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Archive for ottobre 2017

L’esplosione mediatica e politica di sedicenti partiti autonomisti si spiega col becero egoismo dell’individuo. Premettendo che il sistema istituzionale dell’euro zona è piegato all’avidità delle multinazionali, accade che in maniera anacronistica, i partiti delle aree economicamente più ricche inseguono velleità di autonomia fiscale per trattenere maggiori risorse finanziare raccolte dalla fiscalità generale. La Repubblica italiana ha ceduto parti di sovranità e anziché affrontare il capitalismo neoliberale che ha reso intere aree geografiche come una periferia economica, accade che due Regioni del Nord, amministrate da un partito razzista, chiedono pubblicamente di perseguire la propria avidità. La Regione Veneto, sul piano finanziario, specifica che sarà necessario trasferire i nove decimi del gettito di Irpef, Ires e Iva.  Inoltre, secondo il disegno politico dei leghisti, si dovrà realizzare un nuovo meccanismo di ridistribuzione finanziario basato sui fabbisogni standard parametrati del gettito fiscale regionale, cioè chi ha più reddito (com’è adesso) riceve maggiori risorse, tutto ciò in contraddizione col principio costituzionale della rimozione degli squilibri economici e sociali a favore dei territori svantaggiati. Altro aspetto inquietante è il processo poco democratico. Nell’iniziativa c’è una prevalenza delle Regioni sul Parlamento, e c’è una delega a un organismo tecnico paritetico che determina i livelli di fabbisogni standard, di fatto si corre il rischio di negare il controllo al legislatore italiano.

Disse il razzista Zaia, Presidente della Regione Veneto: «è una vergogna pensare di spendere 250 milioni per quei quattro sassi di Pompei». E’ sufficiente osservare la realtà imprenditoriale italiana per sciogliere gli slogan dei razzisti del Nord. In primis, fu la guerra di annessione che smantellò la seconda economia d’Europa per trasferirla al Nord, poi il Regno d’Italia e la Repubblica pianificarono il sistema industriale nazionale e privato localizzandolo soprattutto al Nord ma con gli operai dal Sud, e questa è storia. Banalizzando, alcune aree hanno un PIL maggiore rispetto ad altre, perché in talune aree ci sono molte più imprese rispetto alle altre. Sono le istituzioni politiche che hanno pianificato la localizzazione delle agglomerazioni industriali. Poi osservando la composizione del PIL italiano ci accorgiamo che la ricchezza è costituita principalmente da rendite immobiliari e dalla finanza (credito), poi dal commercio, e dai servizi, e solo per il 18% circa dalla produzione industriale. A partire dalla globalizzazione neoliberista, l’Italia diventa un paese con prevalenza terziaria. Detto ciò, dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia semplici capacità cognitive, e poiché non si ha più una sovranità economica, la classe dirigente del Nord vuole avere le mani libere sulla gestione di una fetta più ampia delle risorse pubbliche, anche aumentando il divario economico fra Nord e Sud, ma sfruttando la fiscalità generale, e questo ceto politico esprime tali richieste anche con una becera propaganda razzista. E veniamo all’oggi; accumulare capitali illegalmente è più facile per i colletti bianchi criminali mentre è complicato per la magistratura inquirente riscontare illeciti e reati. La cronaca politica recente insegna che talune imprese hanno il pieno controllo dei grandi investimenti lombardi e veneti, e che talune organizzazioni private, se lo desiderano, sfruttano il famigerato sistema off-shore per eludere il fisco. Negli ultimi dieci anni, la realtà ha mostrato il vero volto di una certa classe dirigente del Nord sgretolando gli slogan razzisti dei bossiani della prima ora: “Roma ladrona”. Nella ricca Ragione lombarda è accaduto di tutto. Oggi la fiscalità generale sta pagando i debiti lasciati dalle truffe bancarie della classe dirigente veneta, così come i buchi della sanità privata lombarda che vive proprio grazie alle convenzioni con lo Stato. Alberto Nerazzini con l’inchiesta denominata “Il Grande Bluff”, andata in onda su Rai3 il 6 luglio 2015, mostra come talune imprese del Nord siano diventate ricche sfruttando il mondo off-shore. L’ISTAT rileva che nel 2015 la cosiddetta economia sommersa e illegale vale ben 208 miliardi di euro. Una classe dirigente normale e seria, anziché prendere in giro i cittadini si attrezzerebbe per recuperare queste enormi cifre per affrontare i problemi reali del Paese.

