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Archive for febbraio 2013

In un paese normale, non stiamo parlando dei politici italiani, chi perde le elezioni fa autocritica e lascia il posto di potere. In Italia il segretario del partito più potente, nel senso che amministra comuni, province e regioni, anziché ammettere la sconfitta, cosa fa? Sfida verbalmente il leader non eletto e non candidato di un soggetto politico “anomalo”, nel senso che non è un partito strutturato, ma un movimento di opinione che porta avanti idee e progetti concreti.

In un paese normale, Bersani, durante la sua conferenza stampa post elezioni, avrebbe dovuto ammettere la sconfitta entrando nel merito perché egli è l’immagine della sconfitta, ed una persona che vuole bene al suo paese avrebbe detto che lasciava il vertice del partito avviando un periodo di transizione. Bersani doveva analizzare il voto in profondità perché c’è il 25% del M5S, ma c’è anche il 25% di chi non ha votato. PD e PDL non hanno più la legittimità politica dalla maggioranza degli italiani, essi sono minoranza.

Poiché il risultato politico ha sconvolto e sconvolge i politici navigati mi permetto da dare gratuitamente qualche consiglio: primo non cercate alleanze col M5S poiché rimarrete scottati. Secondo consiglio: dedicato agli amministratori politici, Sindaci e Presidenti di Regioni, prendete il programma del M5S ed applicatelo: sostituite tutti gli inceneritori con gli impianti di riciclo totale, fate un piano di decrescita energetica per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi e sviluppate reti smart-grid, avviate processi di partecipazione popolare al processo decisionale della politica, aiutate i comuni che hanno difficoltà di bilancio per mezzo dello stupido patto di stabilità, sostituite il PIL col Benessere Equo e Sostenibile come criterio per conoscere la società.

Nella sostanza chi amministra conosce bene le proposte del M5S, sono note da anni, se avete capito il voto degli italiani dovete semplicemente eseguire la volontà popolare, i dipendenti eletti sono pagati per fare questo, meno chiacchiere e più fatti concreti di buon senso, ripeto buon senso.

Un politico intellettualmente corretto avrebbe preso atto che gli italiani hanno scelto il programma del M5S e in questi giorni i leader di PD e PDL anziché accusarsi a vicenda della sconfitta elettorale e dell’emorragia impressionante di voti avrebbero dovuto prendere il telefono per fare cose concrete copiando il programma del M5S, lo stanno facendo? No, ma potreste farlo, bhè fatelo, anziché terrorizzare gli italiani con indicatori finanziari obsoleti e fuorvianti.

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Il 12 febbraio 2013 nel mio blog ho scritto quanto segue: «I partiti attuali non hanno più legittimazione politica, e non esprimo più la volontà popolare, questa è la sintesi. Il popolo comunque ha bisogno di fare politica, anche quando non si esprime, continua a fare politica.

Se la logica ci indica che non esiste una maggioranza politica legittimata è ragionevole pensare che bisogna trovare legittimità altrove. L’unica è la democrazia, il governo del popolo. In questa sintesi logica è naturale attendersi la trasformazione della Repubblica in un sistema democratico più maturo ove il cittadino possa avere strumenti efficaci per governare direttamente e insieme agli organi elettivi.

Tolta la fiducia ai partiti, i cittadini devono riporla in se stessi e nella comunità. E’ prevedibile ritenere che le elezioni non daranno un governo stabile, ma daranno una risposta politica, antropologica e sociale: bisogna cambiare le regole che organizzano la società per adeguarle ai cambiamenti in corso. Una risposta in linea con la Costituzione è la rinascita della convivialità, delle agorà e delle forme partecipative collettive che possono promuovere la volontà popolare. Le esperienze costruttive di metodi e forme di partecipazione sono presenti nel mondo interno, è necessario che in Italia si cominci a sperimentare e migliorare i processi nel corso tempo.»

