Dopo trent’anni di liberismo, ancora tutti a destra!

È ormai matura l’analisi politica, persino condivisa negli ambienti responsabili dell’aumento delle disuguaglianze, che la cosiddetta crisi economica in realtà non è una vera crisi ma la normale conseguenza del capitalismo neoliberista che ha invaso il mondo intero. La globalizzazione dei capitali finanziari, del mondo off shore e delle zone economiche speciali, cioè degli spazi dello sfruttamento, ha trasformato la società occidentale eliminando le conquiste sociali del socialismo europeo, e riducendo al minimo i diritti civili e dei lavoratori. È assurdo ma sembra che il ceto politico abbia rimosso la lezione di Marx, favorendo i sogni più proibiti di un élite avida e incivile.

All’interno del cambiamento epocale, la maggioranza dei cittadini italiani è nichilista, individualista e di conseguenza usa il momento del voto come sintomo di uno sfogo. Milioni di italiani e la maggioranza dei meridionali delusi, hanno votato per questi due partiti: la Lega (che resta Nord) e il M5S. Entrambi, durante cinque anni di opposizione politica al PD, hanno attaccato i governanti con un linguaggio politico al limite della violenza verbale. Il linguaggio adottato si basa su un preciso ed elementare calcolo politico, promettere qualunque desiderio dei cittadini. Il linguaggio, come nella pubblicità fa leva sulle emozioni delle persone economicamente più deboli, soprattutto il M5S attraverso il famigerato “reddito di cittadinanza”, che non è un “reddito di cittadinanza” ma “condizionato”, una proposta ideata dai liberisti della scuola di Milton Friedman, e già in uso in Germania; mentre la Lega (Nord), sempre nel solco liberista, promette la famigerata “flat tax”, cioè una “tassa piatta” composta da una sola aliquota, palesemente incostituzionale, che consente ai ricchi di aumentare l’accumulo di capitali e di ridurre lo Stato sociale. Infine la cosiddetta “pace fiscale” che si traduce in un condono fiscale, ennesimo provvedimento immorale a favore di chi non ha pagato tributi allo Stato, confermando che in Italia sicuramente pagano le tasse i dipendenti salariati, mentre per gli altri, la collettività deve affidarsi alla civiltà altrui. Questi partiti sono diversi fra loro per come sono nati, ed hanno condiviso una feroce opposizione politica all’establishment, come si dice in gergo, contro l’UE, contro il “sistema”. La fotografia del M5S è stata fatta da due giovani giornalisti, Federico Mello e Jacopo Iacoboni, che in tempi diversi hanno pubblicato due saggi sul reale funzionamento dell’ex partito di Grillo, Il lato oscuro delle stelle e L’Esperimento. Entrambi sono utili per capire l’inganno che si cela dietro a determinati partiti apparentemente “nuovi”, che ricalcano schemi del comportamentismo degli anni ’50, ricalcano schemi televisivi, berlusconiani e non democratici ma utilizzano le nuove tecnologie per gestire l’azienda (il partito). La Lega Nord (già lombarda) è il partito razzista che nasce dall’antimeridionalismo per proporre la secessione dall’Italia contro Roma ladrona. Il linguaggio dei leghisti è costituito da decenni di propaganda razzista contro i meridionali. Nel corso degli anni la cronaca giudiziaria ha evidenziato la realtà dei fatti: i ladroni erano dentro quel partito e nelle istituzioni politiche del Nord da loro amministrate, dalle truffe nel partito razzista, passando per i Consigli regionali sino alle banche venete gestite dall’imprenditoria vicina ai razzisti. Il dramma culturale del nostro ceto politico è che un partito così ignobile abbia ricevuto una legittimazione dagli altri partiti, come Forza Italia e l’estrema destra, che l’hanno condotto persino al governo del Paese. In una comunità civile nessuno si sognerebbe di dare legittimità politica a chi propaganda il razzismo e l’egoismo più becero.

In tutto l’Occidente chiunque abbia svolto un ruolo politico all’opposizione del “sistema”, poi ha ricevuto un aumento dei propri consensi politici. Negli USA, come tutti sanno è diventato Presidente un imprenditore sfruttando temi legati alla crisi economica che ha fatto aumentare la povertà. In questa fase ove gli elettori cambiano i propri governanti, c’è un elemento a dir poco grottesco e contraddittorio. La cosiddetta crisi economica è innescata dal capitalismo neoliberista, e in Italia, anziché stimolare una mobilitazione di massa a favore del socialismo, gli elettori si affidano a una coppia di partiti che millantano di non essere né di destra e né di sinistra ma promettono politiche neoliberiste, cioè di destra con elementi di welfare di dubbia valenza.

