Gli aspetti energetici


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.5.5     Gli aspetti energetici

La storia insegna che l’umanità ha saputo realizzare un ottimo equilibrio fra città, abitanti e ambiente, un equilibrio durato circa sei millenni fino alla prima rivoluzione industriale, cioè fino alle metà del XVIII secolo. Le innovazioni tecnologiche delle rivoluzioni industriali sono dipese dalle fonti energetiche fossili (carbone, petrolio e gas) determinando una dipendenza delle comunità dalle stesse. Queste innovazioni hanno stimolato l’aumento della popolazione nelle città e un aumento dell’inquinamento atmosferico[1], inquinamento delle acque potabili e dei suoli prodotto dagli scarti di queste tecnologie, poiché non biocompatibili.

Grazie alle innovazioni tecnologiche in poco meno di 200 anni le città sono transitate dalle fonti rinnovabili alle fonti fossili tramite le reti del gas. Carbone e carbonella furono sostituite dal gas, si diffuse la rete elettrica e le automobili sostituirono i cavalli, poi nacquero i sistemi di trasporto pubblici. All’inizio del secolo scorso si costruirono reti fognarie, reti idriche e sistemi di raccolta dei rifiuti urbani. Si stima che l’umanità abbia raggiunto il primo miliardo di abitanti intorno al 1830 impiegando due milioni di anni, il secondo miliardo è stato raggiunto nel 1930, mentre si è giunti a sei miliardi nel 1999. Un’altra teoria calcola che dodicimila anni fa, quando nacque l’era agricola, la popolazione mondiale era stimata in circa 10 milioni di abitanti, con l’avvento dell’era cristiana si arrivò a 250 milioni ed alla fine del XVIII secolo si sfiorava il miliardo di abitanti. Con l’accelerazione post industriale, dal 1950 al 2000, si passò da 2,5 a 6,1 miliardi di abitanti[2].

All’esplosione demografica ha corrisposto un aumento dei consumi e la crescita illimitata anche di merci inutili. L’onnipotenza di tale sviluppo è prodotta dalla sinergia tra l’innovazione permanente della tecnoscienza, la globalizzazione mercatista e la pervasività mondiale della finanza, senza frontiera, anonima e on-line. Essa è giunta a un supersfruttamento biotech della terra al punto da distruggere un terzo dei prodotti annuali; e una sterminata produzione di merci che invade ogni angolo del globo[3].

Oltre a questi aspetti di carattere culturale, politico ed economico, chiamiamoli storici e generali, è necessario ricordare le implicazioni tecnologiche, in senso stretto, dell’attività di pianificazione poiché essa regolamenta e incentiva il consumo di risorse attraverso l’attività edile e specificatamente «l’industria del calcestruzzo si è trovata negli ultimi decenni a dover rispondere, a livello mondiale, a una crescente domanda di infrastrutture. La produzione del cemento a partire dalla seconda metà del XX secolo ha registrato un rapido aumento, giustificato anche dalla fase di ricostruzione che ha caratterizzato gli anni del dopo guerra. Nel 2010 la produzione mondiale è stata di 3300 milioni di tonnellate, di cui 1870 in Cina, 210 in India, 190 nell’Unione europea e 65 negli Stati uniti»[4]. «Facendo riferimento al procedimento di produzione del cemento e alle tecnologie tradizionali di produzione, si può formulare un bilancio, sia pur approssimato e indicativo, delle risorse consumate. Poiché il gesso è presente in percentuale pari al 5%, 1000 kg di cemento porland equivalgono a 950 kg di clinker e a 50 kg di gesso. Per produrre tale quantità di cemento occorre partire da circa 1500 kg di materie prime. La quantità di combustibile necessaria per il processo di combustione dipende dal consumo specifico di un forno e dal potere colorifero del combustibile stesso. A seconda della tecnologie utilizzate, il consumo specifico di un forno per la produzione di clinker varia indicativamente tra 2,9 e 4,0 MJ/kgclinker»[5].

Oltre agli effetti produttivi della pianificazione, vi sono anche gli aspetti sociologici riguardanti lo stile di vita e il costume sociale poiché la combinazione interattiva del telefono, della televisione-radio e del computer, ha innescato un impetuoso sviluppo innovativo con l’avvento della comunicazione via cavo e satellite e dei computer intelligenti. Alla telematica industriale, al telelavoro, alla telematica bancaria, alcune delle ricerche più recenti fanno seguire applicazioni riferite anche alla telematizzazione delle condizioni abitative. E’ in quest’ottica che nel 1991, in America, l’associazione dei fabbricanti di abitazioni presenta sul mercato il concetto di casa intelligente (smart house) e di intelligent building per controllare l’ambiente, il riscaldamento, il condizionamento, la ventilazione, l’illuminazione, l’energia elettrica, la sicurezza, le comunicazioni, e la gestione informatica[6]. Dall’edificio intelligente si passa alla città intelligente, cioè una città cablata; entrando nel merito di questo passaggio il compito degli urbanisti e degli architetti è quello di «impedire l’uso non corretto del progresso tecnologico che attiva, assai spesso, soltanto la civiltà dei consumi più che contribuire allo sviluppo di strumenti, teorici e metodologici, di valutazione e di controllo della domanda»[7].

