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Posts Tagged ‘neofeudalesimo’

Consultando il manuale di Storia di Banti, L’età contemporanea, al capitolo sull’avvento del fascismo si leggono le “leggi fascistissime” che istituzionalizzavano il mutamento del sistema politico, fra gli anni 1925 e 1926. Una legge riprendeva la regola dello Statuto Albertino, ove il Parlamento non aveva più il potere di dare fiducia al Governo, poiché questo rispondeva al Re e non più al Parlamento. Un’altra norma consentiva al Governo di emanare leggi; un’altra aboliva le istituzioni elettive degli Enti locali per introdurre Podestà e Consulte; un’altra reintroduceva la pena di morte per chi attentava la vita dei regnanti o del capo del Governo, e istituiva i Tribunali speciali per i processi politici come emanazione del partito fascista. Un’altra norma ancora prevedeva che le associazioni sindacali fossero riconosciute solo dal Governo e vietava gli scioperi; mentre l’ultima, annullava l’opposizione politica, dichiarandone decaduti i deputati eletti dal popolo. I regimi autoritari hanno sempre avuto la prerogativa di gestire il potere per conto proprio con la degenerazione di favorire gli interessi dei pochi, e nascondere le responsabilità delle proprie azioni per ovvie ragioni, cioè evitare di dar conto ai popoli circa la gestione delle risorse pubbliche. Il regime fascista fu un modello di corruzione esemplare, in quanto la dittatura servì ad accumulare ingenti capitali per tutti coloro i quali governavano o erano vicini al Duce. Già nel 1920, il partito di Mussolini, Fasci di combattimento, fu scelto dagli industriali padani e dai proprietari terrieri come strumento politico da finanziare per esprimere i propri interessi. In questo modo nacquero le prime squadre d’azione che usavano violenza contro le organizzazioni sindacali e contro i socialisti. La borghesia italiana scelse il partito fascista. Ancora oggi possiamo osservare analogie e forti legami fra il mondo delle imprese private, il capitale, e l’organizzazione dei soggetti politici come mezzi per osteggiare i diritti umani, contro i principi di uguaglianza sociale ed economica. Rispetto agli anni ’20 il mondo è cambiato: il capitalismo è la religione che guida tutte le istituzioni, e tutti i partiti (di governo e di opposizione) concorrono a realizzare un mondo orwelliano più sofisticato, dove la violenza (fascista) assume strategie e forme nuove (psico programmazione, programmi scolastici, pubblicità, consumismo).

E’ sempre vera la frase che la Storia è maestra di vita, ovviamente se fosse studiata. Se riflettiamo sull’andamento del nostro sistema politico degli ultimi venticinque anni potremmo porci dubbi, domande e perplessità e osservare diverse analogie fra fascismo e le scelte politiche dei nostri partiti. Prima di tutto, dubbi e perplessità sul sistema maggioritario che non coincide col fascismo, ma possiede alcuni aspetti che lo rendono simile per la sua attitudine nel concentrare poteri in un solo partito di minoranza. E’ altrettanto vero che oggi il Parlamento intende ripresentare un sistema misto fra maggioritario e proporzionale, sicuramente più democratico.

Poi, l’anomalia circa il conflitto politico fra Unione europea e Costituzione repubblicana. L’Unione è un’istituzione politica anomala poiché non è uno Stato democratico rappresentativo, in quanto non rispetta il principio di separazione dei poteri fra organo esecutivo e legislativo. L’UE non è neanche una Repubblica federale. L’UE è un’organizzazione feudale caratterizzata da una forte gerarchia, da una scarsa trasparenza e una cattiva gestione del proprio bilancio. Il potere è nelle mani di un’oligarchia di individui non eletti, come la BCE, il MES, l’euro gruppo, il Consiglio e la Commissione, in maniera tale che gli interessi del capitale privato siano garantiti ma a danno dei popoli. Com’è noto, Governo e Parlamento italiano aderirono volontariamente firmando i Trattati. Leggendo i Trattati europei emergono conflitti con i principi Costituzionali. I più grandi conflitti politici riguardano gli elementi essenziali circa l’autonomia di uno Stato democratico: la sovranità monetaria, il controllo del credito e l’interesse generale circa le politiche industriali nazionali. L’UE è un’istituzione politica volutamente condizionata dal mercato, mentre la Repubblica italiana ha il dovere di attuare uno Stato sociale, non solo liberale. Le direttive europee valgono per tutti i cittadini e il Parlamento italiano ha il dovere di applicare prioritariamente la Costituzione, e non le regole imposte da un’organizzazione sovranazionale. Per questo ruolo esiste una commissione speciale che armonizza le norme. Come potremmo intuire e osservare ci sono profonde analogie e continuità fra regime fascista e interesse del capitale. Nel ventennio fascista, grazie al regime, determinate imprese private riuscirono ad occupare i Ministeri per accumulare capitali privati. Oggi le imprese non hanno più la necessità di occupare direttamente Ministeri poiché ricattano tutta l’euro zona attraverso il debito e i mercati telematici.

Le analogie più evidenti col fascismo circa l’agire politico sono riscontrabili nell’azione di Governo degli ultimi anni. In Italia, spesso il Parlamento abdica al proprio ruolo di legislatore affidandosi al Governo per produrre leggi attraverso il famigerato voto di fiducia posto sui decreti.

