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Archive for ottobre 2016

Il presupposto logico per scegliere in maniera autonoma è senza dubbio la cultura personale. Ognuno di noi è il frutto della propria eredità biologica, dell’ambiente e della cultura a cui appartiene; tutto ciò per dire che il cervello non spiega chi siamo ma conoscere la sua fisiologia è importante per capire e migliorare le nostre scelte. Ogni scelta è innescata e sostenuta dal circuito dopaminergico per la ricerca della gratificazione. La nostra corteccia orbitofrontale codifica il valore atteso della scelta e il processo decisionale si sviluppa nelle dinamiche fisiologiche e neuronali, ma sempre influenzato dalle dimensioni soggettive e dal contesto sociale in cui la persona è immersa come l’educazione, le abitudini e molto altro. Gli stimoli esterni che concorrono alla scelta sono sempre processati sia dalle emozioni e sia dalla nostra capacità cognitiva. L’amigdala è la parte del circuito emozionale che registra l’intensità della stimolo, mentre la corteccia orbitofrontale è la parte capace di comparare e fare valutazioni. Il nostro comportamento della scelta è modulato dalla differenza fra le nostre aspettative e il risultato reale, mentre non sappiamo quanto la parte razionale sia in grado di controllare quella emozionale. Sappiamo che la sensazione positiva che si prova in seguito a un scelta dovuta a comportamenti gratificanti conduce alla ripetizione del comportamento.

Il drammatico dato fornito da Tullio De Mauro circa la cultura degli italiani ove solo il 30% è in grado di capire un discorso politico andrebbe approfondito con un ragionamento suggerito da studi sulle neuroscienze applicate alle teorie della scelta. Poiché buona parte degli italiani non ha gli strumenti culturali per capire un discorso politico e ognuno di noi sceglie influenzato dalle emozioni, possiamo intuire quanto sia basso il numero di italiani (molto meno di 11.339.964) che vota facendo scelte razionali. Partendo dalla stima di 11 milioni che votano e capiscono un discorso politico, proviamo a distribuire in maniera proporzionale il ragionamento di prima alle preferenze dei votanti. Tutti quanti fanno scelte applicando un proprio filtro del “valore soggettivo” poiché l’utilità è sempre soggettiva, ed è influenzabile da diversi fattori, culturali e ambientali. Degli 11 milioni di votanti capaci di comprendere un discorso politico nel 2013, 3,3 milioni hanno votato per il cosiddetto “centro sinistra”; 3,3 per il cosiddetto “centro destra”; 2,8 milioni per il M5S; 1,1 milioni per la “destra montiana” e poi gli altri. La contesa politica del consenso è molto ampia e riguarda il più grande partito: 24,6 milioni di votanti che non capiscono un discorso politico e vota di pancia, come si dice in gergo, ma soprattutto vota attuando un processo di imitazione rispetto alle proprie relazioni personali e ai giudizi e/o pregiudizi delle persone che conosce. Poiché questo meccanismo della scelta coinvolge anche le persone capaci di capire un discorso politico possiamo affermare con certezza che molto più di 24,6 milioni di persone scelgono affidandosi agli altri. Il dramma è che questo comportamento sostiene la nostra classe politica ed è il principale problema del nostro Paese (l’ignoranza funzionale e di ritorno).

Tornando ai temi della scelta, se De Mauro ci informa del fatto che buona parte degli italiani ha deficit cognitivi possiamo affermare che le “loro” scelte sono senza dubbio emotive, ma soprattutto sono gli altri che scelgono al posto loro poiché incapaci di fare valutazioni. Tale situazione influisce nell’economia reale, cioè nei consumi e nella vita socio-politica producendo danni alle presenti e future generazioni che spesso emigrano poiché ignorate, incomprese e sfruttate dal proprio ambiente. Le conseguenze politiche sono drammatiche e sono sotto gli occhi di chiunque: il nichilismo, l’individualismo, l’apatia politica, l’incapacità di selezionare una classe politica degna e preparata, la trascuratezza del nostro territorio e danni ambientali, ed economici. La soluzione al problema è una sola affrontare l’ignoranza funzionale e di ritorno degli italiani avviando programmi educativi per gli adulti.

analfabetismo funzionale

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La comunicazione mediatica contribuisce a creare confusione sull’uso dei termini modificando la nostra percezione delle cose. Ho già scritto che il termine innovazione non è sinonimo di miglioramento, e da molti anni si crede che la crescita economica produca un benessere, ed ahimé spesso è vero il contrario, e cioè che nell’era moderna l’innovazione è stata piegata all’obsolescenza pianificata mentre la crescita continua è propagandata per favorire l’accumulo di capitale. L’innovazione tecnologica e informatica hanno anche favorito la disoccupazione e la concentrazione di capitale nelle mani pochi, sostituendo la democrazia con l’oligarchia e riportando la società al mondo feudale costruito sui rapporti di vassallaggio.

