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Posts Tagged ‘rigenerazione urbana’

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La sfida della nostra società è cambiare il paradigma culturale che guida gli stili di vita degli abitanti nelle città esistenti. Una sterminata letteratura straniera parla di rigenerazione urbana, e spesso tali interventi di trasformazione non hanno cambiato gli stili di vita delle persone, ma hanno solo cambiato l’aspetto di alcuni quartieri. Viviamo nell’epoca urbana e le città italiane continuano ad essere luoghi ignorati dalla classe dirigente e mal pianificati. Nei pochi interventi urbani che si realizzano, i meccanismi economici delle trasformazioni escludono i ceti più poveri preferendo quelli economicamente più forti, mentre le città continuano a sprecare energie contribuendo a distruggere le risorse finite del pianeta, e lasciando un pianeta peggiore alle future generazioni. Abbiamo una sola certezza: l’aumento degli individui nelle aree urbane che condurranno stili di vita consumistici.

Il territorio italiano si caratterizza con insediamenti urbani vulnerabili: disordine urbano; densità; scarsa accessibilità; carenza di servizi; disoccupazione ed esclusione sociale; dipendenza dagli idrocarburi; rischio sismico e idrogeologico; ciclo vita degli edifici.

Le comunità esistenti nelle aree urbane stanno perdendo la sfida di rigenerarsi per ragioni culturali. La popolazione non conosce l’urbanistica e non partecipa alla vita di comunità, è psico programmata dalla religione capitalista che ha saputo diffondere egoismo, apatia, nichilismo, ignoranza funzionale e di ritorno, favorendo la regressione della specie umana, oggi facilmente guidata dai capricci indotti dalla pubblicità.

Inoltre le istituzioni locali, Comuni e Regioni, sono del tutto obsolete ad affrontare i cambiamenti sociali consolidatisi negli ultimi trent’anni. L’industrialismo abbandonava le città mentre i politicanti locali deliberavano obsoleti piani in crescita urbana attraverso le speculazioni per inseguire i capricci delle imprese, e in questo modo hanno fatto esplodere le città italiane favorendo la cosiddetta dispersione urbana (sprawl) e consumando inutilmente suolo agricolo. Eleggere Sindaci e Consigli comunali è inutile. sia perché gli individui vivono e consumano in un’area più vasta chiamata “sistema locale”, cioè un’area funzionale dove si sviluppano le relazioni sociali ed economiche, e sia perché la religione liberale ha esternalizzato la gestione dei servizi a società di profitto. I veri Sindaci delle città sono amministratori delegati di SpA. Una seria riforma dovrebbe eliminare poltrone politiche inutili osservando l’esistenza dei “sistemi locali”, introdurre e sperimentare forme di partecipazione popolare diretta, e riorganizzare la pubblica amministrazione per deliberare piani urbanistici bioeconomici e sviluppare bioregioni urbane da rigenerare. Cittadini e pianificatori dovrebbero sperimentare la democrazia per costruire le bioregioni urbane dentro i sistemi locali per rigenerarli. Gli attuali strumenti di pianificazione, frutto di Enti obsoleti, sono previsioni inutili sia perché sono ancora pensati nella speranza di far crescere l’area urbana convinti che un mercato possa assorbire un’offerta di immobili non richiesti, e sia poiché rispecchiano un limite territoriale amministrativo ormai anacronistico. Anche per questo motivo stiamo perdendo la sfida urbana.

Nella migliore delle ipotesi, politici illuminati potrebbero proporre piani intercomunali bioeconomici fra i comuni ricadenti nei sistemi locali. E’ un processo fattibile poiché i Comuni possono consorziarsi per seguire il bene comune. E’ difficile che gli egoismi di una classe politica inadeguata rinsanisca senza una mobilitazione popolare. Finora non è accaduto. E’ più probabile avviare un percorso più lungo, dove le persone in maniera consapevole avviano processi di rigenerazione morale, politica e quindi urbana.

Pensiamo ad un esempio concreto: il sistema locale salernitano. La città capoluogo (comune centroide) ha una popolazione di circa 135.000 abitanti, mentre il SLL salernitano è costituito da 22 comuni con circa 500.000 abitanti. La nuova struttura urbana, la nuova città, è costituita dal comune centroide e le sue conurbazioni, e conta 11 comuni con circa 300 mila abitanti; ed è l’ambito territoriale da amministrare e gestire con un piano regolatore generale bioeconomico. I Piani urbanistici di questi comuni sono del tutto obsoleti di fronte agli stili di vita degli abitanti, e così c’è una sistematica carenza di servizi, dalla mobilità ai servizi di quartiere, dal consumo del suolo agricolo all’inquinamento, dalla disoccupazione alla qualità di vita. Per conoscere le difficoltà di un’area del Sud come Salerno, dobbiamo osservare e pensare in funzione del cambiamento culturale, e cosi non solo conoscere e analizzare il territorio con gli occhi della bioeconomia, ma possiamo anche osservare i nuovi indicatori come il Benessere Equo e Sostenibile.

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Leggendo la letteratura urbana la bellezza è una tema di nicchia, ma è sempre stata una visione guida per fare meglio le cose. Di recente il termine bellezza è usato anche nei media tradizionali, senza diventare popolare e mai declinato nella maniera tale da far capire l’importanza strategica e pratica per le aree urbane italiane. Nei media il termine è spesso associato all’arte, un altro concetto astratto e filosofico che impedisce ai cittadini di coglierne l’importanza politica, poiché nel Paese con la maggiore concentrazione di patrimonio, l’arte non è studiata dalla maggioranza delle persone e questo impedisce ai più di osservare la bellezza che vive intorno a noi. Nell’epoca della regressione culturale parlare di arte e bellezza nei media significa fare pubblicità al proprio ego, ahimé, significa isolare l’argomento. Speriamo che invece si continui a parlarne meglio al fine di sensibilizzare i cittadini e non per vedere, e soprattutto speriamo che siano le scuole e l’università a insegnare la bellezza.