Sintetizzando al massimo, negli ultimi anni, i partiti che hanno governato il Paese sono stati esecutori delle politiche neoliberiste, cioè di destra, e gli elettori hanno deciso di sostituirli con i soggetti che hanno millantato un cambiamento. Le politiche neoliberiste hanno favorito l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, innescando e stimolando la crescita dei disagi sociali, favorendo rabbia e insoddisfazione nei confronti del ceto politico occidentale. Il contesto politico e sociale si caratterizza per la fine della partecipazione popolare e di massa nei partiti, e mentre accadeva ciò, i cittadini italiani, in una prima fase durante l’inizio del millennio, si mobilitarono nei cosiddetti “girotondi”, senza organizzare un partito democratico nuovo ma consegnando la legittima protesta al vecchio establishment. Fallisce l’opportunità di realizzare un’alternativa politica al liberismo, mentre col trascorrere degli anni la scelta di ridurre il ruolo pubblico dello Stato fa crescere l’insoddisfazione nei confronti della “casta”, poiché si riducono contemporaneamente e progressivamente sia il potere d’acquisto degli stipendi salariati e sia il welfare state, creando disagi sia alla media borghesia e sia ai ceti più deboli che aumentano di quantità. È nel ventennio berlusconiano, con i governi elitari sostenuti dai Tremonti, Bossi, Dini, Amato, Ciampi, D’Alema e Prodi che si realizza la svendita del patrimonio pubblico, la “liberal revolution”, meno Stato più mercato, con norme e provvedimenti ad edulcorare il principio della democrazia economia e favorire l’azionariato elitario nel controllo, e quindi nel profitto, dei servizi. Tutti gli Enti locali, Regioni, Province e Comuni, privatizzando tutto quello che c’è da privatizzare, di fatto usurpano la sovranità popolare, attraverso la creazione dei mostri multiutilities S.p.A. che firmano contratti di gestione dei servizi pubblici locali con la falsa promessa di migliorare le infrastrutture esistenti costruite con le tasse degli italiani (acqua, energia, autostrade, telecomunicazioni, poste, ferrovie). E’ negli Enti locali che si realizza la famosa austerità, dalle mani del più ignorante e incapace ceto politico italiano, rimbalzato alle cronache giudiziarie grazie ai reati contro la pubblica amministrazione e ai tagli dei servizi locali. Nel frattempo continua la privatizzazione dei profitti attraverso le rendite fondiarie e immobiliari, sottovalutando i problemi reali legati al rischio simico e idrogeologico, così da aggiungere altri danni alla collettività attraverso l’adozione di piani speculativi che aumentano le disuguaglianze sociali e il consumo di suolo agricolo.

Osservando la struttura capitalista italiana possiamo cogliere il senso delle politiche di tutti gli ultimi governi, che hanno favorito l’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi, cioè i soliti pochi, le solite famiglie, sia quelle note al pubblico e sia quelle poco note ma presenti in tutti i centri urbani. Il capitalismo italiano è costituito soprattutto da rendite, finanziarie e immobiliari, controllate dalle solite famiglie di ricchi, capaci di influenzare il credito. Il fatturato delle imprese è generato soprattutto da rendite e attività terziarie. Parlamento e Governi italiani, anziché rimuovere ostacoli di ordine economico per favorire lo sviluppo umano, e dare a tutti le possibilità di cercare percorsi di evoluzione sociale, hanno aumentato drasticamente la differenza fra ricchi e poveri. Sempre più famiglie sono entrate nella soglia di povertà relativa e assoluta.

I disagi creati dal mercato hanno una dimensione territoriale precisa, e sono le periferie che hanno smesso di votare per i partiti filo establishment. Contestualmente si è ampliato il fenomeno della spoliticizzazione delle masse e la crescita della frustrazione collettiva, poiché gli individui non si sentono in grado di cambiare le scelte politiche italiane. Durante il ventennio berlusconiano, il legislatore contribuisce ad allontanare i cittadini dal processo decisionale della politica sia con la riforma degli Enti locali e sia con i processi di privatizzazione che favoriscono gli interessi delle imprese. Nel 2009, dopo cinque anni di tour seguitissimi, il comico Grillo catalizza la frustrazione e la rabbia popolare in un partito da lui fondato, il M5S. Dal 2005 al 2009, Grillo usa l’arte del teatro a servizio di un disegno politico, ed è la sua capacità di interpretare i problemi degli italiani a raccogliere milioni di voti nel 2013, consentendo a diversi sconosciuti, e anche taluni impresentabili e squallidi personaggi di entrare nel Parlamento italiano senza alcun criterio di merito politico. Mentre si realizzava un enorme trasferimento di consensi dai partiti del pensiero unico al partito liquido italiano, ancora una volta, nonostante le evidenze circa l’aumento delle disuguaglianze, nessun soggetto politico ha avuto la maturità di compiere un’auto analisi critica mettendo in discussione le politiche economiche neoliberiste, e la totale inefficienza politica dell’UE, costruita per soddisfare il mercato e non i bisogni delle persone. Di questa incapacità riflessiva, ovviamente, se ne approfitta chiunque critica l’euro zona e la “casta”, senza dover dimostrare alcuna capacità politica. Nel 2013, il risultato delle urne rompe lo schema del cosiddetto bipolarismo e non consegna un reale vincitore, perché esiste un terzo polo che ha lo stesso peso politico del PD e di Forza Italia. Le coalizioni si sfaldano, e nascono nuove maggioranze parlamentari sul modello chiamato grande coalizione per consentire la formazione di un Governo, in quanto il terzo polo strategicamente sceglie l’opposizione. Nel 2013, nonostante milioni di italiani sfiduciano l’establishment, quel voto non è utilizzato per cambiare lo status quo, e fra le tante conseguenze politiche, lo scontro fra il M5S e il PD ebbe quella di sostituire la classe dirigente politica nel PD, favorendo l’ascesa di un nuovo capo politico: Renzi, in continuità col liberismo. La nuova direzione del PD sposta l’asse del partito tutto a destra, e in una prima fase, il nuovo leader eletto attraverso le primarie aperte del partito, aumenta i consensi alle elezioni europee del 2014 toccando la soglia del 40%. Nel 2015 durante le elezioni regionali, il PD continua la crescita dei consensi ma sarà l’ultima volta, poiché da quel momento in poi, il partito di governo perderà milioni di voti arrivando a dimezzare il proprio consenso sul territorio nazionale. I 5 anni di legislatura saranno utilizzati dalla nuova maggioranza politica per approvare altre riforme neoliberiste togliendo diritti ai lavoratori, e cercando di cambiare la Costituzione per ampliare l’ideologia capitalista neoliberale attraverso una proposta di riforma costituzionale, Renzi-Boschi. Proposta bocciata dal referendum consultivo, il 4 dicembre 2016. In tutto ciò le disuguaglianze crescono, osservando l’aumento della povertà per effetto del mercato lasciato libero di agire secondo la propria avidità. L’assurdità del ceto politico consiste nel fatto che mentre aumentano le disuguaglianze, chi governa accresce le opportunità per alcune imprese multinazionali, anziché ripristinare politiche pubbliche socialiste.

