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Archive for novembre 2010

Siamo un popolo di vili? Può darsi. Siamo un popolo di ignoranti? Può darsi. Entrambi questi aspetti sembrano appartenere alla maggioranza degli italiani e molti cittadini europei, credo, non abbiamo fiducia in noi proprio perché essi sono maggiormente attivi e più informati rispetto a noi.

Tullio De Mauro, principe dei linguisti italiani, torna alla carica con una nuova edizione del suo libro “La cultura degli Italiani”. I suoi dati dicono che il 70% degli italiani è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno: fatica a comprendere testi, non legge niente, nemmeno i giornali. Per il sapere un 70% di somari `e una maggioranza deprimente; e per la politica costituisce un’asinocrazia travolgente e facile da travolgere.

L’ignoranza è un problema facilmente risolvibile studiando ed il coraggio può risorgere cooperando fra noi cittadini, in gruppi, comitati spontanei. Comunque dobbiamo lavorare dentro di noi, li c’è tutta l’energia necessaria.

Nonostante il nichilismo imperante bisogna avere il coraggio e la forza di produrre un cambiamento radicale, un cambiamento culturale duraturo nel tempo. Immaginare di compiere questo passo regala subito grande speranza e per evitare che diventi illusione bisogna costruire comunità forti, libere e consapevoli. Bisogna partire da gruppi di cittadini attivi e civili, partire dai diritti costituzionali e dalla capacità creativa insita degli esseri umani, bisogna rifiutare di essere oppressi.

Esiste una straordinaria opportunità di reale sviluppo per gli esseri umani. Un esempio: il territorio del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano (SA), circa 181.000 ettari ormai depopolati poiché con un densità di 84 ab/kmq. Questo territorio potrebbe essere un primo esempio di reale crescita applicando la sovranità alimentare e l’indipendenza energetica con l’uso di fonti alternative e tutto questo può accadere anche con un piccolo incremento di popolazione, circa 20-30 mila abitanti provenienti da ogni regione d’Italia o d’Europa per integrare la cultura contadina col know-how di nuovi modelli organizzativi, gestionali e comunicativi (biblioteche civiche comunali, nuove agorà, ESCO, reti libere, autoproduzioni …). L’integrazione culturale può arrestare l’abbandono delle terre e di territori non considerati dalla cultura demolitrice della crescita infinita e dell’ossimoro sviluppo sostenibile. L’integrazione culturale può aiutare gli abitanti locali nel saper conservare e tutelare il territorio alimentando la speranza di comunità non più isolate ma vive, genuine e più felici grazie alla prospettiva di un ritorno a casa di giovani emigrati abbagliati da un finto sviluppo e più felici per le nascite di nuovi esseri umani in famiglie unite nei reali valori.

Bisogna evidenziare che tale prospettiva ribalta totalmente la cultura dominante che scambia la crescita industriale, materialista, come progresso e disprezza la natura e la vita di campagna. Questa prospettiva indica lo sviluppo fra le piccole comunità, in armonia con la natura ma tecnologicamente avanzate grazie all’uso di un mix-tecnologico e di reti di comunicazione avanzate per scambiarsi e donare le conoscenze socialmente utili. Comunità che vivono la polis e decidono direttamente. Comunità che si alimentano di cibi sicuri ed autoprodotti rispetto ai cittadini-metropolitani che possono essere intossicati da cibi industriali e meno controllabili.

Nel 1891 (cioè dopo trent’anni di furti, tasse maggiorate al Sud, spesa statale solo al Nord) il reddito pro-capite della Campania è ancora superiore a quello nazionale. […] «Da quasi tredici secoli i Meridionali sono uniti, essi sono pacifici come i popoli veramente civili, il loro sistema economico mira più al benessere sociale che al profitto di pochi, l’amministrazione pubblica è oculata e ponderata, la pratica religiosa colora i loro caratteri» riassume Vincenzo Gulì (Il saccheggio del Sud). […] I prodotti pregiati dell’agricoltura meridionale, per dire, son troppo cari per il resto d’Italia. Solo 11,8% delle esportazioni e l’8,5% delle importazioni delle Due Sicilie è con gli altri stati preunitari, perché «l’economia meridionale apparteneva al circuito commerciale che la ricollegava saldamente ai paesi del Nord e del Centro Europa». Soltanto dopo l’occupazione, il saccheggio e l’inutile resistenza armata, i meridionali cominceranno a emigrare, a milioni.[1]

