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Archive for aprile 2018

Scoprire i dati sui programmi di finanziamento europei è come scoprire il famoso “ufficio complicazioni affari semplici”, un mondo opaco e stupido che rispecchia la disuguaglianza del mondo liberista. Chi ha costruito questa Unione europea dovrebbe subire un trattamento sanitario obbligatorio. Osserviamo i dati sul programma 2014-2020: in valori assoluti chi finanzia di più l’UE non è la ricca Germania che versa 44,7€ mld con l’1,5% del PIL tedesco, ma la Polonia con 104,9€ mld, che contribuisce col 13,6% del proprio PIL.

Se osserviamo la classifica dei Paesi che contribuiscono in rapporto alla propria capacità produttiva, la ricchezza economica, scopriamo che i poveri pagano l’UE e non i ricchi. L’Estonia è il Paese che contribuisce più di tutti col 21,3%, poi seguono la Lettonia col 18,7%, la Croazia col 17,6%, la Slovacchia col 16%, l’Ungheria col 15,4%, il Portogallo col 14,2%, la Polonia col 13,6%, la Grecia col 12,6%, la Repubblica Ceca col 12%. Chi contribuisce meno in rapporto al proprio PIL è l’Olanda con appena lo 0,6%, poi seguono il Lussemburgo con l’1%, la Danimarca con l’1,1%, l’UK con l’1,3%, la Germania con l’1,5%. L’Italia contribuisce col 4,5% del proprio PIL.

UE indice del progresso sociale Eurostat

UE, indice di progresso sociale, Eurostat.

La classifica cambia per chi contribuisce in valori assoluti: è la Polonia che contribuisce più di tutti con 104,9€ mld, poi seguono Italia con 76,1€ mld, Spagna 56,1€ mld, Francia 45,6€ mld, Germania 44,7€ mld, Romania 37,5€ mld, Portogallo 32,7€ mld, Repubblica Ceca, Ungheria, UK, Grecia, Slovacchia e gli altri Paesi. In termini di utilizzo dei fondi, la classifica cambia nuovamente, è la Finlandia il Paese che sfrutta di più i fondi strutturali europei assegnati e ne spende il 41%, poi seguono Austria 36%, Irlanda 35%, Lussemburgo 32%, Grecia 28%, Svezia 26%, Portogallo 25%, Francia 23%, Estonia 22%, Lituania 22%, Danimarca 21%. La Polonia, primo contribuente assoluto, utilizza solo il 17%. L’Italia è l’ultimo paese con l’11% di utilizzo dei fondi assegnati. In questa classifica c’è già un fallimento evidente dell’UE, poiché nessuno dei 28 Paesi spende il 100% dei fondi disponibili, e la migliore prestazione della Finlandia ci dice che spende meno della metà. Perché un Paese come l’Italia, che ha enormi disuguaglianze fra Nord e Sud, e fra le aree urbane e territoriali, non utilizza i soldi assegnati?

Chi riceve più fondi in valori assoluti è la Polonia con 86,1€ mld, poi seguono Italia 44,6€ mld, Spagna 39,8€ mld, Romania 30,8€ mld, Germania 27,9€ mld, Francia 26,8€ mld, Portogallo 25,8€ mld, Ungheria 25€ mld, Repubblica Ceca 23,8€ mld, Grecia 21,3€ mld, UK 16,4€ mld, Slovacchia 15,2€ mld e poi tutti gli altri. Abbiamo visto che solo in pochi sono capaci di utilizzare i fondi e la Finlandia, la più capace, ne spende meno della metà. I criteri di utilizzo dei fondi sono sbagliati?

Calcolando il totale fra i miliardi versati dai singoli Paesi all’UE 645,7€ mld, e i miliardi assegnati ai Paesi stessi €460,2€ mld, c’è un saldo negativo di 185,4€ mld che molto probabilmente contribuisce a pagare il costo dell’istituzione UE. Facendo la differenza fra i miliardi versati all’UE e quelli assegnati scopriamo che l’Italia è il Paese che paga più di tutti il costo dell’UE, con 31,4€ mld, poi seguono Polonia con 18,8€ mld, Francia 18,7€ mld, Germania 16,8€ mld, Spagna 16,3€ mld, UK 10,3€ mld e gli altri.

