La parola “sinistra”

Edoardo Salzano, rispondendo ad Enzo Scandurra, narra una sintesi politica circa il dissenso sul termine “sinistra”. La sua sintesi è condivisibile, e nel fondo del suo intervento scrive: «l’errore di fondo della sinistra è stato quello di non aver compreso che per contrastare quelle tragedie con qualche efficacia, e con quel tanto di fiducia nell’avvenire che è necessario per alimentare la speranza, era necessario fare esattamente l’opposto di quello che si stava facendo. Occorreva riprendere la lotta per il superamento integrale del capitalismo, e non consumarsi in qualche guerriglia contro l’una o l’altra delle sue incarnazioni. Lottare per un’altra economia in un’altra società. Una prospettiva comunista? Forse, ma non solo parolaia». Sono pienamente d’accordo con Salzano, e vorrei aggiungere che quando Occhetto decise la svolta, chiudendo di fatto il Partito comunista, nessun dirigente di allora pensò di raccogliere la denuncia di Berlinguer circa la questione morale dei partiti. Era necessario fare l’opposto di quello fatto finora. Nessuno si organizzò per divulgare etica e partecipazione democratica nei partiti stessi, di fatto aprendoli alle nuove generazioni. La “sinistra” ha rinnegato se stessa scegliendo di farsi infiltrare dall’ideologia liberale, e dare il proprio contributo insieme alla destra liberale nel perseguire tornaconti personali, e l’avidità professata dalla religione delle SpA. Durante gli ultimi quarant’anni, a mio modesto parere la religione liberale è ben presente in tutte le accademie, formando generazioni di giovani, e far credere loro che non esista un altro mondo oltre a quello capitalista. L’élite finanziaria e imprenditoriale, aderendo al credo del liberalismo, ha psico programmato le menti delle classi dirigenti occidentali creando una vera e propria religione economica. Nella realtà questo è il mondo peggiore che le vecchie generazioni lasciano ai propri figli; di fatto violando il patto sociale generazionale. I soldi sono creati da nulla e gestiti dagli algoritmi. E’ altrettanto noto che sin dagli anni ’80, la famigerata deregolamentazione finanziaria consente di accumulare e creare moneta dal nulla attraverso gli strumenti finanziari, le scommesse e le speculazioni. Questi capitali sono nelle “mani” di algoritmi che non dormono mai, e tali flussi finanziari possono essere occultati nei paradisi fiscali, per apparire nei luoghi scelti dall’élite finanziaria come le città globali e i paesi emergenti (sfruttamento delle risorse finite del pianeta). In una società stupidamente capitalista dove la moneta è la forza che da energia al sistema politico e industriale, accade che la concentrazione della ricchezza fittizia creata dal nulla, e gestita dalle mani dei pochi, trasforma le democrazie rappresentative in regimi autoritari e feudali. E’ storia che l’Europa sia stata inserita nel sistema geopolitico statunitense e pertanto i nostri territori sono una regione colonizzata (sovranità limitata), mentre l’Italia nel corso dei decenni è diventata periferia economica per scelta politica. La recessione dipende da fattori storici (guerra), politici (delocalizzazione industriale) e culturali (prevalenza della religione neoliberale).