Secondo i dati ISTAT nelle quote di occupati per settore di attività economica[2], in Italia, solo il 3,8% si occupa di agricoltura, il 29,2% è nell’industria e ben il 67% è occupato nei servizi. In Campania il dato è diviso così: 4,1% agricoltura, 23,5 industria e 72,4% servizi. I dati sono ancora più drammatici se andiamo a verificare le fasce di età. Esiste il serio rischio che fra 10 anni e poi fra 20 anni nessuno si occuperà della nostra alimentazione perché non sembra esserci un ricambio nel settore agricolo. Il dato è drammatico sia per l’evidente squilibrio nelle proporzioni degli impiegati nel mondo del lavoro e sia per la tipologia di attività a volte superflua, quella dei servizi. I dati dicono che i cittadini non curano la propria alimentazione, preferiscono il superfluo (servizi) e soprattutto non sanno prodursi il cibo. Questo dato inquietante può diventare la scommessa positiva del presente-futuro avviando un processo culturale che conduca le comunità locali ed i cittadini verso l’approccio permaculturale e trasformare i disagi in opportunità. Infatti è possibile creare società agricole ad azionariato diffuso dove i cittadini possono acquistare terreni con vecchie cascine per sperimentare orti sinergici[3] e scambiare le eccedenze in una “rete sociale rurale”. Con le odierne tecnologie è concretamente possibile progettare intere comunità, partendo anche dai piccoli comuni abbandonati, indipendenti dal punto di vista energetico, economico applicando anche la sovranità alimentare, si può partire dai bisogni primari: cibo, casa, energia, acqua, istruzione (diritti dell’uomo). Oggi esiste anche una Rete nazionale per lo sviluppo rurale[4] che potrebbe aiutare qualche cittadino seriamente intenzionato nell’innovare la propria azienda agricola.

Inoltre, esiste una rete denominata wwoof[5]: lo scopo di wwoof è di creare conoscenza e interesse verso uno stile di vita biologico e biodinamico. Oltre a ciò wwoof offre la possibilità di viaggiare in tutto il mondo in modo economico ed allo stesso tempo di dare un aiuto dove è richiesto e dove se ne presenta la necessità.

In fine, per le comunità, intese come quartieri, piccoli centri abitati o intere città esistono i circoli del Movimento per la Decrescita Felice che propongono il cambiamento di paradigma culturale, riappropriarsi del territorio, trascorre più tempo con le persone che si amano, usare le tecnologie della decrescita (quelle che fanno calare il PIL ma migliorano la qualità della vita), vivere reciprocamente, ricoprire il saper fare, praticare la cultura della transizione energetica, cioè liberarsi dalla dipendenza degli idrocarburi e vivere in armonia con la natura, sempre con un approccio olistico e permaculturale.

Maria Concetta Manfredi nella relazione introduttiva circa le fattorie didattiche come modello di economia sociale tra formazione e relazionalità[6], cita: il Consiglio dei Giovani Agricoltori, attraverso un’indagine, ha fornito dei dati inerenti la percezione da parte dei giovani riguardo l’agricoltura e i prodotti della terra: il 50% dei giovani non sa da dove viene lo zucchero, il 75% ignora l’origine del cotone, il 40% collega il pane al grano e alla farina. Nel caso dei ragazzi italiani, quest’ultima percentuale scende al 12%. Inoltre il lavoro dell’agricoltore viene considerato dal 75% dei ragazzi come un lavoro duro, sporco, anche se, di fatto, non sono mai stati in fattoria. Per cui lo scenario che emerge da questo quadro è che le nuove generazioni, nate e cresciute in ambiente urbano, ignorano quali siano le origini degli alimenti, quale sia il ruolo dell’agricoltore, non colgono il legame che unisce ambiente, agricoltura, alimentazione e salute e non hanno il senso fisico della conoscenza, ovvero quell’approccio sensoriale che consente di attuare esperienze concrete con la realtà che ci circonda.

Ecco un esempio concreto progettuale per una comunità dove giovani agronomi, architetti, giuristi, biologi e normali cittadini, con la sola volontà politica possono concretizzare un buon esempio di vita conviviale in armonia con la natura. Lo schema energetico integrato è un’applicazione per una fattoria, estratto dal testo di Luciano Paoli, energie rinnovabili impieghi su piccola scala.


