La forma urbana


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.5.1     La forma urbana

Il contesto urbano che ereditiamo è composto da forme urbane che possiamo riconoscere, etichettare, analizzare[1], per conservarle e trasformarle, quando l’analisi dimostra l’esistenza di aggregati edilizi non sostenibili o degradati, in funzione della corretta composizione urbana, in funzione dei bisogni dei cittadini e del raggiungimento del comfort urbano, in funzione delle necessità legate all’uso razionale dell’energia[2], al ciclo vita degli edifici, alla prevenzione del rischio sismico[3] e idrogeologico.

Uno dei fondamenti teorici dell’architettura e della morfologia urbana è lo studio delle tipologie e tale approccio ha condizionato la formazione degli architetti e la progettazione per molti decenni (dagli anni ’50 fino agli anni ’80), oggi sembra che il tema sia storicizzato[4], ma conserva molte virtù per la comprensione della città e la possibilità di rigenerarla attraverso le tipologie edilizie che configurano lo spazio architettonico e la costruzione dell’organismo urbano. Almeno due testi sono fondamentali per la conoscenza della città, L’architettura della città di Aldo Rossi e La Costruzione logica dell’architettura di Giorgio Grassi, affrontano organicamente il tema delle tipologie, della struttura urbana e del locus in rapporto con la storia[5]. Nel 2016, Caja, Landsberger e Malcovati pubblicano Tipo Forma Figura riportando una raccolta di interventi dal 1970 al 2000 sul dibattito tipologico internazionale.

La morfologia urbana è lo studio delle forme della città, mentre la tipologia edilizia è lo studio dei tipi edilizi. Il tipo è una costruzione mentale che consente di estrarre da una categoria di oggetti tutte le caratteristiche che le accomunano, ad esempio gli aspetti formali (lo stile architettonico) e strutturali (struttura portante in cemento armato, o in muratura). In questo modo possiamo adottare il metodo strutturalista, nel senso linguistico del termine, per esaminare l’architettura e la forma urbana scomponendo le sue parti per classificarle, analizzarle. Nello studio della morfologia urbana la questione è analizzare il paesaggio urbano, e attraverso l’analisi delle forme ci avviciniamo alla conoscenza della struttura della città. Il metodo per conoscere la struttura è studiare i sistemi funzionali generatori dello spazio urbano distinguendo quelli economici, politici e sociali; e poi lo studio della struttura spaziale, cioè la forma della città e le relazioni spaziali. Nello studio del paesaggio urbano si distinguono tre scale: la strada, il quartiere costituito da isolati e l’intera città. E’ alla scala della strada che troviamo l’immobile con la sua tipologia edilizia[6].

Negli anni ’50, Saverio Muratori inventò l’approccio chiamato “morfogenesi dello spazio urbano” individuando i tessuti come morfologie insediative che caratterizzano la forma e gli spazi fra strade ed edifici (analisi e ricerche tipomorfologiche). «Le parti urbane morfologicamente omogenee della città possono essere distinte in tessuti e forme aperte. Si indicano come tessuti le morfologie dell’insediamento caratterizzate da una stretta correlazione tra la forma degli spazi stradali e l’insieme degli edifici, determinata dal fatto che i fronti edificati si dispongono lungo i bordi delle strade»[7]. I tessuti possono essere classificati secondo due caratteristiche chiamate impianto e grana. L’impianto è la forma dell’insieme delle strade, e può essere distinto in intricato, reticolare, radiocentrico, organico; mentre la grana[8] è il grado di frammentazione della trama edificata che compone il tessuto e viene definita dalle dimensioni dei corpi edilizi. In tal senso possiamo osservare che esistono tessuti intricati compatti (tessuti compatti) quando c’è una complementarietà, oppure sono reticolari quando la conformazione delle strade forma un reticolo e la grana viene distinta in fine, media o grossa. Ad esempio, il tessuto è radiocentrico poiché costituito in genere da una piazza centrale che determina la conformazione polarizzata. Il tessuto è organico quando l’impianto si connota per una conformazione a flessi priva di modularità geometrica condizionata dalle caratteristiche planoaltimetriche del luogo. In fine, vi sono le forme aperte che si caratterizzano per l’assenza di complementarità di forma tra la rete delle strade e delle piazze e la trama dei lotti e degli edifici[9].

