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Archive for the ‘energia’ Category

In letteratura esiste una sterminata documentazione, persino commerciale, che può informare e formare qualunque persona interessata e curiosa che intende farsi un’idea circa l’uso razionale dell’energia. A partire dai libri scolastici sulla termodinamica fino ai corsi universitari. Nelle biblioteche c’è tutto!

A mezzo internet possiamo conoscere la situazione di partenza, è facile, basta cliccare sul sito Agenzia internazionale dell’energia e conoscere sia il bilancio energetico e sia gli usi finali.

In Italia la prima legge è stata la n.10/91, rimasta inapplicata per anni. Oggi siamo giunti alle norme nZEB (Nearly Zero Energy Building) per gli edifici a energia quasi zero. Per l’energia basta poco. Ciò vuol dire che nonostante una inadeguata classe politica, esistono leggi e norme che favoriscono il risparmio energetico mentre tutta la progettazione è orientata dall’uso razionale dell’energia. Il peso di una classe politica inadeguata produce danni economici per il Paese, poiché ostacola e rallenta le opportunità di migliorare la qualità di vita dei cittadini e non favorisce l’occupazione utile.

La sostenibilità in edilizia è determinata dalla progettazione che disegna un involucro dell’edificio capace di garantire il comfort degli spazi interni con l’impiego di materiali a basso impatto ambientale. La progettazione deve tener presente i principi di eco-efficienza e di sufficienza energetica. Negli edifici esistenti si predispone la diagnosi energetica per misurare il reale fabbisogno. Allo stato attuale dei flussi energetici è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’impiego di nuove tecnologie. L’eco-efficienza e la sufficienza energetica si raggiungono adeguando l’involucro dell’edificio ai nuovi standard che prescrivono la riduzione degli sprechi. Facendo manutenzione degli edifici esistenti è possibile ridurre la domanda di energia impiegando tecnologie che sfruttano le fonti alternative, raggiungendo due obiettivi: migliore comfort abitativo e cancellazione degli sprechi conseguendo un risparmio economico.

Come si evince dai digramma dei flussi di energia dell’IEA, l’Italia dipende dagli idrocarburi e il dovere delle istituzioni è ridurre drasticamente tale dipendenza attraverso politiche industriali e strumenti finanziari ad hoc. Le motivazioni sono banali, gli idrocarburi sono fonti non rinnovabili, oltre che inquinanti e con scarsa capacità di produrre occupazione utile rispetto all’indotto delle fonti energetiche alternative che possiedono anche la virtù di non inquinare durante il loro esercizio.

 

IEA Balance Italia energia

Italia, bilancio energetico, fonte IEA.

 

 

IEA usi finali Italia energia

Italia, usi finali, fonte IEA.

Dal diagramma degli usi finali si osserva che una buona parte degli idrocarburi è impiegata nei trasporti e negli edifici. L’aspetto “curioso” è che sia nei trasporti e sia per gli edifici, da anni, le tecnologie per migliorare l’impiego finale ci sono. L’inerzia politica che conserva la dipendenza energetica dagli idrocarburi produce danni economici.

Gli edifici potrebbero diventare persino piccole centrali di energia, e messe in rete rappresentano una grande centrale realizzando in maniera efficace la cosiddetta rete distribuita.

E’ un interesse pubblico primario programmare l’auto sufficienza energetica, conservare la dipendenza dagli idrocarburi è un interesse privato delle imprese e rappresenta un danno economico per il Paese e per i cittadini, che pagano inutilmente una dipendenza resa obsoleta grazie all’innovazione tecnologica, che attraverso l’impiego di un mix tecnologie ci rende liberi da poteri privati sovranazionali.

Età degli edifici e consumi energetici

 

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Il fallimento del “sistema” basato sull’economia del debito credo sia sotto gli occhi di tutti. Ben sette premi nobel per l’economia (P.Krugman, M.Friedman, J.Stigliz, A.Sen, J.Mirrless, C.Pissarides, J.Tobin) criticano il funzionamento e le rigide regole dell’euro zona per i suoi effetti depressivi. Se è vero che l’euro zona non funziona bene, non bisogna dimenticarsi che è l’intero sistema capitalistico che sta crollando poiché cedono le sue fondamenta: economia del debito, sistema bancario, creazione della moneta dal nulla, picco del petrolio, e ideologia della crescita (PIL). Dal punto di vista culturale appare evidente che siamo a cavallo di un’epoca (fine dell’era industriale) e che le rappresentanze politiche, per una serie di ragioni, non hanno la capacità e la forza di cambiare radicalmente le fondamenta delle regole economiche, nonostante questa sia la priorità assoluta, poiché le istituzioni continuano a dare importanza ad indicatori obsoleti (PIL) e non valorizzano gli indicatori alternativi (BES) molto più precisi e seri. La ricchezza delle nazioni non è nel petrolio, non è nel PIL e non è nella moneta. Da circa quarant’anni tutti i politici e gli economisti sanno bene che la visione materialista (PIL, petrolio, moneta) sta distruggendo i nostri ecosistemi ed ha reso schiavi diversi popoli. Schiavi per la dipendenza psicologica da un pensiero inumano che ha saputo diffondersi e propagandarsi soprattutto per la nostra ignoranza – incapacità di pensare autonomamente – e alla nostra obbedienza verso ciniche autorità, dipendenza alimentata da messaggi efficaci con strumenti di programmazione mentale e le tecnologie giuste per farlo, televisione e smartphone. Se riusciamo a spostare le energie mentali dalla propaganda fuorviante ai temi seri – prevenzione del rischio sismico, efficienza energetica, auto produzioni, sovranità alimentare, democrazia diretta – potremmo realizzare l’evoluzione umana di cui abbiamo bisogno. 

