Cultura bioeconomica

Cosa significa rigenerare una città attraverso la bioeconomia? Il concetto di bioeconomia nacque negli anni ’70, quando Nicholas Georgescu-Roegen dimostra matematicamente gli errori dell’economia neoclassica. La funzione della produzione ignora l’entropia, pertanto Georgescu-Roegen trasforma la funzione da un modello lineare di crescita continua a un modello circolare in equilibrio, copiando i processi biologici. La bioeconomia è l’ultima dimostrazione scientifica che avvalora le posizioni utopistiche sorte nell’Ottocento, quando diversi scienziati sociali e progettisti iniziarono a discutere il modello capitalista, poiché questo crea disuguaglianze, problemi economici, sociali e distruzione degli ecosistemi.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, LCA in edilizia, Hoepli.

Nella cultura economica la città è uno strumento per l’accumulazione capitalista, tant’è che la stessa pianificazione, quando nasce nell’Ottocento, è piegata agli interessi della borghesia liberale. Il circuito di accumulazione capitalista si caratterizza con la produzione, le rendite finanziarie e il consumo di merci. Negli anni ’70, quando la politica delle imprese sceglie l’Asia per agglomerare la produzione, l’Occidente perde una parte importante dell’originaria vocazione industriale e le città diventano terziarie, con una serie di conseguenze economiche, sociali e ambientali.

L’aspetto contraddittorio e grottesco è proprio questo: la scienza dell’urbanistica nasce per riparare gli errori del capitalismo liberista disegnando un’uguaglianza spaziale, sociale e per favorire i diritti umani ma si realizza come una tecnica sfruttata dalle borghesie locali, ignorando le disuguaglianze economiche anziché perseguire interessi generali. Questo conflitto culturale e politico fra socialismo e liberalismo caratterizza tutta la pianificazione.

Gli utopisti socialisti erano consapevoli della cattiva redistribuzione della ricchezza capitalista, e suggerirono un miglioramento ma sottovalutarono la macchina amministrativa che si trovava, e tutt’oggi si trova, nelle mani del ceto politico, spesso autoreferenziale. I socialisti conoscevano bene il reale piano del conflitto, quello politico, e pertanto favorirono la nascita del partito come strumento per contendere il potere alla borghesia liberale, saldamente legata alle istituzioni politiche. Dopo secoli di materialismo capitalista, i problemi economici, sociali e culturali sono rimasti insoluti o persino amplificati. Le disuguaglianze hanno una dimensione territoriale e sono presenti nei quartieri delle aree metropolitane, nei Sistemi Locali delle città medie e nei Sistemi Locali rurali in stato di abbandono. Continuando a leggere il territorio col paradigma materialista non risolveremo alcun problema, pertanto è fondamentale uscire dal piano ideologico sbagliato. Attraverso il piano bioeconomico ci accorgiamo che le città sono sistemi metabolici con flussi di energia in ingresso e in uscita, questa semplice osservazione della realtà ci permette di introdurre un miglioramento che cambia il governo del territorio. L’approccio bioeconomico ha poi ampliato la sua visione riprendendo i temi sociali, e ricordando la tutela dei beni comuni sostenuta dalla scuola territorialista; tutela già presente nella Costituzione repubblicana.

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La cellula urbana.

