Impianto culturale a favore della rigenerazione bioeconomica


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.4.1     Impianto culturale a favore della rigenerazione bioeconomica

Se volessimo sintetizzare un indicatore di benessere per la pianificazione urbanistica sicuramente faremo degli errori poiché il processo di sintesi tende ad omettere, e la cultura progettuale ha già individuato la misura delle quantità attraverso lo standard mq/ab. Esiste, comunque, un’altra “misura” che si aggiunge allo standard, ed è il concetto di ben-essere, di ben-vivere, e sicuramente l’architettura e l’urbanistica hanno come obiettivo proprio il soddisfacimento del ben-vivere che trova un senso pieno quando si distingue dal sopravvivere che significa sotto-vivere, «essere privati delle gioie che la vita può portare»[1]. La ricerca del ben-vivere comporta aspetti psicologici, morali, di solidarietà e di convivialità, e ciò richiede l’insegnamento di un saper vivere nella nostra società[2]; e dal punto di vista urbano, significa progettare servizi e spazi adeguati nella città, e nei luoghi urbani e rurali significa coniugare il disegno urbano con l’uso razionale delle risorse; quindi misurare e osservare la morfologia urbana per interpretarne un corretto assetto del territorio può aiutare la progettazione di luoghi di benessere.

In definitiva per avviare concretamente una rigenerazione urbana bioeconomica è necessaria una volontà politica che adegui le norme vigenti ripensando i criteri valutativi di piani e progetti a favore della sostenibilità forte, e cancellare le famigerate “interpretazioni giuridiche paralizzanti”. La normativa urbanistica è ridondante circa i concetti di conservazione, il recupero e il riuso pertanto è necessario un percorso d’integrazione e di semplificazione, ripristinando il ruolo pubblico dello Stato nella pianificazione, sia per applicare l’interesse generale e sia per educare la pubblica amministrazione a comportamenti etici, per arrestare il prevalere degli interessi privati legati ai noti fenomeni speculativi favoriti dalla cultura neoliberista[3] che ha dominato negli ultimi decenni. È altrettanto corretto osservare che sia le politiche liberali tipiche del mondo occidentale e sia le politiche socialiste appartengono al piano della crescita, cioè favoriscono un continuo aumento del produttivismo e dell’industrialismo finalizzato al consumo, poiché entrambe le visioni hanno costruito le città favorendo il profitto e non il benessere, le città sono merce contrastando lo scopo della pianificazione che auspica il corretto uso del territorio per fini sociali. La visione bioeconomica favorisce città per la convivialità e l’incontro ove gli spazi sono concepiti come luoghi per la democrazia, lo sviluppo culturale, spirituale e sociale, e dove il tempo dell’incontro è favorito anche con l’impiego delle tecnologie alternative che consentono di cancellare tutti gli sprechi –  riduzione selettiva del PIL – rispetto a una società costruita sulla dipendenza dagli idrocarburi e sul “grande fratello” della pubblicità per incentivare l’inutile consumo consacrato nei “non luoghi”: i centri commerciali. “Aggiustare” le città nella direzione della bioeconomia significa accettare il fatto che il disegno urbano prevale sul profitto, che la bellezza prevale sul profitto, e che il governo del territorio non è più un processo economico di mercato poiché la priorità è la qualità di vita degli abitanti che non dipende dai consumi e dallo sfruttamento di rendite fondiarie e immobiliari, anzi dipende dalla cultura, dalla qualità delle relazioni, dal cibo e dall’ambiente, e ciò vuol dire restituire tempo alla riflessione e allo svago, ma non nei centri commerciali costruiti per i consumatori. La bioeconomia non è una posizione di compromesso al ribasso come l’ossimoro sviluppo sostenibile ma è l’opportunità di cambiare i paradigmi del governo locale favorendo lo sviluppo umano a scapito del profitto dei pochi interessi privati. Si tratta di ridurre lo spazio del mercato per favorire lo spazio della comunità. Nella storia dell’urbanistica ci sono diversi esempi che mostrano come affrontare il problema della pianificazione a favore dei bisogni reali, basti ricordare come Ulm acquistò i suoli per costruire case per i ceti meno abbienti e cederli a prezzo di costo[4]. Se nella consuetudine italiana non si seguì quest’esempio virtuoso appare evidente che la classe politica intendeva favorire gli interessi dei privati che hanno potuto guadagnare denari senza lavorare attraverso la rendita fondiaria e immobiliare. La bioeconomia insegna che l’avidità di pochi ha condotto le risorse del pianeta a un punto critico, e che le nostre città si trovano al collasso proprio a causa di un sistema culturale capitalistico palesemente innaturale e quindi avverso all’interesse generale.