Durante questa regressione sociale e nel caos linguistico però ci sono stati anche dei miglioramenti che possono essere utilizzati dai cittadini. Da diversi anni c’è stata un’innovazione utile, cioè un cambiamento tecnologico che può produrre un miglioramento per l’ambiente se fosse diffuso sul territorio. Questo è accaduto nel campo delle tecnologiche per l’architettura. Da molti secoli i popoli consapevoli hanno saputo impiegare le materie e le risorse locali per costruire abitazioni capaci di costruire un rifugio adeguato nonostante le avversità ambientali; basti pensare agli insediamenti umani nel Nord Africa e nel Medio Oriente, così come i villaggi nelle foreste amazzoniche. Tali pratiche costruttive tradizionali hanno la virtù di essere comportamenti sostenibili ma ignorano le innovazioni meccaniche. Le rivoluzioni scientifiche e industriali hanno consentito uno sviluppo tecnologico in termini di prestazioni meccaniche (miglioramento) mentre l’economia inserita nell’ingegneria ha innescato una regressione culturale in termini di comfort ambientale (peggioramento). Parte degli edifici costruiti nel Novecento ha un deficit prestazionale ambientale, ed a questo si aggiunge il loro fine ciclo vita in termini di resistenza meccanica (prestazioni statiche). Negli ultimi decenni l’innovazione tecnologica nelle tecniche costruttive e dei materiali ha conseguito risultati importanti rimuovendo gli errori progettuali del Novecento. Oggi la prassi progettuale degli edifici è pressoché perfetta.

Gli interventi per porre rimedio sono di due tipi: analisi della vulnerabilità sismica e diagnosi energetica. Per intervenire è indispensabile il rilievo dell’edificio, cioè l’informazione fondamentale che indica come agire consigliando anche il progetto (ristrutturazione, manutenzione …) che illustra anche i relativi costi (computo metrico). Per gli edifici storici è necessario un rilievo finalizzato alla conservazione. Il primo intervento di analisi (vulnerabilità) e i relativi costi dipendono dal rilievo (valutazione dello stato di fatto), dal comportamento meccanico dei materiali costituenti la struttura (muratura, cemento armato, acciaio, legno) e dal contesto (progettazione e trasformazioni, valutazione del dissesto, degrado e difetto dei materiali, manutenzione e difetti di esecuzione, eventi eccezionali, ecc.).

Per migliorare le prestazioni energetiche dell’edificio sono necessari due requisiti: ambientale – controllo della temperatura, comfort, controllo dell’orientamento – e; tecnologico – isolamento termico, controllo dell’inerzia termica, controllo del fattore solare, controllo delle condense interstiziali, tenuta all’acqua, tenuta all’aria. Per i requisiti di carattere tecnologico i progettisti intervengono sull’involucro dell’edificio, mentre per i requisiti di carattere statico intervengono sulla struttura portante. L’involucro è l’elemento fisico che media fra ambiente esterno e l’interno dell’edificio, ed ha la funzione di controllare i flussi termici entranti e uscenti dell’organismo edilizio. Per intenderci, controllando l’inerzia termica (dipende dallo spessore del materiale, dalla capacità termica e la sua conduttività λ) e lo sfasamento dell’onda termica dell’involucro, si può intervenire ponendo l’isolamento a cappotto sulla parete esterna, e sulla copertura con isolamento all’estradosso, al fine di raggiungere accettabili livelli di benessere termico estivo.

La stranezza (o stupidità) dell’azione politica del nostro legislatore è che ha dato priorità (incentivi fiscali) agli interventi sull’involucro edilizio e non alla struttura portante, dichiarando indirettamente che la vita umana è meno importante del risparmio energetico. E l’ha fatto con grande tranquillità poiché i cittadini stessi non sono affatto informati o preoccupati della sicurezza dei propri edifici, nonostante sia la nostra incuria ad uccidere quando la natura si manifesta con la forza sismica, o con un’alluvione che può favorire frane e allagamenti. Ancora più grave è l’incapacità di controllare pianificazione urbanistica e attività edilizia sul territorio per evitare la speculazione che produce sia danni sociali e sia morti consentendo di edificare ovunque, fregandosene delle conoscenze ampiamente diffuse circa i rischi territoriali.

