“Storia” della rigenerazione urbana


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.1.1     “Storia” della rigenerazione urbana

Una “storia” della rigenerazione urbana non esiste. Esiste la storia delle città[1] e dell’urbanistica, un sapere che di volta in volta si è adeguato allo spirito del tempo. Il racconto soggettivo di una “storia” della rigenerazione torna utile nella direzione auspicata di voler conoscere la forma urbana e territoriale esistente e suggerire miglioramenti secondo valori universali e principi costituzionali. Si tratta di cogliere, dentro la storia delle città e dell’urbanistica, le conoscenze e le esperienze utili a rigenerare i luoghi urbani.

Il carattere dell’iconologia tradizionale dello spazio muta nel corso dei secoli: quello greco è l’organizzazione isolata di monumenti, quello romano è un insieme più complesso di edifici, quello rinascimentale è il culto della simmetria, e quello neoclassico è la razionalità di un ordine rigorosamente gerarchico tra le diverse parti di un fabbricato, pertanto fino al XIX secolo l’architettura si definiva per il rapporto spaziale di pieni e vuoti, legato a considerazioni di peso e resistenza, e in seguito interverrà la rivoluzione della tecnica che cambierà la sensibilità formale, cambiando la percezione e il sentimento dello spazio[2]. «Quali sono le due forze principali che determinano le realizzazioni architettoniche e urbane fino al XX secolo? L’una sta nella necessità di adattare gli spazi alle attività che ci si svolgono; l’altra nella volontà di modellare questi spazi secondo le esigenze rappresentative»[3], dunque soddisfare bisogni materiali e spirituali[4]. «Nell’architettura contemporanea il coordinamento gerarchico degli spazi è sparito. Le nuove forme urbanistiche e architettoniche rispondono a una doppia finalità: eliminare dalle costruzioni l’inutile, e il superfluo e realizzare un’architettura di massa»[5]. In queste prime osservazioni di Zevi troviamo le premesse culturali per un’osservazione ragionata delle nostre città.

Il tempo che stiamo vivendo manifesta una crisi dell’urbanistica e dell’architettura in Occidente, e soprattutto in Italia, mentre nei secoli passati comunità, istituzioni e popoli hanno reagito proponendo nuove soluzioni per le città. La storia tramanda le tecniche e i processi che possono rigenerare le nostre città intervenendo dentro i tessuti urbani consolidati[6]. Interventi rigenerativi ci furono nel Rinascimento, nell’Ottocento[7] e stanno avvenendo durante gli ultimi trent’anni in diverse città deindustrializzate.

Dal punto di vista storico un periodo “rigenerativo” si è già manifestato: questo fu il Rinascimento, che usò la letteratura, l’architettura e l’arte per rappresentare il potere e migliorare lo spazio urbano e la sua vivibilità. Il Rinascimento riprende i modelli classici (romani e greci) delle città progettate con impianti a maglie regolari ispirate dallo schema ippodameo (o milesio)[8] e dalla città ideale del Filarete. «L’elemento nuovo è essenzialmente una riflessione matematica svolta sulla metrica romanica e gotica. Si cerca un ordine, una legge, […] ed esiste una metrica spaziale basata su rapporti matematici elementari. […] Si tratta di un’innovazione radicale dal punto di vista psicologico e spirituale: finora lo spazio dell’edificio aveva determinato il tempo del cammino dell’uomo, aveva condotto il suo occhio lungo le direttrici volute dall’architetto; con Brunelleschi, per la prima volta, non è più l’edifico che possiede l’uomo, ma è l’uomo che apprendendo la legge semplice dello spazio, possiede il segreto dell’edificio»[9]. La città rinascimentale eredita gli impianti urbani romani, i lotti gotici ad alta densità, ma questi tessuti urbani sono spazi flessibili, cioè costruiti e trasformarti all’interno della città nel corso dei secoli, tale processo di auto costruzione interna si protrarrà fino all’inizio del periodo barocco che pianificherà le città a partire dalle strade in antitesi al periodo precedente, e scomparirà con l’inizio dell’era industriale.