I dati mostrano che il costo dell’UE e il suo criterio di prelevare soldi dai singoli Paesi per finanziare la programmazione economica, non tiene conto degli effetti sociali della recessione economica. Nell’euro zona sussistono pesanti disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento e i criteri di finanziamento dovrebbero corrispondere a questi temi, e non ad altri. Se da un lato l’UE rileva le disuguaglianze per aree geografiche regionali, e certifica le disuguaglianze delle aree “centrali” e quelle “periferiche”, poi non correggere gli errori sulla spesa perché i luoghi marginali restano tali, mentre quelli più ricchi continuano a concentrare capitali. Un esempio, come mai un paese come la Polonia contribuisce (104,9 mld) più del doppio della Germania (44,7 mld)? In termini di flussi, i poveri pagano l’UE.

In valori assoluti, il buget di spesa di 645,7€ mld nel periodo 2014-20 è ridicolo rispetto ai reali bisogni. Per renderci conto della presa in giro, l’UE propone di spendere appena 3,2€ mld all’anno per ognuno dei 28 Paesi. Tornando alla politica vera, considerando gli enormi problemi che si concentrano nelle aree periferiche, servirebbero investimenti di almeno 100€ mld e non 3,2€ mld, se le istituzioni volessero affrontare temi come il rischio sismico, idrogeologico, la conservazione del patrimonio e la rigenerazione urbana e territoriale, includendo i problemi sociali (disoccupazione) e ambientali (inquinamento e bonifiche). L’enorme problema culturale e politico all’interno dell’euro zona è che la sua natura neoliberista preferisce il laissez faire del mercato, per scoraggiare gli investimenti a fondo perduto e vietare gli aiuti di Stato, secondo la religione della libera concorrenza. E’ necessario un cambiamento culturale e politico per applicare il più saggio socialismo, che investe direttamente nei territori più svantaggiati e programma opere pubbliche che non producono un ritorno economico nel senso capitalistico, ma generano un ritorno sociale ed ambientale, caratteristiche fondamentali per lo sviluppo umano. L’UE osserva e pubblica la geografia delle aree funzionali, cioè dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL); questi territori esprimono meglio le attività e le funzioni presenti sui territori. In Italia esistono 611 SLL, e la programmazione politica e finanziaria dovrebbe rispecchiare queste forme di agglomerazione urbana e territoriale, e non più i vecchi Comuni, ormai obsoleti. Sono due gli errori dell’euro zona: il primo è l’assenza del potere pubblico, cioè di uno Stato che interviene nell’economia per aggiustarla; e il secondo finanziare le Regioni, quando invece bisogna finanziare i Sistemi Locali osservando i loro piani bioeconomici che riterritorializzano attività e funzioni. Dal punto di vista della macroeconomia e secondo l’approccio post-keynesiano condotto sul piano bioeconomico, i fattori che determinano ricchezza sui territori sono le politiche pubbliche che determinano e influenzano sia gli investimenti e sia il credito privato. Da un lato l’approccio monetario endogeno e dall’altro il riconoscimento dei limiti naturali e l’entropia, determinando scelte non più sul piano della razionalità economica neoclassica, ma sul piano dell’utilità sociale e del ritorno ambientale. I fattori di benessere economico che riducono le disuguaglianze sono il tasso di utilizzo delle capacità locali relative agli investimenti, le innovazioni tecnologiche e la produttività condizionata dai prestiti e dal ritorno economico degli stessi investimenti. Il capitalismo misura la produttività, e i criteri per finanziare un piano sono tutti basati sul ritorno economico, ma esistono investimenti che non producono alcun ritorno: l’educazione, l’assistenza sanitaria e sociale, la prevenzione del rischio sismico e idrogeologico, la conservazione del patrimonio naturale. Secondo il capitalismo questi sono costi da ridurre, ma secondo la ragionevolezza umana, determinati temi sono priorità per un’esistenza normale, dignitosa e civile, che possono essere finanziati cambiando i paradigmi culturali dell’economia. La moneta dovrà essere a credito. In tal senso una parte della letteratura economica che riconosce i limiti dell’economia neoclassica ortodossa (ignorare l’entropia), immagina di collegare la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen con la teoria post-keynesiana (moneta endogena e domanda effettiva) al fine di proporre un modello macro economico e politico migliore di quello attuale che crea squilibri, povertà e recessioni. Ad esempio, le necessità sopra elencate (prevenzione del rischio sismico e idrogeologico) rientrano nella domanda effettiva che si può sostenere solo con investimenti pubblici a credito.

