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Posts Tagged ‘economia’

Uno dei più grandi drammi culturali, sociali e politici che l’Occidente e il mondo intero sta pagando, è aver lasciato la politica nelle mani degli alchimisti chiamati economisti. Costoro attraverso la loro religione, i loro mantra (moneta, debito e crescita) stanno distruggendo la specie umana. Ovviamente non tutti gli economisti sono veri e propri imbroglioni, in questa categoria c’è anche una minoranza che riconosce i limiti culturali e gli inganni della loro disciplina che ignora le leggi della vita umana (biologia e fisica). Alla casta degli economisti ortodossi bisogna aggiungere i sacerdoti delle dottrine giuridiche poiché uniti hanno costruito il più grande inganno psicologico che gli occidentali stanno subendo. Hanno saputo costruire istituzioni feudali facendole passare per democratiche, e poteri autoritari (UE) facendoli passare per solidali.

Sulla scena politica i carnefici alchimisti economisti si propongono come salvatori dell’Occidente, sia negli USA e sia nell’UE, le soluzioni proposte sono scontate, dopo decenni di capitalismo neoliberale, il “genio” di questa casta autoreferenziale propone un capitalismo socialista, che equivale a dire: a noi non interessa lo sviluppo umano poiché non rappresentiamo la specie umana, a noi interessa controllare le masse concedendo loro la forza di continuare a spendere (reddito minimo, piano per il lavoro). Il loro obiettivo è sostenere il capitalismo. Com’è stato documentato più volte, oggi la concentrazione di capitali è la più alta mai vista in tutta la storia (Piketty). Non è vero che mancano soldi da spendere. Da un lato gli Stati, in buona sostanza non esistono più, poiché annullati quando i parlamenti hanno abdicato alla sovranità economica, e dall’altro le multinazionali fanno politica determinando la schiavitù e la morte dei popoli. Le istituzioni pubbliche, controllate dall’élite degenerata, non tassano i ricchi e non recuperano soldi da investire in piani sociali e tutela del patrimonio. I soggetti politici populisti raccolgono consensi speculando sui drammi sociali, e sono anch’essi strumenti degli alchimisti neoliberali, così come gli ortodossi della crescita della produttività – panacea di tutti i mali, secondo la dottrina “di sinistra” –  che contribuisce a distruggere la vita sul pianeta. Nessuno dei “lati estremi” propone lo sviluppo umano, che non si ottiene col posto di schiavitù, oggi chiamato furbescamente lavoro, ma solo con la crescita culturale delle persone e la felicità attraverso relazioni sociali proficue. In quest’epoca di innovazioni tecnologiche possiamo piegare la tecnica all’etica umana. Se ci fosse consapevolezza collettiva, potremmo eliminare il posto di schiavitù e rendere libere le persone attraverso percorsi di consapevolezza del sé, e favorire la nascita di impieghi utili per se stessi e per la gestione razionale delle risorse finite.

Uno dei punti politici più delicati riguarda la sovranità monetaria. Una volta ripresa la sovranità economica, come spendere i soldi? C’è chi rimpiange le politiche keynesiane e le ripresenta come salvezza per creare lavoro e ridurre le disuguaglianze, e ci sono i liberali che pensano di lasciare il controllo della moneta ai privati e al cosiddetto mercato. E’ tutta qui la diatriba politica degli alchimisti economisti. Nessuno di loro, tranne qualche eretico, ammette che le loro teorie neoclassiche sono vere e proprie fandonie e fanfaluche ampiamente superate da Nicholas Georgescu-Roegen che ideò la bioeconomia attraverso il modello di flussi-fondi. Anche un bambino capisce che la nostra sopravvivenza dipende dalla fotosintesi clorofilliana, ma solo un adulto capisce che la felicità dipende dalla cultura e dalla spiritualità etica dell’uomo in armonia con gli altri e la natura. La felicità umana è insita nella relazione con gli altri. Il capitalismo professato da circa trecento anni ha reso l’uomo egoista, nichilista, cinico, avido, stupido e poi isolato per farlo regredire allo stato infantile e renderlo debole e manipolabile alla voce degli alchimisti economisti.

Durante questa lunga recessione figlia della religione capitalista emerge il linguaggio dei violenti e degli alchimisti che ripresentano le fandonie di inizio secolo Novecento, quando queste promesse sul lavoro e la riduzione delle diseguaglianze favorirono la nascita delle dittature in Europa. Le anomalie di oggi sono due: la prima è quella di credere che il tutto si risolva proponendo di perseguire la crescita del capitalismo stesso, e la seconda è che tale proposta emerge sia dall’estrema destra che dall’estrema sinistra, mentre il centro occupato dai liberali ritiene che tutto debba restare così com’è. Nessuno ha il coraggio di proporre e programmare l’uscita dal capitalismo, che rappresenta non solo la soluzione alla recessione innescata dall’implosione del capitalismo stesso, ma è l’opportunità di pensare un futuro sostenibile e prosperoso per tutti i popoli della Terra.

I cittadini devono riprendersi il controllo dell’azione politica attraverso un percorso che li liberi dall’ignoranza funzionale e di ritorno, altrimenti ci sarà sempre l’alchimista di turno che inventa storie da raccontare finalizzate a mantenere in schiavitù la specie umana e consentire all’élite degenerata di controllare le risorse finite del pianeta.

Un serio e sincero piano d’azione deve raggiungere la sovranità energetica ed alimentare delle comunità, attraverso la corretta pianificazione territoriale che recupera i tessuti urbani consolidati e favorisce la rilocalizzazione della produzione manifatturiera leggera. Una volta ripresa la sovranità economica, come spendere i soldi? Territorializzando e rigenerando le aree urbane presenti nei sistemi locali, che sono i veri ambiti territoriali ove riorganizzare le competenze delle istituzioni locali per governare le reti di città attraverso progetti bioeconomici, e non di mera crescita che distrugge l’economia reale e locale. E’ in quest’ottica che possiamo programmare la formazione professionale per creare occupazione utile.

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Leggere ci aiuta

Da anni leggo e cerco di aggiornarmi per capire una disciplina che determina negativamente la nostra esistenza. Ho letto diversi testi che riguardano la moneta e l’economia, facendomi una certa idea di questa religione, poiché oggi più che mai questi argomenti condizionano la nostra esistenza, nonostante non debba esser così, ahi noi è così, nonostante la vita su questo pianeta sia determinata dalla fotosintesi clorofilliana. Per chi come me, non ha studiato economia, ma percepisce che gli strumenti di questa disciplina ci colpiscono negativamente, vorrei consigliare tre letture: Galbraith, Galloni e Shaxson.

Galbraith storia dell'economia

Galloni l'economia imperfetta

Shaxson le isole del tesoro

E’ la conoscenza che ci rende liberi. Il testo di Andrè Gorz vi consentirà di osservare l’economia con gli occhi della specie umana.

Gorz Ecologica

Buona lettura!