Per ridare dignità e valore al disegno urbano e alla forma della città è necessario perseguire «il recupero della contiguità fra persone e attività e la concentrazione delle funzioni urbane, cioè come piano operativo bisogna ripartire dal luogo, cominciando a misurare le quantità, i rapporti, i fatti urbani e la città stessa come dato di partenza, con la sua consistenza fisica, i suoi tessuti, la sua struttura orografica e infrastrutturale»[10].

La manualistica[11] offre altri spunti per la lettura degli spazi leggendo la conformazione degli spazi[12] e le gerarchizzazioni[13] al fine di interpretare e realizzare spazi urbani di qualità. «La forma di qualsiasi spazio esterno è determinata dal tipo e natura degli elementi fondamentali (volumi e piani) e dal tipo della conformazione dei margini»[14]. Ad esempio, una successione di volumi può costituire un margine continuo o discontinuo. Si può definire spazio convesso quello generato da un edificio isolato, da un obelisco, da una fontana al centro di una piazza; si definisce spazio concavo quando i margini definiscono un recinto completo o parziale; ed un caso particolare di spazio concavo è lo spazio corridoio di strade e viali alberati. Lo spazio semiaperto è quello definito da un margine discontinuo, attraversabile che permette le visuali (edifici non continui, porticati ecc.) [15]. La progettazione degli spazi urbani incide direttamente sulla vita delle persone poiché il disegno può invitare a riunire così come disperdere; il progetto può integrare oppure separare; può invitare o respingere, e così via[16]. La misura della progettazione urbana è la scala umana, in analogia della progettazione architettonica (l’uomo vitruviano e il modulor di Le Corbusier), e lo spazio viene attraversato in movimento determinando esperienze sensoriali, pertanto camminare a piedi, salire, scendere, attraversare lo spazio in auto, sono elementi della percezione che influenzano la progettazione urbana. Il cono visivo umano è di 60°, e in cima al cono dovrebbe sempre essere visibile la sagoma degli edifici, questa è un’indicazione per determinare l’ampiezza delle strade e costruire insediamenti di una densità media, senza edifici alti[17]. Generalmente, per la città moderna la regola per determinare l’altezza degli edifici è data dall’ampiezza delle strade, più larga è la strada, più alti possono essere gli edifici che vi si allineano[18].

La struttura della forma urbana occidentale si caratterizza per alcuni elementi che declinati in vari modi hanno costruito diverse città: «la casa a corte antica, il lotto gotico della città mercantile Nord europea, la misura dell’isolato compatto e la sua relazione con lo spazio pubblico, strada o piazza, come l’edificio in altezza della nuova città, non sono solo tipi edilizi ma anche scale e idee di città»[19]. Possiamo riconoscere la città medioevale nella ripetizione del tipo abitativo della casa a schiera, così come le battaglie contro la densità della città ottocentesca e la sua riduzione a blocco compatto, mentre il Movimento Moderno rompe questi schematismi realizzando la città metropolitana, offrendo numerose variazioni[20]. Gli elementi culturali necessari per avere consapevolezza della città contemporanea sono: il controllo della scala urbana; l’uso delle tipologie edilizie[21] e del loro montaggio; la maglia urbana o scacchiera urbana, per favorire un ritorno dell’isolato e avere un maggiore controllo della scala urbana; e le cosiddette “nuove soglie urbane” determinate dallo spazio intorno al blocco e il suo spazio interno[22]. Questi sono i temi ove hanno operato e stanno operando numerose città europee per rigenerare i propri spazi urbani, alcuni di questi interventi sono interpretati ed esposti in Housing Primer da Melotto e Pierini.

Per comprendere la città è necessario riconoscere i modelli insediativi. I contributi di Panerai, Castex e Depaule con Isolato urbano e città contemporanea, e Il progetto nell’edilizia di base di Caniggia e Maffei (1984), offrono validi strumenti di comprensione dei luoghi urbani. Caniggia e Maffei pubblicano una raccolta di lezioni universitarie sulla tipologia, la composizione architettonica e la composizione dei tessuti edilizi urbani. Ancora oggi quel testo, grazie ai contenuti teorici e soprattutto pratici, è uno strumento fondamentale per l’analisi dell’architettura e della città. Ad esempio, «quando si vuole progettare un aggregato», «una possibile strumentazione del progetto legata con la meccanica della lettura». Una buona guida per l’analisi del tessuto esistente è verificare l’esistenza di aggregati che «mostrano caratteri di forte analogia formatisi per successive e capillari addizioni di case», cioè si tratta di osservare se esiste «unicità-unitarietà» per cui consente «generalità di soluzioni» che dipendono dalla posizione, e dalla presenza di «anomalie dimensionali»[23]. «La pianificazione di un aggregato» è «correlata con il processo formativo degli aggregati in loco» ed è «condizionata dal parallelo processo del tipo edilizio»[24].

