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Posts Tagged ‘crescita’

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Foto di Walker Evans, anni ’30.

Il concetto più utilizzato da media, politici ed economisti per indicare un miglioramento è la crescita. La crescita è un mantra che viene ripetuto in maniera ossessiva compulsiva, tutti i giorni nei TG, ed è utilizzato per psico programmare i cittadini alla religione economica. La crescita è quella del Prodotto Interno Lordo, il famigerato PIL che misura l’aumento della produttività in denaro, scambiato in un anno solare. Questo indicatore economico è messo in rapporto con l’altrettanto famigerato debito pubblico. I tradizionali fattori della produzione capitalista sono quattro: natura, lavoro, capitale, e organizzazione. L’evoluzione tecnologica e informatica stanno trasformando nuovamente la società, prefigurando l’ipotesi di transitare in un’epoca nuova. L’economista Piketty mostra che il capitalismo odierno si sgancia dal lavoro, mentre informatica e umanoidi consentono l’accumulazione di capitali senza il contributo tradizionale dei lavoratori, ciò avviene in tutti gli ambiti lavorativi. In questa dinamica, il capitalismo italiano continua a voler accumulare capitale attraverso i tradizionali processi di urbanizzazione, con l’incongruenza dovuta al fatto che l’aumento della disoccupazione rende le famiglie più fragili, e incapaci di assorbire i costi delle stesse urbanizzazioni. In questo contesto, i tradizionali fattori della produzione subiscono scompensi e disequilibri, nel senso che natura, lavoro e organizzazione perdono il loro “peso” facendo spazio al solo capitale che si auto alimenta dal nulla. Questo processo auto referenziale è nelle mani delle imprese private: istituti finanziari; che hanno il potere di ricattare quegli Stati che hanno abdicato alla sovranità monetaria. La crescita aumenta senza il lavoro, e si realizza in quei paesi emergenti attraverso gli accordi commerciali transnazionali. La disoccupazione aumenta in quei paesi divenuti periferici per volontà politica, e così i territori indeboliti dipendono maggiormente dal sistema globale controllato dalle imprese private. Per essere ancora più chiari, le scelte politiche sono condizionate dalla infrastrutture fisiche e sociali presenti sul territorio, determinando le urbanizzazioni e le città regioni; tutto ciò influenza la produttività e quindi l’occupazione. Le politiche urbane condizionano gli investimenti e la distribuzione ineguale di ricchezza poiché le regioni sono in concorrenza fra loro, ciò favorisce anche la bancarotta di talune città o le condanna a ruoli di marginalità, cioè di periferia economica. L’ideologia liberale e neoliberale con l’ausilio delle giurisdizioni segrete (il sistema off-shore), le nuove tecnologie e l’informatica, sta favorendo un aumento delle disuguaglianze mai avvenuto nella storia dell’umanità, e svuota di senso le democrazie rappresentative occidentali. Circa 1,4 miliardi di persone vive negli slums e più della metà della popolazione mondiale è povera, mentre più del 60% della popolazione mondiale si sposta nelle aree urbane contribuendo un aumento dell’impronta ecologica. In Occidente le aree urbane sono instabili e il capitalismo tradizionale sembra essere incapace di sostenere l’occupazione. Le città occidentali (già industriali) si contraggono e diventano aree urbane, queste anziché essere i luoghi del cambiamento dei paradigmi culturali di una società sbagliata nel profondo, sono ancora pianificate da istituzioni politiche che favoriscono stili di vita dannosi per la salute umana. La gestione urbana si realizza in maniera contraddittoria, a seconda delle culture e tradizioni locali; nel Nord Europa c’è un maggiore controllo della pianificazione territoriale e urbana senza prevenire i fenomeni di gentrificazione sociale, e nonostante l’ideologia liberale, la pianificazione è indirizzata dallo Stato, tassando le rendite urbane, mentre nel Sud Europa il neoliberismo preda il territorio e ruba le risorse limitate a norma di legge, applicando un razzismo economico senza limiti. La geografia economica mostra i luoghi ove si sviluppano i modelli industriali concentrati nei paesi centrali. In buona sostanza, crescita economica e miglioramento non hanno lo stesso significato. L’unica strada per far aumentare l’occupazione e creare nuovi posti di lavoro, è compiere una scelta culturale consapevole rispetto all’identità dei luoghi, alla storia e alle risorse, e utilizzare le tecnologie per manutenere il territorio, sia per l’ambiente costruito e sia per la tutela dei suoli agricoli ripristinando la sovranità alimentare. Questi obiettivi non possono esser priorità delle imprese private sostenute dall’ideologia liberale. Non è interesse del mercato finanziare investimenti indispensabili per le comunità umane (prevenzione del rischio sismico e idrogeologico), se lo fosse staremmo a discutere di filantropia e altruismo, che non sono prerogative degli imprenditori ma di individui civili e democratici, cioè caratteristiche tipiche di uno Stato sovrano che non c’è più. Ripristinando la Repubblica, questa dovrebbe sostenere la sostenibilità poiché crea occupazione. Uscendo dal modello industriale del Novecento finalizzato alla crescita, la Repubblica dovrebbe favorire la diffusione di modelli autarchici e collegati in rete, copiando la natura. L’invenzione illuminista e liberale della crescita continua della produttività non è compatibile né con la natura, e né con la democrazia, poiché distrugge ecosistemi e specie umana. Anche l’ideologia socialista, venuta dopo quella liberale, nacque per sostenere l’aumento della produttività ma per ridistribuire il capitale. Oggi sappiamo che la crescita ha distrutto specie viventi e favorito il superamento dei limiti del nostro pianeta, oltre al fatto di non risolvere le disuguaglianze economiche ma crearne di nuove. L’obiettivo della specie umana è la felicità che si ottiene costruendo relazioni sociali (non mercantili), con la conoscenza, e con la gestione razionale delle risorse, ed oggi abbiamo le conoscenze per aggiustare i territori distrutti dal capitalismo. Un nuovo paradigma culturale suggerisce di ripristinare la democrazia in Europa, lasciando l’approccio feudale, e conducendo la macro economica sul piano della bioeconomia che preferisce approcci e valutazioni scientifiche e sociali.

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Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

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La prima lezione che viene dalla Cina è chiara e forte: è lo Stato sovrano che investe e consente alle persone di trovare un impiego nella direzione segnata dall’interesse pubblico. Nel caso cinese, l’interesse pubblico coincide con l’interesse del partito.

Come tutti noi possiamo ricordare la condizione politica essenziale per uno Stato sovrano è l’autonomia monetaria coerente con un interesse generale e l’investimento in una politica industriale nazionale. E’ sufficiente guardare indietro, sin dalla nascita dell’epoca industriale, nel Settecento gli Stati preunitari sperimentavano e investivano fino alla nascita dei primi sistemi di stato sociale, fra la fine dell’Ottocento e inizio del Novecento con l’esplosione dell’industrialismo seguirono diversi programmi d’investimento, sia negli USA e sia in Europa, in innovazione, programmi d’istruzione, politiche abitative. Il capitalismo finanziario dell’Occidente ha sostituito il concetto di Stato Nazione, di Paese e di popolo con quello delle persone giuridiche, le famigerate SpA.