Voti di fiducia

Fonte immagine Openpolis, Il Governo al tempo della crisi, mini dossier, feb 2015.

Questa scelta divenuta consuetudine viola la Costituzione Repubblicana, e coincide con l’auspicio fascista nel prevedere che sia l’esecutivo a scrivere le leggi e non più gli eletti dal popolo. Oltre a ciò, è impressionante osservare i dati raccolti da Openpolis circa le leggi approvate e notare che l’80% sono d’iniziativa del Governo e non del Parlamento. E’ proprio grazie a questa consuetudine fascista che i Governi italiani hanno introdotto norme incostituzionali riducendo la sovranità della Repubblica italiana, garantendo l’interesse delle imprese – proprio come accadde durante il fascismo – togliendo certezze al lavoro, e privando i cittadini di poter coltivare il proprio sviluppo umano (come accadeva nel fascismo), tali norme hanno aumentato le disuguaglianze, e la povertà che si concentra soprattutto nel meridione d’Italia. Uno dei principi fondamentali della Repubblica italiana è la rimozione degli ostacoli economici per favorire lo sviluppo umano. Dopo vent’anni di autoritarismo imposto dalle stupide regole europee, i meridionali sono più poveri di prima, e milioni di italiani sono a rischio povertà, mentre talune imprese localizzate nelle solite aree geografiche hanno aumentato i profitti. E’ in questo processo di rifeudalizzazione “fascista” della società che si riscontra nuovamente il disancoramento del cittadino che non riesce a partecipare al processo decisionale della politica. Negli ultimi anni, si riscontrano due reazioni negative al disancoramento legate all’inciviltà in aumento: l’astensionismo, e i nuovi partiti populisti incapaci di affrontare i problemi del paese.

Un’altra tendenza contemporanea che coincide col fascismo è l’annullamento dell’azione politica dei Sindacati, ampiamente avvenuta sia escludendo o riducendo drasticamente la partecipazione dei Sindacati all’interno delle aziende, e sia infiltrando i Sindacati stessi attraverso rappresentanti che assecondano l’ideologia neoliberale preferita dalle imprese. Sotto questo aspetto l’atteggiamento di alcune multinazionali e talune imprese locali è abbastanza chiaro: applicare la teoria fascista che vieta il diritto di sciopero ed eliminare la presenza sindacale. E infine, in un certo senso anche i Tribunali speciali sono realtà contemporanea, poiché da diversi anni si hanno processi politici attraverso i media, a completamento di un desiderio o di una profezia fascista che annullava la contesa politica con la violenza, e oggi si può raggiungere lo stesso obiettivo ma con mezzi diversi. Oggi si consuma un’altra forma di violenza: l’insulto, lo sfottò, la denigrazione e la calunnia contro i politici scomodi.

La dittatura fascista fu introdotta dalla monarchia italiana e agiva in maniera indisturbata senza alcuna possibilità di contraddittorio. In maniera del tutto analoga l’Unione europea si è appropriata di sovranità attribuitagli dai Governi nazionali, ma durante questo decennio di recessione sembra che essa agisca proprio come i fascisti contro l’interesse e la felicità dei popoli, resi più poveri e più fragili dal capitalismo e dall’autoritarismo europeo.

Alla luce di queste osservazioni è “strano” che in Italia riemergano movimenti politici fascisti che millantano un’opposizione al regime europeo dato che fu proprio il nazi-fascismo ad alimentare le disuguaglianze sociali, oltre alle inutili e sanguinose guerre che tutti ricordano. L’altra anomalia culturale italiana è che non esistono più comunisti che si oppongono alle disuguaglianze, ormai i partiti sono tutti liberali e neoliberali. Poiché gli italiani sono sempre più fragili economicamente non sorprende osservare i movimenti estremisti occupare spazi sociali, ma sorprende l’inerzia dei Governi che li favorisce lasciandoli liberi nel gestire i disagi e speculare sulle disgrazie altrui. E’ altrettanto noto che Hitler e Mussolini costruirono il proprio consenso sfruttando la recessione economica e millantando prosperità per tutti. Poiché tali fenomeni non sono nuovi, osservando la conduzione del potere in Italia, i partitini neofascisti dovrebbero esseri fieri dei Governi neoliberali, anziché contestarli con osservazioni palesemente socialiste. Probabilmente queste contraddizioni sono possibili poiché viviamo nell’epoca della decadenza, e dove i mediocri sono classe dirigente. Oggi insistono almeno due fattori che alimentano partiti anacronistici: il primo è l’ignoranza funzionale delle masse, e il secondo è il capitalismo neoliberale poiché aumenta le diseguaglianze che servono ai partiti di destra come elemento sociale trainante dei ceti più fragili e meno abbienti. Le disuguaglianze innescano frustrazioni, rabbia e invidia sociale e questi sentimenti sono strumentalizzati per togliere o creare consenso politico. Il maggior consenso si realizza, in particolare nelle grandi città come Roma, Napoli e Milano ove esistono gravi problemi sociali e di degrado delle periferie, e in generale nel meridione col tasso di disoccupazione più alto. Questo clima di incertezza e fragilità economica è il fiume che alimenta frustrazioni che spesso si traducono in odio e proteste. Nei territori della marginalità, i problemi e le emozioni negative guidano le scelte degli italiani. Le politiche neoliberali, attraverso i famigerati tagli, hanno ridotto la presenza dello Stato sociale, e questo spazio è stato occupato dagli speculatori politici e dalla criminalità. Nei territori marginali restano i problemi: il disagio e l’esclusione sociale. Taluni partiti hanno capito che, in determinati contesti, possono lucrare consensi elettorali e fomentare l’odio razziale. E’ altrettanto evidente che dove c’è cultura di base, lavoro e Stato sociale tali speculazioni politiche non possono esistere.

