Dall’inciviltà alla politica

Negli ultimi decenni i livelli di inciviltà e irresponsabilità politica hanno toccato quote altissime, colpa non solo del ceto politico: arrogante, ignorante, prevaricatore, incompetente e autoreferenziale ma soprattutto per colpa nostra, di noi cittadini altrettanto incivili e irresponsabili poiché la maggior parte di noi non ha né una cultura politica e né un’identità politica, e spesso usiamo il voto come gesto di inciviltà. Il nostro sport si svolge prevalentemente nei bar per parlare di temi che non conosciamo, ed esprimere giudizi non richiesti con atteggiamenti a dir poco cialtroni, e così in egual modo deleghiamo ad altri cialtroni la guida delle istituzioni, che di conseguenza sono lo specchio dell’inciviltà espressa dalla maggioranza degli elettori. Viviamo un corto circuito politico che si inverte attraverso percorsi di civiltà. All’inciviltà si risponde con umiltà, cultura e capacità nostre [da sviluppare formandoci una cultura politica] rimuovendo i cialtroni dalle istituzioni ma favorendo persone meritevoli capaci di produrre valore sociale, ambientale ed economico per tutti.

Se abbiamo il coraggio di lamentarci circa il ceto politico poiché è autoreferenziale e prevaricatore (spesso lo è ma non sempre), ebbene abbiamo tutta la libertà per cambiarlo ma per farlo con maturità e consapevolezza sarebbe saggio favorire la crescita di una classe dirigente diversa, aderente ai valori della Costituzione, colta, e capace; tutte caratteristiche che la maggioranza degli elettori non pretende perché compie scelte in base alla simpatia o all’antipatia, senza misurare il merito dei candidati.

Ad esempio, il mainstream è pieno di talk politici ove i politicanti possono svolgere la propria propaganda, cioè i media si limitano a riportare le opinioni degli invitati, e raramente fanno divulgazione colta e informata per aiutare i cittadini in percorsi di comprensione e conoscenza. Un’eccezione sono Presa Diretta e Report, che non influenzano il pubblico poiché occupano uno spazio mediatico ininfluente rispetto all’enorme massa di spazzatura chiamata infotainment (divulgazione e intrattenimento) e dal mero intrattenimento.

Il Governo italiano, dopo molti anni, grazie alla spinta personale del Ministro Provenzano, pubblica un piano politico per il Sud al fine di ridurre le disuguaglianze fra Nord e Sud. Intenzioni ottime e condivisibili, viene da scrivere: meglio tardi che mai…

Dalle intenzioni politiche governative, i meridionali dovrebbero cogliere tutte le opportunità che si presentano per migliorare e implementare il piano stesso studiando i modelli di rigenerazione territoriale e urbana già attuati e programmati nel mondo. La pubblicazione del piano è l’occasione pubblica/politica per smetterla di lamentarsi ma di innescare processi critici (riflessivi) per scoprire, conoscere e studiare programmi, piani e progetti che possono stimolare opportunità di sviluppo umano. Non si tratta di credere alle promesse di politici [sarebbe un errore di ingenuità] ma di avviare processi civili di azione politica partendo dalla riflessione e dalla condivisone di giusti obiettivi: ridurre le disuguaglianze territoriali.

Secondo il Forum DD, il piano del Governo sui temi della “Rigenerazione dei contesti urbani” dovrebbe essere affrontato «con maggiore decisione e con adeguati investimenti i temi ambientali e concentrando in modo più efficace le azioni nelle periferie e nelle aree marginali»; inoltre continua il Forum DD, «non si intravede il nesso, che è invece decisivo, con le azioni su scuola, salute, energia e abitazione prima richiamate. Né si intravede la volontà di affidare, come è indispensabile, la responsabilità di promuovere e di indirizzare tale nuovo intervento a un centro unico di competenza a livello nazionale, che assicuri un coordinamento fra Ministeri di settore e con le Regioni».

In buona sostanza, si riscontrano carenze politico-gestionali sugli annunci circa i processi di rigenerazione urbana che andrebbero coordinati dallo Stato [suggerisce il Forum DD], ad esempio, secondo la mia opinione attraverso il CIPU (Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane), per assicurarsi modalità omogenee e trasparenza sugli stessi processi amministrativi e di pianificazione. Il CIPU dovrebbe presentare una propria agenda urbana e rurale bioeconomica, secondo il punto di vista della matura scuola territorialista da un lato, e dall’altro avanzare strumenti attuativi bioeconomici con la capacità di rigenerare le aree urbane e rurali realizzando l’approccio del metabolismo urbano, al fine di ridurre/eliminare sprechi energetici ma sfruttando le tecnologie innovative per creare occasioni di lavoro e realizzare la sostenibilità forte. Una regia e un coordinamento nazionale, servirebbe anche per far capire agli Enti locali la necessità impellente e saggia di promuovere piani intercomunali bioeconomici, poiché non esistono più le città dentro gli attuali e obsoleti confini amministrativi ma esistono, da anni, le nuove città estese che andrebbero governate con un cambio di scala amministrativa. Dentro queste dinamiche complesse bisogna stimolare la partecipazione politica ma attiva degli abitanti, affinché la maggioranza degli italiani smetta di lamentarsi in maniera cialtrona, e si inneschi un processo civico e civile dell’azione politica osservando il territorio, interpretandolo correttamente sui valori propri (storici, ambientali, sociali, economici e tecnologici), sui problemi di ogni località, e interrogando le nostre capace creative al fine di vivere meglio i nostri luoghi, cooperando per favorire lo sviluppo umano di tutti. Tutto ciò è responsabilità politica singola e collettiva perché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione!