Se non fosse ancora chiaro, la Cina con la sua autonomia monetaria insegue le proprie ambizioni, mentre l’euro zona, non essendo uno Stato sovrano ma un aggregato di Governi che hanno abdicato all’autonomia politica per favorire i capricci del mercato, ha alimentato le diseguaglianze e favorito aree di crescita (paesi centrali) e aree di recessione (paesi periferici). In Italia, le certezze dello stato sociale sono a rischio, mentre una generalizzata riduzione degli stipendi salariati e l’assenza di investimenti pubblici favorisce la distruzione delle comunità locali. Come sappiamo, sul tavolo politico dell’UE esiste la creazione della più grande area commerciale unendo USA ed UE. E’ questa la grande contraddizione politica e ideologica, un euro zona neoliberale che favorisce l’interesse di un’élite finanziaria mentre una Cina comunista sfrutta la stupidità neoliberale per acquisire proprio in Europa nuove conoscenze e nuove competenze in funzione dei propri interessi: trasformare quella enorme parte di popolazione contadina in consumatori. La Cina da paese assemblatore si trasforma in creatore di marchi e brevetti per stimolare la domanda interna e soddisfare quella straniera. La manifattura cinese diverrà la più potente al mondo. Dietro queste scelte politiche c’è una sola ideologia: la crescita, quella che ha sostituito la società della specie umana con i consumatori passivi e depressi. L’unica differenza fra Occidente e Oriente, è che in Occidente si favorisce la crescita delle SpA e in Oriente la crescita della Cina, ma sono tutti sullo stesso piano ideologico che sta portando al collasso il pianeta (se pensiamo anche alla crescita dell’India …), e in questo percorso di auto distruzione non c’è rimasto più tempo per discutere se e come cambiare direzione, poiché gli ecosistemi stanno sparendo e la specie umana è a rischio.

Di fronte a questa prospettiva c’è una sola salvezza: investire in programmi di cultura, nell’identità e nell’innovazione tecnologica finalizzata alla valorizzazione del nostro patrimonio esistente poiché non si può esportare, né copiare, è presente solo in Italia. Se l’euro zona rimane un’area commerciale senza sovranità monetaria, senza una saggia guida politica per tutelare i propri patrimoni e con scarsi investimenti nella rigenerazione urbana e territoriale, subirà la schiacciante pressione delle aziende americane e la forza di un gigante come la Cina. Gli investimenti pubblici della Cina in Italia sono uno schiaffo culturale a tutta la classe politica e imprenditoriale italiana, incapace di fare gli interessi della Repubblica e di riconoscere il valore delle capacità creative degli italiani ma apprezzate dagli stranieri. Se i soldi sono l’energia per sostenere piani e progetti, è fondamentale cambiare i Trattati europei a favore di un sistema politico bioeconomico ma sovrano, cioè un sistema che rispetta gli ecosistemi ma è autonomo e libero dai ricatti dei mercati globali. La povertà e la disoccupazione presenti in Italia sono a servizio di una logica di indebolimento delle comunità locali che favorisce gli interessi delle imprese alla ricerca di schiavitù a buon mercato.

L’Italia è già colonia commerciale di Cina e USA e sta diventando deserto imprenditoriale. In un sistema globale dove non puoi competere la salvezza è favorire ambiti di autarchia economica su quelli che sono chiamati asset strategici. Il dramma è che la classe dirigente politica, nei decenni precedenti, ha già svenduto le imprese pubbliche e i propri asset. Quali sono gli asset che dobbiamo tutelare? La sovranità alimentare ed energetica, e il territorio italiano. E’ finita l’epoca della produzione di massa di merci inutili. Dobbiamo favorire la democrazia e lo sviluppo umano: sufficienza energetica, rilocalizzare le produzioni, ridurre gli orari di lavoro e aumentare i salari, consumare ciò che si produce. Esattamente l’opposto di quello fatto finora (dipendenza energetica dagli idrocarburi, delocalizzazione, aumento dell’orario di lavoro e riduzione degli stipendi, importazione merci straniere).

All’Italia serve investire in settori utili come la prevenzione per tutelare la salute umana, il cibo, l’arte e la cultura. Le nostre priorità sono: mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico; rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità; riusare e riciclare le acque in area urbana; attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale; attrezzare le aree interne e le aree montane; valorizzare la mobilità sostenibile e lenta; e rigenerare le aree urbane per conservare i centri storici e le zone consolidate per impedire il consumo del suolo agricolo. Come detto prima questo è il nostro patrimonio, è il territorio italiano che non si può comprare e vendere e non si può esportare, i cinesi non investiranno mai in questo poiché non sono italiani; il Colosseo non è una merce, Pompei non si può smontare e rimontare a Pechino, Amalfi non è una confezione che si può comprare con Amazon. Da alcuni decenni, i cinesi grazie al design italiano e non solo italiano, stanno costruendo la crescita del proprio Paese. L’Europa è un continente già cresciuto pertanto ha una necessità opposta alla Cina, ed ha bisogno di intervenire per conservare e tutelare il proprio territorio sfruttando le innovazioni tecnologiche, ormai mature e consolidate, ma ha il sistema politico finanziario più stupido che si possa pensare. La seconda lezione dei cinesi? Non sono stupidi! Le classi politiche e imprenditoriale “italiana” hanno favorito l’emigrazione dei nostri laureati, hanno smantellato e venduto tutti gli asset strategici, hanno distrutto la scuola pubblica già in condizioni gravose, hanno sostituito i partiti con le aziende e stimolato l’apatia politica, da vent’anni circa hanno favorito la regressione culturale e stimolato l’analfabetismo funzionale. Se osserviamo la distribuzione della ricchezza in Italia, possiamo intuire un fenomeno inquietante, l’élite italiana non è stupida, è cinica, avida ed egoista, ha favorito se stessa distruggendo il Paese.

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Il dibattito sul lavoro all’interno della bioeconomia assume una valenza importante e innovativa rispetto al paradigma predominante che usa la parola “lavoro” per nascondere un posto di schiavitù in un mondo di consumatori passivi. Il Capitale di Marx (che nessuno legge) ha egregiamente spiegato come il lavoro, all’interno della nostra società, è merce, e come tale viene trattata dalle imprese. Oggi le multinazionali riducono al massimo i costi attraverso le delocalizzazioni, il sistema offshore ed i paradisi fiscali. L’equivoco circa l’importanza sul lavoro nasce dalla stessa Costituzione ove c’è scritto che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Sappiamo bene che i dati sull’occupazione mostrano che l’obiettivo non è mai stato raggiunto, sia sotto il profilo della democrazia, poiché la forma adoperata è la democrazia rappresentativa degenerata in oligarchia, quindi mai verso il governo del popolo; e sia perché non si è mai raggiunta la piena occupazione. Dal punto di vista culturale l’articolo uno ha generato un limite culturale mostruoso poiché nel mondo occidentale si sono diffusi posti di schiavitù, e l’obiettivo di una società sana non dovrebbe essere quello di alimentare le diseguaglianze ma di porsi l’obiettivo della felicità. Il paradosso grottesco della nostra malsana società è che nonostante la Costituzione indica con estrema chiarezza che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e si pone l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano libertà, uguaglianza e lo sviluppo della persona umana; il legislatore dagli anni ’80 in poi ha fatto di tutto per violare i principi dello Stato sociale introducendo una giungla di norme che hanno aumentato le disuguaglianze, favorito l’accumulo di capitale privato in maniera immorale e impedito a fasce di popolazione sempre più ampie di vivere in maniera serena e soddisfacente. Questo meccanismo vizioso è sostenuto proprio dall’apatia dei cittadini, pisco programmati dalla pubblicità che ha creato la servitù volontaria.

