Programmi per la rigenerazione


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.3.4     Programmi per la rigenerazione

Prima di esporre un elenco di politiche urbane affini alla concezione rigenerativa, è necessario accennare brevemente alle caratteristiche politiche degli attori principali circa il governo del territorio: lo Stato ed il cosiddetto mercato. Lo Stato è l’espressione degli interessi generali, cioè di natura pubblicistica, mentre il mercato è l’espressione degli interessi particolari, cioè di natura privatistica. È consuetudine ritenere che i due Enti siano in conflitto fra loro, poiché lo Stato agisce in maniera coercitiva, mentre il mercato agisce su base volontaria rispetto alle condizioni di mercato, cioè rispetto al prezzo e al profitto. Nel corso della storia sia lo Stato che il mercato sono stati utilizzati per promuovere politiche e programmi urbani, a volte mischiando le due entità. La storia economica insegna che uno strumento fondamentale per promuovere linee politiche è il controllo della moneta[1]. Le tesi di Keynes sono che le variabili reali dipendono dalle variabili monetarie e finanziarie (la moneta non è neutrale) e che un’economia capitalistica non pianificata non riesce a tendere a una posizione di equilibrio per la piena occupazione[2]. Oggi i Governi dell’euro zona hanno abdicato il potere di emettere e controllare la moneta, e l’economia è prevalentemente condizionata dal sistema del mercato borsistico, dai paradisi fiscali[3] e dalle società offshore[4], contribuendo ad aumentare diseguaglianze e alimentare frodi a danno degli Stati[5]. Prima che l’invenzione dell’economia, l’invenzione della finanza telematica, la televisione e la pubblicità riuscissero a prevalere nell’immaginario collettivo ci furono diverse sperimentazioni per costruire società e comunità a favore dello sviluppo umano. Le città del mondo greco romano erano sostanzialmente ambienti per favorire la convivialità, la spiritualità, lo scambio, e tale concezione rimase immutata fino alla nascita della borghesia mercantile e la successiva invenzione del capitalismo attraverso l’invenzione delle banche, il finanziamento delle guerre e l’industrialismo, cioè la produzione di massa delle merci. I conflitti sociali, culturali e la regressione umana sono essenzialmente una crisi delle coscienze frutto della cosiddetta società moderna forgiata nel monetarismo[6]. Per favorire la rigenerazione delle città in senso morale è necessario progettare e costruire spazi pubblici per favore la cultura, la bellezza, l’incontro e la convivialità uscendo dalla consuetudine progettuale condizionata dal profitto generato dalle rendite e dal sistema offshore[7].

Intorno al 1776, con straordinario anticipo rispetto alla visone futura [uguaglianza e diritti civili] della società fu promosso nel Regno delle Due Sicilie un vero e proprio primato di comunità sostenibile poiché l’esempio di San Leucio, non molto distante dalla Reggia di Caserta, fu un modello insediativo che univa la concezione spaziale, lavorativa, e architettonica con quella sociale e culturale generando il primo sistema di Stato sociale[8]. L’insediamento fu concepito come comunità auto sufficiente per produrre tessuti di qualità, con abitazioni e servizi per i bisogni di tutti gli abitanti. L’approccio culturale di questo insediamento ideale emerse dai contributi suggeriti dagli studi umanistici, filosofici, sociali e giuridici di Antonio Genovesi[9], Gianbattista Vico[10] e Gaetano Filangieri[11] che animavano il contesto culturale di quel periodo.

In Inghilterra nel 1848 Edwin Chadwick, assistente presso la Commissione dei poveri, comprende il nesso fra non pochi problemi sociali e condizioni dell’ambiente fisico, concentrando l’attenzione operativa sulla città. Chadwick fece adottare alcune «misure preventive culminate nel Public health act del 1848, origine dei nostri regolamenti di igiene e di edilizia, e fra l’altro nel 1851 la nascita del provvedimento di costruire residenze per i meno abbienti, anticipando di mezzo secolo la legge Luzzatti che dà impulso alla fondazione dei nostri istituti per le case popolari»[12].

Nel 1937 sir Montague Barlow venne incaricato dal primo ministro Neville Chamberlain di presiedere una Commissione per lo studio delle attività produttive al fine di trovare soluzioni ai problemi derivanti dagli squilibrati processi di sviluppo economico in regioni come il Galles, la Scozia e il nord-est. Nel 1938 il Parlamento vota il Green Belt Act che blocca l’espansione di Londra. Nel 1940 Barlow pubblica il suo rapporto consigliando una politica di decentramento e di riequilibrio: un’autorità avrebbe dovuto usare strumenti come città-giardino, città-satelliti, e interventi nei centri già esistenti.