Poiché il capitalismo agisce su aspetti psicologici immorali come l’avidità e l’egoismo, dovremmo cominciare a rifletter sul fatto che una società capitalista non è compatibile con la democrazia, che invece prevede altruismo, dialogo e lo sviluppo di qualità morali. Capitalismo e specie umana non possono convivere, poiché il credo dell’ideologia capitalista è scientificamente sbagliato, come dimostrò egregiamente Georgescu-Roegen, e per l’ovvia e banale osservazione che il Sole da energia alla vita sul nostra pianeta, e non la crescita della produttività come sostiene un’economista o un politicante. L’energia che da vita alla nostra specie è gratuita! Parafrasando una teoria di sinistra, cioè di Marx, i popoli hanno la possibilità di appropriarsi degli strumenti tecnici che consentono loro di auto produrre ciò di cui hanno bisogno (abitare, nutrirsi, muoversi). Un partito sinceramente di sinistra dovrebbe porsi questo come obiettivo: dare al popolo gli strumenti per raggiungere l’auto determinazione in armonia con le risorse limitate della natura. L’aspetto direi grottesco, è che si può fare, poiché esistono le tecnologie per farlo ma non esistono né la volontà politica e né la consapevolezza collettiva della maggioranza dei popoli, poiché culturalmente regrediti (ignoranza funzionale) e apatici alla politica. Oltre ai percorsi di sinistra, cioè l’appropriazione dei mezzi di produzione, è necessario percorrere strade bioeconomiche e comunitarie, per ripristinare valori umani e solidali. Inoltre, possiamo osservare che noi siamo l’unica specie vivente a inventarsi la moneta, la banca e poi l’economia neoclassica, ottenendo effetti abbastanza stupidi: (1) disuguaglianza economica e sociale, e (2) “occultamento” delle leggi di natura (biologia, termodinamica e meccanica quantistica). Nei secoli le élite (monarchie e borghesia liberale) hanno sfruttato i più deboli per avidità e potere, muovendo guerre idiote. Nell’epoca moderna le élite al potere sfruttano l’invenzione degli Stati e della finanza, favorendo la distruzione degli ecosistemi, morte, schiavitù e disuguaglianza sociale pianificata. I ricchi hanno vinto la guerra contro gli ultimi, e mai come oggi la società è profondamente feudale, regolata dal vassallaggio. La specie umana dovrebbe risvegliare se stessa e lottare per qualcosa di puro, puntando a cambiare i paradigmi culturali dell’Occidente poiché sono profondamente sbagliati.

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La città salernitana estesa

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio
La struttura urbana salernitana, fonte immagine Ptcp 2012.

Nei miei interventi precedenti ho avuto modo di accennare alla necessità di un salto culturale per approdare sul piano bioeconomico, capace di interpretare il territorio e le città come bioregioni urbane e creare occupazione utile attraverso processi di territorializzazione delle produzioni locali e l’uso razionale del territorio sviluppando processi di auto coscienza dei luoghi, come insegna la scuola territorialista. Da circa un paio di decenni, Salerno non è più la città amministrata dal Consiglio comunale del capoluogo, ma è una struttura urbana costituita da ben 11 comuni con una popolazione di circa 300 mila abitanti su una superficie di 272,4 Km2 (Salerno, Vietri, Pontecagnano F., Bellizzi, Battipaglia, San Mango Piemonte, Castiglione dei Genovesi, Pellezzano, Baronissi, Mercato San Severino, e Fisciano). Questa struttura urbana è interna al Sistema Locale del Lavoro (SLL) salernitano costituito da 22 comuni con circa 500 mila abitanti, poi riclassificato dall’ISTAT in 17 comuni. Sono questi i territori urbani e funzionali, con attività e dimensioni che vanno governate, o realizzando un cambia scala costituendo un unico comune, o con piani urbanistici intercomunali bioeconomici capaci di interpretare l’attuale struttura urbana come un unico sistema metabolico, riducendo gli sprechi e adottando piani attuativi conservativi, cioè di recupero e rigenerazione urbana. La Regione Campania dovrebbe rinnovare la propria legislazione urbanistica per introdurre la rigenerazione urbana bioeconomia e approvare un piano territoriale paesaggistico regionale figlio della scuola territorialista. Tali atti normativi sarebbero capaci di favorire un’evoluzione culturale utile allo sviluppo umano, per tutelare la nostra ricchezza costituita dal patrimonio storico culturale e ambientale. Si tratta di scelte politiche capaci di creare occupazione utile e aggredire il drammatico tasso di disoccupazione (Campania 19,8%, Provincia di Salerno 16,6%) riducendo le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Due Regioni italiane hanno già approvato piani paesaggistici figli della scuola territorialista, la Toscana e la Puglia, mentre da alcuni anni la letteratura urbanistica mostra i cambiamenti delle nostre città, trasformate in aree urbane estese. Salerno non sfugge a questo cambiamento ed è necessario che le istituzioni politiche abbiano il coraggio di riformarsi e adottare strumenti urbanistici adeguati, al fine di governare i processi di agglomerazione, decentramento, e pianificare la rigenerazione dei tessuti urbani esistenti. L’implosione del capitalismo e le delocalizzazioni industriali che hanno innescato l’aumento della disoccupazione, il degrado territoriale e un’economia dipendente dagli idrocarburi, sono elementi che dovrebbero far riflettere e accelerare l’avvento delle politiche urbane bioeconomiche.

