo di unire domanda e offerta di lavoro, ma di creare nuovi impieghi e aderenti alle capacità delle persone e alle necessità del territorio. I Sistemi Locali del Lavoro virtuosi, normalmente, programmano corsi di aggiornamento e di formazione per qualunque persona, cioè le istituzioni locali hanno enti di formazione professionale e realizzano corsi per qualsiasi individuo che voglia imparare un mestiere richiesto dalle imprese del territorio. Questa semplice programmazione (formazione-lavoro) unisce domanda e offerta di lavoro. I Paesi normali e civili non hanno mai rinunciato alla pianificazione, anzi è il loro punto di forza ed investono ingenti risorse nei luoghi marginali per condurli a livelli adeguati, cioè al pari dei Sistemi Locali del Lavoro economicamente più forti. I Paesi normali e civili non hanno disuguaglianze territoriali come quelle fra il Nord e il Sud d’Italia, poiché sono ritenute immorali, stupide e dannose per l’economia della Nazione. Nel nostro Mezzogiorno non esiste un sistema di welfare normale e adeguato ai problemi sociali ed economici del territorio. Le istituzioni danno la netta impressione di continuare a ignorare questo problema, scegliendo strade politiche sbagliate e obsolete perché lasciano insoluti i problemi contribuendo ad aumentare il divario fra Nord e Sud. E’ altresì vero che lo Stato programma disuguaglianze territoriali poiché non distribuisce le risorse di tutti in maniera equa, anzi privilegia territori già ricchi a danno degli altri. Inoltre, le disuguaglianze economiche e sociali non sembrano essere un tema prioritario né per le famiglie e né per il ceto politico dirigente del Sud. Le maggioranze politiche condotte al potere dagli elettori non sembrano capaci di risolvere le disuguaglianze, e le forze economiche più agiate continuano a orientare le scelte governative, cioè lo status quo resta immutato, mentre con lo scorrere del tempo aumentano i poveri, perché fu sbagliata la scelta politica di aderire alla religione neoliberista dove le imprese private sono libere di perseguire la propria avidità, e lo Stato rinuncia ad intervenire per correggere gli errori del capitalismo. Quando una società rinuncia a sé stessa, e sceglie il nichilismo capitalista sopravvive solo il mercato, e il potere si concentra sugli individui che possono comprare e vendere una merce, ma questa è la nostra realtà: un’esistenza mercificata dove non esistono diritti e non esistono valori, né umani e né naturali. La Costituzione italiana dice ben altro, ma la classe dirigente ha scelto la religione capitalista: tutto è merce, e servono capitali per ogni intervento sul territorio. Si tratta di un arbitrio, un’invenzione, una convenzione, e l’essere umano, se lo desidera, può creare nuove convenzioni, nuove regole e nuovi accordi commerciali per costruire una società migliore di questa. Senza particolari problemi, lo Stato può intervenire sull’economia (come succede in altri Paesi) e può cominciare a costruire territori ove non esiste solo il famigerato mercato, mentre gli Enti locali possono cominciare a valutare gli investimenti con nuovi criteri, cioè osservando gli impatti sociali e ambientali.

Pensare agli investimenti sul territorio significa pianificare, e una corretta e adeguata pianificazione si basa sulla conoscenza, cioè sulla storia e sulle risorse locali, significa conoscere l’esistente per aggiustarlo, cioè affrontare le disuguaglianze per rimuoverle definitivamente e dare alle persone le opportunità che spettano loro, cioè scegliersi liberamente un percorso di crescita individuale, ed in Italia questa libertà non è consentita a tutti ma solo a coloro i quali nascono in ambienti economicamente già forti, con i servizi adeguati e correttamente distribuiti sul territorio. Il destino di molti meridionali è l’ingiusta e l’immorale condanna all’emigrazione per sopravvivere. Questa ingiustizia è ampiamente nota ma volutamente trascurata poiché il sottosviluppo di un’area è la ricchezza di un’altra, e questo schema capitalista è in corso di realizzazione in tutt’Europa, cioè un’élite degenerata programma le disuguaglianze affinché un’area “centrale” possa arricchirsi sulle spalle di un’area “periferica”.

L’approccio territorialista e bioeconomico è quello che può garantire il più alto numero di impieghi ottenibili perché si basa proprio sulla conoscenza approfondita del territorio, con criteri di sostenibilità ed il coinvolgimento degli abitanti nel costruire un percorso di autocoscienza dei luoghi. Lo Stato ha l’obbligo di rimuovere le disuguaglianze perché non sono previste dalla Costituzione e pertanto usando la cultura bioeconomica, le istituzioni dovrebbero ripensare le agglomerazioni industriali interne ai Sistemi Locali del Lavoro, e riconoscendo le nuove strutture urbane estese si potrebbero pianificare processi di rigenerazione urbana e rurale che coinvolgono anche i territori interni. Un obiettivo importante è ridurre il rischio sismico e idrogeologico degli insediamenti umani, e poi costruire nuove relazioni fra città e territori rurali. Per creare nuovi impieghi è importante territorializzare, cioè aprire attività di manifattura leggera per concentrare l’offerta di lavoro in determinati Sistemi Locali del Lavoro del Mezzogiorno, e ripensare la relazione e l’uso del territorio degli abitanti, offrendo loro nuove urbanità e tecnologie utili che tendono all’auto sufficiente energetica.

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Utopie che tornano

Salerno Master Plan costiero 1987
Master Plan recupero fascia costiera, Carpentieri, Buffo, Manzoni, Petti, Plachesi, Villani, Sessa, Carrozza, Talve, Di Giuda, Fortunato, 1987

Sogni infranti che sono ancora vivi e realizzabili: nonostante Salerno nel corso della sua storia sia stata costruita dalla peggiore speculazione edilizia, negli anni ’80 seppe sognare e realizzare alcuni interventi di grande qualità urbana che ancora oggi consentono alle persone di potersi incontrare e godere di luoghi aperti e conviviali.