Sappiamo bene che i fattori della produzione: capitale, natura e lavoro all’interno del paradigma obsoleto sono sfruttati per far crescere il capitale, indirizzato e custodito in banche e paradisi fiscali. Lavoro e natura sono compressi e resi infinitamente piccoli, e com’è ormai evidente, le incongruenze di questo sistema stanno portando al collasso il capitale naturale, mentre la schiavitù (il lavoro salariato) si è spostata dall’Occidente verso tutti i paesi emergenti innescando la recessione e la riduzione della domanda interna. Un allievo – Jeremy Rifkin – di Georgescu- Roegen scrisse un famoso best seller dal titolo, La fine del lavoro, riferendosi proprio alla fine dei posti di schiavitù che l’industria ha inventato per avviare una prima fase di massimizzazione dei profitti. Oggi il profitto è accelerato sostituendo gli schiavi con i robot e poi delocalizzando le produzioni ove la schiavitù è a costi più bassi (facendo aumentare i margini di contribuzione), ove la schiavitù non è condizionata da principi delle Costituzioni occidentali, e dove non ci sono obsolete organizzazioni sindacali che potrebbero rallentare le catene produttive. Del resto, se non fossimo distratti, la storia insegna che le principali potenze economiche hanno costruito le proprie ricchezze proprio sulla schiavitù: USA e Inghilterra. Quando gli operai hanno saputo promuovere efficienti organizzazioni sindacali, le imprese hanno saputo eliminare alcuni aspetti violenti, e camuffare le loro intenzioni sotto mentite spoglie, inventando persino un pensiero “filosofico” persuasivo da insegnare a scuola e nelle università: economia neoclassica e capitalismo. La storia di queste potenze è tutta costruita su violenze, omicidi, furti, usurpazioni e guerre, modus operandi abbondantemente accettato da tutti i popoli occidentali.

Se le classi politiche e sindacali credono ancora nella lotta al posto di lavoro, ma in realtà si tratta del posto di schiavitù, allora tali classi sono del tutto anacronistiche, inutili e dannose allo sviluppo umano. Multinazionali e industrie sono a un livello di conoscenze e di produttività che questi signori, o non conoscono, oppure potremmo ascriverli nella categoria “utile idiota”. Ciò non vuol dire eliminare i sindacati, ma compiere un’evoluzione anche nell’organizzazione sindacale trasformandoli in movimenti a servizio dei diritti umani per liberare gli individui dalla schiavitù SpA. Organizzazioni con un profilo culturale dell’epoca che verrà; pertanto è necessario che i loro rappresentati facciano un corso approfondito sulla bioeconomia per immaginare il lavoro del presente futuro, e non più sull’impiego di schiavitù. La società può evolversi assumendo un nuovo approccio culturale: guardare al lavoro come opportunità di crescita individuale, e chi non intende lavorare per farlo, è sufficiente che non intacchi l’autonomia e la libertà delle comunità sostenibili. Già oggi sappiamo che sarà impossibile dare lavoro a tutti, e non è neanche dovrebbe essere auspicabile poiché si produrrebbe un danno ambientale insostenibile. Chi ha bisogno di un salario minimo potrà averlo, cioè che conta realmente è lo stile di vita. Prima di tutto bisogna smetterla di puntare alla crescita del PIL, poiché la crescita tramite l’innovazione tecnologica ha distrutto posti di lavoro, ha favorito la globalizzazione e le accumulate risorse monetarie attraverso la distruzione degli ecosistemi. E’ sufficiente consultare il sito dell’Istat per controllare l’aumento costante dei valori assoluti del PIL e confrontarlo col numero pressoché costante degli occupati. Non c’è da meravigliarsi, Georgescu-Roegen aveva già dimostrato la fallacia delle teorie neoclassiche. Una stima dell’associazione taxjustice.net circa i capitali generati dalla finanza.

Pensare di usare le logiche delle lotte sindacali all’intero di apparati incancreniti, equivale a compiere il ruolo del criceto dentro la ruota. Le soluzioni sono solo radicali, non esistono vie di mezzo. Durante anni ’50 e ’70 il tasso di alfabetizzazione e specializzazione era talmente basso che gli operai difficilmente avrebbero potuto controllare le produzioni. All’inizio del nuovo millennio, come sappiamo, i laureati ambiscono a scappare dall’Italia per far crescere le multinazionali che hanno avviato la distruzione della nostra industria manifatturiera. Il lato positivo di questa vicenda è che le conoscenze che consentono di liberare l’uomo dalla schiavitù sono ampiamente disponibili, e questo consente ai laureati e agli operai di appropriarsi direttamente delle produzioni (un sogno prefigurato negli anni ’60, oggi è possibile). Secondo aspetto caratteristico: il tema qualitativo del lavoro, non tutti i lavori sono utili, non tutte le imprese sono utili. I Sindacati, sbagliando, hanno sempre difeso qualsiasi tipo di lavoro senza alcuna distinzione di carattere ambientale. Ormai dovrebbe essere noto che la bioeconomia apre opportunità a impieghi che si distinguono dagli altri per l’aspetto qualitativo ed etico, e per questa ragione chi propone una decrescita selettiva del PIL fa un discorso che ha due aspetti importanti uno morale e l’altro pragmatico, perché consente di eliminare dalla società tutti i consumi inutili, generati propri dagli impieghi che fanno regredire l’essere umano. Il lato pragmatico dovrebbe essere abbastanza facile da capire, un processo produttivo che elimina gli sprechi energetici è più efficiente, e se le trasformazioni sono programmate tutelando la capacità auto rigenerativa del capitale naturale, accade che il processo produttivo sarà destinato a durare per sempre. E’ implicito che tale processo ignora l’avidità, ignora la crescita del PIL, ignora la pubblicità e tutte le strategie inventate dall’epoca moderna delle multinazionali che stanno conducendo l’Occidente all’auto distruzione.

