Resilienza urbana e “codici rigenerativi”


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.5.2     Resilienza urbana e “codici rigenerativi”

La resilienza urbana è un concetto che si vuole introdurre per la gestione amministrativa delle città, poiché secondo lo scrivente negli ultimi decenni l’approccio culturale dell’ideologia economica utilizzata per il governo del territorio sta sia riducendo le capacità auto rigenerative delle regioni e sia togliendo opportunità sociali ai cittadini per vivere una vita dignitosa nelle aree urbane. Un’Amministrazione cittadina resiliente dovrebbe sviluppare capacità di opporsi e adattarsi alle crisi economiche ma preservando la quantità e la qualità di servizi ambientali, sociali, culturali per gli abitanti, e addirittura migliorare l’offerta di tali standard. Se osserviamo i fenomeni di crescita e decrescita delle città condizionate dal capitalismo, possiamo affermare che le Amministrazioni locali non hanno avuto capacità resilienti per resistere sia alla contrazione e sia all’inurbamento, spesso restando o inoperose, di fronte al crescere del degrado ambientale e sociale, o proponendo soluzioni che hanno aggravato le crisi locali.

Un metodo per “resistere” è suggerito dalla bioeconomia che utilizza il modello di flussi input-output, e che consente di conoscere e misurare i flussi di materia ed energia. Questo approccio consente all’Amministrazione di capire e controllare gli sprechi, così da programmare e pianificare un uso corretto del territorio.

Il concetto di resilienza è mutuato dalla biologia. Secondo Fritjof Capra fu il biochimico Lawrence Henderson a usare per primo il termine “sistema” per indicare tanto gli organismi viventi quanto quelli sociali, […] cosicché “pensiero sistemico” definisce la comprensione di un fenomeno nel contesto di un insieme più ampio. Capra riconosce che per descrivere i sistemi viventi abbiamo bisogno di trattare tre temi fondamentali: schema, struttura e processo. Furono Humberto Maturana e Francisco Varela (Scuola di Santiago) a chiamare autopoiesi lo schema generale dell’organizzazione, cioè «una rete di processi di produzione, in cui la funzione di ogni componente è quello di partecipare alla produzione o alla trasformazione di altri componenti della rete. In questo modo, l’intera rete produce continuamente se stessa»[1].

Il rischio è che il concetto di resilient cities abbia poco senso per i problemi degli abitanti, poiché decisori politici e mondo immobiliare stanno sfruttando una comunicazione pubblicitaria circa i termini smart e resilient per assecondare i propri interessi, e non per affrontare i problemi nelle città[2]. Invece secondo Francesco Musco «è ormai largamente accettato il concetto di resilienza per indicare un traguardo delle città da raggiungere anche attraverso opportune innovazioni nella governance urbana. In quest’ottica una città è definita resiliente anche per assorbire shock esterni non solo sotto il profilo ambientale, ma anche economico»[3].

Herman Daly individua la “sostenibilità forte” in opposizione alla “sostenibilità debole”[4]. La “sostenibilità forte” ritiene che occorra lasciare alle future generazioni lo stesso stock di capitale naturale e che questo non possa essere rimpiazzato dal capitale costruito[5].

Il dibattito sul sistema ecologico dell’insediamento umano si arricchisce di teorie e modelli, e così nel 1978 si elaborò uno studio per Hong Kong, e successivamente nel 1984, Eugene Odum presenta un primo modello funzionale di un ecosistema ove i maggiori componenti sono i flussi di energia, i cicli dei materiali, la comunità e un anello di retrocontrollo. Secondo Douglas le città possono essere interpretate in termini di flussi di moneta, beni, servizi e materiali. In sostanza si tratta di immaginare un modello basato su di un flusso di entrate ed uscite, e negli anni successivi saranno presentati i primi modelli termodinamici per misurare tali flussi sino all’urban ecological footprint, che misura l’impatto delle città sull’ecosistema. Ad esempio, «l’analisi eMergetica[6] si basa sulla valutazione della “qualità” dell’energia incamerata nei vari processi di produzione e consente di valutare non solo gli effetti nel breve periodo di determinati processi ma anche i loro effetti sul lungo periodo cioè in qualche modo permette di valutare le trasformazioni in un’ottica di sostenibilità. […] L’analisi eMergetica permette di compiere un notevole passo avanti rispetto alle tradizionali analisi economiche od anche energetiche conosciute. Infatti, queste tradizioni di valutazione delle trasformazioni nei processi di produzione molte volte trascurano gli input che non sono in grado di valutare su base monetaria o energetica»[7].

