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Archive for settembre 2016

Per Salerno è fondamentale ripensare le modalità sociali ed economiche della pianificazione urbanistica per una serie di ragioni che dovrebbero essere scontate, ma forse non lo sono. Il territorio è una risorsa finita e i famigerati meccanismi delle rendite e degli interessi privati non hanno migliorato le condizioni sociali degli abitanti, anzi l’aver perseguito e assecondato le regole di mercato ha fatto espellere i ceti meno abbienti generando una dannosa contrazione della città. Il Comune di Salerno e i comuni viciniori rappresentano un’area funzionale, ed è necessario creare un ufficio di pianificazione che disegni una visione futura dell’area urbana con regole bioeconomiche.

La bioeconomia è un nuovo modello culturale che genera prosperità e mira alla piena occupazione utile, cioè l’opposto di quello perseguito fino ad oggi. L’aver perseguito l’ideologia della crescita fino ad oggi ha prodotto danni sociali, ambientali ed economici e lo dimostrano gli impietosi dati ISTAT: Salerno ha la tendenza di perdere occupati (periodo 2008-2014 e 2013-14) e l’occupazione è medio bassa; il tasso di disoccupazione nel Comune di Salerno è 17,48%. Appare evidente la priorità di invertire la drammatica tendenza nel perdere occupati, favorendo la nascita di specializzazioni produttive[1] e terziarie (cultura, ricerca e innovazione), proprio attraverso la rigenerazione urbana bioeconomica che non consuma suolo ma interviene nel costruito (zona consolidata). Sotto l’Amministrazione deluchiana, mentre la città perdeva abitanti (il 18,4% dei residenti) il consumo di suolo aumentava del 31% (Dato Ispra, 2015), più di tutti i comuni limitrofi che ricevevano i cittadini espulsi dalle politiche urbane neoliberali. Questo dato non andrebbe sottovalutato sotto il profilo giuridico, poiché uno dei principi dell’urbanistica e della stessa legge nazionale è l’uso corretto del territorio, cioè il perseguimento dello scopo sociale e dell’interesse generale. Se invece i piani sono costruiti utilizzando esclusivamente la rendita è evidente la violazione di tale principio, poiché il territorio è considerato merce anziché risorsa finita indispensabile per la vita umana. Fare urbanistica non significa fare profitto ma tutelare il paesaggio, il patrimonio esistente e costruire diritti e servizi per tutti.

Inoltre, il congestionamento di Salerno è fotografato da un elevato indice di accentramento della popolazione residente (0,98) e un’elevata densità di abitazioni totali che da un lato favorisce le relazioni di prossimità, ma alti valori indicano affollamento e un probabile degrado, considerando anche il fatto che il 61% degli occupati vive e lavora nell’area urbana appesantita e addensata dagli spostamenti giornalieri del pendolarismo in ingresso.

La città di Salerno come la vediamo tutti noi, cioè l’area urbanizzata con tutti i problemi che ereditiamo è stata costruita fino alla fine degli anni ’80. Nel bene e nel male l’urbanistica salernitana appartiene ai piani che vanno dall’inizio del secolo Novecento sino al dannoso piano Marconi degli anni Cinquanta. Il motore che ha costruito la città è stata la rendita fondiaria e immobiliare, cercata e voluta dai cittadini salernitani che avevano la facoltà di influenzare gli Amministratori locali. Tutt’oggi è la rendita che muove le azioni dei piani del Sindaco. Il ruolo politico dell’attuale guida politica che dura da più di vent’anni è stato quello di ignorare i problemi urbanistici dei salernitani. Ciò che i salernitani sanno meno è che negli anni ’70 i progettisti salernitani incaricati di recuperare standard urbanistici fotografarono con precisione i danni sociali ed economici delle rendite di posizione costruite all’inizio del Novecento, e per l’assenza di un corretto uso del territorio. Il famoso e millantato processo di rinnovamento urbano è concretamente programmato e pianificato, durante gli anni ’70 e ’80, dai progettisti salernitani con ampi dibattiti pubblici. E’ in quegli anni di scontri che si costruisce l’alternativa politica alla vecchia democrazia cristiana, responsabile insieme ai fascisti della cattiva costruzione della città.