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La conoscenza sulla specie umana è davvero vasta e immensa, i limiti della nostra specie sono noti ma non appartengono alla cultura delle masse, cioè buona parte di noi è assolutamente consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti, e spesso finisce col subire i cosiddetti condizionamenti dell’ambiente esterno svolgendo un’esistenza indotta dal pensiero dominate e dal sistema di potere.

La nostra inconsapevolezza è la principale causa dei problemi di questa società moderna. I dati ufficiali circa i tradizionali indicatori raccolti all’Istat, dicono che il presente è drammatico, e forse è un commento riduttivo. Viviamo in uno stato di emergenza, ma questa sembra non preoccupare le famiglie poiché abbiamo l’abilità di scegliere i peggiori rappresentanti politici per affrontare i seri problemi sociali, ambientali, economici e politici. La nostra casa sta bruciando e noi gettiamo benzina sul fuoco.

Istat tasso di disoccupazione giovanile

relazione PIL popolazione occupazione

Un dramma che trova momenti di picco se spostiamo la lente d’ingrandimento sul nostro meridione, che abbiamo lasciato nelle mani di veri e propri stupratori seriali. Il meridione d’Italia è uno dei luoghi più belli del pianeta che subisce una guerra razziale e ideologica da più di 150 anni, con la collaborazione di noi meridionali psico programmati per disprezzare la nostra terra natia, e rincoglioniti dalla scuola e dal mainstream sviluppista (le televisioni milanesi e la RAI stessa). Siamo così confusi da credere ancora che la soluzione ai nostri problemi sia la crescita del PIL  quando è la religione che genera i nostri danni.

Le fotografie dell’Istat sembrano immagini post belliche, ma siamo nel 2016. La guerra economica contro i meridionali che cominciò col rubare oro, e tecnologie dal Regno delle Due Sicilie (l’allora Germania d’Europa), continuò con la propaganda razzista. La guerra economica è ancora in piedi poiché frutta denari per le imprese che hanno colonizzato il Sud, e per partiti politici “meridionali”, oggi i partiti non esistono più, ma gli interessi delle imprese continuano ad avere rappresentanza nei Governi italiani.

L’unico modo per cambiare i dati dell’Istat, è che i meridionali amino la propria terra sconfiggendo i mali sociali che più l’affliggono: l’indivia sociale e l’apatia politica. La soluzione non è imitare gli stili di vita rappresentati dal mainstream neoliberale, non è competere ma far crescere la creatività, e favorire i capaci e i meritevoli che possono creare nuova occupazione utile tutelando e valorizzando il territorio.

Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

Istat reddito familiare netto mediano per Regioni

I migliori investimenti che possiamo fare sono nel cooperare e stimolare la nascita di una classe dirigente seria e responsabile, che superi il pensiero dominate materialista, e cominci dalla bioeconomia poiché produce nuova occupazione utile. Alcune imprese, senza attendere una nuova classe politica, stanno investendo nella bioeconomia, tant’è che nel riciclo e nel riuso delle risorse stanno emergendo nuovi mercati, così come nel recupero dei territori e nell’uso razionale dell’energia i settori della progettazione e delle costruzioni riescono a resistere alla recessione innescata dall’implosione del capitalismo. Per il momento l’inerzia della politica sta facendo da tappo, soprattutto perché al pensiero neoliberale non interessa l’economia reale, in quanto certe imprese aumentano i dividendi degli azionisti attraverso la finanza e il sistema offshore, le speculazioni, gli illeciti e la depauperazione delle risorse del pianeta occupando i territori in via di sviluppo.

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Un’interessante approccio analitico può essere la scomposizione degli elementi (la cultura individuale, le istituzioni e le leggi, le abitudini, i limiti naturali, la produzione …) che caratterizzano la società, e la loro ricomposizione orientati verso l’evoluzione. Non c’è dubbio che esistono elementi più incisivi rispetto ad altri, ed elementi che frenano il processo evolutivo. La cultura delle persone è senza dubbio l’elemento determinante che costruisce una società, mentre le teorie economiche e le istituzioni limitano i processi evolutivi. Le teorie sociali si “dividono” fra quelle che ritengono la società il risultato di una fusione tra le coscienze individuali (Durkheim), quelle che ritengono la società il risultato di un contratto fra individui a partire dagli interessi (Hobbes, Rousseau), e in fine quelle che pensano alla società come l’effetto dell’interazione tra uomini (Marx, Weber). Tutte queste teorie presuppongono che l’azione dell’individuo sia attivata da un soggetto auto cosciente e razionale. I limiti delle teorie sono che tendono ad autoescludersi creando dualismi, e che l’ordine sociale non può essere condotto esclusivamente all’intenzione soggettiva. Ad esempio, se osserviamo le recenti indagini sulla cultura delle persone, si intuisce che il soggetto auto cosciente e razionale non corrisponde alla maggioranza della società. Sapendo che le società sono dotate di strutture semantiche e cognitive possiamo intuire che senza un’adeguata crescita culturale di una parte importante della popolazione è difficile compiere evoluzioni sociali per migliorare la qualità di vita di tutta la società. Al di là dei livelli di istruzione, bisogna anche riconoscere l’involuzione di parti culturali della società che si muovono solo per interessi personali, e lo fanno a danno di una maggioranza di individui appositamente esclusi dall’opportunità di sviluppo umano.

L’ala capitalista americana post-keynesiana propone modelli economici per tenere in vita il capitalismo quando il sistema riduce la domanda (quando calano i consumi). Le ricette suggerite dagli economisti sono abbastanza note e scontate, in caso di recessione si attiva una politica espansiva per fronteggiare la deflazione del sistema capitalista. Fu un allievo di Keynes, Minsky a spiegare matematicamente l’instabilità del capitalismo, e in funzione di questa instabilità emerse la proposta della scuola post-keynesiana, che si distingue dalle posizioni neo-keynesiane rimaste legate ai modelli teorici neoclassici. I post-keynesiani ritengono che l’offerta di moneta risponde alla domanda (ribaltando la tesi della teoria neoclassica), mentre il fondamento teorico di questa corrente di pensiero poggia sulla domanda effettiva, cioè la produzione è influenzata dalla domanda aggregata (domanda di beni e servizi). I post-keynesiani osservano che il mercato non può raggiungere l’obiettivo della piena occupazione, per tale motivo suggeriscono l’intervento dello Stato, di fatto transitando dalla destra liberale, che sostiene il primato del libero mercato, verso soluzioni socialiste che ridistribuiscono le risorse attraverso la tassazione e le politiche industriali.