Com’è noto dall’economia ortodossa, i fattori della produzione sono quattro: lavoro, organizzazione, natura e capitale. Nonostante l’esistenza dei principi della termodinamica (entropia, Sadi Carnot, 1824) l’economia ortodossa ignora le leggi della fisica generando “disfunzioni” fra natura, lavoro e capitale. Pjotr Kropotkin in un importante testo Campi, fabbriche e botteghe del 1898 aveva «intuito che la duttilità e l’adattabilità delle comunicazioni e dell’energia elettrica, unite alle possibilità di un’agricoltura intensiva e biodinamica, aveva posto le basi di un’evoluzione urbana più decentrata da svolgersi attraverso piccole comunità basate sul contatto umano diretto e provviste dei vantaggi della città oltre che di quelli della campagna. Kropotkin si rese conto che i mezzi di trasporto e di comunicazione, uniti alla possibilità di trasmettere energia elettrica attraverso una rete e non mediante una linea unidimensionale, mettevano la piccola comunità sullo stesso piano della super congestionata metropoli per quanto concerneva la disponibilità delle attrezzature tecniche essenziali»[8]. Le odierne tecnologie sono in grado di mettere in pratica le intuizioni di Kropotkin, non più grandi centrali per distribuire energia, ma una rete con piccolissime centrali distribuite sul territorio, tant’è che anche i programmi politici mirano alla creazione delle cosiddette reti intelligenti, smart grid, che scambiano i flussi energetici prodotti tramite fonti alternative agli idrocarburi (solare, mini eolico, mini idroelettrico, geotermico), e dotate di sistemi di stoccaggio dei surplus energetici al fine di rilasciare energia elettrica quando richiesta.

Nel 1921 il chimico Frederick Soddy pubblicò Economia cartesiana spiegando la relazione scientifica fra economia, flussi di energia e ricchezza; nel 1971 Nicholas Georgescu-Roegen pubblicò The entropy law and the economic process ponendo le basi per la bioeconomia, e l’anno successivo, nel 1972, andò in stampa la pubblicazione Limits to growth che aprì ufficialmente il dibattito circa i limiti della crescita. La pubblicazione delle ricerche di Georgescu-Roegen ha contribuito a dimostrare la fallacia delle teorie ortodosse dei neoclassici, perché è del tutto inevitabile che la funzione della produzione neoclassica contribuisca a distruggere valore (materia, natura) poiché non tiene conto dell’entropia insita nei processi di input ed output. Georgescu-Roegen dimostrò che l’economia, ignorando l’entropia, consente che lavoro, organizzazione e natura – tre fattori della produzione – diventano infinitamente piccoli; si tratta di un gioco di prestigio, mentre il capitale diventa infinitamente grande. Basti osservare che nei bilanci delle imprese non si misurano le esternalizzazioni negative e tanto meno gli impatti sociali, ma il fondamento dell’economia è la mercificazione di tutto, pertanto anche contabilizzando gli impatti ambientali e sociali, forse si ridurrebbe qualcosa ma non le scelte che sono a monte dei processi decisionali.

Ripensando le trasformazioni in termini bioeconomici (cioè riconoscendo il fatto che non è possibile un sistema di crescita continua) è possibile ridurre drasticamente gli sprechi prodotti dal sistema input output, e riutilizzarli in un successivo processo di trasformazione, evitando di attingere alle risorse finite del pianeta[9].

Dal punto di vista del governo del territorio è necessario riconoscere che il suolo, essendo una risorsa finita, va tutelato e vincolato attraverso un’innovazione culturale, cioè sottrarlo dalle logiche di mercato e pensare in termini biologici e termodinamici, non più in termini economici. Dal punto di vista della sostenibilità il nuovo paradigma «mette in discussione la concezione dell’attuale modello di sviluppo economico. La società sostenibile misurerà i propri sforzi tenendo conto di un bilancio tra consumi e input di energia (materie prime, capitale naturale) e consumando il meno possibile il capitale naturale o addirittura non intaccandolo affatto. Viene scisso il concetto di sviluppo da quello di crescita»[10].