Per avere un’idea verosimile del peso economico, e cioè degli investimenti necessari solo in Italia è sufficiente ricordare che il Governo stesso nel 2011, solo per intervenire sulla riduzione del rischio idrogeologico, stimò circa 40 miliardi di euro. Intervenire nelle 26 città in contrazione servirebbero circa 56 miliardi (stima a ribasso) per rigenerare i quartieri di edilizia moderna (il famigerato boom economico). Per la prevenzione del rischio sismico, nel 2013 gli ingegneri hanno stimato 93,7 miliardi per le case di tutti gli italiani, mentre l’Oice ha stimato 36 miliardi per interventi di adeguamento. Restando nel piano ideologico dell’economia del debito non ci saranno questi investimenti, basti osservare gli spiccioli a debito del famigerato piano Junker, ed è necessario, non solo ripristinare la sovranità, ma uscire dalla religione della crescita, poiché gli investimenti che servono alla specie umana non necessariamente creano un ritorno economico per gli investitori. La moneta dovrà essere a credito.

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L’alternativa al feudalesimo crescente è la democrazia che ancora non abbiamo sperimentato poiché siamo stati abituati a delegare ad altri il nostro destino. La recessione che stiamo percependo da circa dieci anni in realtà viene da lontano, comincia prima e si tratta di una strategia geopolitica per far rientrare alcuni paesi europei in aree “periferiche”. L’Europa è la “semiperiferia” dell’Occidente mentre gli USA sono il “centro”, in Europa la Germania è diventata il “centro” della “semiperiferia” ed è accaduto a danno economico degli altri, ma col sostegno di tutti i leader politici europei. In Italia il meridione è la “periferia” del nostro paese. Per chiarezza questo modo di leggere il “sistema mondo” fra “centro e periferia” è la teoria di Immanuel Wallerstein che spiega come il capitalismo crea dipendenza e sottosviluppo. Pertanto non è un segreto, e questa fase è ormai chiara a tutti gli osservatori, il problema dei popoli europei è che non esiste un soggetto politico che si ponga la priorità di restituire sovranità e libertà economica ai territori per rimediare all’aumento delle diseguaglianze e all’aumento della disoccupazione innescate dalla strategia sopra accennata. Il fatto che l’UE non funzioni come dovrebbe, è un giudizio che troviamo fra tutti gli esponenti politici, compresi coloro i quali che hanno costruito questo mostro che vive di capricci dell’alta finanza, e se ne frega della felicità delle persone. Fatta la fotografia, restano i drammi sociali del meridione “periferia” dell’Italia e dell’Europa. La disoccupazione e il sottosviluppo creati dalle politiche neoliberali possono essere rimossi cambiando i paradigmi culturali della classe dirigente: restituire sovranità agli Stati cambiando la natura giuridica della moneta (da debito a credito) e adottando la teoria endogena; applicare politiche bioeconomiche per finanziare direttamente a credito attività industriali diversificate sviluppando la manifattura leggera e il settore terziario con lo scopo di territorializzare il sistema economico, sia riducendo la dipendenza dal sistema globale e sia favorendo economie di sussistenza per tutelare gli interessi delle comunità locali. In questo modo si bilancia l’attuale squilibrio economico che favorisce l’avidità dell’élite finanziaria globale. Ricollocando attività manifatturiere di settori tecnologici specializzati per rigenerare le aree urbane in chiave bioeconomica si produce occupazione utile, e si contribuisce a recuperare il patrimonio esistente favorendo la bellezza, la cultura e il turismo sostenibile.

La storia insegna che la guerra di annessione contro il Sud non rubò semplicemente le riserve auree del Regno delle Due Sicilie per costruire la banca del Nord, ma smantellò il settore primario e secondario per trasferirlo al Nord, fu una guerra economica che ricollocò la produttività dal Sud al Nord. Il mondo è “cambiato”, il capitalismo ha mosso guerra ovunque, ma la realtà di oggi è figlia della storia, e il milieu territoriale meridionale può e deve investire nello sviluppo umano per ridurre e liberarsi dalla dipendenza del sistema globale, lo può fare programmando l’agglomerazione di specifiche attività che rappresentano l’identità culturale dei luoghi e investendo nell’aggiornamento tecnologico delle connessioni territoriali. I sistemi locali dovranno cooperare fra loro anziché competere. E’ un percorso lungo ma intelligente, stimolante e creativo poiché coinvolge direttamente formazione e produzione per rigenerare il meridione attraverso attività sostenibili. Lo Stato e le istituzioni devono tornare a programmare questa politica industriale bioeconomica.

E’ giunto il momento di costruire cluster[1] del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

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Indici composti, Benessere Equo e Sostenibile 2016.