L’obiettivo della rigenerazione urbana bioeconomica è usare razionalmente l’energia consentendo agli uomini di vivere in armonia con la natura, si tratta di un approccio scientifico più civile del nichilismo economico. Questo obiettivo si persegue predisponendo una corretta analisi del territorio e dei sistemi urbani, un adeguato monitoraggio della morfologia dell’assetto urbano esistente; una lettura circa la conformazione dello spazio pubblico; il rapporto fra edificato, spazio pubblico e spazi collettivi; infine le caratteristiche climatiche e ambientali del sito, le funzioni e molto altro. E’ la realtà che suggerisce l’intervento di rigenerazione finalizzato a costruire luoghi urbani che abbiano un senso per lo sviluppo umano. Da circa trent’anni le istituzioni politiche occidentali hanno promosso progetti di recupero e rinnovo urbano, riqualificazione e rigenerazione, con risultati anche contraddittori, poiché a volte hanno aumentato le disuguaglianze, anziché ridurle. In generale e nel mondo attuale, le Amministrazioni territoriali e locali cavalcano la globalizzazione neoliberista per accentrare maggiori capitali, ciò accade per le città regioni e le città globali che agiscono come motori della produzione capitalista. Le città diventano prevalentemente terziarie in Occidente mentre sono industriali in Asia. Le imprese e le banche prediligono l’approccio neoliberista poiché consente loro un accentramento del capitale mai visto prima, questo produce danni sociali e ambientali mai visti prima, col ritorno alla schiavitù. Fino a quando cittadini e ceto politico non si riprenderanno il controllo democratico delle istituzioni, le disuguaglianze continueranno a crescere, e diversi territori resteranno in uno stato di abbandono. Dal punto dei vista delle conoscenze tecnologiche, oggi pianificatori e progettisti hanno tutti gli strumenti per applicare progetti bioeconomici, rimane irrisolto il conflitto politico e giuridico, poiché in Italia ha prevalso l’egoismo trascurando i principi e i valori costituzionali. Ai vecchi problemi se ne aggiungono altri, dalla mancata riforma sul regime giuridico dei suoli e le rendite parassitarie, alla formazione della nuova armatura urbana italiana non governata, poiché costituita da comuni centroidi con le loro conurbazioni che formano città estese ove riscontriamo le disuguaglianze sociali e di riconoscimento. E’ necessario che il ceto politico restituisca sovranità allo Stato riducendo il ruolo del mercato, si tratta di applicare la Costituzione, perché la strada ideologica finora perseguita ha visibilmente aumentato la povertà soprattutto nel meridione d’Italia, ha distrutto economie locali e ridotto le istituzioni politiche a camere di registrazioni di decisioni prese altrove. Il ceto politico autoreferenziale ha sospeso la democrazia rappresentativa favorendo il riemergere di una società feudale, forgiata su rapporti di vassallaggio. In termini pratici le istituzioni devono programmare politiche pubbliche socialiste, e contemporaneamente realizzare un cambio di scala delle amministrazioni locali e avviare piani regolatori generali bioeconomici per governare razionalmente il territorio, recuperare i centri storici e rigenerare le zone consolidate. E’ importante governare correttamente le agglomerazioni industriali e produttive riterritorializzando attività e funzioni per ridurre la dipendenza dal sistema globale neoliberista. La realtà mostra che il mercato pianifica attività basandosi sul tornaconto egoistico. Per ridurre la povertà prodotta dal capitalismo liberista, lo Stato deve tornare a pianificare l’economia ma questa volta con l’approccio bioeconomico, e quindi costruire i luoghi e gli spazi ove cittadini, associazioni, istituzioni culturali possono incontrarsi e progettare la costruzione di attività virtuose e utili allo sviluppo umano, la conservazione del patrimonio, la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia stimolando la produzione di manifatture leggere con tecnologie sostenibili.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001
ISTAT, grado di urbanizzazione in Italia.

