1.5 Linee guida, progetto e tecniche per la rigenerazione


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.5      Linee guida, progetto e tecniche per la rigenerazione

La complessità della nostra società vive, attraverso le città, fenomeni di decadimento fisico e degrado sociale. Il capitolo precedente ha messo in evidenza quanto sia importante riappropriarsi dello spazio pubblico conferendogli qualità attraverso il progetto, sia esso riuso, recupero e per l’appunto rigenerazione.

Il compito della rigenerazione urbana è quello di occuparsi dei tessuti urbani esistenti[1], cioè le cosiddette zone consolidate, le zone di salvaguardia e i centri storici. La rigenerazione può risolvere la crisi dell’urbanistica ripartendo dalla qualità del disegno urbano. Il progetto urbano deve riappropriarsi di significati propri della città come la bellezza e il decoro urbano[2], che conferiscono identità e qualità urbana allo spazio pubblico[3]. «La rigenerazione è un modello d’intervento sulla città in cui l’integrazione tra gli aspetti sociali, culturali, economici, ambientali, e gli aspetti fisici e quantitativi dello spazio urbano, contribuiscono a definire una vision per i progetti di territorio e di paesaggio»[4]. Oggi l’armatura urbana italiana è totalmente cambiata, le città sono “esplose” costituendo sul territorio aree urbane estese e reti di città, e questo determina effetti sociali ed economici con nuove dinamiche relazionali. «Dire che il concetto di città si separa da quello di prossimità fisica e di spazio materiale continuo, significa ammettere che l’interazione sociale (economica, socio-culturale, politica) che da sempre caratterizza la città non si realizza più soltanto (o prevalentemente) nello spazio locale di ogni singola città, ma in misura crescente anche nello spazio discontinuo dei flussi e delle reti di lunga distanza»[5]. La rigenerazione deve tener conto di questo salto di scala, dal quartiere al territorio, poiché è espressione di una realtà relazionale e più complessa rispetto al passato, e può intervenire nell’uso razionale delle risorse, coniugando nuove dinamiche relazionali e tutela del territorio, rimettendo al centro il disegno urbano, cioè un progetto di suolo.

Grazie alle innovazioni tecnologiche, oggi è possibile aggiungere a una corretta composizione urbana anche l’impiego di un mix tecnologico sfruttando le fonti energetiche alternative, offrendo un miglioramento della qualità di vita agli abitanti delle città e dei centri rurali. Ad esempio, un approccio studiato per rigenerare i quartieri, è quello di aggiungere agli obiettivi[6] del disegno urbano, una strategia dotata di buone pratiche[7], misurando anche l’impronta ecologica. Negli obiettivi della rigenerazione urbana «i principali settori interessati riguardano: a) l’acqua, il suo ciclo e riciclo, i tracciati delle sue reti, la sua capacità di caratterizzare l’impronta ecologica e il disegno della città; b) le risorse energetiche dalla produzione al consumo, come leva nell’impiegare dalla bonifica e nella riconversione funzionale della aree dismesse; c) il suolo come elemento di connessione e di contenimento del sistema insediativo nei confronti del territorio aperto; d) i luoghi dell’incontro e della comunicazione, destinati a riannodare le fila dei processi partecipativi e identitari; e) la cura della forma urbana e del paesaggio, che impegna la comunità urbana nella ricerca di una terza via tra proprietà pubblica e privata in grado di farsi carico della nuova complessità del rapporto tra persone e beni comuni (paesaggio, qualità dell’aria, identità locale); f) i rifiuti e il loro ciclo di vita come elemento di snodo tra il bilancio energetico della città esistente e la produzione di “nuovo suolo”»[8].

Un’eco-city è una città compatta[9] [10] e policentrica, che utilizza al meglio tutti i propri spazi senza disperdersi nel territorio. È una città caratterizzata da una buona mixité funzionale, economica e sociale, puntualmente ribadita da un’organizzazione scalare e gerarchica delle proprie strutture edilizie. E’ una città energeticamente efficiente che recupera e ove possibile, ricicla i propri consumi, in modo particolare l’acqua[11].

Secondo la prospettiva smart growth la città dovrebbe tendere a una forma urbana più compatta[12]; riutilizzare le città esistenti, anche recuperandone le infrastrutture; alzare le tasse ai residenti nel centro città; distribuire sul territorio le residenze a basso costo; sfavorire il trasporto individuale delle automobili a favore del trasporto pubblico; utilizzare le regole del New Urbanism nella progettazione di nuovi insediamenti o quartieri[13].

