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Posts Tagged ‘capitalismo’

Con un solo termine riusciamo a raggruppare tutti i politicanti, ed è “demagogo” che nell’etimologia della parola descrive egregiamente i capi dei nostri partiti. Tutti i personaggi politici fomentano e lusingano le passioni dei cittadini come strumento di consenso elettorale per raggiungere il potere. Una volta raggiunto il potere la demagogia è il linguaggio per conservare lo stesso al fine di controllare le masse, e garantire continuità economica alle imprese private più influenti e più potenti. E’ difficile trovare personaggi politici che non abbiano sfruttato l’ignoranza funzionale degli individui. La nostra ignoranza è la malattia sociale dell’epoca decadente e costituisce la radice del potere autoreferenziale, che trascura le diseguaglianze sociali ed economiche e si alimenta di razzismo economico chiamato capitalismo. La demagogia è utilizzata come linguaggio efficace ma è l’ignoranza funzionale la condizione di base della regressione collettiva, che ha rifeudalizzato la società e nutre la spoliticizzazione delle masse, rendendole sempre più fragili. Conseguenza di regressione culturale sono l’egoismo e l’invidia sociale che fanno parte del corto circuito dell’inciviltà, ove l’individuo, ormai isolato, è in competizione contro tutti gli altri. I dati sull’ignoranza funzionale ci dicono che sempre più persone non sono in grado di capire un discorso politico, e questo favorisce l’inciviltà e lo status quo. In questo contesto di regressione, l’élite ha saputo utilizzare il capitalismo per aumentare le diseguaglianze economiche, sociali e culturali. I politicanti presenti nelle istituzioni pubbliche, ovviamente, rispecchiano l’ignoranza dei popoli. Le organizzazioni politiche sono, ovviamente, frequentate da persone altrettanto incapaci e poco preparate, ma sono facilmente manovrate da una ristretta élite di persone con elevata preparazione culturale ma autoreferenziale. E’ questa ristretta élite che detiene il reale potere e utilizza gli strumenti del capitale (media, banche e risorse) per favorire se stessa e isolare le masse sempre più povere poiché private della capacità di fare analisi e auto analisi, e vivono nella frustrazione di non riuscire a migliorare la società. Buona parte di questa élite la ritroviamo nello schema classico dei pensatoi (think tank) che hanno sostituito i partiti. Tutto secondo l’approccio liberale che nasce nel mondo anglosassone e che oggi è ampiamente diffuso anche in Italia. Openpolis pubblica un piccolo dossier – Cogito ergo sum 2017 – che illustra il numero dei think tank, mentre è più difficile entrare nel merito politico studiando le proposte politiche ed etichettarle per la loro reale natura e cioè come liberali, neoliberali o eventualmente socialiste.

Secondo lo scrivente, in Italia questo problema politico e sociale assume aspetti più drammatici, poiché i ceti più poveri e isolati, coinvolti dall’esclusione politica, sono quelli che dovrebbero organizzare un’evoluzione della società, ma sono quelli fra i più contagiati dal nichilismo. Le aree geografiche più sfruttate, e quindi più legittimamente motivate e interessate a cambiare la società, come il Meridione d’Italia, sono nelle mani dello status quo. La parte geografica più ricca, semplicemente, gode delle diseguaglianze e vive sulle regole del sistema capitalista neoliberale. Solo negli ultimi anni, da Napoli e Messina sembra emergere una volontà politica avversa allo status quo, che ambisce ad iscriversi alle cosiddette “città ribelli”.  Le radici culturali per migliorare il nostro mondo si trovano nei valori presentati degli utopisti socialisti dell’Ottocento, ma il mainstrem ha saputo rimuovere chirurgicamente le idee che possono introdurre civiltà e democrazia matura in Italia. Attraverso la regressione, oltre all’identità collettiva è stata rimossa la possibilità di vivere da esseri umani poiché il capitalismo ha trasformato ogni cosa in merce e annullato l’umanità. Il sistema culturale governativo e mediatico ha saputo psico programmare gli italiani al nichilismo, svuotando la società di senso, e favorendo i mediocri come classe dirigente del Paese conducendolo nell’attuale periferia economica e stimolando l’emigrazione delle persone creative. Se a volte abbiamo l’impressione di esser governati da un manipolo di idioti, e che nel Parlamento ci siano dei cialtroni a servizio degli interessi privati (il buco nero del mondo offshore) anziché applicare la Costituzione, forse non siamo lontani dal nichilismo istituzionale, ma la domanda sorge spontanea: cosa abbiamo fatto per impedire tutto questo? Una di queste conseguenze drammatiche è l’assenza di un movimento politico capace di organizzarsi e ribaltare lo status quo.