Poiché le teorie economiche influenzano le azioni delle istituzioni, e le leggi sono coercitive nei confronti dei cittadini, e poiché gli ambienti istituzionali e la pubblicità determinano il comportamento degli individui si conferma il fatto che l’intenzione soggettiva non può costruire un ordine sociale. E’ anche vero che un insieme di azioni di gruppo (associazioni, gruppi di opinione) può cambiare l’ordine sociale (logica della relazione sociale), e persino influenzare gli ambienti istituzionali (elezioni) e del mondo produttivo (boicottaggio di marchi e prodotti). Durante gli ultimi trecento anni di diffusione della religione capitalista la declinazione che ha avuto più successo è quella liberale, oggi ne paghiamo tutta la sua stupidità, che produce guerre, disuguaglianza e povertà. Se nel corso della storia umana avesse prevalso la parte culturale orientale, indiana (in riferimento ai nativi d’America) e aborigena, cioè se avesse prevalso quella cultura umana che ha una prevalenza animista e responsabile verso la natura, non saremmo a dubitare per l’estinzione dei popoli della Terra, ma vivremmo in pace e prosperità.

Le teorie economiche che si rifanno ancora all’obiettivo della crescita della produttività, non riescono a migliorare i loro modelli teorici poiché ignorano le leggi dell’entropia. La dimostrazione matematica della fallacia della funzione della produzione mostra che l’unica via percorribile è la bioeconomia di Georgescu-Roegen. Inoltre, la recente evoluzione del mostro capitalista che aumenta l’accumulo del capitale grazie al valore fittizio delle azioni e l’evoluzione robotica e informatica, conferma l’ipotesi del crescente distacco del capitale dal lavoro, e conferma l’aumento dei rischi dell’esistenza della nostra specie, poiché i capricci di una ristretta élite degenerata, di banchieri e manager, perseguendo la crescita continua distrugge le risorse indispensabili per la nostra specie, e influenza la vita e la morte di intere comunità ridotte in schiavitù attraverso la gabbia psicologica dell’economia e la violenza degli eserciti.

La recessione aiuta a riflettere circa l’incompatibilità fra capitalismo e specie umana. Lasciamo morire la religione più stupida del mondo e cogliamo l’opportunità dell’evoluzione sociale avviando la transizione sociale, ecologica e politica. La religione della crescita della produttività insita in quella capitalista non è la soluzione, poiché lo scopo della nostra specie non è produrre all’infinito e tanto meno consumare merci inutili. E’ fondamentale decolonizzare l’immaginario collettivo dall’economia che ha mercificato la natura e annichilito le persone, rendendole robot, apatiche, ciniche e violente. L’intero impianto giuridico e costituzionale che ereditiamo dall’epoca industriale favorisce relazioni di mera mercificazione; per questo motivo c’è un grande lavoro giuridico e culturale per ricostruire il senso di libertà, e di comunità, tipico della specie umana che si basa su relazioni di reciprocità e non di mero profitto. Per favorire l’evoluzione sociale è necessario investire in un percorso di conoscenza che porta alla felicità. Dobbiamo costruire una società, un modello sociale, che si ispira ai principi auto poietici, come la rigenerazione dei territori e delle aree urbane attraverso piani e progetti ispirati alla bioeconomia. Per favorirlo dobbiamo agire sul processo di auto coscienza delle persone. Interpreti di una sinistra più vicina al cambiamento furono André Gorz, Jacques Ellul, Ivan Illich, e Pier Paolo Pasolini, furono critici e precursori della società dei consumi, e del ruolo negativo della pubblicità televisiva. Pasolini intuì subito il ruolo negativo che i nuovi media avrebbero assunto per psico programmazione le persone in consumatori passivi, fotografando l’inizio della regressione culturale. Proprio questo è l’elemento chiave, poiché i dati (rilevati da Tullio De Mauro) mostrano l’incapacità di una parte importante della popolazione di comprendere ciò che legge, e l’ignoranza funzionale rallenta il processo di auto coscienza determinante per misurare la libertà degli individui. Lo schiavo perfetto è colui che non sa di esserlo.

Gli USA, che hanno innescato la recessione del sistema capitalista, sono un sistema federale con poteri e ruoli diversi rispetto all’obsoleta UE, e il Congresso americano deliberò proprio politiche espansive per ridurre i rischi della recessione. Se da un lato tali scelte hanno sicuramente ridotto i rischi sociali, queste hanno solo spostato in avanti l’agonia dei ceti meno abbienti. Lo stupido modello produttivo della crescita è stato salvato dalle mance del Congresso per sostenere la domanda interna mentre le risorse del pianeta subiscono il saccheggio degli ecosistemi a danno di tutta la popolazione mondiale che paga gli stili di vita indotti dalla pubblicità che favorisce i capricci degli occidentali. Le differenze sostanziali fra USA e UE è che i debiti pubblici non sono un problema negli USA, se il Congresso lo desidera più stanziare aiuti di Stato, anche se la prevalente cultura liberale non lo preferisce. L’UE è semplicemente il paradiso per gli ultraliberisti poiché non solo esiste il “patto di crescita e stabilità” che limita gli investimenti, ma sono vietati gli aiuti di Stato. L’UE è un sistema propriamente feudale poiché le decisioni più importanti sono determinate da organi non eletti dal popolo, e condizionate dalle lobbies. Se in Europa si rimuovesse la stupidità staremo molto meglio.

Dal punto di vista della struttura i modelli UE ed USA coincidono poiché sono strutture politiche di potere basate sul vassallaggio. Il modello americano non è affatto invidiabile per diverse ragioni banali: lo strapotere della Fed e di Wall Street, lo strapotere dell’industria della guerra e delle armi, le enormi disuguaglianze sociali, la povertà degli slums, il razzismo, la pena di morte, la scarsa partecipazione al voto, la sanità privata, l’agri industria che produce merda, la corruzione legalizzata attraverso i finanziamenti delle corporations, che selezionano i candidati, e possiedono i partiti con elezioni primarie truffa. In poche parole il predominio dell’avidità capitalista delle multinazionali americane è il virus che ha contaminato il globo, ha dissolto il comunismo russo, e inoculato la Cina. Il cancro ha colpito anche l’India che in prospettiva supererà la Cina, e queste società orientali, le più grandi al mondo, hanno già programmato l’imitazione degli stili di vita degli occidentali nei loro paesi, di fatto contribuendo a dare un colpo micidiale agli ecosistemi naturali che non potranno sopportare l’aumento della domanda aggregata. Per avere un’idea è sufficiente osservare che la somma della popolazione statunitense ed europea è di circa 820 milioni di abitanti, mentre la somma di Cina e India è di 2,5 miliardi di persone.