[1] PINO APRILE, Terroni, Piemme 2010, pagg. 103, 106
[2] ISTAT, rivelazione sulle forze lavoro, media 2009, 28 aprile 2010 http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20100428_00/testointegrale20100428.pdf
[3] L’ Orto Sinergico è un metodo elaborato dall’ agricoltrice spagnola Emilia Hazelip, attiva soprattutto nel centro ”Las Encantadas”, sui monti Pirenei, in Francia. L’ idea di creare un orto sinergico si ricollega al filone della Permacoltura (coltura permanente, eterna, equilibrata ed inesauribile, non consumistica) ed alle ricerche relativamente recenti sull’ impoverimento del suolo a causa dell’abuso-uso agricolo meccanico-chimico da parte dell’ uomo (per esempio quelle dell’ agronomo giapponese Masanobu Fukuoka). Hazelip ha strutturato un metodo di coltivazione che promuove meccanismi di autofertilità del terreno, senza bisogno di arare oppure di concimare, ne di separare le piante (pur facendo attenzione a collegarle in modo compatibile e collaborativo tra loro).
A differenza delle usuali coltivazioni agricole industriali, in un orto sinergico le piante perenni convivono con le piante stagionali, e la stessa verdura e’ presente contemporaneamente a diversi stadi (persino decomposta a nutrire uno stesso esemplare in fiore).
[4] http://www.reteleader.it/portal/page?_pageid=35,333145&_dad=portal&_schema=PORTAL
[5] http://www.wwoof.it/it/aboutit.html
[6] RETE NAZIONALE PER LO SVILUPPO RURALE, l’altra agricoltura… verso un’economia rurale sostenibile e solidale, Quaderni, ATI INEA Agriconsulting, maggio 2009, pag. 97

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Innanzitutto, cambiare paradigma culturale perché quello attuale è inumano, non starò qui a dimostrare tale tesi perché ormai l’insostenibilità del sistema è riconosciuta persino dai fedeli della religione capitalista. Anche l’élite si rifiuta di misurare la crescita col PIL, dopo decenni l’hanno capita anche loro. Certo essi non molleranno lo scettro del potere, emettere moneta debito questo è ovvio ma il fallimento del sistema di controllo del capitalismo globale è sotto gli occhi di ognuno di noi. L’élite progetta la moneta unica mondiale ed i banchieri si contendono la disputa sulla moneta di riferimento, una volta era il dollaro, sganciato dall’oro ed agganciato al petrolio, ora si vedrà quale sarà la nuova. In questa fase i popoli potrebbero svegliarsi, come alcuni stanno facendo e ragionare sulle cose più semplici come l’obsoleto sistema di misurazione della crescita e della ricchezza, la fine del petrolio a basso prezzo, e l’inutile crescita dei consumi. Alcune comunità intendono applicare fino in fondo il principio di autoderminazione, il governo del popolo, rendendosi autonome circa la sovranità alimentare, energetica e monetaria usando anche strumenti di democrazia diretta.

Proviamo a ragionare, ancora una volta, circa il funzionamento degli Enti pubblici: la pubblica amministrazione non è pensata per soddisfare i bisogni degli esseri umani ma per opprimerli e scoprilo è molto semplice.

Nella teoria neoclassica, gli oggetti teorici non sono le azioni umane così come le conosciamo, ma “i prezzi e le quantità”. Essa in tal modo opera una cesura con la storia e i gruppi umani: la teoria neoclassica della crescita è giustamente celebre per non avere alcunché di umano. (Edmund S. Phelps, Théorie macroéconomique pour économie moderne, Conferenza Nobel, in “Revue de l’OFCE”, 102, estate 2007)

Cos’è il patto di stabilità? Lo spiega anche wikipedia: Il Patto di stabilità e crescita (PSC) è un accordo stipulato dai paesi membri dell’Unione Europea, inerente al controllo delle rispettive politiche di bilancio, al fine di mantenere fermi i requisiti di adesione all’Unione Economica e Monetaria europea (Eurozona). In base al PSC, gli Stati membri che, soddisfacendo tutti i cosiddetti parametri di Maastricht, hanno deciso di adottare l’euro, devono continuare a rispettare nel tempo quelli di ordine fiscale, ossia:
un deficit pubblico non superiore al 3% del PIL;
un debito pubblico al di sotto del 60% del PIL (o, comunque, un debito pubblico tendente al rientro).

