Piano Particolareggiato di Rigenerazione Urbanistica Bioeconomica


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.4.3     Piano Particolareggiato di Rigenerazione Urbanistica Bioeconomica

Quale obiettivo potrebbe porsi un eventuale piano attuativo di carattere rigenerativo bioeconomico? L’obiettivo principale è la costruzione di un quadro di conoscenza dell’insediamento finalizzato al riuso e al recupero del patrimonio edilizio esistente[1] introducendo sistemi di monitoraggio dei flussi in entrata e in uscita al fine di migliorare il benessere dei cittadini minimizzando l’impatto ambientale dell’attività antropica.

La conoscenza dell’insediamento urbano esistente è la cornice indispensabile per costruire la rigenerazione del tessuto, dal punto di vista sociale, ambientale e morfologico. Il Piano Particolareggiato di Rigenerazione Urbanistica Bioeconomica è strumento attuativo del piano regolatore generale, ma può essere anche strumento di una variante generale del livello strutturale e operativo di un piano regolatore già adottato. Il piano interessa porzioni del territorio comunale che presentano esigenze di un intervento esecutivo finalizzato alla trasformazione urbanistica rigenerativa bioeconomica. Per rigenerazione bioeconomica si intende un piano finalizzato a riorganizzare il tessuto dell’insediamento esistente, se l’analisi urbanistica[2] evidenzia sia opportuno farlo, secondo una corretta morfologia urbana attenta all’uso razionale delle risorse, attraverso il monitoraggio dei flussi di materia ed energia e con particolare attenzione all’utilità sociale. Uno degli scopi è riequilibrare i valori immobiliari recuperando il plusvalore fondiario e applicare meglio i principi di uguaglianza coniugando un disegno urbano e una morfologia liberata dai capricci e dai condizionamenti del mercato e delle rendite di posizione.

Diversamente dagli altri strumenti attuativi, già presenti nelle norme di diritto urbanistico, questo strumento non sfrutta la consuetudine dell’incentivo della rendita immobiliare attraverso i cosiddetti premi volumetrici. I costi di demolizioni e ricostruzioni possono essere detratti. Il fine del piano non è il profitto ma il sostegno alla coesione sociale, e pertanto è indispensabile prevenire l’aumento dei carichi urbanistici – possibile speculazione – generati proprio da un disegno urbano viziato da un eccesso di premi volumetrici forieri delle rendite[3]. Il piano può essere sovvenzionato[4] se il programma economico finanziario dimostra che il progetto si realizza a prezzo di costo. Il piano può, se l’analisi urbanistica dell’insediamento lo rileva, ridistribuire i carichi urbanistici sul territorio attraverso trasferimenti di volumi per realizzare un insediamento con densità edilizie più equilibrate[5] sfruttando quelle parti di territorio già urbanizzate ma abbandonate e sottoutilizzate. Nel caso di suoli urbani saturi, il piano prevede l’opportunità di consorziarsi con altri comuni per ridistribuire i carichi utilizzando sempre aree già urbanizzate ma abbandonate.

Il piano prevede forme di partecipazione popolare con l’approccio della pianificazione partecipata, dove i cittadini sono chiamati a indicare soluzioni sostenibili per ridurre gli sprechi energetici, per correggere l’uso dello spazio pubblico, e suggerire eventuali nuovi servizi che rispondono a bisogni reali e favoriscono attività economiche compatibili con l’ambiente e lo stimolo di relazioni creative finalizzate allo sviluppo umano.

Il piano è valutato misurando qualità urbanistiche, l’impatto sociale del piano e la sostenibilità forte.

La qualità urbana equilibra il rapporto uomo natura, e il rapporto fra spazio pubblico e privato progettando standard[6] anche superiori a quelli minimi previsti dalle norme (DM 1444/68). L’armonia fra le parti, la bellezza e il decoro sono elementi guida del disegno urbano al fine di favorire un’adeguata percezione dello spazio.

L’impatto sociale è giudicato positivo se il piano progetta, ristruttura o amplia servizi e attrezzature dedicate al benessere dei cittadini quali spazi socio-culturali, servizi medico-assistenziali, e verde pubblico attrezzato, andando incontro alle esigenze dei piani e della programmazione socio assistenziale dei ceti economicamente più deboli.

La sostenibilità forte è giudicata positiva poiché riduce o cancella la dipendenza energetica dagli idrocarburi nell’insediamento esistente e nei singoli comparti. Gli edifici tendono ad essere auto sufficienti e la mobilità è finalizzata a cancellare o ridurre drasticamente i mezzi privati inquinanti favorendo la mobilità ciclo pedonale e il trasporto pubblico.