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Ridurre le disuguaglianze

La Storia, se fosse studiata seriamente, ci insegna che allo sviluppo del capitalismo moderno e ai numerosi danni sociali e ambientali che ha creato, provò a contrapporsi l’ideologia socialista. Prima Marx riuscì a spiegare egregiamente come la borghesia sfruttava le persone, favorendo la nascita della cosiddetta coscienza di classe, e poi le organizzazioni sindacali riuscirono a proporre diritti per tutti i lavoratori. Nacquero i partiti, socialista e comunista, al fine di realizzare un socialismo reale e la Storia ci insegna che il capitalismo ha stravinto eliminando persino i partiti di sinistra. Oggi le disuguaglianze sono aumentate, i padroni guadagnano e sfruttano la schiavitù più di prima, e i danni ambientali sono aumentati fino ad eliminare alcune specie viventi dal pianeta. I casi di sfruttamento sono abbastanza noti, da Uber, Amazon, (la gig economy, cioè lavoretti a comando) ad Apple, fino alle professioni intellettuali e ai servizi pubblici. Ho già scritto da molto tempo che il capitalismo neoliberista ha rifeudalizzato la società, poiché le relazioni sono di vassallaggio (neofeudalesimo o libertà). Oggi esiste persino l’Unione europea, un’organizzazione non democratica che ha assunto l’ideologia neoliberista come dogma per consolidare il libero mercato delle multinazionali. Dovrebbe essere noto che per ridurre le disuguaglianze è necessario che uno Stato sia sovrano, cioè abbia i poteri per agire sulle politiche monetarie e industriali, oltre che tassare i ricchi per ridistribuire ai poveri. Mentre USA, Russia e Cina sono stati sovrani proprio perché determinano le proprie politiche monetarie e industriali; invece l’UE è un aggregato disorganizzato e competitivo di Stati che si fanno concorrenza fra loro, e dove gli stessi cedono sovranità per mettersi nelle mani avide del mercato. Nel 2018, tutti i soggetti politici, almeno in Italia, sono favorevoli all’ideologia liberale e neoliberista, e dal 1989 in poi gli italiani non hanno più avuto la possibilità di votare per un partito comunista. Nell’epoca chiamata post ideologica, in realtà esiste solo un’ideologia: il capitalismo! Il pensiero politico socialista esiste solo nel mondo accademico e nella storia, mentre ogni tanto, questa filosofia politica si ripresenta in qualche pensatoio politico, al fine di “correggere” le storture del capitalismo che aumenta le disuguaglianze, ma non esiste un soggetto politico di massa capace di esprimere una classe dirigente adeguata alle sfide del presente e del futuro. Imprese e liberisti proliferano indisturbati accelerando i drammi sociali di alcune aree geografiche, e per quanto riguarda l’Italia, il dramma si concentra nel meridione.

Nel periodo in cui il capitalismo ha scelto l’Asia come luogo di produzione mondiale, le agglomerazioni urbane occidentali diventano soprattutto terziarie con alcune aree rimaste industriali, queste si trovano nel Sud della Germania, nella Catalogna, nel Nord della Francia (Ile-de-France) e in alcuni porti europei come Marsiglia e Rotterdam. Parigi e Londra sono città globali, scelte dalla grande finanzia speculativa. In Italia, la sola Lombardia, come la Catalogna in Spagna, è capace di tirare l’economia nazionale. E’ in questi spazi che troviamo le città regione, capaci di produrre accumulazione capitalista. La concentrazione industriale italiana si localizza soprattutto in pianura padana, iper infrastrutturata. Questi sono i luoghi della tradizione industriale borghese novecentesca, mentre negli anni più recenti, il neoliberismo ha scelto Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Albania poiché anche nei territori ex comunisti, oggi i Governi compiono scelte neoliberiste per attrarre le multinazionali consentendo loro di pagare poche tasse e bassi costi salariali. All’interno dell’euro zona, il capitalismo favorisce le disuguaglianze fiscali fra Stati e la concorrenza salariale, creando luoghi che amplificano lo sfruttamento delle persone per l’accumulazione capitalista, come le famigerate zone economiche speciali. Si tratta di una contraddizione tipica del capitalismo, poiché questo meccanismo distrugge lo Stato democratico. Osservando i rapporti ISTAT sulle disuguaglianze geografiche, emerge un dato importante, e cioè la ricchezza si concentra nei grandi centri urbani coi propri Sistemi Locali del Lavoro, e fra i grandi centri c’è un’enorme differenza di ricchezza, ad esempio grandi differenze fra Milano, Napoli e Palermo. In questi giorni si presenta pubblicamente anche un forum sulle disuguaglianze col fine di suggerire pratiche politiche concrete per ridurle. Il forum spiega cosa siano le disuguaglianze economiche (disparità nei redditi); le disuguaglianze sociali (disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi) e le disuguaglianze di riconoscimento (la collettività che non riconosce ruoli, valori e aspirazioni della persona), e dove si localizzano. Tutte queste disuguaglianze sono assai elevate e sono aumentate negli ultimi trent’anni. Queste disuguaglianze hanno una forte dimensione territoriale, rappresentano l’ingiustizia sociale, e sono alla base degli effetti negativi del Paese favorendo paure, rabbia e risentimenti. Nonostante la Costituzione repubblicana indichi proprio l’eliminazione degli ostacoli di ordine economico, la classe dirigente politica degli ultimi trent’anni non ha prodotto adeguati piani industriali e sociali, anzi ha scelto la strada opposta favorendo i famigerati piani strutturali neoliberisti.