Se ci fosse un’organizzazione politica matura e consapevole anche in Italia, il punto di partenza dovrebbe essere la formazione permanente degli adulti per affrontare l’ignoranza funzionale e di ritorno, ampiamente diffusa fra la popolazione italiana. La formazione politica, è l’unico modo per favorire una partecipazione politica attiva e responsabile, e per avviare un cambiamento del paradigma culturale della società. La formazione permanente degli adulti costruisce una società migliore stimolando progetti creativi socialmente utili. Indirizzando il proprio risparmio e gli investimenti in progetti bioeconomici di rigenerazione urbana, si consente di migliorare i luoghi urbani dove vive la maggioranza degli italiani. Rimettendo al centro dell’agenda politica le politiche urbane e territoriali e riorganizzando gli Enti locali osservando i sistemi locali, è possibile programmare lo sviluppo umano applicando la Costituzione, cioè tutelando il territorio e costruendo diritti a tutti i cittadini. E’ il modo migliorare per praticare la democrazia e la territorializzazione dell’economia che favorisce nuova occupazione utile, e applica l’uso razionale dell’energia. E’ l’unico modo per annullare i cialtroni demagoghi che oggi si nutrono dall’ignoranza funzionale delle masse e impediscono al Paese di diventare un posto migliore, dove le persone vorranno viverci piuttosto che scappare. Dipende da noi stessi, e dalla voglia di vivere insieme in armonia perché non è un concetto astratto, ma dipende dal tipo di essere umano che vogliamo essere.

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Speculazioni urbanistiche si realizzano a danno della collettività, cioè a danno della nostra qualità della vita e dell’ambiente. Cosa manca perché ci sia un’inversione di tendenza e si inneschi un circolo virtuoso? Siamo culturalmente pronti ad un cambio di prospettiva in materia urbanistica? (se no, cosa manca ancora?)

Negli ultimi trent’anni, nell’ambito accademico si è sviluppata una maggiore cultura circa la corretta pianificazione territoriale soprattutto grazie all’impulso propositivo della scuola territorialista di Alberto Magnaghi, a Firenze attraverso il Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti (LaPEI). Questa scuola eredita e rappresenta la cultura di Geddes e Mumford, e tale visione è stata integrata e aggiornata anche dalla visione bioeconomica di Nicholas Georgescu-Roegen. In Italia, la bioeconomia non ha ancora trovato una scuola economica ove poter crescere, mentre ha ricevuto ascolto e favori fra i pianificatori, e nelle tecnologie industriali della cosiddetta “chimica verde” che sta creando nuove merci e opportunità sfruttando l’eco-design. Se ciò mostra un’evoluzione culturale, purtroppo si contrappone una regressione culturale della classe dirigente politica poiché psico programmata all’economia neoclassica e dalla distruttiva crescita della produttività, che ignora l’entropia e disprezza l’etica, e i diritti civili e sociali. L’Occidente vive questo periodo di transizione poiché il capitalismo ha deregolamentato la finanza e il mercato globale, il neoliberalismo crea opportunità per i fondi privati d’investimento e programma la delocalizzazione industriale verso i Paesi emergenti. Questi spazi diventano zone franche per non pagare tasse e sfrutta gli schiavi senza diritti sindacali. La classe dirigente politica insegue ancora i consigli dei neoliberali e suggerisce soluzioni analoghe in Italia e in Europa, cioè anziché favorire una corretta pianificazione, si limitano a copiare la svalutazione salariale e costituire zone franche. L’implosione del capitalismo è sotto i nostri occhi e questo favorisce l’apertura di un dibattito pubblico. La confusione politica è figlia di questa implosione che coinvolge i partiti otto-novecenteschi. In teoria siamo pronti a raccogliere un cambiamento ma le forze politiche (banche, media e istituzioni pubbliche) si oppongono. Nella disciplina urbanistica chiunque è consapevole del conflitto culturale fra capitalismo, rendita e proprietà, negli anni ’60 si consumò tale conflitto con la vittoria del capitalismo liberale, oggi sembrano esserci le condizioni per riaprire il tema poiché la famigerata “urbanistica contratta” sta continuando a distruggere il territorio, mentre si cercano soluzioni pratiche per porre rimedio. Sicuramente c’è la consapevolezza nel ridurre il consumo di suolo e di sfruttare meglio le fonti energetiche alternative, si parla molto di “rigenerazione urbana” ma spesso le soluzioni concrete si realizzano con incentivi alle rendite, restando nel paradigma culturale sbagliato. Ci vuole coraggio per uscire dal capitalismo, e questo sembra mancare. Dobbiamo immaginare e pianificare piani urbanistici intercomunali bioeconomici all’interno dei sistemi locali individuati dall’ISTAT, e raccogliere finanziamenti per raggiungere scopi sociali, culturali e ambientali poiché questi temi determinano lo sviluppo umano e non il profitto.

Ci sono due esempi di piani paesaggistici territoriali, uno in Puglia l’altro in Toscana, che dimostrano l’esistenza di una cultura lungimirante ma trovano forte opposizione alla loro attuazione; perché?