I problemi sopra elencati non devono farci arrendere, anzi è necessario introdurre nel linguaggio politico la visione bioeconomia come approccio culturale per risolverli. I problemi dovrebbero sollecitare un dibattito pubblico aperto teso a raccogliere idee e progetti.

Un’esperienza convincente da ricordare fu quando i salernitani percorsero, durante gli anni ’80, numerosi momenti di dibattiti e proposte dove professionisti, di qualsiasi colore politico, presentarono pubblicamente le idee per cambiare la città, e tale percorso favorì la cosiddetta svolta di sinistra. A quella esperienza concreta i cittadini potrebbero ispirarsi, per riappropriarsi della democrazia come metodo per far confluire le progettualità e consentire una crescita culturale.

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Salerno progetto di schema territoriale, 1978.

 

Diversamente da allora, la città non è più il territorio comunale di Salerno, ma la città è la regione funzionale classificata nel sistema locale che comprende 22 comuni ove vivono circa 400 mila abitanti. E’ questa la regione urbana ove è necessario ripensare la gestione amministrativa dei servizi e la pianificazione urbanistica poiché gli abitanti usano il territorio e stabiliscono relazioni in un’area che va oltre gli attuali confini amministrativi. E’ salernitano chi vive nella valle dell’Irno così come chi vive a Paestum o sulle colline giffonesi, ci bagniamo tutti nello stesso golfo. Riorganizzare le competenze amministrative come bioregione urbana di tanti comuni offre la straordinaria opportunità di avere un enorme peso politico, di centralizzare e razionalizzare il sistema fiscale e di restituire agli abitanti servizi migliori, se ben pianificati s’intende. Quando accetteremo il fatto che il territorio è fonte della nostra esistenza, allora prenderemo atto che in quest’area urbana ci vuole un unico strumento urbanistico che introduca il metabolismo urbano, con un unico regolamento edilizio che introduce la bellezza, la qualità architettonica e la qualità urbanistica. Credo sia del tutto auspicabile che lo Stato si riprenda il ruolo attivo ed efficace di controllare adeguatamente l’attività urbanistico-edilizio sia per pianificare correttamente e sia per fare prevenzione sul rischio sismico e idrogeologico. Come ho già scritto fare urbanistica non significa fare profitto ma tutelare il paesaggio, il patrimonio esistente e costruire diritti e servizi per tutti.

In quest’area geografica è necessario ripensare la complementarietà, la trasferibilità e l’accessibilità in chiave bioeconomica, cioè dare prevalenza alle leggi della natura attribuendo valore ai beni che non sono merci, e sono necessari per la vita umana: energia, cibo, cultura. Si tratta di ripensare la politica delle risorse materiali e immateriali per accrescere l’economia locale cambiando il mercato in funzione di bisogni reali e non dei capricci. Non è l’accumulo del capitale a indicare la direzione, ma il soddisfacimento di bisogni rispetto all’equilibrio ecologico e sociale, ridistribuendo opportunità per tutti e perseguendo attività economiche portatrici di valori. Se il neoliberismo favorisce il nichilismo, la bioeconomia favorisce l’etica e la costruzione di comunità. In termini di complementarità possiamo valorizzare i beni auto prodotti fuori dal mercato e quelli di qualità inseriti nel mercato ma prodotti e consumati a breve distanza. In termini di trasferibilità possiamo favorire il consumo di merci che hanno un valore etico e qualitativo piuttosto che inseguire il prezzo più basso che non è detto sia sinonimo di garanzia in termini di sicurezza; e in fine per l’accessibilità è auspicabile una riprogettazione dei servizi affinché siano facilitati i tempi di accesso e migliorati i luoghi degli abitanti circa gli spazi di relazione, dei servizi culturali e sanitari. Ripensare l’interazione spaziale come sopra è accennato significa produrre occupazione utile. Un esempio può aiutare a comprendere il discorso: in un luogo urbano, lo spazio relazionale è costituito dalle percezioni soggettive e dalle relazioni umane, ed è uno spazio mutevole condizionato dalle contingenze, cioè dagli abitanti e dagli “oggetti” considerati; se un piano urbanistico preferisce favorire l’inserimento nei quartieri di non luoghi (centri commerciali) [“oggetto”] piuttosto che introdurre servizi mancanti quali piazze, biblioteche e teatri, è evidente che si condizionano gli stili di vita verso il consumo piuttosto che verso lo sviluppo umano. I nostri tratti culturali sono il frutto dei rapporti territoriali e se riusciamo a valorizzare i saperi locali creiamo valore, e possiamo migliorare il senso d’identità fino a creare una nuova regione bioeconomica.