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Architettura e pianificazione per lo sviluppo umano

Architettura e pianificazione urbana e territoriale sono espressioni di una cultura in divenire che appartengono al sapere tecnico e più in generale all’uomo. Qui, nel meridione d’Italia e in Campania, c’è necessità impellente di una classe dirigente responsabile e civile che riprogrammi politiche pubbliche socialiste finalizzate alla creazione di nuovi impieghi, per contrastare due fenomeni prioritari innescati dalle disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento): l’emigrazione di risorse umane vitali, e il calo demografico favorito proprio dall’assenza di lavoro e dall’assenza di redditi dignitosi. La fragilità economica del Sud è la conseguenza o l’effetto di scelte politiche molto precise: concentrare risorse in un’area (pianura padana) innescando il sottosviluppo in un’altra (il meridione). Qualunque civiltà umana ha usato architettura e pianificazione per porre le basi fisiche dello sviluppo umano, e nell’epoca moderna queste discipline sono usate per rigenerare i territori e la vita stessa degli abitanti, per creare nuove condizioni di civiltà e nuova occupazione utile ma tutelando il patrimonio storico e naturale depauperato da scelte politiche sbagliate, e da una nota e diffusa crisi di tutto l’Occidente condizionato dal paradigma culturale dominante, e cioè il nichilismo capitalista. La Storia dovrebbe insegnarci quanto sia importante l’architettura, ed è sufficiente passeggiare nei nostri centri storici per osservare la bellezza intorno noi, ma questo non basta, è evidente. La realtà economica salernitana è drammaticamente poco dinamica, quasi ferma, per l’assenza di una classe dirigente capace e responsabile, che dovrebbe osservare i fenomeni di degrado con un adeguato filtro culturale e poi proporre soluzioni efficaci. In generale il meridione è penalizzato anche dal pensiero politico dominante, perché è questo che ha creato aree di sottosviluppo e disuguaglianze territoriali. Lo scopo del capitalismo è il profitto fine a sé stesso ma questo si crea mercificando e sfruttando ogni cosa (persone, natura …) trascurando diritti e ambiente, ciò è noto ma è altrettanto sottovalutato da una società, la nostra, ormai annichilita e regredita. La nostra classe dirigente (istituzioni politiche, università, imprese, professionisti …) dovrebbe essere coesa, di fronte ai drammatici problemi che si concentrano al Sud, per programmare investimenti corretti attraverso il filtro culturale della bioeconomia che sa interpretare il territorio e dare risposte concrete ai problemi occupazionali e ambientali. Nel Sistema Locale salernitano c’è una carenza di imprenditori coraggiosi, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, nel senso che sono troppo pochi gli imprenditori illuminati, così come c’è una carenza quantitativa di imprese che possa assorbire la domanda di lavoro degli abitanti.

Hammarby Stoccolma
Il quartiere Hammarby di Stoccolma, coinvolto da un immenso progetto di rigenerazione urbana: 204 ha di superficie territoriale, 25.000 abitanti insediati con una densità abitativa territoriale di 141 ab/ha, e una densità fondiaria di 397 ab/ha. Costo dell’intervento 4,5 miliardi di euro. Il Comune sfrutta il diritto di superficie e sono state coinvolte imprese e cooperative.

Le istituzioni politiche dovrebbero costruire luoghi e spazi per favorire lo sviluppo di attività stimolanti e creative, cioè quelle attività capaci di ripensare le attuali agglomerazioni industriali al fine di offrire, alle generazioni presenti e future, impieghi utili per sé stesse e per il territorio. Cooperare è necessario (anziché competere) al fine di ripensare l’organizzazione territoriale e costruire quei servizi indispensabili per eliminare le disuguaglianze territoriali, consentendo a tutti di scegliersi un percorso di crescita individuale connesso a un impiego dignitosamente retribuito, per svolgere un’esistenza piena e stimolante. Questa dovrebbe essere la normalità, ma l’inciviltà nega diritti essenziali ai meridionali. Dovrebbe essere noto, ma non lo è: il meridione è regolarmente penalizzato dallo Stato poiché non ridistribuisce le risorse della fiscalità generale in maniera equa e saggia, anzi in assenza di una cultura politica socialista non crea investimenti nei territori più deboli, che abbisognano di maggiori risorse degli altri, proprio per eliminare quelle incivili disuguaglianze economiche e sociali create dall’ideologia capitalista liberista e da classi dirigenti inadeguate. Il Sud è il territorio che ha le maggiori potenzialità di creare nuova occupazione utile, per l’alto tasso di disoccupazione e per l’assenza di infrastrutture, di servizi e per la necessità impellente di conservare e recuperare un immenso patrimonio storico-culturale e naturale.