In ambito urbano un contributo all’approccio olistico viene fornito dalle analisi di John Tillman Lyle e Christopher Alexander. Secondo Lyle la città è un organismo basato sui flussi di energia e individua alcuni elementi invarianti come il cibo, l’acqua ed i residui solidi e liquidi della città e poiché attraversano l’insediamento vanno pensati nel loro insieme. Lyle propone un regenerative design per la progettazione sostenibile degli insediamenti superando l’approccio deterministico cartesiano guardando a un approccio ecosistemico basato sulle opportunità delle nuove tecnologie. Lyle suggerisce di copiare i sistemi ecologici ponendo attenzione ai processi di trasformazione, distribuzione, filtraggio, assimilazione e immagazzinamento[11]. Si tratta di studiare e riprogettare secondo i processi sopra elencati affinché siano di pieno supporto alle attività umane gestendo al meglio i caratteri naturali della Terra, e per fare questo c’è bisogno di molta più sapienza rispetto al passato. Ricostruire nuovi ecosistemi lavorando con le materie e con le energie (i flussi energetici che si trasformano nelle mille forme possibili, dall’energia raggiante del sole all’energia cinetica del vento, dall’energia di scorrimento delle acque all’energia sedimentata nei materiali biologici) significa avere a disposizione una quantità infinità di opportunità che possono essere ricombinate con molta più libertà[12], e per fare questo avremo bisogno di maggiore creatività rispetto al periodo industriale, «una più profonda capacità inventiva, una più acuta capacità di comprensione dei fenomeni naturali, una più vasta attitudine a tessere relazioni nei materiali e nei processi dinamici»[13].

Christopher Alexander propone di individuare una concezione più ampia della vita in cui ogni cosa ha un proprio grado di vita (degree of life) e pertanto invita a riflettere circa il modo di vedere e di riflettere. Ad esempio egli suggerisce di fare attenzione al fatto che «la bellezza di una costruzione possa nascere dal modo in cui tutte le singole parti collaborano tra loro e facciano parte di un continuum esteso e indiviso. Per Alexander è possibile definire questa wholeness (interezza) di una data situazione con un preciso linguaggio: la wholeness può essere definita esattamente come una structure e tale struttura può essere descritta in termini matematici. L’idea di base è che la wholeness sia la struttura che, in qualsiasi porzione dello spazio, dà coerenza alle varie entità che esistono e svela come queste siano annidate e sovrapposte l’un l’altra. Queste entità sono dette da Alexander centri»[14]. Le parti non possono essere valutate da sole poiché connesse fra loro, contrariamente a quanto accade nella visione meccanicistica. Secondo Alexander questa struttura esiste in tutto il mondo e caratterizza la natura, le costruzioni, e le opere d’arte.

Dal punto di vista dei tessuti urbani e degli organismi edilizi «la tipologia edilizia presente in molte città d’Italia di formazione indo-europea e romana, è costituita dalla “casa corte” italica come interpretazione locale della domus romana. Essa articola i suoi volumi edilizi intorno a due sistemi fondamentali: il primo, atrium, spazio aperto più architettonico e concluso, con funzione anche di impluvium per la raccolta d’acqua; il secondo, peristilium, spazio più grande, a giardino ed orto. Tali sistemi sono non solo la risposta più consona a condizioni di aggregazione urbana compatta tale quale si presente in molte città ad alta densità abitativa, ma sono anche i luoghi per un migliore ed efficiente equilibrio bioclimatico ove sono situate le superfici e le coperture maggiormente soleggiate, ove ventilazione e illuminazione naturale vengono garantite nei limiti del mantenimento della dimensione degli spazi aperti»[15].

Dal punto di visto del comfort ambientale «la vitalità degli spazi aperti dipende molto dalle prestazioni ambientali in termini di protezione dalla radiazione solare e termica, mitigazione delle temperature, protezione dai venti e dai rumori. Gli usi reali degli spazi aperti sono l’effetto di interazioni fra fattori umani, spaziali e sociali. Il comportamento degli utenti è il fattore essenziale nel determinare la vitalità degli spazi urbani, perché ne definiscono le modalità d’uso»[16]. Le attività secondo Jan Gehl possono essere categorizzate in necessarie, volontarie e sociali. Le attività necessarie sono «azioni più o meno indispensabili o obbligatorie, quali l’andare a scuola o al lavoro, o fare la spesa, aspettare l’autobus o una persona, sbrigare commissioni …»; le attività volontarie sono quelle ove ci si decida solo se lo si desidera e se il tempo e luogo lo consentono; mentre le attività sociali dipendono dalla presenza di altre persone nello stesso luogo, ad esempio il gioco dei bambini o lo scambio di convenevoli, una conversazione, oppure ascoltare gli altri. Secondo Gehl il livello di svolgimento delle attività dipende dalla qualità ambientale dello spazio, se povera si svolgono in prevalenza le attività necessarie, poi quelle sociali ed in fine quelle volontarie; se invece la qualità ambientale è buona, accade che le persone svolgono in prevalenza le attività volontarie, poi quelle necessarie ed in fine quelle sociali. Ciò significa che una buona progettazione dello spazio pubblico consente lo sviluppo di due attività importanti: volontarie e sociali[17].