L’aspetto straordinario della vicenda è che possiamo sviluppare capacità e abilità per riprenderci un pensiero autonomo per avviare la transizione. Per il momento non siamo dotati di queste capacità e abilità che dovremmo far nascere, ma avviando una sperimentazione possiamo coltivarle, intanto non mancano le competenze e le risorse umane per realizzare gli obiettivi: prevenzione del rischio sismico, efficienza energetica, auto produzioni, sovranità alimentare, democrazia diretta; ciò che manca è la domanda su questi obiettivi, ciò che la manca è la cultura organizzativa e democratica dal basso. Le nostre energie mentali dovrebbero abbandonare il circo mediatico e politico per concentrarsi su cose serie come rigenerare la propria città, il proprio quartiere e il proprio edificio. L’obiettivo è cancellare la dipendenza dagli idrocarburi (petrolio e gas), smettere di pagare le bollette e smettere di sprecare tempo e denari per merci inutili. Nella sostanza, possiamo transitare da un sistema di consumi compulsivi (merci inutili e sprechi) a un sistema di produzione di beni (energia, cibo e servizi immateriali) al di fuori delle logiche mercantili. Se avessimo la curiosità di capire come migliorare la nostra vista, e se avessimo la volontà e il coraggio di farlo troveremo tutte le risposte. I cittadini possono farlo autonomamente creando cooperative ad hoc, quindi tramite un’organizzazione no-profit, e questo sarà il sistema, già noto, che sostituirà l’avidità del neoliberismo. E’ questa la strada che consentirà di far transitare tutti quegli individui impiegati male in attività utili, e la rigenerazione delle città richiederà un enorme domanda di nuova occupazione, in Italia esistono circa 8092 comuni e tutti hanno bisogno di un intervento rigenerativo attraverso l’approccio olistico e la “scienza delle sostenibilità”.

Nel mondo professionale esiste una competenza, una strategia per uscire dalla recessione, e ci sono numerosi casi studio che mostrano buoni e cattivi esempi, buoni e cattivi modelli. La sperimentazione e gli errori hanno consentito di migliorare le proposte progettuali, così come migliorare i modelli gestionali, amministrativi, economici e politici. Il patrimonio edilizio italiano che va dagli anni ’50 sino agli anni ’80, dimostra che non c’è tempo da perdere, e bisogna intervenire per prevenire danni (rischio sismico, idrogeologico) e sprechi evitabili (efficienza energetica), e ripensare l’ambiente costruito di quelle città e di quei quartieri ove la qualità di vita è ancora bassa (servizi, comfort, ambiente e mobilità sostenibile).

Dal punto di vista degli architetti che si occupano di conservazione e restauro è noto che bisogna produrre piani e programmi industriali volti a tutelare il patrimonio esistente attraverso la prevenzione[1] che consente di fare interventi puntali poco costosi, ma efficaci (minimo intervento) che ci consentono di prolungare la vita degli edifici e di continuare a godere dei beni pubblici e privati evitando i danni e i costi di interventi drastici. Un Paese come l’Italia non può permettersi di non programmare la tutela della propria ricchezza che determina l’identità stessa del nostro territorio.

Dal punto di vista dell’uso razionale dell’energia è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’uso di nuove tecnologie. Gli edifici sono sistemi termotecnici e quelli che non disperdono energia facendoci stare bene anche d’estate sono i migliori (comfort). I materiali hanno caratteristiche termofisiche e per farsi un’idea corretta è sufficiente comprendere queste misure[2] (conduzione, convezione, irraggiamento). Un edificio che disperde energia termica produce un costo/spreco, e questo può rappresentare la base economica per finanziare la ristrutturazione edilizia. E’ il tipico ragionamento economico-finanziario delle ESCo (Energy Service Company) che realizzano profitti tramite progetti finalizzati all’efficienza energetica e l’uso degli incentivi delle fonti alternative. I cittadini potrebbero avviare una ESCo, tramite la banca locale, e finanziare la ristrutturazione edilizia dei volumi esistenti con l’obiettivo di realizzare una rete intelligente (smart grid). In questo modo diventeranno produttori e consumatori (prosumer) di energia, ma soprattutto liberi e indipendenti dalle SpA. L’atteggiamento appena descritto si può tradurre concretamente promuovendo cooperative edilizie ad hoc (iniziativa privata), e già esistono esempi progettuali di questo tipo che stanno rigenerando interi quartieri migliorando la qualità di vita.

Dal punto di vista della resilienza urbanisti, progettisti, sociologi, agronomi, geologi, biologi e fisici, possono informarci sul fatto che le città e le loro istituzioni non stanno governano luoghi e risorse in maniera responsabile ed equilibrata, poiché abitanti ed ambiente si trovano in condizioni di forte disarmonia dal punto vista ecologico, sociale ed economico. Dal punto di vista sanitario secondo l’OMS i fattori che determinano uno stato di benessere sono biologici, ambientali, sociali, culturali, economici; lo stato di salute è condizionato da un equilibrio psicofisico del soggetto in sé e nel suo rapporto con l’ambiente che lo accoglie[3]. Secondo l’OSCE e l’TTI[4] uno degli aspetti che determina l’aumento delle patologie[5] (decessi, disturbi respiratori, disturbi cardiovascolari) nelle città è l’inerzia politica che fa aumentare la complessità del problema (congestione del traffico). Da questo punto di vista Amburgo e Copenaghen rappresentano esempi da seguire poiché puntano a ridurre drasticamente l’uso delle automobili per favore pedoni e biciclette[6].

Si rende necessario pensare ed organizzare le istituzioni in maniera resiliente per affrontare correttamente i momenti di crisi, e attivare risorse utili a raggiungere l’equilibrio: ecologico, sociale, ed economico. Una progettazione resiliente, tramite l’approccio olistico, si occupa di stimolare l’organizzazione necessaria per realizzare città sostenibili e prosperose, non più dipendenti da minacce esterne o interne (crisi morale, d’identità, culturale, alimentare, energetica, ambientale ed economica).