«La casa artigiana ha conservato quasi inalterato il suo duplice aspetto di casa bottega e casa laboratorio dal 1200 fino ai giorni nostri. E’ l’accoppiamento dell’abitazione al posto di lavoro che ci spiega perché nell’ambito di alcune antiche città noi possiamo ancora oggi ammirare interi quartieri medioevali e rinascimentali che, pur carichi d’anni, assolvono con onore il proprio compito e, per converso, come mai nell’ambito di molte altre città, che hanno subito un più rapido processo di trasformazione industriale, gli antichi quartieri sono praticamente decaduti, pur essendo artisticamente notevoli»[10].

Sin dal periodo classico (greco e romano) e medioevale le città hanno avuto spazi verdi aperti e giardini chiusi. «Gli autori latini riconoscevano, fra le ragioni dello sviluppo della grande capitale [Roma], la felice combinazione di orografia e clima, celebri gli horti di Caio Giulio Cesare (100-44 a.C.)»[11]. Il ruolo igienico del verde nell’ambiente urbano fu ricordato da Vitruvio nel celebre trattato De Architectura[12], ruolo e cultura del verde che perse di significato nelle città dall’inizio dello sviluppo industriale[13] attraverso l’uso della pianificazione a zoning[14], facile strumento per misurare e mercificare i suoli da vendere nel cosiddetto libero mercato[15]. Fra i modelli insediativi del mondo classico, una sua evoluzione fu quella del monastero medioevale auto sufficiente, un modello urbano di quartiere utile per uno sviluppo organico e controllato, poi abbandonato nei secoli a favore dell’espansione incontrollata. Un modello, secondo Mumford, che in maniera inconsapevole forgiò i prodromi del capitalismo moderno attraverso «l’applicazione di metodi di pensiero quantitativi allo studio della natura ebbe la sua prima manifestazione nella misurazione regolare del tempo; e il nuovo concetto meccanico di questo sorse in parte dalle regole di vita del monastero»[16], consuetudini che furono alla base della concetto di produzione di massa, cioè svilupparono il desiderio di ordine e potere, e la regolamentazione degli intervelli di tempo che «contriburono a dare alle imprese umane il regolare ritmo della macchina»[17].

«La politica del cosiddetto mercantilismo che cercava di trasferire alla corona il protezionismo e il controllo monopolistico della città medioevale, fu puramente transitoria. Le nuove forze favorivano ogni tipo di espansione e dispersione, dalla colonizzazione dei territori di oltre mare alla creazione di nuove industrie, i cui progressi tecnologici soppressero automaticamente tutte le restrizioni medioevali. La demolizione delle mura urbane era insieme una necessita pratica e un fatto simbolico. L’istituzione che rappresenta queste forze nuove porta il nome classico di capitalismo. Entro il seicento, il capitalismo aveva già sconvolto l’equilibrio delle forze. Da allora lo stimolo dell’espansione urbana provenne soprattutto dai mercanti, dai finanzieri e dai proprietari terrieri; solo nell’Ottocento queste forze aumentarono enormemente la propria potenza grazie alle invenzioni meccaniche e allo sviluppo dell’industrialismo su vasta scala»[18].

L’industrialismo, dunque, inventa la città moderna, e in tal senso esiste una discontinuità fra la città cosiddetta antica e la città moderna che fa riferimento a due assetti materiali e istituzionali molto diversi e si avvicendano nel secolo XIX. Con l’epoca industriale nasce l’antropocene[19], cioè un periodo dove l’uomo economico è al centro del sistema e la natura è piegata ai suoi interessi; nascono persino leggi che consentono di inquinare[20] per assecondare gli scopi delle imprese che producono le merci[21], e successivamente si inventano sistemi di credito al consumo[22]. In antitesi ai problemi igienici e sociali che l’industrialismo provocherà alle città si avranno risposte progettuali diversificate: i villaggi operai[23], i piani di ampliamento[24], la città giardino e la città lineare[25].