Cos’è il deficit pubblico? Secondo wikipedia: Il deficit o disavanzo pubblico è l’ammontare della spesa pubblica non coperta dalle entrate, ovverosia quella situazione economica in cui, in un dato periodo, le uscite dello Stato superano le entrate. Il disavanzo è dunque un risparmio pubblico negativo, al contrario del surplus o avanzo pubblico, che è risparmio pubblico positivo (quando le entrate superano le spese)

Abbiamo capito? Il deficit è quando le uscite superano le entrate e non devono superare il 3% del PIL solo che quest’ultimo non cresce se la produzione viene spostata nei Paesi in via di sviluppo. Ma non solo, leggiamo i dati riportati da Maurizio Pallante: «Dal 1960 al 1998 in Italia il prodotto interno lordo a prezzi costanti si è più che triplicato, passando da 423.828 a 1.416.055 miliardi di lire (valori a prezzi 1990), la popolazione è cresciuta da 48.967.000 a 57.040.000 abitanti, con un incremento del 16,5 per cento, ma il numero degli occupati è rimasto costantemente intorno ai 20 milioni (erano 20.330.000 nel 1960 e 20.435.000 nel 1998). Una crescita così rilevante non solo non ha fatto crescere l’occupazione in valori assoluti, ma l’ha fatta diminuire in percentuale, dal 41,5 al 35,8 per cento della popolazione. Si è limitata a ridistribuirla tra i tre settori produttivi, spostandola dapprima dall’agricoltura all’industria e ai servizi, poi, a partire dagli anni settanta del secolo scorso, anche dall’industria ai servizi». E’ chiaro? L’aumento del PIL non significa maggiore occupazione.
La pubblica amministrazione (PA) non misura la qualità della vita, ma essa ha come priorità questioni di bilanci monetari e non la salute dei cittadini, l’istruzione e l’educazione civica. Invece, in una PA che pensa seguendo l’etica dovrebbe sapere e riconoscere che la moneta non è ricchezza ma solo un mezzo di scambio. La PA anziché usare la moneta come strumento per ottenere qualità si lascia amministrare seguendo regole immorali ed innaturali dei bilanci monetari, entrate-uscite. Il disavanzo pubblico in cambio dell’istruzione, del cibo, della casa e della prevenzione primaria non è un problema anzi è giusto (è implicito che la moneta deve essere pubblica). Qualche povero sciocco, immaginando ad un presente-futuro che non esiste, potrebbe pensare allo spreco di servizi, bhè, prima mettiamoli questi servizi e poi verifichiamo se si tratta di sprechi. Altrimenti, inventandoci le paure si conserva lo status quo (ricordiamolo, fatto di sprechi e malaffare per giovare l’élite) non si avrà mai il coraggio di sperimentare. E’ spreco finanziare la prevenzione, finanziare la sicurezza statica degli edifici? E’ spreco spendere soldi per salvare vite umane? Il disavanzo pubblico in cambio della felicità umana non è un problema. La moneta serve a questo, offrire uno strumento per consentire di fare la spesa a chi si impegna a curare bambini, a chi si impegna nella cultura e nello svago, perché questi aspetti della vita umana sono molto più importanti di un ridicolo pareggio di bilancio figlio dell’inganno del costo di produzione. Per vivere non esiste alcun costo di produzione, noi viviamo perché esiste il Sole ma abbiamo bisogno che l’ambiente sia sano e sicuro, liberi dall’invenzione del debito. Secondo le norme attuali una PA che ha bisogno di servizi non può costruire una struttura socialmente utile o pagare lo stipendio di chi ci lavora perché non potrebbe superare il 3% del PIL, ci rendiamo conto di questa assurdità? Ci rendiamo conto che il PIL non misura la qualità della vita? Ci rendiamo conto che la trasmissione di valori e delle conoscenze non possono essere limitate dai costi o dai bilanci? Nessuno è in grado di misurare la passione e l’impegno nel vivere in armonia con la natura, anzi il PIL non tiene minimamente conto delle leggi della natura ed i principi di bioeconomia, esso misura solo la produzione annuale, non può dirci se un cibo è sano. Il PIL non tiene conto dei diritti umani ma solo dei profitti monetari.
Le regole odierne anziché introdurre criteri ed indicazioni etiche hanno consentito di svuotare sempre più la democrazia rappresentativa, spostare sovranità dagli Enti locali verso la lontana Europa e consentire ad alcune SpA di rubare a norma di legge.
Poteri di autocontrollo sono stati ceduti ad Enti sovranazionali e non rappresentativi e le SpA governano i servizi locali tramite concessioni e monopoli locali (usurpazione).
Questo è accaduto perché è stato introdotto l’uso del diritto privato in ambito pubblico e di conseguenza gli Enti pubblici hanno tradito la natura di controllori e di tutela dei beni pubblici, il pensiero produttivista e competitivo ha sostituito gli interessi e l’etica pubblica, così il pareggio dei conti ad ogni costo ha cancellato i diritti umani. Negli anni ’90 anziché copiare la riforma amministrativa del Sud del Brasile (bilancio partecipativo) che applicava democrazia economica (art. 47 Costituzione) è accaduto che in ambito nazionale i beni dello Stato sono stati ceduti ad SpA (privatizzazioni di rapina) ed in ambito locale i Sindaci sono diventati feudatari e così la plutocrazia è stata applicata. Insomma, la direzione opposta indicata dalla Costituzione.