Il mainstream svolge un ruolo distruttivo e pessimistico narrando soprattutto i difetti dei meridionali, costantemente additati, discriminati, fino al punto che taluni meridionali sono convinti della propria condizione di “inferiorità”, poiché si è allevati all’interno di un ambiente autolesionistico condizionato dai media, e persino dal sistema educativo-scolastico. La disuguaglianza, non solo è materiale ma è psicologica. Non so quanti Paesi occidentali abbiano esempi e casi di una disuguaglianza economica programmata così distruttiva e così accanita nei confronti di una sola area geografica, fino a rendere quell’area, depredata e colonizzata (nell’accezione colonialista del termine). Una cultura politica costituzionale può rompere sia gli schemi mentali [autolesionistici] e sia la consuetudine razzista [vedasi il partito della Lega, e la ex DC che creato la disuguaglianza territoriale] che non investe le risorse pubbliche ma le sottrae a chi ne ha diritto (il famigerato calcolo diseguale basato sul criterio della spesa storica e non sui livelli minimi pro-capite).

Noi meridionali dovremmo iniziare da noi stessi e dal territorio. Prima da noi stessi poiché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione del Sud, uscendo da una condizione psicologica inutile e dannosa, e invertire il flusso negativo di giovani laureati verso altri Sistemi Locali, ma questa inversione si realizza dando opportunità a chi le chiede, quindi rimuovendo le disuguaglianze di riconoscimento e favorendo il merito, l’impegno e l’entusiasmo di molti giovani che intendono sperimentare sul campo le proprie conoscenze. Dobbiamo studiare per conoscere meglio e osservare il territorio, per interpretarlo correttamente partendo dall’identità storica, dai valori ambientali e naturali, dall’impiego di tecnologie utili ai nostri scopi e dai luoghi da rigenerare, come del resto accade in molti altri territori, e sta accadendo anche al Sud ma non in tutto il meridione. L’approccio bioeconomico è quello più saggio per osservare i nostri Sistemi locali, le aree urbane estese e quelle rurali, per interpretarli tutti come sistemi metabolici. Osservando e interpretando, possiamo legittimamente costruire un programma politico volto a creare occupazione nuova e utile, attraverso la rigenerazione del nostro ambiente urbano e rurale, e nel farlo possiamo costruire un consenso mirato a cambiare la guida locale dei governi (perché fino ad oggi tale guida ha trascurato le disuguaglianze). Elaborando programmi, piani e progetti possiamo concretamente utilizzare, e direi legittimamente, le risorse pubbliche finora negate a vantaggio di altri territori ma a nostro danno.

I Sistemi Locali capaci di attrarre risorse umane e finanziare usano correttamente architettura e pianificazione, e lo fanno da sempre col meccanismo virtuoso che, nel corso dei decenni, hanno saputo affinare conoscenze e pratiche amministrative gestionali in continua evoluzione innescando una grande competitività. Il cuore di questo meccanismo virtuoso sono le università usate in maniera appropriata e cioè creare conoscenze utili al territorio, e non conoscenze fini a stesse e asfittiche, si tratta di conoscenze e saperi strettamente collegati al profitto, all’utilità sociale e ambientale del territorio. Le università sono collegate alle imprese e viceversa, ma secondo un indirizzo politico istituzionale molto preciso: concentrare ricchezza (risorse umane e finanziarie) sul territorio. Questo meccanismo è talmente sviluppato che i Sistemi Locali più competitivi hanno innescato un processo vizioso e non più virtuoso, poiché favoriscono nuove e maggiori disuguaglianze territoriali a danno dei Sistemi rimasti indietro e condannati alla marginalità, si pensi alle aree rurali. Solo un intervento nazionale può correggere consuetudini viziose e dannose attraverso programmi, piani e progetti nei Sistemi Locali privi di adeguati investimenti pubblici-privati. Il meridione soffre più delle altre aree geografiche poiché è schiacciato dalla notissima disuguaglianza fra Nord contro Sud, ma a questo si aggiunge la competitività negativa fra aree urbane e aree rurali in stato di abbandono, che favorisce anche fenomeni di dissesto idrogeologico. Nel Sud non potrebbe andrebbe peggio, ed è per questo che probabilmente è l’unica area ove ci sono grandi potenzialità, tutt’oggi non sfruttate, per creare lavoro utile cominciando ad applicare la Costituzione (che non è un’opinione ma un obbligo) e costruire questi standard minimi previsti dalle norme e mai costruiti. La normalità sarebbe una rivoluzione.

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Il Sud che deve ribellarsi

Aiutati che Dio ti aiuta, dice il proverbio popolare, e questo dovrebbe essere il principio guida dei meridionali, considerando il fatto che una guerra economica contro i nostri territori si è consumata fra la nostra inconsapevolezza popolare e il silenzio assordante del ceto dirigente, con la complicità dei vecchi partiti, oggi inesistenti. Un aiuto indiretto agli obiettivi dei razzisti è stato il silenzio dei partiti “di sinistra” che nelle terre emiliane puntano alla famigerata autonomia differenziata (la conferma della secessione economica a danno dei meridionali). Bisogna riconoscere che, noi meridionali facciamo fatica a risollevarci allevati da una “storia” scritta dai vincitori con un sistema mediatico nazionale che esalta ed enfatizza territori ma trascura altri, poi l’auto commiserazione e la rassegnazione sostenuta da mille difficoltà reali, e condita dalle disuguaglianze di riconoscimento, allora appare molto difficile far emergere la verità dei dati che lo Stato fornisce circa il razzismo economico messo in opera da molti decenni. Una politica razzista, che più o meno, parte dall’attuazione della riforma costituzionale sulle autonomie regionali, e attraverso il famigerato criterio della spesa storica che attribuisce più risorse alle comunità già ricche a danno di quelle con carenza di servizi. La Rai, attraverso due inchieste (di Presa Diretta e Report), ha raccontato le disuguaglianze programmate dai Governi, e in questo periodo il Quotidiano del Sud pubblica dossier, quasi tutti i giorni, sui dati della pianificazione economica che distrugge il Meridione per favorire la pianura padana. Non è affatto un’esagerazione dei toni affermare che si tratta di una guerra economica razzista poiché i Governi, da ormai circa trent’anni, negano risorse finanziarie ai territori economicamente più deboli e privi di servizi per conferirli a chi ne ha di più, i famosi alti standard di alcune aree padane sono un’usurpazione dei diritti che viola palesemente la Costituzione e così la fiscalità generale è usata come un’arma economica contro i Comuni meridionali, e non solo.

