E’ il capitalismo baby!

Lo spreco delle risorse naturali è una conseguenza di una nota religione chiamata capitalismo, com’è noto da molti secoli, la nostra società è psico programmata da questa credenza ma non riesce ancora a liberarsene poiché il ceto politico dirigente e la cittadinanza fanno fatica a riconoscere contraddizioni e danni sociali e ambientali. Fino ad oggi, ogni “soluzione” proposta è emersa esattamente dallo stesso paradigma culturale dominante e di conseguenza, ovviamente, è risultata fuorviante, inefficace o una presa in giro. Circa sette anni fa, il 12 luglio 2013 a Milano, ho partecipato come relatore per conto del Movimento per la Decrescita Felice ad un incontro promosso dal “Forum Salviamo il Paesaggio Difendiamo i territori” sul tema “consumo di suolo” (Le proposte di legge sul contenimento di suolo a confronto). In quell’occasione riscontrai ottime intenzioni ma gli stessi limiti culturali sopra descritti, poiché si è voluto affrontare un problema politico gestionale di carattere etico e morale con l’approccio scientifico; un punto di vista legittimo e persino corretto ma ingenuo poiché si è voluto raccontare, forse in maniera presuntuosa, che se il ceto politico fosse correttamente educato all’informazione scientifica allora quest’ultimo prenderebbe decisioni migliori. Secondo la mia modesta opinione, questo è un approccio perfetto in ambito scolastico ma del tutto ingenuo e inefficace in ambito pubblico e politico, infatti non si sono avuti risultati. Il ceto politico dominante è perfettamente consapevole dell’esistenza dell’entropia ma se ne frega poiché per le imprese più influenti e potenti sul pianeta conta, prima di tutto, il profitto: la loro avidità. E’ prerogativa delle democrazie liberali fare la banale somma degli interessi privati, anziché far valere i principi morali, e nel nostro caso far prevalere l’interesse generale descritto nella Costituzione. In una società capitalista, la somma degli interessi privati, spesso, si traduce in prevaricazione del ceto economicamente più forte. E così la conseguenza è stata scontata: nulla di fatto; perché non si vuole riconoscere pubblicamente ciò che è evidente a qualunque persona ragionevole: il problema è la religione capitalista che ha mercificato ogni cosa: territorio e persone, e nelle città si declina con la famigerata rendita e il regime giuridico dei suoli. Nel merito del governo del territorio, inoltre si trascura completamente un’altra evidenza, nota soprattutto a urbanisti, geografi urbani, paesaggisti, e cioè che l’armatura urbana italiana è cambiata radicalmente, e che gli attuali confini amministrativi dei Comuni sono del tutto obsoleti e persino dannosi, e poi ancora, l’ormai consolidata riforma sulle autonomie locali ci consegna un’Italia federale che ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali anche a causa dall’esistenza di circa 8000 comuni e leggi regionali tutte diverse che producono disuguaglianze di welfare urbano e standard minimi da realizzare. Da un lato si trascurano evidenze di carattere politico, culturale ed etico, e dall’altro si ignora la complessità dell’armatura urbana italiana che necessita di un cambio di scala amministrativo: una riforma degli Enti locali su base territoriale leggendo le strutture urbane dentro i Sistemi Locali del Lavoro (sono 611 quelli rilevati dall’ISTAT). In buona sostanza, il consumo di suolo è l’effetto del capitalismo e non la causa! Parlare pubblicamente “di stop al consumo” è un esercizio demagogico fuorviante, così come credere che nei Consigli regionali e comunali, sieda un ceto politico capace di interpretare uno strumento complesso come un piano regolatore (ovviamente esistono eccezioni di politici che sono architetti, ingegneri oppure sono formati/informati da professionisti), significa credere alle favole poiché è lo stesso ceto politico che favorisce la corruzione morale e materiale proprio attraverso i piani regolatori generali che regalano rendite parassitarie agli immobiliaristi.

La disciplina urbanistica è giovane, poco compresa e spesso edulcorata o assente nei cosiddetti piani regolatori generali che il ceto politico locale utilizzata come piani edilizi per favorire l’accumulazione capitalista privata e non come piani urbanistici per costruire servizi a tutti gli abitanti.