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Negli ultimi trent’anni la società occidentale è stata trasformata dalla scelta politica delle classi dirigenti di realizzare il capitalismo neoliberale, e questo cambiamento ha prodotto e produce danni sociali ed ambientali che si possono osservare. Sono due i danni culturali più grandi: la rifeudalizzazione della società cancellando la classica idea di democrazia e la regressione culturale delle masse che hanno sviluppato un deficit d’ignoranza funzionale e di ritorno (animal laborans). L’effetto dei danni ambientali innescati dalla crescita è la conseguenza delle due precedenti condizioni. La ricetta di questa religione è nota e prevede: la riduzione del ruolo dello Stato nel pensare e proporre politiche industriali (fatto); la privatizzazione delle aziende di Stato (fatto); la deregolamentazione delle leggi sul lavoro (fatto); la riduzione o cancellazione degli investimenti pubblici (in corso d’opera); la liberalizzazione degli investimenti esteri (in corso d’opera). Tali dogmi della religione neoliberale hanno generato l’aumento dei profitti per le multinazionali, l’aumento dei profitti per i paesi “centrali” e la distruzione industriale nei paesi “periferici”, l’aumento delle disuguaglianze economiche fra ricchi e poveri, migrazioni dei neolaureati verso i paesi “centrali”; l’aumento della dipendenza delle comunità dal sistema globale che preda le risorse locali, e la distruzione delle economie locali innescando drammatiche conseguenze sociali e ambientali a danno dei territori.

La sintesi appena esposta assume una drammatizzazione più grande se osserviamo il fatto che buona parte degli amministratori locali sono stati attuatori della religione neoliberale, poiché gli Enti locali, solitamente gestiti da personale politico meno capace e culturalmente più debole, hanno privatizzato i processi delle trasformazioni urbanistiche tradendo lo spirito della Costituzione e della legge nazionale sull’urbanistica («l’assetto e l’incremento edilizio dei centri urbani e lo sviluppo urbanistico»; «assicurare il rispetto dei caratteri tradizionali», «favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all’urbanesimo») che prevede il corretto uso del suolo per scopi sociali  e la tutela dell’ambiente. Buona parte degli Enti locali ha seguito il dogma della religione neoliberale imposto dall’élite degenerata, ed ha ridotto i servizi locali e fatto addebitare il costo degli stessi ai cittadini, rendendo difficile la possibilità ai più poveri di fruire dei servizi pubblici. Tutto ciò attraverso lo stupro della Costituzione, avvenuto per mano del legislatore che ha cambiato l’articolo 81, introducendo il virus della religione neoliberale, il famigerato obbligo del pareggio di bilancio che consente ai sacerdoti dell’economia neoclassica di applicare il razzismo con l’invenzione dell’economia e consentire alle élite globali, nazionali e locali di conservare il proprio ruolo in una società feudale e mercificata, che distingue le persone dal capitale e non dalla condotta etica e morale. Tutta la strategia geopolitica del neofeudalesimo dell’UE si basa sul controllo diretto delle istituzioni locali (Nazionali, regionali e comunali) circa il pareggio di bilancio per misurare e assicurarsi diversi obiettivi: favorire la nascita della prima grande area commerciale di consumatori (far diventare l’Europa un’area semiperiferica e periferica); orientare i destini dei paesi “periferici”; cronicizzare il pagamento del debito; cancellare l’auto determinazione dei popoli. La sintesi della stupidità occidentale è nell’analisi dei bilanci, tutto qua, ed oggi, attraverso l’informatica inserita come strumento spia nelle istituzioni pubbliche, una piccola oligarchia tecnocratica entra negli affari interi dei paesi violando diritti e sovranità, interpretando gli indici finanziari secondo il tornaconto delle multinazionali e scatenando guerre economiche e mediatiche contro eventuali governi e popoli non allineanti ai dogmi della religione economica.

Il dramma italiano è che finora sembra essere l’unico paese europeo a non avere un soggetto politico maturo e consapevole. La cosiddetta opposizione al pensiero dominante non esiste poiché la sinistra è stata distrutta agendo dall’interno, e questo vuoto politico finora è “riempito” da un soggetto politico poco serio e inaffidabile poiché non è ciò che millanta di essere (spesso suggerisce politiche neoliberali), ha carenze sociali e psicologiche. In ambito europeo sta nascendo il percorso di DiEM25, che non è un partito ma un movimento politico culturale con un determinato programma: democratizzare l’UE. L’incapacità politica degli italiani favorisce il percorso neoliberale, e questa incapacità nei territori si traduce in aumento della disoccupazione e distruzione del nostro patrimonio con particolare rilevanza al meridione, storicamente depredato prima dalla guerra di annessione e poi dalle multinazionali. E’ proprio il meridione d’Italia il luogo ove può nascere un cambiamento poiché i cittadini vivono grandi problemi sociali ed economici, e talvolta in alcuni comuni hanno dimostrato capacità di reazione allo stupido pensiero unico.