Nel 1939 in Danimarca, la salute è l’elemento costitutivo delle attività di rinnovo urbano che viene avviato con la legge del 1939, denominata Housing Sanitation Act con l’obiettivo di migliorare la qualità urbana, motivata dalle cattive condizioni nelle aree deteriorate nella capitale. La legge prevedeva la demolizione di immobili e strutture produttive qualora non fossero più rispondenti a caratteristiche minime di qualità[13].

Negli USA all’inizio del Novecento il problema della casa era prevalente in città come New York, Boston e Chicago ove si organizzò la city Homes Association che si occupò di divulgare modelli abitativi con scopo di trarne un dividendo, e poi si aggiunsero compagnie filantropiche per migliorare la qualità dell’offerta abitativa. Nel filone culturale dell’urban renewal accadde che negli USA, nel 1958, fu approvato un programma per il rinnovamento urbano (Federal Urban Renewal program, Johnstone, 1958) e favorire le trasformazioni urbanistiche per migliorare le condizioni ambientali nelle città[14].

Dagli anni ’80 in poi, a seguito di queste sperimentazioni emerge un movimento culturale denominato New Urbanism che promuove la progettazione di quartieri più sostenibili in antitesi al movimento moderno; in Europa negli anni ’90 nasce un movimento denominato rinascimento urbano ispirandosi alle città tradizionali ed al New Urbanism stesso.

Nel 1978 in Inghilterra fu elaborato un “libro bianco” denominato Policy for the Inner city che fissava le linee per la politica urbana nazionale e si proponeva di affrontare i problemi delle aree urbane interne in termini di legislazione e di risorse, per esempio sostenendo le imprese locali, oppure ancora con ritocchi istituzionali e con accordi di programma con Governo centrale e Amministrazioni locali[15].

Il rinnovo urbano realizzato in Inghilterra calcola che alla fine degli anni ’70 fossero state demolite quasi due milioni di case – rialloggiando cinque milioni di persone – e ne fossero state riattate, grazie alle sovvenzioni governative, più di tre milioni, modificando profondamente il tessuto urbano delle città britanniche[16]. Per ovviare a problemi sociali nel 1969 il Governo britannico varò un «nuovo Housing Act che introdusse le General Improvement Area (GIA): le Amministrazioni locali furono obbligate da quel momento a consultare i residenti circa le operazioni urbanistiche che li avrebbero coinvolti direttamente ricevono fino a cento sterline per alloggio per porre mano a lavori di carattere ambientale»[17].

Dove nacque la rigenerazione urbana, in Inghilterra, nel 1977 l’Urban Programme cominciò a sostenere gli interventi con finanziamenti pubblici che variavano dai 66 milioni ai 125 milioni di sterline, l’anno successivo il programma finanziava fino a 100 milioni di sterline[18]. Durante le successive elezioni del 1979 emersero altre ipotesi di finanziamento ispirandosi alle teorie neoliberiste col fine di coinvolgere settori privati.

Marcelloni ricorda che sin dagli anni ottanta si è assistito a processi di deregolamentazione dei rapporti fra Stato e privati nel campo delle politiche economiche cui hanno corrisposto, in forme esplicite o implicite, paralleli processi di deregolamentazione urbanistica. E’ fin troppo nota la vicenda inglese che trova nella costituzione delle corporations con ampi poteri, anche urbanistici, rispetto alla gestione delle municipalità[19], il momento formalmente più noto.

All’inizio del Novecento in Germania si affrontò il tema della casa soprattutto sotto il profilo giuridico ed economico per risolvere il problema degli speculatori che acquistavano terreni per trarne profitto. L’esempio paradigmatico fu quello della città di Ulm che acquistò i terreni ove fabbricare case e dare i suoli in diritto di superficie; mentre per le case destinate agli operai, è il Comune stesso a fabbricare che rivende a prezzo di costo. In questo modo Ulm risolse il problema della speculazione[20].

Nel 1991 il Senato di Berlino approvava il programma di risanamento, modernizzazione e completamento di circa 270.000 edifici prefabbricati nei grandi quartieri dell’ex Berlino est, consistente in una serie d’investimenti per la ristrutturazione, anche attraverso intervento di nuove progettazioni[21].

Nel 1992, in Danimarca, il Governo approva l’Urban Renewal and Improvement of Housing Act sul quale si basano le strategie di rigenerazione urbana, prevedendo tre tipi di intervento: la rigenerazione di aree in decadenza; il recupero di aree residenziali degradate; l’eliminazione di qualsiasi elemento che metta a rischio la salute degli abitanti o che possa essere causa di incendi[22].

Nel 1993, in Inghilterra, fu istituita un’agenzia a livello nazionale, Urban Regeneration Agency (URA) con competenze sul tema della “rigenerazione urbana”.