L’aspetto più grottesco di noi italiani è che, insieme ai greci, siamo fra i più colpiti dalla recessione, e nel nostro Paese dovrebbe nascere il più grande partito socialista a trazione bioeconomica per programmare l’uscita dal capitalismo, ma siamo fra i più inutili in assoluto, poiché abbiamo gettato la nostra frustrazione o nel populismo, o nell’astensionismo. In altri paesi si parla apertamente di crisi del capitalismo, e persino negli USA sono più avanti di noi su questa consapevolezza, mentre qui non sappiamo neanche cosa sia perché ignoriamo Marx.

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Fonte immagine Openpolis, Piove sempre sul bagnato, mini dossier, apr 2015.

 

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Report, il 27 novembre 2017, dedica una puntata sul tema dell’Unione europea. Nella prima parte, Giorgio Mottola mostra gli sprechi dell’Unione europea (lo spreco delle tre sedi e il bilancio fuori controllo), poi Paolo Mondani racconta come gli interessi dei tedeschi prevalgono su quelli altrui (la non ridistribuzione del surplus commerciale in violazione delle regole europee, e la corruzione aggravata in Mercedes), mentre nella seconda parte di Michele Buono mostra una visione utopica di come potrebbe essere l’Unione. Il famigerato surplus tedesco è generato a danno degli altri Paesi: “le merci tedesche vendono di più grazie ai nostri bassi salari e a una valuta debolefu la Germania a volere l’Italia nell’euro nonostante che non avesse i conti a posto per indebolire la moneta e consentire alle proprie esportazioni di volare” (Heiner Flassbeck, ex viceministro finanze Germania). La simulazione proposta da Buono si può condividere o meno, a seconda delle proprie idee politiche, ma trovo poco credibile una narrazione buonista di un’Unione fatta sul modello federale americano, lasciando intendere che i problemi dell’attuale UE siano solo il frutto di un errore quando la storia è molto diversa. Sul pianeta del capitalismo neoliberale credo sia un errore di ingenuità raccontare che se ci fossero gli Stati Uniti d’Europa staremmo tutti meglio, perché? Perché le disuguaglianze non dipendono dal sistema istituzionale ma dalla religione capitalista che ha creato una “società” a sua immagine. Negli USA, preso come modello, le disuguaglianze sociali ed economiche ci sono sempre state, e oggi sono in aumento, nonostante essi abbiano un sistema politico più efficiente rispetto all’instabilità del capitalismo. La società americana è fra le più controverse e contraddittorie al mondo, hanno una corruzione endemica poiché i partiti sono finanziati dai privati, usano una parte importante del proprio budget promuovendo guerre nel mondo, e infine gli americani non hanno il diritto alla salute come in Italia. Prima di tutto, la storia è dietro di noi e non si cancella, l’Europa è stata occupata militarmente dagli USA e il progetto politico degli Stati Uniti d’Europa fu un’idea del patto atlantico per allargare la NATO e fronteggiare il comunismo. Oggi che tutto il mondo è capitalista, il ruolo dell’UE è cambiato trasformandosi in un’area geografica neoliberale per favorire l’interesse delle imprese private. E’ un errore dimenticare la storia lasciando intendere che sia stato un percorso di auto determinazione dei popoli europei, poiché è vero il contrario. Infine, questa UE è stata progettata proprio così come la vediamo, i politici europei accettarono di creare aree geografiche “centrali” e “periferiche” con lo scopo di far pagare il costo dell’Unione a determinati territori rispetto ad altri. Le disuguaglianze economiche che oggi osserviamo non sono state un errore di calcolo politico ma un percorso molto lungo, e ampiamente concertato durante gli anni.

La narrazione di Report entra nel dibattito politico a sostegno del progetto europeo con una visione capitalista, omettendo il fatto che sul nostro pianeta è proprio la religione capitalista occidentale a creare disuguaglianze sociali, economiche e distruzione degli ecosistemi naturali. E’ noto che il capitalismo crea sottosviluppo, e oggi i sacerdoti di questa religione sostengono se stessi, i propri interessi e lo fanno tenendo in schiavitù più della metà della popolazione mondiale, mentre un’élite degenerata dell’1% orienta le politiche globali e controlla buona parte della ricchezza. Un’altra enorme contraddizione che dipende dalle nostre istituzioni politiche è questa: l’Italia è il secondo finanziatore netto dell’UE ma non utilizza i fondi europei, tant’è che è l’ultimo Paese per uso dei fondi europei.