Dal punto di vista della consapevolezza urbana, è utile l’accenno al periodo storico in cui le città si trasformavano al loro interno (dal Trecento fino al Settecento) – «il binomio tessuto obsoleto-edifici rinnovati» – la fase di intasamento e la crescita postunitaria (1870-1915)[25]. Significativo il riferimento all’«intenzionalità» del «progetto di quartiere radiale» e dei “piani radiali” che danno predominio alle percorrenze sull’edilizia, di ispirazione alle città ideali ed al Rinascimento arrivando fino all’Ottocento. «Sembra che l’attenzione sia tutta rivolta all’autonomia della maglia viaria e del suo disegno: negli spazi di risulta di questa, l’edilizia è considerata tanto duttile, tanto indifferente alla dimensione e alla forma dell’isolato da non doversi ritenere obbligante (ad esempio, il piano per Barcellona, 1859; o il progetto Portaluppi per Allabanuel). E’ isolato un costruito racchiuso da una cortina»[26]. In seguito si presenta l’isolamento delle unità edilizie[27] (interpretazione della città-giardino), ed «inizia così la progressiva perdita del ruolo differenziato degli spazi contornanti il costruito: l’isolamento dal fronte strada e tra le unità edilizie provoca progressivamente l’abitudine alla rifusione tra percorrenze interne e aree di pertinenza, derivandone una logica da “edificio contenuto in un’area” la cui frantumazione in distacchi induce all’indifferenza alla fruizione degli spazi esterni»[28] e successivamente lo studio dei tipi edilizi, dell’unità edilizia, l’aggregazione dei sistemi e la lettura della “cellula strutturale” e la relativa distribuzione. Arrivando alla seconda metà del Novecento, Caniggia e Maffei descrivono l’aggregato e l’edificio nel piano del quartiere unitariamente progettato, cioè i quartieri INA CASA e GESCAL; così la definizione da loro fornita: «si ritiene quartiere morfologicamente e funzionalmente unitario, autonomo, un’indeterminata quantità di unità edilizie occasionalmente predeterminata dall’area disponibile o dai programmi di edilizia sovvenzionata; in piena indipendenza dalla dimensione modulare assunta processualmente dal “rione” o dal “quartiere” nella città ereditata o in quella di espansione antecedente»[29], tutto ciò sull’analisi morfologica.

Sul fronte tipologico, Guido Canella suggerisce un nuovo concetto di tipologia riferito allo studio dell’architettura in successione storica per individuare l’attendibilità del rapporto fra architettura e contesto fisico (città, territorio) aiutata da un’indagine in chiave sociologica. Lo «studio sistematico delle invarianti negli assetti spaziali può costituire il criterio primo per la fondazione di un nuovo concetto di tipologia architettonica, utilizzabile non soltanto in fase analitica, ma anche come organizzazione della conoscenza intenzionata a ricavare quelli invarianti (funzionali-formali) in atto nell’attuale fase tecnologica»[30].

Negli anni ’50 fu la scuola di Venezia, diretta da Giuseppe Samonà, a proporre una rifondazione dell’insegnamento superando gli schemi ideologici e proponendo un approccio razionale teso a misurarsi con i problemi reali dell’architettura e della città. Il più importante riferimento è Quatremère de Quincy che con la sua definizione di tipo, sancisce la natura astratta e concettuale differenziandolo dal modello, e sottolinea la caratteristica di categoria insieme analitica e pratica. «Questa attitudine è un elemento centrale della cultura illuminista degli architetti italiani, mostrando una spiccata predilezione per la classificazione come procedimento conosciuto, per la serialità come riflesso di un ordine, per la catalogazione come strumento di confronto e di progetto come risultato di un procedimento razionale controllabile. […] L’interesse per la città come grande manufatto che sancisce il rapporto tra tipologia architettonica e morfologia urbana»[31] viene sviluppato per definire il senso del progetto. Secondo Malcovati, studiando le esperienze che lavorano contro la città speculativa e contro l’abitazione di massa, è possibile riunire in unico percorso coerente e progressivo intorno al dibattito tipologico, l’architettura romana, quella gotica, il Rinascimento, l’illuminismo e il Movimento Moderno, per sviluppare un metodo progettuale che consente di leggere le opere del passato come presenti e la città come manufatto complesso, costruito nel tempo, da mani diverse e in momenti diversi ma con una propria forma compiuta, in tale maniera «si apre una stagione di studi e di sperimentazione unica in Europa»[32].