La bellezza è troppo importante e strategica per restare sconosciuta e incompresa dai cittadini, poiché è un elemento che aiuta lo sviluppo umano delle comunità. Un esempio immediato di bellezza straordinaria sono i nostri centri storici, spesso abbandonati e lasciati all’incuria del tempo poiché noi cittadini siamo incapaci di “guardare” col cervello e col cuore. La regressione culturale è la forza distruttrice che impedisce di “guardare” e quindi di agire per curare la bellezza del nostro territorio. Il territorio e i suoi centri urbani sono belli ma non lo sappiamo, e tanto meno sappiamo riconoscere la bellezza poiché non abbiamo più la cultura e la capacità di leggerla. Le società moderna e contemporanea ci hanno allevato nel nulla e spesso in contesti urbani più recenti totalmente privi di bellezza, e pieni di degrado ed edifici brutti poiché merce del capitalismo. In questo contesto degenerato si è sviluppato il nichilismo urbano e l’ideologia neoliberale del consumo finalizzato al consumo.

Una condizione importante per rigenerare le nostre città, è pertanto l’introduzione della bellezza nelle parti di città moderne e contemporanee, e possiamo ottenerla applicando nei piani urbanistici il concetto di urbanità, cioè la corretta composizione e il corretto disegno urbano, di suolo, spazio pubblico e di architettura finalizzata a realizzare fronti urbani. Per introdurre la bellezza, non è sufficiente scrivere regolamenti urbanistici adeguati (ma è necessario farlo) ma ridisegnare la morfologia urbana. E’ un salto culturale, poiché si tratta di uscire dal concetto di città come mero processo economico, e spesso speculativo, per sperimentare il concetto di città e di territorio intesi come bene comune, e quindi avviare processi decisionali partecipativi e trasparenti per conseguire una trasformazione urbanistica fatta per i bisogni dei cittadini. Uno di questi è proprio la bellezza. Il suolo, lo spazio pubblico e i fronti urbani sono elementi dell’urbanità che possono essere utilizzati per rigenerare la città moderna e contemporanea. In che modo? Prima di tutto, facendo l’analisi della città, o di una parte della città da rigenerare, e poi coinvolgendo i cittadini nel ridisegnare l’uso dello spazio pubblico, seguendo gli strumenti e i consigli di progettisti a servizio dell’interesse generale. E’ un approccio nuovo e complesso, dove la committenza è la cittadinanza. Per dare concretezza a tale approccio è necessario che le istituzioni e gli strumenti urbanistici siano modificati e adeguati. Oltre al ridisegno della morfologia urbana (strade, pieni, vuoti), due sono gli indirizzi progettuali fondamentali, per introdurre la bellezza, il primo è il disegno del suolo e degli spazi pubblici aperti, cioè l’arredo urbano e il secondo è l’architettura.

In questi ultimi anni la rigenerazione urbana è senza dubbio il tema che ha assunto una priorità in tanti dibattiti, ed è importante che, se prima o poi diventerà anche una tecnica e una pratica amministrativa, le trasformazioni urbane siano svolte con criteri di sostenibilità e di bellezza, altrimenti anziché rigenerare i quartieri esistenti i cittadini andranno a vivere in ambienti nuovi ma ugualmente degradati.

Nel Nord Europa diverse amministrazioni hanno già realizzato rigenerazioni progettando anche la bellezza ma l’hanno fatto nell’interesse della borghesia locale innescando processi di gentrificazione. In Italia, dove siamo più carenti di esperienze di rigenerazione urbana, potremmo avviare processi capaci di migliorare le zone consolidate facendo attenzione alle sensibilità sociali dei cittadini residenti, aiutandoli a vivere in quei luoghi, senza mandarli via attraverso il capitalismo che predilige il mercato alle persone.

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In tutta la letteratura urbanistica, gli autori raccontano i cambiamenti avvenuti nei nostri territori, in particolar modo l’aumento della popolazione urbana e il fenomeno della contrazione nelle città che ha fatto crescere i comuni limitrofi ai grandi centri favorendo la nascita di aree urbane. A partire dagli anni ’70, le imprese abbandonano l’Europa e le città sono deindustrializzate, in Italia c’è un’accelerazione del fenomeno che va dagli anni ’80 fino all’inizio del nuovo millennio. Due scelte politiche favoriscono la delocalizzazione: la deregolamentazione dei mercati finanziari e la fine del socialismo in Russia, e l’apertura della Cina al neoliberismo. I cambiamenti del capitalismo incidono anche sulle migrazioni, tant’è che l’Europa perde abitanti qualificati a favore di USA e ASIA. Dentro l’Europa i paesi “centrali” attraggono migranti qualificati mentre la “periferia” perde abitanti.

L’osservazione della nuova realtà urbana suggerisce la necessità di riorganizzare competenze e funzioni dei Comuni per adeguare le istituzioni ai cambiamenti sociali già consolidati. Sarebbe saggio realizzare un cambiamento di scala territoriale unendo i comuni centroidi a quelli limitrofi che insieme rappresentano un’unica struttura urbana. Inutile ricordare l’incapacità del legislatore nel servire seriamente il popolo, sia perché i politici non cambiano le dannose regole fiscali e monetarie dell’UE, sia perché i problemi delle aree urbane vanno affrontati con urgenza per la necessità di fare prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico, ma il nostro legislatore non ha né il coraggio e né la consapevolezza di interpretare correttamente la realtà territoriale e urbana, per applicare la Costituzione e programmare investimenti per rigenerare le città.

Gli abitanti non vivono più entro i confini amministrativi delle città ma vivono nei cosiddetti sistemi locali, che rinchiudono più comuni. Fino ad oggi tutti i Consigli comunali hanno inseguito il paradigma culturale sbagliato e cioè la crescita urbana, per attrarre investitori privati. I politici locali, interpretando male la Costituzione e la legge urbanistica nazionale, hanno chiesto ai pianificatori di mercificare le trasformazioni urbane, affinché i piani attuativi rispondessero alle esigenze di fare profitto, e riempire i vuoti urbani lasciati dal processo di disurbanizzazione con interventi speculativi. La classe dirigente politica è cresciuta nell’idea sbagliata di sviluppo, convinta che le città potessero crescere all’infinito ma non è così, poiché le città possono anche decrescere, come accade per 26 città italiane, tutte le più importanti, da Milano a Roma. La popolazione urbana è dinamica e dipende dalle attività economiche che alimentano la vita in città.

