Crescita o rigenerazione con nuovi paradigmi culturali


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.1.4     Crescita o rigenerazione con nuovi paradigmi culturali

In questo capitolo lo scrivente ha cercato di mostrare che il capitalismo è il paradigma che domina il pensiero delle istituzioni, nonostante sia noto che bisognerebbe applicare nuovi paradigmi al territorio e all’urbanistica. Oggi, i rapporti di territorialità consentono alle imprese di occupare e usare il territorio anche in maniera irrazionale, e spesso escludendo i cittadini dai processi decisionali. Il capitalismo genera processi di territorialità negativa (che escludono) mentre sarebbe necessario avviare processi cooperativi per migliorare l’uso del territorio, giungendo a processi di territorialità positiva (che integrano). Tali processi e concetti coinvolgono la libertà e la sovranità delle comunità che insistono sul territorio, e sull’uso delle risorse locali[1]. Il capitalismo ha come unico obiettivo quello di auto conservarsi e auto alimentarsi secondo la funzione dell’aumento della produttività, ignorando il depauperamento delle risorse naturali. In antitesi alla funzione matematica della produttività si sviluppa il tema della decrescita della produzione di merci inutili. I termini crescita e decrescita nascono in ambito economico ma si declinano diversamente, il primo in termini quantitativi mentre il secondo termini qualitativi. La crescita è l’aumento della produttività, e si misura con l’indicatore quantitativo monetario del Prodotto interno lordo (PIL), mentre la decrescita è la riduzione della produttività applicando criteri etici e qualitativi, cioè la riduzione selettiva delle merci che non hanno un valore sociale, ambientale, culturale ecc. L’industria delle costruzioni attraverso l’espansione delle città favorisce l’aumento del PIL, ma le recenti innovazioni tecnologiche sull’efficienza energetica e l’uso razionale del suolo favoriscono la riduzione del PIL a lungo termine, sia grazie a una corretta composizione urbanistica e sia grazie all’impiego di materiali e tecnologie più performanti che sfruttano le fonti energetiche alternative e l’analisi del ciclo di vita come criterio di scelta. Generalmente lo scopo dell’urbanistica non è fare profitto ma proporre un corretto disegno urbano per favorire un equilibrato uso del territorio, dello spazio, e per realizzare i diritti dell’uomo compatibilmente con le risorse disponibili.

Bernardo Secchi, in un testo denominato “una nuova prospettiva” pubblicato in Urbanistica n. 81 del 1985, aveva già elencato una serie di temi legati alla città e l’urbanistica, argomenti ove si poteva e doveva intervenire al fine di migliorare la vita degli abitanti nei centri urbani. «La società italiana è stata investita da profonde trasformazioni strutturali che hanno dislocato in modo diverso dal passato le relazioni tra le sue singole parti. I segni di queste trasformazioni sono riconosciuti nell’arresto della crescita della popolazione urbana e il suo relativo invecchiamento, nella rapida diminuzione delle dimensioni dei nuclei elementari nei quali la società si organizza e struttura; nei processi di delocalizzazione, riconversione e diffusione produttiva; nelle modalità di riuso, rifunzionalizzazione familiari e ricapitalizzazione degli spazi costruiti; nel ridursi dell’area dei fabbisogni insoddisfatti a ristrette minoranze sistematicamente escluse dall’accesso al sistema di scambi politici; nei processi di ristrutturazione del sistema politico-decisionale e delle sue modalità di azione»[2]. A distanza di ventinove anni possiamo costatare che molti temi sono rimasti insoluti o addirittura degenerati.