Nella città estesa salernitana sono leggibili i problemi ambientali, sociali ed economici che richiedono un approccio più efficace al fine di essere governati e affrontati, e per farlo è necessario un cambio di scala delle istituzioni, transitando da 11 Comuni a un solo Comune. Ciò costituirebbe un vantaggio politico straordinario. Sono altresì leggibili problemi quali: la dispersione urbana (lo sprawl) sia nella conurbazione Nord della valle dell’Irno, e sia nella conurbazione Sud verso Battipaglia. Entrambe le conurbazioni mal governate hanno consumato suolo agricolo favorendo l’aumento dell’inquinamento atmosferico e l’inquietudine urbana che danneggia particolarmente anziani, giovani e ceti meno abbienti. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Questa contraddizione, costituita dall’aumento di agglomerazioni commerciali e l’alto tasso di disoccupazione, spiega in parte come le classi dirigenti politiche non siano state capaci di affrontare i problemi sociali ed economici dell’area salernitana. Com’è noto, la scelta delle imprese private di delocalizzare le produzioni, coltivando il neoliberismo, lascia numerosi vuoti urbani che potrebbero essere riutilizzati e trasformati. Tali processi andrebbero affrontati con l’approccio bioeconomico che parte dall’analisi dell’esistente per intervenire sui suoli già urbanizzati, e ponendo priorità su obiettivi sociali e ambientali, anziché inseguire l’avidità dei privati innescata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul piano bioeconomico il motore dell’economica è la cultura.

Indicazioni progettuali del paradigma territorialista:

La bioregione urbana è il riferimento concettuale appropriato per un progetto di territorio che intenda trattare in modo integrato le componenti economiche (riferite al sistema locale territoriale), politiche (autogoverno dei luoghi di vita e di produzione) ambientali (ecosistema territoriale) e dell’abitare (luoghi funzionali e di vita di un insieme di città, borghi e villaggi) di un sistema socio-territoriale che persegue un equilibrio co-evolutivo fra insediamento umano e ambiente, ristabilendo in forme nuove le relazioni di lunga durata fra città e campagna, verso l’equità territoriale. La dimensione territoriale della bioregione urbana non è predefinita. Essa dipende, in ogni contesto, dalle modalità specifiche con cui vengono soddisfatte le quattro componenti che la identificano e dalla complessità degli ambienti fisici necessari ad integrarne sinergicamente il funzionamento. […] Per incardinare il progetto di territorio sul concetto di bioregione, abbiamo reinterpretato in particolare i principi geddesiani che connotano il concetto stesso: (a) affermare il principio di co-evoluzione fra luogo (place), lavoro (work), abitanti (folk); (b) valorizzare la peculiarità e l’unicità identitaria (uniqueness) di ogni regione e di ogni città; (c) mettere in atto analisi di lunga durata (reliefs and contours) per scoprire le relazioni coevolutive (naturali e culturali) ‘al lavoro’ in ogni regione; (d) evidenziare i principi coevolutivi di lunga durata che promanano da queste relazioni (Regional Origins) come guida per scoprire le regole invarianti (genetiche e di trasformazione) che consentono nel tempo la riproduzione dei caratteri identitari della ‘bioregione’. Il concetto di “co-evoluzione” (che si richiama alle nostre elaborazioni metodologiche sui processi di territorializzazione di lunga durata, v. Magnaghi 2001) sottrae il concetto di bioregione alle possibili derive deterministiche che fanno dipendere l’insediamento umano dalle configurazioni ambientali (presenti ad esempio nelle concezioni analogiche della “città come organismo” della Scuola di Chicago, di cultura spenceriana); il processo coevolutivo interpreta le regole ambientali attraverso la médiance culturale propria di ogni civiltà (Berque 2000), per cui il ‘luogo’ non è né natura né cultura, ma il frutto di una relazione dinamica fra queste componenti (Alberto Magnaghi, La regola e il progetto, un approccio bioregionalista alla pianificazione territoriale, “Il progetto della bioregione urbana”, FUP, 2014).