Osservando le politiche urbane di tutte le principali città italiane (sono 26) riscontriamo il comune denominatore: la crescita e il neoliberismo. Sin dal secondo dopoguerra l’equivoco culturale fu quello di coniugare il capitalismo con le politiche sociali, il conflitto culturale ha retto fino agli anni ’80, poi il crollo del socialismo e la vittoria dell’ideologia neoliberale. Se questo è chiaro ai cittadini europei (la distinzione fra socialismo e liberismo), purtroppo è meno chiaro agli italiani, dove la confusione è di natura neurolinguistica, in quanto la regressione culturale innescata dal “sistema di controllo” (media, scuola, università) ha avuto l’effetto di ridurre le capacità cognitive degli individui. Le ricerche pubbliche di Tullio De Mauro dicono che molti italiani non capiscono ciò che leggono. Bisogna ripartire da questo dato drammatico, e risvegliare le coscienze delle persone con programmi culturali e di educazione di base per gli adulti. Cultura e bellezza aiutano lo sviluppo umano. Tornando alle politiche urbane, i comuni meridionali, se fossero guidati in maniera consapevole, hanno tutte le opportunità di migliorare le condizioni di vita degli abitanti attraverso un percorso di riterritorializzazione bioeconomica che crea occupazione utile. E’ fondamentale ridurre la dipendenza dal sistema globale: programmare l’auto sufficienza energetica e di cibo; programmare processi di rilocalizzazione produttiva (manifattura leggera, trasporti, comunicazione, rigenerazione urbana) e orientare i consumi su merci locali, in questo modo la globalizzazione neoliberale fa meno male all’economia locale. Nel meridione è indispensabile costruire la “rete delle città partendo dalle scuole e dai centri di indirizzo e controllo politico, partendo dai “pensatoi locali” come gli istituti accademici, i centri di ricerca e le associazioni affinché il progetto culturale condiviso si traduca in politiche industriali bioeconomiche capaci di finanziare connessioni, attività e strutture fondamentali per favorire opportunità dello sviluppo umano. Territorializzare significa dare senso, significato, forza e vita alle persone che vivono i luoghi utilizzando le risorse in maniera razionale e valorizzando il sapere locale. Dal punto di visto politico significa cambiare il paradigma culturale della società ma è necessario farlo se vogliamo sopravvivere e costruire un futuro sostenibile.

E’ giunto il momento di costruire cluster[1] del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

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In tutta la letteratura urbanistica, gli autori raccontano i cambiamenti avvenuti nei nostri territori, in particolar modo l’aumento della popolazione urbana e il fenomeno della contrazione nelle città che ha fatto crescere i comuni limitrofi ai grandi centri favorendo la nascita di aree urbane. A partire dagli anni ’70, le imprese abbandonano l’Europa e le città sono deindustrializzate, in Italia c’è un’accelerazione del fenomeno che va dagli anni ’80 fino all’inizio del nuovo millennio. Due scelte politiche favoriscono la delocalizzazione: la deregolamentazione dei mercati finanziari e la fine del socialismo in Russia, e l’apertura della Cina al neoliberismo. I cambiamenti del capitalismo incidono anche sulle migrazioni, tant’è che l’Europa perde abitanti qualificati a favore di USA e ASIA. Dentro l’Europa i paesi “centrali” attraggono migranti qualificati mentre la “periferia” perde abitanti.

L’osservazione della nuova realtà urbana suggerisce la necessità di riorganizzare competenze e funzioni dei Comuni per adeguare le istituzioni ai cambiamenti sociali già consolidati. Sarebbe saggio realizzare un cambiamento di scala territoriale unendo i comuni centroidi a quelli limitrofi che insieme rappresentano un’unica struttura urbana. Inutile ricordare l’incapacità del legislatore nel servire seriamente il popolo, sia perché i politici non cambiano le dannose regole fiscali e monetarie dell’UE, sia perché i problemi delle aree urbane vanno affrontati con urgenza per la necessità di fare prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico, ma il nostro legislatore non ha né il coraggio e né la consapevolezza di interpretare correttamente la realtà territoriale e urbana, per applicare la Costituzione e programmare investimenti per rigenerare le città.

Gli abitanti non vivono più entro i confini amministrativi delle città ma vivono nei cosiddetti sistemi locali, che rinchiudono più comuni. Fino ad oggi tutti i Consigli comunali hanno inseguito il paradigma culturale sbagliato e cioè la crescita urbana, per attrarre investitori privati. I politici locali, interpretando male la Costituzione e la legge urbanistica nazionale, hanno chiesto ai pianificatori di mercificare le trasformazioni urbane, affinché i piani attuativi rispondessero alle esigenze di fare profitto, e riempire i vuoti urbani lasciati dal processo di disurbanizzazione con interventi speculativi. La classe dirigente politica è cresciuta nell’idea sbagliata di sviluppo, convinta che le città potessero crescere all’infinito ma non è così, poiché le città possono anche decrescere, come accade per 26 città italiane, tutte le più importanti, da Milano a Roma. La popolazione urbana è dinamica e dipende dalle attività economiche che alimentano la vita in città.