Molti avevano previsto l’ingovernabilità. Oggi esiste un’opportunità ed auspico che il M5S faccia quanto promesso da Grillo: primo non accettare i compromessi, secondo sfruttare il potere delegato dal popolo per fare l’intesse pubblico e tutelare la Repubblica. Gli italiani non tollereranno l’ennesimo tradimento e le conseguenze sarebbero pesantissime. Integrità e coerenza non sono mai state le virtù dei dipendenti eletti, ma in questa occasione non penso che gli italiani farebbe sconti ad un soggetto politico nato e cresciuto sulla “pancia” degli italiani.

L’ingovernabilità che viene descritta come condizione negativa offre una grande opportunità a chi ha occhi per vedere. Il M5S ha il dovere di usare questa grande energia per far del bene, e deve prendere atto, a differenza di tutti i partiti tradizionali, che il problema dell’Italia siamo noi italiani. In questi mesi di ingovernabilità questa energia andrebbe usata per far crescere il livello culturale del paese avviando e stimolando modelli efficaci di partecipazione politica.

Solo il 20 per cento degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare.
Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea. Questi dati risultano da due diverse indagini comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2004-2005 in diversi paesi. Ad accurati campioni di popolazione in età lavorativa è stato chiesto di rispondere a questionari: uno, elementarissimo, di accesso, e cinque di difficoltà crescente. Si sono così potute osservare le effettive capacità di lettura, comprensione e calcolo degli intervistati, e nella seconda indagine anche le capacità di problem solving. I risultati sono interessanti per molti aspetti. Sacche di popolazione a rischio di analfabetismo (persone ferme ai questionari uno e due) si trovano anche in società progredite. Ma non nelle dimensioni italiane (circa l’80 per cento in entrambe le prove). Tra i paesi partecipanti all’indagine l’Italia batte quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori. I dati sono stati resi pubblici in Italia nel 2001 e nel 2006. Ma senza reazioni apprezzabili da parte dei mezzi di informazione e dei leader politici.[1]

Adesso che la “pancia” degli italiani è stata riempita, bisogna dare soddisfazione alla testa degli italiani che deve avere l’opportunità di conoscere una nuova visione del mondo, una visione ragionevole che si fonda sul cambio di paradigma culturale.

L’enorme consenso che gli italiani hanno dato al M5S dovrebbe essere usato per far del bene.


[1] TULLIO DE MAURO, ANALFABETI D’ITALIA, Internazionale 734, 6 marzo 2008 http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&thold=-1&mode=flat&order=0&sid=4403

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L’aggressività delle SpA contro cittadini disinformati e per nulla preparati è uno dei fenomeni che possiamo misurare quotidianamente: telefonate che partono dai call center, agenti commerciali che bussano alle nostre porte, insomma un vero stalking delle SpA contro i cittadini. Spesso ti trovi il volto di ragazzi e ragazze sfruttati ad hoc che ripetono a memoria, come i pappagalli, la canzoncina che le SpA hanno loro inoculato. In un paese dove la maggioranza dei cittadini non comprende cosa legge, dove ci sono circa 20 milioni di pensionati e dove il 96% non è in grado di capire come si legge una bolletta energetica, possiamo intuire quale appetito ci sia dietro lo stalking delle SpA.

E’ altrettanto noto che negli ultimi decenni i Governi hanno eseguito l’agenda delle SpA, provvedendo a smantellare le certezze di uno Stato sociale e liberale, e consegnare i servizi locali all’avidità degli azionisti pronti a sfruttare le tecnologie informatiche per rubare a norma di legge. Insomma i Governi anziché promuovere l’interesse pubblico con una politica economica ed energetica nazionale hanno provveduto, tramite la truffa denominata privatizzazione, a regalare i servizi essenziali alle lobby che scrivono l’agenda politica dei partiti tradizionali.