I progettisti urbanisti, architetti e ingegneri, sanno bene che i processi urbani influenzano i meccanismi percettivi delle persone condizionate dai sensi, e quindi l’idea soggettiva di città dipende da come l’uomo si muove nella città, in termini di velocità e mezzo utilizzato. Oltre al Corso Vittorio Emanuele ed al lungomare Trieste riqualificati ed alcuni arredi urbani nella zona orientale, tutti interventi della prima Giunta di Sinistra, la cittadinanza non sa che quell’esperienza progettuale, solo in parte realizzata, fu interrotta e fu negata agli abitanti una grande opportunità per migliorare la propria qualità di vita, poiché l’Amministrazione approvò un master plan che riqualificava l’intero litorale cittadino con l’obiettivo di eliminare l’affollamento e l’inquinamento automobilistico su tutta la fascia costiera. In che modo? Il progetto di riqualificazione prevedeva, in molte fasce e zone costiere, di spostare il traffico veicolare delle auto nel sottosuolo e/o convogliarlo verso l’interno al fine di consegnare quello spazio (la fascia costiera) alla fruizione pedonale delle persone, che sono influenzate dalla percezione della luce, dai suoni, dagli odori, dalla velocità di movimento mentre si cammina. La migliore percezione della città è la velocità di movimento pedonale, per questo motivo il master plan aveva come priorità il pedone mentre svantaggiava l’automobile. In questo modo, cioè costruendo zone pedonali e nuovi arredi urbani lungo la fascia costiera si riusciva a cambiare il senso di appartenenza al luogo stesso, migliorandolo e aumentando la qualità della vita, rispetto agli spostamenti nei tragitti fra casa-studio, casa-lavoro e casa-spiaggia e mare. Il disegno urbano rimuovendo gli ostacoli fisici realizzava un’esclusiva ed efficace accessibilità delle persone al mare con servizi adeguati. Sapendo che i caratteri formali dello spazio influenzano la vita delle persone si immaginò di progettare lo spazio urbano lungo la fascia costiera con criteri e materiali di qualità, cioè disegnare lo spazio pubblico aperto favorendo convivialità, socialità e persino sviluppo umano. In assenza di spazi pubblici si sviluppa l’opposto: alienazione, inquietudine urbana, isolamento, condizioni di stress, frustrazioni e conflitti.

Inoltre esiste un indicatore soggettivo della morfologia urbana, e cioè il carattere dei luoghi urbani è determinato non solo dalla forma, dai volumi, dall’armonia ma dalla qualità degli spazi e dell’estetica degli edifici. Per cogliere il senso del carattere è utile passeggiare nei nostri centri storici. Da questo punto di vista è importante individuare criteri per un’analisi degli spazi urbani scegliendo il punto di vista dell’uomo e il suo movimento e rilevando la presenza degli elementi per formaidea (valore/significato)funzione (uso, attività), tutto ciò è fondamentale per descrivere la realtà. Si utilizza il punto di vista dell’individuo che si muove in uno spazio in un determinato tempo ed in un determinato contesto socio-economico. I sensi attribuiscono un significato/valore allo spazio creando una percezione soggettiva dell’ambiente costruito che si svolge in tre fasi: la selezione degli stimoli, il giudizio e l’assegnazione di significato. Quindi c’è un’azione “meccanica” di riconoscimento di una sollecitazione e un’azione di “valutazione”, e ciò determina un condizionamento. Si tratta di un’interpretazione [l’analisi dal punto di vista dell’utente] determinante per il progetto al fine di immaginare luoghi idonei per le persone. Il progettisti sanno che la percezione soggettiva della forma dello spazio condiziona la qualità della vita, e alcuni elementi che creano il condizionamento sono: la distanza percepita; la varietà dei luoghi; la definizione dei tragitti preferenziali;  la percezione di barriere; la conoscenza dei luoghi; i punti di riferimento; il rapporto fra pieni e vuoti; il rapporto fra figura e sfondo; le visuali chiuse o aperte. Sono tutti elementi del disegno urbano che contempla il concetto di urbanità, cioè la corretta rappresentazione fra spazio urbano e volumi edificati, quindi fronti urbanipiazze, e strade.

Oggi, l’Amministrazione pubblicizza altri progetti di riqualificazione della fascia costiera ma c’è una carenza culturale molto forte, non solo per l’evidente schiapiazzatura del genius loci locale da parte delle famigerate archi-star, ma perché questi progetti non pensano l’insieme della città e il rapporto con l’interno, ma si limitano a “interventi spot” in alcuni lotti, alcune zone, e pertanto non essendo parte di un tutto trascurano i problemi dell’inquinamento atmosferico causato dal traffico veicolare privato.

Un piano urbanistico di qualità progetta anche quello che si chiama in gergo “l’atterraggio del piano” (cioè quando il piano diventa architettura) determinato da un buon regolamento edilizio, e “l’attacco a terra” fra edifici e spazio pubblico, cioè lo spazio che vivono le persone: i marciapiedi, le panchine, il rapporto fra spazio privato e pubblico, la strada con le carreggiate e le piste ciclabili, i giardini e i giochi per i bambini, il verde di quartiere e le reti ecologiche.

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Sostenibilità urbana

Cosa si intende per urbanistica sostenibile (o sostenibilità urbana?) e cos’è la rigenerazione urbana? In questo periodo di regressione economica, sociale ma soprattutto morale, molti individui sono smarriti nel nichilismo capitalista, le istituzioni e i media sono l’espressione di questo spirito del tempo materialista, consumista e violento. La religione capitalista ha costruito una società svuotata di senso e di valori, e così anche le città sono l’espressione di questo vuoto, e nell’accezione del pensiero dominante l’urbanistica sostenibile è uno slogan per consentire al capitalismo di sopravvivere durante un periodo di recessione, cioè l’accumulazione dei capitali privati si trasforma fisicamente in città, o quartieri, com’è sua tradizione. E’ evidente che tutto ciò non ha niente a che fare con la sostenibilità, ma tutta la classe dirigente occidentale è espressione del volgare capitalismo liberista, pertanto è normale che sotto la finta veste verde ci sia il becero industrialismo, l’avidità dell’élite degenerata che vive di rendite e privilegi, e pianifica la costruzione di ambienti per preservare la propria categoria di privilegiati. Ciò avviene regolarmente nelle città globali (New York, Los Angeles, Tokyo, Londra, Parigi, Madrid, Barcellona, Milano …), nei quartieri del lusso e nelle gate community. Oltre al famigerato sprawl urbano degli USA, cioè il razzismo capitalista divenuto villettopoli e consumo di suolo, vi è il recente modello dello spreco capitalista del lusso, e sono le città costruite sull’acqua e nel deserto: Abu Dhabi, Dubai e altre città satellite. Numerosi media mainstream e persino riviste specializzate continuano a esprimere una divulgazione “verde” per queste nuove città arabe creando disinformazione. Non dimentichiamo che lo slogan più tossico inventato dai capitalisti è l’ossimoro “sviluppo sostenibile”, o c’è sviluppo o c’è sostenibilità, e lo sviluppo non coincide col progresso, e così come progresso non è lo stessa cosa della crescita, e innovare non significa migliorare. Un processo analogo di “sviluppo sostenibile” avviene per la Cina, il paese che, oggi nel mondo più di tutti, ha costruito e costruisce nuove città, anche in Africa, contribuendo ad aumentare il consumo di materie prime: cemento e acciaio. In questi due ambienti: Emirati Arabi e Cina si sono sviluppate e utilizzate le tecnologie più avanzate, fino al controllo sociale di massa.