Le privatizzazioni d’infrastrutture e servizi strategici hanno rappresentato un attacco alla libertà e all’auto determinazione della sovranità popolare. Stato, operai e cittadini devono riappropriarsi di settori e indotti fondamentali per l’interesse generale, e devono espropriare fabbriche e industrie dotate di mezzi e tecnologie strategiche per la sopravvivenza del Paese, dalla meccanica all’informatica, dalla manifattura alle telecomunicazioni. La libertà e la capacità di restituire dignità agli italiani passa attraverso la piena applicazione della Costituzione italiana, prima che questa sia cancellata, e sotto il profilo pragmatico passa attraverso l’ampliamento del concetto di “bene comune” affinché le comunità di cittadini possano riprendersi il controllo dei servizi pubblici locali (acqua, energia, mobilità, riciclo dei rifiuti).

Nell’ambito della recessione che stiamo subendo le uniche attività produttive che hanno retto all’impatto della crisi economica, sono quelle ad alta innovazione tecnologica impiegata nell’uso razionale dell’energia, questo indotto ha persino frenato la crisi delle costruzioni edilizie, anche grazie agli incentivi delle detrazioni fiscali associate agli interventi di risparmio energetico. Sotto il profilo del pragmatismo vuol significare una sola cosa, all’interno della globalizzazione la risposta occupazionale più efficace proviene dalle politiche di bioeconomia in quanto garantisco processi produttivi ad alta efficienza e sostenibilità economica.

Un altro ambito che cerca di riprendersi è l’agricoltura capace di tutelare il territorio dandosi l’opportunità di produrre secondo cicli e regole naturali (agricoltura sinergica), capace di comunicare un messaggio fondamentale per vita umana: alimentarsi in modo sano vuol dire prevenire malattie e migliorare la qualità della vita.

Mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle emerge l’opportunità di un cambiamento radicale della società ove le persone non dovranno più essere irreggimentate, ma potranno scegliere una vita più serena. Per consentire questa evoluzione lo Stato deve uscire dal capitalismo, riprendersi il controllo dello strumento monetario, introdurre la meritocrazia nella pubblica amministrazione (Enti pubblici, scuola, università) e consentire alle persone più capaci di formare una società che va ripensata partendo dalle fondazioni. E’ sufficiente osservare che intere comunità possono diventare auto sufficienti per cogliere il cambiamento radicale, e solo per realizzare questo obiettivo ci sarà bisogno di nuova occupazione utile. Stato e imprese devono appropriarsi dei mezzi tecnologici per tendere a questo obiettivo: liberare le famiglie dalla dipendenza degli idrocarburi e creare le condizioni culturali per sviluppare la creatività necessaria per tendere alla sovranità alimentare.

Una delle strade più concrete e alla portata degli italiani è proprio la rigenerazione dei centri urbani. Poiché le conoscenze per una conversione ecologica delle città sono quelle più diffuse, e contemporaneamente più osteggiate giacché le famigerate rendite di posizione e una giungla di leggi immorali e sbagliate non aiuta i percorsi di pianificazione partecipata; ma ciò non vuol che non ci si riesca, vuol dire che bisogna rimuovere gli ostacoli costruendo una massa critica fra gli abitanti, e usare le corrette progettazioni e le corrette tecnologie per migliorare la qualità della vita.

In questo discorso intorno a “decrescita e lavoro” c’è sempre un filo conduttore “nascosto” e molto importante per tendere alla felicità: la riduzione delle ore di lavoro per liberare l’individuo dalla schiavitù. In società ove l’uomo controlla le tecnologie queste servono a garantirgli vantaggi sociali, cioè coltivare relazioni umane di qualità, in famiglia e per dedicarsi ai propri interessi culturali ed artistici. La riduzione di ore di lavoro non significa un minore salario, cioè minore potere d’acquisto, ma al contrario lo Stato deve intervenire e riprendersi anche il potere di condizionare i prezzi e realizzare l’equilibrio fra salario, prezzi ed offerta. Facciamo un esempio: vivere in una casa autosufficiente significa auto prodursi l’energia, quindi eliminare i costi delle bollette e quindi ridurre posti di lavoro inutili. I posti “persi” vanno spostati verso la realizzazione dell’efficienza energetica e la bonifica di siti inquinati, ciò vuol dire investire in formazione e accettare il fatto di dover retribuire persone che probabilmente non potranno svolgere altri impieghi. Le tasse dei cittadini dovranno esser utilizzate per gestire meglio le risorse umane, garantire un sostegno e un’opportunità di inserimenti lavoratori in ambiti diversi da quelli precedenti attraverso la formazione. Sotto questo profilo le organizzazioni sindacali hanno un ruolo decisivo poiché il progetto – rigenerare le città – richiede manodopera maggiormente qualificata rispetto al passato, grazie all’uso di strumenti di misura più sofisticati che vanno dal rilievo per la conservazione del patrimonio esistente sino all’uso razionale dell’energia, fino all’impiego di materiali biocompatibili con la vita, tutto passando per l’analisi del ciclo vita che ci consente di capire l’impatto di piani e progetti. Altri due ambiti che stanno sviluppando progetti bioeconomici sono la manifattura del tessile e la mobilità intelligente. Per evitare che queste opportunità rimangano sogni irrealizzabili all’interno di un ambiente ostile poiché la maggioranza degli abitanti vive in condizioni di servitù volontaria, è necessario che, chi ha i mezzi culturali ed economici si convinca di fare massa critica, e concentrare le proprie energie in territori favorevoli, compatibili per concretizzare una società libera e sostenibile. Uno o più modelli realizzati sono gli elementi che generano il cambiamento per il resto della società.

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L’élite porta avanti i suoi programmi globali con estrema efficacia e gli accordi commerciali TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership) e TPP (Trans Pacific Partnership) vanno avanti affinché le SpA rappresentate nel WTO possano giovare di accordi che sono l’espressione palese di un maggiore e migliore profitto attraverso la privatizzazione del mondo. L’Unione Europea dovrà solo ratificare accordi commerciali preparati dagli specialisti delle SpA. Oltre al TTIP le SpA propongono il TISA, un altro accordo commerciale globale che coinvolge altre aree geografiche.

I trattati si occupano di sicurezza degli alimenti, norme sulla tossicità, assicurazione sanitaria, prezzo dei medicinali, libertà della rete, protezione della privacy, energia, cultura, diritti d’autore, risorse naturali, formazione professionale, strutture pubbliche, immigrazione.

Nella sostanza si pensa di legittimare la creazione di aree a libero scambio che riguardano tutte le tematiche che influenzano la nostra vita. La volontà del WTO è quella di tutelare i diritti delle SpA e liberalizzare l’evidente sperpero di merci inutili; già oggi esistono aree libere commerciali, quella che si intende creare è la più grande al mondo mai proposta. La stessa UE è nata proprio per scambiarsi le merci, ed in tal caso il vantaggio sarebbe solo per le SpA americane che potrebbero distribuire le proprie merci nel mercato europeo con maggiore facilità. I danni economici sarebbero proprio per gli stati membri dell’UE che dovrebbero competere ancora di più con merci libere dai controlli. Se pensiamo all’agricoltura, anziché offrire garanzie ai nostri beni con determinati accordi metteremo a rischio la nostra sovranità alimentare.