Perché la scuola territorialista si scontra con l’approccio neoclassico economico che preferisce mercificare i territori piuttosto che applicare l’uso razionale dell’energia e delle risorse. Il pensiero dominante è quello neoliberale che si concretizza secondo due mantra: creare soldi dai soldi senza lavorare e mercificare tutto. Secondo questa religione, il territorio è merce e i piani devono soddisfare il tornaconto degli investitori privati, nonostante lo scopo dell’urbanistica non sia il profitto ma costruire diritti a tutti i cittadini, e nonostante la dottrina urbanistica abbia come obiettivo la tutela del territorio e il controllo dell’attività edilizia e urbanistica. E’ il solito limite e conflitto culturale, cioè l‘illusione di coniugare capitalismo e interesse generale, un ossimoro; è noto che fra i due approcci abbia prevalso la religione capitalista. E così prevale ancora la logica di agglomerazioni industriali, e di costruire spazi commerciali nell’illusione di coltivare un continuo aumento delle vendite, tutto ciò mentre il neoliberismo aumenta la povertà, continua la riduzione dello spazio pubblico e cresce la crisi degli ecosistemi urbani; tutto ciò fregandosene della storia, della cultura delle comunità, e distruggendo le peculiarità dei luoghi. Un altro problema pratico è che l’urbanistica è stata messa nelle mani dei Consigli comunali, provinciali e regionali, cioè la classe politica che ha enormi limiti culturali su questa disciplina, oltre che essere l’oggetto delle pressioni dell’élite locale che persegue il tornaconto personale.

Che cos’è l’approccio bioeconomico alla gestione del territorio? Perché è poco considerato dalla politica?

L’approccio bioeconomico ribalta la visione della religione capitalista poiché non parte del profitto e dall’avidità, ma dalla scienza e dalla conoscenza dei luoghi, dalla loro storia e dai limiti naturali. La bioeconomia misura i flussi di energia e l’utilità sociale, valorizza i luoghi e le risorse, progetta l’uso razionale delle energie e suggerisce la conoscenza identitaria dei luoghi per garantirne una corretta fruizione e la conservazione delle risorse per le future generazioni. La bioeconomia propone di vedere territori e aree urbane come processi metabolici, copia i processi naturali circolari e consente di individuare sprechi, per ridurli o cancellarli e favorire l’impiego di energie alternative affinché gli ecosistemi non siano più depauperati, ma diventino produzione di risorse per la specie umana non più secondo logiche di profitto ma secondo principi di sostenibilità.

E’ vero che un’urbanistica virtuosa ha un influsso positivo sulla psicologia delle persone? In che senso?

Come per molte altre disciplina, un’assurdità della nostra società capitalista è aver reso l’urbanistica una materia sconosciuta, poco comprensibile e poco rilevante per i cittadini, nonostante questa determini la vita e l’economia dei territori. La cittadinanza non partecipa ai processi di pianificazione, questo è grave poiché chiunque spinto dalla propria avidità potrà sfruttare la rendita e a danno della collettività. La scienza urbanistica nacque nell’Ottocento per riparare agli errori del capitalismo che stava distruggendo le città. Oggi sappiamo che le città sono il frutto dello spirito del tempo: il capitalismo. Così ereditiamo ambiti urbani carichi di contrasto: la bellezza straordinaria dei centri storici, e la città moderna con spazi urbani progettati in funzione del consumo e non della felicità umana. I liberali sfruttarono le innovazioni culturali degli utopisti socialisti per far progredire il capitalismo stesso inventando e regolando la rendita fondiaria e immobiliare. Solo dopo altri decenni si sviluppò la sociologia urbana che osserva come il capitalismo sia una sottile forma di razzismo, una guerra pianificata contro i poveri. La sociologia urbana suggerisce come migliorare il disegno urbano considerando il fattore umano e ricorda l’importanza di piani sociali per lo sviluppo culturale. Un corretto disegno urbano può favorire processi di convivialità urbana, così come un adeguato rapporto fra spazio pubblico e spazio privato è fondamentale per incentivare il dialogo e l’incontro fra le persone. Un piano sulla bellezza urbana è altrettanto importante per circondarsi di spazi adeguati. Poi oltre la pianificazione, sono necessari adeguati servizi sociali, per questo motivo le risorse umane professionali sono determinanti e fanno la differenza. In sostanza sappiamo che una corretta urbanistica si avvale di tante discipline come la geografia, la sociologia, l’ingegneria, l’architettura, la geologia ma spesso sottovalutiamo l’influenza politica dell’economia classica che piega ed edulcora le altre discipline all’interesse dei pochi solo per logiche di profitto e di consenso politico elettorale.

Grandi opere edilizie invece di interventi capillari sul territorio; perché la politica punta sempre e solo sulle grandi opere?

Secondo le logiche capitaliste e i criteri economici e finanziari che valutano i progetti, più è grande il costo dell’opera e maggiore sarà la redditività degli investitori privati che sfruttano anche il servizio del debito. Oggi si aggiunge un’altra minaccia immobiliare che può sprecare risorse finite. Poiché la finanza capitalista produce soldi dai soldi senza lavorare, le trasformazioni urbanistiche sono sfruttate come opportunità di creare denaro dai valori immobiliari ma in deroga ai principi costituzionali e alla legge urbanistica. E così i privati presentano sedicenti progetti di nuovi stadi che in realtà sono complessi immobiliari di più attività e servizi per coprire i costi dello stadio stesso. A Firenze, Roma, Milano, Napoli e altre città le società sportive sfruttano il sistema capitalista per scaricare debiti e costi sul mercato, ma a danno della collettività. Questo approccio egoistico non è una novità, è la prassi incostituzionale che sta in piedi poiché la tutela del territorio è stata cancellata dai programmi politici dei partiti. Nel caso delle speculazioni edilizie proposte attraverso gli stadi, i grandi costruttori e le società calcistiche hanno gioco facile nel mettere pressione alle Amministrazioni locali, gli speculatori fanno leva sull’immagine del calcio e sui tifosi che agiscono solo d’istinto.