Fondi strutturali 2014-20

Fonte dati sito della Commissione, elaborazione personale.

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L’epoca che stiamo vivendo è l’antropocene, ove la specie umana domina il pianeta ma lo fa applicando la religione economica capitalista, che ignora l’entropia e i suoi drammatici effetti negativi. Senza indugiare su equivoci culturali possiamo ammettere che l’epoca attuale è governata dalla stupidità, nel senso proprio del termine. Nelle istituzioni pubbliche siedono individui che applicano la religione capitalista, oggi trasformatasi nella forma liberista. Guerre, disuguaglianze, e distruzione degli ecosistemi sono caratteristiche di questa religione. Questa condizione emerge nei secoli scorsi, ed oggi ha coinvolto tutto il pianeta. Durante l’Ottocento, i primi a mettere in discussione le disuguaglianze crescenti furono gli utopisti socialisti che costruirono nuovi paradigmi. La scienza diede un serio contributo alle idee utopiste per dare risposte concrete ai disagi ambientali e sociali che si realizzavano durante la rivoluzione industriale. Quelle sagge idee utopiste furono sfruttate ed edulcorate dalla classe borghese capitalista favorendo la nascita di un’élite molto forte, e che oggi riesce a sfruttare il pianeta intero, e svuotare di senso i sistemi democratici. Nei territori ove esistono, formalmente, sistemi democratici rappresentativi, gli individui si concentrano nelle aree urbane per inseguire un posto di lavoro ed avere un reddito, questo processo di urbanizzazione ebbe una grande accelerazione proprio durante l’Ottocento, oggi ha assunto un fenomeno irreversibile e buona parte degli abitanti del pianeta vive nelle aree urbane. Secondo il pensiero unico della classe dirigente, la città moderna è soprattutto uno strumento dell’accumulazione capitalista. Gli individui, inseriti nel sistema capitalista, tendono a isolarsi e a perdere il senso di comunità, delegando il potere decisionale ai politicanti, i quali lo utilizzano per conservare lo status quo che favorisce il tornaconto delle imprese private. Un aspetto politico sociale di questo isolamento che costituisce un corto circuito, è che le persone hanno smesso di alimentare l’utopia che aiuta a pensare un mondo migliore e desiderabile. Conflitti sociali causati dal capitalismo, si ritrovano anche nei paesi “centrali”, poiché anche in questi contesti aumentano casi di sfruttamento e si riscontra l’aumento delle disuguaglianze, favorite dall’aumento della povertà e dalla riduzione dello Stato sociale. La schiavitù di oggi usa determinati strumenti giuridici consentiti dalla famigerata deregolamentazione del mercato del lavoro, e così le forme contrattuali più usate sono proprio quelle dello sfruttamento. Le imprese hanno aumentato l’uso di contratti a termine, con costi bassi perché non prevedono garanzie di welfare per il dipendente, ormai reso schiavo. Nel 2017 secondo l’Eurostat, è aumentato l’uso del part-time in tutta l’euro zona, e nei paesi periferici le persone sono costrette a cercarsi un secondo o terzo lavoro come part-time involontario. Secondo l’ISTAT, in Campania la grave deprivazione materiale passa dal 17,5% del 2004 (già molto alta) al 25,9% del 2016; in Sicilia passa dal 16,5% del 2004 al 26,1% del 2016. Il materialismo della società capitalista è evidente, e Marx suggeriva ai lavoratori di prendersi il controllo della società appropriandosi degli strumenti del capitale, togliendoli al padrone, per avere una gestione collettiva. Le condizioni sociali ed economiche nei territori sfruttati dalla globalizzazione neoliberista sono peggiorate, e non sembra esserci una tendenza al miglioramento poiché il nichilismo capitalista è ben presente fra la maggioranza degli individui e fra i ceti meno abbienti. Gli sfruttati non hanno una coscienza di classe, soffrono di ignoranza funzionale, di apatia politica, frustrazioni e invidia sociale, e così, spesso, questo risentimento negativo si riversa contro tutti i politici, senza rendersi conto di danneggiare se stessi. Lo sporadico momento del voto si trasforma in uno sfogo, ma diventa un trampolino di lancio per demagoghi e politicanti, che sfruttando le difficoltà altrui colgono l’opportunità di accedere alle istituzioni, e soddisfare il proprio tornaconto personale. Questa inciviltà occidentale impedisce un’evoluzione sociale. Per esser chiari, fra i soggetti politici che si contendono il potere, c’è anche chi millanta un cambiamento ma trascura l’idea di introdurre un socialismo ecologista. Non esiste, al potere, un soggetto politico capace di un’analisi realista del territorio europeo. La realtà mostra che la maggioranza delle opportunità economiche e sociali, e la maggioranza delle disuguaglianze si concentrano nelle aree urbane e rurali, e nessun politico è in grado di suggerire politiche urbane bioeconomiche per ridurre disuguaglianze e sprechi, ma si limita a promettere aggiustamenti economici per far sopravvivere il capitalismo. Gli Enti a servizio della globalizzazione liberista sono le municipalità, e così si formano le capitali globali che attirano flussi di capitali, leciti e illeciti. La rete informatica di internet è strumento a servizio della borghesia liberista che decide gli spazi da colonizzare, sfruttare, gestire e investire. In questa complessità sparisce la democrazia per far prevalere gli interessi specifici degli investitori, i nuovi oligarchi feudali che trattano i territori come luoghi del vassallaggio. Negli ultimi dieci anni, chiunque sia andato al potere poi è stato delegittimato dagli elettori, e contestualmente sono cresciuti movimenti politici populisti sfruttando sia temi socialisti, contestando la globalizzazione neoliberista, e sia soffiando sul razzismo. La confusione politica è cresciuta, soprattutto in Italia. Fino ad oggi non è cambiato nulla, e le imprese multinazionali inseguono il proprio sfruttamento capitalista delle risorse limitate del pianeta.