Dal punto di vista dell’uso razionale dell’energia è importante ridurre la domanda energetica da fonte fossile (petrolio e gas) sia per ridurre l’impatto ambientale e sia perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’uso di nuove tecnologie. Gli edifici[18] sono sistemi termotecnici e quelli che non disperdono energia, facendoci stare bene anche d’estate, sono i migliori (comfort)[19]. I materiali hanno caratteristiche termofisiche e per farsi un’idea corretta è sufficiente conoscere queste peculiarità[20]: conduzione, convezione, irraggiamento. Un edificio che disperde energia termica produce un costo/spreco, e questo può rappresentare la base economica per finanziare la ristrutturazione edilizia. È il tipico ragionamento economico-finanziario delle ESCo (Energy Service Company) che realizzano profitti tramite progetti finalizzati all’efficienza energetica e l’uso degli incentivi per l’utilizzo delle fonti alternative. I cittadini potrebbero avviare una ESCo, tramite la banca locale, e finanziare la ristrutturazione edilizia dei volumi esistenti con l’obiettivo di realizzare una rete intelligente (smart grid)[21]. In questo modo diventeranno produttori e consumatori (prosumer) di energia, ma soprattutto liberi e indipendenti dalle attuali società che gestiscono i servizi energetici. L’atteggiamento appena descritto si può tradurre concretamente promuovendo cooperative edilizie ad hoc (iniziativa privata), e già esistono esempi progettuali di questo tipo che stanno rigenerando interi quartieri migliorando la qualità di vita.

Troviamo il concetto di prosumer nella proposta progettuale del 1947 Communitas 2 dei fratelli Goodman ove si propose di realizzare unità piccole autosufficienti e una «riorganizzazione del lavoro che richiede, conseguentemente, una riorganizzazione degli spazi legati alla produzione e all’abitazione. Questa nuova configurazione si basa su una serie di determinazioni fra cui quella di restituire certe parti della produzione a case-officina o vicino a casa e quella di introdurre il lavoro domestico e certi rapporti familiari produttivi nello stile e nella relazione dell’economia in senso più vasto»[22].

«Nel 1970 Paolo Soleri inizia la costruzione di Arcosanti, creando un habitat basato su due ordini di valori: il rispetto religioso della natura, della biodiversità esistenziale; e l’affermazione di uno stile di vita frugale, antitetico alla compulsione consumista e alla invivibilità della metropoli»[23].

Oggi i progettisti hanno a disposizione dispositivi in grado di effettuare una diagnostica completa circa gli sprechi energetici, e questo consente di avviare più facilmente «un’innovazione che comporta una radicale trasformazione dei principi su cui si fondano le prime tre grandi rivoluzioni industriali e il passaggio a una quarta fase, equiparata da alcuni ad un periodo di envelopment (decrescita), per distinguerla dalle tradizionali forme di development, ossia sviluppo. Lungi dall’essere un vano appello a sovvertire il corso dell’evoluzione fin qui storicamente data, l’envelopment è l’arte della decrescita creativa, e consiste nel prendere di mira, smantellare, e quindi eliminare, i mali più debilitanti del progresso, per garantire una maggiore sicurezza e autonomia a metropoli, città, paesi e insediamenti urbani e aree antropizzate in tutto il mondo»[24].

Le città possono essere viste come sistemi metabolici, e valutando questi sistemi complessi è possibile individuare lo spreco di risorse (carrying capacity: capacità del pianeta di sostenere e/o supportare la popolazione) che riduce le opportuntià delle future generazioni di poter godere delle medesime risorse, poiché gli attuali stili vita sono troppo energivori. La società capitalista supera le capacità di auto produzione degli ecosistemi, invece in un sistema sostenibile la velocità di prelievo delle risorse deve essere pari alla rigenerazione, e la velocità di produzione delle esternalità dovrebbe essere eguale alla capacità di assorbimento. In molti casi le esternalità negative generate dall’industria non sono affatto compatibili con gli ecosistemi generando inquinamenti irreversibili, ed il costo del danno non viene considerato nei bilanci economici, di fatto manipolando la convenienza economica di merci, piani e progetti. Invece mirando alla sostenibilità forte e pensando alle città come sistemi metabolici è possibile fare una stima dello stock di risorse e ripensare tutti i sistemi urbani che sprecano risorse: la città diffusa dello sprawl, l’automobile col motore a scoppio, l’uso di energia fossile e l’agrindustria.

ciclo vita territorio Torricelli
Ciclo vita di un territorio, fonte immagine Maria Chiara Torricelli, ES-LCA e patrimonio naturale, 2015.