Poiché il capitalismo abbandona la vecchia Europa per motivazioni “banali”, come l’opportunità di aumentare i ricavi riducendo i costi (salari più bassi in Asia e assenza di diritti sindacali), è altrettanto evidente che se tutti i Consigli comunali puntano all’inutile competitività per attrarre gli speculatori privati, solo alcune trasformazioni diventano realtà che si concentrano nelle città più importanti. Il capitalismo è sinonimo di razzismo, e la pianificazione urbanistica è stata utilizzata dalla borghesia italiana, i privati economicamente più forti, per soddisfare i propri interessi e i propri capricci cacciando i ceti meno abbienti dai centri urbani. Oggi è la finanza globale che entra direttamente nella pianificazione locale di alcune città globali, sceglie dove riciclare il danaro, mentre le multinazionali costruiscono i non luoghi e distruggono l’economia locale rendendo le attività sempre più dipendenti al sistema globale (deterritorializzazione). E’ un processo vizioso che distrugge sempre più le opportunità delle generazioni presenti e future. Un sistema stupido e dannoso poiché ha deindustrializzato l’Italia nei settori ove era leader mondiale, e dannoso poiché impoverendo le famiglie, si distrugge il presente e futuro di diverse generazioni, mentre i neolaureati sono costretti a emigrare per inseguire i propri sogni.

Le politiche urbane sono fondamentali per programmare e costruire un eventuale Rinascimento italiano poiché tali strumenti (i piani) localizzano le attività cultuali, sociali, ambientali e industriali nei nostri territori e possono favorire coesione sociale e sviluppo locale, ma è necessario cambiare il paradigma culturale della società. Se l’Italia non ha un’adeguata agenda urbana, è evidente che Governo e Parlamento non svolgono il proprio ruolo, mentre la Costituzione ordina fedeltà alla Repubblica e lo sviluppo di politiche industriali per realizzare l’interesse generale: tutela del patrimonio e dell’ambiente, ricerca e innovazione, costruzione dei diritti, favorire lo sviluppo umano.

Le attuali politiche urbane neoliberali non funzionano per le ragioni prima accennate, allora la risposta alla soluzione: favorire l’occupazione e ridurre la povertà, non è proporre di riempire i vuoti con progetti speculativi, come le ZES copiando l’ASIA, poiché sono gli strumenti delle multinazionali che predano le risorse locali e omogeneizzano i territori privandoli della propria identità. La soluzione è nella direzione opposta e cioè territorializzare. La soluzione è nella nostra identità, nelle nostre specificità, è nella cultura; basta applicare la Costituzione italiana per creare occupazione utile. La soluzione è nella cooperazione fra Comuni dentro i sistemi locali. Ad esempio, costruendo programmi, piani, e progetti di bioregioni urbane per l’ambito territoriale, e in rigenerazioni bioeconomiche in ambito attuativo, cittadino. C’è la necessità di fare manutenzione dell’intero patrimonio edilizio esistente e di intervenire nei quartieri per cambiare gli isolati, e la morfologia urbana. Cultura e bellezza sono i principi che dovremmo applicare. Basterebbe introdurre la democrazia, favorendo processi di pianificazione partecipata coinvolgendo i cittadini al processo decisionale della politica, e chiedere loro di riempire i vuoti creati dalla disurbanizzazione e cioè dalla fine del capitalismo industriale nelle città. Molti esempi sono presenti in Europa, in tutte quelle città dove gli amministratori hanno saputo raccogliere investimenti privati non per speculare, ma favorire l’agglomerazione delle attività locali nelle aree da rigenerare. Il problema delle nostre città è la cattiva cultura dei nostri dipendenti eletti, che preferiscono inseguire l’ideologia neoliberale piuttosto che rispondere ai bisogni delle persone e applicare la Costituzione rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e aiutare i ceti meno abbienti, solitamente espulsi dalle città e relegati nelle periferie degradate. Sindaci, Consigli comunali e cittadini possono fermare questa predazione continua se capiscono di dover uscire dalla religione capitalista poiché il territorio non è merce, ma la fonte della nostra vita e rappresenta anche la nostra identità. Le politiche urbane devono ispirarsi alla bioeconomia poiché è l’approccio culturale che ci consente di avviare piani attuativi misurano l’etica delle scelte, e i flussi di energia e di materia. L’impatto sociale delle scelte è più importante degli indici di borsa di un mercato senza morale.

Per misurare e capire l’inefficacia di politiche urbane proposte da un’idea sbagliata di sviluppo, è sufficiente osservare gli indicatori economici (tasso di povertà), quelli socio-demografici (alfabetizzazione, l’aspettativa di vita), gli indicatori ambientali (vulnerabilità e resilienza) e gli indici di sviluppo umano (BES: salute, ambiente, benessere economico, istruzione e formazione, relazioni sociali, paesaggio e patrimonio culturale, qualità dei servizi …). L’ISTAT abbonda di dati.

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Dal 1984 il mio alloggio di famiglia posto in un condominio di edilizia economica e popolare fu ristrutturato applicando la filosofia che oggi chiamiamo decrescita felice. Prima di tutto, la palazzina ebbe il “cappotto” e i doppi vetri (non esistevano ancora gli infissi con “vetro camera”). L’alloggio fu dotato di impianto solare termico per ridurre il consumo di gas (e in quegli anni ancora non esistevano i pannelli fotovoltaici). Tutto ciò senza incentivi fiscali e senza obblighi normativi, ma per un motivo che può cogliere anche un bambino: risparmiare soldi sulla bolletta energetica. E’ questo lo spirito che ci convinse allora, ridurre gli sprechi innescati dalle tecniche costruttive degli anni ’80 poiché avremmo avuto un beneficio economico. La prima legge sul risparmio energetico è del 1991, ma noi prima di questa norma ci siamo mossi poiché in architettura si è sempre saputo come costruire per risparmiare, e così prendemmo la decisione di migliorare il nostro condominio apponendo lavori di efficientamento energetico.