Una riforma della legislazione urbanistica in chiave bioeconomica dove contenere l’uscita dalle logiche mercantili[5] favorendo la tutela dei beni comuni[6], e avviare un coordinamento sugli interventi di manutenzione straordinaria, di restauro e risanamento conservativo, di ristrutturazione urbanistica ed edilizia. Sarebbe auspicabile indirizzare lo jus utendi[7] e lo jus aedificandi[8] verso la sostenibilità e la bellezza attraverso la leva fiscale e la sovvenzione diretta. Nell’attuale consuetudine perequativa la cosiddetta incentivazione, che nacque per recuperare le parti degradate della città, è stata piegata alle logiche di mercato, e quindi a sostegno della rendita immobiliare per pagare sia i costi dei piani attuativi e sia per soddisfare l’interesse dei privati e degli investitori. In una visione bioeconomica possiamo svincolare lo jus aedificandi e lo jus utendi dal profitto speculativo sovvenzionando[9] una parte dei costi[10] necessari per il recupero del patrimonio edilizio esistente. I costi[11] di espropriazione e del recupero urbano vanno detratti o sostenuti dallo Stato attraverso il ripristino della sovranità economica che annichilisce il potere di ricatto del sistema creditizio speculativo dell’immorale mondo offshore. La stessa perequazione diffusa può essere indirizzata per ottenere qualità urbana e architettonica coinvolgendo i cittadini nel processo di rigenerazione dell’esistente e stabilire costi standard. Il legislatore deve tutelare l’impianto culturale degli standard minimi e dei limiti inderogabili poiché agiscono come prevenzione nei confronti di una consuetudine costruttiva abusiva e senza regole, e deve favorire il coordinamento[12] di regolamenti edilizi[13] secondo criteri di bellezza e di eco efficienza sia per avviare un’educazione all’arte del costruire in campo urbanistico e architettonico, e sia per tendere all’auto sufficienza attraverso lo scambio reciproco dei surplus energetici. Misurando i flussi di energia e materia si individuano gli sprechi per cancellarli. Rispetto al contesto urbano e rurale, è necessario che la pianificazione tenga conto delle caratteristiche dei sistemi locali individuati dall’ISTAT, e favorisca la redazione di piani regolatori generali intercomunali secondo il concetto di bio regione urbana, per affrontare e risolvere il problema della dispersione urbana e di carichi urbanistici non equilibrati rispetto ai servizi esistenti. All’interno di questo piano culturale bioeconomico un particolare rilievo è dedicato alle azioni rigenerative interne alle città, sia nei centri storici usando l’approccio conservativo e l’analisi tipologica della scuola Muratori, e sia l’approccio analitico e conservativo nei confronti della cosiddetta città moderna per conseguire una migliore morfologia osservando la realtà esistente e progettare interventi ad hoc. In sostanza, l’agire rigenerativo si manifesta nelle zone omogenee A e B, e la vera scommessa del legislatore e dei pianificatori è quella di correggere gli errori di una cattiva espansione delle zone B avvenuta a partire dagli anni ’50, che ancora oggi costringe gli abitanti a vivere in luoghi insalubri, inospitali a causa di una cattiva morfologia urbana e privi di servizi necessari. Una volta liberato il disegno urbano dall’economia neoclassica si potranno coniugare nuovi bisogni e nuove tecnologie costruttive con standard qualitativi e la partecipazione diretta dei cittadini.