Le famigerate Fonderie Pisano sono il problema di una vecchia zonizzazione, e mentre i Consigli comunali favorivano l’inurbamento delle abitazioni nella valle dell’Irno modificando le destinazioni d’uso dei suoli, i politici non consideravano gli effetti negativi delle attività produttive esistenti. Questo dimostra la miopia di una classe dirigente insensibile sui temi della sostenibilità. Quando i politici delocalizzavano il cementificio (oggi Italcementi) dalla foce del fiume Irno in zona periferica, si “dimenticavano” degli altri stabilimenti produttivi che troviamo in valle. La miopia dei politici fu quella di non scegliere di recuperare un’area storicamente sfruttata dall’industria mentre cresceva l’area urbana, per questo motivo confliggono attività produttive e abitanti a stretto contatto. In termini di variazione spaziale alcune aree salernitane, un tempo zone industriali/produttive sono diventate luogo di consumo, mentre altre restano abbandonate. Questa variazione spaziale è l’espressione di un riflesso pavloviano che mostra il mantra dominante: vendere, vendere, vendere; e che riproduce una regressione culturale largamente diffusa. La valle d’Irno dovrebbe diventare una bio regione urbana e dovrebbe essere una priorità per tutte le amministrazioni esistenti sul territorio. Così come l’area delle colline giffonesi e picentini con i comuni insediati nella piana del Sele, dovrebbero essere maggiormente valorizzati, e soprattutto è necessario progettare la rete di città che costituisce l’area urbana che gravita intorno a Salerno. Un’altra complicazione frutto della sottovalutazione e del non governo del territorio è l’attuale area ASI da molti anni compressa fra due aree urbane densamente abitate.

All’interno di questo sistema locale è auspicabile elaborare un lungo e articolato percorso di partecipazione teso a realizzare il primo piano intercomunale bioeconomico, dove emergono gli ambiti ecosistemici e funzionali, uno della valle dell’Irno e l’altro delle colline salernitane (i picentini). Per realizzare questo progetto bioeconomico sono necessarie tutte le risorse umane progettuali dei salernitani e non solo. Questo approccio semina un’incredibile e straordinaria opportunità di occupazione utile che va dalla valorizzazione delle risorse boschive e silvo-pastorali, artigiane, culturali e turistiche, fino all’innovazione tecnologica, si tratta di attivare un formidabile mix di tradizioni, identità culturali, ed efficienza energetica che stimola le migliori imprese che lavorano nel settore della sostenibilità, dell’agricoltura e della manifattura oltre che dei servizi intellettuali della progettazione.

[1] L’identità culturale agricola salernitana è un ambito produttivo in cui investire aumentando le attività eno-gastronomiche tipiche.

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Consumo di suolo, fonte immagine: PRIN.

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Secondo il dizionario Treccani innovazione significa l’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione; oppure in senso concreto, ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica.

L’innovazione tecnologica e informatica che stiamo assistendo con l’introduzione dei robot e dell’intelligenza artificiale è suggerita per assecondare un modello di sviluppo capitalista che ignora le leggi della natura, e in determinate applicazioni mette a rischio la specie umana.