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La rimozione delle patologie sul territorio

Per realizzare un buon governo del territorio che tenga conto delle contraddizioni del capitalismo circa le disuguaglianze, a mio avviso, è necessario ripensare le competenze delle istituzioni (nazionali e locali). La realtà amministrativa caratterizzata dalle riforme sulle autonomie locali registra contraddizioni, luci e ombre, e numerosi conflitti e problemi “storici” irrisolti, come le rendite parassitarie e gli impatti ambientali delle scelte pianificatorie. Dal secondo dopo guerra in poi, l’Italia non ha risolto né i conflitti delle rendite (mancata riforma urbanistica) e né ha saputo educare gli amministratori locali nel fare bene i piani regolatori generali (tranne rare eccezioni), anzi le speculazioni edilizie e i fenomeni di abusivismo non si sono arrestati ma sono stati moltiplicati. L’origine dei danni ambientali, sociali ed economici creati dal ceto borghese dominante è nota: la scelta politica di deregolamentare il governo del territorio e rinunciare all’approccio socialista che predilige l’osservazione della realtà e la pianificazione. Ritengo sia necessario un salto culturale, innanzitutto, per restituire dignità e utilità sociale alla disciplina urbanistica. Trasferire le competenze urbanistiche dallo Stato centrale alle autonomie locali ha favorito esperienze contrastanti e diversificate sul territorio nazionale, poiché in talune Regioni si sono realizzati piani soddisfacenti mentre in altre, i diritti di welfare urbano e i servizi minimi non sono garantiti; di fatto l’attuazione delle autonomie ha aumentato le disuguaglianze territoriali ed ha favorito i ceti locali economicamente più forti consentendo loro di accumulare maggiori capitali attraverso il famigerato uso speculativo delle rendite fondiarie e immobiliari, totalmente deregolamentate. Siamo giunti al paradosso incostituzionale di territori pianificati diversamente, leggi distinte, e quindi con economie e diritti diversificati, una disuguaglianza pianificata che contrasta con i principi costituzionali, e in più siamo scaduti nel ridicolo e grottesco per l’esistenza di circa 8000 comuni con altrettanti regolamenti edilizi. Qualcuno dovrà spiegare l’insensata elezione di Sindaco e Consiglio comunale in una comunità di 1000/8000 abitanti, con l’evidente spreco di risorse pubbliche e l’incesto vizioso e conflittuale fra interessi privati degli eletti e le loro famiglie, amici e clientele viziose circa l’uso dei suoli e l’usufrutto di concessioni legate allo sfruttamento dei beni demaniali (spiagge, parchi …), ovviamente non in tutti i piccoli comuni vi sono fenomeni incestuosi e viziosi ma ciò dipende dai livelli di civiltà degli amministratori. Probabilmente solo in Italia si può immaginare di favorire clientele e malcostume per legge.

Secondo lo scrivente, un Paese normale e civile realizza una riforma urbanistica che attua la Costituzione, e cioè elimina l’usurpazione privata della rendita fondiaria che deve essere incassata dallo Stato, e poi coordina il mercato immobiliare per eliminare le famigerate rendite parassitarie; e infine attua l’utilità sociale dei suoli per consentire a tutti gli abitanti di accedere ai servizi previsti dai piani, di fatto eliminando gli ostacoli di ordine economico e le disuguaglianze come prescrive la Costituzione.

Nel corso dei decenni il capitalismo urbano ha trasformato la struttura urbana italiana, che oggi necessita di un cambio di scala amministrativa leggendo le nuove strutture urbane estese, dentro i 611 Sistemi Locali del Lavoro [di fatto il numero dei Comuni passerebbe dai circa 8000 a 611]. Comuni centroidi e limitrofi si sono saldati suggerendo l’adozione di strumenti di pianificazione intercomunale, ma questo salto di scala sarebbe più efficace riorganizzando le competenze sul governo del territorio. Lo Stato deve riassumere un ruolo di coordinamento e controllo dei piani regolatori delle città estese, ad esempio attraverso un’agenzia nazionale come il Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU) e leggere piani e progetti attraverso il filtro culturale della bioeconomia, come insegna la scuola territorialista [il CIPU andrebbe rinominato in Politiche Urbane e Rurali, CIPUR]. Le migliori esperienze regionali (Toscana, Marche, Lombardia …) possono essere trasferite al CIPU ma è determinante togliere competenze a Regioni e Comuni, poiché la maggioranza dei Consigli comunali si è dimostrata incapace di svolgere l’interesse pubblico con un ruolo politico attivo secondo i principi costituzionali, e secondo gli indirizzi della disciplina urbanistica. Numerosi politici locali hanno mostrato e dimostrato come non si pianificano i territori poiché questo ceto politico, spesso, o non ha adottato piani regolatori generali (in Campania solo il 13% dei Comuni – 71 su 550 – hanno un PUC vigente, secondo un’indagine svolta dall’ANCE nel 2017, altri hanno strumenti obsoleti; e infine ben 184 Comuni non hanno alcuna elaborazione di piano), oppure ha compiuto scelte sbagliate e stupide. Nei casi di adozione dei piani, questi strumenti spesso sono influenzati da scelte privatistiche che contrastano o trascurano l’interesse generale. Infine, è determinante che gli Enti scalati alle nuove città estese, introducano strumenti e istituti di partecipazione popolare al fine di collegare i tecnici pianificatori ai bisogni degli abitanti.