Le istituzioni ed i politici sono stati inventati per gestire la res pubblica con metodo democratico e principi etici, di trasparenza ed efficacia; quando questi soggetti (istituzioni e politici) non sono in grado di risolvere i problemi concreti cogliendo le opportunità sopra descritte, allora è compito del popolo sovrano decidere direttamente, sia per la sostituzione dei dipendenti eletti e sia per cambiare il “sistema” dalle sue fondamenta. E’ compito dei cittadini agire direttamente sperimentando la strada del cambiamento radicale.


[1] Giovanni Carbonara, “Questioni di tutela, economia e politica dei beni culturali”, in Avvicinamento al restauro, Liguori editore, 1997, pag. 597.
[2] Prima di tutto bisogna prendere familiarità con la conducibilità termica λ [W/mk] (capacità di un materiale a condurre calore) e questa caratteristica deve essere ben evidenziata. Più la conducibilità di un materiale è bassa e maggiore sarà il vostro risparmio. La resistenza termica s/λ [m2K/W] e in fine bisogna conoscere la trasmittanza termica U=1/RT [W/m2K]. Ad esempio, le case certificate come CasaClima Oro hanno U < 0,15 W/m2K sia per la parete esterna, sia per il tetto e Uw ≤ 0,80 W/m2K per i serramenti. Solitamente, dopo una diagnosi energetica utile a rilevare dispersioni lungo i “ponti termici” (nodi strutturali, finestre …) i progettisti intervengono con materiale coibente e con infissi migliori per ridurre la domanda di energia termica (gas metano) e poi integrano la domanda di energia elettrica con l’impiego di un mix tecnologico rispetto alle risorse locali (sole, vento, acqua, geotermico).
[3] Stefano Campolongo (a cura di), Qualità urbana, stili di vita, salute, Hoepli, 2009, pag. 3.
[4] Texas Transportation Institute
[5] OMS, ANPA, ITARIA studio del 1998 su Torino, Genova, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo, in Qualità urbana, stili di vita, salute, Hoepli, 2009, pag. 165.
[6] Marta Albè, “Amburgo addio alle auto entro 20 anni. Sarà la prima città car-free d’Europa”, <http://www.greenme.it/informarsi/citta/12213-amburgo-car-free> (ultimo accesso 10 gennaio 2014)

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I cittadini hanno tutti i mezzi per avviare un progetto di cambiamento concreto. Gli ostacoli relativi alle conoscenze e all’accesso alle tecnologie giuste non ci sono più. L’unico ostacolo rimasto è interno al nostro sistema culturale che si basa su falsi miti e credenze, il mito dell’obbedienza verso poteri obsoleti. Il mito dell’obbedienza verso istituzioni che non portano avanti il bene comune, ma gli interessi mercantili di gruppi organizzati che ci vogliono schiavi e consumatori di merci inutili. Il prezzo dell’energia (idrocarburi: petrolio e gas) aumenterà, mentre oggi possiamo arrestare questa dipendenza per trasformare quartieri e città in isole energetiche indipendenti sfruttando un mix di risorse (conti alternative) e un mix di tecnologie intelligenti.andamento_prezzo_energia_elettrica_marzo_2013Fonte immagine del grafico qui sopra.

Tre anni fa ho condiviso il post proposta energetica ove da un lato studiavo le informazioni di Terna e dall’altro pensavo fosse utile cogliere i suggerimenti relativi al modello generazione distribuita perseguibile anche attraverso le ESCo. Anche Terna nei suoi rapporti cita il modello smart grid per migliorare l’efficienza energetica.

documento_Terna

Questo segnale formale è importante poiché possiamo cogliere che all’interno del “sistema” sia passato il messaggio politico che bisogna andare nella direzione dell’auto sufficienza energetica, quanto meno nella direzione della riduzione della dipendenza energetica dagli idrocarburi.

andamento_energia_2010-2013

Il grafico confronta la domanda di energia 2010 e 2013 ed è evidente la riduzione della domanda energetica. Sappiamo che l’offerta energetica da fonti alternative è aumentata, pertanto la dipendenza dagli idrocarburi può diminuire, ed è giusto perseguire il processo di efficienza energetica a scala nazionale e locale cancellando gli sprechi. Puntando alla riduzione degli sprechi si avrà un’ulteriore e significativa riduzione della domanda di energia ed attraverso l’impiego del mix tecnologico con le fonti alternative si potrà avere una significativa riduzione dell’inquinamento ambientale ed il relativo miglioramento della qualità della vita.

Ricordiamoci che i partiti politici intendevano realizzare centrali nucleari per produrre energia convinti che le fonti alternative non potessero soddisfare la domanda di energia. L’evoluzione tecnologica sta dimostrando che quella scelta era profondamente sbagliata. Oggi abbiamo tutte le risorse per realizzare comunità autosufficienti, è un obiettivo importante che per essere realizzato ha bisogno di nuova occupazione.

Non c’è alcun dubbio che stia cominciando una nuova epoca e stiamo vivendo un lungo periodo di transizione. Anche le istituzioni stanno mostrando nuovi programmi e nuove strategie.  A Bologna si presenta il programma smart city che mostra “nuove” strategie per le “città intelligenti”, certamente un’opportunità di confronto, ma bisogna ricordare che la storia delle città è stata ampiamente condizionata dal capitale e dalla rendita urbanistica, che hanno determinato le scelte degli attori politici a sfavore dei progetti sostenibili. Mentre è noto che l’Istat ed il CNEL abbiano pubblicato il primo rapporto del Benessere Equo e Sostenibile (BES). Da questi cambiamenti dobbiamo imparare e distinguere le opportunità di un reale cambiamento dei paradigmi culturali, dalle operazioni di marketing che nel solco della crescita vestono una immagine che cela l’obsoleto paradigma. Le Amministrazioni locali possono scegliere la strada della sobrietà e dell’uso razionale delle risorse attraverso un percorso culturale ampiamente illustrato nel primo rapporto BES.