Nel 2018, il risultato delle urne dice che la maggioranza degli italiani crede alle promesse di chi ha svolto un ruolo di opposizione, e sfoga la propria rabbia contro i vecchi partiti consegnando il Paese, sia al partito razzista italiano, la Lega (Nord), e sia al partito inventato da un ex comico e da una piccola azienda privata di social marketing, che oggi detiene il controllo diretto del primo partito italiano. Dopo circa 70 giorni di trattative politiche, agli italiani viene presentato un cosiddetto contratto di governo. Il linguaggio adottato ricalca lo schema di un programma elettorale, e non è un serio programma politico. Secondo i giuristi, del calibro di Zagrebelsky, si tratta di un contratto di potere fra alleati di governo che presenta caratteri di incostituzionalità, con possibili derive autoritarie. Questo nuovo programma elettorale chiamato contratto di governo è composto da un mix di elementi retorici dei due partiti, e così ritroviamo un po’ di razzismo, una visione securitaria dello Stato, posizioni euroscettiche, una visione più o meno assistenzialista, elementi ecologisti, ma soprattutto promesse molto complicate sul welfare circa la riforma Fornero e il reddito condizionato poiché insieme creano la banca rotta dello Stato. Un linguaggio più concreto si riscontra solo sui punti dedicati alla sicurezza.

Anche il cosiddetto “governo del cambiamento”, così chiamato come desidera la propaganda, appare come un governo della continuità nonostante l’euroscetticismo, poiché ignora la lezione di Marx e non compie un’analisi politica matura facendo riferimento ai mutamenti sociali innescati dal capitalismo neoliberista. Nonostante un legittimo euroscetticismo raccolto dalla pancia degli elettori, non c’è alcun piano industriale su specifiche attività industriali, ma la promessa generica di una banca pubblica a sostegno delle imprese, come insegna la scuola liberista. Non c’è un piano di investimenti su specifici territori deindustrializzati. C’è un’ambigua e superficiale riflessione circa il “sovranismo” etichettato dal giornalismo embedded, che rischia di rendere vana qualsiasi possibilità di restituire un potere economico alla Repubblica. Persino in Germania, che ha tratto i maggiori vantaggi dell’euro zona, si parla degli errori del sistema monetario unico, si parla di come ristrutturare i debiti pubblici, di come riformare i Trattati o come uscire dall’euro. In Italia, ci siamo dimenticati che il PCI fu contrario allo SME, e ci siamo dimenticati della visione romantica del manifesto di Ventotene. Questa rimozione dalla memoria collettiva, come gli slogan né destra e né sinistra, hanno contribuito a sostenere il nichilismo e aprire strade alle destre. Il tema della sovranità economica è senza dubbio cruciale per la ripresa economica del nostro Paese ma questo argomento è stato regalato ai partiti populisti, anziché essere argomentato seriamente dai partiti di governo, del resto proprio la Germania ha potuto fare investimenti utilizzando due leve, il surplus commerciale – violando le regole europee – e un sistema del credito pubblico secondo un programma industriale, che in Italia non c’è più, grazie alle scelte degli ultimi governi democristiani e dei primi governi neoliberali post tangentopoli, applicando il mantra del laissez faire al mercato, la famigerata rivoluzione liberale promessa da Berlusconi e condivisa dal razzismo leghista.

Nel contratto elettorale, ci sono le promesse elettorali che aiutano i ceti ricchi danneggiando la collettività tutta, dando un serio colpo allo Stato sociale previsto dalla Costituzione. Il voto di protesta della maggioranza degli italiani consegnato ai partiti anti-sistema può essere utilizzato per aiutare l’élite ristretta dei capitalisti italiani; infatti adottando un’aliquota massima del 20% si realizza un enorme trasferimento di ricchezza rubando alle casse pubbliche dello Stato, che non potrà più garantire determinati servizi soprattutto ai ceti meno abbienti. È noto da decenni che l’area più povera del Paese, il meridione, è deindustrializzata con carenza di servizi adeguati. Nel contratto fra M5S e Lega Nord non c’è una sola riga sulle disuguaglianze territoriali da affrontare con un piano industriale di investimenti, proprio nei luoghi più svantaggiati, per ridurre il tasso di disoccupazione e per stimolare la nascita di impieghi utili. In questo accordo di governo non c’è un piano o una politica economica che osserva la difficile realtà italiana, in questo nuovo programma elettorale non si dice concretamente come si agisce per migliorare il Paese e aiutare i ceti deboli. A seguito di questo contratto i partiti che hanno formato una maggioranza parlamentare si accordano di presentare al Capo dello Stato, un tecnico come Presidente del Consiglio, nel senso che è sconosciuto alle cronache politiche.

Con l’assenza di un’alternativa politica seria e preparata si conferma la crisi morale della società italiana. Fino agli anni ’80 il nostro Paese esprimeva una rilevanza autorevole mondiale grazie al più grande partito di sinistra presente nel blocco occidentale. Dopo il 1989, quando tutto il mondo scelse il neoliberismo, sparirono sia il PCI e sia l’autorevolezza dei nostri sindacati, che abdicarono al loro ruolo. Negli altri Paesi ove si lotta contro l’abuso dell’élite capitalista, i cittadini si ispirano palesemente al socialismo, in Spagna addirittura esiste un partito come Podemos che si ispira ad Antonio Gramsci, negli USA patria dell’imperialismo e del neoliberismo selvaggio, aumenta il consenso per le proposte socialiste suggerite da Bernie Sanders, in Grecia ove la recessione è violenta si stanno diffondendo forse concrete di mutualismo, di chiara ispirazione socialista, e persino in Inghilterra, raccoglie consensi anche nei concerti da stadio un signore come Jeremy Corbyn che parla pubblicamente di politiche socialiste. Fino ad oggi questi movimenti politici di sinistra sono all’opposizione di maggioranze che rappresentano l’establishment del neoliberismo che ha inventato questa globalizzazione totalmente deregolamentata e deresponsabilizzata.