Domande e risposte ispirate e aggiornate, da un’intervista rilasciata al Vaso di Pandora, di Carlo Savegnago.

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In diversi “articoli” ho brevemente accennato alle “malattie sociali” causate dallo spirito del tempo: il capitalismo. Nelle mie riflessioni ho ricordato quanto e come il capitalismo influenzi la pianificazione urbana, ed ovviamente non è una mia riflessione originale, ma la mera osservazione della realtà. Su questo tema c’è molta letteratura, fra gli autori più importanti troviamo i precursori Marx ed Engels, poi Robert Park, Henri Lefebvre e David Harvey, e molti altri che narrano gli effetti del capitalismo sull’uomo, e ovviamente sull’urbanistica piegata ai capricci delle imprese private e del mero profitto, ignorando le conseguenze sociali e ambientali di scelte innescate dall’avidità di pochi.

Durante questi secoli di capitalismo, la società è stata trasformata e psico programmata al nichilismo. La pianificazione è una tecnica ingabbiata nel pensiero dominante ed oggi sembra che nessuno abbia il coraggio di ammettere un’ovvietà: è necessario uscire dal capitalismo se vogliamo restituire le città agli esseri umani e programmare lo sviluppo umano. La religione capitalista ha inventato criteri e metodi per l’accumulazione del capitale e le città sono il luogo ove questo accade. Negli anni dell’industrialismo abbiamo assistito a piani territoriali per agglomerare le industrie in luoghi precisi, e le città per consumare le merci, tutto qua. Il capitalismo che ha la necessità di sostenere e aumentare le vendite, sceglie le città come luoghi per auto rigenerarsi attraverso finanza e rendita (mercato immobiliare). E’ una delle regole o consuetudini del capitalismo stesso che inventa un meccanismo perverso poiché ha la necessità di avere un continuo surplus (o di profitto) produttivo di cui l’urbanizzazione ha bisogno. L’economia ha inventato la religione capitalista che ha spinto la crescita delle città e tale sistema non tiene conto delle prerogative degli esseri umani (diritti, sentimenti e natura), ma solo dell’auto referenzialità del profitto.

I criteri e i metodi tecnico-giuridici inventati per costruire le città, come ad esempio la famosa perequazione, sono processi complessi ma sono inventati per sostenere il capitalismo mentre implode su stesso (Minsky). Si tratta di un vero e proprio corto circuito sconosciuto ai cittadini, incompreso da buona parte delle classi dirigenti politiche locali, e sottaciuto da buona parte degli economisti ortodossi poiché responsabili. Anziché ragionare su come uscire dal capitalismo poiché distrugge la specie umana, un mondo di professionisti e intellettuali decide di restare sul piano ideologico sbagliato, che altro non è che un recinto, una gabbia psicologica che costringe tutti a rimare nell’epoca moderna e a conservare lo status quo, nonostante sia chiaro che questa società sia sbagliata poiché profondamente immorale e corrotta nei suoi paradigmi culturali.

Un punto di partenza concreto, un luogo per fare il salto culturale, sociale, politico e morale è proprio la città, per inventare nuovi criteri e metodi, per gestirla e trasformarla, per uscire dal capitalismo e approdare nell’epoca della bioeconomia. Tutti noi dobbiamo riconoscere e accettare un fatto: trarre profitto dalla proprietà privata – invenzione giuridica dell’epoca moderna – è un furto alla collettività. Si sa quanto ciò sia immorale ma abbiamo pensato e scelto di ignorare tale evidenza poiché ha arricchito la classe borghese, ma ha generato danni sociali e ambientali contro i ceti più poveri economicamente, puntualmente estromessi dai processi decisionali della politica sfruttando proprio il capitalismo che isola i poveri di denaro, includendo in questo processo di esclusione sociale anche le persone perbene dotate di capacità culturali e che vivono dignitosamente. Il capitalismo è una forma di razzismo. La mercificazione del territorio è un abuso, un’usurpazione, e quindi possiamo ritenere che sia anche un reato contro l’umanità. Liberando il territorio dalla mercificazione, liberiamo la pianificazione dagli interessi e gli abusi di soggetti privati capitalisti. Nonostante la sacrosanta giaculatoria contro la proprietà privata, bisogna riconoscere che rimane scoperto il tema ambientale, basti vedere la Cina ove non esiste proprietà privata, ma il partito ha sfruttato la pianificazione territoriale e urbanistica per accumulare capitali trascurando i problemi sociali, le identità e specificità locali, la povertà e gli ecosistemi. Anche i famosi piani delle nuove città cinesi che utilizzano le migliori tecnologie sono indirizzati ad accumulare capitale. La corretta pianificazione è figlia della cultura egualitaria ed ecologista, non dell’economia e non del capitalismo, sia esso liberale o socialista. Prima abbandoniamo l’idea stupida di voler trarre un profitto dall’urbanistica e prima torneremo a costruire luoghi e città ideali, abbiamo tutte le risorse culturali per fare questo salto culturale ma siamo sprovvisti di coraggio, e sprovvisti di soggetti politici capaci di osare tale salto. L’aspetto sociale ed economico più stimolante è che uscendo dal profitto ed entrando nella bioeconomia possiamo liberare risorse, e creare opportunità di impieghi utili in ogni luogo urbano da rigenerare. Intervenendo nelle città con piani bioeconomici al solo prezzo di costo, costruiamo vantaggi sociali e ambientali che il capitalismo non potrà mai e poi mai produrre per ovvie ragioni. E’ la bioeconomia che costruisce opportunità poiché ribaltando l’egoismo tipico del capitalismo, la nuova teoria favorisce l’altruismo applicando l’uso razionale dell’energia e indirizzando le “reti” allo scambio gratuito dei surplus costituendo contemporaneamente due elementi innovativi di un’epoca nuova: abbiamo (1) un sistema sinergico in quanto tale (edifici e quartieri auto sufficienti), e (2) si applicano gli indirizzi giuridici del concetto di “bene comune“. Nell’epoca che verrà e sfruttando le nuove tecnologie, né lo Stato e né il capitalismo determinano gli scambi economici, ma i cittadini uniti in comunità con lo Stato come garante dei diritti. Questa non è una visione nuova, ma la mera interpretazione e applicazione della Costituzione. Il conflitto sociale che subiamo consiste nell’ipocrisia (o disonestà intellettuale) di voler coniugare capitalismo ed ecologia, nella nostra realtà ideologica prevale l’egoismo capitalista.