Il piano può essere di iniziativa pubblica, d’iniziativa privata, o d’iniziativa pubblico-privata. Il piano d’iniziativa privata deve individuare e rappresentare almeno un comparto al fine di rigenerare parti pubbliche e parti private. Le parti pubbliche rigenerate non possono essere cedute a privati, ma il costo dell’intervento di rigenerazione che riguarda ambiti pubblici può essere detratto. Il piano, attraverso i comparti, può integrarsi con altri strumenti attuativi quali il piano di zona per l’edilizia economica e popolare, il piano di recupero del patrimonio edilizio esistente[7] e il programma di riabilitazione urbana[8]. Lo strumento attuativo di Rigenerazione Urbana Bioeconomica può essere inserito in un programma di riqualificazione urbana[9] e individua gli ambiti e i comparti indirizzati a contratti di quartiere[10].

Il piano deve contenere: 1) l’analisi urbanistica dell’insediamento esistente finalizzata alla conservazione, alla ristrutturazione e all’eventuale trasformazione per rigenerare l’ambiente costruito; 2) le schede norma dei comparti con “codici forma” che rappresentano la morfologia urbana esistente e di progetto, in maniera tale da poter leggere le masse, le altezze delle costruzioni lungo le strade e le piazze, rispettando una densità territoriale massima di 300 ab/ha; 3) l’individuazione della rete stradale, degli spazi pubblici, la suddivisione in lotti con l’indicazione tipologica edilizia; 4) gli spazi riservati ad opere o impianti di interesse pubblico; 5) gli edifici destinati a demolizioni e ricostruzioni; 6) l’indicazione dell’approvvigionamento energetico degli edifici e dei comparti; 7) l’obbligo di tendere all’auto sufficienza energetica dell’insediamento e dei comparti attraverso un mix di tecnologie e la costruzione di una rete che scambia i surplus energetici; 8) il quadro bioeconomico con l’indicazione degli ambiti e delle funzioni d’uso da monitorare attraverso l’analisi del ciclo di vita.

Obiettivi del piano sono: 1) analisi e monitoraggio della morfologia urbana; 2) conservazione dell’ambiente costruito; 3) rilocalizzazione delle attività produttive che non hanno impatti ambientali; 4) riduzione dell’uso delle risorse (acqua, energia, suolo, rifiuti); 5) favorire la nascita di un insediamento economicamente autarchico e auto sufficiente.

Possibili indicatori sono: i flussi di materia ed energia[11] in entrata e in uscita; e per la qualità urbana la morfologia e gli indici urbanistici. Un modello da seguire è proposto da Torricelli attraverso la funzione d’uso[12].

Secondo l’opinione dello scrivente, un limite culturale circa l’urbanistica, come disciplina sconosciuta dai cittadini e poco compresa dai decisori politici locali, è che non ha potuto sviluppare indicatori capaci di avere rilevanza[13], credibilità[14] e legittimità[15]. Ciò che si potrebbe fare, è usare in maniera strumentale[16] e concettuale il dato relativo alla morfologia urbana, e al progetto di piano, per sensibilizzare la cittadinanza e incoraggiare le persone a occuparsi del bene comune.