Secondo Chiara Barattucci, circa il dibattito sulla città europea che intende sviluppare «una città sostenibile, tre sono le principali parole chiave: compattezza, cittadinanza, mixité. A partire dall’importanza attribuita a questi tre termini, il concetto operativo principale dell’urbanistica europea sembra essere sempre più ‘ristrutturazione’, una ristrutturazione del territorio esistente che comprende differenti azioni: compattare il territorio in forme urbane policentriche strutturate su una mobilità di prossimità, riciclare i tessuti urbani esistenti recuperando le aree degradate e dismesse, riusare e rivitalizzare il patrimonio edilizio esistente, riqualificare gli spazi pubblici e gli spazi aperti, densificare dove possibile, connettere col verde differenti frammenti urbani, valorizzare il capitale ambientale, di biodiversità e paesaggistico, ecc., e soprattutto mescolare il più possibile in ogni parte di città attività e servizi con la diversità di soggetti sociali»[33].

L’approccio empirico sopra descritto è una delle caratteristiche culturali utilizzabili per rigenerare le città, poiché si tengono conto delle trasformazioni storiche succedutesi, e delle analisi morfologiche, percettive e quantitative con la sensibilità della sociologia urbana, e queste prerogative saranno usate anche dal movimento culturale denominato New Urbanism.

La tradizionale classificazione per tipologie distributive (case in linea, a torre, a ballatoio, ecc.) non è più sufficiente per riassumere la complessità dei modi di abitare, e cosi le categorie sono riferibili ad aspetti legati alla morfologia dell’intervento, e cioè corti aperte/passanti, sistemi lineari, sistemi lineari complessi; oppure alla contestualizzazione come completamenti/infill, e alla distribuzione o aggregazione, cioè torri/ibridi[34].

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Classificazione morfologica insediativa (Reale, 2015)

La corte aperta/passante pur mantenendo il carattere di perimetro edificato è la modifica del blocco chiuso con un fronte esterno che si misura al contesto urbano. Spesso il blocco è tagliato a tutt’altezza e costituito da più parti completamente separate tra di loro. Se mantiene la continuità del perimetro diventa permeabile alla città, poiché la corte centrale è aperta, o direzionata verso una veduta, ad esempio[35].

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Classificazione secondo il contesto (Reale, 2015).

I sistemi lineari si distinguono per la distribuzione degli alloggi lungo una direzione prevalente. Il doppio affaccio oltre ai vantaggi per il comfort arricchisce gli alloggi di visuali. Le abitazioni possono essere simplex o duplex. La presenza di ballatoi e pianerottoli permette di aggregare gli alloggi o renderne indipendenti alcune parti.

I sistemi lineari complessi sono costituiti da più elementi rettilinei, oppure da elementi lineari piegati o ancora raddoppi in parallelo di uno stesso corpo di fabbrica. La distribuzione degli alloggi è in linea.

Le operazioni di completamento o urban infill abbracciano la massima gamma di soluzioni nel rapporto tra nuova edificazione e preesistenza. La tipologia di intervento è condizionata dai regolamenti urbanistici ed edilizi (continuità del fronte strada, altezza massima, attacco a terra/attacco al cielo).

Le residenze a torre sono caratterizzate dalla presenza di moduli tipologici elementari, vi è un nucleo contenente scale, ascensori, cavedii per gli impianti, e una seria di alloggi distribuiti dal nocciolo servente. Le torri isolate su tutti i lati, offrono la massima possibilità di affaccio esterno e soleggiamento per gli alloggi, annullando tuttavia l’ipotesi di affacci contrapposti. La necessità di dialogare maggiormente con contesto urbano consolidato e di differenziare la varietà degli alloggi ha favorito negli ultimi anni la diffusione di soluzioni ibride tra torri, piastre, linee e ballatoi[36].