Inoltre c’è il serio rischio che le SpA si sostituiscano ufficialmente alle pubbliche istituzioni dato che gli accordi – TTIP e TPP – dovrebbero introdurre un potere di denuncia a loro nome contro un paese firmatario la cui politica avrebbe un effetto restrittivo sulla loro vitalità commerciale. Nella sostanza un regime ove le aziende potrebbero opporsi alle politiche sanitarie, di protezione dell’ambiente e di regolamentazione della finanza reclamando danni e interessi davanti a tribunali extragiudiziari.

L’aspetto grottesco è che questi accordi si stanno chiudendo durante la fine di un’epoca ove il capitalismo ha dimostrato a tutto il mondo una capacità distruttiva per la sua intrinseca irrazionalità: economia del debito, deregolamentazione, neoliberismo, crescita del PIL e petrolio. Anziché realizzare una società dell’abbondanza fondata sull’equilibrio degli ecosistemi attraverso sistemi economici auto sufficienti (misura e gestione dei flussi energetici), l’élite persegue sulla strada sbagliata secondo una religione – la crescita infinita – che sta fallendo sotto gli occhi di tutti.

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Nell’epoca del capitalismo nessun politico calato dall’alto avrà il coraggio di spegnere l’interruttore dell’immoralità. Mentre nessun partito pensa di riformare il processo decisionale della politica – riforma dei partiti, elezioni primarie per legge, democrazia diretta – per avvicinare persone libere, capaci e meritevoli alle istituzioni; persone che potrebbero svegliare altre coscienze addormentate, accade che dobbiamo ancora annoiarci col teatrino della politica, tutta. Una delle più grandi menzogne spacciate dai media e dai politici nostrani è che l’euro zona avrebbe promesso un miglioramento del benessere collettivo. I mantra della religione liberista sono crescita e competitività, com’è noto. Il cambio fisso dell’euro zona, il patto di stabilità e crescita, e il fiscal compact sono tutti strumenti che hanno sostenuto il processo di recessione avviato prima con lo SME, poi nel 1981 la separazione fra Tesoro e Banca d’Italia, e accelerato con la deregolamentazione bancaria e finanziaria, fino ad esplodere nel 2008 con la crisi dei mutui subprime che ha raggiunto l’euro zona. Gli Stati che aderiscono all’euro abdicano alla sovranità monetaria, cioè rinunciano ad una propria politica monetaria, e decidono di farsi condizionare dallo spread e dalle opinioni dei mercati finanziari. In Italia i soggetti politici sono persino incapaci di proporre piani industriali per creare nuova occupazione, nonostante l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali che colpiscono soprattutto il meridione abbiano raggiunto punte immorali e intollerabili.

I mercati finanziari hanno la loro religione: l’avidità e la crescita del PIL, pertanto accade che i fondi di investimento internazionali guidati da soggetti privati, favoriti dalla deregolamentazione globale, scelgono di investire i capitali seguendo la crescita del PIL, l’andamento demografico e lo sviluppo urbano dei singoli Stati. Rispetta a queste caratteristiche i fondi investono soprattutto nei paesi emergenti poiché garantiscono anche zone economiche speciali, infrastrutture fisiche e sociali rispetto ai capricci delle multinazionali. Pertanto i flussi sono indirizzati verso città regioni e paesi centrali. E’ sufficiente leggere le opinioni di questi investitori privati per scoprire l’acqua calda, i vantaggi di investire in Italia non ci sono poiché la globalizzazione sposta gli interessi verso i paesi emergenti. La disuguaglianza è pianificata. Il sito della Franklin Templenton Investments, oggi presieduta da Charles Bartlett Johnson e coadiuvata da un guru come Mark Mobius, può essere molto istruttivo per capire il pensiero dei mercati finanziari. Si tratta del più grande gruppo di management al mondo che sposta influenti capitali privati. Leggere i loro report può suggerire quali paesi cresceranno secondo le logiche del PIL. Sicuramente un personaggio come Warren Buffett rimane l’investitore più influente, noto anche come “il miracolo di Omaha”.

La scelta degli Stati  non dipende dalla loro democrazia, a volte sono regimi autoritari, monarchie, e spesso c’è un’assenza dei diritti sindacali e umani, poi c’è l’opportunità di sfruttare e usurpare risorse materiali; ecco questi paesi rappresentano una serie di vantaggi fiscali e di opportunità per massimizzare i profitti che non possono avere eguali rispetto agli USA e all’UE. I diritti civili e la cultura della democratica rappresentano un ostacolo oggettivo per i fondi d’investimenti privati. Consapevoli di questa enorme contraddizione fra avidità e democrazia, il progetto politico dell’euro zona rappresenta non solo una minaccia concreta per gli uomini liberi, ma è di fatto un progetto immorale, incostituzionale che pregiudica la sopravvivenza delle generazioni presenti e future. Non è tollerabile e tanto meno accettabile che la Repubblica italiana sia cancellata dalla storia per l’apatia dei cittadini stessi, manipolati, ingannati e traditi da dipendenti politici, nella migliore delle ipotesi incapaci e stupidi, nella peggiore traditori della Repubblica.

La depressione dell’euro zona e soprattutto dei paesi periferici dell’UE ha una radice politica culturale molto chiara: cessione della sovranità monetaria, assenza di una banca pubblica che faccia l’interesse pubblico, sgretolamento dello Stato sociale, un sistema contabile fiscale stupido perché i criteri della crescita impediscono di fare investimenti pubblici, assenza di una politica industriale utile allo sviluppo umano. Inoltre i famigerati mercati finanziari non hanno alcun interesse nel prestare capitali in luoghi ove non c’è la crescita secondo i dogmi della religione liberista. I paesi emergenti privi di regole sindacali e fiscali consentono opportunità speculative elevate, e quindi margini molto alti in poco tempo.

Nella sostanza, osservando la realtà possiamo constatare la fallacia della comunicazione politica che continua a blaterare di crescita e sviluppo, cerca solo di confondere le idee degli elettori, anche quando i politici si rivolgono in maniera patetica e ossequiosa verso i famigerati mercati. Nella realtà questi mercati ignorano le chiacchiere di questi utili idioti. L’UE così com’è non serve a nulla, neanche ai famigerati mercati, ma serve ai paesi “centrali” per drenare risorse (tasse), e serve a produrre disperazione, istigazione al suicidio, e povertà crescente nei paesi “periferici”. Quando i paesi “periferici” avranno raggiunto i livelli di povertà dei paesi emergenti, può darsi che i famigerati mercati finanziari avranno pietà e interesse nell’investire anche in Italia, in quel caso non ci saranno più gli italiani.