Nel 1998 Richard Rogers è invitato a presiedere una Urban Task force ove si propone un’idea di città tecnologica e sostenibile, una città compatta e ad alta densità pensata attorno ai suoi spazi pubblici. I punti fondamentali proposti da Rogers sono: la vicinanza, la buona qualità dello spazio pubblico, la presenza del paesaggio naturale, l’utilizzazione delle nuove tecnologie, la protezione della campagna dallo sviluppo urbano. Nel 2005, sei anni dopo il suo incarico Rogers stila un primo bilancio[23]: le densità edilizie si sono incrementate, da una media di 25 alloggi per ettaro nel 1997 ai 40 alloggi per ettaro nel 2005; c’è stato un aumento degli investimenti in trasporti e infrastrutture pubbliche; gli investimenti privati sono stati orientati verso le città; 39 miliardi di sterline sono stati stanziati per i prossimi cinque per il Sustainable Communities Plan, si è sostenuto il riuso delle aree già urbanizzate (brownfields) anziché edificare su spazi liberi (greenfields).

Nel 2000 in Francia la legge Gayssot-Besson promuove uno sviluppo delle aree urbane basate sull’implementazione dei principi di coerenza e coesione sociale. La filosofia complessiva della riforma (leggi Voynet e Chevènement) cerca di individuare nuovi strumenti di composizione tra i nuclei rurali e gli agglomerati urbani per adottare politiche di welfare in assonanza ai principi di coesione, solidarietà e rinnovo urbano che rappresentano gli assi portanti della riforma. Nuovo strumento urbanistico è lo Scot (Schéma de cohérence territoriale) nel codice dell’urbanistica francese che deve rispondere all’obiettivo primario di tradurre in modo organico e coerente l’evoluzione della domanda d’identità delle nuove comunità urbane in un contesto del quale il tema del rinnovo urbano viene ritenuto strategico per limitare la prepotente espansione dell’habitat nel periurbano[24].

In Francia, interessata nel 2005 dalla rivolta delle Banlieues, letteralmente i ”non luoghi”, è stata avviata una politica nazionale di rinascimento urbano. È stata emanata una legge nazionale e istituita un’agenzia: l’ANRU, Agence Nationale pour la Rénovation Urbaine.

In Italia, all’inizio del secolo Novecento si introdussero provvedimenti d’ispirazione socialista al fine di affrontare e risolvere il problema della casa per i ceti meno abbienti, mentre nel dibattito internazionale si evidenziò il problema del demanio delle aree da gestire tramite il diritto di superficie. Le politiche abitative per i ceti meno abbienti vennero affrontate importando il modello delle città giardino, le cooperative e la Società Umanitaria, che fecero nascere successivamente l’Istituto Autonomo della Case Popolari (IACP)[25].

Dal dopoguerra in poi nacquero i piani di ricostruzione – D.L. 145/1945 – per soddisfare il fabbisogno abitativo (dagli anni ’50 fino agli anni ’70); nel 1960 Giovanni Astengo, insieme ad altri architetti ed Enti pubblici, fu il promotore della Carta di Gubbio[26], nel 1990 fu proposto un aggiornamento della Carta Gubbio con alcuni ripensamenti e con l’estensione del principio di conservazione dai centri storici all’intero territorio al fine di volgere il campo d’interesse verso la conservazione e la valorizzazione degli spazi naturali, del patrimonio storico, culturale e dei paesaggi[27]; poi ci furono la L.457/1978 con le zone di recupero ed i piani per il recupero del patrimonio edilizio esistente.

Negli anni ’90 arrivarono i “programmi complessi” e la “programmazione regionale”, cioè “interventi di recupero” e “riqualificazione” urbana attraverso diversi strumenti tecnico-giuridici. I programmi complessi trovavano copertura finanziaria sia dai fondi europei che da quelli nazionali e dalle Regioni[28]. Ad esempio, l’esperienza dei Programmi Urban nei centri storici, avviata nel 1994 fino al 1999, che coinvolse 16 Comuni, poi ci furono 46 Comuni coinvolti dai Contratti di Quartiere approvati dal Comitato esecutivo del CER, e poi 9 programmi aggiuntivi approvati dal Parlamento, con risorse della legge 94/1982 che poi trovano la luce a gennaio del 1998. In seguito fu avviata l’esperienza dei programmi PRUSST (Programmi di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile sul Territorio) ove 127 furono dichiarati idonei, con 87 casi finanziati con risorse del CIPE di cui alla legge 341/1995. A questi dati vanno aggiunti le esperienze dei piani regionali con gli interventi di recupero, i programmi integrati d’intervento ed i programmi di recupero urbano.

