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Archive for novembre 2015

La fine dell’industrialismo in Europa, in corso d’opera da circa un trentennio, produce diversi effetti: dalla trasformazione dei luoghi urbani fino ai rapporti “sociali” poiché la fine del lavoro salariato non è sostituito con nuova occupazione utile. La ricetta proposta da tutte le forze politiche che controllano le istituzioni è nota: la crescita. Sono almeno trent’anni che i media ripetono gli stessi slogan che non generano effetti positivi per il semplice motivo che la crescita è la causa della disgregazione sociale che subisce il mondo occidentale costruito sull’ideologia del capitalismo.

L’instabilità e la fine del capitalismo consentono di ridiscutere i paradigmi culturali di questa società costruita sull’egoismo, la competitività e il mercato. L’unica proposta filosofica e politica che produce soluzioni concrete emerge dalla bioeconomia, e su questo tema, che nasce negli anni ’70, c’è ancora censura e confusione poiché non è sufficientemente conosciuto e divulgato. La bioeconomia, oltre ad essere sconosciuta dalla maggioranza dei cittadini e degli amministratori, non è argomento di divulgazione mediatica, mentre i gatekeepers divulgano l’ossimoro “sviluppo sostenibile” e la propaganda della famigerata “green economy”.

Prima verità circa la filosofia politica che nasce dalla bioeconomia, e cioè la decrescita: la sua proposta non è un ritorno al passato ma l’esatto contrario, e cioè un’evoluzione culturale, sociale ed economica poiché parte dal presupposto, già dimostrato da Georgescu-Roegen, che l’economia neoclassica capitalista è sbagliata e fuorviante, in quanto ignorante, inefficiente e dannosa. La funzione della produzione bioeconomica risolve le questioni economiche-ortodosse che ignorano l’entropia, e mostra un modello per contabilizzare i flussi di materia ed energia, cioè la vera economia poiché si occupa di uso delle risorse. La bioeconomia, non solo affronta la vera economia ma suggerisce argomentazioni di carattere qualitativo (uso razionale dell’energia) e non più solo quantitativo (economia ortodossa), aggiungendo presupposti etici circa l’uso delle risorse naturali, aprendo a temi non più meramente economici ma valoriali per la specie umana. Se partiamo dal presupposto che tutto l’impianto industriale, economico e culturale della nostra società ha circa trecento anni, ed è stato costruito su aspetti quantitativi secondo l’accumulo di risorse monetarie, è facile intuire l’ostilità dell’élite predominate e dei cittadini contro un paradigma culturale che parte da presupposti quali la felicità umana e l’equilibrio ecologico. E’ ovvio attendersi ostilità, prima di tutto da parte delle persone poiché sono state addomesticate a consumare passivamente qualsiasi cosa proposta dalla pubblicità delle multinazionali. Le capacità persuasive delle multinazionali sono ampiamente favorite dal modello sociale dominante e dai programmi istruttivi e formativi sia scolastici e sia universitari che trasmettono nichilismo, competitività, egoismo e avidità. E’ altrettanto vero che se da un lato le istituzioni hanno programmato una società capitalista, è pure vero che gli effetti negativi consentono anche un ripensamento, partendo proprio dai disastri sociali causati dall’aumento della povertà e dalle immorali diseguaglianze economiche che riducono le opportunità a percorsi di sviluppo umano per buona parte della popolazione. In questo contesto sociale, i cittadini si auto organizzano sviluppando nuovi comportamenti economici alternativi, ma è necessario distinguerli fra dimostrazioni di mera protesta, e gli esempi di bioeconomia che rientrano nei nuovi paradigmi culturali.