I piani, com’è noto sono strumenti complessi, ed anziché continuare con consuetudini sbagliate che favoriscono l’azione degli interessi privati attraverso l’intercessione di amministrazioni locali corrotte e incapaci, sarebbe saggio trasformare il processo di pianificazione da gestione privatistica delle élites locali a processi partecipativi aperti e trasparenti liberando il disegno urbano dai ricatti degli immobiliaristi. I piani, dopo un congruo percorso di partecipazione e dal contributo fornito dai tecnici incaricati, dovrebbero essere adottati dagli abitanti e approvati dal CIPU, secondo regole chiare e trasparenti, e in tempi certi.

Ad esempio, sappiamo bene che in determinate aree urbane e rurali prevalgono i problemi di abusivismo, disordine urbano e rendite parassitarie, così come il continuo consumo di suolo agricolo. A queste patologie bisogna aggiungere quelle attuali: il fine ciclo vita degli edifici che significa aumento del rischio sismico, oltreché al tema di rifunzionalizzazione tecnologica dell’ambiente costruito (risparmio energetico e reti di auto consumo). Di fronte a questi problemi i Comuni appaiano completamente inadeguati. Gli Enti locali non sono stati capaci neanche di applicare le norme vigenti per rimuovere abusi e illegalità diffuse. Da un lato abbiamo le aree urbane estese che attraggono tutto: risorse umane e finanziarie, e dall’altro abbiamo le aree rurali abbandonate e fuori controllo in tutti sensi, poiché prive di strumenti urbanistici e di personale tecnico onesto e capace. Queste gravi malattie non trovano guarigione poiché gli interessi illegali trovano rappresentanza nelle istituzioni, di fatto si rende vana la possibilità di applicare l’urbanistica e le norme per favorire un corretto uso del suolo. Con la trasparenza e la partecipazione attiva e spostando le competenze allo Stato centrale che sostiene piani regolatori fatti bene si riducono i rischi di influenze localistiche negative, e quindi si potrà immaginare di presentare un corretto disegno urbano applicando correttamente la disciplina urbanistica, che nacque per risolvere problemi e per realizzare diritti per tutti, così come la corretta applicazione del diritto all’uso sociale dei suoli, e il diritto a edificare svincolato dalla proprietà del suolo stesso.

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Dall’inciviltà alla politica

Negli ultimi decenni i livelli di inciviltà e irresponsabilità politica hanno toccato quote altissime, colpa non solo del ceto politico: arrogante, ignorante, prevaricatore, incompetente e autoreferenziale ma soprattutto per colpa nostra, di noi cittadini altrettanto incivili e irresponsabili poiché la maggior parte di noi non ha né una cultura politica e né un’identità politica, e spesso usiamo il voto come gesto di inciviltà. Il nostro sport si svolge prevalentemente nei bar per parlare di temi che non conosciamo, ed esprimere giudizi non richiesti con atteggiamenti a dir poco cialtroni, e così in egual modo deleghiamo ad altri cialtroni la guida delle istituzioni, che di conseguenza sono lo specchio dell’inciviltà espressa dalla maggioranza degli elettori. Viviamo un corto circuito politico che si inverte attraverso percorsi di civiltà. All’inciviltà si risponde con umiltà, cultura e capacità nostre [da sviluppare formandoci una cultura politica] rimuovendo i cialtroni dalle istituzioni ma favorendo persone meritevoli capaci di produrre valore sociale, ambientale ed economico per tutti.

Se abbiamo il coraggio di lamentarci circa il ceto politico poiché è autoreferenziale e prevaricatore (spesso lo è ma non sempre), ebbene abbiamo tutta la libertà per cambiarlo ma per farlo con maturità e consapevolezza sarebbe saggio favorire la crescita di una classe dirigente diversa, aderente ai valori della Costituzione, colta, e capace; tutte caratteristiche che la maggioranza degli elettori non pretende perché compie scelte in base alla simpatia o all’antipatia, senza misurare il merito dei candidati.