Durante questo periodo sembra emergere una crisi di civiltà democratica per l’incapacità collettiva di costruire un sincero partito di sinistra, adeguato ai cambianti sociali e tecnologici che stiamo subendo. Questo enorme vuoto politico si traduce in un danno sociale, economico e politico ampiamente visibile nel meridione d’Italia ove si concentrano in maniera particolare e drammatica le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Negli ultimi decenni queste disuguaglianze hanno raggiunto tutte le aree urbane e le periferie, ove certi quartieri sono in un degrado urbano e sociale. Attraverso le politiche neoliberiste, anche i territori interni e rurali sono costretti alla marginalità sociale.

Le persone oneste che si riconoscono nei valori costituzionali hanno l’obbligo di agganciarsi a una speranza futura, e augurarsi che il nuovo Governo sia composto da persone rispettose della Costituzione, dotate del senso dello Stato; appare incredibile viste le premesse, ma è rimasta solo la speranza. Dobbiamo augurarci che quel famigerato contratto sia solo l’ennesima trovata pubblicitaria, l’ennesima caduta di stile, come fu per la presentazione dei ministri M5S prima del voto, e che quindi legislatore e Governo, osservando la complessa realtà italiana affrontino le intollerabili disuguaglianze territoriali, la disoccupazione, la vulnerabilità del territorio e delle aree urbane, e la crisi ambientale con un approccio culturale nuovo: quello bioeconomico. Durante questi anni, dovremmo ricostruire una civiltà politica, con saggezza e democrazia.

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La città-rete meridionale

A partire dal secondo dopo guerra, l’armatura urbana italiana si trasforma per la scelta politica di deregolamentare le politiche urbane. Nelle Amministrazioni locali ove mancarono adeguati piani urbani si avviarono processi speculativi, dispersione urbana, l’aumento dell’impatto ambientale e il grande consumo di suolo agricolo. Ci sono stati due fenomeni molto noti: una prima fase di urbanesimo con la crescita fisica e demografica dei centri principali, e poi una contrazione delle grandi città che ha favorito l’inurbamento dei piccoli centri limitrofi ai comuni centroidi. Questi fenomeni condizionati dal capitalismo non furono pianificati ma sottovalutati, e così aumentarono disuguaglianze territoriali (carenze di standard fra città del Nord e Sud, e carenze di standard fra quartieri e quartieri), disordine e dispersione urbana. E’ altrettanto noto che negli anni ’60 gli speculatori privati vinsero il duello sul regime dei suoli, e così ci ritroviamo le aree urbane devastate dalla rendita fondiaria e immobiliare.

L’Olanda è senza dubbio il territorio meglio organizzato sotto il profilo territoriale, e dal loro esempio possiamo imparare programmi e processi virtuosi. Il meridione italiano dovrebbe ispirasi al modello del Randstad Holland, cioè una rete di città costituita da quattro principali centri e poi centri minori, e le funzioni specializzate non si concentrano in un’unica città ma sono divise e ripartite nella rete, i nodi (le città stesse).

Anziché inseguire il modello sbagliato neoliberale che professa la competitività dei territori, sarebbe saggio preferire la cooperazione, la rilocalizzare le attività produttive e ridurre lo spazio del mercato per aumentare quello della comunità, privilegiando il sapere locale. Attualmente le nostre aree urbane meridionali soffrono di disordine urbano ereditato dagli anni della speculazione edilizia, di consumo di suolo agricolo, e di abusivismo. Notoriamente c’è carenza di servizi standard, carenza di infrastrutture pubbliche e persino di collegamenti. Affrontare questi vecchi temi secondo il pensiero dominante della crescita significa concorrere alla distruzione del meridione, allora è necessario affrontare i problemi sociali ed economici pensando allo sviluppo umano e non all’aumento della produttività delle merci. Normalmente le città intrattengono con l’esterno scambi di materia, energia, popolazione, beni, servizi e informazioni. L’osservazione e la misura di questi scambi in chiave bioeconomica consente di eliminare gli sprechi e favorire l’impiego di tecnologie più efficienti. Le città meridionali possono essere i nodi di una rete connessa per mostrare la diversità culturale, cioè scambiare la conoscenza e favorire la relazione umana, e per farlo è necessario favorire gli spostamenti di persone potenziando i trasporti pubblici e non privati. Attualmente, secondo lo schema del pensiero dominante le città sono utilizzate dalla politica economica come spazi per accumulare i capitali, e le politiche urbane sono piegate agli interessi delle imprese per competere, così le aree abbandonate dalle industrie sono state trasformate in attività terziarie, ma è l’economia della conoscenza ad accelerare le disuguaglianze. Nonostante la delocalizzazione della globalizzazione neoliberista, accade che i Sistemi Locali del Lavoro si adeguano, e gli spazi vengono riconvertiti in attività terziarie. Le disuguaglianze territoriali restano tali, poiché la produttività agglomerata nel corso dei decenni in pianura padana resta immutata, mentre il Sud Italia non vede cambiare il proprio tasso di disoccupazione. Perché? Ahimé, i dati storici (Emanuele Felice, “Crescita, crisi, divergenza: la disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo”, in ISTAT, La società italiana e le grandi crisi economiche 1929 – 2016, Roma, 2018) forniti dall’ISTAT dimostrano che nel corso dei decenni, la programmazione economica non ha rispettato la Costituzione riducendo le disuguaglianze, ma ha fatto l’esatto opposto, cioè ha concentrato maggiori risorse della fiscalità generale in pianura padana trascurando volutamente il meridione. Ricordando le banali leggi dell’economia, ogni impresa per insediarsi in un territorio richiede la presenza di infrastrutture costruite dallo Stato. Nel meridione, si scelse di allocare alcune attività molto impattanti in pochi centri (Napoli, Taranto, Priolo, Gela) trascurando l’intero territorio, per questo motivo non ci sono mai state le infrastrutture diffuse necessarie per i centri urbani e per le piccole attività produttive leggere, anzi le scelte politiche furono quelle di deprivare la maggioranza dei territori di qualunque capacità di sviluppo. Tutt’oggi mancano infrastrutture pubbliche per collegare i centri urbani, mancano collegamenti est-ovest, e quelle poche esistenti necessitano di manutenzione.