Oltre all’approccio bioeconomico che misura i flussi di energia e materia per conseguire un uso razionale delle risorse, ecco schematizzato, in pochi passaggi, quale dovrebbe essere l’indirizzo culturale di un piano strutturale[14] di rigenerazione urbana: le vocazioni urbanistiche del territorio sono finalizzate al riuso e al recupero del patrimonio edilizio esistente, e non esiste espansione urbanistica; attraverso un ampio quadro di conoscenza dell’insediamento si programma il riequilibrio dello spazio pubblico privato. Il piano individua gli ambiti di rigenerazione ambientale, l’arredo urbano e le eventuali opere di urbanizzazione primaria e secondaria. Il piano strutturale concepisce la città come un sistema metabolico, pianifica l’indipendenza energetica del territorio e l’uso razionale delle risorse. Il piano strutturale individua gli ambiti da rigenerare, indica gli interventi di trasferimento dei volumi per riequilibrare le densità – riducendo o aumentando i carichi urbanistici tesi a raggiungere una densità massima territoriale di 300 ab/ha – e le strategie per sviluppare la mobilità sostenibile, e cancellare gli sprechi energetici. Il piano operativo dovrebbe contenere tali indicazioni: 1) conservare il centro storico (zona omogenea A); 2) recuperare le periferie (zona B); 3) vincolare il periurbano per evitare un’espansione dell’area urbana. È necessario ridurre o cancellare gli insediamenti industriali insalubri di prima categoria e ridurre quelli commerciali (zona D) e non prevedere nuove espansioni (zona C). È necessario ampliare e/o valorizzare le aree agricole (zone E), le attrezzature e gli impianti di interesse generale (zona F). Per quanto riguarda il recupero delle zone consolidate (le periferie) ciò dovrebbe avvenire con l’analisi urbanistica[15] e con criteri di valutazione qualitativa (cellula urbana, densità, morfologia urbana, bellezza e decoro, mixitè funzionale e sociale, sostenibilità e uso razione dell’energia, etc.) poiché bisogna ragionare su come rigenerare la forma urbana e recuperare il patrimonio edilizio esistente arrivato a fine ciclo vita.

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Collegamenti ai capitoli:

[1] Morin, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, Milano, 2015, pag. 20.
[2] Ivi, Op. Cit. 2015
[3] Nel mondo occidentale, statunitense ed europeo, ha prevalso l’ideologia figlia di Adam Smith, ove gli interessi privati agiscono all’interno del cosiddetto libero mercato e lo Stato svolge un ruolo di attore passivo, di spettatore, che deve assecondare gli interessi privati poiché questi attraverso la competitività prevedono al benessere collettivo. La storia insegna che tale ideologia non ha diffuso benessere collettivo ma ha garantito maggiori disuguaglianze sociali e maggiori profitti per pochi moltiplicati in maniera spaventosa attraverso l’informatica e il sistema immorale dell’offshore.
[4] Bianciardi, op. cit. 2005.
[5] La consuetudine politica di escludere l’azione dello Stato, sia come arbitro che come attore principale, a favore del mercato ha garantito agli attori privati di condizionare il disegno urbano secondo il proprio tornaconto. Le discipline giuridiche ed economiche hanno condizionato e condizionano il disegno urbano poiché il cosiddetto equilibrio economico della pianificazione si ottiene attraverso la mercificazione di suoli, superfici e volumi. L’equilibrio è solo teorico poiché può accadere che il mercato non assorba l’offerta di queste merci. Tale consuetudine non tiene conto del fatto che il continuo aumento di tali merci contribuisce al consumo di suoli e risorse limitate a danno dell’ambiente.
[6] Dal punto di vista della bioeconomia i concetti di beni e merci sono distinti, mentre per il codice civile e l’economia neoclassica si possono comprare e vendere i beni, secondo la bioeconomia i beni non possono e non devono essere mercificati. I beni, ad esempio possono essere auto prodotti e scambiati gratuitamente, e questo può accadere per il cibo e anche per l’energia generata da fonti alternative e scambiate le eccedenze in una rete intelligente.
[7] È il diritto a usufruire del proprio fabbricato.
[8] È il diritto a edificare.
[9] Un’efficacia riforma degli istituti bancari, per ripristinare la libertà e la capacità di fare credito agli interventi non speculativi ma necessari per rigenerare le aree urbane, è fondamentale per sostenere le capacità creative di programmi, piani e progetti che ha un valore un se poiché favoriscono lo sviluppo umano.
[10] Nell’attuale consuetudine dove prevale la tendenza di far pagare i costi delle trasformazioni urbanistiche ai privati, costoro sono legittimati a realizzare anche interventi speculativi, creando un’offerta di superfici lorde superiori alla domanda, e difficilmente si occupano degli aggregati edilizi esistenti e costruiti durante il boom della speculazione poiché vorrebbe dire prendersi carico di un aumento dei costi e poi trasferire volumi per fare spazio ai servizi mancanti. Per cancellare l’aumento di questi carichi urbanistici è auspicabile favorire piani che si occupano di quelle parti di città costruite durante la speculazione e aggiustare insediamenti mal costruiti sostenendo anche i piani che hanno il coraggio di trasferire di volumi per recuperare standard.
[11] Secondo l’economia neoclassica e le attuali consuetudini imprenditoriali tutte le trasformazioni urbanistiche si reggono su piani economici che scaricano i costi sul mercato, cioè sul consumatore o l’utente finale che acquista un servizio o un nuovo alloggio.
[12] Il comma 1 sexies del art.4 DPR 6 giugno 2001 n. 380 prevede, in sede di Conferenza unificata (Governo, Regioni e autonomie locali), l’adozione di uno schema di regolamento edilizio-tipo al fine di semplificare e uniformare le norme e gli adempimenti.
[13] Oggi giorno buona parte delle prescrizioni elencate in manuali per costruire la sostenibilità si esplicano attraverso i termini ridurre, minimizzare e migliorare al fine di valorizzare e tutelare [patrimonio, ambiente e risorse]. Sono tutti termini simili alla decrescita ma non suggeriscono una privazione, un ritorno al passato, non stimolano nella percezione comune immagini negative, anzi sono prescrizioni necessarie per raggiungere obiettivi virtuosi e importanti. La decrescita è un termine nato nell’ambito economico e viene introdotto per suggerire la decrescita selettiva del PIL attraverso criteri qualitativi figli della bioeconomia. Il PIL usato nella comunicazione politica e nella divulgazione mediatica è un indicatore quantitativo monetario tristemente noto poiché non serve per migliorare la qualità della vita. Nell’economia reale, e soprattutto attraverso le applicazioni tecnologiche e la progettazione, è facile osservare che applicando le prescrizioni di riduzione l’insediamento umano fa decrescere e/o cancellare gli sprechi, cioè le prescrizioni fanno diminuire selettivamente il PIL ma consentono di migliorare la qualità della vita.
[14] Nel corso degli anni si è avvertita la necessità di rendere flessibile il piano regolatore generale giudicato superato, e così la legislazione regionale ha fatto emergere un nuovo modello di piano a struttura binaria, distinguendo una componente programmatica-strutturale da una componente operativa attraverso due atti distinti (il piano strutturale e il piano operativo) ovvero un unico piano composto da due parti distinte ma in ogni caso assoggettate a differenti procedimenti di approvazione (Fiale, Diritto urbanistico, 2015).
[15] Analisi dirette quantitative (rilevare tutti gli indici urbanistici, verifica degli standard, e nuovo perimetro delle zone omogenee), analisi formali (studio della morfologia urbana) e percettive (metodo di Kevin Lynch).

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