Ad esempio, il mainstream è pieno di talk politici ove i politicanti possono svolgere la propria propaganda, cioè i media si limitano a riportare le opinioni degli invitati, e raramente fanno divulgazione colta e informata per aiutare i cittadini in percorsi di comprensione e conoscenza. Un’eccezione sono Presa Diretta e Report, che non influenzano il pubblico poiché occupano uno spazio mediatico ininfluente rispetto all’enorme massa di spazzatura chiamata infotainment (divulgazione e intrattenimento) e dal mero intrattenimento.

Il Governo italiano, dopo molti anni, grazie alla spinta personale del Ministro Provenzano, pubblica un piano politico per il Sud al fine di ridurre le disuguaglianze fra Nord e Sud. Intenzioni ottime e condivisibili, viene da scrivere: meglio tardi che mai…

Dalle intenzioni politiche governative, i meridionali dovrebbero cogliere tutte le opportunità che si presentano per migliorare e implementare il piano stesso studiando i modelli di rigenerazione territoriale e urbana già attuati e programmati nel mondo. La pubblicazione del piano è l’occasione pubblica/politica per smetterla di lamentarsi ma di innescare processi critici (riflessivi) per scoprire, conoscere e studiare programmi, piani e progetti che possono stimolare opportunità di sviluppo umano. Non si tratta di credere alle promesse di politici [sarebbe un errore di ingenuità] ma di avviare processi civili di azione politica partendo dalla riflessione e dalla condivisone di giusti obiettivi: ridurre le disuguaglianze territoriali.

Secondo il Forum DD, il piano del Governo sui temi della “Rigenerazione dei contesti urbani” dovrebbe essere affrontato «con maggiore decisione e con adeguati investimenti i temi ambientali e concentrando in modo più efficace le azioni nelle periferie e nelle aree marginali»; inoltre continua il Forum DD, «non si intravede il nesso, che è invece decisivo, con le azioni su scuola, salute, energia e abitazione prima richiamate. Né si intravede la volontà di affidare, come è indispensabile, la responsabilità di promuovere e di indirizzare tale nuovo intervento a un centro unico di competenza a livello nazionale, che assicuri un coordinamento fra Ministeri di settore e con le Regioni».

In buona sostanza, si riscontrano carenze politico-gestionali sugli annunci circa i processi di rigenerazione urbana che andrebbero coordinati dallo Stato [suggerisce il Forum DD], ad esempio, secondo la mia opinione attraverso il CIPU (Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane), per assicurarsi modalità omogenee e trasparenza sugli stessi processi amministrativi e di pianificazione. Il CIPU dovrebbe presentare una propria agenda urbana e rurale bioeconomica, secondo il punto di vista della matura scuola territorialista da un lato, e dall’altro avanzare strumenti attuativi bioeconomici con la capacità di rigenerare le aree urbane e rurali realizzando l’approccio del metabolismo urbano, al fine di ridurre/eliminare sprechi energetici ma sfruttando le tecnologie innovative per creare occasioni di lavoro e realizzare la sostenibilità forte. Una regia e un coordinamento nazionale, servirebbe anche per far capire agli Enti locali la necessità impellente e saggia di promuovere piani intercomunali bioeconomici, poiché non esistono più le città dentro gli attuali e obsoleti confini amministrativi ma esistono, da anni, le nuove città estese che andrebbero governate con un cambio di scala amministrativa. Dentro queste dinamiche complesse bisogna stimolare la partecipazione politica ma attiva degli abitanti, affinché la maggioranza degli italiani smetta di lamentarsi in maniera cialtrona, e si inneschi un processo civico e civile dell’azione politica osservando il territorio, interpretandolo correttamente sui valori propri (storici, ambientali, sociali, economici e tecnologici), sui problemi di ogni località, e interrogando le nostre capace creative al fine di vivere meglio i nostri luoghi, cooperando per favorire lo sviluppo umano di tutti. Tutto ciò è responsabilità politica singola e collettiva perché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione!