Le disuguaglianze programmate trovano sostegno dalle forze politiche, prima fra tutte la famigerata Lega, un partito della destra liberale che nasce con connotazioni razziste antimeridionali, con un linguaggio violento per sostenere maggiormente gli interessi esclusivi delle imprese localizzate in pianura padana. La lega è riuscita a realizzare i propri scopi senza che altri soggetti politici facessero opposizione circa il famigerato “calcolo diseguale” descritto recentemente dalla Rai. Bisogna riconoscere che molti altri partiti hanno affermato l’immorale calcolo diseguale: il centro destra berlusconiano che ha condotto i razzisti al potere e il centro sinistra liberale, allora ulivista/prodiano. In principio furono le maggioranze dei pentapartiti a guida Democrazia Cristiana e Partito Socialista, che concentrarono buona parte del comparto industriale in pianura padana, lasciando al Sud poche attività inquinanti. Osservando la storia possiamo arrivare fino alla guerra di annessione, chiamata Unità d’Italia, ma i problemi di oggi vanno affrontati nel contesto attuale (l’ideologia capitalista e la crescita), e questo dice che non esiste un soggetto politico meridionalista con l’intenzione di eliminare le immorali disuguaglianze territoriali, innanzitutto perché la maggioranza dei meridionali non lo sa che queste [disuguaglianze] sono create dallo Stato, e poi perché i meridionali sono divisi da soggetti politici che non li rappresentano: dalla peggiore destra attuale (Lega, FI, Fratelli d’Italia) fino al PD, e al M5S che li ha ingannati, recentemente. Infine, non bisogna sottovalutare la confusione culturale degli italiani (ignoranza funzionale e di ritorno), che dopo la fine dei partiti di massa, la maggioranza dell’elettorato vota, ahimé, per simpatia e/o per antipatia. Una maggioranza degli elettori svuotata da qualunque identità culturale-politica danneggia il Paese. Solo una persona civile si rende conto del danno che produce un individuo svuotato d’identità politica a tutti gli italiani, e quindi a tutti noi.

Per dirla alla Marx, noi meridionali non abbiamo coscienza di classe, cioè non abbiamo coscienza dell’origine circa la nostra marginalità sociale ed economica; sembriamo incapaci di reagire e le conseguenze sono drammatiche: l’emigrazione indotta (e non voluta) dei giovani nei sistemi locali del lavoro che distruggono le nostre comunità: cioè il Nord e l’estero. L’emigrazione è un corto circuito viziato dalla disuguaglianza di riconoscimento innescata dal sistema politico locale e dall’attuale classe dirigente meridionale che non programma un’inversione di tendenza poiché resta sul piano ideologico sbagliato.

La Regione Meridionale ha tutto il diritto di pianificare i propri sistemi locali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, ed ha tutto il diritto e soprattutto il dovere di costruire i servizi mancanti. Solamente nel fare ciò: eliminare le disuguaglianze si creano decine di migliaia di nuovi impieghi, e la riduzione delle disuguaglianze si potrà realizzare con l’impiego delle nuove tecnologie, di fatto realizzando attività che non recano depauperamento alle risorse naturali. Per uscire dalla nostra marginalità dobbiamo stimolare processi creativi nei nostri pensatoi naturali, università e imprese, associazioni e gruppi di cittadini organizzati, al fine di progettare la rigenerazione territoriale e urbana. Tutti i sistemi locali che funzionano e sono attrattivi di risorse umane (comprese le nostre) hanno luoghi e spazi di innovazione e ricerca ben collegati col territorio e con le istituzioni, ed ai vertici di queste istituzioni siedono persone coraggiose che regalano opportunità di sviluppo a chiunque dimostri interesse, creatività e capacità di sperimentare; in buona sostanza nei sistemi attrattivi non c’è disuguaglianza di riconoscimento ma il coraggio di fare investimenti nelle persone. Il capitale umano è l’arma più efficace per costruire nuovi impieghi e nuove attività e funzioni. Da troppi decenni, le nostre istituzioni, direttamente o indirettamente attraverso le disuguaglianze, spostano il capitale umano meridionale in pianura padana e/o all’estero.