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Secondo gli studi dell’economia classica circa la stima dei beni, ahimé, la biologia, la natura non sono la “misura” corretta per valutare i beni, e soprattutto l’estimo non contempla il concetto di bene comune. Gli economisti hanno previsto metodi di misura per i beni pubblici e privati, non per il bene comune. Solo negli ultimi anni si è “affermata” la disciplina della valutazione dell’impatto ambientale, ma ancora non si usa in maniera prioritaria il concetto di valore d’uso (criterio non monetario) per definire il valore attribuito a un bene affinché si possa fruire. Com’è noto l’aspetto del valore dipende dal punto di osservazione. Nella stima tradizionale si calcolano il più probabile valore di mercato e il valore di costo (fondamentali), poi esistono altri quattro criteri. Le politiche neoliberiste sorte nei gruppi sovranazionali stanno proponendo, tramite l’Unione Europea, l’usurpazione dei beni pubblici.

Ricordiamo che il concetto di valore è diverso dal concetto di costo e di prezzo, esso è più sfumato e talvolta può comprenderli entrambi, infatti il valore non è legato necessariamente alla moneta, come, per l’appunto la stima dei beni pubblici. Nelle valutazioni ambientali l’obbiettivo è stabilire l’impatto: negativo o positivo, infatti lo scopo è razionalizzare l’uso delle risorse. Nonostante questi concetti siano alla base di teorie economiche, ampiamente studiate nelle scuole, le istituzioni propongono la cessione e la privatizzazione proprio dei beni pubblici e demaniali, violando concetti elementari attraverso l’attribuzione di un valore monetario e regalare la gestione di questi beni alle SpA, tramite il ricatto e l’invenzione dell’economia del debito. Un gioco di prestigio ben progettato e propagandato dai media, nelle università e dai burattini inseriti nei partiti tradizionali.

Stimare, secondo i criteri standardizzati e tradizionali, significa dare un valore, dichiarato spesso in moneta, e che sia rispondente allo scopo della stima.  L’operazione della stima è complessa perché non misura grandezze fisiche, ma esprime un giudizio fondato e credibile rispetto a dei riferimenti: a) azione volontaria dell’uomo: convenzione, lo scambio; b) l’oggetto di giudizio della stima rispetto alla quantità delle grandezze attribuibili al bene economico, ad esempio la quantità di danaro che può scambiarsi con quel bene (prezzo di mercato), la quantità di danaro necessario a produrlo (costo di produzione); c) sistema dei prezzi.

In buona sostanza i metodi maggiormente usati – valore di costo e di mercato – nella nostra economia non contemplano la scienza ecologica e l’uso razionale delle risorse naturali. Non esiste criterio riconosciuto e diffuso che sia rispettoso della natura, al contrario, i sistemi di stima ampiamente diffusi e più in uso mirano alla monetizzazione dei beni per commerciali e/o trarne profitto. Appositamente si scarta il concetto del valore d’uso perché costringe gli interlocutori a scegliere fra valore monetario e utilità sociale. La scelta politica di boicottare il valore d’uso mostra gli effetti in tutto il mondo: depauperamento delle risorse, inquinamento, aumento delle malattie causate dai processi produttivi per l’uso di sostanze tossiche nei materiali, e nella diffusione delle merci. Impoverimento delle terre coltivabili e perdita della sovranità alimentare.

La relazione che intercorre fra economia e metodi di stima sta nel fatto che mentre l’economia è nata per gestire la “casa comune”, i criteri estimativi sono il frutto di una credenza, una religione secondo cui ogni bene deve essere sfruttato, consumato, rubato, eroso, sottratto per un interesse privato, anziché limitarsi alla gestione condivisa delle “risorse comuni”. E fino ad oggi l’economia è cresciuta solamente con criteri estimativi quantitativi e non qualitativi. I risultati sono visibili al mondo intero, anziché perseguire il reale benessere degli individui si persegue l’avidità di pochi trasmettendo i non valori della competitività sia a scuola che nelle università.

Nel campo dell’edilizia, finalmente, cresce la diffusione dell’analisi del ciclo vita (LCA) che mette in evidenza gli impatti ambientali causati dai flussi di materiali ed energia necessari alla produzione-uso-dismissione dell’edificio, ma trascura gli aspetti macro-ambientali di relazione tra edifico e contesto (comfort degli spazi aperti, accessibilità e rete infrastrutturali) e gli aspetti micro-ambientali (comfort termico, luminoso, indoor air quality). Quando sarà completata la banca dati LCA dei materiali i progettisti avranno un’informazione importante per la scelta dei materiali. Per gli aspetti macro e micro ambientali vi sono altri metodi in uso e in sperimentazione che completano le informazioni a sostegno dei progettisti. Si passerà dall’obsoleta rendita alla politica delle risorse. La domanda non sarà più quanto costa, ma ci sono le risorse per farlo?

Nel 1962 il Ministro Fiorentino Sullo propose una riforma urbanistica, mai approvata, che affrontava e risolveva il problema della rendita urbana speculativa che mangiava i suoli agricoli e distruggeva il territorio. I Comuni dovevano acquisire preventivamente le aree di espansione individuate nei piani urbanistici con un indennizzo commisurato al valore agricolo, e successivamente chi ne faceva richiesta aveva il “diritto di superficie” mediante asta pubblica e non la proprietà. Per usare il suolo si pagava al Comune un prezzo corrispondente alla spesa dei servizi necessari all’opera (“urbanizzazioni”). In questo modo si sottraeva al soggetto privato la possibilità di trarre profitto proveniente dalla vendita del suolo divenuto edificabile. Le lobby edilizie e bancarie avviarono una campagna denigratoria contro Sullo ed attraverso i media deligittimarono la figura del Ministro stesso impedendo l’approvazione della riforma. Negli anni duemila è abbastanza agevole riconoscere la lungimiranza di quel provvedimento rispetto alla tutela dell’ambiente e dell’interesse pubblico. Dal dopo guerra fino al 1981 lo Stato ha avuto l’opportunità di controllare il credito e produrre politiche espansive pubbliche. Dal punto di vista dell’urbanistica i piani miravano a soddisfare il reale bisogno abitativo, spesso di dubbio valore tecnico poiché la rendita ha prevalso sulla qualità. Dagli anni ’90 in poi spariscono le politiche abitative pubbliche ed iniziano le speculazioni private, mentre i Comuni iniziano a pensare come le SpA a danno dell’ambiente e del territorio, e l’offerta supera la domanda: alloggi vuoti.