Prima del concetto di “rigenerazione” che si vuole proporre, l’urbanistica conobbe un concetto simile: il “rinnovamento urbano” (urban renewal) nacque in Inghilterra come reazione alle cattive condizioni igieniche degli abitanti nel periodo della rivoluzione industriale del XIX secolo[26]. «Tra il 1820 e il 1900 vennero a crearsi nelle grandi città distruzioni e disordini paragonabili a quelli di un campo di battaglia e proporzionati alle dimensioni delle attrezzature e alla potenza delle forze impiegate. Nelle nuove provincie dell’urbanistica, l’attenzione deve ora essere concentrata sui banchieri, sugli industriali e sugli inventori. Furono loro responsabili di buona parte del bene e di quasi tutto il male, loro che crearono un nuovo tipo di città a propria immagine; quella che Dickens in Tempi difficili chiamava Coketown. In misura più o meno grande, ogni città del mondo occidentale aveva le stesse caratteristiche archetipe di Coketown. L’industrialismo, la principale forza creativa dell’Ottocento, creò il più orribile ambiente urbano che il mondo avesse mai visto, in quanto persino le dimore delle classi dirigenti erano sudice e sovraffollate»[27]. Tra il XIX e il XX secolo, e a partire dall’Inghilterra nacque una prima fase di moderne trasformazioni del territorio «secondo criteri neoclassici, illuministi, autoritari, oppure lasciando libertà d’azione ai privati, condizionati solo da normative di tipo edilizio»[28] .

«L’architettura e l’urbanistica moderne nascono dall’incontro di una serie di fattori tra i più tipici della cultura ottocentesca. Molti autori, con fondati motivi, vedono l’inizio di esse nel secolo precedente e segnatamente fanno coincidere la loro genesi con la cosiddetta architettura dell’Illuminismo (Boullée e Ledoux) e con l’ampio dibattito teorico del secolo XVIII. Per parte nostra, pur riconoscendo la grande importanza di questi fenomeni, riteniamo che i fattori causali della moderna vicenda architettonico – urbanistica siano il liberalismo, l’industrialismo, il positivismo, la rivoluzione tecnologica, il socialismo utopistico, il marxismo, ecc., ossia tutti aspetti peculiari della cultura del secolo XIX. Nato con le ideologie democratiche, egalitarie e umanitarie della Rivoluzione francese, il liberalismo si affermò come traduzione politica, sociale ed economica dell’individualismo. […] Seguendo le teorie economiche liberali (già nel 1776, come ricorda Benevolo, Adam Smith consigliava ai governi di cedere i terreni demaniali per sanare i loro bilanci), gli enti pubblici cedono ai privati la proprietà delle aree edificabili, perdendo così ogni possibilità di controllo urbanistico. Nel periodo più tipico della rivoluzione industriale, gli anni cioè dal 1760 al 1830, si manifestano i maggiori disagi (costruzioni fatiscenti, malsane, condizioni di abitabilità inumane)»[29].

Un forte contributo emerse dalla visione radicale di Charles Fourier, che in Le nouveau monde industriel del 1829, propose una «società non repressiva» che «doveva dipendere dalla costituzione di comunità ideali o “falangi”, alloggiate in phalanstères dove i rapporti tra gli uomini dovevano basarsi sul principio psicologico di Fourier della attrazione passionale. Il falansterio era concepito in aperta campagna» in «un’economia prevalentemente agricola»[30]. Il progetto di Fourier s’incentra sulle passioni umane, che egli intende analizzare con rigore scientifico, descrivendone la meccanica allo scopo di far nascere uno stato di armonia. Nella proposta il paradosso sfocia nel fatto che da un lato c’è una società iper regolamentata e dall’altro la vita libertaria che lascia piena autonomia all’espressione spontanea dei desideri individuali. Il pensiero e le sperimentazioni di Fourier sono la testimonianza di un atteggiamento critico precursore nei confronti del capitalismo[31]; si tratta di un atteggiamento critico che caratterizza la proposta di cambiare i paradigmi culturali della società[32], oggi nuovamente in discussione partendo dalla critica all’economismo, all’industrialismo, al commercio e alla ricchezza.