La rinascita del meridione può ripartire avviando una cooperazione strategica di tutte le Regioni meridionali, elaborando programmi, piani e progetti sull’identità culturale del territorio, e aprendo attività di manifattura leggera legata alla rigenerazione urbana e territoriale bioeconomica. Ad esempio, piani di recupero e di rinnovo urbano delle zone consolidate considerando le nuove strutture urbane estese. In queste nuove città è possibile recuperare e trasformare gli spazi urbani sottoutilizzati e abbandonati per favorire il recupero degli standard mancanti, per favorire la ricerca applicata, così come lo sviluppo di attività tecnologie sostenibili legate alla conservazione del patrimonio e alla mobilità leggera non inquinante, così come tutti i progetti che applicano la sovranità alimentare ed energetica. Per favorire questo processo innovativo cooperativo è necessario creare luoghi e spazi per agglomerare centri studi e di ricerca per studenti, cittadini, e professionisti; si tratta di luoghi aperti ove chiunque può insediarsi e frequentare per progettare attività che sviluppano processi e tecnologie sostenibili utili al bene comune.

La straordinaria bellezza del meridione, del suo paesaggio, del suo patrimonio e della sua storia rappresentano la base identitaria per costruire un progetto bioeconomico di tutta la rete di città. Spostarsi coi mezzi pubblici e fra le aree urbane, dall’Adriatico al Tirreno passando per lo Ionio, può favorire lo sviluppo umano della regione meridionale.

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aree-urbane-e-metropolitane

Stimolare lo sviluppo umano

La conoscenza sulla specie umana è davvero vasta e immensa, i limiti della nostra specie sono noti ma non appartengono alla cultura delle masse, cioè buona parte di noi è assolutamente consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti, e spesso finisce col subire i cosiddetti condizionamenti dell’ambiente esterno svolgendo un’esistenza indotta dal pensiero dominate e dal sistema di potere.

La nostra inconsapevolezza è la principale causa dei problemi di questa società moderna. I dati ufficiali circa i tradizionali indicatori raccolti all’Istat, dicono che il presente è drammatico, e forse è un commento riduttivo. Viviamo in uno stato di emergenza, ma questa sembra non preoccupare le famiglie poiché abbiamo l’abilità di scegliere i peggiori rappresentanti politici per affrontare i seri problemi sociali, ambientali, economici e politici. La nostra casa sta bruciando e noi gettiamo benzina sul fuoco.

Istat tasso di disoccupazione giovanile

relazione PIL popolazione occupazione

Un dramma che trova momenti di picco se spostiamo la lente d’ingrandimento sul nostro meridione, che abbiamo lasciato nelle mani di veri e propri stupratori seriali. Il meridione d’Italia è uno dei luoghi più belli del pianeta che subisce una guerra razziale e ideologica da più di 150 anni, con la collaborazione di noi meridionali psico programmati per disprezzare la nostra terra natia, e rincoglioniti dalla scuola e dal mainstream sviluppista (le televisioni milanesi e la RAI stessa). Siamo così confusi da credere ancora che la soluzione ai nostri problemi sia la crescita del PIL  quando è la religione che genera i nostri danni.

Le fotografie dell’Istat sembrano immagini post belliche, ma siamo nel 2016. La guerra economica contro i meridionali che cominciò col rubare oro, e tecnologie dal Regno delle Due Sicilie (l’allora Germania d’Europa), continuò con la propaganda razzista. La guerra economica è ancora in piedi poiché frutta denari per le imprese che hanno colonizzato il Sud, e per partiti politici “meridionali”, oggi i partiti non esistono più, ma gli interessi delle imprese continuano ad avere rappresentanza nei Governi italiani.

L’unico modo per cambiare i dati dell’Istat, è che i meridionali amino la propria terra sconfiggendo i mali sociali che più l’affliggono: l’indivia sociale e l’apatia politica. La soluzione non è imitare gli stili di vita rappresentati dal mainstream neoliberale, non è competere ma far crescere la creatività, e favorire i capaci e i meritevoli che possono creare nuova occupazione utile tutelando e valorizzando il territorio.

Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

Istat reddito familiare netto mediano per Regioni

I migliori investimenti che possiamo fare sono nel cooperare e stimolare la nascita di una classe dirigente seria e responsabile, che superi il pensiero dominate materialista, e cominci dalla bioeconomia poiché produce nuova occupazione utile. Alcune imprese, senza attendere una nuova classe politica, stanno investendo nella bioeconomia, tant’è che nel riciclo e nel riuso delle risorse stanno emergendo nuovi mercati, così come nel recupero dei territori e nell’uso razionale dell’energia i settori della progettazione e delle costruzioni riescono a resistere alla recessione innescata dall’implosione del capitalismo. Per il momento l’inerzia della politica sta facendo da tappo, soprattutto perché al pensiero neoliberale non interessa l’economia reale, in quanto certe imprese aumentano i dividendi degli azionisti attraverso la finanza e il sistema offshore, le speculazioni, gli illeciti e la depauperazione delle risorse del pianeta occupando i territori in via di sviluppo.