Le classi dirigenti stanno sottovalutando o ignorando gli effetti a medio e lungo termine di alcune tecnologie capaci di sostituire l’essere umano nel processo decisionale. Le implicazioni etiche attraverso la diffusione di algoritmi che sostituiscono la politica sono enormi, c’è il serio rischio che la conduzione della res pubblica possa essere “appaltata” ai robot.

Secondo la teoria del sistema-mondo dell’economia moderna il funzionamento del capitalismo fa sorgere una divisione internazionale del lavoro che genera gerarchie di Stati o regione interdipendenti, ne abbiamo un esempio lampante anche nell’euro zona con paesi centrali e periferici. Tutto ciò è previsto dal modello di sviluppo neoliberista che consiglia la cosiddetta deregolamentazione, e sempre l’euro zona è una regione che ben rappresenta questo modello distruttivo.

Il dramma sociale di questa religione capitalista è che si realizza attraverso la regressione culturale delle masse popolari, la necessità di avere schiavi e la distruzione degli ecosistemi. Attraverso l’innovazione tecnologia l’orientamento dell’élite degenerata è avere popoli ignoranti e interconnessi, affinché le APP programmate dalle imprese possano scegliere al posto degli individui, si tratta di un’evoluzione dei sistemi di controllo attraverso tecniche di manipolazione più seducenti ed efficaci. Le APP programmano bisogni indotti, cioè capricci.

L’innovazione tecnologica di questi ultimi quattro anni offre grandi opportunità di profitto per i possessori di capitali finanziari e per le multinazionali che sfruttano le zone economiche speciali situate nella periferia delle economie mondiali (Asia e Africa), poiché impiegando robot cancelleranno i costi dei salari ma produrranno ugualmente merci. Non c’è dubbio che si tratta di un’innovazione ma sarà utile alla società umana? L’aumento dei profitti e del capitale sarà utile alla società umana? Su questo pianeta ci sono miliardi di poveri, disuguaglianze crescenti e problemi concreti nelle aree urbane, l’innovazione delle multinazionali sarà utile alla soluzione di questi problemi?

E’ evidente che l’impero della vergogna, cioè delle multinazionali, è privo di coscienza civica poiché il cosiddetto sviluppo riguarda l’aumento dell’avidità e l’accumulo inutile di capitale privato, ma tutta questa concentrazione di ricchezza monetaria non è affatto indirizzata per cancellare la povertà, le disuguaglianze e tanto meno viene impiegata in programmi di istruzione per aiutare i ceti meno abbienti, o di prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico.

Innovazione e miglioramento sono cose distinte. Secondo il dizionario Treccani miglioramento riguarda il fatto di migliorare, cioè di diventare migliore, di progredire verso condizioni più soddisfacenti, di volgere al meglio; pertanto se aumenta la produzione di merci attraverso l’innovazione non è affatto scontato che si migliori, anzi, nel caso specifico circa l’impiego di robot e intelligenza artificiale i possessori dei capitali finanziari e talune multinazionali stanno innescando e favorendo una regressione degli individui, stanno peggiorando le condizioni ambientali del pianeta, e stanno uccidendo vite umane relegandole in condizioni di vita irreversibilmente degradate (slums).

Il tema è vecchio, e fu ampiamente anticipato da Heidegger circa la tecnica. E’ oggi che si manifesta il serio rischio di auto distruzione della nostra specie, mentre la classe dirigente e soprattutto quella politica appare incapace di affrontare il tema, probabilmente per due ragioni: non è culturalmente preparata (ipotesi molto vicina alla realtà), e forse tale classe è espressione diretta degli interessi privati e non dell’interesse generale.