Quotidiano del Sud Salerno 14 gen 20 07

Rimuovere le disuguaglianze per favorire lo sviluppo umano

Dal punto di vista della psicologia, l’autorealizzazione di una persona si raggiunge svolgendo un determinato percorso che soddisfa sia le motivazioni carenziali (bisogni primari: fisiologici, sicurezza, amore e appartenenza, autostima) e sia l’accrescimento (bisogni cognitivi, estetici, autorealizzazione, auto-trascendenza). Questo percorso consente la piena realizzazione della persona, ed è tutelato dalla carta costituzionale attraverso il principio di uguaglianza che significa dare a tutti i cittadini la possibilità di scegliersi un proprio percorso di sviluppo umano, mentre la Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli di ordine economico. E’ altrettanto noto che in Occidente e in Italia esistono vergognose e immorali disuguaglianze territoriali che di fatto rappresentano ostacoli insormontabili per gli abitanti che vivono in determinate comunità. In Italia, chi nasce in una zona geografica è più favorito rispetto ad altre ove mancano servizi, standard minimi, e infrastrutture necessarie per lo sviluppo umano. Oltre a ciò esistono disuguaglianze economico-sociali che ricordano la società feudale perché non funziona l’ascensore sociale [e lo Stato non pensa di rimuovere quest’altra disuguaglianza]; in buona sostanza una persona meritevole e capace se non possiede un proprio capitale non può realizzare l’attività che è in grado di svolgere, mentre chi eredita il capitale familiare può farlo, proprio come accade in una società di caste autoreferenziali tipiche delle monarchie feudali. Esiste anche la condizione familiare che incide molto nello sviluppo umano di una persona, e può essere divisa in due categorie: 1) famiglie senza equilibrio, che si dividono fra quelle con genitori che denigrano i propri figli e genitori che esaltano i propri figli; e 2) le famiglie con equilibrio, cioè genitori che sanno sostenere adeguatamente i propri figli, senza eccessi. Nel meridione, si concentra maggiormente il conflitto genitori figli che ha impedito e impedisce un sano sviluppo delle persone. L’Italia si caratterizza molto per la diffusione di imprese familiari ove i genitori giocano un ruolo predominante, e a volte prevaricano e limitano l’autonomia dei figli, nonostante questi siano ormai maturi. Questo atteggiamento autoritario dei genitori è una condizione di svantaggio sociale, e  si riverbera nella nostra società, ed una delle regioni che spiega alcuni limiti culturali del nostro Paese. Allo stesso tempo, l’impresa familiare è il sistema di welfare sociale più efficace, che accudisce e garantisce un sostegno capitale ai figli.

Viviamo in un Paese apparentemente democratico poiché il nichilismo [capitalista] ha svuotato di senso civico la nostra società e così vi sono milioni di persone in gravi condizioni di povertà economica, e se queste persone vivono in determinate aree urbane e rurali, allora queste sono condannate alla marginalità per l’assenza di servizi fondamentali necessari alla crescita individuale, e per l’assenza di imprese che potrebbero offrire un’opportunità di riscatto sociale ed economico. Nel famigerato “calcolo diseguale” denunciato dalle inchieste giornalistiche, la Repubblica anziché rimuovere gli ostacoli di ordine economico li crea, perché la fiscalità generale assegna maggiori risorse ai Comuni del Centro-Nord togliendole a quelle meridionali, la famigerata “spesa storica” applica una sorta di razzismo di Stato. In generale, nella società capitalista la disuguaglianza è programmata, voluta dal ceto politico dominante poiché lo svantaggio di un territorio è la ricchezza di quello contiguo che concentra capitali, ed è proprio la religione capitalista che crea sottosviluppo in determinate aree, che le impoverisce attraverso lo spopolamento indotto, tant’è che prima del 1860 il meridione fu meta di migrazioni, mentre dopo cominciò l’emigrazione. Applicando la Costituzione e tenendo a mente gli aspetti psicologici, è fondamentale concentrare investimenti pubblici e privati nei Sistemi Locali del Lavoro meridionali, per restituire a milioni di italiani l’opportunità di vivere in sicurezza realizzando quegli standard minimi mancanti, e poi attraverso nuove opportunità di lavoro con un reddito dignitoso che consente di riavere autostima. In questo modo anche i meridionali potranno realizzare il proprio potenziale che dipende dall’apprezzamento (rimuovere la disuguaglianza di riconoscimento), dal rispetto e dalla conoscenza acquisita. In assenza di tutto ciò, continuano i saldi migratori negativi per Sud, ma a partire sono soprattutto i giovani, laureati e non, che emigrano al Nord e/o all’estero alla ricerca della propria autorealizzazione. La disuguaglianza territoriale ha trasformato il Sud in una colonia, che sostiene le comunità del Nord ma distrugge tutto il mezzogiorno privandolo delle risorse più importanti e vitali: le persone. Si tratta di un immorale corto circuito poiché le competenze dei meridionali sono a servizio di determinati Sistemi Locali, e non per le proprie comunità che restano territori depredati. La maggioranza dei meridionali non è libera di scegliersi un proprio percorso evolutivo, mentre una ristretta minoranza, una élite autoreferenziale, ha costruito i propri privilegi attraverso le rendite regalate dalle istituzioni politiche moralmente corrotte. Un ceto politico normale, cioè coerente con la Costituzione, si pone l’obiettivo primario di rimuovere le disuguaglianze territoriali, e così dovrebbe impegnarsi nel ripensare le agglomerazioni industriali meridionali con università, centri di ricerca e imprese, al fine di creare nuova occupazione utile rispetto alle caratteristiche territoriali e alle capacità creative, per impiegare le migliori tecnologie che consentono un miglioramento della vita. Ad esempio, lo Stato ha l’obbligo di programmare i servizi pubblici mancanti nelle aree urbane estese, così come programmare una rete metropolitana nelle stesse che consente alle persone di muoversi con il trasporto pubblico. In tutte le aree urbane estese i principali presidi dello sviluppo umano sono le scuole e le biblioteche, e in Italia tali edifici o sono mancanti, o sono arrivati a fine ciclo vita. Un’opportunità di rigenerazione urbana e territoriale è la programmazione economica per correggere gli errori del capitalismo che ha costruito aggregati edilizi che non sono quartieri ma zone compromesse dalla speculazione. Un’efficace programmazione può rigenerare la forma urbana per recuperare standard mancanti e programmare la sostituzione edilizia di edifici che non hanno valenza di patrimonio storico architettonico ma costituiscono un problema dal punto di vista del rischio sismico. Questi problemi sono noti, ma le istituzioni locali meridionali non pianificano correttamente il territorio, e i meridionali stessi fanno fatica a cambiare una classe dirigente incapace e autoreferenziale, anche per questo motivo i giovani emigrano. E’ un paradosso tutto italiano quello delle disuguaglianze fra Nord e Sud, poiché l’area geografica che ha le maggiori opportunità di creare migliaia di nuovi impieghi è proprio il meridione d’Italia, proprio perché svuotato e deindustrializzato. Basti pensare che la rimozione dei problemi implica un percorso virtuoso di auto consapevolezza personale e collettiva, cioè affrontare i problemi favorisce l’autorealizzazione, e pensare a programmi di rigenerazione urbana, mobilità intelligente, autosufficienza energetica, conservazione e tutela dell’ambiente, infrastrutture, bonifiche, nuove aziende produttive di manifattura leggera, ricerca e innovazione, crea opportunità di lavoro.