Devo anche riconoscere che nessun altro vicino di casa seguì il nostro modello virtuoso. In questa considerazione si sintetizza tutta l’inerzia culturale che rallenta la nostra evoluzione, il problema è tutto qua. Noi siamo il problema e noi siamo la soluzione.

La normativa di oggi è ricca di spunti, incentivi e riferimenti al risparmio energetico. Le tecnologie sul mercato sono ampiamente mature e diffuse, e i cittadini fanno ancora fatica a cogliere opportunità straordinarie; e mi riferisco soprattutto all’edilizia esistente, poiché per quella di nuova costruzione la progettazione ha l’obbligo di risparmiare energia e di sfruttare le fonti alternative.

Domani mattina, qualunque condomino può pensare di fare meglio del nostro esempio del 1984, e addirittura, sfruttando un mix tecnologico oggi è possibile che più edifici possano diventare produttori e consumatori di energia arrivando a cancellare la dipendenza dagli idrocarburi.

Anche i problemi economici sono superabili attraverso sistemi finanziari che intervengono per integrare le quote dei condomini con difficoltà economiche. Da molti anni esiste il sistema delle Esco, che si ripaga i costi dell’intervento incassando i soldi delle utenze che una volta pagavano la bolletta energetica derivata dagli sprechi.

Un intervento più conveniente e interessante è la rigenerazione urbana dell’esistente, che non si limita al mero risparmio energetico, ma cerca di migliorare l’ambiente urbano esistente, ed anche in questo intervento i cittadini possono fare la differenza diventando committenti della trasformazione urbana attraverso la forma giuridica della cooperativa che previene le speculazioni. E’ diritto dei cittadini proporre alla propria Amministrazione interventi di rigenerazione, e persino suggerire modifiche ai piani vigenti da sottoporre all’attenzione del Consiglio comunale. Questa tipologia di approcci e di interventi non è affatto nuova, ed è accaduto spesso che i cittadini si siano coordinati per progettare luoghi urbani, la novità sarebbe nell’interpretare correttamente l’approccio bioeconomico, che come nell’episodio di famiglia del 1984 si pone un obiettivo virtuoso che non coincide col profitto ma con l’uso razionale dell’energia, e nel caso della rigenerazione la creazione, persino, di nuova occupazione attraverso nuovi servizi e nuova economia locale. Non sarebbe cosa da poco ricominciare a fare architettura, che significa usare l’arte del costruire per interventi che abbiano un senso per la specie umana e non più per lo stupido mercato. Si tratta, finalmente, di riprendersi la democrazia tornando a discutere di polis e dei nostri rapporti, ricominciando dal senso di comunità.

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Il 30 maggio 2016 i Governi europei si incontreranno ad Amsterdam per discutere di Agenda urbana rispetto alle proposte suggerite dall’attuale semestre europeo guidato dai Paesi Bassi che risveglia le politiche urbane. Gli assi tematici suggeriti sono quattro: qualità dell’aria, housing, povertà, integrazione di rifugiati e migranti. Finora si sono ispirati alle esperienze olandesi e londinesi (finanza alternativa, co-design delle politiche pubbliche, imprenditoria sociale, economia circolare, community building).

Com’è noto il diritto urbanistico olandese e anglosassone sono profondamente diversi da quello italiano; nel nostro paese proprietà privata, rendita e abusivismo hanno guidato le scelte del governo del territorio, mentre in Olanda e altrove lo Stato ha pianificato concedendo l’uso del diritto di superficie, ed oggi proprio l’Olanda sperimenta nuovi modelli insediativi. Nel secolo scorso Inghilterra, Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia e Germania hanno sfruttato il ruolo sociale dello Stato per regolare il cosiddetto regime dei suoli detenendo un ruolo di regia pubblica per programmare la costruzione della città (pubblicizzazione dei suoli). In Italia, anche durante il regime fascista, abbiamo sempre favorito gli interessi privati rifiutandoci di usare la prevalenza dell’interesse generale e la concessione del diritto di superficie per pianificare correttamente. In Italia è il mercato (cioè i cittadini acquirenti) che paga i costi della pianificazione piegando il disegno urbano ai capricci e gli interessi privati e di chiunque voglia fare profitto, di fatto contraddicendo il ruolo dell’urbanistica. Nonostante il migliore approccio dei paesi nordici il capitalismo ha creato danni anche in quei paesi favorendo il fenomeno chiamato gentrificazione, ma il disegno urbano è stato condizionato molto meno e di fatto negli ultimi settant’anni la qualità urbana a Londra, Parigi, Berlino, Copenhagen, Amsterdam, Helsinki, Barcellona è cresciuta mentre è peggiorata in Italia. All’inizio del secolo Novecento Ulm, in Germania, acquistò suoli e costruì quartieri e case rivendendole a prezzo di costo, cancellando di fatto il profitto dall’urbanistica. In questo secolo, l’Amministrazione di Parigi acquista appartamenti in centro storico, li ristruttura, e poi li concede a prezzi calmierati ai ceti meno abbienti per contrastare la gentrificazione.

Per non farla lunga, nei decenni passati il nostro legislatore, avendo scelto di favorire gli interessi privati (la bocciatura della riforma proposta dal Ministro Sullo testimonia gli errori del legislatore), ha contribuito a costruire un’espansione delle città realizzata male e peggio, caratterizzata generalmente da una scarsa qualità edilizia, sia essa privata o pubblica, con l’aggravante di non avere una connotazione estetica. Poiché il diktat compositivo del disegno urbano è la rendita, generalmente gli aggregati urbani privati costruiti, a partire dagli anni ’50, non hanno un adeguato rapporto fra spazio pubblico e privato, dagli anni ’70 in poi quelli pubblici hanno indici generalmente migliori. Quando il nostro Paese ha provato a recuperare standard per obbligo di legge (DM 1444/68), solo in alcuni comuni si è riusciti a porre limiti al disordine urbano; in molti altri gli amministratori hanno truccato i piani e gli indici per continuare a favorire gli interessi privati, ed oggi nel nuovo millennio ereditiamo ambienti urbani generalmente privi di una qualità urbana e architettonica, e conseguentemente degradati.