Poiché la società moderna è espressione della sua “cultura”, è necessario un cambio paradigmatico che dovrebbe avvenire attraverso gli stessi meccanismi di controllo (emozioni, istruzione, media, linguaggio e ambiente), cioè agendo sul piano culturale, sugli stili di vita e soprattutto sul piano politico. La cultura si modifica nel tempo ed è un sistema dinamico complesso. Se osserviamo le nostre città possiamo dedurre che la cultura moderna del secondo dopo guerra ha prima favorito l’accesso a un salario, poi dagli anni ’80 l’ha prima ridotto e poi negato, e attraverso l’evoluzione del capitale nel nuovo millennio, ha favorito un peggioramento delle condizioni di vita del “ceto medio”, arrivando a pregiudicare il destino delle presenti e future generazioni. Se osserviamo le nostre potenzialità culturali, possiamo intuire che sarebbe “facile” ribaltare tale destino, se avessimo il coraggio di lasciare il piano ideologico sbagliato, per piegare la tecnica e indirizzarla nell’utilità sociale, poiché alcuni recenti innovazioni consentono di uscire dalla dipendenza degli idrocarburi, di usare razionalmente l’energia e di favorire lo sviluppo umano. In questo processo è fondamentale ripristinare la democrazia, riappropriandoci del senso della vita e dell’auto determinazione necessaria per la libertà. Ad esempio, è necessario superare il tipico dualismo occidentale fra natura e cultura, considerate separate e contrapposte, che pone l’uomo al di sopra della natura, e poi di seguito superare l’invenzione delle gerarchie sociali e il colonialismo.

Abbiamo un miglioramento della società umana uscendo dalla religione capitalista e approdando sul piano bioeconomico, poiché utilizza le leggi della natura e l’etica per compiere scelte sostenibili ed equilibrate.

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Il carattere connettivo della vita umana. Fonte immagine: Greiner, Dematteis, Lanza, Geografia umana. Un approccio visuale, Utet, 2012.

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Riccardo Iacona attraverso la puntata di Presa diretta, chiamata Il pianeta dei robot, consente di riprendere un dibattito sorto proprio con la rivoluzione industriale, e cioè le macchine che sostituiscono i lavoratori producendo disoccupazione. Oggi l’innovazione tecnologica dell’informatica consente alle imprese di produrre merci e servizi senza l’ausilio dell’essere umano, pertanto l’aumento della disoccupazione è scontata, e così i liberali pensarono di predisporre il cosiddetto reddito di base per consentire alle persone di acquistare le merci prodotte dei robot. Inutile osservare che la classe dirigente è del tutto inerte rispetto a questa evoluzione del capitalismo, già Piketty ha osservato che il capitale si sta sganciando dal lavoro, e che l’accumulo di moneta avviene attraverso la finanza, e non esclusivamente attraverso la produzione di merci. Oggi, chi controlla i capitali finanziari controlla anche le risorse del pianeta, è necessario che le risorse tornino sotto la gestione dei popoli e degli Stati democratici, ma soprattutto siano dichiarate bene comune e siano sottratte dalle avide e stupide logiche di mercato.

Oltre all’evidenza odierna dei robot che sostituiscono le persone negli impieghi manuali pesanti, e questo è un vantaggio; è indubbiamente inquietante il fatto che gli algoritmi e le APP sostituiscono anche le professioni intellettuali dando consigli alla specie umana, di fatto trasformando in realtà tutti gli scenari preconizzati da romanzi e film di fantascienza.

Vi ricordate la famosa frase il lavoro nobilita l’uomo? Oppure il mantra dei sindacati il lavoro produce ricchezza? Sono slogan che appartengono a un’epoca che sta terminando. L’inizio della fine fu preconizzato dai romanzi sui robot con Isaac Asimov nel 1950, poi è proseguito con le prime automazioni nelle fabbriche durante gli anni ’70, e poi le prime linee produttive informatizzate durante gli anni ’80. Oggi le macchine sostituiscono tutti gli operai nelle linee produttive e di assemblaggio, i prossimi licenziamenti ci saranno in tutta la logistica, sostituiti da umanoidi e anche nell’esercito, successivamente troveremo umanoidi anche nell’industria delle costruzioni, e nell’assistenza medica e sociale (lo so sembra un ossimoro robot sociale). Il film l’uomo bicentenario non è utopia.