Il capitalismo contro il diritto alla città

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Il tema non è nuovo, anzi è contemporaneo ed affrontato egregiamente da uno storico dell’architettura fra i più bravi e brillanti, il prof. Renato De Fusco scrisse un libro tal titolo eloquente Architettura come mass medium. De Fusco non usa la definizione di “nichilismo urbano” ma si rifà ad Heidegger, Durkheim, Adorno e la scuola di Francoforte e molti altri critici della società dei consumi per condurre le sue indagini sulla semiotica dell’architettura. Nel testo troviamo le chiavi di lettura di molti fenomeni urbani di quest’epoca tremenda, dal punto di vista sociale, economico, urbanistico e per l’appunto architettonico.

Non sorprende che una capitale europea come Roma non sia amministrata e governata degnamente, e come molti osservatori hanno già scritto questa crisi viene da lontano, mentre i cittadini non sono affatto innocenti poiché i loro rappresentanti sono stati votati.

Dal punto di vista urbanistico e architettonico, l’ormai famigerato caso della speculazione di Tor di Valle, è l’ennesimo tassello dell’epoca odierna: il capitalismo neoliberale che produce nichilismo urbano. Questo è un fenomeno occidentale molto diffuso e applicato dagli amministratori locali, i quali non sono più chiamati a pensare e dialogare con i cittadini. Da molti anni si è consolidata una prassi che troviamo in tutte le città globali e anche nelle periferie economiche. I capitali privati decidono dove e come investire mentre il territorio è merce a loro disposizione. Gli investitori si affidano alle cosiddette archistar che hanno l’opportunità di esprimere il proprio ego e le proprie sperimentazioni stilistiche auto referenziali. Il mondo capitalista è lo spirito del tempo che sfrutta la pubblicità e i medium di massa per imporre il proprio nichilismo. In questa regressione culturale spariscono sia l’architettura e sia l’urbanistica e restano le costruzioni della pubblicità ma soprattutto i simboli delle multinazionali, i loghi, i marchi, il brand. Nell’accezione economica liberale, le costruzioni edili sono merce che creano capitale per accumulare capitale e porre garanzie sui debiti privati. In buona parte degli Enti locali non siedono uomini di cultura capaci di leggere l’urbanistica e l’architettura, ma troviamo mediocri amministratori, utili a vendere la merce dei padroni.

La storia dell’urbanistica, se fosse letta anche dai cittadini, insegna che per garantire diritti a tutti gli abitanti il territorio non deve rispondere alla religione economica, poiché esso è sia una risorsa finita e sia luogo per costruire diritti e servizi utili allo sviluppo umano. Uno dei padri dell’urbanistica, Howard, mostrò che attraverso il sistema delle cooperative si potevano realizzare città intere, indirizzando il profitto delle rendite alla costruzione dei servizi collettivi e sfruttando il diritto di superficie per i residenti con un canone sufficiente a pagare gli investimenti e costi di gestione. Era un sistema dove i soggetti privati si prendevano cura della cosa pubblica non per trarne profitto ma per realizzare diritti senza scaricare i costi sullo Stato. Poiché tale sistema è figlio di un’idea socialista se non addirittura comunista (condivisione del bene comune), esso è stato appositamente scartato dai liberali i quali hanno saputo psico programmare tutto l’Occidentale con lo slogan laissez faire al mercato, con l’intento opposto ai socialisti di incarnare il vero spirito capitalista, cioè accumulazione, profitto e l’avidità. Da circa trent’anni, tutte le nostre politiche urbane sono forgiate dall’avidità dei privati che applicano il laissez faire, nonostante sia noto a tutti che tale religione è la radice della gentrificazione urbana, della crisi sociale e del degrado urbano, oltre che della rapina economica dei privati contro la collettività.