saldi migratori Corriere Mezzogiorno 17122019
Saldi migratori, fonte immagine: Corriere del Mezzogiorno 17 dic 2019.

Riempire il vuoto

Nel mondo della politica esiste un enorme vuoto culturale lasciato dal partito comunista. Nella degenerazione generale dettata dal pensiero dominante neoliberista, in Italia non esiste più un soggetto politico che contrasta ingiustizie e disuguaglianze. Dall’auto dissoluzione del PCI ad oggi, quel vuoto è riempito dal nulla, cioè da soggetti politici a dir poco inqualificabili e incapaci. La contraddizione più incivile e dannosa, probabilmente, sta nel fatto che la società globalizzata e tecnologicamente avanzata è molto più complessa rispetto a trent’anni, e pertanto richiede una classe dirigente molto più competente. La maggioranza dei cittadini ed i partiti non richiedono maggiori capacità culturali e saggezza, mentre lo spettacolo mediatico si è fuso coi politicanti restituendo una commedia grottesca e incivile, ove i capi più simpatici ricevono consensi e attenzioni, mentre i problemi reali del Paese restano insoluti e peggiorano col trascorrere degli anni (disuguaglianze, aree urbane e rurali, rischio sismico e idrogeologico, patrimonio, lavoro, ambiente, qualità della vita…). In questa enorme inciviltà, c’è un’area geografica che sta peggio delle altre, ed è notoriamente il Sud dove le risorse umane fuggono per la ricerca di un impiego, e scelgono la pianura padana o l’estero, per studiare e lavorare. Da molti decenni, è in atto una sottile e “nascosta” guerra economica che crea ricchezza attraverso le disuguaglianze programmate dallo stesso Stato, perché attribuisce maggiori risorse a chi ha di più per sottrarle ad altre comunità. Secondo lo Stato un cittadino emiliano merita più risorse pro-capite di un cittadino calabrese.

In questo contesto a dir poco drammatico, è fondamentale applicare un semplice principio di giustizia sociale sancito dalla Costituzione, e così l’evoluzione del Sud diventa priorità politica restituendo e programmando le risorse dovute. I meridionali dovrebbero indignarsi, e avere coscienza di sé e dell’immorale rapina realizzata dallo Stato ma sostenuta da soggetti politici pubblicamente anti-meridionali, non solo la Lega ma anche chi l’ha legittimata, e cioè Berlusconi con Forza Italia, Di Maio e il M5S; mentre esiste da decenni una corrente leghista fra gli ex DS e poi PD. In buona sostanza la rapina al Sud è stata possibile grazie al partito trasversale dei padani e con l’inerzia dei politicanti meridionali.

