Standard “ottimali”


1.5.4.1       Standard “ottimali”

standard ottimali

Cosa si potrebbe fare per misurare e valutare meglio i tessuti urbani esistenti e progettare adeguatamente gli standard? La letteratura suggerisce una lista[1]:

  • articolare lo standard in base alle caratteristiche (posizionali, demografiche, infrastrutturali, socio-economiche, culturali) dei Comuni;
  • adeguare le modalità di calcolo della capacità insediativa;
  • fare il bilancio sociale, basato sulla domanda/offerta di servizi;
  • riferire gli standard non più alle zone omogenee ma all’intero abitato;
  • considerare, nella distribuzione spaziale dei servizi, non soltanto la disponibilità delle aree occorrenti, ma anche l’acquisibilità;
  • spostare l’attenzione dall’attrezzatura al servizio che vi si svolge ed al modo in cui esso viene erogato, privilegiando il rendimento del servizio in termini di efficienza ed efficacia;
  • adottare il principio di separatezza, distinguendo tra servizi essenziali ad elevato contenuto sociale, che il Comune deve garantire a tutti i cittadini, e servizi complementari o integrativi che possono essere offerti dal mercato;
  • generalizzare il Piano integrativo dei Servizi Urbani (PSU) come strumento settoriale tecnico manageriale, assegnandone il compito non solo di calibrare l’offerta dei servizi ma anche quello di regolarne l’offerta pubblico/privata;
  • abbandonare lo standardquantitativo, o almeno integrarlo con giudizi sia di rendimento dei servizi e delle attrezzature, sia di valore dei beni asserviti (terreno, fabbricati, manufatti), che nel caso siano privati, deve tener conto dell’entità dell’investimento ma anche del profitto, cioè delle plusvalenze che il privato ne trae;
  • tenere conto delle esigenze (ignorate dal DM 1444/68) di nuovi servizi (cultura, svago, tempo libero) e di nuovi utenti (vecchi, giovani, immigrati, utenti occasionali o temporanei);
  • tener conto dell’offerta privata di servizi, delle condizioni d’uso delle attrezzature e dell’accessibilità con il trasporto pubblico;
  • applicare, infine, il principio di pari opportunità, per garantire ad ogni cittadino eguali possibilità di fruizione dei servizi urbani.

Oltre le proposte manualistiche, il dibattito sugli standard si riaccende, e secondo Silvia Viviani, Presidente dell’INU: «le nuove dotazioni pubbliche sono le reti ecologiche che ospitano la mobilità lenta e permettono la riproduzione di biodiversità, le opere di bonifica e di difesa dei suoli, i servizi dell’abitare sociale, la produzione energetica, gli spazi che servono per ridurre le isole di calore e quelli da lasciare liberi per gestire le emergenze, quelli che servono per l’aria e l’acqua, per la riforestazione e per l’agricoltura di città. È tempo di indicare i nuovi minimi inderogabili per i progetti unitari di risanamento e riabilitazione dei luoghi urbani. La necessità di collegare la pianificazione urbanistica e le azioni sociali è attuale come non mai: l’urbanistica non è confinabile nei settori tecnici e amministrativi, ha una valenza sociale, deve tornare nelle agende politiche»[2].

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] Colombo, et al., Op. cit. , 2013.
[2] Viviani, Op. cit. 2016