In Occidente, una delle consuetudini recenti più viziose e inutili per risolvere problemi complessi è quello di utilizzare i cosiddetti piani e programmi settoriali rinunciando alla pianificazione urbanistica. Ricordiamo che la pianificazione urbanistica è per sua natura multidisciplinare, mentre un’azienda che vuole vendere il proprio prodotto si occupa di una sola disciplina, e così da molti anni think tank finanziati dall’industria creano documenti per influenzare i decisori politici al fine di introdurre le singole tecnologie innovative negli ambienti urbani, siano queste telecomunicazioni o servizi di mobilità. E’ del tutto immaturo, fuorviante e sbagliato introdurre nuove tecnologie senza rimuovere i problemi precedenti determinati da una scorretta morfologia urbana. Facciamo un esempio concreto: è intelligente installare reti di telecomunicazione ma ignorare il rischio sismico e idrogeologico? A cosa serve introdurre una tecnologia se non ci si occupa dell’esistente, proprio quando gli edifici sono arrivati a fine ciclo vita? Inoltre è uno spreco avviare un sevizio di mobilità per collegare cittadini e servizi quando l’urbanistica prevede che i servizi siano raggiungibili a piedi. In un processo di rigenerazione urbana i servizi sono costruiti all’interno della cellula urbana. Per un’Amministrazione locale è più corretto avviare programmi di educazione alla mobilità al fine di scoraggiare l’uso dell’automobile privata, ed è preferibile prioritariamente modificare la morfologia urbana e integrare i mezzi pubblici con l’uso della bicicletta.

L’Occidente, anziché copiare incollare modelli sbagliati può legittimamente usare le migliori tecnologie per aggiustare gli ambienti costruiti, per conservare la propria identità storica e culturale, e per migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti.

cellula urbana
Cellula urbana

Poiché non esiste un pensiero critico e condiviso sul reale significato di “rigenerazione urbana” e “sostenibilità urbana”, politicanti e media possono divulgare qualunque contenuto privo di senso al fine di perseguire il solito mantra: vendere, vendere, vendere. L’unico modo per realizzare un’urbanistica sostenibile e avviare programmi di rigenerazione urbana, è quello di compiere un salto culturale verso l’approccio bioeconomico che trasforma la funzione della produzione capitalista, cioè la snatura introducendo criteri di misura dell’entropia (i flussi di energia e materia) e degli impatti sociali delle trasformazioni urbane. In questo modo il capitalismo non è più capitalismo. Dal punto di vista dell’urbanistica, le regole compositive sono dettate dal famoso concetto di “cellula urbana”, e tutt’oggi questo è il modello per costruire una città sostenibile. Su una determinata area si costruisce una densità media di edifici con mixitè funzionale e sociale, e gli abitanti si spostano prevalentemente a piedi grazie al fatto che i servizi sono tutti collocati entro un raggio di 400 mt, mentre i servizi di rango superiore sono tutti raggiungibili dai mezzi di trasporto pubblico. Queste semplici regole di proporzionalità, armonia e bellezza determinano la sostenibilità di un ambiente urbano ma spesso sono state disattese perché la borghesia italiana ha preferito costruirsi i propri privilegi sfruttando le rendite, ma usurpando il bene comune e trascurando i diritti di tutti. Una strategia di rigenerazione urbana per le zone consolidate mal costruite nei decenni precedenti, è quella di cominciare a riprogettare gli isolati considerando le regole compositive della cellula urbana. I progettisti urbanisti: architetti, pianificatori e ingegneri, sono capaci di leggere la forma urbana, sono capaci di esprimere un adeguato disegno urbano osservando e interpretando il territorio, ed è questo che crea la sostenibilità delle città, nient’altro. Oggi vi sono criteri d’interpretazione e valutazione più complessi rispondenti a esigenze più ampie. Alle conoscenze tecniche compositive molto note (il dimensionamento dei quartieri e della cellula urbana), oggi si aggiungono altre conoscenze tecnologiche che rendono possibili obiettivi preconizzati nell’Ottocento dagli utopisti socialisti, e cioè l’auto sufficienza energetica delle città e il riciclo di “materie prime seconde”. Oggi in Italia, ovviamente, non si costruiscono nuove città ma le regole compositive possono essere adottate per aggiustare le zone consolidate, cioè i quartieri esistenti mal costruiti dalle speculazioni. Le città italiane trasformate in aree urbane estese possono essere lette come sistemi metabolici, con flussi di energia e materia in ingresso e in uscita. Le funzioni di flusso possono essere individuate, misurate e corrette riducendo drasticamente gli impatti ambientali e sociali, e nel fare ciò si possono realizzare nuovi impieghi utili. L’approccio bioeconomico crea un immenso indotto occupazionale, più del tradizionale capitalismo. Ogni area urbana estesa italiana ha criticità sociali, economiche e ambientali realizzate fra gli anni ’50 e ’90 del Novecento, poiché spesso le Amministrazioni comunali non sono state capaci di fare bene i piani regolatori, costringendo gli attuali abitanti a vivere in ambienti mal costruiti. Tutt’oggi è facile scontrarsi con l’incompetenza di Amministrazioni locali poiché rinunciano all’urbanistica per preferire piani edilizi speculativi furieri di rendite parassitarie. Per realizzare un’efficace sostenibilità territoriale bisogna riconoscere le strutture urbane estese che non tengono conto degli attuali confini amministrativi; individuare le strutture urbane esistenti e le relazioni di flusso degli abitanti, e fare approfondite analisi urbanistiche e poi orientare le scelte sul piano culturale bioeconomico, al fine di utilizzare al meglio le risorse locali e aggiustare gli errori del capitalismo e delle speculazioni edilizie. Tutto ciò crea un enorme indotto occupazionale ma utile allo sviluppo umano.