«Cosa possiamo imparare dai sistemi biologici? In primo luogo, che sono incredibilmente complessi. Si prenda, come esempio, la ricca diversità che presenta una foresta tropicale, tale da generare in continuo complesse interazioni tra gli innumerevoli elementi di cui e composta. E molte foreste tropicali si mantengono stabili per migliaia di anni, nonostante gli innumerevoli sconvolgimenti ed eventi dirompenti di cui e oggetto il loro ecosistema. Come possiamo comprendere e applicare la lezione derivante da simili caratteristiche strutturali? Ci sembra possibile partendo da quattro indicatori ricavabili dai sistemi biologici distribuiti (non centralizzati) che illustreremo poi nel dettaglio: 1) hanno una struttura interconnessa a rete; 2) presentano diversità e ridondanza (indicatore evidente di efficienza); 3) mostrano un’ampia distribuzione di strutture nelle varie scale dimensionali, incluse quelle di minori dimensioni; 4) hanno capacita di auto adattamento e auto organizzazione. Ciò in genere (ma non sempre) si ottiene utilizzando l’informazione trasmessa geneticamente. Anche i sistemi biologici presentano strutture interconnesse, come possiamo rilevare ad esempio nei sistemi circolatori del sangue e degli ormoni, o nelle connessioni neuronali del cervello. I tessuti viventi danneggiati parzialmente sono spesso in grado di ricostituirsi, cosi come il cervello può ricostruire conoscenze e abilita perdute, realizzando nuovi e alternativi percorsi neuronali. La chiave di un tale comportamento sembra essere l’insieme di relazioni interconnesse, sovrapponibili e adattabili. Basandosi su ridondanza, diversità, flessibilità, gli esempi tratti dalla biologia contraddicono il limitato concetto di efficienza ricavabile dal pensiero meccanicistico»[8].

«Le ricerche scientifiche intorno al concetto di resilienza urbana studiano la città quale parte del più ampio sistema socio-ecologico. In quest’ottica, la resilienza urbana è considerata il nuovo paradigma della sostenibilità»[9].

Il concetto di resilienza urbana, termine mutuato proprio dalle scienze ecologiche, deve essere interpretato come la capacità che una regione urbana ha di tollerare cambiamenti prima che vengono a manifestarsi imprescindibili esigenze ri-organizzative dei propri processi delle proprie strutture. In accordo quanto sopra detto è oggetto di studio il ruolo degli spazi verdi come sorgenti di biodiversità e di benessere dei cittadini. In un sistema urbano i processi sociali ed ecologici tendono a influenzarsi vicendevolmente secondo dinamiche adattive congiunte[10].

Dal punto di vista della resilienza, urbanisti, progettisti, sociologi, geografi, agronomi, geologi, biologi e fisici, possono informarci sul fatto che le città e le loro istituzioni non stanno governando luoghi e risorse in maniera responsabile ed equilibrata[11], poiché abitanti e ambiente si trovano in condizioni di forte disarmonia dal punto vista ecologico, sociale ed economico. «Da non trascurare, per il contributo innovativo di analisi, è la nascente Eco-geografica francese Jean Tricart e Jean Kilian, nell’introduzione al loro libro L’eco-geografia e la pianificazione dell’ambiente naturale, definiscono la materia come la modalità con cui l’uomo si integra negli ecosistemi, e come tale integrazione sia diversificata in funzione dello spazio terrestre. Questa integrazione dell’uomo negli ecosistemi ha due aspetti principali: da un lato i prelevamenti effettuati dall’uomo sia all’interno degli eco-sistemi di cui fa parte, che nel loro ambiente (uso dell’aria, dell’acqua, dei minerali); dall’altro, le modifiche che l’uomo imprime, volontariamente o meno, ai medesimi eco-sistemi, ambiente compreso: creazione di eco-sistemi tecnicizzati (agricoltura, allevamento), inquinamenti dei ogni genere»[12].