Il legislatore italiano durante il dopo guerra indirizza buona parte dello sviluppo economico nell’ambito dell’edilizia, infrastrutture e politiche abitative. Il risultato di questi programmi politici per l’edilizia popolare non è stato sempre positivo, anzi, spesso è accaduto il contrario. È possibile cogliere un aspetto inquietante nella programmazione politica dell’edilizia economica e popolare, partito da un equivoco semantico e poi sostanziale. È vero che dal dopo guerra bisognava ricostruire, ed è vero che molti cittadini fino agli anni ’80 non avevano l’opportunità per pagarsi un alloggio, e così lo Stato ha agevolato i ceti meno abbienti per l’acquisto della prima casa. Lo Stato ha sovvenzionato l’edilizia popolare poiché i ceti meno abbienti non potevano accedere all’edilizia privata. In questi programmi non si è perseguito l’obiettivo della qualità della vita nelle città, l’obiettivo della qualità architettonica e urbana, ma si sono realizzati quartieri ghetto per i meno abbienti, quartieri dormitori. «La richiesta di occupazione e di lavoro, la richiesta di una mobilità scorrevole di case unifamiliari provviste di tutti i comfort tecnologici hanno avuto la priorità sulla qualità dell’aria, sulla salubrità delle nostre città, sullo stesso nostro benessere psicofisico. Non c’è autentica coscienza del crescente degrado ambientale. Non ci accorgiamo della perdita della bellezza»[29]. Il problema dell’accesso alla casa si riduce a una questione di costi, lo Stato potrebbe pagare la differenza dell’acquisto dell’alloggio direttamente dall’edilizia privata esistente, pagando il giusto prezzo di mercato, e questa strategia riduce l’inutile spreco di suoli agricoli. Strategie di questo tipo sono state sperimentate in varie Nazioni, e di recente il Comune di Parigi acquista alloggi in pieno centro, li ristruttura e li concede in affitto con l’equo canone ai ceti meno abbienti.

Con la L. 560/1993 inizia la liquidazione delle Iacp (Istituto autonomo case popolari) vendendo alloggi a prezzi irrisori. Con il decreto legislativo 112/1998 (decreto Bassanini) è sciolto il CER lo strumento che aveva coordinato le politiche abitative e si attribuisce alle Regioni ogni potestà. «Lo Stato a partire del 1998 (quindi ad opera di un Governo di centro-sinistra) si libera della politica abitativa abbandonando ogni strumento di programmazione, le scarse risorse vengono avaramente inserite nei capitali delle leggi finanziarie»[30].

Invece, fra la fine degli anni ’80 e inizio anni ’90 i Governi italiani ebbero una particolare attenzione per le città istituendo il Ministero per le aree urbane, poi soppresso, e di recente i Governi Monti e Letta, hanno ideato il Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU) e lanciato l’iniziativa “piano città“, ma con scarse risorse: 318 milioni. Il CIPU a marzo 2013 pubblica le linee guida per una politica nazionale per le città puntando sulla riqualificazione urbana, e l’uso dei fondi comunitari 2014-2020 e nazionali.

Negli anni ’10 di questo secolo torna il problema dell’acquisto della prima casa poiché la recessione del sistema capitalistico ha aumentato le diseguaglianze economiche[31], è aumentata la povertà, sono aumentati i disoccupati e ridotto il potere d’acquisto salariale. L’ultimo rapporto Svimez del 2015 mostra la disparità di investimenti[32] fra Nord e Sud dell’Italia favorendo l’aumento delle diseguaglianze geografiche[33].

Nel continente europeo è in corso d’opera un complesso progetto politico denominato Unione Europea (UE) con grandi contraddizioni democratiche e finanziarie poiché L’UE non è uno Stato, e tanto meno una confederazione di Stati. Chi aderisce al progetto politico cede parti di sovranità. Parlamento europeo, Commissione e Consiglio d’Europa promulgano direttive politiche ed una Commissione del Parlamento italiano si occupa di “accordare” le direttive europee con le leggi nazionali. All’interno dell’UE esiste l’euro zona; e i Paesi aderenti sono 28, di questi 19 usano l’euro, mentre 2 hanno deciso di non aderire all’euro: Danimarca e Regno Unito che ha deciso di uscire dall’UE. Sotto il profilo meramente economico l’UE si finanzia sia coi dazi d’importazione, e sia raccogliendo le tasse dei cittadini contribuenti per sostenere le istituzioni che decidono la ridistribuzione attraverso linee politiche. Fra queste linee c’è anche il sostegno alle città[34], e per il raggiungimento di tali obiettivi l’UE predispone strumenti finanziari ad hoc. Ad esempio, l’UE secondo le sue priorità politiche ha elaborato un’agenda urbana europea con degli obiettivi da raggiungere (“Cities of tomorrow: investing in Europe”, 2014), e promuove un programma di scambio d’idee, linee guida e un progetto denominato Urbact II (2013). Buona parte degli obiettivi dell’agenda si concentrano sulla sostenibilità, cioè come affrontare i cambiamenti climatici, come sfruttare le energie rinnovabili, migliorare l’educazione, adottare trasporti non inquinanti ed altro ancora. Tali obiettivi sono perseguibili anche con incentivi aderendo ai programmi come “Green Capital Award”, “Smart cities”, “Communities European innovation partnership”, “Covenant of Mayor” (“Patto dei Sindaci”). Un Ente pubblico può deliberare l’adesione a questi programmi e accedere ai fondi della Banca Europea degli Investimenti (BEI) per il perseguimento degli obiettivi condivisi. Dal punto di vista urbanistico culturale tali programmi fanno esplicito riferimento al rinnovo urbano (urban renewal). L’enorme limite dei fondi europei è che non sono a fondo perduto ma sono prestiti e vincolati alla disponibilità del co-finanziamento fra soggetti pubblici e privati.