Tutto ciò per osservare che, in un sistema di economia globale neoliberale ove gli Stati nazionali non esistono più, poiché privi di sovranità economica e di politiche industriali, è del tutto inutile avanzare richieste autonomiste per gestire in proprio maggiori risorse della fiscalità generale sottraendole alle altre aree. E nel caso italiano i ricchi tolgono risorse ai poveri; è una consuetudine che inizia dal 1860.

Nel 2011, Francesco Patierno è alla regia del film “Cose dell’altro mondo” ambientato in Veneto. Forse sarebbe giusto che la profezia del film divenisse realtà, così da lasciar soli i razzisti al loro becero destino.

La demagogia e l’ignoranza di questo ceto politico che alimenta il proprio consenso sull’invenzione di temi senza fondamento e sul razzismo, mostra ancora una volta la pochezza della classe dirigente, sia perché incapace di leggere la società e la realtà, e sia perché propone azioni ridicole e inefficaci, distogliendo ancora una volta l’attenzione delle persone sui problemi reali: precariato, disoccupazione, disuguaglianze crescenti, crisi urbane, cura del patrimonio e degrado dei centri, rischio sismico e dissesto idrogeologico.

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L’Ottocento è il secolo ove si sono sviluppati i modelli culturali e industriali della modernità e quest’epoca è ancora in corso d’opera nonostante la si possa superare facilmente grazie all’evoluzione della società, percorrendo la strada bioeconomica. Mentre il capitalismo si manifestava per ciò che è realmente: avidità di pochi contro i popoli, disuguaglianze sociali ed economiche, e distruzione della natura; si sviluppavano anche idee per stimolare la nascita di modelli sociali più virtuosi e civilmente responsabili. Grazie all’immensa opera di Marx che spiegava in maniera dettagliata l’inciviltà del capitalismo, molti pensatori riuscirono ad attrarre investimenti e progetti per sperimentare modelli alternativi. Fra l’Ottocento e inizio Novecento vi furono molti esempi concreti, ma dopo la seconda guerra mondiale tutto l’Occidente fu velocemente colonizzato dal pensiero dominante neoliberale, attuando un capitalismo di rapina simile alla società feudale caratterizzata dalla divisione di classe non più in base al lignaggio familiare, ma in base all’accumulo di capitale. Una borghesia di oligarchi capitalisti controlla il pianeta. La vittoria più straordinaria ottenuta da questa classe dirigente degenerata è far credere ai popoli che il capitalismo sia l’unica ideologia possibile. Ciò è avverabile grazie all’ignoranza funzionale delle masse.

All’inizio di questo millennio, dove ormai la tecnologia a disposizione della specie umana è a dir poco fantascientifica, le comunità che corrispondono alle aree urbane estese possono programmare e finanziarie sistemi sociali, alimentari ed energetici ispirati ai modelli degli utopisti dell’Ottocento, e cioè sistemi anarco comunisti ove i cittadini possono gestire le risorse fondamentali del territorio in maniera razionale. Si tratta di applicare il principio di democrazia economica previsto dalla Costituzione, e in termini culturali significa applicare il socialismo e consentire ai cittadini di appropriarsi degli strumenti del capitale per ridistribuire ricchezza. Se fino ad oggi, i cittadini non sono ancora diventati proprietari e gestori, insieme allo Stato, delle proprie infrastrutture locali, è perché le forze politiche, abbracciando il liberalismo, hanno preferito affidare tali infrastrutture alla borghesia liberista, cioè a una ristretta élite per concentrare la ricchezza nelle mani dei pochi anziché distribuirla ai molti.