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Letchworth, fondata da Raymond Unwin e costruita secondo il piano Ebenezer Howard

 

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Mi sembra di averlo scritto tante volte quanto e come la religione capitalista sia una credenza dannosa alla specie umana. Tutto l’Occidente è gravemente contagiato da questa credenza e il resto del mondo ne sta pagando le conseguenze sociali e ambientali.

Da circa trent’anni tale religione è cresciuta anche in Asia, ma soprattutto ha conseguito enormi successi per i suoi sacerdoti liberali. Nella nostra società è facile ascoltare slogan contro lo Stato, contro il pensiero socialista e comunista nonostante tali ideali non abbiano trovato alcuna affermazione in Italia, dal secondo dopo guerra in poi. Il Novecento è senza dubbio il secolo di Adam Smith. Oggi, le diseguaglianze sociali ed economiche sono fra le più grandi di sempre. Un grande successo dei liberali è proprio questo aspetto culturale e psicologico, far imprecare le menti deboli su argomenti inventati, carichi di pregiudizi e ignoranza; e mentre i poveri imprecano contro lo Stato, le imprese, grazie alle politiche liberali, possono aprire i propri stabilimenti nei luoghi dove non si pagano tasse. La messa in scena delle forze politiche indignate perché aumenta la disoccupazione in Italia, è solo una rappresentazione teatrale, poiché le leggi italiane suggeriscono agli imprenditori di fare profitto sfruttando i paradisi della religione liberale. Ad esempio, localizzarsi in Polonia dentro una Zona Economica Speciale (ZES).

In Italia, gli attori politici recitano i propri sermoni con termini come crescita, competitività, riduzione della spesa pubblica per ridurre la disoccupazione (come se questa fosse la soluzione), mentre lo stesso Governo italiano spinge gli imprenditori privati nel localizzare le imprese nei territori con agevolazioni fiscali per aumentare i profitti, ma a danno della collettività poiché licenziano in Italia. Da molti anni il Governo italiano coordina, attrae e assiste le imprese verso le Zone Economiche Speciali.

La diabolica classe politica europea, serva delle grandi imprese, propone di introdurre le ZES anche in Italia, per legalizzare la svalutazione salariale, cioè la schiavitù anche qui, e spostare nuovamente le imprese dall’Oriente verso l’Occidente in luoghi dove, o non si pagano le tasse o si versa un’aliquota forfettaria, e dove non ci sono diritti sindacali.

In Italia, da molti anni sono individuate forme analoghe alle ZES, e si chiamano Zone Franche Urbane (ZFU).

Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

tasso di disoccupazione giovanile 2015, fonte ISTAT.

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impero_della_vergognaSe fossimo curiosi e avessimo la capacità e la lucidità di osservare la nostra società, tutto ci apparirà più chiaro, più semplice e immediato, per scoprire il vicolo cieco in cui ci siamo infilati con le nostre gambe, o sarebbe meglio dire con la nostra stupidità. La monarchia è oggi! In tutto l’Occidente possiamo osservare la trasformazione sociale, e come i nostri sistemi di governo chiamati inopportunamente democratici, sono un’evoluzione del vassallaggio già presente nella nostra società. E’ “bastato” inoculare la religione capitalista, per circa trecento anni, nel pensiero degli occidentali e far credere loro che per vivere necessitano tre cose: la proprietà privata, il lavoro e i soldi. Per millenni la specie umana, e molti lo fanno ancora, ha vissuto in funzione delle leggi della natura. Per millenni l’evoluzione umana è stata determinata dalle conoscenze legate all’uso razionale delle risorse, basti pensare all’agricoltura e all’architettura.

Osservando e studiando la geografia umana prendiamo atto che le forme di governo occidentali chiamate democrazie rappresentative non hanno alcuna autonomia di pensiero sulla politica, quella vera, cioè sull’uso del territorio e delle risorse, ma sono l’espressione di un pensiero unico abbastanza noto: capitalismo; a sua volta diviso in due correnti di pensiero facenti parte dello stesso piano ideologico: la crescita continua della produttività. Il pianeta è concretamente sfruttato dalle notissime multinazionali. In questo disegno generale, la specie umana è solo una funzione strumentale che può essere utile o meno alla religione capitalista. Prima dell’invenzione della religione capitalista la società inventò le cosiddette istituzioni e sperimentò anche le prime forme di governo, la storia insegna come nacquero i primi imperi e l’uso degli eserciti in funzione della cultura imperialista dell’epoca (colonialismo). Oggi le guerre sono aumentate ma si svolgono in maniera diversa tranne una: la guerra economica e monetaria. Anch’essa è invenzione del capitalismo, e una delle prime guerre monetarie fu l’indipendenza degli Stati Uniti, altre seguirono come la guerra di annessione del Sud Italia al Nord, che favorì l’istituzione della banca d’Italia dopo lo scandalo della Banca romana. Oggi le unioni monetarie si fanno ancora attraverso le guerre, ma anche attraverso le democrazie rappresentative: Unione europea ed euro zona; anche se questa è il frutto della seconda guerra mondiale. Dopo l’impero romano, oggi esiste l’impero d’Occidente USA-UE, e la manifestazione più chiara è il cosiddetto accordo economico transatlantico figlio del WTO, che promuove la creazione di un unico impero commerciale globale.