Le politiche promosse in USA negli anni ’50 a sostegno del rinnovamento urbano (Federal Urban Renewal program, Johnstone, 1958) consentirono la nascita di movimenti culturali che favorirono lo sviluppo del rinascimento urbano (anni ’90) prima, e poi del New Urbanism. Secondo Gill Grant il New Urbanism attinge idee dalle teorie di Camillo Sitte e Raymond Unwin (movimento City Beautiful), ma soprattutto dai contributi di Jane Jacobs (Death and life of great american cities, 1961) ed i modi di pensare alle città di Christopher Alexander e Kevin Lynch. Secondo Peter Katz il movimento è una matassa di fili che si intrecciano fra loro, e questi sono: la tradizione classica del costruire le città, imitando i modelli di Parigi, Roma e Londra; i principi di progettazione ecologica ed al regionalismo, mentre un filo particolare del New Urbanism riguarda interventi esemplari di completamento di tessuti urbani all’interno delle aree centrali delle città fin dagli anni ’70, la progettazione a scala metropolitana come i modelli di New York, Chicago e Boston degli anni ’80 e ’90[37].

Il New Urbanism agisce su ogni livello di progettazione urbana partendo dai singoli edifici arrivando alla pianificazione della regione toccando i gruppi di edifici, gli isolati ed i quartieri. Per fare ciò utilizza alcuni strumenti di base fra cui il Transit oriented development (Tod), il Traditional Neighbourhood development (Tnd) e soprattutto il Transect planning e lo Smart Code. Il New Urbanism tenta la definizione di codici – smart code – che si occupano di regolare la forma tridimensionale degli edifici e degli spazi pubblici, tenta di dare una lettura dei caratteri locali, e di definire quella serie di regole che dovrebbero garantire la coerente evoluzione formale dell’insediamento. I codici dovrebbero individuare la capacità di adattarsi alle singolari caratteristiche dei luoghi in cui vengono applicati, ed esser capaci di descrivere le relazioni che dovrebbero intercorrere fra le facciate degli edifici e lo spazio pubblico, la forma e la massa delle costruzioni in relazione fra loro, la scala e i tipi di strade ed isolati[38].

L’approccio appena descritto rientra nelle proposte tecniche di suggerire regole e abachi morfologici per determinare il processo di costruzione della città e del territorio. Un esempio in tal senso c’è stato anche in Italia, nel primo dopo guerra, quando si dovevano costruire le case popolari (INA-Casa), tant’è che manualista si esprimeva anche con norme figurate. Nel piano regolatore di Prato, verso la fine degli anni ’90, Secchi introdusse nelle Norme Tecniche del Regolamento edilizio[39], «i cosiddetti “schemi direttori e progetti norma” affiancati da rappresentazioni visive molto spinte sul piano del progetto di suolo, dettagliate e controllate»[40].

Oggi prevalgono due atteggiamenti contrapposti ed estremi: la città “piccola” di Leon Krier e la città “generica” di Rem Koolhass. La prima rappresenta un vero e proprio modello (con le sue regole e le sue realizzazioni: Poundbury e Seaside), la seconda è più che altro la constatazione di uno stato di fatto, la presa d’atto che i processi legati alla globalizzazione sono impossibili da governare e come tali vanno assorbiti nella progettazione di una parte di città o anche di un singolo edificio. Alla visione moralistica di Krier e a quella ironica e un pò cinica di Koolhaas, si affiancano, sul piano della costruzione delle città, tre alternative alla dissoluzione del modello urbano: il New Urbanism, la linea della città europea e il New Typologism[41]. Questi tre filoni hanno un atteggiamento comune anti-sprawl: sono tre diverse risposte alla crescita smisurata e alla conseguente dissoluzione della città. Secondo Bernardo Secchi[42] il superamento dell’attuale situazione è subordinato al perseguimento di alcuni indirizzi ben precisi: la ricerca di una crescita urbana che privilegi una densità medio-alta, la scelta della multifunzionalità nei nuovi insediamenti, il tentativo di ricostruire un senso di comunità, la lotta all’esclusività degli spostamenti privati e individuali, il tentativo di creare un’identità di appartenenza tra spazio urbano e cittadini.