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Un disegno urbano per Salerno 5. Verde di prossimità

Nei precedenti interventi ho narrato di possibili scenari progettuali nella città estesa salernitana, in questo episodio approfondiamo aspetti di qualità del disegno urbano, cioè dello spazio pubblico. Molte amministrazioni europee, da diverso tempo, stanno adottando disegni che aumentano le dotazioni dei servizi culturali e del verde di prossimità: due standard estremamente carenti nella città estesa salernitana. Negli episodi precedenti ho evidenziato ciò che è noto a qualunque architetto e ingegnere che studia la città, Salerno è stata costruita male affinché poche famiglie potessero arricchirsi senza lavorare (rendite parassitarie), ed oggi ereditiamo un agglomerato urbano decisamente drammatico. Per limitare i danni di un passato immorale e delittuoso, come molti progettisti sanno bene, è fondamentale avviare programmi di diradamento edilizio con un piano intercomunale bioeconomico per progettare biblioteche di quartiere e il verde di prossimità. Un caso paradigmatico su tanti è da prendere come esempio: Londra. Negli anni della ricostruzione Londra intervenne con ampi programmi di rigenerazione urbana nell’inner city e negli anni recenti l’Amministrazione ha implementato la progettazione e la costruzione dei servizi di prossimità e di vicinato, concentrandosi in maniera proficua sul verde locale nelle politiche cittadine per offrire maggiore fruibilità, rimuovere problemi di insicurezza e di degrado urbano. l’Inghilterra, uno dei Paesi guida per la progettazione urbanistica e per i processi di rigenerazione urbana, continua a migliorare i propri spazi urbani. Nonostante la corretta progettazione dei decenni precedenti attraverso il modello della cellula urbana, l’Amministrazione londinese continua a ripensare e riprogettare gli spazi residui osservando anche i dettagli dello spazio pubblico. Londra ha promosso la strategia degli “open space” (Open Space Strategy, OSS) come spazi di valore per la collettività recuperando quelli abbandonati e riutilizzati in forma rinnovata. Il verde locale è un elemento di progettazione dello spazio pubblico considerato un fattore determinante nel disegno urbano. E’ interessante l’esperienza londinese poiché usa l’habitat urbano e il verde locale per creare reti, e pensando al territorio salernitano, dal Pctp 2012 possiamo osservare com’è possibile valorizzare e unire le reti ecologiche portando in città il verde locale rendendolo fruibile. Dobbiamo ricordare, ahimé, le scelte politiche comunali sbagliate che hanno fatto l’esatto opposto attraverso lo sprawl, cioè palazzine che consumano suolo agricolo localizzate in aree disperse recando danno al verde esistente ed ai cittadini stessi, che vivono senza servizi di vicinato. A Londra lo strumento dell’OSS viene usato per raccogliere l’opinione dei cittadini in un sistema informatico e coordinando i programmi settoriali, l’analisi della struttura socio-economica, le scelte progettuali da favorire circa le tipologie di spazi verdi, il disegno degli spazi, gli usi preferenziali, l’accessibilità pedonale, le dotazioni, gli orientamenti circa la gestione, i criteri di valutazione del successo degli interventi. Riferendoci al nostro contesto è chiaro che l’OSS dovrà essere conforme al PUC e al Ptcp, ma sappiamo che il PUC ha serie criticità per l’assenza di un adeguato disegno urbano e condizionato dai processi speculativi, pertanto un OSS che progetta verde di prossimità può essere uno strumento dal basso che cambia il PUC stesso, ma in coerenza con gli obiettivi del Ptcp che chiede di ampliare i servizi ecosistemici. La strategia salernitana può essere quella suggerita dal Pctp, e cioè che dalle colline parte il verde, scende verso l’agglomerato urbano e crea reti, insieme ai corsi d’acqua naturalizzati, e questa progettazione necessita indubbiamente di demolizioni selettive per restituire spazi di collettività, all’interno dei quali inserire servizi pubblici come le biblioteche di quartiere. I volumi demoliti possono essere ricostruiti nelle aree abbandonate, che sono numerose dentro l’area estesa salernitana, e tali volumi saranno ricostruiti con corretti criteri di composizione urbana restituendo alta qualità della vita per gli abitanti (mixité funzionale e sociale). L’esperienza londinese insegna che in questo modo, dalla città si è potuta costruire una rete verde collegata a quella metropolitana.

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Salerno e valle dell'Irno rete ecologica ambientale
Ptcp 2012, rete ecologica e rischio ambientale.
Salerno bellezza contro bruttezza
Scenario con diradamenti edilizi sui suoli della speculazione per restituire spazio alla natura.

Imparare dall’esperienza

L’esperienza è ciò che dovrebbe stimolare lo sviluppo umano, nel senso che dovrebbe produrre un miglioramento nel proprio stile di vita. L’emergenza pandemica innescata dal covid-19 ci fa vivere momenti di angoscia, amplificati dai media, mentre i provvedimenti restrittivi hanno modificato gli stili di vita di milioni di persone. Per ragioni emergenziali, e per un determinato periodo le persone sono sottoposte a stress psicologici poiché viene tolta la libertà di muoversi e relazionarsi con gli altri. Le relazioni sono collegamenti affettivi, cioè emozioni, e scambi commerciali. Tutti noi crediamo che l’isolamento porterà alla soluzione dell’emergenza e ci auguriamo che questo comportamento contenga il contagio mentre, ahimé, migliaia di famiglie stanno affrontando gli effetti drammatici del virus, ma ricordiamolo attivato da un salto di specie a causa dell’uomo (qui l’articolo che dimostra lo studio circa il salto di specie), ed anche se fosse vera l’ipotesi della diffusione attraverso un’esercitazione militare, o la “distrazione” in un laboratorio di Wuhan, sarebbe comunque responsabilità dell’uomo. Una responsabilità che crea morte e immensi danni economici e sociali. I danni economici, non si capisce il motivo, sono scaricati sui singoli Stati e quindi sui ceti economicamente più fragili.

Diverse inchieste giornalistiche hanno mostrato gravi responsabilità delle istituzioni politiche regionali perché non hanno implementato il piano pandemico predisposto dallo Stato. Nessuna azienda sanitaria locale ha predisposto l’acquisto preventivo di scorte degli strumenti di protezione sanitaria per il proprio personale, e tanto meno l’acquisto di strumenti necessari per le terapie intensive. Mancano macchine per le analisi, mancano test, e persino i reagenti. L’insieme di tutte queste negligenze e il mancato rispetto di protocolli efficaci sono la ragione della morte di numerosi medici, infermieri e di operatori sanitari. Le istituzioni politiche non hanno attuato la prevenzione, e da decenni Governi e Parlamento hanno scelto l’ideologia di mercato che prevede la riduzione del ruolo pubblico dello Stato con tagli per la sanità pubblica, mentre è sono state favorite le imprese private attraverso convenzioni per svolgere un’attività sanitaria, che poteva svolgere ugualmente lo Stato. Le maggioranze politiche, addomesticate dall’ideologia del mercato, hanno preferito indirizzare le tasse degli italiani verso il profitto privato attraverso rendite parassitarie (le convenzioni), e contemporaneamente è stato smantellato il sistema sanitario pubblico, trascurando persino la prevenzione primaria.