Il concetto di metabolismo urbano ha consentito di affinare il concetto di ciclo di vita[25] (Life Cycle Assessment, LCA) anche per il territorio. Il ciclo di vita per il territorio può essere definito in uno scenario temporale corrispondente all’ambito di pianificazione, prendendo in considerazione i processi insediativi, il consumo di risorse e i processi di produzione e trasformazione delle merci. Secondo la semplificazione proposta da Torricelli, il ciclo di vita del territorio è un sistema di risorse/prestazioni sociali, economiche e ambientali preesistenti, pianificate ed erogate con i corrispondenti flussi monitorabili nei processi insediativi, di uso e di produzione. In questo approccio è necessario indentificare l’unità di pianificazione e gestione territoriale e poi porre lo scenario individuando le funzioni d’uso (LUF) e gli indicatori prestazionali[26]. Secondo lo scrivente l’ambito territoriale ideale è quello dei sistemi locali.

Attraverso il Geographic Information System (GIS) è possibile creare una banca data dei tessuti edilizi e urbani con i relativi consumi energetici[27] e lo stato di conservazione degli edifici. Le informazioni possono essere utilizzate per monitorare i consumi in tempo reale e raggiungere un alto livello di consapevolezza dell’uso delle risorse attraverso la condivisione degli usi a mezzo internet per ogni singola utenza/alloggio[28].

Oggi possiamo realizzare sistemi di mobilità intelligente che transitano dal modello petrolifero al modello delle fonti energetiche alternative, sia attraverso la riduzioni di merci inutili, sia attraverso la progettazione dello spazio pubblico e sia attraverso l’impiego delle migliori tecnologie. Una delle facce della complessità del sistema metabolico è senza dubbio lo stile di vita determinato dalla cultura degli individui. Ad esempio, la riduzione delle automobili circolanti dipende dall’insieme delle scelte individuali degli abitanti che dovrebbero cogliere l’opportunità di scegliere per la mobilità pubblica e l’uso di bici pedelec (pedalata assistita), piuttosto che il mezzo privato automobilistico che inquina l’ambiente urbano e occupa inutilmente lo spazio che potrebbe essere usato dai pedoni. In tal senso una corretta progettazione e distribuzione dei servizi spingerebbe gli abitanti a spostarsi a piedi o in bici piuttosto che in auto. «Le auto occupano quasi il 90% della superficie stradale, praticamente monopolizzando lo spazio che un tempo era ripartito tra pedoni, biciclette, mezzi pubblici. Si è calcolato che un pedone occupa in sosta 0,3 mq, in bici 1,5 mq, in autobus 1 mq, o in automobile 8 mq. In movimento una persona in auto occupa dieci volte lo spazio che occuperebbe se si muovesse con un mezzo pubblico. Ivan Illich, è per molti ancora un non dimenticato grande maestro, ricordava come si possono parcheggiare diciotto biciclette al posto di un auto. Pensare che nuove generazioni di auto, per esempio quelle elettriche, risolveranno i problemi della mobilità urbana è una pura utopia: al massimo saranno i livelli di inquinamento ad abbattersi mentre tutti gli altri problemi resteranno insoluti»[29].

Anche la cancellazione dei rifiuti urbani è il frutto di un rinnovato approccio al sistema metabolico delle città. Antoine-Laurent de Lavoisier ha insegnato il principio di conservazione della massa, e così se nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, è del tutto ragionevole cancellare gli errori di progettazione che generano gli scarti (inquinamento atmosferico e dei suoli) cioè i rifiuti, poiché la natura non produce rifiuti, ma l’industria si. Una progettazione con regole di eco design prevede che il concetto di rifiuto sia cancellato, affinché ogni risorsa impiegata per produrre una merce possa essere riutilizzata[30], se uno scarto finisce in discarica o viene incenerito questo produce un ulteriore aumento dell’inquinamento, aumentando i rischi sanitari. Gli abitanti delle città, dunque, dovranno ridurre la domanda delle merci inutili, aumentare le auto produzioni (cibo ed energia), aumentare il consumo di risorse locali (cibo), ed in fine stoccare le eccedenze in loco generando delle “miniere urbane” pronte per il riuso e il riutilizzo[31].