Le aspirazioni di certi movimenti anglosassoni (city beautiful, New Urbanism, etc.) con una sensibilità ecologista, sono ispirati anche dalle esperienze dei governi politici medioevali e rinascimentali che operavano sulle proporzioni geometriche del lotto per ottimizzare i costi delle trasformazioni, scegliendo la maglia regolare. «Il modello di città che propone [lotto tardo medioevale] è geniale: ammette grande flessibilità e possibilità di sviluppo praticamente inesauribili, tanto è che per alcuni secoli le città che lo adottano su grande scala non necessitano di ampliamenti, ma si sviluppano al loro interno»[43]. Pertanto le pratiche e le tecniche urbanistiche rigenerative nascono nel tardo medioevo, capacità poi perse nel Novecento grazie allo sviluppo dei sobborghi  e «la diffusione dell’ideale democratico attraverso gli strumenti della produzione di massa, determinando un tipo di vita che era la caricatura sia della città storica sia del rifugio suburbano: una moltitudine di case uniformi, inflessibilmente allineate a distanze uniformi su strade uniformi, in uno spazio ordinato e privo di vegetazione», in sostanza un «ambiente monotono e degradato»[44].

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Lateral Office, schema di tipologie e blocchi dell’isolato per Reykjavick, 2007.

Un aspetto tecnico progettuale della città europea è senza dubbio l’impiego dello zoning che nasce nella seconda metà dell’Ottocento, si diffonde in tutto il mondo occidentale fra le due guerre mondiali, e viene interpretato diversamente fra USA ed Europa. Lo zoning ha avuto un grande successo poiché è stato utile all’organizzazione della città borghese tra centro e periferie, utile a mettere ordine nella crescita urbana senza regole e per ridurre le densità consentendo maggiori spazi al verde pubblico[45]. Lo zoning ha contribuito alla dispersione e frammentazione della città europea, ed anche se potrebbe tornare utile per la disciplina dell’uso dei suoli e dei suoi valori, la sua natura rigida non è adeguata per realizzare una città sostenibile. «L’obiettivo prioritario dovrebbe essere quello di superare la progettazione per pezzi, per parti autonome funzionalmente e socialmente perimetrate, per tendere alla proposizione di progetti coerenti a differenti scale, superando anche la logica organizzativa fondata sulle opposizioni centro/periferie e dispersione/concentrazione»[46].

Diverse ricerche in passato hanno creato protocolli e stabilito indicatori sul tema della qualità urbana al fine di individuare strumenti di valutazione confrontabili per la programmazione politica. Le discipline dell’architettura e dell’urbanistica pertanto sono chiamate a fornire risposte con metodologie di analisi multi dimensionali e multi settoriali. La nozione di qualità urbana si amplia di connotati qualitativi oltre che di standard quantitativi. Un approccio alla valutazione ha sfruttato metodi già esistenti riferiti alla qualità del paesaggio attraverso la valutazione d’impatto delle opere misurando “pressioni, stato e risposta” (PSR), e misurando “determinanti, pressioni, stato, impatto, risposte” (DPSIR) in linea con le indicazioni dell’Agenda21. Oltre a quelli già esistenti e le categorie disciplinari dell’architettura, ingegneria e delle scienze medico-sanitarie il metodo di valutazione propone metodi di lettura interpretativi all’interno dei quali raggiungere specifici indicatori di qualità: 1) caratteri insediativi del territorio; 2) ambientale, che rende conto delle condizioni fisiche; 3) sociale, analizza l’organizzazione delle funzioni collettive della città; 4) fruibilità, che raccoglie indicatori di accessibilità e di utilizzo del territorio[47].