Le famigerate politiche espansive (la crescita della produttività) sono la causa della crisi ambientale, sociale ed economica, e l’Europa dovrebbe avere gli elementi culturali per ammetterlo proponendo un nuovo modello sociale e programmando l’uscita dal capitalismo. A mero titolo esemplificativo basti ricordare: l’estrazione di coltan per l’industria delle nuove tecnologie, la pesca industriale dove il 2% dei pescherecci cattura tutto il pescato mondiale (il tonno pinna blu è vicino all’estinzione), l’aumento globale del calcestruzzo per la costruzione di megalopoli, la deforestazione per l’allevamento di carni, la produzione globale di jeans che si realizzano su quattro continenti causando un enorme impatto ambientale. Le resistenze culturali sono grandi, ovviamente, prima di tutto poiché si crede alla scemenza che senza capitalismo non si possa costruire una società, e che tale società, si pensa demagogicamente, debba essere fondata sul lavoro, celando il desiderio recondito di un salario certo e sicuro e nulla di più, mentre altri ambiscono ad accumulare denari ritenendo che questo sia il fine della società. E’ proprio questo il castello psicologico da demolire: l’egoismo indotto dal capitalismo. Poi, una società senza il capitalismo è senza dubbio più serena, e il lavoro, banalmente, continuerà ad esistere poiché c’è molto da trasformare e aggiustare, soprattutto gli errori dell’industrialismo finalizzato alla mera produzione continua (prevenzioni dei rischi idrogeologici e sismici, bonifiche, piani di conservazione e recupero, agricoltura naturale, auto sufficienza energetica …).

Le classi dirigenti politiche occidentali non hanno l’autorevolezza morale per indicare un’evoluzione della specie umana, ma alcune istituzioni culturali, dall’America all’Europa, e anche in Asia hanno gli strumenti teorici e pratici per indicare l’evoluzione. Esistono anche gli strumenti giuridici e finanziari per programmare, pianificare e progettare la transizione. Oltre al necessario riequilibrio del rapporto fra uomo e natura, l’aspetto più straordinario attraverso l’uscita dal capitalismo è l’aumento dell’occupazione utile; si favorirà lo sviluppo umano risolvendo anche i crescenti problemi psicologici degli occidentali costretti in schiavitù in impieghi inutili e sottopagati.

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Il più grande limite culturale che impedisce l’evoluzione nelle nostre città è l’economia, e meglio ancora, la famigerata ricerca dei fondi per le necessarie e non più procrastinabili trasformazioni urbane, e così amministratori, imprese e progettisti dovrebbero vestirsi da archeologici alla ricerca del sacro graal: il danaro. L’attuale società è stata psico programmata dal capitalismo che introduce una domanda sbagliata insita a ogni pensiero e azione degli individui: quanto costa? La vera domanda che dovremmo porci non è se ci sono i soldi per farlo, ma ci sono le risorse per farlo? Buona parte delle persone non conosce la differenza fra i concetti di valore, costi e prezzi, e spesso anche la classe dirigente confonde le cose sempre a vantaggio del profitto dei soggetti privati e a danno dell’interesse generale, poiché si preferisce favorire la famigerata crescita che abbisogna di mercificare tutto. Le democrazia liberali, come la nostra, misurano lo stupido prodotto interno lordo e sostituiscono le relazioni umane con quelle mercantili votate all’accumulo senza uno scopo etico. E’ necessario che una nuova società si occupi di sviluppare una condotta etica e rispettare le risorse che sono i limiti naturali, valorizzando le capacità creative delle persone, finalizzate a creare occupazione utile e non l’occupazione in senso generale.

Le piramidi di Giza? Senza la schiavitù non si sarebbero mai costruite. La bellezza greca e la Roma imperiale che hanno dettato l’ordine architettonico in tutto il mondo? Senza la schiavitù non avremmo mai ereditato tale ricchezza. Il Rinascimento? Senza la schiavitù nessuno avrebbe mai visto le opere di Brunelleschi e ciò che ne seguì. La Parigi di Haussmann che in tanti ammirano? Senza le prime operazioni finanziarie e la schiavitù non si sarebbe mai costruita. La guerra d’indipendenza negli USA? Gli schiavi deportati dall’Africa arricchivano gli Stati del Sud. Tutte le compagnie (britannica, francese, olandese, spagnole e portoghesi) che si formarono nei paesi occidentali si sono arricchite rapinando e sfruttando la schiavitù, questo è il capitalismo. Le più grandi multinazionali di oggi sono l’espressione più efficiente del capitalismo mercantile sorto con le compagnie.

La bellezza che ammiriamo è stata progetta dagli architetti dell’epoca ma costruita dagli schiavi. I processi “amministrativi” erano coordinati dai Re o dagli imperatori. I veri costi sostenuti dai Re erano gli eserciti, la prima forma di lavoro salariale, mentre gli schiavi non avendo cittadinanza e diritti si compravano e si vendevano. In sostanza per millenni le città sono state costruite a costi bassissimi poiché gli operai erano in buona parte schiavi, cioè non erano retribuiti, non esisteva affatto la famosa “conquista” arrivata solo nell’Ottocento dalla rivoluzione di Marx, e solo dopo seguirono i primi diritti per gli schiavi, il famoso contratto di lavoro che tutt’oggi è messo in discussione. Per secoli non è stato necessario misurare i reali costi per realizzare le opere che interessavano alla classe borghese (i primi porti, i ponti, le navi, le prime vie di collegamento). La contabilità dei lavori nasce con la società moderna che comincia a misurare le spese di costruzione, di gestione dei servizi e degli spazi pubblici. Sin dalla nascita del capitalismo emerge il desiderio della classe borghese, in accordo con la monarchia, di inventare un ente nuovo, chiamato Stato, a cui addebitare tutti i costi e le spese di opere e interventi privi di interesse poiché non sono profittevoli. Dopo la rivoluzione innescata dal pensiero comunista e socialista lo stratagemma vincente dei liberali e dei monarchici fu elementare: dal passaggio schiavitù alla figura del lavoratore ci si accordò di usare parte del salario dello schiavo per pagare i costi di gestione dello Stato, cioè i servizi che interessavano alle imprese, compresa l’educazione impartita ai popoli secondo logiche mercantili (scuole professionali).