«La modernità si è distinta per una crescita generalizzata, crescita che si trova alla base delle idee, dei concetti, delle teorie, delle leggi e delle pratiche della modernità. Negli ultimi due secoli la pianificazione urbanistica si è incentrata pressoché esclusivamente sul processo di crescita. Il crollo di questa epoca storica è tuttavia vicino. La polarizzazione si sta manifestando sia sul piano spaziale che su quello sociale: non tutti beneficiano della crescita, e le società sono sempre più scisse tra vincenti e perdenti. La contrazione di certi luoghi alimenta la crescita di altri. Il processo della contrazione non è semplicemente l’inversione della crescita, anzi: quest’ultima viene rimpiazzata da un moto laterale delle società in cui le tendenze opposte della crescita e della contrazione possono assumere un corso parallelo. La contrazione delle città è un fenomeno involontario. Si tratta di un effetto collaterale imprevisto del risultato indiretto delle decisioni, delle circostanze e dei processi di natura politica ed economica che si celano dietro ambiti dell’architettura e dell’urbanistica»[3].

«La crescita esponenziale del potere e delle attività industriali, prodotta dall’uso generalizzato di combustibili fossili, può veramente essere la prima causa di un’arroganza imperiale che tutto investe. La zonizzazione funzionale è lo strumento di questa catastrofe mentale e ambientale: un’operazione, che sotto la maschera della pianificazione, letteralmente destruttura la nostra società assicurando, nel frattempo, il massimo spreco di terra, di tempo e di energie negli adempimenti sociali quotidiani. […] Costruire città è una forma di sviluppo economico; costruire sobborghi è una forma corrotta di sviluppo economico. La sovrappopolazione, il suburbanesimo e l’industrialismo sono epifenomeni dell’era del combustibile fossile»[4].

Una strada per affrontare i temi delle trasformazioni sociali, dei bisogni, del lavoro, della produzione e per uscire da un sistema di regole obsolete, economisti eterodossi, sociologi, biologi e studiosi di diverse discipline scientifiche e umanistiche hanno saputo elaborare una serie di indicatori alternativi al PIL, e sono stati proposti criteri per “misurare” realmente il benessere e la qualità della vita (Benessere Equo e Sostenibile, BES dell’ISTAT&CNEL). Ad esempio indicatori del BES pertinenti al governo del territorio sono: la spesa pubblica destinata alla gestione del patrimonio culturale (musei, biblioteche e pinacoteche), le aree con problemi idrogeologici e aree franose, la densità di verde storico e parchi urbani di notevole interesse pubblico, la consistenza del tessuto urbano storico, la qualità dell’aria urbana, la disponibilità di verde urbano, la densità delle reti urbane di trasporto pubblico. Nell’insieme delle dimensioni[5] individuate dall’ISTAT e dal CNEL si riconoscere che la felicità delle persone e il loro benessere sono più importanti del rapporto debito/PIL.

La filosofia politica della decrescita, secondo Serge Latouche, propone le otto erre: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare[6]. E per rivalutare Latouche intende: «rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare»[7]. E per ricontestualizzare si intende: «modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione»[8].

La bioeconomia ci informa che bisogna tener conto di costi che l’economia classica ignora sempre: gli effetti collaterali di cattive scelte politiche e di progettazioni e di trasformazioni che fanno aumentare l’entropia[9] in maniera indiscriminata e irresponsabile. Le città del “consumo” stanno facendo pagare i danni ambientali, sanitari, e sociali a tutti i cittadini. «I miti della crescita, della tecnica, e della globalizzazione governano la nostra adesione acritica al farsi di un mondo che ci accoglie in spazi anodini e violenti allo stesso istante. Nelle nostre città siamo movimentati o trascinati in posti che coartano distruggono la nostra capacità di godere dell’immergersi in uno spazio fraterno. E tutto ciò accade perché consideriamo normale il farsi una città che si genera nel flusso degli accadimenti dei nostri miti. Accettiamo insomma la città generica (descritta da Rem Koolhaas) come esito ineludibile di un processo tecnico-economico dato»[10].