Abbiamo detto in precedenza che la bioeconomia è un’evoluzione. All’interno del paradigma odierno, meno Stato e più privati, è naturale attendersi significativi cambiamenti dalle imprese, non perché più o meno illuminate di altri soggetti, ma perché sono l’elemento, entro il sistema capitalistico, che possiedono le risorse finanziare per costruire la transizione ecologica, tant’è che se oggi troviamo le cosiddette nuove tecnologie è attraverso il loro impulso. Dal punto di vista della teoria, anche Stato e cittadini potrebbero finanziare il cambiamento tecnologico dei modelli produttivi. Lo Stato ha, notoriamente, abdicato al potere di emettere moneta e persino a quello di controllare il credito, mentre in ambiti micro economici i cittadini stanno auto gestendo e favorendo lo sviluppo di sistemi di consumo attraverso i cosiddetti gruppi di acquisto solidale, ed anche la produzione di merci e servizi attraverso le cooperative. Se da un lato, lo sviluppo neotecnico di talune imprese rientra certamente nella bioeconomia, poiché sottoposti a processi standardizzati e verificabili; non è scontato che i modelli dal basso dei cittadini siano altrettanto bioeconomici, poiché non è garantita la trasparenza e la consapevolezza dei processi, rimandata alla sensibilità, e alle capacità di coordinatori e partecipanti. In questo periodo di transizione ove giustamente è calata la fiducia nelle multinazionali si stanno sviluppando forme e processi di auto certificazione che si caratterizzano soprattutto per le sensibilità etiche dei cittadini stanchi di pagare merci di dubbia qualità e provenienza, e così sorgono forme spontanee di rilocalizzazioni produttive, ma sono sistemi bioeconomici? Non è facile saperlo, ma se vogliamo sciogliere ogni dubbio, descriviamo un esempio di produzione di beni secondo la filosofia della decrescita felice. Recentemente attraverso il circolo MDF Salerno abbiamo sperimentato un esempio di produzione di un bene che non è una merce, attraverso l’economia del dono in un contesto di convivialità e reciprocità. Qual è la differenza fra un bene e una merce? Il bene viene auto prodotto in un contesto di lavoro vernacolare, non esiste il desiderio di assegnare un prezzo al bene auto prodotto, poiché è finalizzato al soddisfacimento di un bisogno necessario: mangiare olio, auto consumo. Stiamo parlando di bisogni reali e necessari: il cibo, e la trasformazione della materia prima avviene in un ambito territoriale ristretto (filiera corta), non c’è un lavoro retribuito poiché la raccolta è effettuata dai consumatori, i quali apprendono nuove abilità e allargano la loro capacità di auto sostenersi. La materia prima è donata, pertanto non c’è un prezzo da pagare, in cambio di convivialità e/o manutenzione della materia prima, potatura delle piante che altrimenti avrebbero sprecato i loro frutti non consumati. In questa esperienza è concentrata tutta la decrescita felice: il PIL non cresce poiché non si vende una merce, c’è la auto produzione di un bene, c’è la convivialità e il senso di comunità, c’è la trasmissione di nuove conoscenze e il lavoro vernacolare, c’è la tracciabilità e la trasparenza del bene auto prodotto attraverso un’etichettatura delle cultivar, delle tecniche di produzione dell’olio, indicando la provenienza, la data di molitura e la data di scadenza. La decrescita felice attraverso l’auto produzione di beni che non sono merci riduce lo spazio del mercato e aumenta quello della comunità, poiché crea relazioni umane finalizzate alla convivialità.

la decrescita equilibrio rapporto attività e auto produzioni

In questa immagine si rappresenta un riequilibrio fra le attività di auto produzione di beni e l’acquisto di merci e servizi attraverso il mercato.