Facendo un salto nel presente osserviamo che l’élite neoliberale ha saputo creare strategie sempre più efficaci, ed oggi i capitali circolano liberamente con un click dal proprio personal computer con l’informatica finanziaria. La moneta è creata dal nulla e controllata dalla medesima élite per accumulare capitale nelle proprie sedi offshore, presenti nelle città globali, e poi usare tali investimenti ove lo desiderano, anche per soddisfare capricci (Manama, Dubai, Abu Dhabi) e compiere trasformazioni urbane avveniristiche sfruttando le capacità di progettisti e imprese. L’obiettivo dei capitalisti è servire il capitale, e quindi il cinismo è intrinseco alla religione che ignora la povertà degli slums nelle aree urbane, poiché sono i bacini della schiavitù (1,4 miliardi di persone vivono nelle baraccopoli). In tutti i continenti, gli ultimi sono facilmente rinchiusi negli slums mentre nel mondo occidentale si è usata la pianificazione urbanistica attraverso lo zoning funzionale per ghettizzare le persone e dividere i ricchi dai poveri, con le teorie del libero mercato sui prezzi immobiliari, contribuendo a espellere i ceti meno abbienti dai centri urbani e dalla aree che l’élite si auto attribuiva. Ancora oggi, in tutto l’Occidente si usano strumenti informatici per individuare e misurare le classi sociali, e si pianificano interventi per dividerle fra poveri e ricchi, esattamente come accadeva nell’Inghilterra vittoriana e all’inizio della prima rivoluzione industriale quando la borghesia si costruiva i propri quartieri a bassa densità, e destinava gli operai nei quartieri ghetto. Oggi è tutto più facile per l’élite grazie al capitalismo e l’uso delle rendite poiché è sufficiente alzare i prezzi per escludere i lavoratori salariati. Ciò è accaduto in tutti i principali comuni d’Italia, sin dagli anni della ricostruzione post bellica, il razzismo dei ricchi contro i poveri ha sfruttato prima la manodopera dei contadini condotti nelle fabbriche e poi espulsi dalle città pianificando la gentrificazione. E’ il comportamento competitivo insito nell’economia che mercifica tutto e non si occupa delle prerogative tipiche della specie umana, dotata di creatività, sentimenti e qualità morali delle persone. Che genere di individuo ha costruito il capitalismo? In una società come la nostra, la maggioranza degli individui trova rispetto e ammirazione per le immagini proposte dalla pubblicità e dagli affari. Secondo l’accezione capitalista l’industria delle armi è lavoro produttivo, insegnare a dei bambini come curare un malato è improduttivo. Può apparire strano ma non lo è, l’uomo aveva un’aspettativa di vita molto ridotta quando era cacciatore per le ragione banali che possiamo intuire, ma era libero nel senso concreto del termine, poteva scegliersi il proprio destino e sviluppò il senso di comunità per proteggersi. Oggi la nostra aspettativa di vita è molto lunga ma non viviamo da uomini liberi, siamo schiavi e non riusciamo più a sognare un modello di società che ci renda liberi e felici, che consenta ai noi stessi e ai nostri figli di scegliersi il proprio percorso di vita. In termini pratici non viviamo, sopravviviamo!

Qual è il possibile rovesciamento? Uscire dallo stupido materialismo capitalista che ha programmato milioni di poveri. Le tecniche usate dall’élite sono alla portata di tutti. Si può usare il GIS per programmare speculazioni e gentrificazione, ma si può usare per programmare la rigenerazione urbana e territoriale. Si può usare l’informatica per raccogliere dati sulla povertà e risolverla. Il nostro problema è culturale poiché siamo ancora convinti che la moneta sia ricchezza, quando è lo sterco del demonio. Se non siamo più schiavi della moneta, possiamo tendere all’uguaglianza per consentire alle persone di scegliere un proprio percorso di crescita spirituale e materiale. Dobbiamo riprogrammare la nostra cultura e rinchiudere la moneta nel posto giusto: è un metro di misura. Poiché la moneta non è più creata da un equivalente controvalore, tangibile com’era l’oro, oggi la moneta circola solo perché imposta a corso forzoso e caricata di fiducia (la fiducia dei famigerati mercati), se non esistesse l’imposizione legale chiunque potrebbe inventarsi una moneta, e nella realtà questo già avviene in parte (la scontistica usata dalla grande distruzione è una forma di moneta). La creazione e il controllo della moneta è sia lo strumento primario del capitalismo e sia l’energia della società moderna, ma rimane un’invenzione dell’uomo poiché noi viviamo grazie alla fotosintesi clorofilliana. Oggi la moneta è agevolmente monitorata con i mezzi informatici e l’uguaglianza si potrà ottenere solo se lo Stato torna sovrano ponendo fine ai ricatti della religione neoliberale e dell’associazione per delinquere insita nella triade: le agenzie di rating, la banca dei regolamenti e il gruppo dei trenta, e il potere mediatico. I più fessi credono che il potere di emettere moneta nelle mani dello Stato possa far svalutare la moneta stessa (e la Cina allora?). L’élite, attraverso l’invenzione del capitalismo e l’evoluzione degli strumenti finanziari, ha accumulato la più grande somma di capitali che si potesse mai immaginare realizzando la più grande disuguaglianza monetaria di tutti i tempi. Oggi la triade si serve dei media e dei servi chiamati economisti ortodossi, i custodi dell’immorale disuguaglianza, poiché seguono i dogmi della loro religione, ben ripagati e retribuiti fregandosene dei diritti altrui e dei limiti imposti dalla natura, la legge dell’entropia. La stregoneria degli economisti ortodossi sarà giudicata dalla storia come la stupidità dei fondamentalisti inquisitori di Torquemada. Nell’attuale recessione innescata dalla crisi strutturale interna al capitalismo c’è il problema della moneta debito (la sovranità monetaria), che sta ostacolando lo sviluppo umano dentro l’euro zona per favorire aree centrali e sfavorire aree periferiche, mentre il resto del mondo ovviamente fa ciò che crede. Basti osservare gli accordi dei BRICS e dell’ALBA che costituiscono sistemi politici economici diversi dal controllo dell’élite occidentale ma insistono ancora sul piano ideologico del capitalismo, soprattutto i BRICS copiando l’energivoro stile di vita occidentale contribuiscono al collasso del pianeta Terra, mentre ALBA ha un approccio socialista. Questo enorme castello crolla se noi la smettiamo di sostenerlo continuando a votare per i nostri carnefici, e dobbiamo maturare uscendo dal consumismo compulsivo per investire energie mentali su noi stessi e la politica, è la conoscenza la nostra salvezza.