Se noi tutti, cittadini, progettisti e amministratori, avessimo coscienza dell’importanza del disegno urbano, potremmo prevedere l’effetto di una pessima mobilità, di una cattiva distribuzione dei servizi che peggiora la nostra qualità di vita poiché trascorriamo ore nel traffico consumando idrocarburi inquinanti, oppure gli edifici che disperdono energia perché progettati male. Come misurare il danno economico per l’assenza di biblioteche civiche? Come misurare l’infelicità per l’assenza di teatri? L’assenza di piste ciclabili? Come misurare l’infelicità per l’assenza di parchi, spazi aperti e di un mare pulito? Come non tener conto della felicità di coltivare un orto sinergico? Come ignorare l’opportunità di realizzare quartieri autosufficienti energeticamente? L’economia classica ignora questi tipi di scelte mentre l’approccio multicriteria considera anche questi aspetti che fanno comprendere la necessità di rigenerare le città costruite con criteri, possiamo dire, superati.

Alcune esperienze di rigenerazione urbana rientrano nei concetti di rivalutare, ricontestualizzare, ridurre e riciclare e non tutte le erre sono state applicate negli interventi progettuali ma in alcune nazioni ove le istituzioni hanno una maggiore sensibilità e cultura per valorizzare l’attività di progettazione e pianificazione ci sono stati risultati che hanno migliorato la qualità della vita (Vauban a Friburgo, BedZED a Londra, Solar city a Linz, Hammarby Sjöstad a Stoccolma, eco-viikki ad Helsinki, Loretto e Mühlen a Tubinga, Jonction a Ginevra, Bullinger a Zurigo, Ecoparc a Neuchâtel). Una visione politica culturale sensibile a tali concetti consente agli urbanisti di veder realizzati i “piani sostenibili”, questo accade, dove i poteri dello Stato e del sistema bancario sono più equilibrati a servizio della progettazione e dei bisogni dei cittadini, e dove le stesse istituzioni sono più forti e autorevoli; ad esempio in Brasile ove nasce il “bilancio partecipato” per riqualificare i quartieri degradati[11], o in Inghilterra e USA che non rientrano nell’euro zona.

Secondo Salvatore Settis esiste «in tutto il mondo, un duro scontro fra i professionisti della politica, quasi sempre complici di chi devasta la Terra e i diritti, e chi combatte in difesa del bene comune. E’ uno scontro che ha a che fare con l’essenza stessa della democrazia, con il diritto dei cittadini di prendere la parola, di proporre visioni alternative»[12]. Settis parla di «dispotismo antipolitico dei mercati». Fra gli specialisti dell’urbanistica è noto che la gestione collettiva dei beni comuni subisce una visione privatistica del territorio che orienta la visione della politica.

Riprendendo l’approccio della sociologia urbana, il fattore spazio è considerato elemento costitutivo dei fenomeni sociali, poiché ciascuno definisce da sé la propria prossimità. Secondo Harvey, «la città è contemporaneamente la più grande creazione dell’uomo ma anche l’espressione del suo fallimento, arena del conflitto sociale e politico»[13].

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] Greiner, Dematteis, Lanza, Geografia umana, un approccio visuale, Milano, 2012.
[2] Secchi, Un progetto per l’urbanistica, Torino, 1989
[3] Oswalt, “Città in contrazione. Shrinking cities”, in R, Burdett, Città architettura società, 10 Mostra internazionale di architettura, Venezia, 2006.
[4] Krier, “La fine dell’era del combustibile fossile”, in R. Burdett, Op. cit., 2006.
[5] Salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, politica e istituzioni, sicurezza, patrimonio e paesaggio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, qualità dei servizi.
[6] Latouche, Op. cit., 2007.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
[9] Georgescu-Roegen, Op. cit.,  2003.
[10] Saragosa, Op. cit.,2011, pag. 303.
[11] Allegretti, Op. cit., 2003.
[12] Settis, Azione popolare, Torino, 2012, pag.205.
[13] Macionis & Parrillo, Op. Cit., 2014, pag. XV.

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