I paradisi fiscali e gli strumenti finanziari rappresentano il modo più efficace di far perdere le tracce e distribuire soldi per corrompere politici e, pagare la politica delle multinazionali SpA: guerre e controllo del debito. Intervista a Moisés Naìm, economista, direttore di Foreign Policy, già executive director della Banca Mondiale ed autore di Illicit:« Peccato anche che il numero dei territori che offrono servizi off shore cresca. Sì, arresteranno pure qualcuno, ma per ogni arresto “eccellente” ci sono mille nuovi canali illeciti che nascono, crescono e si riproducono alla velocità della luce. Non si tratta di catturare questa o quella persona, qui si tratta di un problema di sistema, “sistema mondo” intendo, che sta appunto minacciando l’equilibrio globale”»[1].

L’alta finanza ha creato paradisi bancari come Euroclear[2] e Clearstream[3] dove vige il segreto assoluto, conti su cui è possibile far comparire e scomparire il denaro occultandone la fonte di provenienza.[4]

L’organizzazione taxjustice.net ha creato un indice delle segretezza finanziaria, una ricchezza monetaria che sfugge alle regole fiscali nazionali, si tratta di un sistema globale che consente di non pagare tasse o pagarne poche grazie alle maglie larghe di leggi deboli e inefficaci. Secondo l’indice di taxjustice per il 2013 si è stimato che ci sono dai 21 ai 32 trilioni di dollari depositati nei paradisi fiscali, e si ipotizza che ogni anno circa 1-1,6 miliardi di dollari transitano illecitamente fra uno stato e l’altro. Si stima che, sin dal 1970, dall’Africa sono transitati senza pagare le tasse circa 1 trilione di dollari. Nella classifica mondiale della segretezza finanziaria nascosta al primo posto c’è la Svizzera con 2.000 miliardi di dollari confermandosi come il più grande centro off-shore al mondo con stime che arrivano a 7.000 miliardi di dollari, poi seguono Lussemburgo, Honk Kong, isole Cayman, Singapore, USA, Libano, Germania, Jersey, Giappone, Panama, etc. L’Italia è al 54° posto.

John Christensen:« […] Secondo le ultime stime, il capitale di privato depositato offshore è pari a 11.500 miliardi di dollari. Che cosa significa una cifra del genere? Questo esempio può darci un’idea della sua enormità: se questo capitale generasse un profitto modesto diciamo del 7% e se questo reddito fosse tassato a un’aliquota molto bassa, ad esempio del 30%, i governi del mondo avrebbero ogni anno un surplus di reddito pari a 250 miliardi di dollari, che potrebbero spendere per alleviare la povertà e raggiungere gli obiettivi di sviluppo fissati dalle Nazioni Unite.»[5]

Sicuramente in termini di giustizia sociale determinate istituzioni bancarie, grandi imprese e politici dovranno pagare il danno morale, sociale e ambientale che stanno causando a singole comunità, a singoli Stati, e all’umanità intera. Uscendo dall’inganno psicologico dell’economia del debito, mera invenzione e convenzione, sarà possibile ripensare le istituzioni, semplificandole e rendendole più efficaci. La soluzione a tutto ciò è il cambio radicale dei paradigmi di queste istituzioni obsolete, il ripristino della sovranità monetaria per favorire l’interesse della Repubblica e avviare un percorso di transizione, il passaggio della fine dell’era industriale verso una comunità fondata sul lavoro dell’equilibrio ecologico e non più sul profitto, un percorso volto a migliorare il nostro patrimonio culturale, architettonico e ambientale distinguendo il concetto di lavoro dal concetto di utilità. Un percorso che distingue i beni della merci e dove la comunità autoproduce e gestisce i beni direttamente.


[1] FERRUCCIO PINOTTI e LUCA TESCAROLI, Colletti Sporchi, BUR 2008, pag. 354
[2] www.euroclear.com
[3] www.clearstream.com
[4] MARCO PIZZUTI, Rilevazioni non autorizzate, Edizioni Il Punto d’Incontro, 2009 pag. 343
[5] in Report, Let’s make money, di Erwin Wagenhofer, andato in onda su RAITRE, 2012

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Prima di ripetere cose scontate mi preme invitare giornalisti e politici che citano la “decrescita felice” di leggersi i testi che parlano dell’argomento per evitare loro figuracce. Prima di tutto, mai nessuno del Movimento per la Decrescita Felice (MDF) compie rinunce anzi è vero il contrario, cittadini che sperimentano ed accedono a nuove conoscenze utili alla crescita spirituale e materiale privilegiando la produzione di beni e la riduzione di merci inutili. Partiamo da un presupposto, i testi editi proprio dalle “edizioni per la decrescita felice” divulgano molte proposte che migliorano la qualità della vita dei cittadini, parlano di stili di vita, di tecnologie e di politiche. Non si tratta di idee innovative o nuove, ma di una filosofia politica ampiamente conosciuta poiché nasce dal concetto di “bioeconomia“, un concetto persino scontato dato che invita tutti a tener conto degli effetti negativi dell’entropia, principio fisico che si studia a scuola. Fu Aristotele a suggerire la distinzione fra economia e crematistica per spiegare come un’economia reale dovrebbe avere il fine ultimo la fabbricazione e lo scambio di beni utili agli individui ed alla società. Sappiamo bene che la televisione, la pubblicità, l’obsolescenza pianificata e la creazione del danaro dal nulla hanno come fine la soddisfazione dell’avidità di pochi. Gli ultimi trenta, quarant’anni sono stati caratterizzati dal nichilismo che mostra una società consumistica compulsiva spinta dall’industria finanziaria (bancaria) del fare senza scopo, comportamento ripetitivo inumano. Tutta l’economia classica ignora le leggi della fisica, e pertanto sembra persino banale mostrare come il pensiero politico occidentale delle rivoluzioni industriali abbia recato danni ambientali ampiamente prevedibili, e come sia del tutto scontato cambiare questo paradigma per tutelare i diritti degli individui poiché l’unica alternativa alla stupidità è la ragionevolezza, prerogativa degli esseri umani, cosi sembra. L’aumento dell’inquinamento industriale produce la morte per le specie viventi, col rischio di estinguere la nostra specie, mentre la Terra continuerà la propria evoluzione anche senza l’uomo. Prima delle rivoluzioni industriali l’impatto dell’uomo era commisurato alla capacità rigenerativa degli ecosistemi e la maggioranza delle attività antropiche usava energie rinnovabili, poi vennero le scoperte dei motori a combustione e l’opportunità di sfruttare questa energia nei settori industriali, e poi l’invenzione dell’automobile. Nikola Tesla mostrò nuove opportunità di sviluppo (corrente alternata, elettromagnetismo, trasmissione energia senza fili, etc.) con la diffusione di tecnologie intelligenti, ma le scoperte più interessanti furono scartate poiché avrebbero sostituito l’economia del petrol-dollaro, oggi quei brevetti sono serviti come spunto per altre tecnologie figlie delle sue intuizioni, mentre il “picco del petrolio” mostra la via inevitabile di un cambio epocale, ed apre le porte a scelte migliori e più sostenibili. La decrescita felice non è un obiettivo, ma l’inizio di un cambio di paradigma per approdare all’epoca della prosperanza, un’epoca dell’abbondanza frugale, non si tratta di un’opinione individuale, ma di una valutazione del periodo che stiamo vivendo, non si tratta di rinunciare a qualcosa, ma di vedere opportunità tenute nascoste dal potere invisibile. Oggi esistono tutte le tecnologie di cui gli esseri umani hanno realmente bisogno: auto produrre energia con fonti alternative, cibo (sovranità alimentare), mobilità intelligente, accesso alle conoscenze, abitazioni comfortevoli, tutto questo è possibile se la politica, se la polis intende prendersi lo spazio democratico che oggi non ha.

