Piani proto rigenerazione


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.1.2.1       Piani proto rigenerazione

Negli anni ’70 alcuni urbanisti hanno proposto diversi approcci per contrastare la crescita disorganizzata delle città che si è manifestata sin dagli anni della ricostruzione post bellica.

A seguito della legge-ponte n. 756/76 e dell’importante DM 1444/68 gli urbanisti proposero piani con forme urbane e densità più equilibrate, per contrastare il disordine urbano. Alcune città hanno approvato piani urbanistici cosiddetti “riformisti” che ponevano al centro del disegno urbano priorità diverse dalla sola crescita espansiva fondata sulla rendita urbana.

Secondo Aymonino «il nodo centrale […] è quello relativo alle questioni sull’accentramento e il decentramento. […] La decentralizzazione di determinate funzioni della gestione sociale è solo un aspetto indispensabile del sistema dell’autogestione sociale e non è tutto il suo contenuto. L’autogestione esige anche la centralizzazione di determinate funzioni e mezzi affinché la società socialista possa effettivamente svilupparsi in accordo al grado raggiunto di sviluppo delle forze produttrici. […] Una concezione nuova della città che preluda al superamento del divario tuttora esistente tra città e compagna presuppone un fine che non può consistere nella rottura del diaframma che separa sempre più la vita pubblica dalla vita privata, il lavoro dai consumi, la cultura dal tempo libero. E’ evidente che gli scemi morfologici degli insediamenti, le forme in cui può realizzarsi la città corrispondente a tale rottura non saranno gli unici elementi determinanti; tuttavia possono influire nel prefigurare alcune giuste possibilità di sviluppo»[1]. Quindi Aymonino ritiene valide le proposte circa un processo di sviluppo per poli; poiché tutte le ipotesi che facilitano il più ampio uso sociale delle infrastrutture che aumentano le possibilità di relazione e di partecipazione[2].

I piani sotto elencati e accennati mirano ad usare la tecnica urbanistica per garantire ai cittadini una migliore fruizione della cosiddetta città pubblica, cioè il profilo culturale che li accomuna è una sensibilità ai problemi sociali, la valorizzazione del patrimonio ambientale e la progettazione dei servizi minimi secondo l’approccio della “cellula urbana” a misura d’uomo.

Nel 1962 Firenze col piano di Edoardo Detti mira a conservare e valorizzare il centro storico. Nel piano aumentano fortemente le previsioni di servizi e di verde e sono ridotte mediamente le densità edilizie, vi sono misure di salvaguardia del centro e della collina, consentendo comunque di insediare pochi e piccoli alloggi nel paesaggio storico[3].

Firenze piano Detti 1962
Firenze, piano di Edoardo Detti, 1962.

Nel 1970 Ancona svolge un’indagine sulla struttura insediativa esistente, riscontrando carenze di standard e decidendo di abbattere volumetrie esistenti in eccesso, quelle che superavano i 3 mc/mq. L’analisi svolta su 883 isolati riscontra uno standard esistente pari a soli 2,87 mq/ab ed il piano prevede l’aumento dello standard complessivo a 23,4 mq/ab. Il piano del 1973 prevede di riequilibrare le densità e di decentrare alcune funzioni terziarie[4].

Nel 1970 Bologna raccoglie le istanze riformiste predisposte da Campos Venuti durante gli anni precedenti e decide di aumentare la dotazione di servizi e puntare alla conservazione del centro storico attraverso l’analisi tipologica svolta da Cervellati (PEEP ’63 San Leonardo). Su circa 900 ettari di aree agricole la quota dei servizi passa dal 20% al 50% e così gli insediamenti scendono dall’80% al 50% del totale. Escludendo la viabilità, i servizi realizzati per ogni stanza costruita passano da 3 a 15 mq e in particolare si realizzano 75 ettari di nuovi parchi[5].