Un piano sostenibile per la prosperità

L’ho scritto più volte che è necessario cambiare i paradigmi culturali, ma non per una mera questione ideologica poiché è una necessità suggerita dall’osservazione della realtà. L’epoca industriale è finita, il capitalismo è traslocato nei paesi emergenti, e cosa è rimasto? Il nulla, in tutti i sensi. Non è un caso che da anni si parli di resilienza e di decrescita felice, nonostante l’ignoranza di una classe politica faccia molta fatica a capire di cosa si tratta. Persino gli economisti premi nobel avevano previsto l’implosione del capitalismo, ma sicuramente è la categoria meno indicata per suggerire soluzioni alla crisi della nostra società.

Il Sud ha una sola possibilità per restituire dignità a se stesso: avviare un lungo percorso di sviluppo umano attraverso la cancellazione dell’analfabetismo funzionale e di ritorno, e attraverso l’invenzione di impieghi utili. L’aspetto straordinario è che ci sono tutti mezzi tecnologici per farlo. Il monocolore di partito fra Governo e Regioni è una condizione che favorisce il dialogo fra chi siede nelle stanze dei bottoni, ma gli interessi di bottega e la scarsa preparazione culturale sono ostacoli da superare. L’età anagrafica e l’orientamento culturale dei nuovi Presidenti di Regione non li predispone al cambiamento, ma la loro natura di opportunisti politici potrebbe farli pensare che abbracciare le proposte bioeconomiche sarebbe un strategia politica che li condurrebbe nell’olimpo mediatico che sognano.

Del resto se è vero che il loro giovane premier per suoi problemi ideologi disprezza il cambiamento reale poiché rappresenta il conservatorismo dell’élite europea, quella che sta distruggendo le politiche sociali e sta danneggiando l’economia del popolo italiano, è altrettanto vero che i Presidenti sono stati eletti direttamente dal popolo, mentre Renzi è un paracadutato attraverso manovre di palazzo. Pertanto i Presidenti, che sono più navigati dall’ambizioso Renzi, sanno bene che per loro è necessario fare qualcosa di concreto e sanno anche come copiare incollare le esperienze più proficue secondo il loro tornaconto di consenso.

I Presidenti e i Consigli regionali fanno leggi ed hanno piena autonomia di spesa, seppur nel modello redistributivo del Stato centrale che sta a Roma. In buona sostanza le regioni del Sud se abbracciano le linee politiche bioeconomiche nell’ambito del governo del territorio e sull’uso razionale delle risorse, e lo fanno in maniera coordinata investendo risorse in questa direzione, possono offrire una prosperità duratura ai propri abitanti. Da un lato devono inventare e da un altro possono copiare incollare dai numerosi esempi sparsi sia in Nord Europa che negli USA.

Se poniamo un focus sul contesto urbano, ove vive circa il 72% della popolazione europea, dobbiamo riconoscere che da diversi decenni il legislatore italiano è stato completamente insensibile alla trasformazione sociale e industriale avvenuta all’interno delle città, ormai deindustrializzate. I centri urbani sono i luoghi di vita degli esseri umani ma le politiche urbane rigenerative non occupano un ruolo prioritario dell’odierna azione politica. Eppure attraverso le città e il governo del territorio si realizzano i modelli sociali, i modelli occupazionali e la tutela del patrimonio.

In Italia abbiamo una legge urbanistica nazionale che va adeguata al contesto urbano e sociale, poi ci sono venti Regioni con venti diverse leggi urbanistiche. Tutto l’impianto legislativo nazionale e regionale ignora completamente l’approccio bioeconomico e concepisce il processo urbanistico come una tecnica del paradigma mercantile, tutto è merce, e tutto si compra e si vende recando danno alle risorse limitate. Mentre l’urbanistica nacque per affrontare e risolvere problemi creati dall’industrialismo, nel corso dei decenni fu piegata, sia all’ideale capitalistico favorendo il consumismo compulsivo, e sia al modello produttivista dei paesi socialisti. Le città costruite all’interno del cosiddetto mercato hanno preteso la coniugazione di capitalismo e socialismo, conducendo l’uomo nel nichilismo e nell’alienazione.

In Italia il fenomeno delle città in contrazione[1] coinvolge ben 26 città (Milano, Torino, Napoli, Genova, Roma, Bologna, Catania, Venezia, Firenze, Trieste, Cagliari, Bari, Palermo, Taranto, Padova, Salerno, Ferrara, Brescia, Livorno, Messina, Pescara, Verona, Bergamo, Foggia, Siracusa e Vicenza) e questo contribuisce al peggioramento della qualità di vita e all’aumento dell’inquinamento poiché non ci sono state adeguate risposte in termini di pianificazione e organizzazione territoriale.

città in contrazione

Osservando le azioni progettuali che rigenerano i tessuti edilizi esistenti, queste si pongono l’obiettivo di ridurre i consumi e si realizzano attraverso i termini ridurre, minimizzare e migliorare al fine di valorizzare e tutelare il patrimonio, l’ambiente e le risorse. Sono tutti termini simili alla decrescita ma non suggeriscono una privazione, un ritorno al passato, non stimolano nella percezione comune immagini negative, anzi sono prescrizioni necessarie per raggiungere obiettivi virtuosi e importanti.

Nuova e utile occupazione si crea recuperando l’intero patrimonio edilizio esistente partendo dai problemi legati al fenomeno delle città in contrazione, la dispersione urbana, le nuove aree metropolitane, la conservazione dei centri storici e il recupero delle periferie, la prevenzione del dissesto idrogeologico e del rischio sismico attraverso una seria e responsabile programmazione.