Come uscirne? Se dovessimo attendere dei cambiamenti dalla classe dirigente saremo degli illusi. Esistono diverse forme di auto governo che consentono di sfruttare le tecnologie odierne, sono un investimento per tendere all’auto sufficienza. Le conoscenze di oggi consentono di misurare le risorse rinnovabili del territorio e fare una stima di costi/benefici, maggiore è il numero dei partecipanti e minore è il rischio del capitale investimento, per questa ragione l’ambito ideale è quello di quartiere poiché si raggiungono costi, per nucleo familiare molto bassi. E’ ovvio che tutto dipende da una stima che bisogna effettuare sugli edifici, ma un ragionamento empirico e spannometrico si può fare: è banale ricordare che ristrutturare il proprio vecchio edificio conviene poiché è un investimento sul proprio immobile, e farlo per eliminare anche la dipendenza energetica è senza dubbio conveniente.

E’ noto che gli interventi sull’uso razionale dell’energia si autofinanziano. Cosa significa? I fondi necessari per ristrutturare e recuperare un edificio sono ricavati dagli sprechi energetici e dagli incentivi. Sommando i soldi degli incentivi per le fonti alternative con gli sprechi delle bollette energetiche è possibile rivalutare il proprio patrimonio edilizio.

Un Governo consapevole, normale, dovrebbe decidere di alzare le detrazioni fiscali e portarle al 100%. In questo modo: incentivi, detrazioni e progettualità consentiranno di risanare gli edifici esistenti a costo zero per lo Stato. Questa strategia produrrà nuova occupazione socialmente utile. Il Governo dovrebbe inserire nella detrazione anche il miglioramento sismico e quindi i cittadini potranno alzare il livello di sicurezza.

Distribuire le conoscenze di questo obiettivo sul territorio, in ambito di quartiere, è la migliore politica pubblica che si possa fare poiché risolve numerosi problemi legati all’ambiente e quindi migliora la qualità della vita.

I cittadini dovrebbero sapere che possono dire addio al costo delle bollette energetiche e quindi le SpA che fanno stalking, proponendo tariffe “vantaggiose” sui consumi energetici, nella realtà vendono un servizio obsoleto, inutile e dannoso, nella sostanza possono chiudere. Persino l’ultima direttiva europea (2012/27/UE) parla di un piano di decrescita energetica che intende ridurre la dipendenza dagli idrocarburi per aumentare l’impiego delle fonti alternative. «L’efficienza energetica costituisce un valido strumento per affrontare tali sfide. Essa migliora la sicurezza di approvvigionamento dell’Unione, riducendo il consumo di energia primaria e diminuendo le importazioni di energia».

Nell’Italia centro-meridionale ed insulare l’obiettivo è facilmente raggiungibile poiché l’orografia del territorio, le fonti geotermiche e la buona esposizione alla radiazione solare consente di progettare un mix tecnologico efficace e distribuito, affinché le città possano ridurre significativamente la dipendenza dagli idrocarburi. Prima di tutto, in diverse aree il micro clima consente di eliminare gli impianti di riscaldamento grazie ad una ristrutturazione che coinvolga l’involucro e gli infissi, e successivamente quel poco di calore che serve per l’acqua calda sanitaria che si richiede può esser prodotto con le pompe di calore reversibili che soddisfano anche la domanda di energia per gestire il raffrescamento estivo. Anche il gas per la cucina può essere sostituito dalle piastre a induzione elettrica, e la domanda di questa energia può essere prodotta da un mix tecnologico: solare fotovoltaico, micro eolico, e pico idraulico.

Una volta cancellati gli sprechi coibentando l’edificio si può dimostrare l’efficacia di queste proposte tecnologiche che trova impiego nei quartieri e nelle città grazie alla costruzione di una rete, smart-grid, che consente di sfruttare le difficoltà degli ambienti urbani e rispondere alla reale domanda di energia. Ad esempio è noto che non esiste abbastanza superficie per gli impianti fotovoltaici per ogni singola utenza, ma il vento e la geotermia, e la superficie di tutte le coperture possono soddisfare la reale domanda di energia richiesta in un particolare momento della giornata.