Fra gli utopisti socialisti[33] dell’Ottocento, Pierre-Joseph Proudhon divenne popolare grazie alla sua domanda: «che cos’è la proprietà?» Proudhon ritiene sia un furto, ma non fu contrario in senso assoluto poiché la proprietà poteva essere una condizione materiale per assicurare libertà. Egli era contro la proprietà borghese risultata da un sistema sociale in cui il controllo dei mezzi di produzione è ristretto a pochi, il lavoro è separato dal godimento dei frutti perché il capitalista sottrae all’operaio il prodotto del suo lavoro e la proprietà appare una rendita parassitaria, in tal senso per Proudhon è un furto.

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[1] Cosa si intende per città? Le città sono una delle componenti fondamentali del mondo contemporaneo e che meglio lo rappresentano. Sono i luoghi principali dell’interazione sociale, dello scambio, della produzione culturale. Nel 1938 il sociologo americano Louis Wirth definì la città in termini di dimensioni, densità e varietà. Nella pratica corrente si ricorre a una semplificazione maggiore riducendo tutto alla semplice dimensione. La dimensione dipende dai confini entri cui calcoliamo la popolazione (Greiner A.L., Dematteis G., Lanza C., Geografia umana. Un approccio visuale, 2012).
[2] Zevi, Profilo della critica architettonica, Roma, 2003.
[3] Ivi, pag. 35.
[4] Sul concetto di forma in architettura (e anche in urbanistica) esistono numerosi studi e ricerche. Ad esempio, «alcuni brani di Choisy suggeriscono che dovremmo pensare all’architettura come determinata dalla tecnica. Altri teorici tardo-ottocenteschi, tra cui Luis Sullivan, avrebbero detto che l’architettura è in primo luogo manifestazione della funzione. I primi teorici moderni sono stati tipicamente inclini a una posizione sociologica e storicista, ad esempio parlando dell’architettura come espressione dello Zeitgeist o della “volontà di un’epoca” e hanno dunque mostrato di privilegiare la componente dell’intento» (P. Eisenman, “Il concetto di forma in architettura”, in Le parole dell’architettura a cura di M. Biraghi e G. Damiani, Torino, 2009).
[5] Ivi, pag. 35.
[6] Calabi, Storia della città. L’eta contemporanea, Venezia, 2005.
[7] Barcellona e l’isolato, il nuovo governo liberale del 1854 decide la demolizione delle mura storiche e nel 1859 un’ordinanza reale affida l’incarico a Ildefons Cerdà che produce il piano dotato di struttura rigida, continua, basata su una maglia ortogonale che ingloba tutte le preesistenze. Parigi e l’opera di Haussmann, fra il 1853 e il 1869, si caratterizza per l’apertura di nuove vie nel tessuto preesistente, collegate ai grandi impianti monumentali, e gli isolati sono prodotti dalla suddivisione dello spazio operata dalle maglie a forma stellare che generano forme triangolari. Londra e il caso di Regent’s street, dove l’apertura di una strada nel centro urbano modifica l’intera fisionomia della città. Berlino e le Mietskasernen, attraverso il regolamento edilizio del 1853 e il piano del 1862, il tipo edilizio si diffonde, si definiscono le altezze degli edifici in relazione alla larghezza delle strade (fissando come massima altezza 25 metri), l’ordinanza definisce anche le dimensioni delle corti interne (una superficie quadra di 5,30 metri di lato).