L’approccio analitico dei sistemi di rete[2] fondati dalle relazioni commerciali, lavorative, pendolari e naturali, rispetto agli ecosistemi, consente di leggere i sistemi locali individuati dall’ISTAT anche in altre chiavi culturali, come quelle suggerite della bio regione urbana e dai bio distretti. Sono questi ambiti territoriali – sistemi locali, bio regione urbana, bio distretti – ove il legislatore deve concentrare i propri sforzi legiferando norme ad hoc, per programmare interventi di rigenerazione urbana conservativa con principi bioeconomici.

E’ giunta l’ora di eliminare la speculazione dal governo del territorio attraverso la bioeconomia che ci consente di liberare il disegno urbano da discipline pericolose e fuorvianti come la giurisprudenza e l’economia. In questo modo possiamo stimolare la partecipazione popolare e la gestione diretta del bene comune favorendo investimenti pubblici e privati per aggiustare le città creando nuovi impieghi in attività virtuose come il recupero, la conservazione, la sovranità alimentare e l’uso razionale dell’energia.

Le Giunte e i Consigli regionali, prima di tutto, devono mettere mano alle proprie leggi regionali sul governo del territorio inserendo la rigenerazione urbana bioeconomica che significa occuparsi delle zone omogenee A e B. Per le zone B è necessario inserire quei servizi previsti dalle norme, ma che oggi mancano poiché è necessario correggere la morfologia urbana esistente. Per le zone A sarebbe saggio introdurre l’approccio della scuola Muratori. Tradotto in un linguaggio meno tecnico, significa aggiustare le aree urbane esistenti offrendo l’opportunità di recupero e di rivalutazione di tutto l’ambiente costruito, secondo gli odierni criteri di sicurezza dal punto vista sismico e idrogeologico, secondo regole di eco efficienza energetica, e secondo regole compositive urbanistiche di qualità, offrendo anche la partecipazione diretta dei cittadini nei processi democratici per rigenerare anche l’aspetto sociale dei luoghi urbani degradati.

La ragione secondo cui non conviene investire nella conversione ecologica è banale: l’economia neoclassica agisce secondo l’obsoleta funzione del profitto che ignora i flussi di energia e materia. L’intera classe dirigente favorisce solo questa visione: il profitto, anche a danno dello sviluppo umano. In tal senso è necessario ripensare gli obsoleti criteri di valutazione di programmi, piani e progetti introducendo la sostenibilità forte e l’etica, solo in questo modo potremmo avviare concretamente la nuova epoca che verrà e finalmente favorire lo sviluppo umano. Si tratta di insegnare alla futura classe politica e all’intera pubblica amministrazione come si valutano programmi, piani e progetti secondo i principi della Costituzione che hanno come priorità la tutela ambientale e della salute umana.

Se la classe dirigente del Sud riuscisse solo a fare questo produrrebbe un servizio pubblico mai pensato e realizzato a partire dalla famigerata annessione al Piemonte.


[1] La contrazione è la perdita di abitanti.

[2] Possiamo ricordare che la nascita della teoria delle località centrali fornita da Walter Christaller ha consentito di studiare il territorio secondo le relazioni. La teoria fu abbozza da altri autori già nella seconda metà dell’Ottocento.

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Il Sud non è sparito, è stato annesso

Sulle pagine dell’Espresso Marco Damilano scrive «desertificazione industriale», riferendosi al fatto che il Governo italiano abbia fatto sparire il Sud dall’agenda politica. Enfatizzando il rapporto pubblicato dallo Svimez si mostra una situazione che appare drammatica secondo lo schema mentale del pensiero dominante: la crescita del PIL, come se questa facesse bene gli italiani e nello specifico ai meridionali. L’opinione dei giornalisti è commisurata agli indicatori obsoleti dell’economia neoclassica, la stessa che ha distrutto il Sud, quando nel 1860 una grande potenza economica fu annessa allo Stato piemontese, e tutte le ricchezze tecnologiche depredate e spostate al Nord. I cittadini ribellatisi ai nuovi padroni furono chiamati briganti e gettati nelle prime fosse comuni d’Europa, interi paesi rasi al suolo e cancellati dalle cartine geografiche, terre rubate con falsi titoli di proprietà, tutto per far nascere il Regno d’Italia. Il primo sistema sociale, quello che oggi viene chiamato Welfare state, fu realizzato a San Leucio – 1776 circa – dotata di «un codice di leggi sapienti (1789), che fu detto la più bella opera che la dottrina di Gaetano Filangieri e le riforme sociali di Bernardo Tanucci avessero saputo ispirare. In esso l’educazione pubblica è considerata la prima origine della pubblica tranquillità, la buona fede la prima delle virtù sociali, il merito la sola distinzione fra gli individui». Il modello fu copiato incollato dagli inglesi decenni più tardi – 1848 Public health act -, poi tale modello fu introdotto in Italia 1903, legge Luttazzi. Il Sud non è sparito è stato annesso ai piemontesi per pagare i debiti che essi avevano con francesi e inglesi rubando le riserve auree dei Borbone.

Dopo 155 anni è chiaro che le condizioni socio economiche dipendono sopratutto dalle classi dirigenti locali e da una psicologia collettiva negativa, ma non è più accettabile ignorare i fatti storici poiché il presente è conseguenza di quei crimini ignobilmente nascosti dai libri scolastici attraverso vere e proprie omissioni e menzogne. In tal modo si favorisce un clima negativo nell’immaginario collettivo dei meridionali molti dei quali sembrano mostrare una profonda disistima verso se stessi, e al Nord un becero razzismo nei confronti dei meridionali stessi convinti di trovare migliore sorte emigrando altrove. Il danno sociale è profondo poiché si perpetua fra i giovani il desiderio di rinnegare le proprie origini senza una valida ragione, questa è povertà indotta e percepita.