I cittadini sono liberi di costituire cooperative ad hoc per realizzare l’eco-efficienza e la sufficienza energetica. Viste le tecnologie odierne oggi non serve a  nulla cambiare gestore, ma potremmo auto produrre quello di cui abbiamo bisogno migliorando significativamente il comfort del proprio alloggio, edificio e soprattutto cancellando i costi, gli sprechi che sono il frutto di case progettate male e di tecnologie obsolete.

leggi anche:

Il buon senso che cresce, 28 marzo 2012
Uscire dalla “crisi”, 2; 5 marzo 2012
Come uscire dalla “crisi”, 28 febbraio 2012
Soluzioni e idee per un Paese più bello, 19 gennaio 2012
(Ri)Lanciare l’economia reale col buon senso, 11 gennaio 201
Decrescita e architettura, 19 ottobre 2011
Rivoluzione culturale: dalla teoria alla pratica! 5 ottobre 2011
Ripensare la società insieme ai cittadini, 3 ottobre 2011
Crescere insieme, 1 luglio 2011
Decrescita felice e qualità della vita, 30 giugno 2011
Immaginare il cambiamento, 14 giugno 2011
Far ripartire il Paese con moneta sovrana (a credito), 26 maggio 2011
Possiamo farcela, 11 aprile 2011
Energia, basto poco … , 28 marzo 2011
Agire direttamente, 10 febbraio 2011
Rompere l’incantesimo, 18 gennaio 2011
Capitano, siamo un faro. 12 gennaio 2011
Educazione civica, 22 dicembre 2010
coraggio, 9 novembre 2010
cambiamo tutto, 3 novembre 2010
Cambio i miei pensieri, 7 ottobre 2010
Energia dispersa, 15 luglio 2010
Cuore e coscienza, 2 luglio 2010

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Dal punto di vista dell’etica morale e politica una normale classe dirigente dovrebbe immaginare l’uscita dal capitalismo per entrare nell’epoca bioeconomica. La politica delle risorse può sostituire l’obsoleta religione della crescita infinita, ossia il capitalismo neoliberale. Sotto la guida di questa religione l’Italia è un paese saccheggiato e colonizzato da un’élite degenerata che ha teleguidato il ceto politico dirigente psico programmato per distruggere lo Stato democratico e sociale, e accentrare poteri e ricchezze costruite fittiziamente (economia del debito e finanza) nelle mani di pochi. Alla luce dei disastri attuali prodotti da trent’anni di politiche immorali e sbagliate, oggi possiamo immaginare di cambiare lo status quo attraverso lo sviluppo umano. Una nuova classe politica può emergere dall’etica politica e dalle politiche bioeconomiche. Cittadini e organizzazione sociale possono sfruttare l’impiego di nuove strategie e nuove tecnologie che consentono una migliore distribuzione delle ricchezza reale, ed applicare un minimo di democrazia economica.

L’anno che verrà [2013] porterà una serie di cambiamenti, anche se continuasse la politica dell’austerità imposta dall’élite attuale. Oltre ai limiti dello sviluppo, siamo giunti ai limiti della pazienza ed ai limiti della sopravvivenza quotidiana. Il 28 agosto 2012 abbiamo superato il limite di risorse non rinnovabili che la Terra riesce a generare entro un anno (overshoot day). In soli otto mesi abbiamo esaurito le scorte, e per i successivi quattro rubiamo risorse al futuro.

Ci sono diversi settori che possono produrre reddito e creare nuova e migliore occupazione, cioè socialmente utile. L’industria delle costruzioni, della mobilità intelligente, e dell’agricoltura naturale sono ambiti strategici determinanti. Possiamo immaginare di adottare piani territoriali e urbani bioeconomici che ripensano gli insediamenti come sistemi metabolici favorendo la sostenibilità, e annullando le disuguaglianze sociali, ambientali ed economiche.