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] Lo studio dei fenomeni urbani si occupa di analisi dei sistemi territoriali e urbani, analisi funzionali, morfologiche e tipologiche, con indagini geografiche, storiche, sociologiche, economiche, etc.
[2] Sul concetto di uso razionale dell’energia è necessario puntare al comfort urbano, che si ottiene attraverso un corretto disegno della città consapevole di applicare i principi di life cycle design in architettura e riducendo il fenomeno dell’isola di calore, poiché si riducono gli sprechi e i consumi conoscendo l’impatto dei materiali impiegati. Le scelte progettuali possono ridurre l’impatto delle trasformazioni urbane ed edilizie. Con questo approccio possiamo ridurre l’impatto delle costruzioni attraverso la sostenibilità perseguendo questi obiettivi: materiali a Km 0, emissioni 0 di CO2, riduzioni a 0 dei rifiuti prodotti e chiusura dei cicli. Le strategie sono conservazione dell’energia, conservazione dell’acqua, conservazione dei materiali. (Monticelli, Life cycle design in architettura, Maggioli, 2013).
[3] La valutazione dell’edificio è il primo passo fondamentale per intervenire correttamente. Gli edifici presenti sul territorio nazionale risultano costruiti con i seguenti materiali: muratura, che fornisce la struttura portante della maggior parte delle costruzioni antecedenti il 1950; calcestruzzo armato, il quale costituisce l’ossatura portante della quasi totalità delle nuove costruzioni; acciaio, che caratterizza alcuni edifici pubblici oppure adibiti a uffici, nonché grandi capannoni industriali; legno, molto utilizzato in passato come ossatura portante di tetti e solai, ma attualmente utilizzato prevalentemente per la realizzazione di tetti o coperture di grande luce. Una classificazione delle strutture edilizie sul tipo di elementi che costituiscono lo scheletro portante è riferita a tre tipi di sottostrutture piane che costituiscono l’organismo tridimensionale: telai, pareti, nuclei scale e/o ascensori. La combinazione dei tipi di sottostrutture determina la vulnerabilità dell’edificio e la sua propensione a danneggiarsi secondo precisi meccanismi (Pisani M. A., Consolidamento delle strutture, Hoepli, 2012).
[4] Caja, et al., Tipologia architettonica e morfologia urbana, Saronno, 2012.
[5] Rossi, L’architettura della città, Torino, 2002.
[6] Rossi, “Considerazioni sulla morfologia urbana e la tipologia edilizia”, in Caja et al., Op. Cit., Saronno, 2012.
[7] Cappuccitti, Ventuno parole per l’urbanistica, Ariccia (RM), 2014.
[8] In un tessuto intricato compatto la grana indica il grado di frammentazione/unitarietà della trama edificata che compone il tessuto stesso, e viene definita sulla base della dimensione media dei corpi edilizi continui in esso presenti, o dei lotti. La definizione del tipo di grana non dipende dalla dimensione complessiva degli isolati, né dall’altezza degli edifici, ma unicamente da dimensioni in pianta di edifici o lotti. In un tessuto reticolare la grana viene distinta in fine, media o grossa a seconda della dimensione media dei corpi edilizi continui che compongono il tessuto, misurata lungo il fronte più lungo, siano essi costituiti da edifici singoli o da più edifici diversi in aderenza. Si possono indicare come tessuti reticolari a grana fine quelli nei quali la suddetta dimensione è di venticinque metri circa, a grana media e a grana grossa quelli nei quali essa è rispettivamente fino a settanta metri e superiore.
[9] Cappuccitti, Op. Cit., 2014.
[10] Reale, Op. cit. , 2008, pag. 87.
[11] Colarossi & Piroddi, “La progettazione”, in Manuale di Ingegneria Civile Vol. 3, Milano, 2002.
[12] «La conformazione della dimensione spaziale della rete degli spazi pubblici, ma più in generale delle qualità spaziali dell’impianto urbano è un’altra operazione specifica del progetto urbano. Qualsiasi spazio esterno è formato da due tipi fondamentali di elementi: volumi e piani verticali, o inclinati; superfici orizzontali o suborizzantali libere di calpestio o di sedime dei volumi e dei piani verticali e inclinati» (Colarossi & Piroddi, Op. Cit., 2002, pag.559).
[13] «In ogni progetto urbano si presentano necessità e occasioni di diversificare alcune parti o componenti per maggiore o minore importanza, introducendo gerarchie. I motivi o le opportunità che introducono articolazioni gerarchiche sono essenzialmente tre: funzionali, di ruolo morfologico o percettivo di alcune componenti dell’impianto o di elementi delle stesse componenti, e di valori formali (qualità morfologiche e architettoniche) già presenti, o da introdurre» (Ivi, pag. 563).