Alexander dedica molte energie nella ricerca e descrizione di processi generativi «capaci di generare struttura vivente, nella costruzione dello spazio antropico», elencando le caratteristiche di questo percorso: «1) è un processo adattivo che procede a piccoli passi con possibilità di feedback e correzioni a ogni più piccolo incremento; 2) è sempre “the whole” (“l’intero”) che governa il processo dando forma alle singole parti; 3) l’intero processo è “governed and guided and moved forward” (“governato e guidato e spostato in avanti”) dalla formazione di centri, in modo che ognuno aiuti l’altro a emergere; 4) le fasi del processo si svolgono secondo una certa sequenza, la coerenza dei risultati dipenderà in larga misura dalla precisione con cui è avvenuto lo svolgimento della sequenza stessa; 5) le parti che vengono create nel dispiegamento della struttura, durante il processo differenziazione, devono divenire uniche. Questo significa che ogni passaggio forma delle parti che prendono forma localmente, ognuna adattata alle condizioni particolari all’interno dell’insieme che sta emergendo; 6) la formazione dei centri (assieme alla sequenza del loro dispiegarsi) è guidata da “generic patterns” (“modelli generici”) che giocano lo stesso ruolo dei geni; 7) ogni processo vivente è, “throughout its length and breadth, congruent with feeling and governed by feeling” (“per tutta la sua lunghezza e la larghezza, congruente con sentimento e governata dal sentimento”); 8) la formazione della struttura è geometricamente guidata da una griglia aperiodica che rende coerente l’ordine geometrico al fine di determinare la forma; 9) l’intero processo è orientato da un linguaggio formale che fornisce i metodi di implementazione adatti alla struttura attraverso semplice regole combinatorie; 10) l’intero processo è guidato dalla semplicità delle trasformazioni e “is pruned steadily, so that it moves towards formation of a beautiful simplicity” (“viene potato costantemente, in modo che si sposti verso la formazione di una bella semplicità”)»[13].  Nella sostanza Alexander individua un metodo per la costruzione dello spazio che genera una diffusa qualità dell’abitare e sembra il comportamento di un embrione applicato alle trasformazioni architettoniche. Si tratta di processi morfogenetici percorribili con singoli passi (l’elenco dei 10 punti appena citato) ove si costruisce un insieme, il pattern (il gene) e le sequenze (processo generativo) tali da generare nuova struttura vivente. Secondo «Alexander il ruolo dell’architetto nel futuro potrebbe essere quello di lavorare alla creazione di sequenze generative»[14], cioè di quelle norme che si occupano di dare una proporzione a marciapiedi, cortili, facciate degli edifici, strade, parcheggi ecc. I codici che Alexander individua sono in analogia con quelli del New Urbanism, e delle cosiddette “figure norma” che possono essere inserite nei regolamenti urbanistici.

Per progettare un insediamento umano ecologico, Claudio Saragosa, riporta nel suo testo L’insediamento umano, una serie di autori e di principi. Secondo i Todd le caratteristiche peculiari del sistema territoriale sono nove precetti: 1) il mondo vivente è la matrice di ogni progettazione; 2) la progettazione deve seguire le leggi della vita, non opporvisi; 3) l’equità biologica deve determinare il progetto; 4) la progettazione deve riflettere la bioregionalità; 5) i progetti devono basarsi su fonti energetiche rinnovabili; 6) la progettazione sostenibile opera tramite l’integrazione dei sistemi viventi; 7) la progettazione dovrebbe co-evolvere assieme e al mondo naturale; 8) la progettazione e l’attività costruttiva devono contribuire a risanare il pianeta; 9) la progettazione dovrebbe ispirarsi a un senso ecologico del sacro.

John Tillman Lyle propone il regenerative design con i seguenti principi: 1) lasciare la natura evolvere; 2) considerare la natura sia come modello sia come contesto; 3) aggregare non isolare; 4) cercare livelli ottimi per funzioni multiple, non il massimo o il minimo livello per ciascuna funzione; 5) cercare la tecnologia quando serve; 6) usare l’informazione per sostituire la forza; 7) provvedere a soluzioni multiple; 8) cercare soluzioni comuni per problemi diversi; 9) gestire la memoria come una chiave per la sostenibilità; 10) plasmare la forma per guidare il flusso; 11) plasmare la forma per rendere manifesto il processo; 12) dare precedenza alla sostenibilità.