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[1] Aree industriali dismesse; fabbricati di tipo civile un tempo destinati a funzioni pubbliche; parti di città degradate per obsolescenza fisica e funzionale; quartieri di edilizia residenziale pubblica in stato di avanzato degrado urbanistico, edilizio e sociale; capannoni industriali chiusi per cessata attività; immobili non utilizzati nei centri storici; e l’invenduto a seguito della crisi.
[2] Assetto morfologico e disegno urbano; conformazione dello spazio pubblico; rapporto tra edificato, spazio pubblico e spazi collettivi (spazi condominiali, portici, etc.); considerazione delle caratteristiche climatiche e ambientali del sito per la definizione dell’impianto urbanistico; mix di funzioni; continuità e coerenza della maglia urbana (strade); continuità del sistema ambientale (spazi verdi).
[3] Negli ultimi anni gli interessi privati hanno avuto anche una legittimità giuridica attraverso la prassi della cosiddetta urbanistica contrattata o consensuale con gli strumenti dei “programmi complessi”. Il fulcro di tali norme è agire sulle strategie di pianificazione ricercando l’accordo con i privati nella definizione concreta degli assetti urbanistici del territorio.
[4] La nota teoria endogena della moneta consente di creare investimenti per interventi che hanno una pubblica utilità o in generale sono indispensabili per lo sviluppo umano, e per la prevenzione dei rischi sismici e idrogeologico, o per interventi che rimuovono il degrado esistente e affrontano il tema del ciclo vita degli edifici. Tutti questi interventi possono essere finanziati a credito, e a sostegno dei ceti meno abbienti o per quelli che non un reddito capace di sostenere i costi della rigenerazione dei propri immobili.
[5] In letteratura la densità edilizia abitativa territoriale considerata equilibrata è di 300 ab/ha. Principi Guida di Eco-Densità: 1) utilizzare la sostenibilità ambientale come criterio principale per prendere le decisioni urbanistiche e edilizie riguardanti la città; 2) costruire un quadro strategico di interventi, strutture e servizi (uno structure plan) basato su densificazione, edilizia verde, sistemi energetici, alimentari e dei trasporti sostenibili; 3) sfruttare tutte le attività, sistemi e servizi consentiti o resi più efficienti dalla densità, come l’energia condivisa, gli spostamenti a piedi, in bicicletta e coi mezzi pubblici, una grande diversificazione dei beni ambientali; 4) migliorare l’accessibilità alla casa in proprietà e in affitto attraverso un incremento dell’offerta, della gamma di tipi, delle dimensioni, qualità, posizione, e attivando programmi mirati in tutti i quartieri della città;  5) pianificare spazi e servizi che devono cresce parallelamente alla densificazione, a sostegno di quartieri abitabili, sani e sicuri, pensando in modo creativo alla diversificazione e varietà di spazi pubblici e fasce di rispetto;  6) coinvolgere la cittadinanza nelle decisioni attuative di Eco-Densità.
 <http://archivio.eddyburg.it/article/articleview/9033/1/202&gt;, consultato il 1 aprile 2016.
[6] In letteratura lo standard minimo di 18 mq/ab è considerato insufficiente, pertanto alcune Regioni hanno alzato tale standard fino a 30 mq/ab.
[7] Art. 27 L. 5 agosto 1978 n. 457 e succ. mod. ed integr.
[8] Art. 27 1 agosto 2002 n. 166 introduce i programmi finalizzati alla riabilitazione di immobili ed attrezzature locali e al miglioramento dell’accessibilità e delle mobilità urbana. Le opere ricomprese in detti programmi possono consistere in interventi di demolizione e ricostruzione di edifici e delle relative attrezzature e spazi di servizio finalizzati alla riqualificazione di porzioni urbane degradate sotto il profilo fisico e socio-economico.
[9] L. 17 febbraio 1992 n. 179 e succ. mod. ed integr. e dal DM 21 dicembre 1994. I programmi di riqualificazione urbana hanno la funzione di avviare il recupero edilizio e funzionale di ambiti urbani specificatamente individuati, e consistono in un insieme coordinato di interventi pubblici e privati.
[10] Il contratto di quartiere individuato dal D.M. 22 ottobre 1997 è una figura speciale di programma di recupero urbano finalizzato all’attuazione di interventi sperimentali nel settore dell’edilizia residenziale sovvenzionata e annesse urbanizzazioni. Il contratto di quartiere riguarda ambiti segnati da diffuso degrado delle costruzioni e dell’ambiente urbano, da carenze di servizi e un contesto di scarsa coesione sociale e di marcato disagio abitativo.
[11] Su questo tema nasce e si sviluppa l’analisi del ciclo vita dei materiali e degli edifici (Epoca di costruzione, tecniche e tecnologie costruttive, materiali utilizzati). Da alcuni anni si sta costruendo il data base dei materiali, Ecoinvent, che consente da dare informazioni utili per ridurre l’impatto ambientale in fase di progettazione e per suggerire scelte più consapevoli per favorire un riuso e recupero più efficiente. Per il recupero dei materiali dagli edifici arrivati a fine ciclo vita è possibile predisporre le cosiddette “demolizioni selettive” che recuperano il massimo dei materiali riutilizzabili e riciclabili.
[12] Torricelli, ES-LCA e patrimonio naturale. Life Cycle Analisi ambientale e sociale, Firenze, 2015.
[13] Gli indici urbanistici sono numeri utilizzati dagli specialisti ma rimangono incomprensibili per i decisori politici e i cittadini.; invece le immagini di “figure norma” rappresentano direttamente la morfologia urbana.
[14] La credibilità si misura con l’affidabilità percepita dei dati. L’affidabilità degli indici urbanistici e soprattutto della morfologia è prerogativa della cultura e della sensibilità del progettista rispetto ai temi sociali, economici e ambientali del territorio. Più in generale la morfologia urbana che ereditiamo è il risultato stratificato del pensiero e della condotta degli individui e delle comunità che di volta in volta hanno dominato la società. Nella consuetudine, un aspetto complesso dell’urbanistica è sempre stato lo scopo reale di certe trasformazioni urbanistiche, poiché spesso la committenza ha celato gli interessi privatistici del profitto preponderanti rispetto ai piani e ai progetti stessi, e i dati forniti nel dibattito servono a persuadere l’opinione pubblica.
[15]La legittimità passa attraverso la neutralità dell’indicatore, ma non esiste neutralità nella pianificazione urbanistica, per tale ragione non esistono indicatori neutrali. La legittimità dell’azione può passare attraverso il rispetto della Costituzione e delle leggi, attraverso il consenso politico e le consultazioni pubbliche, è questo campo per sostenere un’urbanistica secondo l’interesse generale con un rinnovato spirito per la sostenibilità e la bioeconomia.
[16] Ad esempio, usare le informazioni oggettive della morfologia urbana (insediamento intensivo, estensivo, etc.) e migliorare il processo decisionale della politica.