La specie umana ha una sola salvezza: uscire dalla religione capitalista e approdare sul piano della bioeconomia; cancellare gli sprechi e rilocalizzare i processi produttivi; ridurre lo spazio del mercato e aumentare quello della comunità, tutto ciò considerando le leggi della fisica per usare razionalmente l’energia e garantire le risorse alle future generazioni. E’ necessario accettare l’evidenza che la religione capitalista è incompatibile con la natura, e che il lavoro salariato senza utilità sociale è sinonimo di schiavitù, mentre la tecnica senza governo e leggi morali può distruggere la specie umana. Lo scopo della nostra specie non è accumulare merci inutili ma avviare percorsi di conoscenza e di relazioni umane.

Se da un lato i robot sostituiscono schiavi nel processo produttivo, liberandoli dalla propria alienazione, è necessario che la società colga l’opportunità di ripensare se stessa, e accettare di introdurre l’etica nell’impresa e nelle istituzioni politiche per favorire lo sviluppo umano. L’idea ottocentesca di lavoro è finita. Non è affatto necessario produrre tutte le merci che troviamo in commercio, anzi molte di quelle merci sono inutili, e questo è un giudizio di valore. E’ necessario che i cittadini abbiano il coraggio e l’intelligenza di tornare a fare politica.

Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati: non è la globalizzazione neoliberista che produce lavoro, ma lo Stato e la cooperazione. Negli anni recenti le SpA che hanno aumentato i propri profitti senza lavorare sono quelle informatiche e cioè Apple, Google, Microsoft attraverso il valore di capitalizzazione, l’elusione e l’evasione fiscale concessa dal mondo offshore. Il capitalismo neoliberista sta mostrando che attraverso la finanza e le borse telematiche non serve lavorare per accumulare ricchezza. In questo modo si segna la fine del lavoro e si realizza una nuova trasformazione del rapporto capitale/lavoro e cioè uno scollegamento. Wal-Mart che vale molto meno di Apple, è la più grande multinazionale in termini di lavoro, ha circa 2,2 milioni di occupati. Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati di Legacoop: attraverso l’Alleanza delle coop raccolgono circa 12 milioni di soci e danno lavoro a circa 1,2 milioni di persone, con un fatturato di circa 127 miliardi di euro. Se raffrontiamo Facebook con Legacoop ci rendiamo che il software di Mark Zuckerberg, utilizzato per spiare e commercializzare i gusti delle persone, da lavoro a circa 5 mila persone. Lo Stato italiano, secondo i dati raccolti dal Commissario Cottarelli ha circa 3,4 milioni di dipendenti. Ergo, la cooperazione e lo Stato creano più lavoro delle SpA. In Italia gli occupati totali sono circa 22.566.000 su una popolazione di 60.795.612 di abitanti, nel 1968 gli occupati erano circa 20 milioni e gli abitanti circa 50 milioni, e questo cosa dimostra? Una classe dirigente che si concentra sulla crescita del PIL non crea più occupati. Se l’obiettivo è favorire l’occupazione, i dati dicono chiaramente che la strada giusta è quella della cooperazione e non della competitività o della crescita attraverso il neoliberismo, poiché la crescita crea disoccupati mentre le zone economiche speciali possono aprire nuove opportunità alla criminalità dei colletti bianchi.

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Il pianeta terra è vivo, e la specie umana insieme ad altre vivono attraverso la fotosintesi clorofilliana. I terremoti sono alcuni fenomeni naturali parte del pianeta. Ciò che dovrebbe destare scalpore e indignazione è il fatto che la conoscenza umana ha scoperto molti decenni fa le tecniche e le tecnologie per intervenire negli edifici storici, e/o costruiti prima di queste scoperte, per ridurre i rischi dell’azione del sisma e offrire alle persone il modo per salvarsi la vita.

