Disuguaglianze territoriali


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.2.1.1       Disuguaglianze territoriali

Secondo il “Forum Disuguaglianze Diversità” in Italia le disuguaglianze[1] hanno una dimensione territoriale[2] precisa che risponde alle politiche economiche[3] oltre che al capitalismo urbano; in particolar modo le disuguaglianze[4] sono aumentate a partire dagli anni ’80 quando si scelse di ridurre le politiche pubbliche per favorire il mercato neoliberista, questo cambio culturale politico ha aumentato povertà e disagi. Sempre secondo il “Forum”, oltre al già noto divario fra Nord e Sud, si aggiunge il divario fra città e territori rurali, cioè le aree interne; e si riscontrano differenze economiche e sociali anche nelle aree urbane, fra quartieri e quartieri[5].

Considerazioni aggiuntive: per quanto riguarda la disuguaglianza per eccellenza, e cioè la famosa questione meridionale, è l’ISTAT che certifica la realtà storica: Regno d’Italia e fascismo crearono la disuguaglianza economica fra Nord e Sud. «Il divario Nord-Sud inizia invece ad allargarsi sul finire dell’Ottocento, allorquando nel Nord-Ovest comincia a prendere corpo il Triangolo industriale. E tuttavia la forbice rimane contenuta, ancora nel corso dell’età giolittiana. È invece negli anni fra le due guerre, dal 1911 al 1951, che il divario Nord-Sud cresce molto. Al 1951, le differenze fra le macro-aree hanno raggiunto l’apice. […] Le differenze fra Sud e Nord – pur se a ritmi alterni, seguendo un processo non sempre lineare – si sono ampliate dall’Unità a oggi. […] La ricchezza si è andata quindi progressivamente concentrando nelle regioni forti del Nord Italia, che attraevano a sé anche il capitale umano» (Emanuele Felice, “Crescita, crisi, divergenza: la disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo”, in ISTAT, La società italiana e le grandi crisi economiche 1929 – 2016, Roma, 2018). Il divario inizia col primo Governo Cavour (Destra storica) ma si acuisce con la XXIII e la XXIV legislatura ove il Parlamento ha una maggioranza liberale, e i governi Giolitti, Salandra, Boselli, Orlando, Nitti e i fascisti, fino all’inizio dell’era democristiana con De Gasperi. «[…] All’atto della costituzione del nuovo Regno, il Mezzogiorno, come abbiam già detto, era il paese che portava minori debiti e più grande ricchezza pubblica sotto tutte le forme. Furono venduti per centinaia di milioni i beni demaniali ed ecclesiastici del Mezzogiorno, e i meridionali, che aveano ricchezza monetaria, fornirono tutte le loro risorse del tesoro, comprando ciò che in fondo era loro; furon fatte grandi emissioni di rendita nella forma più vantaggiosa al Nord; e si spostò interamente l’asse della finanza. […]» (estratto da Francesco Saverio Nitti: “L’Italia all’alba del XX secolo (1901) Discorso Quarto”)

Il Rapporto annuale 2018 dell’ISTAT mostra un’analisi territoriale attraverso il concetto di rete formata da nodi. Nella rete le relazioni sono scambi di persone, merci, beni e servizi; cioè un distretto industriale, manifatturiero o un’area urbana estesa sono connessi fra loro scambiandosi risorse umane, conoscenza e merci. Le politiche urbane e territoriali sono pensate per sviluppare la competitività di questi spazi al fine di concentrare e accumulare capitali in spazi specifici, interni ai Sistemi Locali del Lavoro, ove troviamo anche le aree urbane che sviluppano servizi terziari dell’economia della conoscenza. Queste politiche sono dettate dal sistema delle imprese private che sviluppano legami fra loro al fine di accumulare capitali attraverso l’agglomerazione di servizi e produzioni. Secondo l’ISTAT, la rete italiana ha un alto grado di centralizzazione che comporta un maggiore isolamento dei nodi periferici, cioè il meccanismo competitivo produce disuguaglianze. Il sistema produttivo italiano si concentra sui settori tradizionali (costruzioni, tessile e abbigliamento, altre manifatturiere) e sui comparti meno avanzati dei servizi (commercio, alloggio e ristorazione), esso ha una struttura frammentata e assume una forma di arcipelaghi chiusi di relazioni reciproche, che non facilita una trasmissione ampia e continua di conoscenza e tecnologia. In questo contesto, i Sistemi Locali più produttivi continuano ad accumulare capitali mentre quelli meno produttivi e marginali restano tali, o falliscono. Secondo uno studio degli economisti Rosés e Wolf[6], l’economia della conoscenza tende ad accentrare i migliori capitali umani nella città, cioè si avrà la tendenza a ridurre i distretti produttivi per favorire i grandi centri urbani[7], che necessitano di poche persone molto istruite, e ciò sta creando poli di estrema ricchezza e benessere contro nodi che diventano marginali. L’accentramento continuo di capitali e ricchezza, l’offerta adeguata di servizi e di opportunità di lavoro in determinate aree urbane, comporta le migrazioni interne al Paese a danno dei territori che non reggono questa competizione capitalista. In Italia si osserva una forte contraddizione, nel sistema produttivo vi è una scarsa propensione alla cooperazione per l’innovazione ma c’è una chiara domanda di input innovativi soprattutto fra i fornitori di attrezzature.