Nel 2015, Yann Arthus-Bertrand realizza il documentario più straordinario mai realizzato prima sulla specie umana, Human, intervistando persone di tutto il mondo. Il documentario è diviso in tre parti, e mostra con naturale immediatezza problemi e virtù di noi esseri umani, rinchiusi e schiacciati dalla religione capitalista che diffonde infelicità, violenza e distruzione, mentre noi umani necessitiamo di amore e conoscenza per vivere in armonia col pianeta e noi stessi. Nel 2009 Arthus-Bertrand realizzò Home mostrando con grande efficacia la distruzione del pianeta ad opera delle multinazionali che per mero profitto usurpano i beni comuni.

Se da un lato Report realizza inchieste interessanti, dall’altro le analisi e le soluzioni siedono ancora sul piano ideologico sbagliato di un’epoca decadente e fuorviante, mentre la narrazione di Arthus-Bertrand, pur non suggerendo soluzioni dirette, mostra con estrema profondità e precisione quali sono i nostri problemi, e quindi indirettamente lascia intuire che la soluzione è nell’uscita dal capitalismo, se vogliamo cominciare a vivere come esseri umani.

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universo

Uno degli aspetti più controversi della nostra specie, molto probabilmente, risiede nel nostro cervello e nella coscienza (o anima), poiché è li che si annida lo sviluppo umano o la schiavitù (stupidità), ed è li che possiamo distinguerci fra esseri umani o individui ignobili. Nella nostra epoca sappiamo quasi tutto sulla nostra esistenza, e nonostante ciò continuiamo a perder tempo sottostando alla stupida e ignobile religione capitalista. La nostra struttura sociale e istituzionale è condizionata e determinata dalla maggioranza di individui mediocri, che attraverso scelte psico programmate dall’élite degenerata, favorisce lo status quo e il profilarsi delle peggiori condizioni di vita per tutti i popoli.

In una società regredita come la nostra, ove tutto è merce, tutto è mercato, e quindi ogni cosa si misura in denaro, accade che le condizioni miserabili cui siamo costretti a subire, risiedono nelle nostre incapacità di assumere il controllo della nostra esistenza, e ciò produce frustrazioni.

Nell’Ottocento si sviluppò un’efficace critica al sistema economico, e socialisti e comunisti suggerivano l’appropriazione dei mezzi di produzione del sistema capitalista al fine di girare i profitti alle masse o allo Stato, anziché alla borghesia privata. Prima di tutto era necessario costruire la cosiddetta coscienza di classe, e a questo ci pensò Karl Marx pubblicando nel 1859 Per la critica dell’economia politica, cioè il Capitale. Oggi, in questo nuovo secolo e millennio ove ha prevalso l’ideologia neoliberista, accade che gli ultimi, ancora schiavi come nell’Ottocento, non sembrano essere in grado di sviluppare una propria coscienza di classe. Come nei secoli scorsi le disuguaglianze esistono e la famosa lotta di classe è stata vinta dai ricchi, che accumulano capitale con maggiore facilità rispetto al passato. La classe borghese capitalista possiede maggiori strumenti di controllo e sfruttamento della risorse finite del pianeta e della società, si va dalla pubblicità (la propaganda) all’informatica, fino alla robotica. Le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento hanno una prerogativa geopolitica territoriale molto chiara. Paesi “centrali” che possono accumulare capitali, mentre altri territori diventano “semiperiferie” e “periferie”, dove crescono povertà, degrado e marginalità.

Determinate tecnologie sull’energia, che la borghesia controlla, possono essere utilizzate anche dalle masse al fine di auto produrre ciò di cui si ha bisogno. A parte alcuni progetti interessanti, e buone pratiche, le comunità non si sono appropriate ancora di tali mezzi per favorire insediamenti umani auto sufficienti, liberi dal cappio del sistema globale neoliberale. Secondo lo scrivente le ragioni di questa mancata evoluzione risiedono nell’ignoranza funzionale delle masse, prima di tutto, e poi nell’egoismo degli individui psico programmati e abituati all’individualismo che ha distrutto il senso di comunità e la civiltà della res pubblica.

Al contrario, cittadini consapevoli delle opportunità offerte da un nuovo paradigma culturale, ad esempio come quello bioeconomico, possono liberamente organizzarsi in maniera collettiva e costruire il proprio insediamento rigenerando l’esistente, sia partendo dalla riduzione del rischio sismico (e idrogeologico) e sia dall’auto sufficienza energetica, e realizzando persino servizi mancanti nel proprio quartiere. E’ l’approccio culturale bioeconomico che ci consente di uscire dalla miseria pianificata dalla religione capitalista, poiché ci mostra come utilizzare le leggi della natura senza distruggere gli ecosistemi e noi stessi.