Nel 1972 il Comune di Salerno incarica un gruppo di progettisti salernitani il recupero degli standard minimi e l’individuazione delle zone omogenee territoriali previste dal DM 1444/68 (18 mq/ab) ed ampliati Regione Campania a 30 mq/ab (L.355/77). La relazione preliminare del 1974 osserva la carenza dei servizi nella zona occidentale e nella zona orientale della città, suggerendo il superamento del vecchio PRG Marconi considerato obsoleto e dannoso. «La gestione del territorio va attuata attraverso l’adozione di metodologie aperte, volte alla formulazione di piani processo o piani programma in cui, individuato l’obiettivo fondamentale della realizzazione di un ambiente a misura d’uomo, si definiscono gli obiettivi politico sociali a breve e medio termine in funzione delle concrete risorse economiche utilizzabili. L’adozione di piani processo di per sé non nega l’uso degli strumenti urbanistici vigenti, ma li indirizza, li coordina, li modifica contemporaneamente, adeguandoli volta per volta alla variabilità della realtà sociale. La definizione delle finalità della pianificazione aperta si persegue attraverso il dibattito tra i politici ed i cittadini, attraverso la creazione di istanze democratiche di espressione delle esigenze della collettività (decentramento amministrativo)»[6]. Lo standard esistente rilevato fu di 1,37 mq/ab. L’analisi della struttura urbana evidenziò densità territoriali presso la zona occidentale, estesa per 97 ettari, di circa 987 ab/ha (via Nizza, via Cacciatori, via Conforti) e di 824 ab/ha in via Ventimiglia e via Trento, si rilevò un indice territoriale esistente di 1,51 mc/mq, per l’area occidentale si prevedeva una «conversione d’uso di strutture esistenti nonché al reperimento di ulteriori contenitori». Per la zona orientale si prevedeva fosse possibile operare il riequilibrio indicando 80 ettari circa per coprire la riscontrata carenza di standard. Le conclusioni dello studio evidenziavano che «l’individuazione di semplici quantità di aree, senza un’adeguata organizzazione strutturale, anzitutto integrando e classificando l’armatura stradale urbana, ma anche articolando e strutturando i vari livelli di servizi, non assicura il soddisfacimento dei bisogni reali e neppure l’avvio di processi di riqualificazione dell’ambito urbano»[7].

Nel 1976 Torino avvia la fase urbanistica riformista, dal punto di vista delle tecniche rigenerative è interessante l’analisi puntuale delle densità edilizie esistenti che evidenziava come circa un terzo della popolazione risiedeva in aree con densità superiori ai 700 ab/ha con uno standard esistente molto basso (3,4 mq/ab) e condizioni di degrado e sovraffollamento inaccettabili. Nel 1980 il piano preliminare propone di la riduzione della capacità teorica residenziale, il decentramento di attività, l’aumento della dotazione dei servizi sociali arrivando a 40 mq/ab[8].

Nel 1986 Bernardo Secchi inizia a lavorare per il piano di Siena. Il piano punta alla conservazione del centro attraverso un approccio di “progetti di suoli” e di “progetti di norma” destinati a prescrivere i connotati tecnico-formali della modificazione di parti importanti della città, dello spazio aperto il primo, di alcune fondamentali regole dell’edificazione di alcuni luoghi. Le norme tecniche sono accompagnate da abachi che rappresentano planimetrie, sezioni e assonometrie che distinguono tra i modi nei quali la città deve essere costruita e persino le procedure interattive per le quali i diversi soggetti, pubblici e privati, possono fornire il loro contributo alla costruzione. Particolare attenzione allo studio dello spazio pubblico aperto e collettivo. Nel periodo di studio del piano l’Amministrazione avvia un intenso processo partecipativo: più di cento riunioni, numerosi seminari, due esposizioni, più di seicento lettere di cittadini esaminate e catalogate[9].

L’esperienza dei piani proto-rigenerazione dimostra e mostra che se da un lato alcuni urbanisti proposero soluzioni concrete per contrastare l’abusivismo[10] edilizio con la corretta composizione della città, è altrettanto necessario ricordare che le Amministrazioni politiche non accettarono pienamente tali piani, poiché contrastavano con le rendite generatrici di consenso elettorale ma particolarmente distruttrici dell’ecosistema. Pertanto numerose esperienze furono edulcorate dagli organi politici che avevano l’autonomia sia di indicare quali suoli edificare, e sia di cambiare gli indici urbanistici, aumentandoli, e di fatto mutando i carichi urbanisti compromettendo la qualità progettuale dei piani stessi.

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] Aymonino, Op. cit. ,. 2009, pag. 82-84.
[2] Aymonino, Op. cit. , 2009.
[3] Campos Venuti & Reali, “Firenze: l’urbanistica contrattata”, in G. Campos Venuti, Cinquant’anni di urbanistica in Italia 1941-1992, Bari, 1993.
[4] Galuzzi, “Ancona: le contraddizioni del riformismo”, in G. Campos Venuti, Op. cit. ,1993.
[5] Campos Venuti, Op. cit. , 1993.
[6] Capobianco, Rapporto preliminare. Recupero standard e zone omogenee, Salerno, 1974.
[7] Cannella, Recupero degli standard urbanistici e delimitazione delle zone omogenee, Salerno, 1979.
[8] Vitillo, “Torino il piano e la Fiat”, in G. Campos Venuti, Op. cit. , 1993.
[9] Secchi, “Siena: l’importanza della forma”, in G. Campos Venuti, Op. cit. , 1993.
[10] Secondo l’ISTAT l’abusivismo edilizio è un fattore di criticità che riguarda il progresso civile dell’Italia, e stima che nel 2015 siano state realizzate quasi 20 costruzioni abusive ogni 100 autorizzate, mostrando un trend in crescita dal 2008.

creative-commons