Intorno al 1998 prima, e nel 2006 poi, l’Unione Europea attraverso il progetto ESPON[35] e la pubblicazione del libro verde sulla coesione territoriale decise di promuovere la strategia basata sulla teoria delle reti di città. Tale progetto ha messo in discussione lo sviluppo delle città promuovendo nuovi modelli e sostenendo che «ciò che avviene in tema di sviluppo in un singolo polo dipende da ciò cha avviene complessivamente nel sistema urbano, in termini di funzioni svolte e relazioni instaurate, per cui regioni caratterizzate da gruppi di città medie loro connesse possono raggiungere un livello di sviluppo e una capacità innovativa e competitiva pari o addirittura superiore a quelle di regioni con città monocentriche di pari dimensioni»[36] In termini pratici e di pianificazione, prima di tutto, è stato definito il termine policentrismo cioè un’area territoriale basata sulla pluralità di centri riferendosi sia all’aspetto morfologico (distribuzione dell’edificato) e sia a quello funzionale (relazioni fra i poli). Innanzitutto sono stati individuati i bacini (unità territoriale minima di analisi) che individuano i Sistemi Locali del Lavoro (SLL)[37], oppure FUA (Functional Urban Areas), facenti parte di una scala territoriale, ossia quella regionale. Secondo le indicazioni appena citate tutte le Regioni italiane, sono state ripensate in tal senso attraverso due indicatori semplici: distribuzione della popolazione tra le diverse FUA e relazioni fra le stesse.

L’Accordo di Partenariato 2014-2020[38] contiene le basi per la strategia comune dell’agenda urbana articolata entro tre drivers di sviluppo: 1) ridisegno e modernizzazione dei servizi urbani per i residenti e gli utilizzatori della città, seguendo il paradigma della smart city; 2) pratiche e progettazione per l’inclusione sociale per i segmenti di popolazione più fragile e per aree e quartieri disagiati; 3) rafforzamento della capacità delle città di potenziare segmenti locali pregiati di filiere produttive globali. «Con riferimento ai tre drivers e con l’obiettivo di concentrare le politiche negli ambiti urbani che maggiormente possono giocare un ruolo di rafforzamento della competitività e capacità d’innovazione del paese, l’agenda urbana si declina su due geografie urbane»[39]: dieci città metropolitane e città medie e i poli urbani regionali. A questi indirizzi viene associata la programmazione economica dei PON e dei POR, ma l’approccio non è affatto adeguato sia in termini quantitativi e sia in termini qualitativi poiché le istituzioni hanno abbandonato una corretta ed efficace programmazione politica. I problemi urbani sono aumentati[40] ma gli strumenti legislativi sono inadeguati e insufficienti. Lo stesso approccio dell’agenda urbana è reso inefficace alla risoluzione dei problemi poiché gli apparati del potere politico-amministrativo indirizzano gli obiettivi su interessi che non coincidono con l’interesse generale, «l’azione pubblica è di cattiva qualità non per incapacità delle classi dirigenti che ne sono responsabili, ma per la loro espressa volontà»[41].

La programmazione economica forse segue gli indirizzi del CIPU, che sono rimasti generici e poco approfonditi rispetto ai problemi delle città e del territorio. Gli stessi documenti d’indirizzo non hanno un approccio bioeconomico, e tanto meno il legislatore ha avviato un aggiornamento della legislazione urbanistica tenendo conto della crisi delle città. Tale programmazione segue solo l’indirizzo dettato dalle direttive europee, immature e inadeguate rispetto alle peculiarità italiane, che richiedono ben altre attenzioni e approfondimenti.

Il Ministero dei Beni culturali, con Decreto Ministeriale N.3/2014, crea la Direzione Generale Arte e Architettura contemporanea e Periferie Urbane (DGAAPU). La DGAAPU, fra il 15 aprile e 15 giugno 2016 presenta una mostra delle periferie costruite con la legge 167/62, che meritano un intervento di recupero. «Le città pubbliche, in cui la cultura degli architetti e degli ingegneri ha incrociato positivamente le politiche del welfare, possono costituire uno dei motori di strategie allargate di riqualificazione e, spazio pubblico e servizi, sono il campo di azione su cui intervenire»[42] afferma Federica Galloni, direttrice della DGAAPU.