Sim Van der Ryn e Stuart Cowan propongono l’ecological design seguendo cinque principi: 1) le soluzioni emergono dal luogo; 2) la contabilità ecologica informa il progetto; 3) progettare con la natura; 4) ognuno è progettista; 5) far sì che la natura sia visibile.

Richard Register propone percorsi da seguire nella costruzione delle Ecocities: 1) seguite la sequenza del costruttore, a cominciare dai principi basilari dell’uso della terra delle città, poi sopra questi principi basilari costruite i dettagli, le caratteristiche dell’ecocity; 2) proseguite i quattro passaggi che portano verso un’ecologia dell’economia – la mappa della zonizzazione della ecocity, gli affari il lavoro legati alla edificazione e manutenzione della ecocity, gli incentivi, e infine la gente che la anima e la fa costruire; 3) fuggite senza tentennamenti e con la massima determinazione possibile dalla crescita edilizia disordinata e diffusa (sprawl) e andate invece verso la città compatta finalizzata al pedone. Aggiungete a questa città del pedone, della tecnologia appropriata e della biodiversità ed otterrete l’ecocity; 4) procedete a piccoli passi per quanto risulta necessario – piantando alberi da frutto lungo i cordoli del marciapiede, dando una mano al riciclaggio completo, o a raccogliere firme in una iniziativa all’aperto – ma avanzate con determinazione verso cose più ambiziose quando potete: progettando casa e lavoro accanto, dicendo stop alla necessità di guidare, impegnandosi verso un’organizzazione da ecocity; 5) usate qualsiasi strumento con cui vi sentiate a vostro agio e nessun altro. Prendete gli impegni che potete portare avanti e quelli soltanto. Le persone che sovraimpegnano se stessi in cause e lavori per la comunità, spesso arrivano a logorarsi e abbandonano, restando amareggiati per il loro esaurimento e la percezione di mancanza di apprezzamento da parte degli altri; 6) siate flessibili verso i cambiamenti. Prendetevi il tempo per considerare le connessioni che costruiscono una visione olistica. L’ecologia è un intero sistema di pensiero ed è abbastanza complessa tanto che la sua comprensione di solito avviene lentamente. Il passare del tempo ci dà l’opportunità di riflettere sui costi e benefici[15].

Si rende necessario pensare e organizzare le istituzioni in maniera resiliente per affrontare correttamente i momenti di crisi, e attivare risorse utili a raggiungere l’equilibrio: ecologico, sociale, ed economico. Una progettazione resiliente, tramite l’approccio olistico, si occupa di stimolare l’organizzazione necessaria per realizzare città sostenibili e prosperose, non più dipendenti da minacce esterne o interne (crisi morale, d’identità, culturale, alimentare, energetica, ambientale ed economica). Dal punto di vista della decrescita, una progettazione resiliente è l’opposto dell’obsolescenza pianificata[16]. Ad esempio, uno degli obiettivi sintetici della sostenibilità forte è il benessere ecologico, sociale ed economico, ma non necessariamente la crescita, con analisi multicriteria obbligatorie[17]. Una città o una società progettate secondo l’ideologia del consumo[18] spreca risorse e fa aumentare il PIL[19] quando non sarebbe per niente necessario, una città resiliente è una comunità del buon senso, una città “durevole” ed equilibrata, poco energivora[20] e riduce il PIL selettivamente poiché non prevede gli sprechi delle città progettate secondo l’ideologia del solo consumo. Per rigenerare le città dal punto di vista energetico è necessario avere un approccio strutturale secondo i seguenti quattro punti: 1) minimizzare la necessità di energia negli edifici (ridurre/cancellare la domanda di energia da fonte fossile); 2) minimizzare la necessità di energia nei trasporti; 3) utilizzare le tecnologie che garantiscono la massima efficienza energetica; 4) massimizzare la quota di fonti rinnovabili nel mix energetico. Secondo il “Protocollo della qualità urbana”[21] gli obiettivi operativi puntano a migliorare forma ed efficienza della città attraverso un ampio equilibrio e integrazione tra residenze, servizi, lavoro e tempo libero per costruire aree urbane vissute lungo l’arco della giornata. Si punta a migliorare le connessioni territoriali dell’area, del quartiere e della città, considerando i temi della sostenibilità ambientale. Dal punto di vista della qualità architettonica si considerano le esigenze dei nuovi modi di abitare, del vivere, del lavorare e della socialità considerando l’obiettivo del risparmio energetico. La rigenerazione deve tener conto di soluzioni residenziali che uniscano per fasce di reddito, età, dimensione del nucleo familiare; bisogna offrire servizi alle imprese e ai lavoratori e sviluppare l’interazione col contesto urbano conservando l’attività lavorativa all’interno dell’area considerata. Tutto ciò deve accadere in equilibrio con l’ambiente creando spazi pubblici che favoriscono la convivenza, l’aggregazione sociale e la partecipazione.