Per capire bene le contraddizioni del processo politico chiamato Agenda urbana, uno dei soggetti che suggerisce le politiche è la lobby politica dell’ANCI, l’associazione dei Sindaci che in questi decenni ha contribuito a consumare inutilmente il suolo agricolo, e pensa di potersi scrivere la propria policy seguendo la logica auto referenziale del consenso, lo fa ignorando appositamente la professionalità dei pianificatori più scomodi e scegliere, solitamente, l’archistar. Se leggiamo i manifesti dei progettisti (INU, eddyburg, SIU, CNAPPC) scopriamo l’acqua calda, e cioè gli esperti che si occupano di risolvere problemi concreti suggeriscono pianificazioni diverse, mentre i politici sono preoccupati di vendere se stessi assecondando le rendite di posizione. Anche determinate associazioni si sono piegate allo spirito del tempo capitalista, ma nei loro dissidi interni si possono leggere i conflitti che aiutano a compiere scelte etiche.

Prima di tutto, dobbiamo comprendere che occuparsi di politiche urbane significa occuparsi della maggioranza degli esseri umani, e questo indica pianificare il futuro delle persone. L’Agenda urbana che si sta costruendo è del tutto immatura rispetto al contesto italiano principalmente perché ha un approccio indicativo con buone intenzioni, e perché non c’è fra i suoi obiettivi la qualità urbana, entrando nel merito della composizione urbana. E’ tipico della cultura anglosassone esprimersi in maniera sintetica e superficiale senza andare al cuore dei problemi, ed è tipico dell’UE dare indicazioni senza un’adeguata copertura finanziaria rendendo vane, persino le semplici raccomandazioni. Com’è noto L’UE non è uno Stato sovrano libero dai ricatti del cosiddetto libero mercato, e tutta l’architettura finanziaria dell’UE è profondamente sbagliata poiché si basa sull’economia del debito favorendo l’usura degli istituti bancari e non gli obiettivi delle singole indicazioni politiche. I criteri economici che determinano il giudizio su piani e progetti sono inadeguati e privilegiano il profitto dei privati. Per capirci meglio la Repubblica italiana aveva la libertà e la sovranità di spendere con finanziamenti diretti mentre l’UE vieta gli aiuti di Stato, un atteggiamento così stupido, quello dell’UE, che favorisce gli interessi privati delle imprese, e annulla il ruolo sociale dello Stato.

Nel nostro paese i problemi delle aree urbane sono enormi ma non impossibili. I rapporti della Società italiana degli urbanisti sono ampi ed entrano nel merito delle questioni in essere, mostrando consapevolezza e proposte per trasformare le città, certo non c’è un’unanimità su tutte le questioni ma il dibattito è vivo. Nella sostanza gli addetti ai lavori sanno dove e come intervenire, ma da circa vent’anni la classe dirigente ha tolto le politiche urbane dalle priorità del legislatore, generando un’inerzia che crea danni al territorio e alle aree urbane. Passi andrebbero compiuti nella giurisprudenza e nell’economia per adeguarle al disegno urbano capace di offrire diritti e uguaglianza. Per entrare nel merito ci vorrebbe ben altro che un’Agenda urbana, ma un serio programma di recupero urbano come fece Patrick Abercrombie, ma soprattutto è necessario partire da un’analisi accurata delle forme insediative, dei tessuti urbani da recuperare, e dei problemi sociali ed economici italiani, che sono molto diversi da quelli dei paesi “centrali”. Ad esempio, se si partisse dal pianificare i sistemi locali con l’approccio di bio regione sarebbe un passo in avanti, mentre in ambito urbano è doveroso favorire la rigenerazione dei tessuti esistenti. Senza esagerare, alcune nostre periferie assomigliano sempre più ai sobborghi del primo periodo industriale, mentre il nostro mezzogiorno andrebbe pianificato sempre seguendo il concetto di bio regione urbana, bonificato da un obsoleto sviluppo industriale, e i centri urbani collegati da linee ferroviarie (La Puglia con la Basilicata e la Campania, la Sicilia e la Sardegna). Altro che semplici raccomandazioni, l’Italia dovrebbe produrre una propria Agenda urbana andando nella corretta direzione immaginata anche dall’ex Ministro Barca per finanziare la cosiddetta coesione sociale e sviluppando programmi coinvolgendo gli abitanti. L’approccio più serio per rigenerare città e territorio è l’analisi della morfologia urbana, e sotto questo aspetto gli urbanisti italiani danno un contributo efficace, in special modo sull’analisi tipologica e sulla conservazione facendo scuola. All’Italia serve investire in settori utili come la prevenzione per tutelare la salute umana, il cibo, l’arte e la cultura. Le nostre priorità sono: mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico; rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità; riusare e riciclare le acque in area urbana; attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale; attrezzare le aree interne e le aree montane; valorizzare la mobilità sostenibile e lenta; e rigenerare le aree urbane per conservare i centri storici e le zone consolidate per impedire il consumo del suolo agricolo. Per vedere realizzati questi obiettivi è necessario entrare negli storici interessi che hanno costruito un’Italia peggiore: il capitalismo delle rendite di posizione e la proprietà privata. Se desideriamo uscire dalla schiavitù mentale del capitale dobbiamo necessariamente ripensare le fondamenta di una società costruita sull’egoismo e sull’avidità, e quindi uscire dalla stupida economia neoclassica che ha condizionato negativamente il disegno urbano e territoriale. E’ noto che l’economia ignora l’entropia, e per questo motivo andrebbe messa da parte per usare il modello figlio della bioeconomia di Roegen-Georgescu.

I limiti per trasformare le nostre città sono culturali ed economici, ma per rigenerare seriamente gli ambienti urbani è necessaria la volontà politica, e questa manca. Il merito di parlare di agenda urbana sta nel fatto di stimolare l’apertura di un dibattito pubblico, ma crea anche frustrazioni agli urbanisti italiani poiché all’estero le trasformazioni si pianificano e si eseguono, mentre in Italia la storia ci ha insegnato che la nostra classe dirigente ha sfruttato l’urbanistica per creare consenso e distruggere bellezza. Per cambiare dovremmo “semplicemente” cambiare classe dirigente e stimolare le coscienze addormentate dei cittadini, anche perché, dove la speculazione è stata realizzata, i danni li hanno subiti proprio i cittadini, spesso inconsapevoli delle logiche che creano i piani.