Raggiunta la coscienza di classe dei meridionali, le persone dovrebbero stimolare la nascita di pensatoi per progettare la rinascita del Sud, e lo stesso dovrebbe accadere fra il ceto politico più agiato e privilegiato poiché un Sud che perde abitanti è un danno sociale ed economico per tutti. Notoriamente, i luoghi che hanno i mezzi culturali per ripensare i territori sono: l’università per la ricerca, le imprese per le produzioni e le istituzioni politiche per l’azione politica. Se il meridione soffre di fuga delle risorse umane, è evidente che sul banco degli imputati ci sono proprio: università, imprese e istituzioni politiche incapaci di fare squadra e favorire sinergie creative per creare opportunità di sviluppo umano, proprio come fanno da decenni altri territori che paradossalmente stanno meglio anche grazie ai meridionali trasferitisi nei Sistemi Locali attrattivi e più produttivi. Non è un segreto il fatto che i sistemi sociali ed economici che funzionano dipendono dal fattore umano messo ai vertici delle istituzioni. C’è un solo processo virtuoso che può costruire un meridione migliore, formare nuova classe dirigente capace di fare gli interessi degli abitanti, ed esiste un solo paradigma culturale capace di farlo proiettando la società nel futuro: l’approccio bioeconomico poiché corregge le storture del capitalismo, notoriamente contraddittorio perché produce disuguaglianze e distrugge gli ecosistemi. Per riempire questo vuoto è fondamentale costruire un soggetto politico democratico capace di risvegliare le utopie socialiste e condurle sul piano bioeconomico, e per farlo bisogna attrarre talenti e stimolare la creatività delle persone in processi partecipativi. Si tratta di sperimentare e osservare attentamente i territori: le aree urbane e i Sistemi Locali del Lavoro. Il cuore di questa rinascita meridionale è la pianificazione, cioè quella capacità creativa di produrre visioni e scenari possibili che appartiene alle persone e ai tecnici, i quali suggeriscono programmi ai partiti, considerati strumenti per l’attuazione dell’azione politica. Capacità e merito sono prerogative fondamentali e individuano un passaggio fondamentale per costruire una società migliore, ma la maggioranza dei cittadini che vota non propone persone capaci e meritevoli, ed i partiti attuali trascurano la competenza preferendo galoppini e politicanti. Questa degenerazione appartiene all’Italia intera, ma le Regioni più produttive vivono e producono grazie alla storica programmazione economica che ha scelto determinate aree per concentrare i capitali, a partire dalla famigerata Unità d’Italia, mentre il Sud sprofonda per i motivi opposti: l’assenza di investimenti pubblici e privati, ed oggi la degenerazione ha creato un processo vizioso fondato su una condizione psicologica autolesionistica che spinge i meridionali a disprezzare la propria terra. La realtà è che il Sud ha grandi ricchezze ma sono ignorate e trascurate, e per esser precisi: il meridione non ha solo la bellezza del proprio patrimonio storico e naturale mentre le potenzialità umane sono scoraggiate, sfavorite perché le elités locali, spesso, sono autoreferenziali e applicano la disuguaglianza di riconoscimento che fa scappare i giovani e chi intende innovare, inoltre c’è una chiara assenza di servizi culturali e di infrastrutture. Le aree urbane meridionali non sono collegate fra loro, e la programmazione economica non costruisce i servizi minimi essenziali. Nella società attuale: interconnessa e globale, è del tutto incivile lasciare comunità urbane, medie e piccole, completamente isolate, in tutti i sensi: mancano i collegamenti ferroviari, mancano le strade e mancano i servizi sociali, culturali, sanitari, e di connettività…

Restituendo le risorse pubbliche usurpate al meridione sarà possibile programmare le infrastrutture e i servizi mancati, aggiungendo un surplus di investimenti pubblici-privati basato su piani bioeconomici. Ad esempio, possiamo imitare l’approccio del New urbanism per rigenerare territori e aree urbane, ma osservando bene le peculiarità locali per inserire infrastrutture, funzioni e attività mancanti. Il New urbanism, studiando attentamente la storia urbana europea, ha sintetizzato una strategia facile da applicare nella gestione di territori e città. L’approccio è una pianificazione integrata di tutte le scale territoriali: regionale (territoriale e area vasta), in ambito di quartiere (la città), le strade (design urbano) e gli edifici (l’architettura). Secondo questo approccio è necessario elaborare un piano di area vasta per integrare il trasporto pubblico ai quartieri, e poi creare un paesaggio urbano con densità medie, e renderlo più vivibile, più conviviale e più accessibile. Come prima analisi, ad esempio osservando le aree urbane campane, sarebbe auspicabile realizzare immediatamente la metropolitana regionale per integrare quartieri, funzioni e attività fra queste, e con i territori vicini: le puglie, l’area lucana e le calabrie. Questo progetto favorisce la mobilità delle persone e svantaggia l’uso dei mezzi privati, riduce drasticamente inquinamento e affollamento urbano, e migliora la qualità di vita degli abitanti, che possono usare maggiormente la bicicletta integrata al trasporto ferroviario. Il censimento di volumi e aree abbandonate da riconvertire e il disegno del trasporto pubblico metropolitano, con l’uso misto dei suoli, cioè la mixité funzionale e sociale dei quartieri favorisce un’integrazione di attività: lavoro, servizi, studio, svago e tempo libero, ma contemporaneamente svantaggia il consumo di suolo agricolo e annulla la dispersione urbana. In buona sostanza, si può riempire il vuoto culturale e politico perché esistono conoscenze e competenze ma queste vanne riconosciute e valorizzate da uno strumento politico: un partito democratico bioeconomico.

Salerno transect
Lo strumento del “transect” proposto dal “New urbanism” per gestire le regole di pianificazione urbana.

Razzismo di Stato

report divorzio all'italiana
fonte immagine RAI Report, divorzio all’italiana.