Secondo il Metropolitan Institute at Virginia Tech la “rigenerazione urbana” va attuata secondo i seguenti principi base: avviare un coordinamento fra i settori; creare una visione olistica; rigenerare le persone prima dei luoghi; creare partenariati a tutti i livelli di governo; creare capacità nel settore pubblico; coinvolgere la comunità locale nella pianificazione.

Pertanto la rigenerazione si basa sulla “scienza della sostenibilità” con particolare attenzione ai bisogni sociali delle comunità. Circa l’obiettivo “rigenerare le persone” dal 1991 nasce una rete internazionale INURA[14] che prova a realizzare progetti di auto gestione locale “dal basso”. Nel giugno 1996 INURA “premia” l’esperienza Exodus[15] nel campo dello sviluppo sociale. Nel campo della co-progettazione insieme ai cittadini, è significativa e rivoluzionaria l’esperienza brasiliana di Porto Alegre che nel 1989 inventò il famoso “bilancio partecipativo”[16], mentre a Vienna per decenni ci sono state esperienze di pianificazione partecipata per migliorare la città[17].

Un’interessante ricerca coordinata da Emanuela Casti[18], denominata RIFO, ha messo in evidenza che nella sola Regione Lombardia ci sono circa 70 milioni di m3 da poter rigenerare, di cui 30 milioni  sono dismessi e 40 milioni sono obsoleti. Ricostruendo questi 70 milioni di m3 si può dare spazio a 230 mila alloggi popolari, ognuno di circa 100 m2.

L’approccio metodologico della rigenerazione urbana può essere sintetizzato entro cinque griglie strategiche:

  • ridefinizione di una nuova tessitura urbana mediante la consistente sostituzione delle tipologie morfologiche (urbane e architettoniche) esistenti (aree industriali o portuali dismesse);
  • densificazione urbana, finalizzata a contenere la crescita della città all’interno dei suoi confini salvaguardando gli spazi aperti e il territorio agricolo attraverso una serie d’interventi quali: recupero aree dismesse, riuso del suolo urbanizzato e la densificazione in prossimità di stazioni esistenti o di progetto al fine di favorire il trasporto pubblico. I principali ambiti d’intervento sono tessuti urbani abbandonati e sottoutilizzati (brownfield);
  • riqualificazione urbana con modeste sostituzioni che rispettano il pattern urbano e le tipologie morfologiche originarie (centro storico e ambiti urbani consolidati caratterizzati da degrado e carenti di standard). Le principali strategie di riqualificazione prevedono: il recupero dei manufatti esistenti e la loro rifunzionalizzazione mediante l’attribuzione di nuove destinazioni d’uso, la rottamazione e la trasformazione del patrimonio pubblico esistente, l’adeguamento della viabilità e/o interventi finalizzati a riconnettere il tessuto urbano;
  • completamento dei margini urbani, inteso come riappropriazione di aree periurbane e zone di frangia degradate con aree intercluse prive di qualità e scarsa integrazione con il territorio aperto;
  • nuova espansione, relativa ad interventi che, pur comportando nuova occupazione di suolo, sono considerati esempi “virtuosi” poiché progettati secondo modelli che rispondono ai principi di sostenibilità[19].

L’ultima proposta tipologica d’intervento, relativa alla nuova espansione attraverso esempi virtuosi, può tramutarsi in un cavallo di Troia per quelle Amministrazioni comunali abituate a mercificare i suoli pur di favorire nuove speculazioni dei soggetti privati mossi dalla propria avidità.

Dal punto di vista tecnico amministrativo è interessante l’approccio del Ministero dell’Ambiente, del Patrimonio e del Governo Locale della Repubblica d’Irlanda che pubblica nel 2009 l’Urban Manual Design. Il testo propone una serie di buone pratiche che declinano l’assetto morfologico e la tipologia architettonica dell’insediamento umano secondo dodici categorie associate agli ambiti spaziali (neighbourhood/site/home). La pubblicazione di buone pratiche attraverso l’uso di “norme figurative” aiuta a divulgare una maggiore definizione dell’insediamento urbano.

urban design manual
Urban Design Manual, “Site, layout”. Fonte: EHLG Irish Ministry, 2009.