Secondo il protocollo di AUDIS la matrice della qualità urbana indica come obiettivo generale quello di avvicinare la città al consumo zero di energie inquinanti (da consumatrice a produttrice di energia). Gli obiettivi operativi sono: 1) che il progetto utilizzi le tecnologie più avanzate per il contenimento dei consumi energetici, mettendole in relazione con il linguaggio architettonico; 2) che il progetto adotti sistemi passivi per il risparmio, tecnologie innovative per l’efficienza e fonti rinnovabili per la produzione di energia; 3) che il progetto garantisca salubrità e benessere attraverso l’applicazione dei principi della bio-climatica e della bio-architettura.

Dal 1972 quando si svolse la conferenza ONU Ambiente e Sviluppo, sino al settimo programma di azione ambientale, troviamo la nascita e la sperimentazione di numerosi indicatori che consentono di migliorare il processo decisionale politico al fine avere ambienti urbani più sani e più sicuri. La maggiore consapevolezza circa l’uso razionale delle risorse propone protocolli per misurare la sostenibilità urbana, si tratta di strumenti nazionali e internazionali: Indicatori Comuni Europei[32]; Healthy city: progetto città sane[33]; Active city; Urban Audit; LEED for neighbourhood development; Sustainable building Tool – SBTool; protocollo ITACA; Local quality of life indicators; Ecosistema metropolitano; Progetto SISTeR[34].

flussi sostanze edificio
I flussi di sostanze in input e output dell’edificio, fonte immagine: Monticelli, 2013.
metodo LCD
Metodo di applicazione del LCD, fonte immagine: Monticelli, 2013.

“Cittalia Fondazione Anci[35] Ricerche” pubblica un volume dal titolo Smart cities nel mondo. Il documento raccoglie alcune esperienze di Comuni che hanno programmato obiettivi per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi e consentire ai cittadini di sfruttare le fonti energetiche alternative. Amsterdam (767.849 abitanti, nel 2010) a partire dal 2009 promuove il programma West Orange che punta a migliorare la consapevolezza dei consumi energetici privati da parte dei cittadini attraverso un display collegato ai rilevatori digitali dei consumi e questo processo ha favorito un risparmio dei consumi (gas ed energia elettrica) fino al 14%. Paredes (85.428 ab.), in Portogallo, punta alla connettività dei sistemi e dei servizi attraverso il sensor network technology, l’Xtreme construction e l’Urban operating system che costituiscono un sistema di raccolta delle informazioni utilizzate dal sistema operativo urbano. Aarhus (298.409 ab.) sviluppa un sistema di partecipazione per definire strategia di sviluppo nei diversi quartieri attraverso la condivisione delle informazioni e favorisce la nascita d’imprese capace di mettere le nuove tecnologie a servizio della comunità. Curitiba (1.851.215 ab.), capitale dello Stato brasiliano del Paranà, è dotata del più diffuso strumento di mobilità pubblica con 1.175.000 passeggeri ogni girono, e la recente progettazione dei mezzi ha ridotto del 40% i consumi energetici. Seattle (602.000 ab.) ha investito nel risparmio energetico 214 milioni di dollari prevedendo un ritorno di 121 milioni per i cittadini e un guadagno di 169 milioni per le aziende e la creazione di 6 o 12 posti di lavoro per ogni milione investito; fra le strategie adottate per favorire l’efficienza energetica c’è l’Home Energy Audit che consente di ottenere una spesa calmierata a un’assistenza tecnica a domicilio. Gent (246.719 ab.), capoluogo delle Fiandre, persegue l’obiettivo di favorire la partecipazione dei cittadini nella realizzazione di progetti innovativi per lo sviluppo digitale della città e nell’attuazione di politiche green per la riduzione delle emissioni urbane. L’Amministrazione ha promosso la condivisione dell’opinione di cittadini e imprese attraverso internet volta a definire progetti concreti da realizzare in città. Tallin (414.752 ab. nel 2011) punta sull’uso delle tecnologie per migliorare la qualità di vita degli abitanti. Il progetto ID-ticketing system lanciato nell’agosto 2005 incentiva l’uso del trasporto pubblico contro la congestione. Il sistema funziona tramite carte digitali che consentono la chiamata dal cellulare e la personalizzazione della tariffa rispetto all’uso dei mezzi pubblici. La pubblicazione Smart cities nel mondo di “Cittalia Fondazione Anci Ricerche” rientra nella tipologia di studi prodotti per i decisori politici, che non riescono a migliorare le città esistenti, in quanto come direbbe l’antropologa Unni Wikan, non mettono in evidenza le relazioni e l’identità dei luoghi che sono frutto delle culture locali. Le nuove tecnologie ignorano completamente le caratteristiche tipiche delle città e degli abitanti, cioè la fisicità delle piazze e la fisicità delle persone stesse. I cambiamenti non avvengono “on line” ma nelle piazze[36].