Mutando la propria percezione delle cose attraverso un’adeguata formazione è facile osservare le opportunità non colte. Il Sud è già in grado di migliorare la propria qualità di vita, se e solo se i meridionali consapevoli delle proprie ricchezze e delle proprie capacità cominceranno a favorire i talenti nel solco di nuovi paradigmi culturali figli delle bioeconomia, che sostituisce l’obsoleta economia neoclassica. Le inchieste giornalistiche con gli occhi dell’industrialismo non servono poiché non aprono riflessioni nuove e costruttive ma vendono i giornali, il mantra che sta distruggendo l’euro zona: vendere, vendere, vendere; e il Sud è inserito in questo mantra.

Attraverso sistemi virtuosi costruiti sull’etica e l’uso razionale delle risorse è possibile rigenerare i propri luoghi. E’ vero ciò che osserva l’ex Ministro Barca, che si è occupato di come si spendono i fondi europei, e cioè che le classi politiche meridionali hanno saputo auto conservarsi lasciando che le condizioni economiche dei meridionali peggiorassero, e questa è una responsabilità degli stessi elettori meridionali. Potremmo affermare chi è causa del suo mal pianga se stesso, ma è altrettanto vero che negli ultimi vent’anni i ministri economici hanno ridotto gli investimenti pubblici inseguendo la logica neoliberista secondo cui anche uno Stato deve pensare prima al profitto e poi, se c’è spazio anche ai diritti. Un’altra inchiesta giornalistica di Alberto Nerazzini dal titolo Il grande bluff, andata in onda sulla RAI, ha mostrato come si alimenta la ricchezza monetaria del Nord e in generale delle multinazionali, e cioè sfruttando il famigerato sistema offshore per evitare di pagare le tasse e riciclare denaro. Non solo l’Italia si realizzò col sangue e le ricchezze dei meridionali, ma da vent’anni un soggetto politico razzista e antimeridionale propone di ridistribuire le tasse rispetto al PIL regionale, non contento del fatto che il proprio elettorato già elude il fisco tramite il sistema offshore. In fine bisogna aggiungere che il sistema bancario è controllato direttamente da uomini del Nord secondo il dogma divulgato dalla scuola neoliberista bocconiana.

Anziché inseguire l’ideologia distruttiva e immorale del noeliberismo, i meridionali possono sviluppare la resilienza urbana, il Sud ha tutte le capacità di perseguire un miglioramento della qualità di vita. Osservando diverse città meridionali mancano ancora i servizi essenziali di base, e la mancata programmazione e realizzazione di tali servizi è responsabilità sia dei Governi che non hanno investito e sia degli amministratori locali che non hanno presentato progetti, e dove è accaduto il contrario, i progetti avevano la logica della speculazione coordinata dal mondo immobiliare favorendo il consumo di suolo e lo spreco di risorse.

Se usciamo dal pensiero economico che mercifica ogni cosa, possiamo osservare che il Sud è già ricco, nonostante i danni della guerra di annessione, ma con gli occhi del mercantilismo non è possibile vedere le opportunità che ci sono. Tutti quanti misurano la ricchezza in termini monetari e di PIL, e quindi dichiarano che il Sud sia una regione povera. La vera povertà si misura con l’accesso ai beni, con l’incoscienza e l’ignoranza. E’ povero chi non può accedere ai beni e alle merci necessarie per soddisfare i bisogni reali. La povertà è stata creata prima con lo smantellamento del tessuto artigianale meridionale, quando esisteva ancora un capitalismo reale, e poi favorendo i flussi migratori da Sud a Nord e programmando l’industrializzazione pesante dello Stato che ha creato posti di schiavitù e condizioni insalubri che ricordano l’Ottocento. Al Sud grazie alle prerogative geografiche e climatiche esiste una concreta opportunità di realizzare l’auto sufficienza energetica e alimentare, mi pare del tutto assurdo sostenere che sia una regione povera. Il lavoro che andrebbe svolto è proprio quello di costruire questa auto sufficienza e garantire a tutti gli abitanti l’accesso ai servizi essenziali per soddisfare i bisogni reali nella direzione dello sviluppo umano. In ambito politico e sociale bisogna sostituire tutti quegli individui che hanno impedito il raggiungimento degli obietti sopra elencati.

E’ necessaria una trasformazione del pensiero affrontando l’analfabetismo funzionale che colpisce un italiano su due. Costruendo proprio quei servizi essenziali che mancano ancora, e cogliendo l’opportunità di migliorare le morfologie urbane esistenti e costruite durante le speculazione edilizie dal secondo dopo guerra, nel correggere gli errori fatti sarà possibile creare nuova occupazione utile.

Il punto di partenza è indirizzare le energie mentali e finanziarie nella trasformazione dei sistemi locali in bio regioni urbane poiché i modelli di bio regione hanno le prerogative di usare le risorse rispettando i cicli auto rigenerativi della natura. In sostanza per creare occupazione utile è necessario fare l’opposto di quello che tutte le classe dirigenti credono e pensano di fare, poiché sono state allevate dal pensiero dominate dell’economia neoclassica.

La magna-grecia si riprende la propria dignità partendo dalla cultura e da programmi, piani e progetti forgiati dalla rigenerazione urbana bioeconomica che conserva i centri storici e trasforma i tessuti edilizi esistenti migliorando la qualità di vita. I progetti non sono valutati esclusivamente in termini di rendimenti finanziari per favorire gli interessi speculativi degli investitori, ma sono valutati in termini di valore del disegno urbano osservando i problemi e le peculiarità dei tessuti urbani esistenti.

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