[8] Ippodamo da Mileto è considerato l’ideatore dello schema ortogonale e regolare, e «avrebbe modificato quel sistema urbanistico in funzione di una nuova concezione. Lo annota brevemente Aristotele, che giudica quel sistema espressione dei regimi “democratici”. […] In ogni caso le nuove riflessioni sull’organismo urbano tenevano conto del fatto che nel passaggio dal V al IV secolo erano mutate le caratteristiche delle società cittadine: sia per la presenza di ceti di recente inurbamento, sia perché tanto questi nuovi ceti quanto anche quelli urbani tradizionali avevano assunto nuovi stili di vita. […] Era dunque logico ed utile adottare impianti a reticolo geometrico, perché questi consentivano predisporre lotti edificatori dei quali era in partenza definita la localizzazione, ed anche perché quei lotti potevano avere differente configurazione e dimensione a seconda delle esigenze funzionali di ciascuna delle parti del tessuto urbanistico: edilizia abitativa, edilizia religiosa, edilizia pubblica civile per funzioni di varia natura» (Bozzoni C., Franchetti Pardo V.,Ortolani G. Viscogliosi A., L’architettura del mondo antico, 2006 pag. 174).
[9] Zevi, Saper vedere l’architettura, Torino, 2008, pag. 76.
[10] Carbonara, Architettura pratica, volume primo, Torino, 1954, pag. 8.
[11] Panzini, Progettare la natura, Bologna, 2005, pag. 37.
[12] Panzini, Op. cit. , 2005.
[13] Alla fine dell’Ottocento e inizio Novecento, il sistema del verde urbano diventa uno dei temi progettuali per affrontare i problemi d’igiene urbana causati dell’industrialismo. Nel 1883, Alphand propone di sostituire la cinta muraria parigina per realizzare una cintura verde. Il principale progettista del verde fu Jean-Claude Nicholas Forestier (1861-1930) compiendo ricerche sugli spazi aperti e redigendo una serie di progetti di giardini privati in Francia, Marocco e Spagna, poi giardini pubblici per Siviglia, Barcellona e Lisbona oltre ai piani di abbellimento per Buenos Aires e dell’Avana (Calabi, Storia dell’urbanistica europea, Milano, 2008).
[14] Lo zoning come dispositivo messo a punto per organizzare l’ampliamento urbano viene attribuito all’ingegnere tedesco Reinhard Baumeister fra il 1870 e il 1875. Il dispositivo ordinativo associato al regolamento edilizio aveva gli «obiettivi principali di allontanare le zone industriali da quelle residenziali e di ridurre la congestione insalubre attraverso l’abbassamento delle densità edilizie, grazie soprattutto alla determinazione del valore dei suoli» (Barattucci, Zoning/mixitè alle radici dell’urbanistica italiana e francese 1820-1945, Roma, 2013, pag. 31).
[15] Mumford, La città nella storia, Milano, 2002.
[16] Mumford, Tecnica e cultura, Milano, 2005, pag. 28.
[17] Ivi, pag. 29.
[18] Mumford, Op. Cit,, Milano, 2002, pag. 513.
[19] Il termine indica l’era geologica (più precisamente epoca geologica) attuale nella quale all’uomo e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche, <https://it.wikipedia.org/wiki/Antropocene >, (ultimo accesso 1 maggio 2016).
[20] Nell’Ottocento in Francia, nasce una dottrina medica nuova, l’igienismo secondo cui l’aspetto determinante è la ricchezza e non l’ambiente, e così nasce una teoria sociale della salute dove le fabbriche sono tutelate poiché rappresentano il progresso economico, e attraverso il Code des établissements industriels classes ateliers dangereux, insalubres au incommodes del 1810 si stabilisce che in caso di inquinamento la popolazione può richiedere una compensazione finanziaria.
[21] «Il problema dell’inquinamento industriale è trattato da leggi sanitarie solamente a partire dalla legge sulla sanità pubblica del 1888 che introduce una distinzione tra le industrie che dovevano essere allontanate dall’abitato ed isolate nelle campagne e quelle che potevano operare all’interno delle realtà urbane. Prima di allora il compito di risolvere i contenziosi sulla salubrità dei suoli e sulla nocività delle industrie era attribuito al Prefetto secondo le norme della legge di pubblica sicurezza del 20 marzo 1865» <http://www.rivistameridiana.it/files/Corona,-Inquinati-e-inquinatori.pdf&gt; (ultimo accesso 1 maggio 2016).