Un indicatore importante sarà la progettazione qualitativa ed eco-efficiente. L’industria delle costruzioni e soprattutto la progettazione architettonica sono l’ambito industriale che esprimono meglio questo concetto, poiché sono già utilizzati principi di eco design e l’analisi del ciclo vita per misurare la qualità nella progettazione stessa. E’ necessario investire in un piano di rigenerazione urbana sull’intero patrimonio edilizio esistente, con piani di recupero dei tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita e la conservazione dei centri storici. Esistono 26 città in contrazione, le più popolose d’Italia che abbisognano di interventi rigenerativi. L’innovazione tecnologica ci consente di misurare, prima del progetto, quali impatti ci saranno sull’ambiente, per la salute umana ed i possibili sprechi, queste informazioni qualitative determinano la scelta finale del progetto e condizionano l’economia reale. Questa rivoluzione ecologica è già partita, anche grazie agli incentivi sul “conto energia”, che oggi sono al termine, pertanto ci possono essere dei freni ad un mercato in evidente difficoltà. Se ci fosse una Repubblica sovrana con una politica monetaria e industriale si potrebbero finanziare piani nazionali per tutelare il suolo ed il patrimonio culturale dal rischio sismico: nuova occupazione. Già in questi anni sono partiti piani di decrescita energetica per raggiungere l’auto sufficienza con reti di smart-grid, questo è possibile ove si applica un mix tecnologico (sole, vento, acqua e geotermia). Negli anni trascorsi ci furono diversi strumenti giuridici chiamati “programmi complessi” che potrebbero essere finanziati nuovamente prendendo le risorse dalla negoziazione del debito estero e degli immorali interessi che si pagano sullo stesso debito. Per farlo ci vorrebbe una classe politica intellettualmente onesta e rispettosa del contratto costituzionale.

Lo stesso ragionamento circa l’eco-efficienza può essere mutuato nella mobilità, ad esempio è noto che gli italiani non hanno bisogno di nuove automobili, ma di motori eco-efficienti. Anziché incentivare la vendita di nuove auto è necessario avviare un’evoluzione tecnologica e progettuale come si sta avendo nelle tecnologie architettoniche ed energetiche, quindi bisogna sostituire i motori a combustione con i motori elettrici molto più efficienti, ma soprattutto a zero emissioni gassose. Questa scelta coinvolge tutte le auto officine che si troveranno cariche di lavoro nella sostituzione dei motori: nuova occupazione ed economia che rimane sul territorio. Una ulteriore spinta ci sarà nel mondo delle bici pedelec, a pedalata assistita, senza dubbio il mezzo di trasporto cittadino più intelligente che possiamo avere oggi.

Nell’agricoltura possiamo progettare un’evoluzione e transitare dal modello agri-industriale che riduce la capacità dei suoli di produrre cibo per mezzo degli agenti chimici inquinanti, e avviare la diffusione di massa di pratiche di agricoltura naturale che rigenerano i suoli. Questa scelta consente di avviare la nascita di nuove aziende agricole auto sufficienti energeticamente grazie alle tecnologie odierne (geotermia, micro eolico, etc..), e che producono cibo per il territorio: nuova occupazione ed economia reale che rimane sul territorio.

Un piano nazionale di riuso e riciclo delle materie prime seconde, erroneamente chiamati rifiuti, consente di ridurre gli sprechi, di chiudere tutti gli impianti di incenerimento presenti sul territorio e di creare nuova e migliore occupazione.