Tradotta l’esperienza in chiave decrescente è facile osservare che tutte le attività finalizzate allo scambio di “beni” che costano meno delle merci presenti sul mercato, non rientrano nella decrescita felice poiché la motivazione dell’agire è di carattere economico monetario, e quindi non si scambiano beni ma merci che hanno prezzi diversi, ma compiono percorsi diversi da quelli programmati dalla grande distribuzione organizzata. Tale processo lascia aperti dubbi e perplessità sulla trasparenza dei rapporti economici in termini di fiscalità. Invece è decrescita felice quando un gruppo di cittadini promuove un gruppo di acquisto ma partecipa attivamente alla trasformazione del bene pagando solo i costi dell’azione. La programmazione estiva delle conserve alimentari che le nostre famiglie erano abituate a fare è decrescita felice.  La ristrutturazione edilizia finalizzata a cancellare gli sprechi generati dalle dispersioni di calore attraverso le pareti, e l’impiego di un mix tecnologico con fonti alternative per soddisfare la vera domanda di energia è decrescita felice.  Come si vede la decrescita è la valorizzazione di usi e costumi del passato che avevano un valore in se, ed è l’impiego di progettazioni e tecnologie più efficienti per cancellare gli sprechi generati da un modello obsoleto di produzione delle merci. In queste direzioni tutte parallele, la domanda di lavoro è immensa poiché è necessario porre rimedio a circa trecento anni di sfruttamento irrazionale delle risorse. E’ a dir poco imbarazzante e vergognoso far credere alle persone che non ci siano posti di lavoro, quando osservando la realtà intorno a noi con gli occhi della decrescita felice le immagini si trasformano in opportunità di lavoro, un pò ovunque: rigenerazione urbana bioeconomica, conservazione del patrimonio, agricoltura, riuso e riciclo, turismo, artigianato, istruzione e formazione, ricerca applicata e tecnologie alternative etc.

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In questi giorni ho fatto proprio una bella esperienza, vi riporto l’attività del circolo MDF Salerno:

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Il nostro circolo continua i percorsi sull’auto produzione promuovendo iniziative didattiche auto gestite. Uno dei fondamenti della decrescita felice è la relazione personale necessaria per sviluppare la reciprocità e la comunità, e così i nodi della rete, cioè i circoli stessi, stanno dando i propri frutti: condivisione delle conoscenze e delle esperienze.

Dall’ultimo incontro a Sorrento, i soci MDF hanno programmano le attività da condividere e da qui nascono esperienze straordinarie poiché la forza dei circoli, e cioè di MDF, è quella di coinvolgere persone in attività di auto produzione che riducono lo spazio del mercato e ampliano quello della comunità.

Il gruppo locale MDF Ginosa e il circolo MDF Salerno stanno vivendo questa reciprocità attraverso l’auto produzione del sapone a Ginosa prima nei giorni 24 e 25 ottobre, e poi l’auto produzione di olio nel salernitano in uno scambio di conoscenze il 6, 7 e 8 novembre presso l’Anticaia di Castelluccio Cosentino, frazione di Sicignano degli Aburni (SA). All’incontro del sapone svoltosi a Ginosa era presenta anche il circolo MDF di Bari. L’esperienza del gruppo di Ginosa ci ha consentito di imparare a raccogliere le olive. In mezza giornata di lavoro, abbiamo raccolto 173 Kg di olive da circa 5, 6 piante, poi molite presso il frantoio Elia di San Cipriano Picentino (SA) ed hanno reso 24 Kg di olio extravergine. La resa è di 13,8 Kg per ogni quintale di olive molite, cioè 14 al quintale. La varietà di olive raccolte appartiene al cultivar carpellese, frantoio, salella, ogliarola e leccino.

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Sempre più cittadini, non esperti e non agricoltori, si avvicinano a esperienze di questo genere che realizzano processi produttivi non mercantili e di economia reale ricavando beni e non merci. Beni di primissima qualità che il mercato non può offrire. Beni che migliorano la qualità di vita attraverso attività che avviano relazioni umane e che costruiscono la comunità dei soci MDF.

Da questi piccoli esempi si evince l’opportunità di rilocalizzare le produzioni e di auto consumare beni favorendo l’economia locale. Su questi paradigmi è possibile cambiare il sistema di relazioni e dell’economia dell’intera Provincia salernitana attraverso la scelta volontaria di sfruttare il diritto agli usi civici e auto produrre beni con gli abitanti e per gli abitanti riducendo molto lo spazio del mercato e consentendo di risparmiare parte del proprio salario da investire in merci utili come i libri, gli hobby, e attività artistiche e culturali per ridurre l’ignoranza funzionale che tocca quasi un italiano su due.

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etichetta bottiglie olio

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