[22] Si pensi alle forme di credito per vendere le automobili (taylorismo).
[23] Gli esempi progettuali di Godin, Fourier, Owen sono le prime proposte di insediamenti che aggregano diverse funzioni: la produzione, l’abitazione e i servizi collettivi (falansterio).
[24] Nasce la necessità di uno sviluppo ordinato della città, l’esempio più rappresentativo è il piano di Cerdà per Barcellona che soffre di sovraffollamento, problemi d’igiene e disordine.
[25] Soria y Mata progettò il primo esempio per Madrid, pensando idealmente ad un’arteria dove lo schema presenta una rigida distinzione fra le parti a destinazione d’uso diverse, le quali stabiliscono tra loro rapporti ricorrenti.
[26] «L’impulso al risanamento urbano viene dalla necessità di fronteggiare le epidemie di colera che nel corso dell’Ottocento colpiscono a più riprese Londra, Parigi, Napoli e molte altre città. Nelle città europee di inizio Ottocento il problema principale riguarda l’assenza di fogne e di una rete idrica che porti l’acqua nelle case: fino alla metà dell’Ottocento di norma i ricchi si riforniscono di acqua comprandola per la strada dall’acquaiolo ambulante, che se la procura in campagna o nel fiume vicino (per Londra il Tamigi, per Parigi la Senna); i poveri, invece, usano spesso l’acqua dei rigagnoli, nei quali però si rovescia il contenuto liquido dei pozzi neri disposti sotto le abitazioni: è chiaro che pratiche di questo genere causano facilmente la diffusione del colera o di altre malattie infettive. Londra, che viene colpita da un’epidemia di colera particolarmente grave nel 1832, è la prima città a essere trasformata da una serie di lavori di risanamento che nella seconda metà dell’Ottocento vengono replicati su larga scala in un gran numero di altre città europee e nordamericane. Questi lavori prevedono essenzialmente cinque tipi di intervento: a) la creazione e la cura di grandi parchi interni alla città, ritenuti utili al benessere fisico dei suoi abitanti; b) il risanamento dei quartieri più poveri, con la demolizione delle case più fatiscenti e la costruzione di nuovi edifici, dotati di accorgimenti moderni; c) la costruzione di un moderno sistema di fogne, intervento decisivo per evitare che liquami e rifiuti scorrano nelle strade o nei cortili, all’aria aperta; d) la costruzione di un sistema idrico capace di portare acqua in ogni casa, inizialmente fino al secondo o al terzo piano; e) infine la depurazione delle acque potabili». (Banti, L’età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all’imperialismo, Editori Laterza, Roma, 2009, pag. 380).
[27] Ivi, pag. 558.
[28] Marescotti, Urbanistica. Fondamenti e teoria, Milano, 2008, pag. 121.
[29] De Fusco, Storia dell’architettura contemporanea, Bari, 2007, pag. 6-12.
[30] Frampton, Storia dell’archiettura moderna, Bologna, 1982, pag. 14.
[31] Guillaume, Fourier. Un pensiero controcorrente, Milano, 2015.
[32] Bauman, Socialismo utopia attiva, Roma, 2018.
[33] La struttura dell’utopia socialista poggia sul desiderio di una società giusta che rifiuta quella presente poiché ingiusta, in nome dei deboli e degli indigenti, coloro che non hanno speranza di elevarsi al di sopra del livello della povertà se si affidano all’individualismo del laissez faire (Bauman, Op. Cit., 2018).

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