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Archive for aprile 2014

Più volte nel mio diario ho asserito che i politici odierni non sono pagati per risolvere problemi, ma piuttosto per crearli, nonostante nel nostro immaginario collettivo esiste la percezione romantica (e giusta) che la politica debba essere un’arte nobile, secoli fa sicuramente lo è stata. Una società matura avrebbe la capacità di esprimere politici adeguati e giusti, ma oggi non è così, mi pare abbastanza chiara e populista questa considerazione; veniamo al dunque. Nonostante i politici inadeguati dentro le istituzioni, possiamo pianificare una strategia di rinascita del Paese e possiamo realizzarla concretamente, in che modo? Svelando i segreti del “sistema”, quale “sistema”? Il funzionamento del capitale e nello specifico come decidono i banchieri, provando a rispondere alla domanda: come e perché le banche prestano o non prestano soldi? Consideriamo un esempio concreto di politica industriale virtuosa: la rigenerazione delle città. Da qualche anno anche all’interno delle istituzioni si sta pensando di far rinascere politiche urbane adeguate, ed è stato creato un Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU), poi è stata stilata un’agenda politica che spiega la strategia e gli obiettivi. C’è ancora da lavorare sotto il profilo culturale e definire bene cosa sia la rigenerazione urbana al fine di evitare i danni ambientali generati dall’ideologia della crescita e dall’ossimoro sviluppo sostenibile. Sicuramente la rigenerazione urbana è la strada giusta poiché consente di avviare un piano occupazionale verso impieghi virtuosi, dal risparmio energetico, al riuso, e alla risoluzione di problemi urbanistici, tecnologici e sociali all’interno di quartieri degradati. In che modo, autonomamente, i cittadini possono trasformare in realtà questa strategia politica senza aspettare i lunghi tempi dei Governi? Creare cooperative ad hoc che intendano realizzare la rigenerazione urbana per la propria città, il progetto andrebbe messo sul mercato ed i cittadini dovrebbero fare massa critica spostando i conti correnti verso la banca che lo finanzia. Sapendo come pensa la banca i cittadini possono pianificare i propri bisogni reali verso progetti virtuosi. La qualità economica di un progetto si basa su due aspetti l’analisi di bilancio e l’approccio finanziario della valutazione, dunque si svolge un’analisi dei costi (il valore attuale netto VAN e il tasso interno di rendimento TIR , il TIR progetto che esprime la redditività dell’investimento [convenienza economica], poi c’è da considerare il margine di contribuzione, il rapporto entrate uscite REU, il tempo di ritorno del capitale TRC) e l’analisi del costo del ciclo vita (ad esempio il costo totale è uguale alla somma fra costo di progettazione, costo di costruzione, costo di gestione, utile di smaltimento), ma ai banchieri interessa sapere prioritariamente quanto guadagnano (TIR degli azionisti), e non come si realizza il progetto, e neanche quanto sia ecologicamente sostenibile poiché il loro interesse è fare soldi dai soldi. Gli advisor delle banche controllano prioritariamente la percentuale del tasso di rendimento di ritorno del capitale investito, ad esempio il TIR Equity (l’equity è il capitale proprio, il TIR degli azionisti è la redditività del capitale proprio investito). Per quanto riguarda l’impresa dall’analisi di bilancio si valuta il flusso di cassa, il rapporto saldo gestione (UFCF) e saldo debito (debt service cover ratio, DSCR e il loan life cover ratio, LLCR) sono gli indicatori di copertura del debito [sostenibilità finanziaria]), poi valutano il rapporto debito/equity (debt/equity ratio, DER), la capacità di ripagare il debito (Interest cover ratio, ICR) e dall’analisi del bilancio si valuta il saldo netto posizione bancaria la PFN, posizione finanziaria netta, che può essere messa in rapporto con l’equity, cioè PFN/equity.   Tutta la finanza è stata inventata per soddisfare questo criterio: fare soldi dai soldi e quando l’economia del debito esplode perché si spezza il filo del debito: paga lo Stato, cioè le tasse dei cittadini. Possiamo esser certi che le banche anche quando sbagliando investimento, fanno pagare le scelte ai cittadini e agli Stati. A causa della cessione di sovranità monetaria e per l’assenza del sistema fiat money, e la conseguente introduzione dell’economia del debito negli ultimi anni i criteri valutativi hanno incentivato il ricorso all’uso del capitale di debito (kd) poiché l’indice del TIR finanziario interessa alle banche con la conseguenza dell’aumento dei debiti pubblici e privati.

