Il recupero e la riqualificazione urbanistica


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.1.2     Il recupero e la riqualificazione urbanistica

Dopo le lotte[1] degli anni ’60 e ’70 e le proposte per ricostruire le città secondo criteri compositivi e culturali per realizzare ambiti urbani a misura d’uomo[2], e dopo l’affermazione della cultura della crescita a favore delle città come luoghi del consumo[3], accade che negli anni ’80 emerge la consapevolezza della città post-industriale. I vuoti urbani lasciati dalle imprese consentono ai progettisti di suggerire interventi per trasformare le città in luoghi per favorire la relazione umana. Le trasformazioni realizzate dagli amministratori politici mostrano scelte contrastanti, poiché da un lato pianificano di riqualificare ma in altre occasioni saranno costruiti i cosiddetti “non luoghi” per favorire l’aumento dei consumi e la mercificazione. La riqualificazione cerca di riusare gli edifici e recuperare l’ambiente dei vuoti urbani introducendo servizi collettivi, spazi aperti e centri commerciali.

Le parole degli anni ’80 per descrivere il contesto della società sono in grado di rappresentare anche la società attuale e quindi riproducono anche il periodo del secondo decennio del nuovo millennio: «crisi politico-economica e socio-culturale, riduzione della produttività, carenza della programmazione, assenza di pianificazione e fallimento dove si è effettuata»[4]. Carbonara nel suo Architettura Pratica aveva già accennato al problema dei nuovi quartieri urbani della città moderna, dichiarando che «sono le botteghe e le attività che queste comportano i più validi ostacoli contro il decadimento», mentre i nuovi quartieri sono il frutto di una «cattiva impostazione di progetto»[5]. Le considerazioni di Donti e Carbonara sono il prologo all’approccio rigenerativo poiché consentono un’analisi sulla realtà politica e sociale molto ampia con riferimenti alla “programmazione” e alle “relazioni umane”, essenziali per rigenerare i luoghi urbani.

In quegli anni ’80 e fino agli anni ’90 emergono e si realizzano, ove è stato previsto, i primi interventi di rigenerazione, e le tipologie progettuali riguardano il riuso delle aree industriali abbandonate con nuove destinazioni d’uso; l’aumento delle aree pedonalizzate all’interno dei tessuti edilizi esistenti con nuovi arredi urbani; l’aumento delle piste ciclabili per favorire la mobilità intelligente[6]; l’aumento delle aree verdi sia all’interno dei quartieri e sia all’esterno delle aree urbane con parchi cittadini. «Trasformazioni fisiche e funzionali, in questo senso riguardano sia le città “mondiali”, come Parigi o Londra[7], sia quelle colpite da processi di deindustrializzazione, come Glasgow, Manchester o Liverpool»[8].  Altri grandi esempi sono Berlino[9] e Barcellona[10] che ricostruiscono parti delle aree urbanizzate ma abbandonate, sottoutilizzate o mal utilizzate.

In questo elenco proposto da Alberto Donti viene preso in considerazione anche lo sviluppo delle tecnologie avanzate, che al contrario di quello che si preconizzava non hanno favorito lo sviluppo umano dei ceti meno abbienti, ma hanno consentito alle imprese di aumentare i profitti e di creare nuovi degradi sociali attraverso la riduzione dell’occupazione innescata dalla delocalizzazione produttiva verso i cosiddetti paesi emergenti che offrono manodapora e progettazione a costi più bassi dei paesi europei “avanzati”.

In questi anni rinvigoriscono le idee circa il recupero, concentrate sulla conservazione dei centri storici e sul tema dell’archeologia industriale[11].  Ne sono esempi, i piani urbanistici di: Bologna (1985) coordinato da Campos Venuti, Portoghesi e Clemente; quello di Siena (1990) con direzione scientifica di Bernardo Secchi, e Jesi (1985) con la progettazione sempre di Secchi. Questi piani hanno avuto il merito di porre attenzione alla morfologia della città, e l’intento di garantire un controllo della qualità delle trasformazioni[12].