Priorità e appunti per l’Agenda:

  • Cambiare la scala territoriale osservando le nuove città (aree urbane estese) costituite da comuni centroidi e conurbazioni.
  • Osservando le nuove città: adottare piani regolatori generali bioeconomici che applicano il metabolismo urbano e si occupano di recuperare i centri e rigenerare le zone consolidate, senza nuove espansioni.
  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario, oppure cancellare il valore economico dei suoli (siano essi edificabili o non).
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.
  • Pianificare i sistemi locali con l’approccio bioregionalista.
    • mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico;
    • rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità;
    • riusare e riciclare le acque in area urbana;
    • attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale;
    • attrezzare le aree interne e le aree montane;
    • valorizzare la mobilità sostenibile e lenta;
  • Trasformare i piani espansivi in “piani di quarta generazione”. Rigenerare i tessuti urbani esistenti e recuperare gli standard mancanti con l’approccio bioeconomico.
  • Recuperare i centri storici con l’approccio conservativo.

metabolismo circolare città

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Teorie della pianificazione

Fonte immagine: Maurizio Carta, Teorie della pianificazione, 2003.

Nella letteratura della pianificazione urbanistica e territoriale troviamo le risposte al governo del territorio. La scuola territorialista si ispira ai cosiddetti regionalisti (Mumford, Geddes, Kropotkin) e possiede gli strumenti culturali per suggerire le soluzioni migliori poiché ha sviluppato capacità bioeconomiche per governare correttamente le risorse e offrire nuove opportunità occupazionali utili al percorso di evoluzione.

Anche le istituzioni hanno valorizzato gli strumenti di analisi e di conoscenza del territorio rispetto al concetto di rete cioè di relazioni, e l’idea di sistema locale è senza dubbio corretta per interpretare meglio il territorio degli abitanti, un ulteriore passo va condotto alla scala urbana per suggerire la rigenerazione dei luoghi in chiave bioeconomica. Il concetto di rigenerazione urbana, ormai in voga, va condotto anch’esso nell’alveo della bioeconomia per liberare il disegno urbano dal distruttivo spirito del tempo capitalista, che volge al termine sia perché lascia la vecchia Europa e sia perché sta auto implodendo sulla propria avidità. Estimo e finanza vanno piegati e snaturati conducendoli sul piano dell’etica e dell’ecologia, ed è necessario fare lo stesso per la proprietà privata; in fine bisogna ripristinare il ruolo dominante dello Stato per conseguire uguaglianza e ridistribuzione delle opportunità per gli abitanti. In sostanza è necessario arrestare la rifeudalizzazione della società avviata dalla religione neoliberale e applicare la Costituzione italiana. Lo scopo dell’urbanistica è la tutela dei diritti attraverso un governo del territorio per scopi sociali, e non per fare profitto; e contrariamente a questi valori e principi è noto che il disegno urbano è stato piegato dal capitalismo sfruttando il sistema della rendita per creare profitti senza lavorare e finanziare le trasformazioni urbane rubando diritti ai ceti meno abbienti.

Sappiamo che l’élite finanziaria ha riprodotto il suo modello feudale anche nelle aree urbane, scegliendo per se gli ambiti ove stanziare i propri interessi, le chiamano città globali e li troviamo gli edifici della globalizzazione, i grandi eventi globali e gli immorali servizi offshore (New York, Londra …).

E’ altrettanto noto che dopo secoli di speculazioni il capitalismo ha indirettamente generato i sistemi urbani regionali, e i sistemi locali sono l’occasione per compiere un’efficace riforma istituzionale in termini amministrativi e gestionali poiché sono gli ambiti territoriali ove proporre piani territoriali e urbani bioeconomoci. Si tratta sia di unire i comuni razionalizzandone le funzioni e sia di avviare piani intercomunali auto finanziati da tasse locali e fiscalità generale rispetto ai nuovi ambiti territoriali. Dall’analisi delle aree urbane e dal coinvolgimento degli abitanti emergeranno le soluzioni migliori per riequilibrare il rapporto con la natura, recuperare i centri storici e le periferie, e recuperare standard mancanti.

Ciò che serve ai popoli è uscire dalla psico programmazione della pubblicità e dall’istruzione votata alla competitività, al consumo di merci inutili, alla stupidità collettiva, per fare l’opposto di quello ordinato dall’élite degenerata. Dobbiamo cooperare per tutelare i nostri luoghi e sviluppare modelli economici autarchici e rilocallizzare le produzioni, consumare cibo locale e trasformare i quartieri in ambienti urbani ricchi di bellezza e auto sufficienti energeticamente. La scommessa è con noi stessi per regalarci nuove opportunità di vita riprendendoci spazi di democrazia, uscire dall’idiozia dello spreco, scoprire la bellezza del nostro territorio e difenderlo da noi stessi.

Abbiamo la fortuna di nascere e vivere in uno dei Paesi più ricchi e belli del pianeta ma non lo sappiamo, è questo il nostro problema. Noi siamo il problema e siamo anche la soluzione: sconfiggere la nostra ignoranza funzionale e di ritorno. Pianificando i sistemi locali secondo i principi della bioeconomia potremmo indirizzare le nostre energie mentali nella più grande evoluzione sociale che non riusciamo neanche a sognare, poiché siamo ancora rinchiusi nella gabbia mentale costruita dal capitalismo. Se ripartiamo dalle coordinate principali: chi siamo e dove siamo, troveremo l’evoluzione della specie.

città in contrazione

Città in contrazione, elaborazione Giuseppe Carpentieri.

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consumo del suolo ISPRA 2015

Stima del suolo consumato a livello regionale negli anni ’50 e nel 2013. Fonte: ISPRA.