In un mondo normale l’advisor dovrebbe dare valore anche all’analisi dei costi ed alla sostenibilità ecologica del progetto valutando anche una cosa che non conosce: i flussi di energia e materia, ma possiamo comprendere che in questo modo di valutare si innesca un conflitto di interessi, da un lato gli investitori che guadagnano prestando soldi e pagano la parcella dell’advisor, e dall’altro l’impresa che costruisce e guadagna gestendo, vendendo, affittando, cioè trae profitto in un altro modo. Paradossalmente, se nell’immaginario collettivo comprare qualcosa a debito sia un’operazione sconveniente, nella prassi odierna il ricorso al debito è il sistema per finanziare grandi opere e nella valutazione del progetto il debito non è un problema, anzi è un utile per la banca e per i fondi di investimento. Oltre agli indicatori finanziari sopra accennati è noto che il sistema bancario dispone delle larghe maglie del sistema offshore e dei paradisi fiscali, strumenti utili per rischiare il meno possibile il “proprio” capitale, che si crea dal nulla attraverso il moltiplicatore monetario, i rendimenti dei titoli e le scommesse finanziarie. Col sistema bancario globale è un gioco da ragazzi assicurare tangenti agli amministratori locali, poiché gli investitori privati possono usare società offshore e fondi di investimento privati che a loro volta costituiscono società ad hoc schermate ove raccogliere i profitti del TIR Equity, e nessuno verrà mai a saperlo, è tutto legale ma immorale. Per comprendere bene di cosa parliamo, spesso i media danno come buona notizia il fatto che fondi esteri decidono di investire i propri capitali in Italia, spesso dimenticano di dire una cosa banale, non sono benefattori e non stanno regalando nulla, anzi maggiore è l’investimento e maggiore è il guadagno, indipendentemente dal rischio poiché guadagnano con i soldi dell’indebitamento, soldi altrui, ed il rischio è solo delle imprese e dei fornitori. Col sistema finanziario non stanno facendo una scommessa, ma stanno avendo la certezza di guadagnare senza far nulla, non sono loro che rischiano, tant’è che i capitali investiti sono anche assicurati, quanto più è alta la percentuale del capitale investito assicurato, più grandi dovrebbero essere i dubbi degli amministratori pubblici circa la serietà e la fattibilità dell’intervento.

E’ recente l’esplosione della bolla speculativa dell’edilizia sostenuta anche dal sistema dell’indebitamento. Negli anni della ricostruzione post bellica nessuno avrebbe mai immaginato che pianificare un’offerta di edifici superiore alla domanda non sarebbe stata una scelta intelligente. Da quando è la finanza a governare il sistema e il debito diventa un vantaggio per gli investitori si comprende che il rischio contempla anche gli immobili invenduti che possono essere utilizzati per monetizzare le perdite. In questo circolo vizioso le imprese falliscono, e non la banca. Tutt’oggi il “sistema” funziona in questo modo: alla banche conviene giocare sugli indici di indebitamento e sugli interessi al fine di tenere sul filo del rasoio l’indotto delle costruzioni: progettisti, costruttori, imprese artigiane. Esiste un’alternativa? Assolutamente si: “costringere” a far pesare di più l’analisi dei costi e la qualità del progetto (rigenerazione urbana), partecipare direttamente all’investimento, ridurre al massimo il ricorso all’indebitamento (le banche guadagnerebbero molto meno), usare il potere di massa critica attraverso il sistema cooperativo e spostare i propri conti correnti verso l’istituto che finanzia il progetto, in questo modo si mette in competizione virtuosa il sistema bancario e soprattutto le imprese spendono meno soldi per interessi. Se da un lato è vero che le banche anche se sbagliano non pagano per le scelte speculative, è anche vero che l’esistenza delle banche si basa sui nostri risparmi depositati nelle loro sedi, e costituiscono la riserva minima obbligatoria per la loro sopravvivenza. Se i cittadini comprendono che sia molto conveniente investire i propri capitali riducendo al minimo l’indebitamento poiché il vantaggio dell’investimento è molto maggiore rispetto a un banale indice finanziario, ad esempio la qualità della vita, allora essi potranno condizionare le banche attraverso un potere di “ricatto” che non stanno utilizzando: condizionare la loro riserva minima obbligatoria spostandola (i nostri conti correnti). Una corretta analisi dei costi è sufficiente a comprendere la qualità del progetto soprattutto quando siamo noi cittadini a creare la domanda per quel progetto: rigenerazione urbana. In tal senso è possibile condizionare la politica  del consiglio di amministrazione della banca stessa facendo leva sul loro spirito di auto conservazione. Queste considerazioni sono talmente ovvie che spesso manager, politici e banchieri si scambiano i ruoli perché sono consapevoli di come funzioni il “sistema”, e le scelte di investire e/o prestare soldi a Tizio o a Caio si basano sugli interessi particolari dell’élite e non dei popoli. Se i popoli comprendono il “sistema” allora il giochino dell’élite finisce, e si può progettare un sistema diverso senza l’avidità, insomma è sempre l’informazione che ci rende liberi, è sempre la cultura – tutela dell’ambiente, patrimonio, arte, storia – che ci rende liberi, se puntiamo a creare una domanda di rigenerazione urbana potremmo “aggiustare” le nostre città e migliorare la nostra qualità di vita.