Questo approccio politico libertario (comunista) è il terrore dell’élite degenerata che oggi è ampiamente rappresentata in tutte le istituzioni politiche, dall’Unione europea, passando per i Governi di tutti i Paesi aderenti all’euro zona, fino a tutti gli Enti locali, Regioni, Province e Comuni. Se i cittadini fossero consapevoli delle possibilità concrete, grazie alle tecnologie di oggi, nel diventare produttori e consumatori di energia e soprattutto gestori del territorio, allora si potrebbe realizzare la più grande rivoluzione politica mai vista in Occidente, poiché molti livelli istituzionali perderebbero il proprio peso politico e mediatico. E’ facile osservare che nessun partito politico parla di questa possibilità perché toglie potere ai livelli istituzionali centralizzati come i Comuni, Provincie, Regioni e Parlamento, UE, per dare potere e controllo a sistemi istituzionali che si integrano a forme di democrazia partecipativa e diretta, cioè modelli simili ai Cantoni svizzeri ove il peso della sovranità popolare è maggiore, ed è più garantito.

Realizzando un cambio di scala, oggi le aree urbane estese possono essere amministrate da un unico organo territoriale rappresentativo che può adottare un piano bioeconomico territorializzando funzioni e attività per stimolare una rigenerazione capace di creare nuova e utile occupazione. Si tratta di approcci e modelli che restituiscono autonomia e sovranità alle comunità locali poiché si riduce la dipendenza economica dal sistema globale neoliberale. Si tratta di superare il modello culturale neoliberista per entrare in un piano culturale capace di valorizzare i territori partendo dalle risorse esistenti. L’obiettivo non è più la competitività ma la realizzazione dello sviluppo umano in armonia con la natura. Questo percorso si avvia analizzando il territorio, le proprie peculiarità, la storia, l’identità, con l’approccio della scuola territorialista che suggerisce la bioregione urbana e ponendosi l’obiettivo di abbattere le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. In sostanza nei territori ove c’è la disoccupazione è necessario avviare, per tutti indipendente dall’età, percorsi formativi suggerendo la rigenerazione dei territori che abbisognano di numerose professionalità, dalle più umili alle più qualificate, dall’agricoltura naturale alla progettazione, con l’impiego delle migliori tecnologie sostenibili.

L’attuale sistema politico è concretizzato in un modello gerarchico capitalista, ove la concentrazione di capitale nelle mani di pochi ricatta popoli e Governi, si tratta di una gerarchia feudale poiché le relazioni coincidono col vassallaggio. Il modello opposto è una rete democratica dove non esiste la produzione di massa di merci inutili, e lo scambio è basato sulla reciprocità e non sull’accumulo.

sistemi locali principali realtà urbane e città medie

Sistemi locali, ISTAT.

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Paul Citroen, Metropolis, 1923.

Spesso ho scritto quanto le discipline giuridiche ed economiche influenzino negativamente l’urbanistica e il disegno urbano fino a far scomparire i diritti dei cittadini ed edulcorare gli scopi della pianificazione. Le rendite urbana e fondiaria favoriscono una costruzione della città che risponde ai capricci degli immobiliaristi e dei proprietari privati. La conseguenza di ciò è la violazione sistematica dei principi costituzionali, che impongono la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia. A questo punto ci si è arrivati con una scelta consapevole della classe dirigente politica, che ha preferito dare libero sfogo alla spirito liberale presente nella Costituzione stessa, ma a danno dell’ambiente e dei diritti dei cittadini, soprattutto di quelli più poveri, emarginati dal razzismo insito nel capitalismo. Inoltre, scrivo da tempo quanto l’urbanistica sia una disciplina difficile e poco comprensibile per le persone, poiché usa un linguaggio tecnico. Dietro i piani urbanistici ci sono gli interessi economici particolari, che possono essere assecondati attraverso la giurisprudenza amministrativa e la rinuncia dei Consiglieri a svolgere il proprio ruolo di rappresentanti dell’interesse generale. Un tipico esempio di tutto ciò si consuma a Salerno, ma è ciò che accade in tutti i comuni d’Italia, all’insaputa della popolazione che ignora i propri diritti e doveri, e ignora completamente i meccanismi e le dinamiche che formano i piani urbanistici locali.