Purtroppo la matrice del “Protocollo di Roma Capitale” conserva un indicatore “contraddittorio” circa la qualità economica dei progetti e cioè la «crescita economica duratura nel tempo» poiché è “incompatibile” con la sostenibilità forte che auspica «il benessere ecologico, sociale ed economico, ma non necessariamente crescita»[22]. La tutela del paesaggio[23] se continua a essere concepita nel piano ideologico della crescita, difficilmente troverà una vera tutela, che può essere tradotta in azioni efficaci se il legislatore compie un salto culturale adottando principi di bioeconomia e nuovi paradigmi culturali, non più solamente mercantili.

Alcune amministrazioni locali consapevoli del momento di transizione epocale che stiamo vivendo hanno investito in programmi che riducono i rischi di “attacchi esterni” ed hanno pianificato trasformazioni urbane adeguate (Vauban a Friburgo, BedZED a Londra, Solar city a Linz, Hammarby Sjöstad a Stoccolma, eco-viikki ad Helsinki, Loretto e Mühlen a Tubinga, Jonction a Ginevra, Bullinger a Zurigo, Ecoparc a Neuchâtel).

Dal punto di vista sanitario secondo l’OMS i fattori che determinano uno stato di benessere sono biologici, ambientali, sociali, culturali, economici; lo stato di salute è condizionato da un equilibrio psicofisico del soggetto in sé e nel suo rapporto con l’ambiente che lo accoglie[24]. Secondo l’OSCE e l’TTI[25] uno degli aspetti che determina l’aumento delle patologie[26] (decessi, disturbi respiratori, disturbi cardiovascolari) nelle città è l’inerzia politica che fa aumentare la complessità del problema (congestione del traffico). Da questo punto di vista Amburgo e Copenaghen rappresentano esempi da seguire poiché puntano a ridurre drasticamente l’uso delle automobili per favorire pedoni e biciclette[27].

Dal punto di visto operativo e amministrativo i progettisti suggeriscono di superare lo zoning funzionale che ha consentito la realizzazione di quartieri privi di qualità urbana, e quindi di inserire nei Regolamenti edilizi “figure norme” per il governo dello spazio urbano, poiché questi “codici” indicano correttamente come avviene la trasformazione urbana nei Piani Urbanistici Attuativi (PUA). È evidente che tali codici devono riprodurre forme e spazi di qualità urbana ove sono presenti determinate caratteristiche (densità, mixitè funzionale e sociale, uso razionale dell’energia, tipologie architettoniche, etc.).

codice forma
Form Based Codes (codici basati sulla forma), fonte immagine: <http://formbasedcodes.org/definition&gt;

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Collegamenti ai capitoli:

[1] Saragosa, Op. cit. , 2005, pag. 34-36.
[2] La Cecla, Op. cit. , 2015.
[3] Musco, “Nuove pratiche di rigenerazione urbana in Europa”, in D’Onofrio e Talia, Op. cit., Milano, 2015, pag. 51.
[4] Dal concetto di “sostenibilità debole” nasce l’ossimoro “sviluppo sostenibile” adottato dall’UE, che consente di consumare e sprecare lo stock di capitale naturale a favore del profitto e della crescita continua ma a danno delle future generazioni che non riceveranno lo stesso stock capitale naturale delle attuali generazioni.
[5] Saragosa, Op. cit. ,  2005.
[6] Per ogni sistema diversi input di energia di qualità inferiore sono necessari per dar luogo a un tipo di energia a livello più alto, che ha maggiore potenzialità di esercitare una funzione di controllo sull’intero sistema. Ad esempio per produrre energia elettrica è necessaria una grande quantità di energia nella forma di combustibile e di impianti. La quantità di energia elettrica è molto minore della somma delle energie necessarie per ottenerla, ma la sua produzione può essere ugualmente vantaggiosa perché l’energia elettrica è molto più flessibile e più in grado di rinforzare il sistema complessivo di cui l’impianto è parte. In generale si può dire che un’unità (joule) di energia solare, un joule di carbone e un joule di energia elettrica, anche se rappresentano la stessa quantità di energia, hanno diverse qualità, nel senso che le loro potenzialità sono diverse (Saragosa, Op. cit. , 2005, pag. 134).
[7] Saragosa, Op. cit. , 2005, pag. 133-135.
[8] Mehaffy & Salingaros, Op. cit. , 2014.
[9] Fabbricati, Le sfide della città interculturale. La teoria della resilienza per il governo dei cambiamenti, Milano, 2013, pag. 25.
[10] Rizzi, Op. cit. , 2014.
[11] Lyle, Regenerative design for sustainable development, New York, 1994; Boyd e Folke, Adapting institutions: governance, complexity and social-ecological resilience, Cambridge, 2011; Coyle, Sustainable and resilient communities: a comprensive action plan for towns, cities and regions, Chichester, 2011.
[12] Saragosa, Op. cit. , 2005, pag. 198.
[13] Saragosa, Op. cit. , 2011, pag. 348.
[14] Ivi, pag. 349.
[15] Saragosa, Op. cit. , 2005.
[16] Fonte Wikipedia: L’obsolescenza programmata o pianificata (in inglese: planned obsolescence o built-in obsolescence) in economia industriale è una politica volta a definire il ciclo vitale (la durata) di un prodotto in modo da renderne la vita utile limitata a un periodo prefissato. Il prodotto diventa così inservibile dopo un certo tempo, oppure semplicemente “fuori moda”, in modo da giustificare l’entrata nel mercato di un modello nuovo. <http://it.wikipedia.org/wiki/Obsolescenza_programmata&gt;, (ultimo accesso 31/12/2013).
[17] Longhi, “Sostenibilità urbana e territoriale”, in L. Benevolo, Il nuovo manuale dell’urbanistica, Roma, 2009, pag. D15.
[18] Barber, Op. cit. , 2010; Latouche, Usa e getta le follie dell’obsolescenza programmata, Torino, 2013.
[19] Secondo il Ministero dello Sviluppo Economico quasi il 90% del patrimonio edilizio italiano (più o meno 13,5 milioni di edifici) ha un fabbisogno energetico di circa 220-250 kWh/m² anno, ovvero consumi di 25 litri di gasolio per m². Una quantità pazzesca di energia dissipata; il vero “buco nero” del sistema energetico nazionale. Se si vuole incidere veramente sui consumi energetici bisogna quindi pensare di ridurre innanzitutto i consumi termici delle preesistenze architettoniche. Stefano Fattor, “Obiettivo 2018: risanare le preesistenze a costo zero”, in CasaClima N.1, Agenzia CasaClima, 2009, pag.20.
[20] La direttiva europea 2012/27/UE prefigge un piano di decrescita energetica per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi e aumentare l’impiego delle fonti alternative. «L’efficienza energetica costituisce un valido strumento per affrontare tali sfide. Essa migliora la sicurezza di approvvigionamento dell’Unione, riducendo il consumo di energia primaria e diminuendo le importazioni di energia».
[21] AUDIS, Protocollo qualità urbana di Roma Capitale, 2012.
[22] Benevolo, Op. cit. , 2009, pag. D15.
[23] art.10 Legge 6 settembre 2002 n. 137 e D. Lgs. 22 gennaio 2004 n.42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio).
[24] Campalongo Qualità urbana, stili di vita, salute, Milano, 2009, pag. 23.
[25] Texas Transportation Institute.
[26] OMS, ANPA, ITARIA studio del 1998 su Torino, Genova, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo, in Qualità urbana, stili di vita, salute, Hoepli, 2009, pag. 165.
[27] Albè, <http://www.grenme.it/informarsi/città12213-amburgo-car-free&gt;, (consultato il 21 giugno 2014).
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