[14] Ivi, pag. 559.
[15] Ibidem.
[16] Gehl, Città per le persone, Milano, 2017.
[17] Studi in tal senso sono espressi da Geoffrey Scott, Michel Lussault, Allan Jacobs e Jan Gehl.
[18] Il D.M. 1444/1968, tuttora vigente in forza dell’art. 136 del testo unico dell’edilizia (che ha fatto salvi i commi 6, 8 e 9 dell’art. 41 quinquies della L. 17 agosto 1942, n. 1150), stabilisce, all’art. 9, le distanze minime tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogenee. Per i nuovi edifici è prescritta in tutti i casi la distanza minima assoluta di 10 m tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti. Nelle Zone C (parti del territorio destinate a nuovi complessi insediativi) è prescritta, tra pareti finestrate di edifici antistanti, la distanza minima pari all’altezza del fabbricato più alto. Le distanze minime tra fabbricati tra i quali siano interposte strade destinate al traffico dei veicoli, inoltre, devono essere pari alla larghezza della strada aumentata, per ciascun lato, di: 5,00 m per strade di larghezza inferiore a 7 m; 7,50 m per lato, per strade di larghezza compresa tra 7 e 15 m; 10,00 m per lato, per strade di larghezza superiore a 15 m. Sono ammesse distanze inferiori: in Zone A (centri storici) per le operazioni di risanamento conservativo e per le eventuali ristrutturazioni. Le distanze tra gli edifici non possono essere inferiori a quelle intercorrenti tra i volumi edificati preesistenti, computati senza tener conto di costruzioni aggiuntive di epoca recente e prive di valore storico, artistico o ambientale.
[19] Melotto & Pierini, Housing primer. Le forme della residenza nella città contemporanea, Milano, 2012, pag. 20.
[20] Ibidem.
[21] La casa a blocco è la tipologia edilizia più utilizzata per costruire la città moderna, poi seguono le tipologie: casa in linea, cioè un edificio plurifamiliare multipiano con una scala che distribuisce due alloggi per piano, mentre l’edificio è libero su entrambi i lati lunghi; casa a schiera, è un edificio unifamiliare che si aggrega con altre case sul lato lungo del lotto; casa a ballatoio, è un edificio multipiano e plurifamiliare; villa urbana, è un edificio prevalentemente multipiano e unifamiliare; la palazzina, è un edificio plurifamiliare non eccessivamente alto con almeno tre lati liberi; casa a blocco isolato, è un edificio plurifamiliare che si sviluppa in altezza per 6, 8 piani; casa a torre si caratterizza per lo sviluppo in altezza.
[22] Ibidem.
[23] Caniggia & Maffei, Op. cit. , 1984, pag. 67.
[24] Ivi pag. 68.
[25] In quel periodo storico si ebbero trasformazioni dei tessuti edilizi dentro le città con processi espansivi unitari. È interessante osservare come la rigenerazione urbana, ispirandosi al passato, intenda ricostruire parti di città ma senza nuove espansioni.
[26] Ivi pag. 241.
[27] È questo il periodo in cui si perde l’unicità tipica della città compatta europea.
[28] Caniggia & Maffei, Op. cit., 1984, pag. 242.
[29] Ivi pag. 290.
[30] Canella, Op. cit.,  2012, pag. 80.
[31] Malcovati, “Tipologia e storia. Elementi per la costruzione di una teoria”, in M. Caja, Tipologia architettonica e morfologia urbana, Saronno, 2012, pag. 246.
[32] Caja, et al., Op. cit. , 2012, pag. 250.
[33] Barattucci, Op. cit.,  2013, pag. 19.
[34] Reale, La residenza collettiva, Napoli, 2015.
[35] Ibidem.
[36] Reale, Op. cit. , 2015.
[37] Katz, “La storia di un successo”, in A&C International, 2002.
[38] Saragosa, Op. cit. , 2011.
[39] È in corso d’opera, da parte del Governo e del legislatore, l’iniziativa di proporre uno schema nazionale di regolamento edilizio-tipo con lo scopo di semplificare e uniformare le procedure nei Comuni italiani, poiché sono circa 8000. Dal punto di vista della qualità urbana è indubbio che all’interno di tale provvedimento sia fondamentale inserire principi e valori di bellezza e decoro urbano, seguendo l’esempio delle schede morfo-tipologiche.
[40] Poli, “Dallo statuto del territorio alle norme figurate”, in Magnaghi, Op. cit. , Firenze, 2014, pag.104.
[41] Reale, Op. cit. , 2008, pag. 52.
[42] Bernardo Secchi, Diario di un urbanista, http://www.planum.net, 2002.
[43] Natali, Op. cit. , 2001, pag. 180.
[44] Mumford, Op. cit. ,  2002, pag. 605.
[45] Barattucci, Op. cit. ,  2013.
[46] Ivi pag. 195.
[47] Orlando & Bugatti, “Indicatori della qualità urbana”, in S. Campolongo, Qualità urbana, stili di vita, salute, Milano, 2009.

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