L’isolamento imposto modifica le relazioni, e ciò implica anche una significativa riduzione dell’inquinamento atmosferico che notoriamente innesca patologie anche mortali. Tutto ciò potrebbe insegnare qualcosa?

In questi giorni stiamo sperimentando sentimenti contrastanti, cioè paura e angoscia, e l’influenza positiva della natura; chi vive in famiglia si sta riappropriando di stili di vita con auto produzioni e spirito di comunità, mentre si riduce l’impatto ambientale sul pianeta. Stiamo scoprendo ciò che molti ecologisti dicono da decenni, e cioè che il capitalismo produce danni ambientali e che l’inquinamento urbano sono le industrie e siamo noi stessi quando usiamo un mezzo privato, e in questi giorni osserviamo un cielo terso e ascoltiamo i suoni della natura. Fiumi e corsi d’acqua tornano a esser puliti, e di conseguenza anche il mare. Adesso, se fossimo realmente sapiens, dovremmo capire che lo spazio pubblico liberato e l’aria pulita sono valori che possono restare tali se le istituzioni che paghiamo fossero capaci di spendere le nostre tasse obbligare l’industria a non inquinare e per organizzare un efficace mezzo di trasporto pubblico, adeguato e intermodale, aiutandoci a lasciare l’auto e preferire biciclette, autobus, tram e metropolitane. Il trasporto pubblico può esaudire, tranquillamente, la domanda di tutte le classi sociali e di tutte le categorie: studenti, anziani e lavoratori. Il telelavoro è la vera novità, favorita dai provvedimenti restrittivi, ed è tipico delle professioni intellettuali, e consente a chi lo sperimenta di recuperare ore per sé stesso, cioè si tratta delle ore che si sprecano nel traffico.

Per quanto riguarda l’area salernitana, solitamente affollatissima e quindi molto rumorosa e inquinata dagli smog di scarico, in questi giorni osserviamo quest’aria straordinariamente pulita, si ascoltano il silenzio e il cinguettio degli uccelli, si ascoltano le foglie mosse dal vento, possiamo osservare e godere di un orizzonte marino più profondo e più bello sul golfo di Salerno. La natura ci restituisce un senso di pace e sollievo, in buona sostanza benessere, e questa ricchezza, questa bellezza potrebbe diventare la normalità grazie a un servizio di trasporto pubblico adeguato coniugato a un nostro di stile di vita più saggio. Tutti dovremmo riflettere su questo, prima di tutto le istituzioni che paghiamo, e poi la cittadinanza che deve comprendere un’ovvietà: noi siamo il traffico.

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Coscienza?!

L’emergenza dettata dal covid-19 è creata dal cattivo rapporto dell’uomo con la natura, e la relazione scelta è suggerita principalmente dalla religione capitalista. Forse qualche politicante capirà che la globalizzazione è questa, non solo l’immorale realtà virtuale della finanza che crea e nasconde ricchezze agli Stati (il sistema off-shore) ma le abitudini alimentari. Siamo tutti interconnessi, considerando il fatto che le scelte alimentari di alcuni individui in una parte del pianeta possono determinare l’esistenza di altri, nella parte opposta. Non è la prima volta che la natura cerca di liberarsi dell’uomo, altre volte in passato la macellazione degli animali ha trasmesso virus che hanno compiuto il salto di specie (qui l’articolo scientifico che dimostra l’evoluzione del virus attraverso lo studio del genoma), e in altre occasioni processi industriali hanno innescato rischi sanitari alla popolazione, così come l’industrializzazione violenta dell’uomo sta eliminando specie viventi. Da questo punto di vista, dovrebbe essere noto che una seria e convinta riduzione dei consumi di carne può giovare alla salute umana. Esiste anche un’altra ipotesi della diffusione del covid-19, e cioè quella politica relativa a un’esercitazione militare svoltasi a Wuhan a settembre 2019 circa una simulazione/esercitazione di un contagio batteriologico. Un notiziario del Tg Leonardo della RAI (16 nov 2015) denuncia i rischi di una produzione di coronavirus in laboratorio, sperimentazioni già presenti negli USA ma sospese. La comunità scientifica ci informa del fatto che il covid-19 è naturale poiché classificato dal suo genoma, confermando il salto di specie.

Analogo ragionamento vale per tutta l’economia globalizzata liberista che sfrutta centri di produzione distribuiti sul pianeta, sia per non pagare tasse e sia ridurre i costi affinché gli azionisti possano trarne un maggiore profitto: ad esempio, per produrre gli smartphone si estraggono minerali preziosi sfruttando gli schiavi, così come per la produzione di capi d’abbigliamento firmati: schiavitù e inquinamento. Greenpeace informa sul fatto che «le aziende agrochimiche come Bayer e Syngenta continuano a immettere sul mercato pesticidi chimici di sintesi, potenzialmente dannosi per le api e gli insetti impollinatori. E se le api muoiono, a farne le spese sono l’ambiente, l’agricoltura e il nostro cibo».

Il cattivo rapporto dell’uomo contro la natura non si arresta, e così altri virus attaccheranno la nostra specie. L’industrializzazione ci sta auto distruggendo, e l’assurdità sta nel fatto che noi ci auto definiamo: sapiens … se lo fossimo realmente abbandoneremo la religione capitalista per salvare noi stessi, il pianeta che ci consente di vivere, ed affronteremmo le immorali disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento per restituire dignità umana a tutti e stimolare opportunità di sviluppo umano per chiunque lo desidera. Se usciamo dal capitalismo possiamo garantire le risorse finite alle future generazioni e risolveremo anche i problemi di cattiva alimentazione: la povertà in Africa, in Sud America, in Asia e l’obesità in Occidente.

 

E’ il capitalismo baby!