Il fallimento economico finanziario dei piani urbanistici è argomento di dibattito fra gli addetti ai lavori da alcuni anni. Negli anni ’60 il conflitto politico fece prevalere l’ideologia speculativa del capitale, pertanto è consuetudine il fatto che il disegno urbano sia condizionato dagli interessi privati. I Consigli comunali pur avendone la responsabilità politica, o ignorano le motivazioni di tali interessi o lasciano che la soluzione di tali interessi si ritrovi nell’incentivo della rendita, cioè la mercificazione delle superfici. Generalmente i politici locali sono talmente disinteressati alla tutela del territorio fino a favorire l’attività edilizia senza comprenderne sia l’utilità sociale e sia la qualità progettuale, poiché tali iniziative generano introiti che possono essere indirizzati alla spesa corrente. Fino a pochi anni fa, tale opzione non era consentita poiché gli oneri erano vincolati alle opere di urbanizzazione. Questo processo vizioso è imploso su stesso.

Inoltre, osservando il cambiamento dei fenomeni urbani e sociali, possiamo intuire che gli ambiti territoriali e istituzionali, cioè i Comuni, sembrano inadeguati e obsoleti per offrire piani migliori. Sin dagli anni ’70, il capitalismo ha fatto esplodere la cosiddetta città diffusa, pertanto i cittadini vivono aree urbane e territori più ampi di quelli pianificati nei ristretti territori comunali, e spesso usano il suolo percorrendo territori intercomunali. Se in Inghilterra il modello della grande Londra è l’esempio di una pianificazione intenzionale, in Italia la crescita urbana è stata lasciata alla speculazione e oggi paghiamo ancora le conseguenze di quella volontà politica.

Le fonti letterarie e la pubblicistica mostrano un dibattito aperto, dinamico e attento attraverso la sensibilità di determinate analisi e studi di organizzazioni, dipartimenti universitari, professionisti e liberi ricercatori (Russo, Urbanistica per una diversa crescita, 2014; Calafati, Città tra declino e sviluppo, 2014). Per il momento gli argomenti di discussione sono “chiusi” fra accademici, progettisti e costruttori, nel senso che il mainstream non ritiene utile informare i cittadini circa il fallimento delle città secondo l’accezione urbanistica e architettonica.

Da decenni gli urbanisti hanno individuato l’origine della crisi delle città, e tale discussione accesasi durante gli anni ’60, è stata isolata e sopita dalla classe politica e dai mass media sia per nascondere le motivazioni speculative della rendita e sia per favorire la mercificazione del territorio. La recente implosione del sistema capitalistico consente di far riemergere un dibattito ucciso sul nascere, e sarebbe ragionevole e conveniente per tutti, persino per gli speculatori, arrivare ad ammettere che il capitalismo, implodendo su stesso, ha travolto l’indotto industriale più importante dell’economica delle città e dello Stato, ormai smembrato dall’ideologia neoliberale.

Dal punto di vista della pianificazione, è difficile ammettere che la strada suggerita dall’ideologia neoliberale, cioè far prevalere l’interesse dei privati nei processi giuridici ed economici circa le destinazioni d’uso dei suoli, non garantisce più la costruzione delle urbanizzazioni e della cosiddetta città pubblica. Mercificare la città è stata una scelta ideologica che ha favorito la concentrazione di risorse monetarie nelle mani di piccole caste locali, facendo pagare queste scelte egoistiche alla collettività. La crisi attuale ha messo in evidenza che le persone non hanno più i soldi necessari per pagare questi costi, ciò è accaduto attraverso l’inganno della rendita fondiaria e immobiliare che ha illuso persino l’industria immobiliare, forse convinta di poter proseguire i propri profitti con l’ausilio di piani di crescita attraverso l’economia del debito pubblico e privato. La droga finanziaria ha fatto perire il sistema per overdose. Morto il capitalismo c’è l’opportunità di riprendere il tema della municipalizzazione dei suoli e di pianificare un’agenda urbana sostenuta dalla sovranità monetaria con paradigmi bioeconomici e di qualità urbana.

Nell’ultimo decennio l’industria delle costruzioni, a differenza di altri ambiti industriali, ha ridotto i propri danni economici solo grazie agli incentivi fiscali legati alle ristrutturazioni finalizzate all’efficienza energetica, ma anche gli incentivi non hanno retto di fronte all’espandersi della crisi. Dal punto di vista delle politiche urbane, i piani urbanistici espansivi hanno avuto ricadute negative poiché generalmente una parte importante dei piani attuativi non ha recuperato gli investimenti previsti, cioè le superfici costruite non sono state acquistate, mentre taluni piani sono rimasti sulla carta. Le motivazioni sono tante, ma sono due quelle principali: la fede nell’ideologia della crescita continua, e la sottovalutazione della crisi del capitalismo e dell’euro zona che ha intaccato anche il risparmio dei cittadini. Per uscire dalla crisi due sono le soluzioni affrontate dal dibattito; la prima soluzione propone di restare sull’attuale piano ideologico promettendo di ricercare i capitali necessari fra i soggetti privati, sfruttando sempre l’interesse economico della rendita. La seconda soluzione propone una declinazione in due rami: entrambi i rami partano dal presupposto di ripristinare la sovranità monetaria, e il primo ramo non rinuncia alla logica della rendita dei privati, mentre il secondo ramo è quello nuovo, cioè proporre di associare alla recuperata sovranità i nuovi paradigmi culturali figli della bioeconomia per transitare definitivamente su un sistema etico e naturale delle scelte territoriali e garantire risorse alle presenti e future generazioni.