L’élite di potere, nel corso del Novecento è stata capace di spostare le leve dei comandi dai livelli più bassi – comuni, regioni, stati – verso quelli più alti – Unione europea e NATO. E l’ha fatto legalizzando un processo decisionale della politica tipico delle società feudali. L’élite ha saputo far accettare a tutte le classi politiche che quello fosse un percorso democratico quando è l’esatto opposto. Il processo decisionale adottato dall’UE è fra i più disonesti e dispotici sistemi che uno possa immaginare poiché, come accade negli USA, le imprese private organizzate in lobbies sono fisicamente presenti presso le istituzioni, e influenzano efficacemente le decisioni su ogni argomento che ricade sui cittadini, mentre l’esecutivo, cioè Commissione e Consiglio, prevale sul Parlamento. Una direttiva europea ricade su tutti i cittadini e sui Comuni italiani. Nei singoli Stati, i Comuni, le Regioni e i Parlamenti nazionali sono solo luoghi per inserire o i burattini dell’élite locale o individui ignoranti e quindi manovrabili, poiché in quei luoghi non si deve fare politica ma rappresentare una finzione scenica per gli elettori.

Sono trascorsi decenni da quando la politica è stata spostata fuori le istituzioni e lontana dai media che invece sono pagati per rappresentare una messa in scena. Sin dai primi secoli del Novecento e come evoluzione delle compagnie del Seicento, la politica vera è svolta dalle imprese di profitto. Energia, cibo, industria, e governo del territorio sono argomenti di discussione nelle multinazionali. I piani imperiali sono trasmessi ai burattini affinché gli affari privati possano consolidarsi e spostarsi, a seconda delle occasioni e della disponibilità delle risorse del pianeta sottratte alla sovranità dei popoli, già molti secoli fa attraverso l’invenzione giuridica della proprietà privata e l’invenzione della moneta.

Il 4 dicembre 2016 gli italiani sono chiamati a votare su una proposta di riforma della Costituzione repubblicana attraverso referendum confermativo. Milioni di elettori che non hanno mai letto la Costituzione, ma conservano il diritto al voto, “decideranno” di votare SI o NO. E’ tutta qui la forza dell’élite capitalista che ha privatizzato il pianeta, milioni di individui resi più poveri dal pensiero unico neoliberale e incapaci di scegliere poiché hanno problemi cognitivi. Nichilismo e apatia politica sono responsabili della nostra condizione. In tutto l’Occidente gli ultimi sono l’oggetto della predazione politica e delle imprese, e sono divisi poiché facilmente addomesticati dal linguaggio mediatico e dai politicastri.

Eppure basterebbe davvero poco per migliorare la propria condizione di vita: abbandonare la religione capitalista e cominciare a sperimentare. Gli ultimi sono milioni di individui, che insieme possono tornare a essere cittadini per vivere in libertà e prosperità. Per fare ciò dovranno cominciare a occuparsi di politicauso del territorio e delle risorse.

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Negli ultimi trent’anni la società occidentale è stata trasformata dalla scelta politica delle classi dirigenti di realizzare il capitalismo neoliberale, e questo cambiamento ha prodotto e produce danni sociali ed ambientali che si possono osservare. Sono due i danni culturali più grandi: la rifeudalizzazione della società cancellando la classica idea di democrazia e la regressione culturale delle masse che hanno sviluppato un deficit d’ignoranza funzionale e di ritorno (animal laborans). L’effetto dei danni ambientali innescati dalla crescita è la conseguenza delle due precedenti condizioni. La ricetta di questa religione è nota e prevede: la riduzione del ruolo dello Stato nel pensare e proporre politiche industriali (fatto); la privatizzazione delle aziende di Stato (fatto); la deregolamentazione delle leggi sul lavoro (fatto); la riduzione o cancellazione degli investimenti pubblici (in corso d’opera); la liberalizzazione degli investimenti esteri (in corso d’opera). Tali dogmi della religione neoliberale hanno generato l’aumento dei profitti per le multinazionali, l’aumento dei profitti per i paesi “centrali” e la distruzione industriale nei paesi “periferici”, l’aumento delle disuguaglianze economiche fra ricchi e poveri, migrazioni dei neolaureati verso i paesi “centrali”; l’aumento della dipendenza delle comunità dal sistema globale che preda le risorse locali, e la distruzione delle economie locali innescando drammatiche conseguenze sociali e ambientali a danno dei territori.