Per quanto riguarda la disuguaglianza di ricchezza privata, una nuova ricerca che utilizza dati fiscali mostra che la quota di ricchezza netta personale detenuta dal percentile più ricco della popolazione adulta (top 1%) è cresciuta in Italia da circa il 16% nel 1995 al oltre il 25% nel 2014. Straordinario appare, a partire dal 2008 (sempre fino al 2014), l’aumento di concentrazione di ricchezza dei 5000 individui più ricchi: da circa il 2% a circa il 10% della ricchezza privata del paese. Una quota doppia, oggi, di quella (circa 5%) posseduta dalla metà più povera della popolazione. Anche in questo caso risalta lo svantaggio delle donne: in media la loro ricchezza è inferiore del 25% a quella degli uomini.

ISTAT povertà assoluta giu 2018
ISTAT, La povertà in Italia, 26 giugno 2018.

Secondo l’ISTAT, in Campania la grave deprivazione materiale passa dal 17,5% del 2004 (già molto alta) al 25,9% del 2016; in Sicilia passa dal 16,5% del 2004 al 26,1% del 2016. Quella fra Nord e Sud è una disuguaglianza creata a partire della guerra di annessione del 1860, Regno d’Italia e fascismo crearono la disuguaglianza economica fra Nord e Sud. «Il divario Nord-Sud inizia invece ad allargarsi sul finire dell’Ottocento, allorquando nel Nord-Ovest comincia a prendere corpo il Triangolo industriale. E tuttavia la forbice rimane contenuta, ancora nel corso dell’età giolittiana. È invece negli anni fra le due guerre, dal 1911 al 1951, che il divario Nord-Sud cresce molto. Al 1951, le differenze fra le macro-aree hanno raggiunto l’apice. […] Le differenze fra Sud e Nord – pur se a ritmi alterni, seguendo un processo non sempre lineare – si sono ampliate dall’Unità a oggi. […] La ricchezza si è andata quindi progressivamente concentrando nelle regioni forti del Nord Italia, che attraevano a sé anche il capitale umano» (Emanuele Felice, “Crescita, crisi, divergenza: la disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo”, in ISTAT, La società italiana e le grandi crisi economiche 1929 – 2016, Roma, 2018).

ilmattino4novembre2019

Un piano industriale basato sulla riduzione delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento ha come effetto doppio sia la riduzione della disoccupazione e sia l’aumento della qualità della vita. Possiamo osservare e riconoscere che l’interesse a individuare le disuguaglianze è un ritorno alle politiche socialiste. Nell’Ottocento gli utopisti socialisti, avevano già evidenziato l’importanza strategica dell’educazione per favorire lo sviluppo umano, e la successiva pianificazione urbanistica nacque per costruire servizi minimi a tutti i cittadini. Le aree urbane più svantaggiate sono quelle che hanno rinunciato alla corretta pianificazione urbana per favorire gli interessi speculativi della borghesia liberale, tant’è che in questi contesti troviamo le più alte disuguaglianze sociali poiché, o non c’è accesso ai servizi, o addirittura non esistono i servizi fondamentali. Ad esempio, è noto che alcuni indicatori fondamentali sono: posti letto nei presidi residenziali socio-sanitari e assistenziali; le infrastrutture; la copertura di banda larga e il tempo dedicato agli spostamenti per raggiungere il servizio. Altri indicatori sono legati al paesaggio e all’ambiente, come il patrimonio culturale; la specializzazione produttiva del territorio e la qualità dell’urbanizzazione (cioè la morfologia urbana). Un corretto piano di rigenerazione parte proprio dall’analisi dei tessuti urbani esistenti. Con questo approccio inneschiamo un processo virtuoso che crea nuova occupazione ma sono necessarie scelte e azioni politiche, figlie di una nuova cultura politica, bioeconomica. Prima di tutto, un’analisi seria sui territori e le loro peculiarità da valorizzare, infine le istituzioni politiche con i centri di ricerca, devono investire in progetti finalizzati a produrre servizi mancanti, innovazioni e riaprire determinate produzioni poiché indispensabili, come la meccatronica e altre attività di manifattura leggera. Si tratta di riterritorializzare attività e funzioni specifiche per i territori, quindi nuove funzioni, e poi riaprire attività spostate in altri Paesi. Nei territori ove è alto il tasso di disoccupazione, è necessario aprire attività culturali di base, e luoghi di studio e ricerca per consentire agli abitanti di partecipare al processo di riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche. Ad esempio la diffusione capillare di biblioteche di quartiere e luoghi di ricerca, per favorire studenti e professionisti. Si tratta di luoghi specifici che favoriscono l’aggregazione delle persone (“cluster”). Le istituzioni politiche devono pianificare la costruzione di queste strutture perché attraverso il dialogo e la creatività possiamo creare nuova occupazione utile, coinvolgendo anche gli abitanti e nelle trasformazioni urbanistiche rigenerative.