Nell’euro zona una soluzione pratica sarebbe più vicina di quello che si può pensare, se ci fosse una classe dirigente responsabile e consapevole di eliminare le disuguaglianze create dal capitalismo. Per dare energia allo sviluppo e aggiustare le città è sufficiente osservare i criteri economici e finanziari che giudicano gli investimenti. La valutazione degli investimenti poggia sui criteri di “sostenibilità economica” e “sostenibilità finanziaria”. I Governi possono stabilire che la parte della “sostenibilità economica” (in realtà si tratta di convenienza economica poiché misura il ritorno economico degli investitori) è finanziata con moneta sovrana a credito. Entrando nel merito, per liberare le capacità creative utili a migliorare la qualità della vita è sufficiente darsi criteri non speculativi seguendo l’etica, e utilizzare la moneta sovrana a credito per la coesione sociale ponendosi limiti bioeconomici per impedire il collasso del pianeta. Lo Stato moderno è l’invenzione dei liberali per addebitare agli schiavi i costi di opere e interventi (una parte del salario dei lavoratori), noi ci troviamo ancora in quest’epoca che volge al termine. Per uscire da questo regime autoritario dobbiamo inventare un nuovo sistema che usa un metro di misura (moneta a credito) per pagare i costi di opere e interventi di interesse pubblico (etica e uguaglianza). Questo sistema già esiste ed è noto, viene chiamata MMT, ed anch’esso ha il limite di ignorare la bioeconomia ma ha la virtù di liberare i popoli dalla schiavitù. E’ necessario condurre la teoria monetaria nell’alveo della fisica poiché la nostra specie vive e sopravvive in un sistema chiuso, dettato dalle leggi della chimica e non dalle invenzioni dell’economia che hanno schiavizzato e ucciso milioni di persone. In quest’ottica si compie una vera rivoluzione poiché si risolvono due cose fondamentali: si riducono le tasse ai lavoratori (il cosiddetto cuneo fiscale, facendo aumentare notevolmente la parte che va in tasca alle persone) e si elimina il profitto speculativo dagli obiettivi di interesse sociale, compresa l’urbanistica, pagando solo i costi delle trasformazioni (riducendo il prezzo finale di opere e interventi poiché privo di rendita). E’ l’avidità del profitto che spreca risorse finite, è l’avidità che distrugge ecosistemi e ambiente. In ogni città vi sono alcune famiglie italiane che accumulano capitali senza lavorare sfruttando le rendite immobiliari attraverso i vantaggiosi contratti con gli Enti pubblici (l’esempio classico sono gli uffici pubblici che pagano affitti poiché sono allocati in edifici privati). Restituendo la sovranità monetaria si potrà eliminare il concetto di rendita fondiaria e immobiliare, e sconfiggere le famigerate rendite di posizione che oggi lucrano sui ceti meno abbienti e rubano risorse allo Stato. Abbiamo trovato il sacro graal!!! Il ragionamento sopra esposto non è un segreto, è noto, e domani mattina i Governi, che hanno rinunciato alla sovranità monetaria, potrebbero decidere di riprendersi questo potere per gli investimenti d’interesse generale e finanziare la coesione sociale, cioè lo sviluppo umano. La guerra politica che si è svolta in Grecia, e persa da Syriza, riguarda proprio questi poteri. Questa guerra non è terminata poiché il cancro del capitalismo sta crescendo in tutto l’occidente e sta ridimensionando la specie umana, non l’élite che governa. Gli schiavi non sono solo i popoli rinchiusi negli slums ma sono tutti i salariati dell’occidente, ed oggi la schiavitù tocca anche i cosiddetti professionisti. Gli squilibri demografici presenti nell’occidente indotti dal capitalismo, ed i problemi concreti del sistema sociale e previdenziale, che riguarda tutte le generazioni, non si possono risolvere restando nel piano culturale sbagliato, tali squilibri sono una bomba ad orologeria dilazionata nel tempo che si può disinnescare uscendo dalla schiavitù del capitalismo.

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Gli esseri umani indirizzati dalla più grande forza religiosa degli ultimi trecento anni, il capitalismo, continuano a lasciarsi addomesticare per sperimentare percorsi di falsa crescita individuale e regressione culturale collettiva. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite entro il 2030 buona parte della popolazione mondiale vivrà in megalopoli, metropoli, regioni urbane e aree urbane. Il modello culturale predominate è quello economico ove tutto è merce, orientato verso la stupida crescita continua. Tutto ciò nonostante a soli 17 anni si studiano la biologia, la termodinamica e la legge dell’entropia, per la verità tali conoscenze di base sono divulgate solo nei licei; dunque in giovane età scopriamo la fotosintesi clorofilliana, le trasformazioni irreversibili, e banalmente siamo in grado di intuire quanto sia stupido e impossibile per una specie vivente proseguire la propria esistenza distruggendo gli ecosistemi. Le rivoluzioni industriali sono state la conquista di tecnologie sia utili che inutili. Dal punto di vista dei poteri e del controllo sociale ci rendiamo conto che una piccola casta di industriali auto referenziali ha assunto il ruolo di comando e di orientamento delle politiche globali. Questa casta auto referenziale orienta e controlla il complesso sistema di comunicazione e di cattiva educazione influenzando sia tutti i partiti politici e sia le masse degli individui verso l’accumulo di merci inutili. E’ ampiamente noto che diverse organizzazioni sovranazionali finanziate da queste caste di banchieri, manager e industriali perseguono i propri interessi, ed è facile osservare come, prima o poi, i loro indirizzi politici diventano leggi, norme e direttive delle pubbliche istituzioni. E’ altrettanto facile osservare che invece noi cittadini, negli ultimi vent’anni, finora non siamo stati capaci di organizzare e promuovere i nostri legittimi interessi e di trasformarli in consenso politico per costruire una società migliore di questa.

Senza il rispetto delle leggi che ci danno vita (ecologia), siamo stupidamente condannati all’estinzione. Sul pianeta Terra la specie umana è l’unica che ha inventato un complesso sistema convenzionale (monetarismo) e divulgativo innaturale (l’economia neoclassica), che consente a una piccola casta di tenere in schiavitù la maggioranza degli individui, costretti o addomesticati in un sistema di scambio (economia del debito) e di comportamenti irrazionali (pubblicità) e innaturali: consumismo compulsivo, competitività, narcisismo, avidità, egoismo e invidia sociale, mercificazione.

Quando miliardi e miliardi di individui saranno stanziali negli ambienti urbani, l’impatto energivoro degli stili di vita compulsivi all’interno delle megalopoli metterà a rischio la specie umana. Siamo in grado di intuire il nostro destino, e già negli anni ’70 furono pubblicati scenari futuri sugli effetti del capitalismo, poi tali scenari sono stati aggiornati indicando prospettive per ridurre i danni e per tendere a una sostenibilità sociale e ambientale. La maturazione delle nuove tecnologie ci consente di ridurre i danni e offrire prospettive future alle generazioni che verranno; ma questo accadrà solo se nei prossimi anni l’intero sistema istituzionale e culturale sarà riprogrammato secondo la bioeconomia.

La strada per la sopravvivenza delle specie umana passa necessariamente per una decrescita selettiva delle merci, c’è poco da immaginare e discutere, e quindi la sopravvivenza passa per una transizione da stili di vita dannosi a stili di vita sostenibili. Le classi dirigenti politiche, spinte dalla coscienza collettiva dei popoli, dovranno riprendersi una propria autonomia decisionale e colpire le industrie responsabili di questo rischio estinzione, sia programmando una transizione tecnologica per garantire un uso razionale delle risorse limitate e sia programmando investimenti per la rigenerazione dei territori e delle aree urbane ove si concentrerà buona parte della popolazione mondiale.

Il luogo ove cominciare questo cambiamento radicale è proprio la città. Nelle aree urbane si concentrano e si sviluppano le principale relazioni fra individui, e pertanto è d’obbligo concentrare le principale risorse mentali ed economiche nei luoghi ove è necessario sostituire l’uomo economico con le persone, libere e responsabili. Ecco a cosa serve la politica, a determinare programmi che riguardano la polis al fine di vivere in prosperità e in pace.