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L’esplosione mediatica e politica di sedicenti partiti autonomisti si spiega col becero egoismo dell’individuo. Premettendo che il sistema istituzionale dell’euro zona è piegato all’avidità delle multinazionali, accade che in maniera anacronistica, i partiti delle aree economicamente più ricche inseguono velleità di autonomia fiscale per trattenere maggiori risorse finanziare raccolte dalla fiscalità generale. La Repubblica italiana ha ceduto parti di sovranità e anziché affrontare il capitalismo neoliberale che ha reso intere aree geografiche come una periferia economica, accade che due Regioni del Nord, amministrate da un partito razzista, chiedono pubblicamente di perseguire la propria avidità. Disse il razzista Zaia, Presidente della Regione Veneto: «è una vergogna pensare di spendere 250 milioni per quei quattro sassi di Pompei». E’ sufficiente osservare la realtà imprenditoriale italiana per sciogliere gli slogan dei razzisti del Nord. In primis, fu la guerra di annessione che smantellò la seconda economia d’Europa per trasferirla al Nord, poi il Regno d’Italia e la Repubblica pianificarono il sistema industriale nazionale e privato localizzandolo soprattutto al Nord ma con gli operai dal Sud, e questa è storia. Banalizzando, alcune aree hanno un PIL maggiore rispetto ad altre, perché in talune aree ci sono molte più imprese rispetto alle altre. Sono le istituzioni politiche che hanno pianificato la localizzazione delle agglomerazioni industriali. Poi osservando la composizione del PIL italiano ci accorgiamo che la ricchezza è costituita principalmente da rendite immobiliari e dalla finanza (credito), poi dal commercio, e dai servizi, e solo per il 18% circa dalla produzione industriale. A partire dalla globalizzazione neoliberista, l’Italia diventa un paese con prevalenza terziaria. Detto ciò, dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia semplici capacità cognitive che, poiché non si ha più una sovranità economica, la classe dirigente del Nord vuole avere le mani libere sulla gestione di una fetta più ampia delle risorse pubbliche, anche aumentando il divario economico fra Nord e Sud, ma sfruttando la fiscalità generale, e questo ceto politico esprime tali richieste anche con una becera propaganda razzista. E veniamo all’oggi; accumulare capitali illegalmente è più facile per i colletti bianchi criminali mentre è complicato per la magistratura inquirente riscontare illeciti e reati. La cronaca politica recente insegna che talune imprese hanno il pieno controllo dei grandi investimenti lombardi e veneti, e che talune organizzazioni private, se lo desiderano, sfruttano il famigerato sistema off-shore per eludere il fisco. Negli ultimi dieci anni, la realtà ha mostrato il vero volto di una certa classe dirigente del Nord sgretolando gli slogan razzisti dei bossiani della prima ora: “Roma ladrona”. Nella ricca Ragione lombarda è accaduto di tutto. Oggi la fiscalità generale sta pagando i debiti lasciati dalle truffe bancarie della classe dirigente veneta, così come i buchi della sanità privata lombarda che vive proprio grazie alle convenzioni con lo Stato. Alberto Nerazzini con l’inchiesta denominata “Il Grande Bluff”, andata in onda su Rai3 il 6 luglio 2015, mostra come talune imprese del Nord siano diventate ricche sfruttando il mondo off-shore. L’ISTAT rileva che nel 2015 la cosiddetta economia sommersa e illegale vale ben 208 miliardi di euro. Una classe dirigente normale e seria, anziché prendere in giro i cittadini si attrezzerebbe per recuperare queste enormi cifre per affrontare i problemi reali del Paese.

Tutto ciò per osservare che, in un sistema di economia globale neoliberale ove gli Stati nazionali non esistono più, poiché privi di sovranità economica e di politiche industriali, è del tutto inutile avanzare richieste autonomiste per gestire in proprio maggiori risorse della fiscalità generale sottraendole alle altre aree. E nel caso italiano i ricchi tolgono risorse ai poveri; è una consuetudine che inizia dal 1860.

Nel 2011, Francesco Patierno è alla regia del film “Cose dell’altro mondo” ambientato in Veneto. Forse sarebbe giusto che la profezia del film divenisse realtà, così da lasciar soli i razzisti al loro becero destino.

La demagogia e l’ignoranza di questo ceto politico che alimenta il proprio consenso sull’invenzione di temi senza fondamento e sul razzismo, mostra ancora una volta la pochezza della classe dirigente, sia perché incapace di leggere la società e la realtà, e sia perché propone azioni ridicole e inefficaci, distogliendo ancora una volta l’attenzione delle persone sui problemi reali: precariato, disoccupazione, disuguaglianze crescenti, crisi urbane, cura del patrimonio e degrado dei centri, rischio sismico e dissesto idrogeologico.

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Paul Citroen, Metropolis, 1923.

Spesso ho scritto quanto le discipline giuridiche ed economiche influenzino negativamente l’urbanistica e il disegno urbano fino a far scomparire i diritti dei cittadini ed edulcorare gli scopi della pianificazione. Le rendite urbana e fondiaria favoriscono una costruzione della città che risponde ai capricci degli immobiliaristi e dei proprietari privati. La conseguenza di ciò è la violazione sistematica dei principi costituzionali, che impongono la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia. A questo punto ci si è arrivati con una scelta consapevole della classe dirigente politica, che ha preferito dare libero sfogo alla spirito liberale presente nella Costituzione stessa, ma a danno dell’ambiente e dei diritti dei cittadini, soprattutto di quelli più poveri, emarginati dal razzismo insito nel capitalismo. Inoltre, scrivo da tempo quanto l’urbanistica sia una disciplina difficile e poco comprensibile per le persone, poiché usa un linguaggio tecnico. Dietro i piani urbanistici ci sono gli interessi economici particolari, che possono essere assecondati attraverso la giurisprudenza amministrativa e la rinuncia dei Consiglieri a svolgere il proprio ruolo di rappresentanti dell’interesse generale. Un tipico esempio di tutto ciò si consuma a Salerno, ma è ciò che accade in tutti i comuni d’Italia, all’insaputa della popolazione che ignora i propri diritti e doveri, e ignora completamente i meccanismi e le dinamiche che formano i piani urbanistici locali.