La sintesi appena esposta assume una drammatizzazione più grande se osserviamo il fatto che buona parte degli amministratori locali sono stati attuatori della religione neoliberale, poiché gli Enti locali, solitamente gestiti da personale politico meno capace e culturalmente più debole, hanno privatizzato i processi delle trasformazioni urbanistiche tradendo lo spirito della Costituzione e della legge nazionale sull’urbanistica («l’assetto e l’incremento edilizio dei centri urbani e lo sviluppo urbanistico»; «assicurare il rispetto dei caratteri tradizionali», «favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all’urbanesimo») che prevede il corretto uso del suolo per scopi sociali  e la tutela dell’ambiente. Buona parte degli Enti locali ha seguito il dogma della religione neoliberale imposto dall’élite degenerata, ed ha ridotto i servizi locali e fatto addebitare il costo degli stessi ai cittadini, rendendo difficile la possibilità ai più poveri di fruire dei servizi pubblici. Tutto ciò attraverso lo stupro della Costituzione, avvenuto per mano del legislatore che ha cambiato l’articolo 81, introducendo il virus della religione neoliberale, il famigerato obbligo del pareggio di bilancio che consente ai sacerdoti dell’economia neoclassica di applicare il razzismo con l’invenzione dell’economia e consentire alle élite globali, nazionali e locali di conservare il proprio ruolo in una società feudale e mercificata, che distingue le persone dal capitale e non dalla condotta etica e morale. Tutta la strategia geopolitica del neofeudalesimo dell’UE si basa sul controllo diretto delle istituzioni locali (Nazionali, regionali e comunali) circa il pareggio di bilancio per misurare e assicurarsi diversi obiettivi: favorire la nascita della prima grande area commerciale di consumatori (far diventare l’Europa un’area semiperiferica e periferica); orientare i destini dei paesi “periferici”; cronicizzare il pagamento del debito; cancellare l’auto determinazione dei popoli. La sintesi della stupidità occidentale è nell’analisi dei bilanci, tutto qua, ed oggi, attraverso l’informatica inserita come strumento spia nelle istituzioni pubbliche, una piccola oligarchia tecnocratica entra negli affari interi dei paesi violando diritti e sovranità, interpretando gli indici finanziari secondo il tornaconto delle multinazionali e scatenando guerre economiche e mediatiche contro eventuali governi e popoli non allineanti ai dogmi della religione economica.

Il dramma italiano è che finora sembra essere l’unico paese europeo a non avere un soggetto politico maturo e consapevole. La cosiddetta opposizione al pensiero dominante non esiste poiché la sinistra è stata distrutta agendo dall’interno, e questo vuoto politico finora è “riempito” da un soggetto politico poco serio e inaffidabile poiché non è ciò che millanta di essere (spesso suggerisce politiche neoliberali), ha carenze sociali e psicologiche. In ambito europeo sta nascendo il percorso di DiEM25, che non è un partito ma un movimento politico culturale con un determinato programma: democratizzare l’UE. L’incapacità politica degli italiani favorisce il percorso neoliberale, e questa incapacità nei territori si traduce in aumento della disoccupazione e distruzione del nostro patrimonio con particolare rilevanza al meridione, storicamente depredato prima dalla guerra di annessione e poi dalle multinazionali. E’ proprio il meridione d’Italia il luogo ove può nascere un cambiamento poiché i cittadini vivono grandi problemi sociali ed economici, e talvolta in alcuni comuni hanno dimostrato capacità di reazione allo stupido pensiero unico.

Osservando le politiche urbane di tutte le principali città italiane (sono 26) riscontriamo il comune denominatore: la crescita e il neoliberismo. Sin dal secondo dopoguerra l’equivoco culturale fu quello di coniugare il capitalismo con le politiche sociali, il conflitto culturale ha retto fino agli anni ’80, poi il crollo del socialismo e la vittoria dell’ideologia neoliberale. Se questo è chiaro ai cittadini europei (la distinzione fra socialismo e liberismo), purtroppo è meno chiaro agli italiani, dove la confusione è di natura neurolinguistica, in quanto la regressione culturale innescata dal “sistema di controllo” (media, scuola, università) ha avuto l’effetto di ridurre le capacità cognitive degli individui. Le ricerche pubbliche di Tullio De Mauro dicono che molti italiani non capiscono ciò che leggono. Bisogna ripartire da questo dato drammatico, e risvegliare le coscienze delle persone con programmi culturali e di educazione di base per gli adulti. Cultura e bellezza aiutano lo sviluppo umano. Tornando alle politiche urbane, i comuni meridionali, se fossero guidati in maniera consapevole, hanno tutte le opportunità di migliorare le condizioni di vita degli abitanti attraverso un percorso di riterritorializzazione bioeconomica che crea occupazione utile. E’ fondamentale ridurre la dipendenza dal sistema globale: programmare l’auto sufficienza energetica e di cibo; programmare processi di rilocalizzazione produttiva (manifattura leggera, trasporti, comunicazione, rigenerazione urbana) e orientare i consumi su merci locali, in questo modo la globalizzazione neoliberale fa meno male all’economia locale. Nel meridione è indispensabile costruire la “rete delle città partendo dalle scuole e dai centri di indirizzo e controllo politico, partendo dai “pensatoi locali” come gli istituti accademici, i centri di ricerca e le associazioni affinché il progetto culturale condiviso si traduca in politiche industriali bioeconomiche capaci di finanziare connessioni, attività e strutture fondamentali per favorire opportunità dello sviluppo umano. Territorializzare significa dare senso, significato, forza e vita alle persone che vivono i luoghi utilizzando le risorse in maniera razionale e valorizzando il sapere locale. Dal punto di visto politico significa cambiare il paradigma culturale della società ma è necessario farlo se vogliamo sopravvivere e costruire un futuro sostenibile.

E’ giunto il momento di costruire cluster[1] del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

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