Secondo i dati forniti dalla Corte dei conti il diritto privato non ha raggiunto l’obiettivo auspicato: maggiore sobrietà ed efficienza anzi è accaduto il contrario in un modo fortemente accelerato grazie agli strumenti finanziari, lo Stato è cancellato ed i cittadini frodati in ogni ambito. Gli amministratori hanno scambiato i diritti umani con l’avidità.
Le critiche sugli indicatori errati, tutt’oggi usati, sono ben condivise fra gli economisti, infatti: “la crescita è accusata di ingarbugliare le priorità nazionali, aggravare la distribuzione dei redditi e alterare in maniera irrimediabile l’ambiente”. […] Una prima direzione di ricerca sembra quindi necessaria, ovvero modificare il quadro contabile esistente in modo che esso assuma meglio al suo interno le evoluzione dell’economia e della società: prima di tutto le ineguaglianze, la sicurezza, i servizi pubblici (sanità, istruzione, ecc.). Inoltre un certo numero di fenomeni che determinano il benessere delle popolazioni non sono misurati dal nostro quadro statistico, soprattutto quelli relativi all’ambiente (qualità dell’aria, dell’acqua, ecc.). Una seconda direzione di ricerca consiste allora nel cercare di proporre misure accettabili. In fine, non disponiamo davvero di indicatori della qualità della vita, anche se diversi lavori si sono coraggiosamente dedicati a colmare la lacuna (felicità, “capacitazioni”, tempo libero, libertà, partecipazione alla vita della propria comunità ecc.). Bisogna sviluppare e affinare questi indicatori, vista l’importanza che riveste la misurazione del benessere al fine di formulare politiche efficaci. [1]

«La moneta è un bene immateriale di valore convenzionale e, allo stato attuale dei regimi monetari, gravata di debito. La moneta ha valore perché misura il valore dei beni. Poiché ogni unità di misura è convenzionalmente stabilita, la fonte dello strumento monetario è la convenzione», diceva il prof. Giacinto Auriti.
«L’attuale creazione di denaro dal nulla operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto», Maurice Allais, premio nobel per l’economia.
«Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL)», diceva Bob Kennedy.

La soluzione è banale, stampare moneta credito per soddisfare i diritti. Applicando la sovranità monetaria per gli Enti pubblici non esisterebbe alcun debito e nessun interesse sul debito e non usando più l’indicatore del PIL, per l’appunto, forse sarebbe più saggio il Benessere Interno Lordo (BIL), finalmente, gli Enti potrebbero iniziare a mutare visione sulla ricchezza e sulla qualità della vita verso il rispetto dei diritti umani, oggi oppressi. Vi sono esempi in tutto il mondo, Report, il 30 maggio 2010, nelle Goodnwes ha usato parole “nuove”: moneta complementare trattando il caso della WIR bank attiva dal 1934, in un’inchiesta passata trattò l’esempio della JAK bank.

La vera autonomia amministrativa sopra accennata è la soluzione per le regioni meridionali. I modelli di crescita adottati stanno distruggendo gli ecosistemi ma in molte aree del Sud prima derubate, distrutte ed uccise con l’occupazione dei Savoia, oggi dopo 150 anni di truffe potrebbero risorgere con l’uso di una moneta locale e l’applicazione di una genuina cultura ecologista-autonomista combinata all’uso degli strumenti di democrazia diretta. Insomma, imitare la Svizzera nei suoi strumenti amministrativi e sostenere la cultura agricola meridionale integrata alle tecnologie energetiche con fonti alternative.


[1] JEAN-PAUL FITOUSSI, ELOI LAURENT, la nuova ecologia politica, in campi del sapere, Feltrinelli, 2009 pag. 82

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