L’attivazione della politica delle risorse come piano industriale nazionale che coinvolge sinergicamente tre settori: costruzioni, mobilità e agricoltura consente di avviare un processo virtuoso determinante per l’economia italiana, poiché è un’alternativa alla religione della crescita, e quindi ridurrà il prodotto interno lordo, ma consentirà di avere nuova occupazione socialmente utile e migliorerà la qualità della vita. Senza il ripristino della sovranità sarà difficile avviare una politica industriale nazionale  e questa responsabilità spetta ai cittadini che devono controllare in maniera efficace l’operato di chi amministra, ed ai dipendenti eletti che sono obbligati ad applicare la Costituzione: sovranità popolare, uguaglianza, tutela del paesaggio, dell’ambiente e della salute, democrazia economica e tutela del credito.

Questa proposta ribalta un paradigma obsoleto poiché la politica delle risorse non si pone l’obiettivo della piena occupazione in quanto tale, ma si pone la domanda di quale occupazione creare e come crearla, con quali criteri progettuali ed in quali ambiti. Ci possiamo rendere conto che nella prevenzione e nella lotta all’obsolescenza pianificata ci sono maggiori e ampi margini di intervento rispetto agli impieghi obsoleti che abbiamo erroneamente inseguito in questi ultimi trent’anni. Nella sostanza, una volta bonificati tutti i siti inquinati, fra l’altro lavoro che bisogna ancora iniziare a fare, è ragionevole rendersi conto che l’Italia ha bisogno più di contadini, restauratori, biologici, fisici piuttosto che di manager, avvocati e commercialisti.

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ego-eco

Questa crisi non passeggera ci sta regalando un’opportunità. Le elezioni politiche 2013 ci stanno dando un ennesimo regalo, l’evidenza pubblica degli imbonitori e dei futuri creduloni (gli elettori). La comunicazione dei politici in gara è a dir poco esilarante: chi ha evidenti responsabilità politiche dei danni prodotti dalla crisi sta promettendo tutto, e il contrario di quello che fino a ieri ha deliberato, sbugiardando e smentendo se stesso, il suo partito e ciò che rappresenta.

Il momento della delega dura pochi secondi, metti una croce, pieghi e imbuchi. Tutto ciò non ha nulla a che fare con i problemi delle nostre vite quotidiane, problemi che non avranno risposte dai politici in gara poiché essi non sono pagati per risolvere problemi. Già da oggi sappiamo una cosa, forse scontata ma non è banale: delegare non risolverà alcun problema, e dopo il voto tutto sarà come prima. Tutto cambierà quando il popolo avrà appreso la capacità di valutare e chiedere conto ai dipendenti eletti, tutto cambierà quando il processo decisionale della politica sarà veramente democratico grazie agli strumenti di democrazia diretta. Dopo febbraio possiamo prevedere che questi strumenti non saranno introdotti in Italia, e possiamo prevedere che il partito del non voto avrà un’influenza indiretta su queste elezioni, proprio com’è accaduto nelle recenti elezioni regionali in Sicilia ove la maggiorana degli aventi diritto al voto ha preferito non sostenere il sistema. Questo dato ha un’importanza sociale e politica molto rilevante perché la titolarità giuridica della sovranità, del potere supremo, appartiene al popolo e quando il sovrano preferisce non delegare questo potere, i dipendenti eletti perdono legittimità politica.

Oltre a questo dato sociale è importante organizzare la proposta politica alternativa. I partiti attuali non hanno più legittimazione politica, e non esprimo più la volontà popolare, questa è la sintesi. Il popolo comunque ha bisogno di fare politica, anche quando non si esprime, continua a fare politica.

Se la logica ci indica che non esiste una maggioranza politica legittimata è ragionevole pensare che bisogna trovare legittimità altrove. L’unica è la democrazia, il governo del popolo. In questa sintesi logica è naturale attendersi la trasformazione della Repubblica in un sistema democratico più maturo ove il cittadino possa avere strumenti efficaci per governare direttamente e insieme agli organi elettivi.