Sul fronte delle aree pedonali, se il tema progettuale viene allargato alla scala urbanistico territoriale si confermerebbe come uno degli interventi più macroscopici e “rivoluzionari” per restituire un volto e un’identità alle città[13].

Per le piste ciclabili, la questione pratica risulta più complicata, poiché a differenza delle aree da pedolizzare che si tratta di una riapproprizione degli spazi a favore dei pedoni, nel concreto inserire piste ciclabili all’interno delle maglie urbane può risultare persino impossibile se le stesse non hanno la geometria giusta per consentire di farlo.

I vuoti urbani e gli spazi fra gli edifici sono il luogo ove sviluppare gli arredi urbani, oltre che nelle aree da pedonalizzare. Il tema consente di sviluppare concetti come la bellezza e la qualità degli spazi urbani aperti, semi aperti e chiusi.

Infine, il verde urbano è la proposta progettuale che consente di aggiungere servizi e qualità alla città per equilibrare il rapporto uomo-natura per gli abitanti “urbanizzati”, toccando obiettivi come la salute e l’equilibrio psicofisico favorito da luoghi ove poter sostare lontani dall’inquinamento acustico e atmosferico e svolgere attività sportive e di gioco.

I piani proto-rigenerazione, precedentemente elencati includeranno i temi progettuali sopra descritti, e molte altre città tenteranno di dare risposte concrete alla complessità urbana.

Il tema dei percorsi pedonali e delle piste ciclabili, quello delle aree da pedonalizzate e arredare, così come gli spazi fra gli edifici è tutt’oggi l’interesse di una corretta progettazione della morfologia urbana e quindi l’insieme di questi interventi sono parte dei progetti di rigenerazione urbana unitamente ai “nuovi” temi ecologici di ambito territoriale per tutelare e valorizzare il paesaggio e l’ambiente.

Le analisi quantitative dei tessuti edilizi esistenti attraverso la misurazione diretta delle densità, degli standard esistenti e mancanti, e di tutti gli indici urbanistici, l’analisi storica, morfologica e tipologica delle aree urbane, e le indagini percettive offrono un quadro di conoscenza dei luoghi molto ampio ed approfondito. Le indagini sociologiche, economiche e di geografia urbana completano le informazioni tradizionali utili ai progettisti. Tali studi integrati dalle forme di partecipazione popolare consentono di capire i bisogni degli abitanti e migliorare le scelte progettuali. Se la borghesia liberista non avesse preferito accumulare ricchezza attraverso rendite parassitarie e tecnica finanziaria, la pianificazione urbanistica sarebbe stata libera di costruire diverse soluzioni secondo l’approccio analitico sopra descritto.

Negli anni ’90 fino ad arrivare all’inizio del nuovo millennio le innovazioni tecnologiche circa l’uso razionale dell’energia offrono un quadro scientifico ancora più completo poiché è possibile misurare i flussi di energia delle città e soprattutto degli edifici, e queste conoscenze integrano e migliorano l’approccio rigenerativo. Le proposte progettuali sopra sintetizzate mirano a suggerire soluzioni per ridurre il problema drammatico delle società industrializzate che riguarda la disgregazione sociale delle comunità, l’aumento delle diseguaglianze e persino le cause di mortalità. «L’analisi della mortalità per causa mostra nel 2011, come già negli anni passati, che circa il 70 per cento della mortalità complessiva è da attribuire a due gruppi di cause: le malattie del sistema circolatorio e i tumori. Le malattie del sistema circolatorio si confermano la principale causa di morte con un quoziente pari a 375,7 per 100 mila abitanti»[14]. Queste cause di mortalità sono strettamente collegate agli stili di vita e all’inquinamento, e la pianificazione urbanistica ha i mezzi per ridurre queste cause favorendo soluzioni progettuali sostenibili ove gli spostamenti si svolgono prevalentemente a piedi, grazie a una corretta composizione dei tessuti urbani e/o con mezzi pubblici non inquinanti, mentre le innovazioni tecnologiche sostituiscono gli impianti di produzione obsoleti per cancellare le sorgenti inquinanti.