Le contraddizioni fra monetarismo ed ecologia: uno dei principi oggetto della stima è la disponibilità monetaria oggi creata all’infinito (hedge fund, derivati) possiamo notare che, invece, i flussi di materia sono limitati e la capacità rigenerativa della natura ha tempi più lunghi rispetto alle scommesse delle borse telematiche che spostano e concentrano ingenti capitali per produrre merci inutili. Oggi, attraverso la matematica finanziaria gli azionisti possiedono un’enorme disponibilità di moneta creata dal nulla che viola i principi di uno scambio equo usurpando i diritti inviolabili dell’umanità. Per questo motivo è auspicabile una decrescita felice degli sprechi e una crescita occupazionale in attività socialmente utili. Si tratta di avviare un periodo transitorio per un riequilibrio del sistema fallito a causa di idee obsolete.

Una soluzione per la gestione dei beni (cibo, acqua, internet, energia) è quella di definirli comuni e sottrarli al capitalismo dei mercati finanziari. Il cibo, l’acqua, internet e l’energia oggi sono fruibili tramite la moneta debito e attraverso le SpA locali (a cui paghiamo le bollette) gestite dal sistema finanziario che ricatta gli Stati. Le tecnologie odierne ci insegnano che le comunità possono autoprodurre cibo a sufficienza (agricoltura sinergica e fattorie autosufficienti), gestire le risorse idriche (l’acqua è vita), creare una rete internet (accesso alla conoscenza) e produrre l’energia necessaria con fonti alternative, insomma comunità libere dal condizionamento delle multinazionali e/o dei gruppi elitari sovranazionali. I beni comuni per definizione non sono beni privati o beni pubblici, ma beni che possono e devono essere gestiti direttamente dai cittadini tramite “nuove” forme di democrazia economica, che non hanno rilevanza di profitto monetario, ma puntano alla co-gestione delle risorse per tenerle in equilibrio. La Costituzione italiana tutela questi beni, ma le istituzioni non hanno ancora introdotto regole e norme che sottraggono questi beni alle logiche mercantili delle SpA. Per la precisione l’art.47 invita le istituzioni a tutelare il credito affinché i cittadini possano gestire direttamente le infrastrutture di Stato, i cittadini non le SpA; l’art. 41 dichiara che l’iniziativa privata deve rispettare la salute e i diritti dei lavoratori e l’art. 3 impone l’uguaglianza fra tutti i cittadini a sostegno di una vera e piena partecipazione politica, e per concludere secondo l’art. 1 ci informa che la titolarità giuridica della sovranità è in mano al popolo. Tutti questi articoli sono ampiamente violati e/o non applicati.

Riconoscendo l’importanza delle leggi della natura si rende necessario aggiornare l’estimo e completarlo con i criteri di analisi del ciclo vita e inserire nuovi principi per l’economia partecipata. Le tecnologie odierne consentono la catalogazione delle risorse e degli ecosistemi per una gestione razionale della biodiversità, fuori da malsane logiche mercantili, e lo Stato deve essere il garante di processi e controlli, non più le SpA, non più la moneta debito, non più le banche private e commerciali. Esistono persino ricerche e studi sull’urbanistica che suggeriscono l’abbandono della rendita e introducono l’ecologia come misura del governo.

Il dibattito sul controllo sui beni comuni è stato avviato da tempo nei confini ristretti delle accademie, e senza dubbio possiamo tracciare un confine politico visibile fra i partiti che governano questo Paese, l’Europa e il mondo intero, fra chi sta attuando una dittatura globale a servizio delle SpA e fra chi chiede maggiore democrazia in Italia e in Europa. Ritengo sia giunto il momento che tale dibattito si trasferisca nei luoghi più opportuni e corretti, cioè nelle piazze e nelle scuole poiché è in gioco la libertà, la sopravvivenza e la sovranità dei popoli. Si tratta di transitare dall’attuale schiavitù SpA alle reti di comunità. I beni collettivi possono essere amministrati da comunità che vivono su principi cooperativi e di reciprocità, che implicano la capacità di valutare le ragioni di tutti gli individui coinvolti tramite rapporti di fiducia, e la consapevolezza della scarsità della risorsa. Queste comunità sono sempre esiste, ma sono state schiacciate dal modello istituzionale Occidentale, ormai giunto al declino per implosione del sistema stesso. Internet ci ha consentito di conoscere e riscoprire queste comunità.

Solo per citare un esempio, durante il periodo longobardo-romanico nel Sud Italia, si sviluppò e crebbe un’economia reale efficiente perché i cittadini che ne facevano richiesta potevano gestire e lavorare la terra senza pagare né dazio e né l’acquisto della proprietà. Non esisteva il concetto di proprietà privata come noi lo conosciamo. I cittadini avevano l’opportunità di autogestire il territorio e destinavano una piccola parte del raccolto, come paga al sovrano, solo dopo anni di lavoro in proporzione alla produttività della terra. Ai sovrani non interessava accumulare ricchezza come noi la immaginiamo oggi, ma interessava avere persone di fiducia che curassero i terreni. Questo fu il modello economico e sociale che pose le basi per un territorio redditizio e avanzato che successivamente consentì la nascita del principato Citra Superiore. Senza il concetto di possesso, lo stesso modello economico era usato dagli indiani d’America poiché sfruttavano la terra solo per necessità e non per sovraprodurre. Gli indiani non conoscevano la proprietà privata e neanche il concetto di vendita o mercato come noi lo rappresentiamo. In sostanza alle comunità non interessava conoscere quanta merce veniva prodotta e scambiata ed i primi mercati, le fiere, servivano per scambiarsi i beni autoprodotti per soddisfare bisogni reali e non per accumulare merci inutili. Com’è noto a scomporre l’equilibrio fra uomo e natura fu la nascita del sistema bancario e del prestito, poi l’avvento delle rivoluzioni industriali e poi ancora l’occultamento delle tecnologie migliori, quelle eco-efficienti, Tesla docet.