Fino ad oggi la tecnica brevettata (copyright e royalties), la tecnologia, è stata lo strumento per aumentare la produttività (impiego dei robot) e massimizzare i profitti degli azionisti grazie alla delocalizzazione industriale (sfruttamento di manodopera a basso costo ed “esternalizzazioni”), e l’invenzione di algoritmi matematici finanziari per scommettere sul destino delle Nazioni. Anche l’aumento della disoccupazione figlia dell’impiego dell’innovazione tecnologica era stata annunciata (Rifkin, la fine del lavoro). La tecnica delle regole bancarie è servita a produrre ricchezza dal nulla, usarla come un arma contro i popoli (economia del debito). Bisogna cancellare royalties e copyright e rifondare le istituzioni. Dal tempo dei greci sino al medioevo i popoli erano molto più liberi, l’invenzione delle banche, la televisione e l’uso odierno dell’informatica non hanno reso le persone più libere, oggi siamo ad un bivio: possiamo leggere la storia e capire gli errori del passato, ammettere la regressione mentale che stiamo subendo e ripartire svegliando le coscienze addormentate.

La quantità di energia che arriva ogni secondo sulla Terra è uguale al prodotto della costante solare per l’area di un disco che ha raggio eguale a quello della Terra (6370 km = 6,37×106m): 1350W/m2π(6,37×106 m)2 =170×109 MW. La potenza solare intercettata dalla Terra è 170 miliardi di megawatt. Energia per tutti, è tutta gratis. Abbiamo le conoscenze per usare al meglio questa energia, e dare lavoro in tanti ambiti ignorati e denigrati: conservazione dei beni culturali, rischio sismico, tutela del territorio etc. Tutte le specie viventi grazie a questo dono hanno un’esistenza normale senza la stupida invenzione dell’economia del debito, senza il fiscal compact o del patto di stabilità ribattezzato di stupidità, tutte idiozie create ad hoc dall’élite per schiavizzare i popoli. Anziché inventarsi l’immorale obbligo del pareggio di bilancio le istituzioni dovrebbero misurare l’uso razionale delle risorse, poiché la vita degli individui dipende solo da quello: dagli ecosistemi e dalla fotosintesi clorofilliana. La domanda non è quanto costa, ma ci sono le risorse per farlo? Fisica, chimica e biologia si insegnano nei Licei, cioè le conosce di base per una vita sana, semplice e razionale, sono ampiamente divulgate nei programmi di base. Le scelte politiche dei nostri dipendenti pagati con le nostre tasse non sono minimamente condizionate dalle conoscenze biologiche, anzi dicasteri dell’ambiente e dell’agricoltura sono senza “portafogli”, un dicastero della bioeconomia neanche ad immaginarselo. E questi giornalisti continuano a porsi domande demenziali: “a cosa serve la “decrescita felice”? C’è la disoccupazione in aumento figuriamoci la decrescita felice.”

Per essere maggiormente chiari possiamo lavorare 4, 5 ore al giorno (la domenica nessuno dovrebbe lavorare), ricevere un salario ugualmente dignitoso e trascorre ore coi nostri figli, perché il nostro scopo non è produrre merci inutili, ma raggiungere il benessere che non coincide con la massimizzazione dei profitti altrui, ma col nostro stato psicofisico e la qualità delle relazioni. Se viviamo in una città inquinata dai gas di scarico di auto e industrie figuriamoci cosa possiamo aspettarci, giusto? Come si concilia un salario di €2000/€2500 netti con 4 ore di lavoro? Si concilia, dipende solo dalla nostra volontà politica e dal proporre un cambio radicale. E’ sufficiente ricordare che negli anni ’60 fino agli anni ’80 le nostre famiglie erano prevalentemente monoreddito potendo accedere alla casa e fare un’esistenza più dignitosa di quella odierna. Non si tratta di tornare al capitalismo degli anni ’60-’80, ma di riconoscere che possiamo transitare ad un nuovo sistema che privilegia il fare bene rispetto al fare senza fine (vendere, vendere, vendere), e soprattutto in questo periodo fare meno e meglio (l’opposto dell’obsolescenza pianificata). Si tratta di un modello evolutivo – virtuoso – che rispetta le leggi della fisica e offre nuove opportunità di impieghi utili.

I danni di questa crescita infinita furono ampiamente preconizzati, oggi abbiamo l’opportunità di vedere questa crisi con maggiore consapevolezza e uscire da questa gabbia mentale invisibile creata da un’élite degenerata che ha saputo negarci un futuro sostenibile ponendo seri rischi sulle future generazioni. Possiamo riprenderci il nostro destino, se lo vogliamo!

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Mentre il Parlamento è prigioniero di se stesso e dei nominati, l’Italia va avanti, nonostante tutto. La grande percentuale di ricambio dei nuovi dipendenti, circa il 64%, crea un normale rallentamento delle attività. L’assenza di visione pragmatica e l’incomunicabilità fra parlamentari acuisce il danno economico agli italiani, e comunica l’incertezza del momento a tutti i cittadini che hanno votato durante le ultime elezioni politiche.

Cosa dovrebbe fare un politico che ama il proprio paese?

Comunicare la propria visione, le idee ed i progetti concreti per cambiare tutto. I cittadini non comprendono il silenzio e non comprendono la confusione attuale poiché i nuovi dipendenti sembrano impauriti e poco adeguati al ruolo a cui essi stessi si sono candidati, nessuno li ha obbligati, ma sono li a spese degli italiani. Com’è noto l’Italia ha seri problemi che richiedono risposte veloci poiché ogni giorno chiudono imprese a causa dei crediti piuttosto che dei debiti, ci troviamo in un vero paradosso frutto del sistema contabile e fiscale imposto dall’Unione Europea, inventato da PD e PDL. Per cominciare a risolvere i problemi odierni ci vogliono buon senso, umiltà, competenza, conoscenza e coraggio. Dopo un mese sembra che il Parlamento attuale non abbia queste virtù, almeno questa è l’immagine che percepisco, spero di essere in errore e lo capiremo presto, mentre famiglie ed imprese sono abbandonate al sistema europeo per nulla sociale e solidale, ma costruito soprattutto sulle tasse e l’ingiustizia degli stupidi indicatori: debito/PIL, spread, e moneta debito.