Non ci vorrà molto tempo per capire quale soluzione convincerà chi controlla le istituzioni, poiché l’implosione del capitalismo sta rilasciando i suoi pesanti effetti proprio in questi anni. La crisi innescata da un’industria fuori controllo, quella bancaria e finanziaria, sta fagocitando i risparmi privati, proprio in questo periodo, e se il sistema istituzionale ha risposto salvando se stesso attraverso nuovi poteri e funzioni alla banca centrale europea, gli stessi sanno bene che per impedire una rivoluzione dei popoli dovranno aggiungere e concedere nuovi e potenti strumenti monetari per restituire libertà alle comunità che stanno morendo sotto i colpi di una religione innaturale e diabolica. Il mostro del capitalismo si è trasformato in animale che inventa se stesso a mezzo internet spostando i capitali attraverso le giurisdizioni segrete e facendo apparire gli investimenti pubblici e privati soprattutto nei paesi emergenti. Questo mostro capitalista ha divorato persino parte di se stesso, e uno di questi ambiti comprende anche la cosiddetta old economy delle costruzioni, tant’è che in talune città europee certe trasformazioni urbanistiche sono state finanziate proprio da fondi pubblici e privati sospetti. Tali operazioni, non passate inosservate, hanno evidenziato proprio la crisi del settore che ricorre a rapporti amicali e favori politici globali per realizzare i capricci dei Sindaci, svelando fino a che punto gli interessi delle comunità siano stati rimossi dei processi di governance. Nel restante territorio le trasformazioni urbanistiche escluse dai circuiti dei capitali globali sono fallite per le ragioni sopradescritte.

Presidenti di Regioni e Sindaci sono eletti direttamente dai cittadini e a differenza delle persone nominate nei Governi e nei Parlamenti rispondono direttamente circa il loro operato. Costoro, o recuperano un’autonomia decisionale facendo scelte ascoltando le nuove opportunità politiche, oppure, all’indignazione popolare ampiamente alimentata dalla crisi e dalla stampa che favorisce l’apatia e l’astensionismo, si aggiungerà anche la potente e influente lobby delle costruzioni. In tal senso i piani urbanistici espansivi vanno trasformati in piani di rigenerazione urbana e la difficoltà culturale e tecnica sta nell’avere il coraggio di proporre piani senza gli incentivi volumetrici. Non può essere l’aumento delle superfici da vendere sul mercato, l’incentivo che ripaga i costi delle trasformazioni poiché il mercato stesso non è più capace di assorbire un’offerta che non risponde al desiderio e alle possibilità economiche dei territori. La soluzione è nota: restituire energia allo Stato con moneta sovrana a credito, e non più a debito. Il conflitto culturale è altrettanto noto, e i seguaci neoliberali rappresentano la maggioranza fra le istituzioni pubbliche e private, e non intendono ammettere l’implosione del capitalismo. Ancora una volta la convenienza economica, e in questo caso direi la sopravvivenza di una lobby, agirà nel proprio interesse e influenzerà i politici per cambiare il corso della crisi. Già nell’Ottocento e poi nei primi anni del Novecento, la scelta politica fu quella di aggiustare i luoghi urbani deteriorati dall’industria, e l’impulso partì dagli sia da Stati che battevano moneta sovrana e sia dall’invenzione di istituti bancari ad hoc. Scelte politiche analoghe furono intraprese sia dall’Inghilterra negli anni ’70 che cominciò la moderna rigenerazione urbana con investimenti pubblici, e sia durante gli anni ’50 negli USA che finanziarono programmi di rinnovamento urbano. Adesso le condizioni finanziarie globali sono mutate, e soprattutto è mutata la disponibilità delle risorse naturali, cosa significa? Che l’idea già paventata di tornare alle politiche neokeynesiane contribuirebbe alla distruzione dei sistemi naturali e potrebbe polverizzare i capitali finanziari generati dalle scommesse, per questo motivo l’evoluzione si trova sul nuovo piano, e cioè quello bioeconomico che ci consente di uscire dalla mercificazione dei suoli attribuendo il vincolo di inalienabilità ad ampi territori del pianeta Terra. Tornando alle politiche urbane sappiamo che le risorse per rigenerare le città ci sono, manca la volontà politica di uscire dalla mercificazione per favorire il recupero dei tessuti urbani esistenti a prezzo di costo e introducendo detrazioni e leve fiscali per la ristrutturazione urbanistica e i trasferimenti di volume necessari in alcune aree urbane degradate. Rigenerare seriamente le aree urbane significa abbattere le rendite di posizione, poiché interventi con una regia pubblica possono favorire il coinvolgimento degli abitanti, e ciò potrebbe far emergere l’interesse delle rendite immobiliari palesando pubblicamente il conflitto generato dal capitalismo, e quindi risolverlo a favore dell’interesse generale.

Tornando alla trasformazione del capitalismo in mostro internettiano e virtuale, che crea moneta dal nulla sia attraverso il sistema del prestito e sia attraverso i famigerati strumenti finanziari (le scommesse e fondi speculativi), ecco, sarebbe saggio compiere il salto d’uscita dallo stesso capitalismo. Agli Stati non conviene farsi prestare una moneta a debito, e se teniamo alla sopravvivenza della nostra specie, in un pianeta di risorse finite, l’unico sistema che funziona è quello che copia i processi economici naturali. E’ di moda chiamarla economia circolare in contrapposizione al sistema di produzione capitalista di tipo lineare. Dovremmo cancellare convenzioni e costumi di un sistema economico immorale, inventato dalle caste politiche per tenere i popoli in schiavitù. Il capitalismo dopo avere reso merce ogni cosa che ruota intorno a noi, si sta sganciando dalla merce lavoro travolgendo ampi settori dell’economia reale (old economy). Da alcuni decenni non è più il lavoro la fonte primaria della ricchezza materiale. Cosa significa? La specie umana condizionata dalla religione capitalista ha l’opportunità di liberarsi del lavoro e stabilire un nuovo patto sociale. Finisce un’epoca durata circa trecento anni, può cominciare l’epoca di transizione verso la prosperità. La specie umana ha una grande opportunità: riporre l’invenzione della banca e della moneta nel loro ruolo originario, ma in una veste altrettanto nuova, e cioè usare lo strumento di misura monetario per attività socialmente utili e commisurarlo alla politica delle risorse vincolate dalla legge dell’entropia. I debiti pubblici vanno rimessi e gli Stati rinvigoriti con moneta a credito secondo gli interessi generali: felicità e formazione cultuale dei popoli, innovazione e ricerca, rigenerazione dei territori. L’obiettivo non è più l’aumento della produttività ma lo sviluppo umano rispettando l’uso razionale delle risorse che genera nuova occupazione utile.

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