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[1] Emblematico il caso del Ministro Sullo che dopo aver proposto l’esproprio generalizzato e l’impiego del diritto di superficie per favorire l’interesse generale ed i Comuni stessi, fu politicamente isolato, allontanato, e la sua proposta stralciata.
[2] Dopo la pubblicazione del DM 1444/68 nacquero i piani, cosiddetti riformisti, per recuperare gli standard mancanti nelle città. Questi piani riformisti una volta presentati nei Consigli comunali furono spesso edulcorati e modificati, poiché il disegno urbano di tali piani realizzava il recupero degli standard anche contrastando le rendite di posizione, e osteggiando future rendite fondiarie e immobiliari. Ai Consigli comunali, cui spetta il compito di approvare i piani regolatori generali, bastò bocciarli, o modificare gli indici urbanistici a favore degli interessi privati, o cambiare alcune parti del disegno generale.
[3] Negli anni ’80 lo Stato riduce drasticamente la spesa pubblica per le politiche urbane, ed il ruolo dei privati è predominante nelle scelte dei piani, realizzando città che favoriscono il profitto delle imprese piuttosto che la costruzione di luoghi urbani volti a risolvere problemi pregressi ed i problemi sociali dei ceti meno abbienti. Poi si introdurrà l’uso del diritto privato in ambito pubblico con la conseguente privatizzazione dei processi decisionali ed in fine la perequazione urbanistica, ove spesso gli interessi privati prevalgano sull’interesse generale.
[4] Donti, Dal riuso alla città post-industriale, Firenze,1985, pag. 17.
[5] Carbonara, Op. cit. , 1954, pag. 8.
[6] «In Italia, dove si sottolinea l’assenza di un forte programma politico legislativo di riduzione dell’incidentalità sono stati effettuati negli anni settanta e ottanta, in numerose città, provvedimenti di limitazione del traffico relativi alle aree centrali, specie nei centri storici e nelle località di interesse turistico, e conseguenti interventi di arredo urbano» (Giorgieri & Ventura, 2007, pag. 79).
[7] Nel 1981 l’ex area riservata al porto, una lunga striscia di terra sul Tamigi (docklands), è trasformata introducendo appartamenti ad alta densità, mercati, tipi edilizi distinti.
[8] Calabi, Op. Cit., Venezia, 2005, pag. 315.
[9] Nel 1984 l’IBA (Internationale Bau-Ausstellung) è una mostra internazionale che riguarda la ricostruzione del centro città come residenza e una ricomposizione urbana in linea con la modernità.
[10] Dopo le olimpiadi del 1992 la riqualificazione di Barcellona è considerata uno dei migliori esempi di gestione di eventi e utilizzo di fondi pubblici. La decisione dell’Amministrazione è quella di rivalutare il piano del 1976 e di operare all’interno del tessuto urbano esistente proponendo un abaco di tipologie possibili fra molte. Il vecchio piano permette un equilibrato uso delle densità e riserve di zone per soddisfare gli spazi pubblici e servizi, supera la zoning e suggerisce progetti specifici ed esecutivi (Calabi, Op. Cit., 2005.
[11] La deindustrializzazione delle città avvia il dibattito circa come riusare le aree produttive abbandonate, l’archeologia urbana si preoccupa di conservare i luoghi proponendo destinazioni d’uso compatibili con la conservazione stessa, ad esempio: centri culturali, spazi espositivi, luoghi d’incontro per svolgere attività artistiche e di ricerca.
[12] Piroddi & Cappuccitti, Urbanistica è progetto di città, Milano, 2012.
[13] Esempi in tal senso sono Perugia (Corso Vennucci pedonalizzato), Salerno (Corso Vittorio Emanuele pedonalizzato), Siena (via Banchi di Sopra pedonalizzata), Milano (Piazza Mercanti spazio pedonale), Roma (Piazza Navona area pedonalizzata), Monca di Baviera (Marienplatz), Nizza Promenade du Paillon, Londra coi passaggi pedonali nella city, Philadelphia con Dilwort plaza.
[14] ISTAT, 2014, pag. 115.

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