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[1] Aree industriali dismesse; fabbricati di tipo civile un tempo destinati a funzioni pubbliche; parti di città degradate per obsolescenza fisica e funzionale; quartieri di edilizia residenziale pubblica in stato di avanzato degrado urbanistico, edilizio e sociale; capannoni industriali chiusi per cessata attività; immobili non utilizzati nei centri storici; e l’invenduto a seguito della crisi.
[2] Consonni, Op. cit. , 2013.
[3] «La riconfigurazione dello spazio pubblico contribuisce al miglioramento della connessione funzionale ed ecologica tra le parti urbane e gli ambiti territoriali: l’articolazione e la razionalizzazione della rete pubblica può migliorare le condizioni dell’ambiente, favorendo lo scambio e il riequilibrio tra sistemi differenti ma in realtà non autonomi (città, campagna, natura, produzione, grandi servizi e infrastrutture). In secondo luogo, operare sullo spazio aperto, integrando aree di proprietà pubblica con ulteriori suoli reperiti, acquisiti o convenzionati all’uso pubblico, rappresenta  – specie nell’attuale fase di crisi del mercato immobiliare e la conseguente riduzione della rendita d’attesa sui suoli non edificati – un’azione che se ben calibrata non necessità di ingenti risorse finanziarie» (Russo e Formato, Spazi pubblici-paesaggi comuni: un progetto per la rigenerazione urbana, in Russo, Urbanistica per una diversa crescita, Roma, 2014, pag. 284).
[4] Ivi, pag. 284.
[5] Giuseppe Dematteis, “Conurbazione disgregata e sistemi locali territoriali”, in Per una nuova urbanità, dopo l’alluvione immobiliarista, Reggio Emilia, 2009, pag. 49.
[6] Character; continuity and enclosure; quality of the public realm; easy of movement; legibility; adaptability; diversity (carattere; continuità e recinzione; qualità dello spazio pubblico; facilità di movimento; leggibilità; adattabilità; diversità) in Babilis, Ecopolis. Revealing and enhancing sustainable design, Firenze, 2006, pag. 24.
[7] Babilis, Op. cit., 2006.
[8] D’Onofrio e Talia, Op. cit., Milano, 2015, pag. 44.
[9] «Premessa importante per un uso efficiente e sostenibile delle risorse è una struttura insediativa compatta. Questa può essere ottenuta attraverso una pianificazione urbanistica e territoriale in grado di prevenire la dispersione insediativa tramite un forte controllo dell’offerta dei suoli e dello sviluppo speculativo» (Leipzig Charter on Sustainable European Cities, sottoscritta il 24 maggio 2007 dai Ministri responsabili dello sviluppo urbano e territoriale degli Stati membri dell’Unione Europea).
[10] Nelle aree urbane più dense l’utilizzazione del suolo e i consumi energetici tendono ad essere inferiori rispetto a territori dove la popolazione si distribuisce in forma più dispersa, così come il trattamento dei rifiuti e delle acque reflue è facilitato dalle economie di scala consentite dalla dimensione urbana. Vero è però che la popolazione delle città è sottoposta a problemi ambientali fortemente localizzati: esposizione al rumore, inquinamento atmosferico, difficoltà di gestione dei rifiuti, insufficienza di spazi verdi.
[11] Maretto, Ecocities. Il progetto urbano tra morfologia e sostenibilità, Milano, 2013, pag.12.
[12] Duany, The smarth growth manual, New York, 2010.
[13] Reale, Densità, città, residenza. Tecniche di densificazione e strategie anti-sprawl, Roma, 2008, pag.54.
[14] International Network for Urban Research and Action.
[15] È l’esperienza di autogestione del collettivo Exodus nel quartiere Marsh Farm a Luton.
[16] Allegretti, L’insegnamento di Porto Alegre, Firenze, 2003.
[17] Caltana, “35 anni di progettazione partecipata”, in Il Giornale dell’architettura N. 79, 2009, pag. 26.
[18] < http://www00.unibg.it/struttura/struttura.asp?cerca=dslc_geografia_corso06&gt;.
[19] Tozzi, “Strategie e progetti di rigenerazione, riqualificazione e densificazione di aree urbane e regioni metropolitane in un’ottica di contenimento di consumo di territorio”, in C. Perrone, Il governo del consumo di territorio, Firenze, 2012.

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