Attraverso il metodo comparativo, l’analisi morfotipologica individua induttivamente conformazioni territoriali consolidate e specifiche, esito del lungo processo di territorializzazione, che successivamente raccoglie in tipologie. Per individuare le ragioni delle morfotipologie territoriali e soprattutto le regole costitutive e di trasformazione che hanno garantito nel tempo la conservazione e l’evoluzione tipologica, è necessario affrontare un’analisi strutturale in prospettiva storica che ci restituisca la descrizione delle regole, operabili nel presente per i progetti di trasformazione territoriale. Il nostro lavoro di urbanisti si è approcciato alla descrizione della lunga durata storica tramite analisi e la rappresentazioni storico-strutturale dei processi di territorializzazione, avvalendosi degli studi sul processo geografico di Territorializzazione, deterritorializzazione e riterritorializzazione (Raffestin 1984, Turco 1984, Magnaghi 2001, Poli 1999 e 2005). Tali studi, applicati a porzioni ampie di territorio, sono stati reinterpretati in funzione della rappresentazione cartografica di sezioni storiche del processo Tdr per individuarne le invarianti strutturali, quali regole costitutive che sono rimaste stabili nel tempo lungo, da cui trarre le regole generative per la manutenzione del territorio (Daniela Poli, “Processi storici e forme della rappresentazione identitaria del territorio”, in Scienze del Territorio N.5/2017, pag. 45).

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Inciviltà e scandalo urbanistico

scandalo urbanisticoSono trascorsi molti anni quando si consumò il più grande scandalo urbanistico italiano. Nel corso dei decenni, il tema è stato rimosso dal dibattito pubblico contribuendo a far perdere consapevolezza di un argomento politico fondamentale per il capitalismo italiano, poiché il regime giuridico dei suoli condiziona la vita delle persone mostrando il conflitto fra l’interesse generale dello Stato e l’avidità dei privati che sfruttano la rendita. Quando negli anni ’60 si scelse di cancellare la proposta di riforma urbanistica sul regime dei suoli, di fatto, l’Italia divenne il paese più liberista d’Europa. Si abdicò l’interesse generale favorendo l’interesse dei proprietari privati che hanno saputo condizionare la pianificazione assecondando i propri capricci, e incassare l’accumulazione del capitale senza lavorare (plusvalore fondiario). La conseguenza di questa scelta politica scellerata è sotto gli occhi di tutti: urbanistica contrattata, rinuncia alla pianificazione e consumo del suolo agricolo, speculazioni edilizie. Tutto ciò ha alimentato l’inquietudine urbana, i processi di gentrificazione con le gated community, e i danni ambientali irreversibili. Le conseguenze di questa inciviltà sono evidenti: il crimine dell’abusivismo edilizio favorito dai Comuni che non controllano, i danni ambientali, morti, rischio sismico e idrogeologico.

Dal secondo dopo guerra in poi, il partito comunista fu il soggetto politico scelto dai pianificatori per introdurre una riforma sul regime dei suoli, e fra il 1962 e il 1963 la proposta di Fiorentino Sullo (democristiano) fu scarta e neanche discussa. Anche il PCI ripiegò su stesso, e non seppe sostenere una riforma degna di questo nome. Il nostro Paese aprì le porte al liberalismo con conseguenze sociali, economiche e ambientali disastrose. Sui rischi speculativi della ricostruzione post-bellica circa il meccanismo della rendita, ecco il monito inascoltato di Giuseppe De Finetti (1892-1952): «a lasciar libero il mercato delle aree sarebbe il male di tutti, non appena la città tendesse a risollevarsi, a rifiorire. L’energia ricostruttiva, quella che va detta e sentita come energia vitale, sarebbe captata, assorbita per troppa parte dai proprietari fondiari che, si noti, non sono essi i determinanti della rinascita. Non fu abbastanza detto fin qui che i costruttori, coloro che speculano, che arricchiscono, che osano costruire le case, non devono essere taglieggiati da chi non rischia e non osa, ma specula attendendo: il proprietario del suolo urbano».

Oggi non esiste alcun partito interessato a riprendere il tema del regime dei suoli, nonostante questo tema sia una priorità. Ciò assume aspetti ambientali e politici drammatici, poiché la realtà territoriale e urbana mostra evidenti segnali di degrado che necessitano interventi di rigenerazione e manutenzione, per arrestare le speculazioni adottate da ignobili Consiglieri comunali, totalmente incapaci di interpretare un piano urbanistico e di applicare la Costituzione che ordina di conseguire l’interesse generale e non l’avidità di soggetti privati.

Un Paese civile ha il dovere morale e politico di riprendere il tema e riformare il regime giuridico dei suoli per applicare la Costituzione. L’urbanistica ha il dovere di tutelare il territorio e costruire diritti a tutti i cittadini, e non quello di fare profitto.