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] Lima, Per un’architettura come ecologia umana, Milano, 2010.
[2] Lima, Op. cit. , 2010.
[3] Manifesto UIA, 2010.
[4] Bertolini, Materiali da costruzione. Volume II, Novara, 2012, pag. 450.
[5] Bertolini, Op. cit. ,  2012, pag. 452.
[6] Gangemi, Cultura e impegno progettuale, Milano, 1992.
[7] Ruffilli, “Gli edifici nell’era della telematica”, in V. Gangemi, Cultura e impegno progettuale, Milano, 1992.
[8] Mumford, Op. cit. , 2002, pag. 637.
[9] Georgescu-Roegen, Op. cit. , 2003.
[10] Albrecht, “Metodo della pianificazione urbanistica. Disegno urbano sostenibile”, in L. Benevolo, Il nuovo manuale dell’urbanistica, Roma, 2009, pag. B4.
[11] Lyle, Op. cit. , 1994.
[12] Saragosa, Op. cit. ,. 2011.
[13] Ivi, pag. 318.
[14] Ivi, pag. 327.
[15] Sartogo, “Città solari tra passato e futuro”, in A. Lima, Per un’archiettura come ecologia umana, Milano, 2010, pag. 220.
[16] Dessì, Op. cit. , 2007, pag. 13.
[17] Ibidem.
[18] Nell’ottobre del 2014 sono approvate e pubblicate definitivamente le norme UNI TS 11300, “determinazione del fabbisogno di energia termica dell’edificio per la climatizzazione estiva ed invernale”, che aggiornano e sostituiscono le procedure di calcolo sul risparmio energetico iniziate con l’introduzione della legge 10/91.
[19] Legge 90/2013 per il miglioramento della prestazione energetica degli edifici. La Legge introduce modifiche sostanziali al Decreto Legislativo 192/2005, al fine di adeguarlo alla Direttiva 2010/31/UE. Tra le principali novità introdotte, che saranno successivamente oggetto di specifici decreti attuativi di carattere tecnico, si segnalano: • Edificio ad energia quasi zero (Nearly Zero Energy Building – NZEB). La legge definisce il concetto di confine del sistema, l’energia prodotta in situ (energia prodotta o prelevata all’interno del confine del sistema) ed il livello ottimale in funzione dei costi. A partire dal 1° gennaio 2019 gli edifici di nuova costruzione di proprietà pubblica o occupati dalla Pubblica Amministrazione dovranno essere NZEB; tutti gli altri edifici nuovi dovranno rispettare tale requisito dal 1° gennaio 2021.  • Metodologia di calcolo relativa alla prestazione energetica degli edifici: essa viene aggiornata in riferimento alle Norme UNI TS 11300 (parti da 1 a 4) e alla Raccomandazione 14 del Comitato Termotecnico Italiano (CTI). • Requisiti minimi di prestazione energetica. Saranno definiti in base alle valutazioni tecniche ed economiche derivanti dall’applicazione di una metodologia comparativa e aggiornati ogni 5 anni secondo i seguenti criteri: I requisiti minimi rispettano le valutazioni tecniche ed economiche di convenienza, fondate sull’analisi costi benefici del ciclo di vita economico degli edifici. Per le nuove costruzioni e le ristrutturazioni importanti, i requisiti sono determinati con l’utilizzo di un “edificio di riferimento”, in funzione della tipologia edilizia e della fascia climatica. Per il rispetto della qualità energetica prescritta sono previsti parametri specifici del fabbricato (indici di prestazione termica e di trasmittanze) e parametri complessivi (indici di prestazione energetica globale, espressi sia in energia primaria totale che in energia primaria non rinnovabile). • Attestato di Prestazione Energetica (APE). La Legge introduce l’obbligo per chi vende o affitta un immobile di allegare l’APE al contratto, contenente una serie di informazioni e indicatori, tra cui: Prestazione energetica globale dell’edificio sia in termini di energia primaria totale che di energia primaria non rinnovabile, attraverso i rispettivi indici. Classe energetica determinata attraverso l’indice di prestazione energetica globale dell’edificio, espresso in energia primaria non rinnovabile. Requisiti minimi di efficienza energetica vigenti a norma di legge. Emissioni di anidride carbonica. Energia esportata. Raccomandazioni per il miglioramento dell’efficienza energetica dell’edificio con le proposte degli interventi più significativi ed economicamente convenienti. Informazioni quali diagnosi e incentivi di carattere finanziario. (Fonte: ENEA, Rapporto Annuale Efficienza Energetica 2015).