Dal punto di vista ambientale l’UE e il Governo, nel 2013, hanno pubblicato attraverso il Ministero dell’Ambiente la Strategia Nazionale di Adattamento Climatico con l’obiettivo di attivare processi e interventi tesi a limitare gli impatti dei cambiamenti climatici che coinvolgono l’intero territorio nazionale e quindi anche gli insediamenti umani.

Dal punto di vista della pianificazione è più utile individuare le forme insediative, cioè le “figure dell’urbanizzato” presenti dentro questi ambiti territoriali relazionali[43] al fine di interpretare correttamente la società e pianificare adeguatamente il governo del territorio, sia per rigenerare le aree urbane e sia per introdurre l’approccio territorialista con la “bio regione urbana”.

Coerente con quanto sopra esposto, una strategia di piani e programmi può essere adattata per i sistemi locali e proporre di trasformarli in bio regioni urbane e bio distretti con l’adozione di piani regolatori intercomunali, in maniera tale di avere assetti del territorio omogenei su ampi ambiti – sistemi locali – ed eterogenei rispetto alle proprie caratteristiche antropiche, naturali e commerciali (rilocalizzare le produzioni). Osservando le forme insediative, i piani regolatori intercomunali dovranno coniugare lo sviluppo delle capacità locali identitarie e tutelare le risorse locali; adottare l’approccio conservativo, e l’uso razionale delle risorse energetiche e naturali, per conservare lo stock di capitale naturale.