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Capitalism is dead

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Trovare una definizione unica di capitalismo è impossibile. Ma cosa sia il capitalismo oggi, possiamo comprenderlo osservando la vita quotidiana e il sistema bancario. Non è una bella cosa, sicuramente non rappresenta più l’economia reale ma dipende dal neoliberismo finanziario e politico del WTO, non è la nostra vita, non è cultura, non è la forza utile a risolvere problemi concreti. Il capitalismo oggi è un algoritmo matematico, è l’interesse usurario, è l’avidità ed è il mostro cieco delle borse telematiche che non ha una coscienza. Il neoliberismo odia la democrazia come noi la immaginiamo. Il capitalismo è un’invenzione matematica – una mera convenzione giuridica, una consuetudine – che giustifica la creazione della moneta dagli interessi (usura), ed è arrivato alla fine del suo ciclo come ha teorizzato Minsky. L’economia del debito poggia tutta la sua credenza su una convenzione per sfruttare le risorse limitate del pianeta. Stato, SpA, o società di cittadini chiedono in prestito pezzi di carta che noi chiamiamo soldi e questa operazione viene vincolata ad un sistema matematico che calcola interessi. Questa convenzione ovviamente esiste nel mondo occidentale illuminista ed ha avuto un suo inizio, non è stato sempre così, non è una legge divina anche se intendono farcelo credere, non è una legge della natura, anzi è la più grande sciocchezza che l’uomo abbia mai potuto inventare e lasciare che si radicasse nel pensiero delle persone. Da un lato crediamo che la fonte di ricchezza dei popoli sia il lavoro, e grazie ad esso riceviamo un salario per acquistare beni e merci, da un altro lato i popoli non sanno quali siano le convenzioni, i sistemi che tengono in piedi una banca. La grandissima maggioranza dei cittadini, scoprendo la verità, non riuscirebbe a credere il reale funzionamento del sistema capitalistico bancario. Gli strumenti e le regole consentite dai Parlamenti sono talmente immorali che ci sarebbe ben poco da salvare, tant’è che bisogna riprogettare il sistema. L’apatia e la nostra ignoranza, con queste istituzioni obsolete (banche) stanno distruggendo gli ecosistemi, i nostri patrimoni e l’economia reale. Il capitalismo raccontato nei libri di storia è morto e sepolto da tanti anni. Possiamo progettare un sistema nuovo, più etico e più giusto, ma dobbiamo volerlo fare. Possiamo creare un sistema globale e locale no-profit, che non significa senza salari, ma significa senza l’avidità degli azionisti ed in equilibrio coi tempi della natura. Si può fare, ma bisogna costruire la cultura politica per trasformarlo in un sistema istituzionale.

Le multinazionali dell’informatica producono molto più reddito senza produrre merci materiali e con meno lavoratori dipendenti delle “tradizionali multinazionali”. Questo modo di accumulare ricchezza dal nulla condiziona l’economia reale e cancella la democrazia, e così l’élite finanziaria crede di poter fare a meno dei lavoratori. Non è solo la fine dell’industrialismo e la fine del lavoro, ma la fine di un modello sociale. Basti osservare il valore di capitalizzazione di google, apple e altre.

Il social network più celebre e utilizzato al mondo, Facebook, conta meno di 5 mila addetti, mentre Google ha quasi la metà dei dipendenti di Microsoft, visto che le realtà hanno rispettivamente 54 mila e 94 mila soggetti circa alle proprie dipendenze.

Wal-Mart ha più di 2,1 milioni di dipendenti.

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