Lo spreco delle risorse naturali è una conseguenza di una nota religione chiamata capitalismo, com’è noto da molti secoli, la nostra società è psico programmata da questa credenza ma non riesce ancora a liberarsene poiché il ceto politico dirigente e la cittadinanza fanno fatica a riconoscere contraddizioni e danni sociali e ambientali. Fino ad oggi, ogni “soluzione” proposta è emersa esattamente dallo stesso paradigma culturale dominante e di conseguenza, ovviamente, è risultata fuorviante, inefficace o una presa in giro. Circa sette anni fa, il 12 luglio 2013 a Milano, ho partecipato come relatore per conto del Movimento per la Decrescita Felice ad un incontro promosso dal “Forum Salviamo il Paesaggio Difendiamo i territori” sul tema “consumo di suolo” (Le proposte di legge sul contenimento di suolo a confronto). In quell’occasione riscontrai ottime intenzioni ma gli stessi limiti culturali sopra descritti, poiché si è voluto affrontare un problema politico gestionale di carattere etico e morale con l’approccio scientifico; un punto di vista legittimo e persino corretto ma ingenuo poiché si è voluto raccontare, forse in maniera presuntuosa, che se il ceto politico fosse correttamente educato all’informazione scientifica allora quest’ultimo prenderebbe decisioni migliori. Secondo la mia modesta opinione, questo è un approccio perfetto in ambito scolastico ma del tutto ingenuo e inefficace in ambito pubblico e politico, infatti non si sono avuti risultati. Il ceto politico dominante è perfettamente consapevole dell’esistenza dell’entropia ma se ne frega poiché per le imprese più influenti e potenti sul pianeta conta, prima di tutto, il profitto: la loro avidità. E’ prerogativa delle democrazie liberali fare la banale somma degli interessi privati, anziché far valere i principi morali, e nel nostro caso far prevalere l’interesse generale descritto nella Costituzione. In una società capitalista, la somma degli interessi privati, spesso, si traduce in prevaricazione del ceto economicamente più forte. E così la conseguenza è stata scontata: nulla di fatto; perché non si vuole riconoscere pubblicamente ciò che è evidente a qualunque persona ragionevole: il problema è la religione capitalista che ha mercificato ogni cosa: territorio e persone, e nelle città si declina con la famigerata rendita e il regime giuridico dei suoli. Nel merito del governo del territorio, inoltre si trascura completamente un’altra evidenza, nota soprattutto a urbanisti, geografi urbani, paesaggisti, e cioè che l’armatura urbana italiana è cambiata radicalmente, e che gli attuali confini amministrativi dei Comuni sono del tutto obsoleti e persino dannosi, e poi ancora, l’ormai consolidata riforma sulle autonomie locali ci consegna un’Italia federale che ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali anche a causa dall’esistenza di circa 8000 comuni e leggi regionali tutte diverse che producono disuguaglianze di welfare urbano e standard minimi da realizzare. Da un lato si trascurano evidenze di carattere politico, culturale ed etico, e dall’altro si ignora la complessità dell’armatura urbana italiana che necessita di un cambio di scala amministrativo: una riforma degli Enti locali su base territoriale leggendo le strutture urbane dentro i Sistemi Locali del Lavoro (sono 611 quelli rilevati dall’ISTAT). In buona sostanza, il consumo di suolo è l’effetto del capitalismo e non la causa! Parlare pubblicamente “di stop al consumo” è un esercizio demagogico fuorviante, così come credere che nei Consigli regionali e comunali, sieda un ceto politico capace di interpretare uno strumento complesso come un piano regolatore (ovviamente esistono eccezioni di politici che sono architetti, ingegneri oppure sono formati/informati da professionisti), significa credere alle favole poiché è lo stesso ceto politico che favorisce la corruzione morale e materiale proprio attraverso i piani regolatori generali che regalano rendite parassitarie agli immobiliaristi.

La disciplina urbanistica è giovane, poco compresa e spesso edulcorata o assente nei cosiddetti piani regolatori generali che il ceto politico locale utilizzata come piani edilizi per favorire l’accumulazione capitalista privata e non come piani urbanistici per costruire servizi a tutti gli abitanti.

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La scommessa della rigenerazione urbana bioeconomica

Negli attuali processi di trasformazione urbana non esistono piani attuativi rigenerativi bioeconomici mentre tutta la letteratura urbanistica europea, da circa venticinque anni, pubblica esempi più o meno “sostenibili”. In Italia, nessuno o pochissimi di questi casi, si occupa di stimolare processi dentro le zone consolidate ma in quelle periferiche, suburbane e rururbane. Il fatto che in Italia ci siano pochissimi esempi di vera rigenerazione urbana dipende da due condizioni: una è di carattere economica, perché trasferimenti di volumi e demolizioni/ricostruzioni sono interventi costosi, e l’altra è di carattere politico perché nel nostro Paese ha prevalso, più degli altri, la religione neoliberista del famigerato libero mercato che ha favorito la borghesia locale costruendo la propria fortuna su una vera e propria usurpazione, ed oggi vive e si arricchisse di rendite parassitarie indirizzando le scelte localizzative dei piani regolatori generali. In questo modo, a partire dagli anni ’50, si è radicata una consuetudine politico-amministrativa viziosa e degenerata che giustifica la privatizzazione dei processi politici, mentre le aree economiche più marginali non sono in grado di “assorbire” l’offerta edilizia. La famigerata urbanistica contrattata ha distrutto il libero mercato urbano, oggi controllato da pochi soggetti economicamente molto forti, e buona parte delle imprese è esclusa dalle reali opportunità che il capitalismo urbano consentirebbe, se fosse garantito da un reale coordinamento dell’Ente pubblico. Il contesto attuale è molto simile al capitalismo feudale: uno Stato che non interviene per garantire uguaglianza di diritti, soprattutto per i ceti più deboli, e un’élite ristretta, molto più ricca di prima che decide per tutti e continua ad accumulare sfruttando le scelte politiche sbagliate deliberate dai Consigli comunali.

Nella consuetudine attuale non esistono imprese che possono prendersi il rischio di pagare i costi di demolizioni e ricostruzioni che poi finirebbero scaricarti sul mercato. L’assenza di efficaci strumenti finanziari dello Stato pensati per la rigenerazione bioeconomica nel mercato urbano sfavorisce progetti rigenerativi virtuosi (attenti al sociale e all’ambiente) e così è difficile ritrovare esempi di vere e proprie rigenerazioni urbane, e quindi spesso si realizzano riqualificazioni che consistono in progetti di nuove lottizzazioni in aree piccole, a volte già urbanizzate ma “libere”, cioè di riuso di aree ex-produttive.