Nei giorni passati La Città pubblica – 23 settembre 2017 – un intervento del Consigliere Lambiase elenca le “novità” della variante al PUC con alcuni cambi di destinazione d’uso circa i comparti edificatori, transitati da servizi ad alloggi. L’accusa è che il piano regala nuove rendite ai privati mentre le superfici ottenute destinate a standard rimangono inutilizzate. Il 21 ottobre 2016 sulle pagine de La Città intervenni scrivendo che la legge urbanistica campana andrebbe cambiata, poiché adotta una perequazione edulcorata e inefficace. Com’è noto, per i Comuni vige l’obbligo di costruire standard minimi a tutti i cittadini pena l’illegittimità del piano. E’ altresì noto che nel corso degli anni nacque la perequazione urbanistica per consentire allo Stato di ottenere i suoli senza ricorrere all’istituto dell’esproprio. L’intenzione e il principio perequativo sono quelli di applicare un’uguaglianza di mercato, per ridurre la discriminatorietà economica dei piani circa i suoli edificabili. La perequazione urbanistica non è un modello unico introdotto da una legge nazionale, ma una pratica giuridica ed ogni Regione la interpreta diversamente, fino ad arrivare a snaturarla del tutto come accade in Campania. Non è una sorpresa osservare che i Comuni campani non riescano a ottenere gli standard minimi, perché qui non esiste una “perequazione diffusa” vincolata alla costruzione preventiva degli standard ma una “perequazione di comparto” che addirittura si stabilisce in fase attuativa contraddicendo il principio di uguaglianza perequativa. Non solo non c’è una “perequazione diffusa” ma è possibile costruire lo standard in una fase successiva, col rischio concreto di ricadere nelle difficoltà riscontrate a Salerno, e non solo. In Campania si preferisce l’urbanistica “contrattata” nel solco dell’ideologia liberale di Adam Smith e il suo “laissez faire” (lascia fare al mercato). Nella storia della borghesia italiana, ha prevalso l’idea di sfruttare la rendita fondiaria e immobiliare per accumulare capitale privato senza lavorare, ma a danno del bene comune. Tale ricchezza copre il 32% del PIL ed è più del doppio di quella che viene considerata come fisiologica in un sistema economico equilibrato, secondo Paola Bonora (Fermiamo il consumo di suolo, 2015). Nel corso dei decenni si è consolidata la prassi viziosa di ignorare i problemi esistenti relativi agli standard mancanti nelle zone consolidate, e non si è avuto il coraggio di proporre nuovi approcci. Escludendo alcuni interventi di rinnovo e recupero urbano realizzati durante la breve parentesi della sinistra, oggi l’ideologia neoliberale continua a negare diritti e servizi ai cittadini, e continua a distruggere le risorse limitate del territorio.

Ciò che la maggioranza dei cittadini probabilmente ignora, è che l’urbanistica nacque per rimuovere i problemi ambientali e sociali causati dal capitalismo. La tecnica urbanistica insegna come progettare forme urbane in armonia con la natura e sostenere la coesione sociale. Nel corso del Novecento, più di una volta le classi dirigenti locali scelsero di costruire la città del capitalismo negando la realizzazione di insediamenti urbani che favorivano l’armonia con la natura e l’uguaglianza sociale (piani Donzelli-Cavaccini e Guerra), ed anche dopo aver realizzato male gli ampliamenti, le classi politiche ignorarono i problemi ereditati dal passato. Quando si rilevò l’enorme danno sociale di piani sbagliati poiché influenzati dalle rendite di posizione (anni ’70), si scelse di continuare ad ignorare i problemi urbanistici presenti in città. L’aspetto grottesco è che la soluzione ai problemi odierni si scopre leggendo la storia, poiché furono gli utopisti socialisti a inventare la progettazione ecologica e l’uguaglianza spaziale. Amministratori responsabili dovrebbero risvegliare temi come il regime dei suoli per applicare i valori costituzionali mortificati da classi dirigenti incapaci e neoliberali, anche a loro insaputa.

La Città 04102017

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Daniel Garcia, valori giovanili vecchi poveri.