Tolta la fiducia ai partiti, i cittadini devono riporla in se stessi e nella comunità. E’ prevedibile ritenere che le elezioni non daranno un governo stabile, ma daranno una risposta politica, antropologica e sociale: bisogna cambiare le regole che organizzano la società per adeguarle ai cambiamenti in corso. Una risposta in linea con la Costituzione è la rinascita della convivialità, delle agorà e delle forme partecipative collettive che possono promuovere la volontà popolare. Le esperienze costruttive di metodi e forme di partecipazione sono presenti nel mondo interno, è necessario che in Italia si cominci a sperimentare e migliorare i processi nel corso tempo.

Può sembrare banale e semplice, ma è proprio così, si esce dalla crisi ripristinando la democrazia oggi sospesa dalle scelte politiche dei partiti tradizionali che hanno consegnato poteri determinanti ad organi non elettivi, e che si trovano nell’Unione Europea. Il popolo ha l’obbligo ed il dovere morale di auto organizzare la futura classe dirigente ribaltando il paradigma odierno che propone principi e regole sbagliate e l’hanno già dimostrato.

Tutti gli indicatori economici ci dicono che la situazione italiana è nettamente peggiorata a causa dell’austerità. I dati ce li fornisce l’ISTAT: nell’agosto del 2011 il tasso di disoccupazione era all’8,4 per cento, l’indice della produttività al 4,8 e quello delle vendite al dettaglio a -0,3 per cento; un anno dopo la disoccupazione era salita al 10,7 per cento, l’indice della produttività si era contratto al 5,2 e le vendite al dettaglio erano scese del 3,2 per cento. Il PIL nel quarto trimestre del 2011 era 0,4 mentre nel terzo del 2012 era sceso a -2,6 per cento. I mercati ci chiedono più interesse perciò siamo più poveri.

L’élite attuale che ha causato questi danni non solo non darà soluzioni positive ai cittadini, ma produrrà altri danni ancora più gravi. La soluzione è nel cambiare paradigma culturale partendo dal ripristino delle sovranità nazionali, la risposta all’austerità che toglie democrazia è più democrazia. Attraverso il progetto di democrazia vendesi puoi esprimere la tua opinione sulla legge elettorale, sul debito e sull’euro.

estratto da: Il governo delle sigle, in Democrazia Vendesi, Rizzoli, pag. 114, di Loretta Napoleoni

Sottoscrivendo il Fiscal Compact nessun Paese potrà spendere più di quanto incassa, che per una nazione come la Germania che gode di un enorme surplus della bilancia commerciale non costituisce alcun problema. Ma che succede quando questo principio viene applicato all’Italia, alla Grecia, e cioè a nazioni gravemente indebitate? Per ridurre il debito lo Stato ha tre alternative: aumentare le tasse, vendere il patrimonio pubblico, ridurre la spesa pubblica.

Oppure una quarta, fare tutte e tre queste manovre in contemporanea.

Aumentare le tasse può essere efficace, ma ha un grave effetto collaterale: deprime l’economia. Riduce infatti la ricchezza di famiglie e aziende e fa calare i consumi, la produzione e dunque l’offerta di lavoro, generando disoccupazione, diminuzione del PIL e, in ultimo, anche una contrazione del gettito fiscale. Come hanno sostenuto molti economisti redditi più bassi e consumi minori danno luogo a meno tasse, si innesca così un circolo vizioso che contrae l’economia, fino ad arrivare al collasso del sistema, con gravi conseguenze sociali. Diverso sarebbe se l’aumento delle tasse si applicasse a rendite finanziarie e grandi patrimoni, e se ci fosse un controllo sui movimenti di capitali all’estero. In questo caso, la capacità di spesa della gran parte della popolazione non si contrarrebbe ma ne soffrirebbe il portafoglio di quella piccola fetta della popolazione che è ricca. Che però è ben collegata alla casta politica da una rete di amicizie e interessi. Basta questo per capire perché non si è fatta la patrimoniale in Italia. Vendere il patrimonio pubblico, per la terza volta in poco più di trent’anni, avrebbe effetti minimi e solo temporanei sui conti dello Stato. Non ha funzionato negli anni Ottanta e Novanta, perché dovrebbe funzionare adesso? Non dimentichiamoci che a guidare questa operazione sarebbe sempre la stessa classe politica, addirittura in gran parte proprio le stesse persone. Diverso sarebbe se questo patrimonio fosse messo a frutto, per esempio affidandone la gestione in cambio di affitti, percentuali sui profitti realizzati dai privati, e se la gestione delle aziende «pubbliche» fosse resa efficiente. Un’azienda pubblica può produrre reddito esattamente come una privata, col vantaggio che i profitti ricadrebbero a cascata sulla collettività; questa possibilità dipende soltanto dalla professionalità dei gestori, ovvero dalla qualità della classe dirigente.