La scommessa italiana più interessante e più intelligente riguarda le ex periferie costruite fra gli anni ’40-’80, cioè concentrarsi sugli attuali quartieri mal costruiti dai processi speculativi, ove esistono le disuguaglianze sociali ed economiche, e dove mancano ancora gli standard minimi previsti dalle norme. In queste periferie non c’è qualità urbana, e c’è la peggiore merce edilizia dal punto di vista sismico ed energetico. Nelle nostre città estese, esistono numerosi casi di zone urbane consolidate mal costruite costituite con agglomerazioni di edifici che non rappresentano quartieri, tessuti, ma aggregazioni disomogenee (alti carichi urbanistici e affollamento) e compromesse. Nelle ex-periferie spesso riscontriamo grandi squilibri causati dai carichi urbanistici eccessivi che non consentono un adeguato svolgimento della vita urbana, perché c’è assenza o carenza di spazi e luoghi pubblici (assenza/carenza di verde pubblico, assenza di strutture culturali), perché la viabilità non è funzionale agli scopi urbani (strade strette, assenza di parcheggi e assenza di piste ciclabili), e perché in queste aree si concentrano numerosi disagi sociali, economici e ambientali.

In questi ambiti bisogna avere il coraggio di investire programmi, piani e progetti capaci di affrontare temi complessi ma che possono essere discussi pubblicamente con competenza ed efficacia per restituire nuove opportunità di sviluppo umano agli abitanti, oggi condannati alla marginalità economica e sociale. Il meridione d’Italia è senza dubbio l’area geografica ed economica maggiormente interessata dalle disuguaglianze territoriali, anche se problemi analoghi, con intensità minore, si riscontrano anche nei grandi centri urbani del Nord, pertanto il focus va posto sulle città estese ove proporre i principali cambiamenti anche in rapporto con le aree rurali e i piccoli centri urbani.

Il paradigma urbano da ribaltare è quello della famigerata rendita, perché deve smettere di essere il motore delle trasformazioni urbane, e quindi è necessario liberare il disegno da questo ricatto al fine di riprogettare lo spazio pubblico e ridimensionare i servizi collettivi per le città estese. I cittadini devono assumere il ruolo di committenti della rigenerazione urbana bioeconomica ma con nuovi criteri valutativi di piani e di progetti; si tratta proprio di criteri bioeconomici che realizzano il metabolismo urbano, e tengono conto degli impatti sociali e ambientali degli interventi previsti, senza compromettere l’equilibrio economico degli investimenti. Non è più il mero profitto privato che giudica la realizzabilità della trasformazione urbana, ma i risultati attesi in termini sociali e ambientali perché questi qualificano il progetto, e queste condizioni possono migliorare l’ambiente urbano compromesso durante gli anni della speculazione edilizia. Oltre ciò, ovviamente, c’è un dato tecnico da saper valutare, e cioè la nuova morfologia urbana, il nuovo scenario capace di ridistribuire le densità e i servizi (scuole, biblioteche, teatri, centri di ricerca …) al fine di migliorare la vita degli abitanti sfruttando le migliori tecnologie nel settore energetico e per la mobilità intelligente, sempre più stimolata dall’uso delle biciclette integrate con il trasporto pubblico.

Qui sotto un esempio paradigmatico di “caso impossibile” estratto dalla mia tesi di laurea. Il progetto propone scenari rigenerativi possibili in un’area consolidata – Pastena Torrione – molto compromessa. Gli scenari si pongono obiettivi per migliorare la forma urbana esistente, recuperano standard mancanti, trasferiscono volumi, costruiscono servizi e realizzano una nuova urbanità. L’esempio dimostra che, a seguito di un’analisi approfondita dell’esistente poiché il progetto è nell’analisi, ed è comunque possibile progettare servizi mancanti aumentando le dotazioni standard esistenti e offrendo opportunità di sviluppo umano raggiungendo obiettivi di sostenibilità e comfort urbano.

Il progetto interviene dentro la città consolidata, nell’aggregato[1] urbano costruito dagli anni ’40 fino agli anni ’80 nei quartieri Pastena, Torrione, Picarielli e Italia, in un’area di 54 ha con una popolazione teorica insediata di 16.000 abitanti, e si pone l’obiettivo di rigenerarlo in tessuto[2] urbano. Questo caso di rigenerazione urbana non interviene né nel centro storico e né in un’area industriale dismessa, ma in un’area consolidata.

L’analisi dell’organismo urbano[3] preso in esame ha evidenziato diverse carenze e criticità. Si tratta di un agglomerato privo di una maglia stradale regolare, che avrebbe favorito l’uso flessibile dello spazio. L’analisi ha rilevato la carenza di standard minimi; non è presente un sistema di spazi pubblici con arredi urbani, non ci sono aree verdi attrezzate e fruibili (con l’unica eccezione dei piccoli giardini di Villa Carrara), non ci sono percorsi ciclabili. La trama urbana è frammentata con scarsa accessibilità; costituita da agglomerati scompaginati nei quali sono accostati espansioni recenti e passate. Fra alcuni comparti non c’è complementarietà, e persino l’assenza di collegamenti. C’è un’eccessiva densità di volumi[4] in diversi comparti, il più alto è nel comparto 12 (Lungomare Colombo, ed. privata) quello più densamente popolato e con carenza di standard di quartiere. Dal punto di vista della sostenibilità sociale, ambientale e urbanistica, il progetto riutilizza aree abbandonate e dismesse; favorisce la tipologia mista delle destinazioni d’uso degli edifici, prevede nuovi servizi culturali e sociali, e collega gli edifici a una rete intelligente di energia inserita nei sottoservizi.

Il progetto urbano ruota intorno a due elementi qualificanti della rigenerazione e del concetto di urbanità[5]: il suolo[6] e lo spazio pubblico, tant’è che grazie all’apertura di una nuova strada si realizzano nuovi nodi e si risolvono problemi di isolamento, stimolando vitalità e mobilità dolce, e grazie alle tecniche di densificazione e le demolizioni selettive si realizzano servizi culturali, sociali, spazi aperti e verde pubblico creando nuovi punti di riferimento. Il progetto incrementa i beni relazionali, moltiplicando luoghi di convivenza, aumenta la dotazione di aree verdi per mitigare il clima e contrastare l’isola di calore.

L’agglomerazione delle attività previste dal progetto trasformano la struttura urbana della città conferendole una struttura policentrica (multipolare). Il quadro di conoscenza fornisce le indicazioni progettuali e individua le regole per le possibili trasformazioni urbanistiche, seguendo principi di bellezza e decoro urbano, e di conservazione di taluni aggregati edilizi esistenti.