Negli anni dell’implosione capitalista che genera una spaventosa recessione, sembra che a nessuno interessa la povertà dei meridionali. Basti osservare che in generale i partiti non hanno politiche industriali, e la povertà del meridione è cinicamente citata come tema ma non esistono seri programmi d’investimenti pubblici. Il ceto politico strumentalizza la povertà dei meridionali senza predisporre proposte concrete. In questi decenni, una guerra economica silenziosa si è consumata sulla pelle dei più poveri d’Europa, insieme ai greci. L’aspetto più cinico è che, mentre il ceto politico italiano aderiva alla religione monetarista liberale e programmava i piani strutturali neoliberisti, ha consapevolmente trasformato l’Italia e soprattutto il meridione in periferia economica dell’Europa. Le famiglie italiane e soprattutto quelle meridionali hanno visto aumentare la povertà assoluta e relativa, rendendo l’istituzione familiare molto fragile e costantemente sotto ricatto. Le gravissime conseguenze sociali della fragilità economica dei meridionali, hanno l’effetto negativo di favorire l’emigrazione dei laureati, hanno diffuso un clima di paura e incertezza del presente e del futuro, che rende difficile persino immaginare una vita serena e prosperosa. Il ceto politico ricatta le famiglie povere utili come bacino elettorale. Ogni anno è l’ISTAT che scatta la fotografia del disagio sociale e delle diseguaglianze, ed è sufficiente leggere i recenti Rapporti annuali (“Crisi e benessere”, 2013; “L’evoluzione dell’economia italiana”, 2014; “Le trasformazioni demografiche e sociali”, 2016; “Le classi sociali e i gruppi sociali”, 2017) per trovare riscontro di una recessione economica che ha innescato profondi processi di disgregazione sociale che non si possono affrontare restando sul piano ideologico sbagliato. La povertà non trova soluzione sul piano ideologico che l’ha creata e favorita, e le forze politiche se ne fregano di ripristinare la sovranità economica in capo alla Repubblica, pur sapendo bene che questo è l’unico modo di garantire una programmazione stabile e duratura finalizzata a sostenere una politica industriale bioeconomica, e aiutare i ceti meno abbienti consentendo loro di riavere una serenità. Al danno creato dall’instabilità del capitalismo e dalla stupidità di una classe dirigente incapace e moralmente corrotta, si aggiunge il danno dell’ignoranza funzionale delle masse. Sono gli stessi cittadini che continuano a dare un consenso elettorale ai propri carnefici.

E’ ormai chiaro che la campagna elettorale per le elezioni del prossimo Parlamento italiano è partita, e che tutti i partiti sfrutteranno, come hanno sempre fatto, i disagi economici degli italiani che nel nostro meridione trovano circostanze drammatiche sconosciute alle comunità nordiche più ricche. L’Italia non è una e sola, non lo è mai stata, e nel corso dei decenni l’economia capitalista ha diviso i territori piuttosto che unirli. La nostra società è sempre più cinica e nichilista, per nulla solidale e i problemi di alcune comunità restano insoluti poiché non sono affrontati seriamente. Prima di tutto il ceto politico e imprenditoriale è costituito ormai da élite borghesi auto referenziali, cioè la società si sta rifeudalizzando poiché indirizza e utilizza le istituzioni politiche secondo il proprio tornaconto su rapporti di vassallaggio. Se osserviamo la geografia umana italiana, possiamo constatare la contraddizione del nostro Paese con l’area geografica padana costituita da un’eccessiva agglomerazione di attività e funzioni con impatto ambientale fra i più importanti al mondo, e il resto d’Italia, dove al Sud si evidenzia una vera desertificazione di attività,  e con aree persino senza infrastrutture essenziali per collegare i centri urbani. Questo disequilibrio è unico in Europa e non trova spiegazioni logiche e razionali.

Com’è noto, le politiche economiche sono la conseguenza di specifiche filosofie politiche. Ciò che ha generato la povertà è il capitalismo liberale e neoliberale, e la scelta consapevole di costruire agglomerazioni di attività industriali efficienti in aree geografiche piuttosto che in altre, solo al Nord e poco al Sud, che ha avuto l’inizio del suo declino dopo la famigerata guerra di annessione. Dal 1860 in poi si smantellò l’industria meridionale per trasferirla nell’area Torino, Milano e Genova. Nel corso dei decenni l’Italia e il meridione sono stati spogliati di determinate attività (informatica, meccatronica, mobilità e varie manifatture leggere) per favorire imprese che sono localizzate negli USA e nel resto d’Europa. Le imprese italiane hanno scelto di accumulare capitali preferendo diverse strade oltre a quelle finanziarie: la rendita urbana che pesa per il 32% del PIL, e la delocalizzazione delle attività nelle zone economiche speciali. In Italia il PIL è costituito principalmente dall’attività di credito, attività immobiliari (rendita), dal commercio, poi servizi, e in fine industria, edilizia, agricoltura, e poca meccatronica. La transizione industriale dal modello fordista al modello flessibile, unito alla deregolamentazione commerciale e finanziaria ha spinto le imprese a delocalizzare le attività nei paesi emergenti (Shanghai, Shenzhen le fabbriche del mondo), mentre la politica di determinate imprese ha scelto di agglomerare la manifattura leggera nei distretti industriali dei paesi centrali, USA e Germania. Il meridione d’Italia, la Grecia, il Portogallo e alcune aree della Spagna e d’Irlanda, sono povere per volontà politica, mentre l’Est è sfruttato come esercito di riserva.