Poiché il capitalismo abbandona la vecchia Europa per motivazioni “banali”, come l’opportunità di aumentare i ricavi riducendo i costi (salari più bassi in Asia e assenza di diritti sindacali), è altrettanto evidente che se tutti i Consigli comunali puntano all’inutile competitività per attrarre gli speculatori privati, solo alcune trasformazioni diventano realtà che si concentrano nelle città più importanti. Il capitalismo è sinonimo di razzismo, e la pianificazione urbanistica è stata utilizzata dalla borghesia italiana, i privati economicamente più forti, per soddisfare i propri interessi e i propri capricci cacciando i ceti meno abbienti dai centri urbani. Oggi è la finanza globale che entra direttamente nella pianificazione locale di alcune città globali, sceglie dove riciclare il danaro, mentre le multinazionali costruiscono i non luoghi e distruggono l’economia locale rendendo le attività sempre più dipendenti al sistema globale (deterritorializzazione). E’ un processo vizioso che distrugge sempre più le opportunità delle generazioni presenti e future. Un sistema stupido e dannoso poiché ha deindustrializzato l’Italia nei settori ove era leader mondiale, e dannoso poiché impoverendo le famiglie, si distrugge il presente e futuro di diverse generazioni, mentre i neolaureati sono costretti a emigrare per inseguire i propri sogni.

Le politiche urbane sono fondamentali per programmare e costruire un eventuale Rinascimento italiano poiché tali strumenti (i piani) localizzano le attività cultuali, sociali, ambientali e industriali nei nostri territori e possono favorire coesione sociale e sviluppo locale, ma è necessario cambiare il paradigma culturale della società. Se l’Italia non ha un’adeguata agenda urbana, è evidente che Governo e Parlamento non svolgono il proprio ruolo, mentre la Costituzione ordina fedeltà alla Repubblica e lo sviluppo di politiche industriali per realizzare l’interesse generale: tutela del patrimonio e dell’ambiente, ricerca e innovazione, costruzione dei diritti, favorire lo sviluppo umano.

Le attuali politiche urbane neoliberali non funzionano per le ragioni prima accennate, allora la risposta alla soluzione: favorire l’occupazione e ridurre la povertà, non è proporre di riempire i vuoti con progetti speculativi, come le ZES copiando l’ASIA, poiché sono gli strumenti delle multinazionali che predano le risorse locali e omogeneizzano i territori privandoli della propria identità. La soluzione è nella direzione opposta e cioè territorializzare. La soluzione è nella nostra identità, nelle nostre specificità, è nella cultura; basta applicare la Costituzione italiana per creare occupazione utile. La soluzione è nella cooperazione fra Comuni dentro i sistemi locali. Ad esempio, costruendo programmi, piani, e progetti di bioregioni urbane per l’ambito territoriale, e in rigenerazioni bioeconomiche in ambito attuativo, cittadino. C’è la necessità di fare manutenzione dell’intero patrimonio edilizio esistente e di intervenire nei quartieri per cambiare gli isolati, e la morfologia urbana. Cultura e bellezza sono i principi che dovremmo applicare. Basterebbe introdurre la democrazia, favorendo processi di pianificazione partecipata coinvolgendo i cittadini al processo decisionale della politica, e chiedere loro di riempire i vuoti creati dalla disurbanizzazione e cioè dalla fine del capitalismo industriale nelle città. Molti esempi sono presenti in Europa, in tutte quelle città dove gli amministratori hanno saputo raccogliere investimenti privati non per speculare, ma favorire l’agglomerazione delle attività locali nelle aree da rigenerare. Il problema delle nostre città è la cattiva cultura dei nostri dipendenti eletti, che preferiscono inseguire l’ideologia neoliberale piuttosto che rispondere ai bisogni delle persone e applicare la Costituzione rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e aiutare i ceti meno abbienti, solitamente espulsi dalle città e relegati nelle periferie degradate. Sindaci, Consigli comunali e cittadini possono fermare questa predazione continua se capiscono di dover uscire dalla religione capitalista poiché il territorio non è merce, ma la fonte della nostra vita e rappresenta anche la nostra identità. Le politiche urbane devono ispirarsi alla bioeconomia poiché è l’approccio culturale che ci consente di avviare piani attuativi misurano l’etica delle scelte, e i flussi di energia e di materia. L’impatto sociale delle scelte è più importante degli indici di borsa di un mercato senza morale.