Il progetto indica scenari progettuali, ossia master plan, suggerendo una morfologia urbana con le seguenti caratteristiche: trasformazione urbanistica; riconnessione della trama urbana e degli spazi residuali; nuove scene urbane; conservazione; riattamento; mixité funzionale e sociale; riequilibrio fra lo spazio pubblico e privato attraverso trasferimenti volumetrici senza consumare suolo agricolo; risposta alla domanda di bisogni dei cittadini coinvolti nella sperimentazione di pianificazione partecipata attraverso il questionario ideato da Kevin Lynch; cancellazione degli sprechi e auto sufficienza energetica; e “città rurale”.

L’approccio progettuale presenta scenari possibili che mirano a valorizzare le preesistenze e ad “aggiustare” un contesto di partenza complicato e difficile per la cattiva crescita urbanistica degli aggregati edilizi conseguenza della speculazione immobiliare, osservabile in taluni comparti dell’area di intervento. All’eccessivo e cattivo sfruttamento dei suoli si prevede il riequilibrio delle densità col diradamento dell’edilizia privata desueta, e si favorisce il recupero degli standard minimi mancanti. L’approccio ha l’ambizione di mostrare un modello che se fosse applicato impedisce l’aumento della dispersione urbana (sprawl).

[1] È un termine generico che indica un insieme di edifici.
[2] «Il tessuto è il concetto di coesistenza di più edifici, presente nella mente di chi vi costruisce anteriormente all’atto di costruire, a livello di coscienza spontanea, come portato civile dell’esperienza di mettere insieme più edifici» (Caniggia & Maffei, Op. Cit., 2008, pag. 129).
[3] L’analisi diretta è stata svolta individuando 12 comparti omogenei al fine di misurare tutti i dati e gli indici urbanistici (densità, standard, superficie coperta, indici di utilizzazione).
[4] L’analisi diretta ha rilevato indici di fabbricabilità fondiaria (If=V/Sf) di 10,14 nel comparto 12 (Lungomare Colombo), di 9,57 nel comparto 4 (case alluvionati, INA Casa), di 9,02 nel comparto 7 (via Tesauro), di 8,70 nel comparto 6 (via M. Ungheresi) e di 7,81 nel comparto 9 (via C. Guerdile). La densità massima prevista dal DM 1444/68 è di 6 mc/mq.
[5] Il concetto di urbanità è costituito da suolo, fronte urbano e spazio.
[6] Dietro al concetto di suolo ci sono molti riferimenti, non solo al supporto fisico, alla sua fisicità (l’orografia del suolo) ma anche alla percezione, alla forma dell’architettura costruita sopra al suolo (l’appoggiarsi al suolo), la conformazione degli spazi aperti, alla percorrenza, ai materiali usati e alle relazioni. L’immagine urbana percepita è costituita da rapporti e relazioni dello spazio pubblico con l’architettura e, nello specifico il linguaggio dei fronti urbani, poiché crea l’immagine percepita dall’osservatore insieme agli spazi aperti, ai colori dei materiali.

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Fermare il consumo di suolo a Salerno

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ISPRA Geoviewer, consumo di suolo nella città estesa salernitana.

Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò è accaduto anche nell’area salernitana. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano; mentre la crescita demografica nei comuni limitrofi al centroide ha pianificato nuove lottizzazioni ma spesso non inserite nella struttura urbana, favorendo un’alta dispersione urbana. Una gravissima dispersione (sprawl urbano) è nei territori di Cava dè Tirreni e Nocera (qui troviamo il contrasto analogo al comune di Salerno: concentrazione e dispersione), poi i comuni della valle dell’Irno, e altre dispersioni sono nelle conurbazioni a Sud di Salerno (Giffoni e Montecorvino).

Com’è possibile fermare il consumo di suolo agricolo? Eliminando le aree di espansione urbana negli strumenti urbanistici ma utilizzando quelle già urbanizzate, e nell’area urbana salernitana è possibile censire tutte le zone sottoutilizzate e abbandonate. Tutt’oggi manca la visione culturale e politica circa un corretto governo del territorio che riconosce la struttura urbana estesa e adotta l’approccio del matabolismo (bioeconomia). Sindaci e Consigli comunali dovrebbero creare un ufficio di piano ad hoc per coordinare e avviare lo studio di un piano urbanistico intercomunale che dimensiona correttamente i servizi per circa 300 mila abitanti salernitani. I Consiglieri comunali hanno trascurato questa opportunità di un piano intercomunale capace di rigenerazione l’intero territorio per recuperare gli standard mancanti usando correttamente volumi abbandonati e le aree sottoutilizzate, evitando di consumare suolo agricolo.

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Elaborazione personale su dati ISPRA, 2017.

La città estesa salernitana si connota per le per proprie caratteristiche territoriali e infrastrutturali ed è necessario adottare un piano per correggere gli errori della mentalità capitalistica che ha condizionato le scelte politiche locali, finora incapaci di leggere attentamente i fenomeni e stimolare nuove opportunità di impiego per le persone, costrette ad emigrare e vivere un’agglomerazione urbana che volge al suo fine ciclo vita. Alcune scelte hanno realizzato interventi di riqualificazione, mentre altre di mera speculazione edilizia dentro le zone consolidate, e infine l’ambiente costruito è lasciato all’abbandono con l’aumento del rischio sismico per l’età degli edifici. Avendo una visione bioeconomica per la “città estesa” possiamo migliorare la vita degli abitanti e programmare il riuso, il riutilizzato, la rifunzionalizzazione degli edifici, con l’inserimento di attività e funzioni finora mancanti dentro la struttura urbana. Coesistono diversi fenomeni trascurati dal ceto politico: la marginalità economica (aumento della povertà) e l’emigrazione dei laureati, così come l’autoferenzialità della classe dirigente locale che mette in atto la disuguaglianza di riconoscimento, la stessa che favorisce l’espulsione sociale dei meritevoli e dei capaci verso sistemi locali più produttivi. Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. La disuguaglianza territoriale fra Sistemi Locali è evidente ma è responsabilità sia dello Stato e sia di Sindaci e Consiglieri comunali, inadeguati rispetto ai valori della Costituzione. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a se stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale. Il piano può adottare tecniche anti-sprawl negli interventi di rigenerazione urbana.

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presentazione tesi Salerno 07
Elaborazione personale su dati ISTAT e Ptcp 2012.