L’attuale sistema diseducativo ha cancellato dalla mente delle persone i valori di utilità sociale e di condivisione che hanno determinato la vita nei comuni italiani. Facendo a meno di sovrani e feudi che degenerano in oligarchie autoritarie, se ci pensiamo, gli Enti locali rappresentano bene queste degenerazioni, oggi possiamo tornare ai principi economici che fecero crescere nel benessere intere comunità col vantaggio delle conoscenze odierne e delle tecnologie eco-efficienti e gli strumenti di democrazia diretta e partecipativa. Creso sia necessario cogliere queste opportunità per cominciare a vivere da esseri umani. Esistono diversi gruppi in tutto il mondo che stanno maturando l’attuazione di queste “nuove” forme “istituzionali” di co-gestione dei beni comuni, dal Sud America fino in Europa. E’ un movimento politico senza struttura che propone soluzioni concrete di idee radicali ed usa internet per condividere le conoscenze e far sviluppare le comunità partendo da valori condivisi, i diritti dell’uomo e la natura.

Potremmo fare un elenco di obiettivi:

  1. tutela della natura, agricoltura ecologica e turismo ecocompatibile
  2. economia delle brevi distanze
  3. sicurezza e approvvigionamento grazie alla proprietà pubblica e all’autoproduzione
  4. cultura regionale

Dal punto di vista del governo del territorio e dell’urbanistica è possibile sconfiggere la rendita parassitaria grazie all’uso di valori aderenti alla bioeconomia, e l’uso di una banca dati che rilevi le risorse del territorio. Oggi con un software è tutto più semplice ed è sufficiente ripensare i valori dando priorità agli ecosistemi, alla biodiversità, alla tutela dell’ambiente costruito. Si tratta di un processo culturale che rimodula la domanda e l’offerta. Abbiamo assistito ad un offerta indotta (crescita urbana e nuovi alloggi), falsa, quando la reale domanda è curare il territorio, adeguare gli edifici al rischio sismico, etc. Lo Stato riprendendosi la sovranità monetaria può rilanciare un’economia espansiva con criteri di qualità e non più di quantità com’è accaduto, dagli anni del dopo guerra in poi. In questa fase storica possiamo ridurre selettivamente il PIL eliminando gli sprechi e, parallelamente, usare gli sprechi per finanziare interventi utili (conservazione, rigenerazione urbana, beni culturali, istruzione, etc.), ad esempio è utile spendere 22 miliardi per digitalizzare l’esercito?[1] E’ utile spendere 14 miliardi per l’acquisto di novanta F-35?[2]

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Il Governo italiano nominato dalla Commissione Trilaterale si conferma amico dei banchieri e dell’élite degenerata. Il Ministro Corrado Passera, ex banca Intesa, indica la strada dell’oblio e dell’ignoranza, “puntare sulle trivellazioni” e osteggiare l’innovazione tecnologica delle fonti alternative. Proposte anacronistiche e arretrate come questa lasciano tutti basiti; l’Italia il paese del Sole che sceglie gli idrocarburi. Già nel 2010 il Governo Berlusconi pubblicava l’intenzione di trivellare l’Italia, e Passera faceva il banchiere a tempo pieno prestando soldi anche a Silvio.

Più volte ho scritto che l’Italia dovrebbe puntare alla cancellazione degli sprechi in edilizia e all’autosufficienza energetica con fonti alternative per un motivo banale che capisce anche un bambino. L’Italia, tecnicamente parlando, ha le risorse necessarie per non pagare più le bollette, sia perché esistono da tempo le tecnologie in commercio per farlo, e sia perché ci sono le risorse naturali, sole, vento e geotermia che possono applicare questo obiettivo a vantaggio di tutti i cittadini.
L’idea di puntare all’autosufficienza con le nostre risorse è fondata sulla ricerca e sull’ovvio, molte imprese italiane da tempo sostengono che questa sia la via maestra per ridurre o eliminare l’inquinamento prodotto dall’edilizia e dai trasporti per creare nuovi posti lavoro in un indotto virtuoso poiché socialmente utile.

Nonostante l’UE non sia un modello di democrazia, bisogna ammettere che le direttive europee dal punto di vista dell’uso razionale dell’energia, sono confortanti poiché spingono verso obiettivi virtuosi. I Governi italiani negli ultimi quindici anni sono stati incapaci di spingere le fonti alternative per preferire un sostegno diretto o indiretto alla lobby degli inquinatori.
I dati relativi all’adesione del patto dei Sindaci mostra un quadro politico confortante poiché i comuni italiani sono quelli più numerosi e questo significa che c’è una volontà politica dal basso che intende inquinare meno e puntare all’autosufficienza energetica. Un Ministro che indica la strada opposta è pericoloso per i cittadini e reca danni economici tangibili.

leggi anche:

Il buon senso che cresce, 28 marzo 2012
Uscire dalla “crisi”, 2; 5 marzo 2012
Come uscire dalla “crisi”, 28 febbraio 2012
Soluzioni e idee per un Paese più bello, 19 gennaio 2012
(Ri)Lanciare l’economia reale col buon senso, 11 gennaio 201
Decrescita e architettura, 19 ottobre 2011
Rivoluzione culturale: dalla teoria alla pratica! 5 ottobre 2011

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Una persona in sovrappeso o grassa che compie un digiuno volontario fa una scelta positiva. Una persona magra che “digiuna” perché non ha cibo non compie una scelta e vive in miseria. Bhé, lo stile di vita degli italiani rientra nel primo esempio e per tanto dobbiamo metterci “a dieta” volontariamente scegliendo bene cosa mangiare per avere una qualità di vita migliore.