Per misurare e capire l’inefficacia di politiche urbane proposte da un’idea sbagliata di sviluppo, è sufficiente osservare gli indicatori economici (tasso di povertà), quelli socio-demografici (alfabetizzazione, l’aspettativa di vita), gli indicatori ambientali (vulnerabilità e resilienza) e gli indici di sviluppo umano (BES: salute, ambiente, benessere economico, istruzione e formazione, relazioni sociali, paesaggio e patrimonio culturale, qualità dei servizi …). L’ISTAT abbonda di dati.

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L’armatura urbana italiana è notoriamente mutata dal secondo dopo guerra fino a oggi, ed è altrettanto noto che noi italiani, nonostante il patrimonio e la storia dicono diversamente, non siamo più il paese guida per la cultura urbanistica e territoriale, e non tanto per l’assenza di bravi pianificatori ma per l’arroganza dei politici e per l’inciviltà di noi italiani. E’ altrettanto noto che negli anni ’60 gli speculatori privati vinsero il duello sul regime dei suoli, e così ci ritroviamo le aree urbane devastate dalla rendita fondiaria e immobiliare. L’Olanda è senza dubbio il territorio meglio organizzato sotto il profilo territoriale e dal loro esempio possiamo imparare tante cose. Il meridione italiano dovrebbe ispirasi al modello del Randstad Holland, cioè una rete di città costituita da quattro principali centri e poi centri minori, e le funzioni specializzate non si concentrano in un’unica città ma sono divise e ripartite nella rete, i nodi (le città stesse).

Anziché inseguire il modello sbagliato neoliberale che professa la competitività dei territori, sarebbe saggio preferire la cooperazione, rilocalizzare le attività produttive e ridurre lo spazio del mercato per aumentare quello della comunità, privilegiando il sapere locale. Attualmente le nostre aree urbane meridionali soffrono di disordine urbano ereditato dagli anni della speculazione edilizia, di consumo di suolo agricolo, e di abusivismo. Notoriamente c’è carenza di servizi standard, carenza di infrastrutture pubbliche e persino di collegamenti. Affrontare questi vecchi temi secondo il pensiero dominante della crescita significa concorrere alla distruzione del meridione, allora è necessario affrontare i problemi sociali ed economici pensando allo sviluppo umano e non all’aumento della produttività delle merci. Normalmente le città intrattengono con l’esterno scambi di materia, energia, popolazione, beni, servizi e informazioni. L’osservazione e la misura di questi scambi in chiave bioeconomica consente di eliminare gli sprechi e favorire l’impiego di tecnologie più efficienti. Le città meridionali possono essere i nodi di una rete connessa per mostrare la diversità culturale, cioè scambiare la conoscenza e favorire la relazione umana, e per farlo è necessario favorire gli spostamenti di persone potenziando i trasporti pubblici e non privati.

La straordinaria bellezza del meridione, del suo paesaggio, del suo patrimonio e della sua storia rappresentano la base identitaria per costruire un progetto bioeconomico di tutta la rete di città. Spostarsi coi mezzi pubblici e fra le aree urbane, dall’Adriatico al Tirreno passando per lo Ionio può favorire lo sviluppo umano della regione.

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Gli effetti negativi della recessione capitalista – l’implosione del sistema su stesso – e la cattiva organizzazione politica dell’Unione Europea stanno favorendo la disgregazione sociale delle comunità, e stanno aumentando le diseguaglianze a favore dei cosiddetti paesi centrali.

Com’è noto il modello più democratico che esiste in Europa, è fuori dall’UE ed è quello Svizzero. In Svizzera esiste un corretto ambito geografico fra amministrazione e territorio, cioè i Cantoni che corrispondono alle Province italiane, attraverso l’integrazione fra strumenti efficaci di democrazia diretta e rappresentativa, e fiscalità locale e generale ridistribuita ai Cantoni, enti autonomi.

Per rimediare all’aumento dei disordini sociali ed economici prodotti dal pensiero neoliberale, che guida le istituzioni europee, è necessario riscrivere i Trattati, riconoscendo il fatto che i sistemi locali rappresentano la più appropriata geografia politica per stimolare la coesione sociale, e per applicare la bioeconomia. Si tratta di costruire il rescaling delle aggregazioni politiche locali (comuni), e in queste aree funzionali favorire lo sviluppo locale applicando principi di bioeconomia. In buona sostanza non serve “l’Europa delle Regioni” ma l’Europa dei sistemi locali sotto le Province, poiché sono questi gli ambiti territoriali che possono favorire la rilocalizzazione delle attività produttive per ridurre la disoccupazione e risolvere i problemi sociali, economici e programmare la riduzione del rischio sismico e idrogeologico.