Nonostante il rischio sismico sia noto sin dall’antichità, nonostante in Italia ci sia un gran numero di ingegneri civili e architetti in grado di ridurre il rischio sismico, cittadini e istituzioni non percepiscono questo tema come prioritario, ed anzi la programmazione politica economica non contempla piani di prevenzione. Poiché le normative tecniche sono ampiamente note e mature, e poiché le tecniche di intervento sono altrettanto note ed efficaci (tipografia del genio civile, protezione civile, wikipedia ingegneria sismica), un piano di prevenzione del rischio sismico è costituito essenzialmente da un aspetto: destinare soldi pubblici a coprire le spese degli interventi per i ceti meno abbienti su tutto il patrimonio costruito non a norma.

Se ciò non è mai accaduto la ragione non è tecnica, ma prima culturale e poi politica. Culturale poiché la società moderna forgiata nel nichilismo insegue l’effimera moneta illudendosi del fatto che sia ricchezza, e poi politica poiché gli Stati hanno abdicato al potere di emettere moneta sovrana favorendo l’interesse del mondo privato bancario, e secondo la religione capitalista neoliberale era necessario togliere poteri agli Stati per far accettare una menzogna costruita sulla credenza che lo strumento monetario sia neutrale. Non è un caso che buona parte degli individui non rifletta sulla necessità di informasi sulle condizioni statiche del proprio immobile, e poi risparmiare denari per investirli nella riduzione del rischio sismico. Nella società capitalista la priorità è apparire. In circa trecento anni, e guidati dalle teorie liberali e neoliberali, fino all’inizio del Novecento, e poi con l’uso della televisione, l’élite ha sfruttato gli studi di economia comportamentale per influenzare la percezione dei significati che gli individui attribuiscono alle parole, la pubblicità manipola il senso di parole e frasi che costruiscono la cognizione umana. Ciò avviene persino a scuola e all’università per indirizzare le scelte delle persone verso una direzione materialista, e divulgare competitività, avidità, aggressività, nichilismo, tutto in funzione di una sedicente produttività. Imprese e organizzazioni politiche adottano tecniche come il cosiddetto nudging per orientare le persone.

Il debito è una questione giuridica inventata dall’economia liberale che nasce dalle teorie monetariste del pensiero macroeconomico sviluppatosi a Chicago nella famigerata scuola di Milton Friedman, erede di Adam Smith e Friedrich von Hayek. La teoria liberale aveva la necessità di affermare una credenza strategica, e cioè raccontare la favola della “neutralità delle politiche monetarie” per sottrarre potere allo Stato di creare moneta, e assegnare tale potere a istituti privati. In un sistema capitalista quale il nostro, una volta gambizzato lo Stato dei propri arti naturali è chiaro che l’obiettivo dei liberali è raggiunto, poiché popoli e comunità sono tutti sotto il ricatto del mercato, controllato da banche private e imprese che possono accumulare capitali e distribuirli a chi lo desiderano. Nell’attuale sistema i Governi stampano Titolo di Stato acquistati da soggetti autorizzati a comprare tali Titoli di debito/credito, è una mera convenzione che costringe gli Stati a indebitarsi nei confronti dei creditori poiché il valore della moneta è coperta dalla fiducia degli acquirenti. In questo sistema è evidente il rischio del ricatto, e così la libertà dello Stato non esiste.

Il motivo per uscire dall’economia del debito ed entrare nella teoria endogena è banale, gli interventi che servono allo Stato, cioè interventi che hanno un valore in se, sono un bene poiché forgiati nell’utilità sociale e non sono idonei per la stupida economia neoclassica poiché non generano profitti. Come può generare profitto la trasmissione del sapere? Come può generare profitto accudire i propri figli? Lo stesso vale per interventi atti a prevenire il rischio sismico degli edifici arrivati a fine ciclo vita.