Il fatto che nel 2012 siano calati i consumi è da prendere come notizia positiva. E la crisi è un’opportuna per cambiare paradigma culturale rivedendo radicalmente i nostri stili di vita per aumentare la qualità della nostra vita. Spicca il dato positivo della riduzione dei rifiuti.

Com’è noto il pensiero di Confindustria è obsoleto e mira unicamente a massimizzare i profitti contrapponendosi agli interessi dei cittadini consumatori. Il cittadino intende risparmiare (cancellare sprechi) e magari autoprodurre l’energia di cui ha bisogno, mentre le SpA mirano a conservare gli oligopoli e il mainstream usa una comunicazione utile alle SpA.

Ridurre i consumi fa calare il PIL, com’è ovvio che sia. Ma se la riduzione del PIL dell’energia è legata alla cancellazione degli sprechi? Migliora o peggiora la qualità della vita? E se dopo la cancellazione degli sprechi l’energia necessaria fosse autoprodotta dai cittadini con fonti alternative? Migliora o peggiora la qualità della vita?

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Le cronache politiche degli ultimi anni e la saggistica contemporanea hanno decisamente riempito le nostre menti circa i temi di attualità politica e sociale. Gli scandali di ogni tipo ormai non rappresentano più sorprese, ma sono la routine della nostra società. La corruzione morale e l’obsoleto pensiero dominante (crescita infinita, competitività, cinismo) hanno distrutto il mondo Occidentale, e il Dio danaro è la misura di ogni cosa, così sembra. E’ nei momenti peggiori che possono emergere i cambiamenti radicali, poiché i cittadini hanno la possibilità di aprire le proprie coscienze e vedere il disastro che tutti noi abbiamo prodotto, certo la classe dirigente ha responsabilità maggiori, ma spesso abbiamo fatto finta di non vedere, chiusi nel nostro egoismo.

Far ripartire il Paese, sembra strano, è più facile di quanto si creda. Chi ha potuto informarsi correttamente dovrebbe ormai sapere che stampare la moneta debito, l’euro, non farebbe crescere l’economia poiché siamo stati privati della sovranità monetaria. Ogni anno i Governi approvano leggi denominate “manovre finanziarie” che rappresentano la parte di soldi che manca per mandare avanti lo Stato e quei soldi sono chiesti in prestito ai “mercati”, e sono caricati immoralmente di interessi.

L’èlite non pensa minimamente di restituire allo Stato il controllo del credito, nonostante l’articolo 47 della Costituzione imponga di farlo, e quindi, come possiamo rimediare? Semplice, il Governo e il Parlamento possono trarre risorse monetarie senza creare altro debito pubblico “vendendo l’etere” delle frequenze televisive per ricavare, si stima, dai 5 ai 12 miliardi. L’altra strada molto popolare, ma poco applicata è la caccia agli evasori fiscali, si stimano 120 miliardi. Inoltre un Governo rispettoso del contratto costituzionale ha l’obbligo di restituire sovrana alla Repubblica, e deve bloccare l’usura della finanza bloccando gli interessi sul debito pubblico, che sono circa 84 miliardi all’anno. Seguendo le indagini delle Corte dei Conti bisogna negoziare il debito estero e valutare il danno prodotto dalle agenzie di rating, circa 120 miliardi. Queste sono solo alcune ipotesi che possono emergere se ragioniamo nel piano mentale del mainstream, cioè quel pensiero secondo cui lo Stato deve cedere lentamente tutte le sue sovranità ad entri sovranazionali come l’UE, fuori dal controllo diretto dei popoli.

Nonostante tutto percorrendo con serietà queste strade ci sarebbero le risorse necessarie per investire in attività socialmente utili e molto lungimiranti. Una di queste è l’autosufficienza energetica.

Entrando nel merito in maniera concreta il legislatore negli anni ’80 e ’90 ha approvato una serie di strumenti giuridici poi raggruppati e denominati “programmi complessi” che intendevano migliorare le città. Però in quegli anni mancavano altri strumenti giuridici sulla “qualificazione energetica”. Oggi, esistono strumenti e metodi abbastanza maturi e la ripresa di alcuni “programmi complessi” uniti alla logica del “20-20-20” e degli incentivi del “conto energia” potrebbero dare una forte spinta alla sostenibilità ambientale con indubbi vantaggi per i cittadini, cancella i costi delle bollette frutto degli sprechi.

Contesto normativo.
In Italia, la prima legge sul contenimento energetico (legge 373) è del 1976, mentre la seconda è la famosa legge 10/1991. La Comunità europea emana la direttiva 2002/91/CE e l’Italia la recepisce con i decreti D.D. Lgs. 192/2005 e 311/2006 che rappresentano il cardine delle legislazione italiana sul risparmio energetico e introducono la famosa certificazione energetica degli edifici. Il D.Lgs. 115/2008 indica la metodologia di calcolo per individuare la prestazione energetica ed i soggetti abilitati alla certificazione mentre il D.P.R. 5/2009 rappresenta il primo provvedimento attuativo del D.Lgs. 192/2005 per i requisiti minimi di prestazione energetica.
Nonostante la confusione e i ritardi oggi vi sono indicazioni per attuare la strategia “20-20-20” del marzo 2007 del Piano d’Azione del Consiglio europeo denominata “Una politica energetica per l’Europa” che ha fissato tre obiettivi entro il 2020 e fra questi appunto il 20% di efficienza energetica oltre alla riduzione degli inquinanti prodotti dal consumo degli idrocarburi (petrolio e gas).
Strategia
Obiettivo: recuperare interi quartieri e renderli energeticamente autosufficienti, cioè i cittadini potranno ristrutturare il proprio edificio e diventare produttori e consumatori di energia (prosumer). In che modo? Attraverso il reddito prodotto dalla vendita dell’energia rinnovabile potremmo coprire i costi della ristrutturazione (“cappotto” termico e infissi). Infatti, esistono alcune strategie per rinnovare il patrimonio edilizio esistente a costo zero per i condomini. Com’è possibile? E’ noto che esistono società di servizi energetici, denominate Esco (Energy Service Company), che producono reddito dalla vendita dell’energia. Il progetto diventa economicamente sostenibile solo su grandi geometrie ove sia possibile usare gli spazi e le risorse (sole, vento e geotermia) necessarie per sfruttare al meglio i vantaggi degli incentivi statali (e detrazioni fiscali), denominati “conto energia”. Ad esempio, intervenire su un singolo edificio potrebbe risultare non conveniente, mentre gruppi di quattro o sei edifici sarebbero molto interessanti. Un computo metrico su realtà esistenti potrebbe darci un’idea verosimile sulla fattibilità degli interventi.
La strategia virtuosa che si immagina è totalmente autofinanziata, è sufficiente la sola volontà popolare, cioè l’iniziativa privata che valuta la sostenibilità tecnica del progetto e lo sostiene con fermezza. Affinché i cittadini risolvano gli sprechi energetici del proprio alloggio non esistono difficoltà di altro genere se non quello di comprendere che possono agire in totale libertà, convinti di rivalutare il proprio immobile e giovare dell’uso  di tecnologie semplici ma innovative.
In estrema sintesi, gli attuali sprechi energetici sommati agli incentivi del conto energia andrebbero a finanziare la ristrutturazione edilizia. Per la gestione del processo il modello cooperativo sembra essere quello più conveniente.