Nei giorni passati La Città pubblica – 23 settembre 2017 – un intervento del Consigliere Lambiase elenca le “novità” della variante al PUC con alcuni cambi di destinazione d’uso circa i comparti edificatori, transitati da servizi ad alloggi. L’accusa è che il piano regala nuove rendite ai privati mentre le superfici ottenute destinate a standard rimangono inutilizzate. Il 21 ottobre 2016 sulle pagine de La Città intervenni scrivendo che la legge urbanistica campana andrebbe cambiata, poiché adotta una perequazione edulcorata e inefficace. Com’è noto, per i Comuni vige l’obbligo di costruire standard minimi a tutti i cittadini pena l’illegittimità del piano. E’ altresì noto che nel corso degli anni nacque la perequazione urbanistica per consentire allo Stato di ottenere i suoli senza ricorrere all’istituto dell’esproprio. L’intenzione e il principio perequativo sono quelli di applicare un’uguaglianza di mercato, per ridurre la discriminatorietà economica dei piani circa i suoli edificabili. La perequazione urbanistica non è un modello unico introdotto da una legge nazionale, ma una pratica giuridica ed ogni Regione la interpreta diversamente, fino ad arrivare a snaturarla del tutto come accade in Campania. Non è una sorpresa osservare che i Comuni campani non riescano a ottenere gli standard minimi, perché qui non esiste una “perequazione diffusa” vincolata alla costruzione preventiva degli standard ma una “perequazione di comparto” che addirittura si stabilisce in fase attuativa contraddicendo il principio di uguaglianza perequativa. Non solo non c’è una “perequazione diffusa” ma è possibile costruire lo standard in una fase successiva, col rischio concreto di ricadere nelle difficoltà riscontrate a Salerno, e non solo. In Campania si preferisce l’urbanistica “contrattata” nel solco dell’ideologia liberale di Adam Smith e il suo “laissez faire” (lascia fare al mercato). Nella storia della borghesia italiana, ha prevalso l’idea di sfruttare la rendita fondiaria e immobiliare per accumulare capitale privato senza lavorare, ma a danno del bene comune. Tale ricchezza copre il 32% del PIL ed è più del doppio di quella che viene considerata come fisiologica in un sistema economico equilibrato, secondo Paola Bonora (Fermiamo il consumo di suolo, 2015). Nel corso dei decenni si è consolidata la prassi viziosa di ignorare i problemi esistenti relativi agli standard mancanti nelle zone consolidate, e non si è avuto il coraggio di proporre nuovi approcci. Escludendo alcuni interventi di rinnovo e recupero urbano realizzati durante la breve parentesi della sinistra, oggi l’ideologia neoliberale continua a negare diritti e servizi ai cittadini, e continua a distruggere le risorse limitate del territorio.

Ciò che la maggioranza dei cittadini probabilmente ignora, è che l’urbanistica nacque per rimuovere i problemi ambientali e sociali causati dal capitalismo. La tecnica urbanistica insegna come progettare forme urbane in armonia con la natura e sostenere la coesione sociale. Nel corso del Novecento, più di una volta le classi dirigenti locali scelsero di costruire la città del capitalismo negando la realizzazione di insediamenti urbani che favorivano l’armonia con la natura e l’uguaglianza sociale (piani Donzelli-Cavaccini e Guerra), ed anche dopo aver realizzato male gli ampliamenti, le classi politiche ignorarono i problemi ereditati dal passato. Quando si rilevò l’enorme danno sociale di piani sbagliati poiché influenzati dalle rendite di posizione (anni ’70), si scelse di continuare ad ignorare i problemi urbanistici presenti in città. L’aspetto grottesco è che la soluzione ai problemi odierni si scopre leggendo la storia, poiché furono gli utopisti socialisti a inventare la progettazione ecologica e l’uguaglianza spaziale. Amministratori responsabili dovrebbero risvegliare temi come il regime dei suoli per applicare i valori costituzionali mortificati da classi dirigenti incapaci e neoliberali, anche a loro insaputa.

La Città 04102017

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