Questa religione capitalista ha avuto la pazienza secolare e l’abilità di psico programmare l’immaginario collettivo, e oggi pensa prioritariamente in termini di costi, e non in termini di risorse o di utilità sociale. Le persone, spesso, si pongono la domanda sbagliata: ci sono i soldi per farlo? Anziché, ci sono le risorse per farlo? Oggi la moneta è creata dal nulla, prestata e caricata di interessi agli Stati, ed è totalmente sganciata dall’economia reale, viziata dai capricci e dai ricatti del famigerato mercato. Nell’epoca di internet e della finanza, il capitale si sgancia dal lavoro. E per creare un aumento del capitale e della liquidità non è più necessario aumentare la produttività attraverso l’old economy. La liquidità si concentra nelle mani di poche imprese private, ed è così enorme che potrebbe acquistare circa 12 pianeta Terra. In questo contesto di grandi opportunità di accumulo, la democrazia è un virus maligno che la religione neoliberale deve debellare, e così le istituzioni si orientano verso sistemi feudali.

In generale, secondo le neuroscienze le nostre scelte sono influenzate da tre fattori che hanno lo stesso peso: i geni, l’ambiente, il caso; e in questo modo nel nostro comportamento incidono: il nostro patrimonio biologico-genetico, la nostra biografia e l’ambiente in cui siamo cresciuti e in fine il caso legato a una concatenazione di eventi non prevedibili. Sul tema della prevenzione da rischio sismico e idrogeologico appare evidente che il peso maggiore sia dell’ambiente in cui siamo cresciuti, cioè l’ignoranza, unita a una permanente condizione della società nichilista che spinge gli individui ad acquistare merci inutili, ciò avviene influenzando la sfera emotiva delle persone (pubblicità). I comportamenti economici non sono sempre razionali. Il cervello è composto da più sistemi che interagiscono e le emozioni giocano un ruolo fondamentale nelle scelte e nelle decisioni. Poiché l’esito della scelta è legata a dare un giudizio sul valore, in tema di rischio sismico e idrogeologico, possiamo intuire che sia per i cittadini e sia per le istituzioni, finanziare un serio programma di prevenzione non costituisce un valore; tant’è che basti osservare quale sia il modello sociale che influenza le opinioni, come per l’appunto cittadini e politici preoccupati più dell’effimero come i risultati della propria squadra di calcio, piuttosto che per la tutela della vita umana. L’utilità è soggettiva, influenzabile attraverso stimoli emozionali, e così un ambiente dove prevale la regressione culturale solo gli individui che sapranno sottrarsi al condizionamento faranno la scelta ottimale. Poiché le emozioni investono di significato le nostre azioni e le collocano in un contesto di relazioni, possiamo asserire che la nostra inerte classe dirigente, incapace di pensare a un piano di prevenzione dai rischi è concretamente nichilista e inutile. Le emozioni hanno un’intelligenza e sono plasmate dalle nostre percezioni. Non c’è intelligenza nelle istituzioni che non hanno programmato e finanziato un efficace piano di prevenzione, e che non siano capaci di controllare l’attività urbanistico-edilizia facendo rispettare le leggi.

In buona sostanza, per avviare un serio ed efficace piano per lo sviluppo umano, di cui la prevenzione del rischio sismico e idrogeologico è parte necessaria per salvare vite umane, lo Stato – cittadini e istituzioni – dove crescere culturalmente per riprendersi la sovranità monetaria e uscire dall’economia del debito, riformare gli istituti di credito e il sistema di creazione della moneta per stamparla a credito secondo la teoria endogena. Tutto ciò poiché i soldi sono strumento e non ricchezza. La ricchezza si misura con la cultura e le risorse reali, e non col capitale come professa la religione neoliberale che usa la finanza fittizia per controllare le risorse del pianeta, determinando, di fatto, un sistema feudale dove le imprese indirizzano le politiche economiche schiavizzando i popoli.

La soluzione siede sul piano bioeconomico favorendo un cambio totale dei paradigmi culturali della società moderna uscendo dal piano ideologico sbagliato come il capitalismo, e approdare proprio sul piano bioeconomico che tiene conto dell’entropia e dell’etica.

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