Questa Unione Europea va sostituita, l’hanno capito tutti ormai, meno che il nostro Parlamento? Il voto degli italiani ci consegna un Parlamento dove le forze politiche in campo hanno visioni diverse fra loro, dove chi ha distrutto il Paese cerca di sopravvivere a se stesso, e PD e PDL non comprendono che sono fuori dalla storia. Devo ammettere che anche il M5S è prigioniero della propria inesperienza.

Bisogna affrontare la contingenza e pagare i debiti della Pubblica Amministrazione verso i fornitori, le imprese che hanno lavorato stanno aspettando di mettere il piatto a tavola.

Bisogna comunicare che la religione della crescita è stata la rovina dell’Unione Europea poiché l’influenza delle SpA e dei serbatoi di pensiero – think tank – hanno indottrinato e diffuso con successo, un pensiero dominante obsoleto frutto dell’avidità, pertanto, il termine crescita è stato completamente edulcorato, manipolato ed è stato creato un mantra, un dogma ripetitivo ossessivo, dove i politici attuali hanno potuto perseverare nell’obiettivo dell’avidità, cancellando la democrazia rappresentativa e instillando un processo di rifeudalizzazione delle Nazioni sostituite dalla dittatura SpA messa al vertice dell’Unione Europea, fra l’altro l’UE è un’organizzazione non democratica poiché l’organo esecutivo ha maggiori poteri del Parlamento europeo, unico organo eletto dai popoli. Nel corso dei decenni la crescita del PIL ha prodotto maggiore disoccupazione, maggiore precarizzazione, ha ridotto i diritti dei cittadini, ha indotto il fenomeno della delocalizzazione industriale ed ha aumentato le disuguaglianze sociali ed economiche. La crescita ha reso le famiglie più povere e più insicure. Dopo quarant’anni di crescita l’Italia e l’Europa stanno decisamente peggio. Dal dopo guerra ad oggi si è esaurita la spinta della crescita infinita ed il sistema è imploso su stesso, da un capitalismo figlio dell’economia reale – dagli anni ’50 agli anni ’70 – siamo entrati nell’era della finanza – anni ’80 e 2000 – che ha distrutto la democrazia rappresentativa. I Governi non prendono decisioni politiche, ma assecondano i capricci del famigerato “mercato”, che non esiste nel senso proprio del termine, cioè non esiste un luogo dell’equo scambio delle risorse, ma ci sono software ove i broker e le SpA perseguono i propri interessi e basta.

Nel 2013 le decisioni più importanti per la specie umana non sono prese con metodi razionali, scientifici, morali e democratici. Nel 2013 la specie umana, quella che si ritiene migliore di tutte le altre, subisce le decisioni politiche inventate dai capricci di un “mercato” che non esiste, cioè il nulla governa la politica. Nel 2013 tutte le specie viventi di questo pianeta si godono la natura perché essa dona ogni giorno i propri flussi di materia, e nessuna specie spreca risorse, mentre quella umana ha bloccato la propria evoluzione e sta regredendo allo stato infantile poiché amministrata da una religione politica che adopera i propri mantra: crescita, PIL, competitività, avidità, obsolescenza pianificata etc.

La cosa più assurda della nostra specie è che ha tutte le conoscenze per cogliere le straordinarie opportunità delle tecnologie odierne, ma non riesce a vedere l’evoluzione poiché non ha occhi per vedere, non ha cervello per vedere. Speriamo che il tempo sia favorevole a questa generazione poiché è necessario transitare da un’epoca ad un’altra, altrimenti la nostra specie rischia l’estinzione mentre la Terra continuerà a vivere senza di noi.

Questa transizione epocale deve avere i suoi piloti, la sua classe dirigente capace di interpretare il momento politico e ci vuole formazione e cultura adeguata per farlo. La cittadinanza deve mobilitarsi per formare nuovi cittadini capaci di interpretare questo periodo denominato “decrescita felice” ed approdare alla “prosperanza“.

Un politico serio e consapevole, cioè un politico italiano normale chiama i colleghi europei e dice una cosa scontata: «l’invenzione dell’economia del debito non può essere il sistema su cui creare un governo politico, le generazioni che stanno subendo questa scelta storica non hanno dichiarato guerra a nessuno, la seconda guerra mondiale è finita, noi non siamo la colonia di nessuno. E’ giunta l’ora di riconoscere politicamente ciò che tutti sanno: l’energia che da vita a noi tutti è gratuita. Italia, Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo non potranno mai ripagare il debito pubblico, e questo lo sapete bene tutti voi che pensate di poterci tenere schiavi in un sistema immorale ed innaturale, poiché questo sistema non tiene conto delle leggi della fisica. Così come il sistema è frutto di una convenzione, di un’arbitrarietà, imposta dalla storia dagli eventi bellici, oggi possiamo riconoscere che quella scelta di colonizzare gli Stati fu sbagliata. Oggi possiamo stabilire una nuova convenzione su presupposti molto diversi e possiamo farlo partendo dalle leggi della natura, leggi che abbiamo sempre ignorato dalle valutazioni politiche.

Con questi presupposti le Nazioni potranno riavere uno strumento, una moneta sovrana e non più a debito, e potranno stabilire una propria politica industriale partendo dalle risorse reali e dai principi di bioeconomia per evitare i danni ambientali prodotti dal nichilismo e dalla miopia di politici inadeguati e corrotti dalle SpA tramite il sistema dei paradisi fiscali. Si tratta di un’evoluzione delle teorie politiche, né liberiste e né keynesiane, ma che tengano conto delle risorse limitate e dell’innovazione tecnologica delle fonti energetiche alternative. Si tratta di politiche che riconoscono la concreta opportunità di eliminare le diseguaglianze e di consentire a chiunque volesse farlo di vivere in equilibrio con la natura, gli Stati hanno il dovere di porsi questo obiettivo minimo. Mai più uno Stato condizionato dalle borse telematiche e dall’usura bancaria, mai più uno Stato condizionato dall’invenzione di sciocche regole finanziarie che stanno distruggendo ecosistemi negando l’autoderminazione dei popoli.

Bisogna integrare gli indicatori obsoleti con il Benessere Equo e Sostenibile (BES) e far decrescere gli sprechi figli di indirizzi politici sbagliati: ridurre le spese militari, sostituire le SpA che gestiscono i servizi locali con società public company (azionariato popolare diffuso) senza scopo di lucro, cancellare gli sprechi dell’inefficienza energetica con un piano di decrescita energetica delle fonti fossili e progettare la diffusione di reti intelligenti (smart-grid) con fonti alternative, sostituire gli inceneritori con gli impianti di riciclo totale, finanziare la prevenzione primaria nell’ambito sismico e idrogeologico, sostituire l’agri-industria con l‘agricoltura naturale, ridurre il numero dei motori a combustione per eliminare l’inquinamento da nanopolveri e ripensare la mobilità privata, spostare i soldi di grande opere inutili verso la ricerca e l’innovazione. Introdurre la vera class action. Bisogna adeguare la scuola e l’università ai nuovi paradigmi dell’educazione che non può essere più di tipo militare-industriale, ma di sviluppo creativo lasciando libero il “pensiero divergente”. E’ tempo di democrazia diretta

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