La rappresentazione dei cluster territoriali delle produttività mostra in maniera puntale dove si localizza l’offerta di impiego attraverso i Sistemi Locali, e direttamente la distribuzione delle opportunità di lavoro sul territorio nazionale evidenziando le note differenze fra Nord e Sud. Gli effetti sono altrettanto noti: migrazioni dal Sud verso il Nord alla ricerca di un’occupazione e di conseguenza le disuguaglianze economiche fra le due aree del Paese.

Dal punto di vista delle disuguaglianze economiche e della ricchezza, secondo il Forum, «la concentrazione della ricchezza privata ha sempre molteplici cause: alcune connesse a capacità imprenditoriali o propensioni al risparmio, quando esse sono davvero libere di manifestarsi (non dimentichiamo questo “dettaglio”); altre connesse al contesto famigliare e territoriale di nascita, che pesa sulla ricchezza stessa, sul potere e sulle conoscenze. In questa seconda categoria, domina la persistenza delle condizioni di partenza, non giustificabile da argomentazioni relative alla produttività o all’utilità sociale. Svolgono qui un ruolo assai rilevante le eredità ricevute in vita: il fatto di riceverne o no (il 60% circa della popolazione non ne riceve affatto) e la loro entità. Uno studio presentato mostra che chi eredita ha una probabilità assai superiore agli altri di appartenere alle fasce massime di ricchezza. Questa persistenza nella distribuzione della ricchezza, indipendente dalle “tue” capacità e dal “tuo” impegno, fa sì che circa la metà della distanza di ricchezza fra due persone permarrà fra i loro figli, indipendentemente, si intende, dalle loro capacità. E fa sì che al vertice della scala della ricchezza si stia rafforzando un gruppo chiuso di famiglie, con una chiara deriva oligarchica simile a quella del capitalismo di inizio ‘900, o “capitalismo patrimoniale”, come lo definisce Piketty»[8]. Queste disuguaglianze territoriali e sociali suggeriscono una programmazione pubblica per rimuovere questi ostacoli di ordine economico, consentendo a tutti di avere le stesse opportunità di sviluppo umano, progettando servizi adeguati ove mancano. Determinate aree sono state trascurate, sia realizzando investimenti sbagliati e sia non riconoscendo il valore di determinate comunità. In questi territori è necessario programmare investimenti pubblici e privati promuovendo politiche di sviluppo umano, stimolando nuove imprese locali e capacità innovative, cioè creare le condizioni per stimolare il dinamismo economico e finanziario adottando politiche migliori misurando le caratteristiche dei territori. Esistono potenzialità inespresse per l’incapacità di saper valorizzare persone e territori. In Italia, secondo il Forum DD, è accaduto che gli investimenti sono stati limitati dalle élites locali recando danno alle capacità della popolazione, pertanto è necessario incidere su questo aspetto coinvolgendo direttamente le comunità e riducendo l’influenza negativa delle élites locali.

Nel Rapporto ISTAT del 2017 sull’urbanizzazione italiana, l’analisi sui Sistemi Locali si è focalizzata anche sul pendolarismo osservando la diversità dei flussi e delle relazioni, ad esempio fra Milano e Roma. I due centri urbani generano flussi di pendolarismo diversi, Roma è un polo attrattore isolato e non virtuoso, mentre Milano per la molteplicità di attività e funzioni localizzate nelle altre aree urbane vicine, come Como, Bergamo e Busto Arstizio, dà luogo a un’area più complessa con più poli interdipendenti. Questa analisi mostra l’importanza della pianificazione delle attività e delle funzioni da allocare sul territorio, poiché un’eccessiva concentrazione determina affollamento mentre una distribuzione favorisce un sistema di rete che deve essere programmato e gestito.