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Architettura e pianificazione per lo sviluppo umano

Architettura e pianificazione urbana e territoriale sono espressioni di una cultura in divenire che appartengono al sapere tecnico e più in generale all’uomo. Qui, nel meridione d’Italia e in Campania, c’è necessità impellente di una classe dirigente responsabile e civile che riprogrammi politiche pubbliche socialiste finalizzate alla creazione di nuovi impieghi, per contrastare due fenomeni prioritari innescati dalle disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento): l’emigrazione di risorse umane vitali, e il calo demografico favorito proprio dall’assenza di lavoro e dall’assenza di redditi dignitosi. La fragilità economica del Sud è la conseguenza o l’effetto di scelte politiche molto precise: concentrare risorse in un’area (pianura padana) innescando il sottosviluppo in un’altra (il meridione). Qualunque civiltà umana ha usato architettura e pianificazione per porre le basi fisiche dello sviluppo umano, e nell’epoca moderna queste discipline sono usate per rigenerare i territori e la vita stessa degli abitanti, per creare nuove condizioni di civiltà e nuova occupazione utile ma tutelando il patrimonio storico e naturale depauperato da scelte politiche sbagliate, e da una nota e diffusa crisi di tutto l’Occidente condizionato dal paradigma culturale dominante, e cioè il nichilismo capitalista. La Storia dovrebbe insegnarci quanto sia importante l’architettura, ed è sufficiente passeggiare nei nostri centri storici per osservare la bellezza intorno noi, ma questo non basta, è evidente. La realtà economica salernitana è drammaticamente poco dinamica, quasi ferma, per l’assenza di una classe dirigente capace e responsabile, che dovrebbe osservare i fenomeni di degrado con un adeguato filtro culturale e poi proporre soluzioni efficaci. In generale il meridione è penalizzato anche dal pensiero politico dominante, perché è questo che ha creato aree di sottosviluppo e disuguaglianze territoriali. Lo scopo del capitalismo è il profitto fine a sé stesso ma questo si crea mercificando e sfruttando ogni cosa (persone, natura …) trascurando diritti e ambiente, ciò è noto ma è altrettanto sottovalutato da una società, la nostra, ormai annichilita e regredita. La nostra classe dirigente (istituzioni politiche, università, imprese, professionisti …) dovrebbe essere coesa, di fronte ai drammatici problemi che si concentrano al Sud, per programmare investimenti corretti attraverso il filtro culturale della bioeconomia che sa interpretare il territorio e dare risposte concrete ai problemi occupazionali e ambientali. Nel Sistema Locale salernitano c’è una carenza di imprenditori coraggiosi, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, nel senso che sono troppo pochi gli imprenditori illuminati, così come c’è una carenza quantitativa di imprese che possa assorbire la domanda di lavoro degli abitanti.

Hammarby Stoccolma
Il quartiere Hammarby di Stoccolma, coinvolto da un immenso progetto di rigenerazione urbana: 204 ha di superficie territoriale, 25.000 abitanti insediati con una densità abitativa territoriale di 141 ab/ha, e una densità fondiaria di 397 ab/ha. Costo dell’intervento 4,5 miliardi di euro. Il Comune sfrutta il diritto di superficie e sono state coinvolte imprese e cooperative.

Le istituzioni politiche dovrebbero costruire luoghi e spazi per favorire lo sviluppo di attività stimolanti e creative, cioè quelle attività capaci di ripensare le attuali agglomerazioni industriali al fine di offrire, alle generazioni presenti e future, impieghi utili per sé stesse e per il territorio. Cooperare è necessario (anziché competere) al fine di ripensare l’organizzazione territoriale e costruire quei servizi indispensabili per eliminare le disuguaglianze territoriali, consentendo a tutti di scegliersi un percorso di crescita individuale connesso a un impiego dignitosamente retribuito, per svolgere un’esistenza piena e stimolante. Questa dovrebbe essere la normalità, ma l’inciviltà nega diritti essenziali ai meridionali. Dovrebbe essere noto, ma non lo è: il meridione è regolarmente penalizzato dallo Stato poiché non ridistribuisce le risorse della fiscalità generale in maniera equa e saggia, anzi in assenza di una cultura politica socialista non crea investimenti nei territori più deboli, che abbisognano di maggiori risorse degli altri, proprio per eliminare quelle incivili disuguaglianze economiche e sociali create dall’ideologia capitalista liberista e da classi dirigenti inadeguate. Il Sud è il territorio che ha le maggiori potenzialità di creare nuova occupazione utile, per l’alto tasso di disoccupazione e per l’assenza di infrastrutture, di servizi e per la necessità impellente di conservare e recuperare un immenso patrimonio storico-culturale e naturale.