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[1] Galbraith, Op. cit. , 2015.
[2] Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, Torino, 2009.
[3] «I paradisi fiscali europei presero realmente slancio durante la prima guerra mondiale, quando i governi inasprirono la tassazione per finanziare lo sforzo bellico» (Shaxson, Le isole del tesoro,Milano, 2014, pag. 22).
[4] «L’attività offshore consiste fondamentalmente nel manipolare in modo artificiale le tracce cartacee dei movimenti finanziari transfrontalieri» (Shaxson, Op. cit., 2014, pag. 18).
[5] Shaxson, Op. cit., 2014.
[6] Jappe, Contro il denaro, Milano, 2013.
[7] «I problemi posti dal ciclo finanziario al settore immobiliare sono poi di recente aggravati dalla crescita del cosiddetto “shadow banking” e delle “clearing houses”, vale a dire dalla forte crescita a livello globale di attività finanziarie occulte, o comunque svolte al di fuori dei circuiti ufficiali, che riducono le capacità di controllo delle autorità monetarie sull’andamento dei flussi finanziari. In carenza di capacità globali di controllo sui flussi finanziari, appare tanto più urgente una ripresa delle capacità di controllo locale su tali fenomeni, alla scala dei sistemi metropolitani, onde poter regolare la domanda di artificializzazione del suolo distinguendo fra necessità reali e profili speculativi» (Ombuen, 2013).
[8] Codice di leggi sapienti (1789), che fu detto la più bella opera che la dottrina di Gaetano Filangieri e le riforme sociali di Bernardo Tanucci avessero saputo ispirare. In esso l’educazione pubblica è considerata la prima origine della pubblica tranquillità, la buona fede la prima delle virtù sociali, il merito la sola distinzione fra gli individui.
[9] Genovesi (1713-1769), filoso ed economista salernitano, nel corso dei studi svolti a Napoli si interessò al concetto di felicità e al rapporto con l’economia, riprendendo il tema aristotelico circa la critica sull’accumulo e osservando il contrasto fra la felicità umana e il “capitale”.
[10] Vico (1668-1744), filosofo e giurista napoletano, è un precursore del concetto di “bellezza civile”, cioè l’associazione astratta fra l’educazione civica degli abitanti con l’armonia degli spazi urbani e delle bellezze architettoniche, concetto poi utilizzato anche nella pianificazione per ampliare il concetto di bellezza nelle città.
[11] Filangieri (1752-1788), giurista napoletano, contribuì a porre le basi per la filosofia del diritto e teoria della giurisprudenza offrendo spunti concreti per l’esperimento di San Leucio, dettandone le norme di comportamento e i diritti all’assistenza e ai servizi anticipando lo strumento del “welfare state”.
[12] Tintori, Il territorio delle rivoluzione industriale, in L. Benevolo, op. cit. 2009.
[13] Musco, Rigenerazione urbana e sostenibilità, 2009.
[14] Se è vero che negli USA si avviarono programmi di rinnovamento urbano, è altrettanto vero che taluni piani furono la traduzione spaziale dello zoning funzionale, che creò non pochi problemi sociali in quanto la separazione funzionale dei suoli generò separazione delle classi sociali (i ricchi si scelsero i suoli “migliori e più centrali” e si alimentarono anche i problemi razziali) e consumo indiscriminato dello spazio; Gaeta, et al., Op. cit. , 2013.
[15] Morbelli, Op. cit., 2002, pag.54.
[16] Ibidem.
[17] Ivi, pag. 47.
[18] Roberts e Sykes, Urban regeneration: a manual handbook, Londra, 2000, pag. 73.
[19] Marcelloni, “La deregolamentazione urbanistica in Italia e in Europa”, in G. Campos Venuti, Op. cit.,1993, pag. 114.
[20] Bianciardi, Op. cit., 2005.
[21] Dileo, “Strategie di ricostruzione della città ad isolati: Berlino”, in L. Reale, Op. cit., 2012, pag. 89.
[22] Musco, Op. cit., 2009.
[23] Rogers, <http://archivio.eddyburg.it/article/articleview/5510/0/134/&gt;, (consultato il 21 luglio 2014).
[24] Monardo, “Mobilità urbana, servizi di trasporto e nuove istanze sociali”, in F. Karrer, Città e nuovo welfare, Roma, 2003.
[25] Bianciardi, Op. cit., 2005.
[26] “estratto” della Carta: “[…] Rifiutati i criteri del ripristino e delle aggiunte stilistiche, del rifacimento mimetico, della demolizione di edifici a carattere ambientale anche modesto, di ogni “diradamento” ed “isolamento” di edifici monumentali attuati con demolizioni nel tessuto edilizio, ed evitati in linea di principio i nuovi inserimenti nell’ambiente antico, si afferma che gli interventi di risanamento conservativo, basati su una preliminare profonda valutazione di carattere storico-critico, devono essenzialmente consistere in:
  1. a) consolidamento delle strutture essenziali degli edifici;
  2. b) eliminazione delle recenti sovrastrutture a carattere utilitario dannose all’ambiente ed all’igiene;
  3. c) ricomposizione delle unità immobiliari per ottenere abitazioni funzionali ed igieniche, dotate di adeguati impianti e servizi igienici, o altre destinazioni per attività economiche o pubbliche o per attrezzature di modesta entità compatibili con l’ambiente, conservando al tempo stesso vani ed elementi interni ai quali l’indagine storico-critica abbia attribuito un valore;
  4. d) restituzione, ove possibile, degli spazi liberi a giardino ed orto;
  5. e) istituzione dei vincoli di intangibilità e di non edificazione.
Si ravvisa la necessità che la valutazione storico-critica debba, per omogeneità di giudizi, essere affidata ad una commissione regionale ad alto livello e che la redazione dei Piani di Risanamento e dei comparti, da affidare ai tecnici qualificati, avvenga in stretta connessione con la commissione regionale e con i progettisti dei Piani Regolatori.” (Fonte: Associazione Nazionale Centri Storici-Artistici, ANCSA) .
[27] Perrone & Gorelli, Op. cit., 2012.
[28] Ombuen e Ricci, I programmi complessi, Milano, 2000.
[29] Cervellati, L’arte di curare le città, Bologna, 2000, pag. 36.
[30] Salzano, Op. cit., 2003, pag. 244.
[31] Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Milano, 2014.