Un altro aspetto determinante per la pianificazione, e indagato dall’ISTAT, è il tema delle relazioni sociali correlate al cosiddetto valore aggiunto delle reti. Considerando che le reti veicolano risorse, materiali e immateriali, è importante per lo sviluppo umano vivere in luoghi e spazi attrezzati con i servizi necessari, oltre che in centri che creano opportunità di lavoro, in altri termini, sono fondamentali le opportunità di relazione in base alla varietà e alla ricchezza sociale e culturale all’interno del proprio Sistema Locale e della propria area urbana. Ad esempio, per la progettazione è importante stimolare la prossimità dei luoghi, prevedendo una varietà di servizi ricreativi ed educativi[9], per favorire l’incontro e le relazioni amicali dei ragazzi sin dall’adolescenza, oltre che fornire servizi adeguati per le professioni. Un altro indicatore importante è la misura del tempo libero dallo studio e dal lavoro, cioè il tempo dedicato alle relazioni umane: la socializzazione. Ad esempio, la partecipazione nel volontariato che in Italia non è uniforme rispetto al territorio, l’impegno sociale è maggiore nella cosiddetta città diffusa (17,1%), nel cuore verde (16%) e nelle città del centro Nord; è minore nel mezzogiorno interno e nei centri urbani meridionali (8,3%), ed è ancora minore nei territori del disagio (7,8%)[10]. L’Istituto di statistica mostra le differenze territoriali sui livelli di assistenza dei servizi sociali, e ricorda che oltre alla cesura fra Nord e Sud, esiste anche quella fra grandi e piccoli centri. I comuni più grandi possono offrire anche un’offerta ampia delle tipologie di servizi, rispetto ai piccoli centri. In ultima analisi, si ricorda l’indagine svolta all’interno di tre aree metropolitane come Milano, Roma e Napoli ove si osservano le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento lungo i percorsi metropolitani, fra quartiere e quartiere. Ad esempio l’Istituto osserva che lo scenario di Roma, dove permane una elevata mixité sociale, non descrive processi estremi di segregazione residenziale e gentrification, che sembrano invece disegnati con maggiore evidenza dalle cartografie di Milano e soprattutto di Napoli. Le tre città sono molto differenti e lo sviluppo urbano con la loro morfologia, condizionano gli stili di vita degli abitanti. Ad esempio a Napoli l’andamento della vulnerabilità sociale va da Ovest, dove è più bassa, verso Sud-est e Nord in direzione Scampia, dove è più alta. Milano che ha un impianto radiale, e procede per espansioni a partire dal centro storico della città, quasi tutto terziarizzato. Le disuguaglianze territoriali sono forti anche nell’assistenza sanitaria con ben quattro Regioni del Sud (Calabria, Campania, Sicilia e Puglia) agli ultimi posti per il minor numero di posti letto disponibili.

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[1] Le disuguaglianze sono di tre tipi: economiche, cioè la disparità nei redditi; le disuguaglianze sociali, cioè la disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi; e le disuguaglianze di riconoscimento quando la collettività non riconosce ruoli, valori e aspirazioni delle persone.
[2] < https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/dimensione-territoriale-disuguaglianze/&gt; (consultato il 10 maggio 2018).
[3] < https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/wikiforum/#inversione-politiche&gt; (consultato il 10 maggio 2018).
[4] «Il sociologo svedese Goran Therborn scrive (come cita Salvatore Veca in un suo breve saggio sugli effetti della disuguaglianza) che “è una violazione della dignità umana,  la negazione della possibilità che ciascuno possa sviluppare le proprie capacità, prendendo molte forme e provocando molte conseguenze: morte prematura, salute cattiva, umiliazione, subordinazione, discriminazione, esclusione dalla conoscenza e/o da dove si svolge prevalentemente la vita sociale, povertà, impotenza, mancanza di fiducia in sé stessi e di opportunità e possibilità della vita. Non è quindi solo questione delle dimensioni del proprio portafoglio. E’ un ordinamento socio-culturale che riduce le capacità, il rispetto e il senso di sé, così come le risorse per partecipare pienamente alla vita sociale”» (<http://www.repubblica.it/solidarieta/equo-e-solidale/2018/05/23/news/disuguaglianze_i_numeri_e_i_luoghi-197148657/&gt;, consultato il 2 giugno 2018).
[5] <https://www.istat.it/it/archivio/202052&gt; (consultato il 10 maggio 2018), audizione parlamentare sulla sicurezza e stato di degrado delle città e delle loro periferie. Rapporto e analisi misurando tre indicatori: vulnerabilità sociale e materiale; valori medi degli immobili; e disponibilità dei servizi sul territorio.
[6] < https://voxeu.org/article/return-regional-inequality-europe-1900-today&gt; (consultato il 10 maggio 2018).
[7] A partire dagli anni ’80, i primi processi di rigenerazione urbana prevedevano la costruzione dei cosiddetti “grandi attrattori urbani”, cioè edifici e quartieri dedicati alla concentrazione di luoghi e spazi altamente specializzati, capaci di attrarre e soddisfare i finanziatori concentrando i servizi richiesti dall’economia della conoscenza, della cultura, dell’informatica, della ricerca e della comunicazione.
[8] <https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/i-numeri-e-i-luoghi-delle-disuguaglianze-conclusioni/&gt; (consultato il 23 maggio 2018).
[9] Tra le diverse dimensioni della cultura, nella prospettiva della società della conoscenza è di particolare interesse la pratica delle attività creative. Praticare frequentemente queste attività in modo amatoriale consente infatti agli individui di acquisire importanti risorse di conoscenza sotto il profilo dei contenuti, dei linguaggi, delle tecniche e delle capacità creative ed espressive, che possono trovare applicazione anche nella vita professionale.
[10] Si tratta della classificazione individuata dall’ISTAT circa i Sistemi Locali del Lavoro per caratteri socio-demografici e dell’insediamento residenziali.