UE crescita economica per Regione

Indice di crescita economica, fonte Eurostat.

L’Italia è ferma; perché? All’interno del liberalismo l’Italia non esiste più, rimane come concetto astratto. Esistono solo i territori ove l’élite vive e concentra le proprie attività in funzione della crescita capitalista. La stessa UE è nelle mani di questa borghesia. In questo contesto, noi cittadini siamo alla deriva, poiché non leggiamo più, e non studiamo più. Nell’ignoranza diffusa fra i popoli, la storia non può insegnarci come porre rimedio alla nostra inciviltà. Quando prevaleva l’idea che lo Stato fosse soggetto attivo nell’economia, le istituzioni politiche dialogavano con i professionisti e la società, e facevano scelte sia perché esisteva una classe dirigente in grado di parlare con esperti e cittadini, e sia perché aveva un’idea di futuro, esistevano le ideologie politiche, buone o cattive che fossero ma la cultura politica era un valore perché produceva idee, e su quelle idee i partiti litigavano e si dividevano. In quella fase storica, lo Stato faceva programmazione economica e investiva creando opportunità. Le ideologie politiche esistono ancora ovviamente, ma nel circo mediatico politico si recita il racconto del periodo post ideologico, per favorire il pensiero dominante: il liberalismo. Durante i decenni trascorsi, nel nostro Paese, le migliori opportunità sono state date alla solita élite borghese auto referenziale, ma poiché esisteva un’autonomia del potere politico, le istituzioni allargarono la base delle opportunità facendo uscire dalla povertà milioni di italiani. Quella fase è terminata per volontà politica, e l’attuale fase globalista ha consentito alle imprese multinazionali di prendere il controllo del pianeta. In questi decenni, gli economisti, che Dio ci salvi da questa categoria di sacerdoti ignobili, sostenuti dalle forze economiche di imprese e banche, sono riusciti a psico programmare l’élite occidentale, e divulgare la propria religione staccando l’uomo dalla natura, realizzando quella schiavitù che nell’Ottocento fu egregiamente fotografata da Engels e Marx.