Le attuali istituzioni pubbliche e private stanno investendo nelle aree urbane ma non secondo precetti realmente sostenibili poiché lo scopo delle imprese è sempre l’aumento dei profitti attraverso la produttività. Negli ultimi dieci anni, in termini di valore di capitalizzazione, la cosiddetta old economy è stata superata dalla new economy finanziaria e internnettiana, entrando di forza nelle stanze della globalizzazione, e orientando gli interessi dell’élite che controlla la Terra. Sono rimasti immutati gli obiettivi bellici per controllare le limitate risorse fossili, così come le attività estrattive legate alle merci delle nuove tecnologie, le sementi, il controllo del cibo, e l’acqua. La morsa sulle risorse che determinano la sopravvivenza umana non viene allentata, e il percorso di privatizzazione del mondo è quasi ultimato.

E’ nelle regioni urbane che le comunità possono e devono unirsi per garantire la propria sopravvivenza ponendo al centro l’interesse generale e costituzionale della tutela dei beni inalienabili, ampliandoli, e individuando aree demaniali da destinare all’uso civico per auto consumo. Sono almeno due le direttrici fondamentali per affrontare una consapevole sopravvivenza della nostra specie: la prima è ripristinare il primato della politica sull’economia, altrimenti, perseverando nel neoliberismo non ci sarebbero più speranza e libertà democratiche, per nessuno. La seconda, è la progressiva uscita dal capitalismo favorendo la bioeconomia, e questo è possibile solo avviando un dibattito pubblico sui nuovi paradigmi culturali condivisi con tutti i popoli che vogliono avviare un sistema di scambio ecologico, e non più di accumulo monetario. E’ implicito che tutto il sistema telematico delle giurisdizioni segrete va abbattuto, così come resi illegali gli strumenti delle scommesse finanziare e riformati il diritto societario e bancario.

Dal basso, cioè fra le persone è importante stimolare la nascita di comunità che decidono di soddisfare alcuni bisogni uscendo dagli scambi monetari per favorire gli scambi reciproci dei beni che non sono merci. E’ necessario favorire processi e percorsi per ogni cittadino che desidera riaffermare lo spazio pubblico e democratico.

E’ nelle regioni urbane che c’è la necessità di conservare il patrimonio storico architettonico e il suo paesaggio, introducendo la bellezza. E’ nelle regioni urbane che c’è la necessità di dare un alloggio al prezzo che giovani coppie possono sostenere, è nelle regioni urbane che bisogna cancellare tutti gli sprechi energetici offrendo l’opportunità delle nuove tecnologie, introducendo nuovi standard e servizi secondo bisogni reali e non secondo i capricci della pubblicità. C’è la necessità di avviare trasferimenti di volumi, riuso e ristrutturazioni urbanistiche ed edilizie favorendo la nascita di nuovi impieghi utili. Nelle regioni urbane è necessario fare bonifiche e riciclare tutti i rifiuti indirizzandoli a progetti di eco-design. C’è la necessità di migliorare il trasporto pubblico con nuove tecnologie e ridurre la mobilità privata, sostituendo le auto con le bici pedelec e i restanti motori a scoppio con quelli elettrici.

Per programmare e finanziare tutte queste azioni politiche è fondamentale trasformare o uscire dall’attuale sistema economico chiamato euro zona poiché tutto l’impianto istituzionale dell’Unione non ha la capacità e la volontà politica di perseguire l’uguaglianza fra i popoli. A meno che di imprevedibili ripensamenti dell’élite europea. Nei pochi anni di sistema SME e della moneta unica, i cosiddetti Paesi periferici hanno danneggiato il proprio patrimonio industriale poiché le forze politiche nazionali, anziché applicare i valori costituzionali, hanno abdicato all’interesse generale e consegnato famiglie e imprese nelle mani diaboliche del famigerato libero mercato, che come tutti sanno, non ha una coscienza civile. Per questo motivo è determinante riaffermare il primato della politica sull’economia e il ripristino di una sovranità nazionale, per promuovere una politica industriale bioeconomica che favorisce la rilocalizzazione delle attività produttive su nuovi paradigmi culturali, e contemporaneamente stabilisce alleanze con altri popoli che riconoscono la necessità di promuovere politiche industriali sostenibili, indipendentemente dal cosiddetto colore politico, ormai etichetta obsoleta e anacronistica. Il vero tema politico è uscire dal neoliberismo della globalizzazione, per favorire una nuova aggregazione culturale, sociale, politica che metta insieme categorie sociali apparentemente divise, secondo le obsolete etichette (divide et impera), ma unite dalla difficile realtà che osserviamo intorno a noi, per ricostruire comunità e Stati, cioè consentire alle persone di scegliere e favorire percorsi di crescita spirituale e materiale. Questo potrà accadere solo applicando i principi e i valori della Costituzione repubblicana, situata al di sopra dei Trattati europei.

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La fine dell’industrialismo in Europa, in corso d’opera da circa un trentennio, produce diversi effetti: dalla trasformazione dei luoghi urbani fino ai rapporti “sociali” poiché la fine del lavoro salariato non è sostituito con nuova occupazione utile. La ricetta proposta da tutte le forze politiche che controllano le istituzioni è nota: la crescita. Sono almeno trent’anni che i media ripetono gli stessi slogan che non generano effetti positivi per il semplice motivo che la crescita è la causa della disgregazione sociale che subisce il mondo occidentale costruito sull’ideologia del capitalismo.

L’instabilità e la fine del capitalismo consentono di ridiscutere i paradigmi culturali di questa società costruita sull’egoismo, la competitività e il mercato. L’unica proposta filosofica e politica che produce soluzioni concrete emerge dalla bioeconomia, e su questo tema, che nasce negli anni ’70, c’è ancora censura e confusione poiché non è sufficientemente conosciuto e divulgato. La bioeconomia, oltre ad essere sconosciuta dalla maggioranza dei cittadini e degli amministratori, non è argomento di divulgazione mediatica, mentre i gatekeepers divulgano l’ossimoro “sviluppo sostenibile” e la propaganda della famigerata “green economy”.