Ricchi contro i poveri” non è solo uno slogan che semplifica la questione meridionale ma è ahimé la realtà politica, culturale e sociale di una classe dirigente autoreferenziale, egoista e soprattutto razzista per concentrare risorse della fiscalità generale in una sola area geografica: la pianura padana. Dal dopo guerra in poi, la Repubblica italiana attraverso i propri programmi scolastici ha inoculato generazioni di ragazzi meridionali nel far credere loro che il Sud fosse un territorio arretrato, che non merita investimenti sul sociale e sulla cultura. Durante gli anni ’80 nasce anche un partito pubblicamente anti meridionalista, poi legittimato e condotto al potere da Silvio Berlusconi. All’inizio del nuovo millennio l’attacco al Sud non finisce, e degenera in un progetto politico preciso, chiamato “autonomia differenziata” col fine di concentrare maggiori risorse pubbliche in pianura padana. Questo danno economico ha radici culturali in un capitalismo feudale con caratteristiche palesemente egoiste e razziste, e tutto ciò si è potuto realizzare perché non c’è stata trasparenza sui dati relativi ai trasferimenti statali per ogni Comune, e per ogni cittadino. Il giorno in cui questi dati sono stati ricostruiti dai funzionari pubblici, il ceto politico ha chiesto di secretare i dati stessi (lo chiese il signor Giorgetti della Lega Nord) per evitare indignazioni collettive che potessero suscitare rivoluzioni sociali e politiche. I dati sono stati ricostruiti dai giornalisti Rai di Report e da Openpolis e sono drammatici (dossier); la realtà mostra un razzismo di Stato mentre la famigerata secessione dei ricchi contro i poveri è realtà da decenni ed ha costruito un’area geografica privilegiata che usurpa risorse dalla fiscalità generale a danno di altri comuni. Il calcolo diseguale, cosi chiamato, mostra che anche alcuni comuni del Nord ricevono meno di altri. Il criterio della spesa storica degli Enti locali misura i trasferimenti statali ma è palesemente sbagliato, stupido e immorale perché crea disuguaglianze territoriali, questo criterio tiene conto del cosiddetto fabbisogno standard che non individua il fabbisogno reale di servizi, ma privilegia i grandi comuni e i comuni del centro Nord (Emilia Romagna, Toscana e Umbria). Chi ha sviluppato questo criterio irrazionale è l’agenzia Sose (il fabbisogno standard) e politicamente se ne è occupato tal Marattin (renziano doc, nato a Napoli ma allevato a Ferrara). Report e Openpolis hanno aggregato i dati per Regione e si vede chiaramente che i comuni del Sud hanno fabbisogni più bassi e quindi ricevono meno risorse, un paradosso razzista.

In precedenza anche Presa Diretta di Riccardo Iacona aveva anticipato il tema con l’inchiesta Italia spaccata (7 ottobre 2019), confermando quanto la lettura più recente avesse pubblicato e anticipato, prima con Pino Aprile (Terroni) e poi con Marco Esposito (Zero al Sud). Finalmente i cittadini italiani possono conoscere questa vergogna di Stato e mobilitarsi per porre rimedio chiedendo di rimuovere le disuguaglianze territoriali ripensando i trasferimenti statali, ad esempio individuando i livelli essenziali per ogni abitante, e aggiungendo un surplus per i territori marginalizzati investendo su progetti bioeconomici.

dati fabbisogni standard
Fabbisogni standard nei comuni, fonte immagine Openpolis, Il calcolo diseguale.
dati fabbisogni standard servizi sociali
Fabbisogni standard servizi sociali, fonte immagine Openpolis, Il calcolo diseguale.
dati fabbisogni standard asili
Fabbisogni standard asili nido, fonte immagine Openpolis, Il calcolo diseguale.

Contro l’ingiustizia e le disuguaglianze

All’inizio del nuovo millennio, indagini e studi evidenziano maggiormente le contraddizioni tipiche del capitalismo che favorisce l’aumento delle disuguaglianze. Nel caso italiano si evidenzia un’altra contraddizione abbastanza sottaciuta mentre i Governi, tutti, hanno imposto un paradigma culturale razzista che probabilmente non ha eguali nella storia d’Europa, e cioè, a partire dall’Unita d’Italia si è costruita una percezione collettiva di un Sud che non merita investimenti, mentre nel secondo dopoguerra nasce e si legittima un partito razzista pubblicamente antimeridionale – la Lega Nord –  che viene prima legittimata (da Berlusconi) e poi condotta al potere, favorendo l’aumento del divario economico e sociale, Nord contro Sud. In questa percezione collettiva ci sono due verità: una classe dirigente meridionale incapace e una programmazione economica sbilanciata a favore degli interessi delle imprese localizzate in pianura padana. Un corto circuito tipico del capitalismo che costruisce “centri” e “periferie”, cioè concentra i capitali in determinate aree e crea sottosviluppo nelle altre che diventano colonie sfruttate e da sfruttare. Nonostante il contesto culturale tipico delle società feudali, è possibile rimuovere queste disuguaglianze attraverso la costruzione di programmi, piani e progetti di rigenerazione dei territori osservando i Sistemi Locali del Lavoro. Le attuali classi dirigenti meridionali vanno sostituite con persone formate sull’approccio bieconomico, al fine di ripensare le agglomerazioni industriali e favorire la manifattura leggera, e le tecnologie a più alto valore aggiunto. Opportunità di impieghi utili si realizzano con piani bioeconomici che osservano le aree urbane estese, cioè i comuni centroidi con le loro conurbazioni, e si interpretano con l’approccio metabolico e le indicazioni della scuola territorialista. Sono i piani che programmano e attraggono investimenti pubblici e privati. Persone, università e imprese, dovrebbero conoscere e sviluppare piani bioeconomici per rigenerare i territori, perché solo in questo modo si inverte il drammatico flusso di risorse umane verso il Nord e fuori dall’Italia.

ilmattino4novembre2019