La maggioranza degli italiani, avendo favorito i mediocri al potere non potrà sperare in un reale cambiamento. Riconoscendo il fatto che l’Italia è un concetto astratto, possiamo leggere dove e quali sono i territori che concentrano ricchezza sfruttando gli altri e le disuguaglianze. La borghesia liberista ha ripristinato la società feudale, e in realtà l’euro zona non funziona male poiché progettata per concentrare ricchezza materiale nei luoghi “centrali”. Queste oligarchie borghesi liberiste sono capaci di influenzare e determinare le condizioni economiche e sociali di tutti i cittadini, ricchi e poveri. E’ sufficiente tornare a pochi decenni indietro e osservare come la sovranità economica della Repubblica finanziava direttamente gli interventi pubblici necessari per lo sviluppo umano, e renderci conto delle differenze fra ieri ed oggi con l’aumento delle disuguaglianze. Il Dio mercato dei sacerdoti economisti “controlla” il destino dei cittadini, e così riscontriamo le disuguaglianze nei territori, particolarmente elevate nel meridione d’Italia, e nelle regioni di Grecia, Spagna e Portogallo, mentre nei paesi dell’Est d’Europa si aprono zone economiche speciali per favorire l’avidità delle imprese, sfruttando proprio le disuguaglianze di riconoscimento, cioè l’assenza di diritti sindacali e il divario economico salariale fra i territori europei. Come accadeva nell’Ottocento, è lo sfruttamento della schiavitù un elemento essenziale dell’accumulazione capitalista dell’élite borghese liberista. Nell’Europa più “vecchia”, le élites locali accumulano capitali con le rendite finanziarie e immobiliari, e in Italia è sempre la disuguaglianza a garantire lo status quo conservando la concentrazione industriale al Nord per vendere merci al Sud, spogliato di infrastrutture essenziali e di un’adeguata presenza di attività e funzioni, necessarie per garantire livelli dignitosi di vita. Le istituzioni politiche hanno creato volutamente un’area economica “centrale” e un’altra “periferica”, per applicare una tipica forma di sfruttamento capitalistico che da noi ha una radice storica, la guerra di annessione del 1860. Queste aree non sono le Nazioni ma sono ambiti territoriali più piccoli come Regioni e più precisamente le Provincie con le loro agglomerazioni. La ricchezza ha due dimensioni una territoriale e una virtuale, così come l’immorale e l’illecito hanno una dimensione sia territoriale e sia virtuale col mondo offshore.

Così come questa è l’epoca dell’antropocene con i mediocri al potere, è anche vero che la nostra specie è esosomatica, cioè la nostra evoluzione è condizionata dall’uso di strumenti esterni al nostro corpo, tecnologie. L’aratro per coltivare, la penna per scrivere e disegnare, il computer per scrivere, disegnare, calcolare, comunicare, condividere etc. Se fossimo consapevoli delle opportunità tecnologiche potremmo pianificare l’uscita dalla religione capitalista e costruire un futuro prosperoso. Le comunità, nel senso marxista, possono appropriarsi dei mezzi tecnologici che orientano il capitalismo, dalla produzione energetica al cibo, e si può gestire il territorio senza il dogma della crescita, dell’accumulazione poiché è inutile, non serve alla specie umana oltre che essere stupido. L’accumulo è l’ossessione capitalista dalla quale dobbiamo disfarci, perché in un pianeta dalle risorse limitate, è inutile parlare di crescita continua della produttività, mentre è utile parlare di sviluppo umano e di felicità in armonia con la natura. Le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento realizzate dalla borghesia liberista sono utili a questa oligarchia auto referenziale per conservare il proprio potere e il controllo sui popoli. La maggioranza dei popoli rinchiusi in se stessi, scelgono di volta in volta i propri carnefici, mentre affrontando l’ignoranza funzionale e di ritorno, grazie all’accesso delle conoscenze, grazie a percorsi politici democratici, potremmo spendere tempo ed energie per riflettere su come rigenerare i nostri territori, attraverso l’appropriazione di tecnologie che ci aiutano ad applicare l’auto determinazione e tendere alla felicità. Noi siamo il problema e noi siamo la soluzione.