Nell’epoca dell’era urbana e di internet, la società cambia radicalmente. Il nichilismo ormai imperante ha trasformato i rapporti facendoli regredire al mercantilismo più becero, mentre la borghesia capitalista italiana è prevalentemente legata a finanza e rendita immobiliare. Un’economia di privilegi, rendite passive e parassitarie, determina una società poco dinamica e capace di innovarsi, mentre i ceti più deboli e meno istruiti sono sempre più condizionati da relazioni personali materialiste, anche grazie alla diffusione di massa degli smartphone che stimolano i nuovi nativi digitali all’individualismo. Per reagire alla deriva egoista è necessario ridurre lo spazio del mercato per stimolare la reciprocità tipica delle comunità di una volta. Le istituzioni politiche dovranno ripensare gli strumenti finanziari e giuridici che valutano programmi, piani e progetti. E’ necessario cambiare i criteri di valutazione dei programmi inserendo nuovi indicatori (sociali e ambientali), ed è altresì importante cambiare i confini amministrativi dei Comuni, osservando le nuove strutture urbane. Una nuova classe politica, ripristinando la sovranità economica, dovrà finanziare programmi di rigenerazione nelle nuove strutture urbane che si governano adeguatamente cambiando la scala territoriale. Il meridione può affrontare la sua recessione pensando a un’economia bioeconomica. L’approccio territorialista è il modello ideale per tutto il meridione, e con la costruzione delle infrastrutture che mancano da sempre, è possibile cominciare a dare risposte concrete per creare occupazione. Piani regolatori bioeconomici possono costruire i luoghi ove aggregare risorse umane e stimolare la nascita di imprese, dal terziario alla meccatronica. Le istituzioni politiche dovrebbero adottare programmi e piani per rigenerare interi sistemi urbani, ripensando alle agglomerazioni industriali, progettando recuperi dei centri storici, e ristrutturazioni urbanistiche delle zone consolidate pensando all’auto sufficienza energetica. Si tratta di recuperare standard ancora mancati, costruire servizi, e centri culturali finalizzati a stimolare la creatività dei sistemi bioeconomici utili a innescare un meccanismo di filiera virtuosa che crea occupazione.

Il problema culturale e politico che ostacola questa evoluzione è l’assenza di coscienza collettiva sui temi economici e l’assenza di un partito politico, o di una classe dirigente che riconosca come punto centrale della propria azione il ripristino dell’autonomia monetaria ed economica dello Stato democratico, questo vale sia per la Repubblica italiana che per l’Unione europea. In Occidente, ha prevalso la religione liberale e neoliberale che ha saputo psico programmare la classe politica sulla necessità di far credere alle istituzioni politiche che il controllo della moneta o del credito sia una questione indipendente dall’economia (teoria monetarista sull’esogeneità della moneta). In tutto l’Occidente ha prevalso l’ideologia di von Hayek. In Italia, in maniera del tutto incredibile, questa religione neoliberale ha convinto anche i dirigenti dei partiti di tradizione socialista, che hanno volutamente oscurato la critica sociale ed economica di Marx, e persino la teoria di Keynes, che non era affatto un socialista ma riconosceva il ruolo determinante dello Stato nell’affrontare problemi sociali. Oggi, tutti i Governi europei sono guidati da leaders politici liberali, ed anche le opposizioni politiche sono liberali, comprese quelle di tradizione socialista che hanno abdicato alla propria identità. In Italia il partito comunista non esiste più. Solo in anni recentissimi, a causa dei danni sociali innescati dalla recessione, prima in Grecia e poi in Spagna stanno sorgendo partiti che si ispirano al socialismo reale ma anche questi fanno fatica ad ammettere la necessità di ripristinare la sovranità economica. Sulla scena politica si consuma l’imbarazzo generalizzato, di maggioranze e opposizioni, di un’Unione europea palesemente liberista, poiché se ne frega dei problemi sociali delle comunità più deboli, mentre i Paesi centrali continuano ad ammassare surplus economici sfruttando proprio le periferie economiche. In tutto ciò nessuno ha il coraggio di programmare l’uscita del capitalismo e affermare i valori di un socialismo condotto sul piano della bioeconomia, capace di trasformare senza distruggere gli ecosistemi.

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ISTAT, Rapporto BES 2016.

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Foto di Lewis Hine, giovane minatore in Brown, West Virginia, 1908.

Non è la prima volta che mi esprimo scrivendo che viviamo una crisi sociale che si caratterizza anche per la decadenza politica. Le recenti elezioni amministrative evidenziano ciò che scrivo da molto tempo, e cioè la crescente regressione culturale delle masse e la mediocrità della classe dirigente politica, condizioni sociali collegate fra loro. Ormai l’astensionismo è così alto che mette in discussione il senso proprio della democrazia rappresentativa, forse è giunto il momento di parlare di neofeudalesimo. Sembra che sia il vassallaggio il rapporto politico che domina gli Enti locali. I pochi controllano le risorse pubbliche senza un’ampia legittimazione democratica. Noi cittadini siamo diventati individui, e come tali non partecipiamo alla vita sociale delle comunità. Una di queste conseguenze, quando si rinnovano le cariche elettive, è che siamo così stupidi da non pretendere capacità culturali ai candidati, e tanto meno osserviamo se taluni candidati abbiano qualità morali per ricoprire ruoli istituzionali. Cultura, capacità democratiche e qualità umane non sono prerogative che richiediamo ai candidati, così favoriamo i mediocri dentro le istituzioni. Il risultato? Un Paese mal governato, con enormi disuguaglianze economiche e sociali, saldamente nelle mani del reale potere che si trova fuori le istituzioni e nelle assemblee degli imprenditori più influenti.

Non solo la maggioranza degli individui si mostra fiera nel disprezzare la politica, ma ammira i personaggi dello sport, gli stessi che se possono eludono il fisco per evitare di pagare le tasse. Soldi necessari alla costruzione dei servizi e dei diritti dei cittadini. Secoli di capitalismo hanno divulgato efficacemente il nichilismo nelle persone trasformate in individui che non vivono la vita ma consumano merci inutili, fregandosene delle conseguenze degli acquisti compulsivi che distruggono gli ecosistemi e alimentano il nulla dentro se stessi.

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