Ridurre la spesa pubblica, invece, è un’operazione più complessa perché esistono due tipi di spesa: quella «utile», che serve a finanziare i servizi sociali, le pensioni, l’istruzione, le infrastrutture, la cultura, la tutela del patrimonio ambientale e storico eccetera; e quella «superflua», o «cattiva», che non si traduce in un temporaneo aumento di benessere o ricchezza per i cittadini, ma alimenta sprechi, inefficienze e così via. È chiaro che sarebbe bene non tagliare la spesa utile perché la qualità della nostra vita è direttamente correlata alla capacità dello Stato di garantire un certo livello di servizi, e questo è possibile solo in presenza di una spesa pubblica adeguata. Eppure in Grecia è proprio la spesa utile che è stata decurtata per prima.

La spesa «superflua» o «cattiva», al contrario, può e deve essere colpita: rientrano in questo campo la sproporzione degli apparati amministrativi, i privilegi di alcune categorie, per esempio i politici, la corruzione, e così via. Ciononostante, pur essendo rilevante in termini assoluti, questa parte di spesa è relativamente marginale sul totale dell’economia, e la sua eliminazione produce scarsi risultati sulla riduzione del debito pubblico. E questo spiega perché si colpisce sempre la spesa utile.

Tassazione sulle famiglie, privatizzazioni e tagli ai servizi, ecco la dieta imposta alla periferia dal Fiscal Compact. Una formula che finisce per produrre un trasferimento della ricchezza pubblica verso interessi privati e lontano dal controllo statale e collettivo, proprio come negli anni Novanta.

La gestione pubblica, anche se poco efficiente, garantisce comunque un minimo livello di controllo «democratico». In conclusione tutte queste misure, come si è detto, hanno effetti fortemente depressivi sull’economia nel complesso e sono antidemocratiche.

Anche dietro lo scudo anti-spread si nasconde il lupo cattivo. E vediamo perché. Quando uno Stato per ottenere prestiti sui mercati tradizionali deve pagare tassi d’interesse troppo elevati può chiedere al Meccanismo di Stabilità di intervenire. In questo caso, i ministri delle Finanze dei Paesi membri, assieme alla Commissione Europea, alla Banca Centrale Europea e al Fondo Monetario Internazionale, la Troika insomma, stilano un «memorandum», ovvero una serie di condizioni che lo Stato in questione deve accettare per ottenere il prestito.

Le condizioni sono ancora una volta la dieta stretta di austerità: riduzione dei salari pubblici, riduzione dei dipendenti pubblici, privatizzazioni delle aziende statali, privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, trasporti, istruzione eccetera), vendita del patrimonio pubblico, maggiore «flessibilità» del lavoro, e così via. Ma come funziona lo scudo? Semplice: come una banca presta soldi agli Stati in difficoltà dietro interesse. Quindi non si tratta affatto di un salvataggio ma di un prestito, che per di più ha costi non solo finanziari, ma anche politici.

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