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UE tasso di disoccupazione

Tasso di disoccupazione, fonte Eurostat.

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Qual è il senso di una sinistra politica che deve evolversi? Qual è il cambiamento desiderabile? Partendo dal presupposto realista che, la nostra epoca è governata dal capitalismo neoliberista, dovremmo porci dubbi e riflessioni su come uscire da questo piano ideologico, poiché visibilmente produce violenze di ogni genere, comprese le guerre, crea disuguaglianze e distruzione degli ecosistemi. Tutto ciò non è opinabile ma la cruda realtà che dura da secoli. Il conflitto culturale fra liberalismo e socialismo, è stato ampiamente vinto dal liberalismo. Nel nuovo millennio osserviamo che non esistono programmi politici di sinistra, e tanto meno progetti culturalmente nuovi; anche i soggetti politici che millantano da circa vent’anni di auto definirsi di sinistra, quando sono stati al Governo, hanno applicato l’agenda politica strutturale dei neoliberisti attraverso parole d’ordine come riformismo, crescita e competitività. Di questa certezza politica, ormai esiste un’ampia letteratura, e il forum sulle disuguaglianze scrive una breve analisi sulle scelte politiche fatte dai partiti, che a partire dagli anni ’80, abbracciando il liberalismo, favorirono l’aumento delle disuguaglianze riducendo il ruolo pubblico dello Stato sull’economia: (1) la rottura, con il WTO, del compromesso keynesiano post-bellico; (2) il forte rafforzamento, sempre con il WTO, del controllo (via brevetti) sul capitale immateriale; (3) l’abbandono dell’obiettivo di contrastare il ciclo economico; (4) l’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione e il disconoscimento dei sindacati; (5) l’indebolimento di tutti gli strumenti di tutela e regolamentazione della concorrenza nei mercati. In Italia, in modo particolarmente grave osserviamo che non esiste un partito politico capace di parlare e comunicare la visione politica bioeconomica; nel nostro ambiente non esiste ceto politico che immagina un’evoluzione sociale pensando alla prosperità ma egualitaria, come sognavano gli utopisti socialisti nell’Ottocento. In quest’epoca di decadenza, e purtroppo ciò accade da circa vent’anni, la maggioranza degli elettori italiani se ne frega di impegnarsi attivamente costruendo soggetti politici democratici, così utilizza il momento del voto non per esprimere una scelta costruttiva ma per punire chi li ha governati. E’ questo il nostro paradosso espressione dell’inciviltà. Una cultura politica di sinistra, osservando la decadenza, dovrebbe porsi questi obiettivi a breve termine: stimolare la nascita di nuovi impieghi (piani industriali) e tutelare i diritti dei lavoratori; migliorare il reddito attuale; ridurre le disuguaglianze; garantire la prima casa; e migliorare la sicurezza; e dovrebbe farlo ripristinando il ruolo pubblico dello Stato.