L’Unione europea, contrariamente a quanto si professa, non è un’organizzazione democratica ma è un ambito regionale centralizzato sotto il ricatto dei famigerati mercati e di un’élite degenerata. L’UE è la peggiore organizzazione politica che si possa pensare, sia perché gli Stati aderenti all’euro zona cedono la propria sovranità monetaria, e sia perché smettono di produrre politiche industriali virtuose secondo gli interessi generali. Il regime europeo è di tipo finanziario, ignora le leggi della natura e detesta l’auto determinazione dei popoli.

Per favorire un sistema politico efficiente, cioè che risponda ai diritti dell’uomo compatibilmente con le leggi della natura, è necessario copiare i sistemi biologici poiché ricalcano il metodo democratico fondato sul dialogo e sullo scambio reciproco. E così i sistemi locali possono essere ripensati in chiave bioeconomica favorendo interazioni spaziali di complementarietà che valorizzano le risorse e il sapere locale. Per sostenere il potere del popolo (democrazia) è necessario favorire l’auto determinazione e decentrare poteri e funzioni per poi federare i sistemi locali.

Dobbiamo prendere atto che nell’UE il reale rapporto che c’è fra spazio e potere è il controllo dell’élite europea circa gli interessi dei mercati finanziari, che si basa sullo sfruttamento capitalista di un mercato europeo di circa 500 milioni di persone costrette a comprare le merci delle multinazionali. Tutto il resto, cioè libertà, diritti umani, civili e politici e altro, è accessorio o d’intralcio. L’inganno del sistema politico europeo non si limita ad aver tolto sovranità agli Stati, ma ha contribuito a far credere e legittimare forme elettorali rappresentative dove gli eletti non hanno gli strumenti per governare i territori e non decidono sul destino dei popoli (deterritorializzazione). I cittadini italiani, eleggendo direttamente i propri Sindaci credono che costoro possano fare politica quando nella realtà essi sono solo amministratori. Il reale potere è nei contratti giuridici delle SpA locali che gestiscono i servizi pubblici. Inoltre sappiamo bene che i parlamentari sono nominati, e non sono mai stati scelti direttamente dai cittadini. Infine, le direttive europee sono scritte da tecnocrati (Commissione e Consiglio) mentre il Parlamento europeo non ha il potere esclusivo di promulgare le leggi. L’UE rappresenta un’oligarchia di poteri (MES) e professa la rifeudalizzazione della società; l’élite professa la competitività e la crescita continua (accumulo di capitale), ma la natura non compete resta in equilibrio e ricicla, la natura non accumula capitale e dona l’energia poiché è gratis. Secondo la religione neoliberale la globalizzazione deve favorire le multinazionali che predano le risorse locali.

Cambiando la natura giuridica dello strumento monetario a favore della teoria endogena, e federando i sistemi locali applicando la bioeconomia, accade che mutano le relazioni spaziali poiché si rafforza l’interesse delle comunità e l’economia reale dei territori. E’ in questo modo che si favorisce una politica di coesione sociale e si crea occupazione utile. Un primo passo concreto è la sperimentazione di bioregioni urbane nei sistemi locali e la riorganizzazione delle competenze territoriali dove un ufficio di piano progetta il piano urbanistico intercomunale bioeconomico. Il cambiamento dei rapporti di potere a favore dell’auto determinazione e degli interessi locali avviene proprio attraverso il progetto che prevede processi di riappropriazione e uso razionale delle risorse (rigenerazione urbana, cibo, energia, acqua, trasporti, cultura, connettività).

La politica di globalizzazione neoliberale dell’UE deterritorializza e distrugge l’economia reale locale, invece una politica bioeconomica territorializza e favorisce l’economia reale locale creando occupazione utile.

Per avere un’idea verosimile del peso economico, e cioè degli investimenti necessari solo in Italia è sufficiente ricordare che il Governo stesso nel 2011, solo per intervenire sulla riduzione del rischio idrogeologico, stimò circa 40 miliardi di euro. Intervenire nelle 26 città in contrazione servirebbero circa 56 miliardi (stima a ribasso) per rigenerare i quartieri di edilizia moderna (il famigerato boom economico). Per la prevenzione del rischio sismico, nel 2013 gli ingegneri hanno stimato 93,7 miliardi per le case di tutti gli italiani, mentre l’Oice ha stimato 36 miliardi per interventi di adeguamento. Restando nel piano ideologico dell’economia del debito non ci saranno questi investimenti, basti osservare gli spiccioli a debito del famigerato piano Junker, ed è necessario, non solo ripristinare la sovranità, ma uscire dalla religione della crescita, poiché gli investimenti che servono alla specie umana non necessariamente creano un ritorno economico per gli investitori. La moneta dovrà essere a credito.

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