[32] Professore che cosa sta frenando la crescita? «Indubbiamente il bassissimo livello degli investimenti ma dobbiamo ricordare sempre quello che spiegava Luigi Pasinetti, l’ultimo allievo vivente di Keynes: a distruggere la domanda ci vuole un attimo ma per ricostruirla occorrono fatiche d’Ercole. Meno di dieci giorni fa l’Istat ha diffuso un’analisi che evidenzia la flessione delle produttività. Questo crollo della produttività si porta dietro un decremento della total factory productivity cioè quella non misurata riconducibile alle infrastrutture materiali e immateriali. C’è un’altra cosa che è stata evidenziata è cioè che l’innovazione tecnologica non produce maggiore ricchezza ma sposta solo pezzi di questa ricchezza da alcune mani ad altre» Giulio Sapelli, docente di storia dell’economia all’Università di Milano, in La Città, 15 agosto 2015, pag. 4.
[33] «La contrazione del processo di accumulazione è il maggiore freno oggi alla ripresa, specie nel Mezzogiorno. Nel periodo di crisi la flessione della spesa per investimenti è stata profonda in entrambe le parti del Paese, ma con intensità notevolmente maggiore al Sud. Nel periodo 2008- 2014 gli investimenti fissi lordi sono diminuiti cumulativamente nel Mezzogiorno del -38,1%, circa 11 punti in più che nel resto del paese (-27,1%). Tale calo è continuato anche nel 2014, con una caduta ancora maggiore al Sud che al Centro-Nord: -4,0% a fronte del -3,1%. La caduta degli investimenti ha interessato tutti i settori dell’economia, assumendo dimensione particolarmente ampia nell’industria in senso stretto, crollata al Sud nel periodo di crisi 2008-2014 addirittura del 59,3%, una riduzione tre volte maggiore rispetto a quella, pur di per sé assai grave, del Centro-Nord (-17,1%). Il processo di accumulazione dell’industria meridionale aveva peraltro già vissuto una tendenza alla riduzione nel periodo precedente alla crisi (-5,9% tra il 2001 e il 2007) in presenza, invece, di un andamento positivo nel Centro-Nord (8,3%)» (“Anticipazioni sui principali andamenti economici”, dal Rapporto Svimez 2015 sull’economia del Mezzogiorno, pag. 11).
[34] Dal 2011 a seguito del rapporto Cities of Tomorrow: Challenges, Visions and Ways Forward, la Directorate General for Regional and Urban policy della Commissione europea ha adottato un nuovo regolamento dei Fondi Strutturali che sancisce l’obbligo di destinare almeno il 5% dei Fondi allo sviluppo integrato e sostenibile. Inoltre 330 milioni di euro sono stanziati per finanziare azioni innovative per lo sviluppo sostenibile nelle città (destinatarie diretta, senza filtro nazionale), al fine di promuovere progetti innovativi e sperimentali o studi nel campo dello sviluppo urbano.
[35] European Spatial Planning Observation Network è un programma europeo finanziato grazie ai fondi strutturali (Interreg III).
[36] Iommi, “Il policentrismo e la città regionale: un modello di organizzazione degli insediamenti”, in C. Perrone, Op. cit., 2012.
[37] Sistemi Locali del Lavoro (SLL), sono un’aggregazione del territorio non amministrativa ma funzionale per l’implementazione delle politiche per lo sviluppo del territorio. Tale suddivisione del territorio nazionale, che prescinde da vincoli di natura amministrativa preesistenti, tiene conto delle peculiarità socio economiche delle singole aree territoriali facenti parte dei Sistemi Locali del Lavoro. Ciò permette di mettere a punto politiche attive del mercato del lavoro e, più in generale, politiche per lo sviluppo del territorio più adeguate all’ambiente economico nel quale si intende intervenire.
I Sistemi Locali del Lavoro sono, in un certo senso, la risposta statistica alle teorie economiche sulla segmentazione del mercato del lavoro sviluppatesi a partire dagli inizi degli anni ’70. Difatti la prima segmentazione del territorio italiano in SLL è stata prodotta dall’ISTAT – IRPET nel 1981. In seguito, oltre ad un aggiornamento dei confini dei Sistemi Locali del Lavoro, realizzato in concomitanza con il censimento della popolazione del 1991, gli stessi SLL sono stati utilizzati in molte analisi statistiche (Relazione ISTAT, 1999) ed economiche del territorio (Viesti, 2000); fonte: Gianluigi Coppola, Fernanda Mazzotta, CELPE-DISES, “I sistemi locali del lavoro in Italia: aspetti teorici ed empirici”, Quaderni di ricerca 2, novembre 2005.
[38] A marzo 2013 il primo documento del CIPU (Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane) individua Metodi e contenuti sulle priorità in tema di Agenda Urbana.
[39] Armondi, “Equivoci e possibilità del paradigma della smart city”, in Città tra declino e passato, Roma, 2014, pag. 174.
[40] «In questi ultimi anni si è verificato un cambiamento caratterizzata da una condizione contraddittoria, in cui al perdurare di tassi di urbanizzazione alti con l’immissione sul mercato di un patrimonio edilizio destinato sovente a rimanere invenduto, si accompagnano sempre più fenomeni di ritrazione e declino che interessano tasselli isolati e dispersi di una città ordinaria, secondo una geografia della dismissione complessa e con significati inediti. Diffusa perdita di cura, crescente degrado ambientale, permanente incertezza in ordine al “farsi città” di larghe parti di queste urbanizzazioni ne sono i sintomi più tangibili». In un quadro siffatto, occorre principalmente riplasmare e rimodellare l’esistente. «Là dove lo spazio è impoverito al punto di consentirci più di immaginare un futuro credibile e sostenibile, sia necessaria un’azione più coraggiosa di un eventuale rimozione o smaltimento» Merlini, “Un nuovo viaggio nella “città diffusa””, in Citta tra sviluppo e declino, Roma, 2014.
[41] Fabrizio Barca, già Ministro della coesione sociale e responsabile del CIPU nel 2013.
[42] <http://www.aap.beniculturali.it/pdf/PRESSKIT_CANTIERE_PERIFERIE.pdf&gt;, (ultimo accesso 19 giugno 2016).
[43] Lanzani, Op. Cit., 2014

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