[20] Prima di tutto bisogna prendere familiarità con la conducibilità termica λ [W/mk] (capacità di un materiale a condurre calore) e questa caratteristica deve essere ben evidenziata. Più la conducibilità di un materiale è bassa e maggiore sarà il vostro risparmio. La resistenza termica s/λ [m2K/W] e in fine bisogna conoscere la trasmittanza termica U=1/RT [W/m2K]. Ad esempio, le case certificate come CasaClima Oro hanno U < 0,15 W/m2K sia per la parete esterna, sia per il tetto e Uw ≤ 0,80 W/m2K per i serramenti. Solitamente, dopo una diagnosi energetica utile a rilevare dispersioni lungo i “ponti termici” (nodi strutturali, finestre …) i progettisti intervengono con materiale coibente e con infissi migliori per ridurre la domanda di energia termica (gas metano) e poi integrano la domanda di energia elettrica con l’impiego di un mix tecnologico rispetto alle risorse locali (sole, vento, acqua, geotermico).
[21]  de Santoli, Le comunità dell’energia, Macerata, 2011.
[22] Saragosa,  Op. cit. , 2011, pag.243.
[23] Loris Rossi, “Verso una nuova frontiera eco-metropolitana”, in A. Lima, Op. cit. , 2010, pag. 246.
[24] Droege, La città rinnovabile, Milano, 2008, pag. 32.
[25] «Un approccio di tipo Life Cycle alla valutazione della sostenibilità dello sviluppo di un territorio è finalizzato ad una lettura dinamica delle trasformazioni di un ambiente antropizzato, utilizzando indicatori che ne connotano la evoluzione in rapporto a obiettivi e criteri di sostenibilità. Ma come può essere mutuata dall’approccio LC tradizionalmente riferito alla sostenibilità di prodotti questa “visione” del ciclo di vita? La nozione “dalla culla alla tomba (cradle to grave)” o ancora “dalla culla alla culla (cradle to cradle)”, ovvero il riferimento alla sequenza delle diverse fasi di un processo produttivo, dalle materie prime al fine vita di un prodotto, o al suo riuso/riciclo, non ha significato in rapporto ad un territorio. Il concetto di “ciclo di vita” deve, nel caso di un territorio, essere riferito all’evoluzione del territorio come risorsa, come patrimonio, come sistema di funzioni e prestazioni che si evolvono secondo gli scenari ipotizzati dagli strumenti di governo e di governance, di piano e di gestione. Può essere utile prendere in considerazione l’interpretazione del concetto di “ciclo di vita” che viene data nel settore delle costruzioni (in questo ambito il “prodotto” è un organismo edilizio, un insediamento, una infrastruttura) e in particolare al tavolo CEN TC 350 che ha elaborato le norme europee per il LCA nel settore. Qui il termine life cycle è definito “consecutive and interlinked stages in the life of the object under consideration” 1 (EN 15643-1:2010). Per analogia nel presente studio intenderemo per “ciclo di vita” di un territorio, oggetto di valutazione di sostenibilità ambientale e sociale, le fasi interconnesse nella vita di un territorio, risultanti dalle fasi attraverso cui si attuano i singoli processi, riferiti alle risorse/prestazioni di quel territorio, secondo uno scenario di piano» (Torricelli, ES-LCA e patrimonio naturale, 2015, pag. 59).
[26] Torricelli, Op. Cit., 2015.
[27] In Italia sono 10.491.598 gli edifici per civili abitazioni costruiti prima della 10/91, e sono quelli con le peggiori prestazioni energetiche, su un totale di 12.187.698 di edifici nel 2015.
[28] Buffoli, Op. cit. , 2014.
[29] Fabris, La società della post crescita, Milano, 2010, pag. 300.
[30] McDonough & Braungart, Dalla culla alla culla, Torino, 2003.
[31] Wuppertal Institut, Futuro Sostenibile, Milano, 2008.
[32] Il progetto nasce nel 1999 in Francia e propone diversi indicatori locali: soddisfazione dei cittadini; contributo locale alle emissioni di CO2; mobilità locale e trasporti passeggeri; accessibilità delle aree di verde pubblico e dei servizi locali; qualità dell’aria; spostamenti casa-scuola dei bambini; % di aziende con certificati ambientali; % di persone esposte a inquinamento acustico notturno >55Db; % di aree protette; % di persone che usa prodotti sostenibili; impronta ecologica locale.
[33] Nel 1986 l’OMS avvia il programma Healthy city con tre obiettivi chiave: l’integrazione tra le politiche di gestione diretta della salute e le politiche strategiche che appartengono ad altri settori dell’attività amministrativa; la promozione di uno sviluppo della città fondato sull’equità, sulla sostenibilità e sull’attenzione alla persona, al suo valore e alle sue esigenze; la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche che hanno un effetto concreto sulla loro vita.
[34] Buffoli, Op. cit. , 2014.
[35] Associazione Nazionale Comuni d’Italia.
[36] La Cecla, Op. cit. , 2015.

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