Il mainstream svolge un ruolo distruttivo e pessimistico narrando soprattutto i difetti dei meridionali, costantemente additati, discriminati, fino al punto che taluni meridionali sono convinti della propria condizione di “inferiorità”, poiché si è allevati all’interno di un ambiente autolesionistico condizionato dai media, e persino dal sistema educativo-scolastico. La disuguaglianza, non solo è materiale ma è psicologica. Non so quanti Paesi occidentali abbiano esempi e casi di una disuguaglianza economica programmata così distruttiva e così accanita nei confronti di una sola area geografica, fino a rendere quell’area, predata e colonizzata (nell’accezione colonialista del termine). Una cultura politica costituzionale può rompere sia gli schemi mentali [autolesionistici] e sia la consuetudine razzista [vedasi il partito della Lega, e la ex DC che ha creato la disuguaglianza territoriale] che non investe le risorse pubbliche ma le sottrae a chi ne ha diritto (il famigerato calcolo diseguale basato sul criterio della spesa storica e non sui livelli minimi pro-capite).

Noi meridionali dovremmo iniziare da noi stessi e dal territorio. Prima da noi stessi poiché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione del Sud, uscendo da una condizione psicologica inutile e dannosa, e invertire il flusso negativo di giovani laureati verso altri Sistemi Locali, ma questa inversione si realizza dando opportunità a chi le chiede, quindi rimuovendo le disuguaglianze di riconoscimento e favorendo il merito, l’impegno e l’entusiasmo di molti giovani che intendono sperimentare sul campo le proprie conoscenze. Dobbiamo studiare per conoscere meglio e osservare il territorio, per interpretarlo correttamente partendo dall’identità storica, dai valori ambientali e naturali, dall’impiego di tecnologie utili ai nostri scopi e dai luoghi da rigenerare, come del resto accade in molti altri territori, e sta accadendo anche al Sud ma non in tutto il meridione. L’approccio bioeconomico è quello più saggio per osservare i nostri Sistemi locali, le aree urbane estese e quelle rurali, per interpretarli tutti come sistemi metabolici. Osservando e interpretando, possiamo legittimamente costruire un programma politico volto a creare occupazione nuova e utile, attraverso la rigenerazione del nostro ambiente urbano e rurale, e nel farlo possiamo costruire un consenso mirato a cambiare la guida locale dei governi (perché fino ad oggi tale guida ha trascurato le disuguaglianze). Elaborando programmi, piani e progetti possiamo concretamente utilizzare, e direi legittimamente, le risorse pubbliche finora negate a vantaggio di altri territori ma a nostro danno.

I Sistemi Locali capaci di attrarre risorse umane e finanziare usano correttamente architettura e pianificazione, e lo fanno da sempre col meccanismo virtuoso che, nel corso dei decenni, hanno saputo affinare conoscenze e pratiche amministrative gestionali in continua evoluzione innescando una grande competitività. Il cuore di questo meccanismo virtuoso sono le università usate in maniera appropriata e cioè creare conoscenze utili al territorio, e non conoscenze fini a stesse e asfittiche, si tratta di conoscenze e saperi strettamente collegati al profitto, all’utilità sociale e ambientale del territorio. Le università sono collegate alle imprese e viceversa, ma secondo un indirizzo politico istituzionale molto preciso: concentrare ricchezza (risorse umane e finanziarie) sul territorio. Questo meccanismo è talmente sviluppato che i Sistemi Locali più competitivi hanno innescato un processo vizioso e non più virtuoso, poiché favoriscono nuove e maggiori disuguaglianze territoriali a danno dei Sistemi rimasti indietro e condannati alla marginalità, si pensi alle aree rurali. Solo un intervento nazionale può correggere consuetudini viziose e dannose attraverso programmi, piani e progetti nei Sistemi Locali privi di adeguati investimenti pubblici-privati. Il meridione soffre più delle altre aree geografiche poiché è schiacciato dalla notissima disuguaglianza fra Nord contro Sud, ma a questo si aggiunge la competitività negativa fra aree urbane e aree rurali in stato di abbandono, che favorisce anche fenomeni di dissesto idrogeologico. Nel Sud non potrebbe andrebbe peggio, ed è per questo che probabilmente è l’unica area ove ci sono grandi potenzialità, tutt’oggi non sfruttate, per creare lavoro utile cominciando ad applicare la Costituzione (che non è un’opinione ma un obbligo) e costruire questi standard minimi previsti dalle norme e mai costruiti. La normalità sarebbe una rivoluzione.

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