In una simulazione effettuata su diverse tipologie edilizie si evince la sostenibilità economica della strategia su esposta. Senza alcun aiuto dallo Stato, ma con la sola volontà popolare interi quartieri, 1360 alloggi, potrebbero essere recuperati e resi autosufficienti.

Zero crescita urbana, cancellazione degli sprechi e miglioramento del comfort abitativo.

La stima effettuata si riferisce a edifici presenti nella Zona Climatica C e con 994 GG. Secondo le norme attuali gli alloggi dalla classe G devono rientrare almeno in classe B. I costi di ristrutturazione (stima di 290 €/mq) per 1360 alloggi, circa 5440 abitanti, sono circa €41.000.000 (“cappotto” termico, infissi etc.) che possono essere ripagati dalla gestione eco-efficiente dell’energia. Il modello virtuoso appena esposto, che ripeto non produce debito, ma aumenta l’occupazione e consente, dopo 20 anni, di far scegliere ai cittadini se continuare a pagare la bolletta o terminare la dipendenza dagli idrocarburi,  il modello fa crescere il livello di consapevolezza sui temi energetici e migliora la qualità urbana.

La riduzione degli interessi sul debito pubblico (84 mld) e la negoziazione del debito estero (verifica anatocismo e truffa derivati), più il recupero delle imposte (120 mld evasione) e la vendita delle frequenze possono finanziare quella quota parte molto importante del recupero edilizio: collaudo statico e sicurezza idrogeologica del territorio. I costi elevati di questi interventi non possono rientrare nel modello su esposto e per tanto vanno finanziati dallo Stato riproponendo alcuni “programmi complessi”. Per comprendere questi aspetti non ci vogliono strateghi particolari e se fosse rimasto qualche gentiluomo in Parlamento è bene che inserisca un emendamento  nei pacchetti di legge per incentivare il buon senso.

Per rendere l’idea ancora più chiara, se fossero recuperati appena 3 miliardi (ad esempio stampando moneta sovrana a deficit senza l’emissione dei Titoli di Stato) in Italia potrebbero essere resi autosufficienti ben 73 quartieri che andrebbero a creare un piccolo pezzo per la famosa “smart grid“, ipotizzata e pubblicizzata anche dai costruttori. Si tratta di economia reale che va a dare energia ad imprese artigiani locali, ricchezza che rimane sul territorio. E per dirla ancora meglio il sistema bancario commerciale anziché usare la moneta debito della BCE presa all’1% e riprestarla al 4%, speculando, avrebbero dovuto investire in progetti virtuosi che moltiplicano la ricchezza locale some sopra accennato. I cittadini dovrebbero spostare i propri conti correnti verso istituti pronti a finanziare idee virtuose.

Il 45% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane alla fine del 2008 è in mano al 10% delle famiglie. E’ uno dei dati contenuti nel rapporto su “La Ricchezza delle famiglie italiane” elaborato dalla Banca d’Italia. Secondo studi recenti, la ricchezza netta mondiale delle famiglie ammonterebbe a circa 160.000 miliardi di euro e la quota “italiana” sarebbe di circa il 5,7%. Stiamo parlando di circa 9120 miliardi di euro. Di questo immenso capitale, alla fine del 2011 le attività finanziarie ammontavano a oltre 3.500 miliardi di euro, di cui il 42% – 1470 miliardi – (obbligazioni, titoli esteri, prestiti, etc.) mentre il 31% – 1085 miliardi – contante, depositi, risparmio postale. Sarebbe sufficiente intervenire su questa ricchezza posseduta dal 10% delle famiglie, che non muta le condizioni dei ricchi, per accedere a risorse utili per il bene dell’Italia da investire su attività irrinunciabili e virtuose come il rischio sismico, la prevenzione primaria, l’ambiente, i beni culturali, la sufficienza energetica con fonti alternative etc. Non sarebbe necessario neanche una tassa patrimoniale, ma raccogliere progetti concreti sui settori strategici – patrimonio culturale, la biodiversità, cancellazione degli sprechi e le energie rinnovabili – e farli finanziare da questi grandi patrimoni con trasparenza e merito.

Se in Italia ci fosse un Parlamento responsabile uno dei provvedimenti da approvare immediatamente e con poche righe dovrebbe incentivare l’uso della strategia Esco, e riprendere alcuni “programmi complessi” in chiave di risparmio energetico, poiché produrrebbero un impatto sociale ed economico così ampio e virtuoso da ridurre la disoccupazione, aumentare il reddito familiare, ridurre l’inquinamento, aumentare la qualità della vita e in estrema sintesi rendere le persone più felici.

In questo modo il Paese uscirebbe dalla recessione economica e le risorse liberate andrebbero investite in attività socialmente utili.

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