Marx, una volta spiegato il capitalismo nella sua essenza e nei suoi drammatici effetti sociali, suggeriva ai proletari e ai lavoratori di appropriarsi degli strumenti del capitale, sia per controllare la società e sia per ridistribuire la ricchezza ai molti, al fine di prevenire le disuguaglianze. Ridistribuendo il capitale la sinistra vuole consentire a tutti di scegliere un percorso di sviluppo umano. Oggi sappiamo bene che la maggioranza degli individui non sa chi sia Marx, e tanto meno sa cosa sia il capitalismo, questa è la più grande vittoria dell’élite che ci governa, la seconda vittoria l’ha ottenuta eliminando la democrazia nel senso più ampio del termine. Ad esempio, non esistono partiti democratici per selezionare classe dirigente attraverso il merito; mentre i cosiddetti partiti anti sistema, o populisti, sono espressione della più becera invidia sociale favorendo i mediocri al governo delle istituzioni. I mediocri sono burattini, ovviamente, etero guidati dall’esterno, cioè dalle imprese e dalla solita élite degenerata interessata a conservare lo status quo. In quasi tutto l’Occidente, ritroviamo i mediocri al potere, questo fenomeno degenerativo è lo specchio di una società decadente. All’interno di questa decadenza sparisce la cultura e quindi la sinistra, perché la maggioranza degli elettori non ha più coscienza di classe, non ha coscienza di Sé. Gli oppressi votano per gli oppressori. L’evoluzione tecnologica ha favorito la nascita di una nuova società capitalista che accumula capitali senza i lavoratori, nel caso della finanza, mentre le imprese tradizionali svolgono attività nelle zone economiche speciali sfruttando la schiavitù. I capitalisti hanno vinto su due piani strategici: il primo è stato raggiunto psico programmando gli ex partiti di sinistra, snaturandoli, facendoli contribuire insieme alla destra, nel disegnare una zona neoliberista, cioè l’UE, e il secondo piano, è stato quello geopolitico scavalcando i diritti umani presenti in Occidente, semplicemente delocalizzando le attività; così la sinistra politica è stata semplicemente spiazzata, estromessa dal terreno di gioco spostato altrove. Gli effetti più perversi di questa trasformazione sono stati: (1) la sostituzione della democrazia rappresentativa col modello feudale e (2) l’aumento delle disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Alla fine di questo processo di trasformazione sociale, gli individui hanno reagito di pancia e tutt’oggi reagiscono emotivamente votando per un ceto politico a dir poco inadeguato e autoreferenziale, facilmente controllabile dalla solita élite.

Cosa si può fare di fronte alla decadenza? Le persone civili possono usare il metodo democratico per fare politica, ed è auspicabile stimolare il dialogo, l’ascolto, per favorire la costruzione di una visione politica bioeconomica. Nel costruire percorsi e laboratori politici si può divulgare una cultura politica bioeconomica, e formare nuova classe dirigente attraverso il sacrificio e il merito. In ambienti civili accade tutto ciò, cioè agli attuali partiti violenti e prevaricatori ci si oppone con altruismo e meritocrazia, alla società decadente dei mediocri ci si oppone con spirito di sacrificio e con la cultura, per favorire i talenti e la costruzione di una nuova società, proprio come suggerivano gli utopisti socialisti.  Il famoso progresso civile, da ciò i progressisti, non si trova sul piano ideologico capitalista ma sul piano bioeconomico. Se da un lato è necessario introdurre il socialismo in Occidente al fine di applicare valori costituzionali, come la piena occupazione e l’ampliamento dei diritti civili, è necessario che la Repubblica e/o lo Stato territorializzi attività e funzioni nei luoghi depredati dalla globalizzazione neoliberista. Solo investendo in progetti sostenibili possiamo creare occupazione utile per ridurre le disuguaglianze sociali e di riconoscimento, aumentate dalle politiche neoliberiste, ed oggi particolarmente concentrate nel meridione d’Italia.