Prima verità circa la filosofia politica che nasce dalla bioeconomia, e cioè la decrescita: la sua proposta non è un ritorno al passato ma l’esatto contrario, e cioè un’evoluzione culturale, sociale ed economica poiché parte dal presupposto, già dimostrato da Georgescu-Roegen, che l’economia neoclassica capitalista è sbagliata e fuorviante, in quanto ignorante, inefficiente e dannosa. La funzione della produzione bioeconomica risolve le questioni economiche-ortodosse che ignorano l’entropia, e mostra un modello per contabilizzare i flussi di materia ed energia, cioè la vera economia poiché si occupa di uso delle risorse. La bioeconomia, non solo affronta la vera economia ma suggerisce argomentazioni di carattere qualitativo (uso razionale dell’energia) e non più solo quantitativo (economia ortodossa), aggiungendo presupposti etici circa l’uso delle risorse naturali, aprendo a temi non più meramente economici ma valoriali per la specie umana. Se partiamo dal presupposto che tutto l’impianto industriale, economico e culturale della nostra società ha circa trecento anni, ed è stato costruito su aspetti quantitativi secondo l’accumulo di risorse monetarie, è facile intuire l’ostilità dell’élite predominate e dei cittadini contro un paradigma culturale che parte da presupposti quali la felicità umana e l’equilibrio ecologico. E’ ovvio attendersi ostilità, prima di tutto da parte delle persone poiché sono state addomesticate a consumare passivamente qualsiasi cosa proposta dalla pubblicità delle multinazionali. Le capacità persuasive delle multinazionali sono ampiamente favorite dal modello sociale dominante e dai programmi istruttivi e formativi sia scolastici e sia universitari che trasmettono nichilismo, competitività, egoismo e avidità. E’ altrettanto vero che se da un lato le istituzioni hanno programmato una società capitalista, è pure vero che gli effetti negativi consentono anche un ripensamento, partendo proprio dai disastri sociali causati dall’aumento della povertà e dalle immorali diseguaglianze economiche che riducono le opportunità a percorsi di sviluppo umano per buona parte della popolazione. In questo contesto sociale, i cittadini si auto organizzano sviluppando nuovi comportamenti economici alternativi, ma è necessario distinguerli fra dimostrazioni di mera protesta, e gli esempi di bioeconomia che rientrano nei nuovi paradigmi culturali.

Abbiamo detto in precedenza che la bioeconomia è un’evoluzione. All’interno del paradigma odierno, meno Stato e più privati, è naturale attendersi significativi cambiamenti dalle imprese, non perché più o meno illuminate di altri soggetti, ma perché sono l’elemento, entro il sistema capitalistico, che possiedono le risorse finanziare per costruire la transizione ecologica, tant’è che se oggi troviamo le cosiddette nuove tecnologie è attraverso il loro impulso. Dal punto di vista della teoria, anche Stato e cittadini potrebbero finanziare il cambiamento tecnologico dei modelli produttivi. Lo Stato ha, notoriamente, abdicato al potere di emettere moneta e persino a quello di controllare il credito, mentre in ambiti micro economici i cittadini stanno auto gestendo e favorendo lo sviluppo di sistemi di consumo attraverso i cosiddetti gruppi di acquisto solidale, ed anche la produzione di merci e servizi attraverso le cooperative. Se da un lato, lo sviluppo neotecnico di talune imprese rientra certamente nella bioeconomia, poiché sottoposti a processi standardizzati e verificabili; non è scontato che i modelli dal basso dei cittadini siano altrettanto bioeconomici, poiché non è garantita la trasparenza e la consapevolezza dei processi, rimandata alla sensibilità, e alle capacità di coordinatori e partecipanti. In questo periodo di transizione ove giustamente è calata la fiducia nelle multinazionali si stanno sviluppando forme e processi di auto certificazione che si caratterizzano soprattutto per le sensibilità etiche dei cittadini stanchi di pagare merci di dubbia qualità e provenienza, e così sorgono forme spontanee di rilocalizzazioni produttive, ma sono sistemi bioeconomici? Non è facile saperlo, ma se vogliamo sciogliere ogni dubbio, descriviamo un esempio di produzione di beni secondo la filosofia della decrescita felice. Recentemente attraverso il circolo MDF Salerno abbiamo sperimentato un esempio di produzione di un bene che non è una merce, attraverso l’economia del dono in un contesto di convivialità e reciprocità. Qual è la differenza fra un bene e una merce? Il bene viene auto prodotto in un contesto di lavoro vernacolare, non esiste il desiderio di assegnare un prezzo al bene auto prodotto, poiché è finalizzato al soddisfacimento di un bisogno necessario: mangiare olio, auto consumo. Stiamo parlando di bisogni reali e necessari: il cibo, e la trasformazione della materia prima avviene in un ambito territoriale ristretto (filiera corta), non c’è un lavoro retribuito poiché la raccolta è effettuata dai consumatori, i quali apprendono nuove abilità e allargano la loro capacità di auto sostenersi. La materia prima è donata, pertanto non c’è un prezzo da pagare, in cambio di convivialità e/o manutenzione della materia prima, potatura delle piante che altrimenti avrebbero sprecato i loro frutti non consumati. In questa esperienza è concentrata tutta la decrescita felice: il PIL non cresce poiché non si vende una merce, c’è la auto produzione di un bene, c’è la convivialità e il senso di comunità, c’è la trasmissione di nuove conoscenze e il lavoro vernacolare, c’è la tracciabilità e la trasparenza del bene auto prodotto attraverso un’etichettatura delle cultivar, delle tecniche di produzione dell’olio, indicando la provenienza, la data di molitura e la data di scadenza. La decrescita felice attraverso l’auto produzione di beni che non sono merci riduce lo spazio del mercato e aumenta quello della comunità, poiché crea relazioni umane finalizzate alla convivialità.

la decrescita equilibrio rapporto attività e auto produzioni

In questa immagine si rappresenta un riequilibrio fra le attività di auto produzione di beni e l’acquisto di merci e servizi attraverso il mercato.

Tradotta l’esperienza in chiave decrescente è facile osservare che tutte le attività finalizzate allo scambio di “beni” che costano meno delle merci presenti sul mercato, non rientrano nella decrescita felice poiché la motivazione dell’agire è di carattere economico monetario, e quindi non si scambiano beni ma merci che hanno prezzi diversi, ma compiono percorsi diversi da quelli programmati dalla grande distribuzione organizzata. Tale processo lascia aperti dubbi e perplessità sulla trasparenza dei rapporti economici in termini di fiscalità. Invece è decrescita felice quando un gruppo di cittadini promuove un gruppo di acquisto ma partecipa attivamente alla trasformazione del bene pagando solo i costi dell’azione. La programmazione estiva delle conserve alimentari che le nostre famiglie erano abituate a fare è decrescita felice.  La ristrutturazione edilizia finalizzata a cancellare gli sprechi generati dalle dispersioni di calore attraverso le pareti, e l’impiego di un mix tecnologico con fonti alternative per soddisfare la vera domanda di energia è decrescita felice.  Come si vede la decrescita è la valorizzazione di usi e costumi del passato che avevano un valore in se, ed è l’impiego di progettazioni e tecnologie più efficienti per cancellare gli sprechi generati da un modello obsoleto di produzione delle merci. In queste direzioni tutte parallele, la domanda di lavoro è immensa poiché è necessario porre rimedio a circa trecento anni di sfruttamento irrazionale delle risorse. E’ a dir poco imbarazzante e vergognoso far credere alle persone che non ci siano posti di lavoro, quando osservando la realtà intorno a noi con gli occhi della decrescita felice le immagini si trasformano in opportunità di lavoro, un pò ovunque: rigenerazione urbana bioeconomica, conservazione del patrimonio, agricoltura, riuso e riciclo, turismo, artigianato, istruzione e formazione, ricerca applicata e tecnologie alternative etc.

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