Se in Italia ci fosse un ceto politico intelligente, sicuramente accoglierebbe le analisi territoriali dei pianificatori che attraverso la geografia umana interpretano correttamente la società e il territorio. Da molti anni le strutture urbane sono mutate, e i vecchi confini amministrativi degli Enti locali sono del tutto obsoleti e dannosi, per questo motivo molti suggeriscono un cambiamento di scala. Poi è necessario interpretare il territorio con la visione territorialista (collana Territori della FUP) che suggerisce sistemi di bioregioni urbane, e infine portare la bioeconomia nelle strutture urbane. In Italia, abbiamo le conoscenze e gli specialisti per ricostruire un equilibrio fra persone e territorio, e favorire la prosperità degli insediamenti umani, ma il ceto politico è completamente autoreferenziale e psico programmato dall’élite degenerata che ha abbracciato il neoliberismo. Il territorio è un bene comune che può essere gestito in maniera razionale, e gestendolo in questo modo si crea occupazione utile. La terra, la città e la montagna sono risorse che suggeriscono politiche di sviluppo locale, riducendo la dipendenza dalla globalizzazione neoliberista. Leggendo la geografia delle disuguaglianze territoriali, il ceto politico ha l’obbligo di programmare investimenti pubblici, si tratta di politiche pubbliche socialiste, poiché solo uno Stato civile ha interesse nel ridurre le disuguaglianze. Le disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento) si concentrano nelle periferie, nelle piccole città e nei territori rurali. Chi vive in questi spazi urbani e in questi territori si vede sempre più escluso poiché mancano i servizi essenziali, manca il lavoro, e le famiglie sono a rischio povertà. Le disuguaglianze sociali e di riconoscimento sono quelle a maggiore impatto politico, poiché quando il ceto politico ha scelto il liberalismo, eliminando l’azione dello Stato nell’economia, ciò ha favorito il degrado sociale e ambientale, e questo processo ha innescato sentimenti di rabbia e frustrazione fra i ceti meno abbienti, alimentando un corto circuito di inciviltà come l’apatia politica e l’isolamento culturale. La disuguaglianza di riconoscimento agisce sul disvalore delle persone, isolandole, negando loro opportunità di lavoro e di dignità. In una società culturalmente autoreferenziale come quella italiana, le élite tendono ad escludere gli altri per auto conservarsi. Tendenzialmente, le classi dirigenti locali adottano il modello sociale feudale, costringendo le nuove generazioni a emigrare pur di inseguire, giustamente e legittimamente, i propri sogni di realizzazione sociale. La disuguaglianza di riconoscimento distrugge valori sociali e i territori. Questo è il degrado innescato dalle politiche neoliberiste ed è molto diffuso in Occidente; ha avuto la conseguenza di favorire la nascita di soggetti politici populisti, autoritari e violenti, poiché hanno sfruttato e sfruttano i risentimenti negativi delle persone nei confronti delle istituzioni politiche, e si sono inseriti nel tessuto sociale raccogliendo enormi consensi elettorali.

La risposta politica corretta è il socialismo poiché usa lo Stato, cioè applica l’interesse pubblico, nel programmare, pianificare e progettare i servizi ove mancano, e riorganizza funzioni e attività nelle agglomerazioni industriali per creare lavoro utile sfruttando le nuove tecnologie. La letteratura socio-economica mostra che la scelta politica di applicare lo slogan liberale di Smith, il famigerato laissez faire, ha fatto concentrare la ricchezza nelle mani di pochi aumentando la povertà e diffondendo la schiavitù. Questa è una semplificazione utile a fare sintesi, all’interno di questo passaggio fra liberalismo e socialismo ci sono molti temi da approfondire circa le relazioni economiche, l’avidità e l’incapacità di ascoltare e valutare per compiere scelte migliori. Il problema non è solo il famigerato libero mercato ma la cultura politica delle classi dirigenti e l’apatia dei cittadini, l’attuale forma amministrativa, e la questione morale. Tornando al sistema politico, la Repubblica prevede la democrazia economica e ciò significa consentire ai cittadini di controllare le funzioni strategiche dei nostri territori. Nel 2018, il nostro ceto politico è talmente cinico, irresponsabile e inadeguato che finge di ignorare valori e principi socialisti, preferendo speculare sull’ignoranza funzionale delle masse, chi per narcisismo, per spirito di auto conservazione, chi per ignoranza, chi per idiozia, chi per ambizioni personali e chi per avidità. L’assurdo del nostro Paese in grande crisi di moralità, è che troviamo forti disuguaglianze di riconoscimento proprio nel contesto politico, e così gli elettori preferiscono condurre al potere figure politiche, a volte squallide, inesperte e incapaci, lasciando fuori dalle istituzioni persone più meritevoli e capaci.

L’io minimo non necessita di cultura e approfondimenti, le SpA non necessitano di politici ma di consumatori, e così “politici” e consumatori sono la stessa cosa, persone deresponsabilizzate e inconsapevoli: bambini.

Campania Zone Urbane Vaste

Fonte immagine: Andrea Spinosa.

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