ISTAT BES 2017 indici e ripartizione geografica

Urbanizzazione

In diversi appunti pubblicati su questo diario on-line, ho espresso più volte idee sul governo del territorio e la necessità di adottare un’unica agenda urbana bioeconomica. L’anno scorso, l’ISTAT pubblica un interessante documento per aggiornare i dati sull’urbanizzazione presente in Italia, e in generale per riconoscere la trasformazione dell’armatura urbana italiana, ormai consolidata, ma non governata. Anche il nostro istituto di statistica riconosce la necessità di una visione sulle nostre aree urbane, e denuncia l’assenza di un’agenda urbana italiana, mentre altri Paesi e organizzazioni discutono e propongono specifiche soluzioni su temi generali legati alle città. Dovrebbe apparire evidente che questa inerzia delle istituzioni politiche produce danni, mentre si ha l’impressione che l’idea dei nostri politici sul governo del territorio, sia la totale deregolamentazione a favore dell’ideologia neoliberale che applica la mercificazione di ogni cosa, e privatizza i processi decisionali politici per favorire gli interessi delle imprese private e degli investitori. Dal punto di vista del territorio, cosa significa urbanizzare e quali sono gli effetti? Le istituzioni politiche italiane smettono di pianificare l’economia e sottovalutano il governo del territorio favorendo le disuguaglianze di reddito, sociali e di riconoscimento, e infine trascurano un’efficace manutenzione dell’ambiente costruito lasciando che l’incuria faccia insorgere danni e morti, oltreché chiudere gli occhi sul famigerato fenomeno criminale dell’abusivismo edilizio. Nel corso dei decenni, la maggioranza degli amministratori ha adottato una condotta politica contra legem: non prendersi le responsabilità delle proprie scelte deregolamentando i processi, cioè Sindaci e Consiglieri lasciano fare ai soggetti privati, i quali sono ben lieti di influenzare le scelte di localizzazione e persino gli indici urbanistici. Questo aspetto è notoriamente fuori legge perché di competenza dei Comuni obbligati a fare gli interessi generali. La maggior parte dei Consigli regionali e comunali “affrontano” la manutenzione degli agglomerati urbani con logiche speculative sottovalutando la realtà dei problemi quali: il ciclo vita degli edifici, il rischio idrogeologico, il rischio sismico, il consumo di suolo agricolo, il degrado urbano in taluni quartieri e la povertà presente in determinate periferie con i noti fenomeni di criminalità. Una priorità politica dunque, è la riduzione delle disuguaglianze, e queste si concentrano sia nelle aree metropolitane e sia nei sistemi rurali in abbandono. L’aspetto contraddittorio è che, mentre le aree urbane concentrano ricchezza, questa non è affatto ridistribuita, pertanto esistono quartieri della marginalità con grandi problemi di inclusione sociale. Nel paradigma capitalista, le aree rurali non riescono a generare ricchezza come quelle urbane, e sono toccate dal fenomeno dell’abbandono. Entrambi gli ambiti territoriali – urbani e rurali – sono toccati dalla marginalità, dal disagio economico, e dalla vulnerabilità sociale e materiale. Il 33,8% (3,2 milioni) degli abitanti nelle aree urbane vive in uno stato potenziale di disagio economico. La maggior parte della popolazione italiana è si concentrata nelle aree urbane, e l’ISTAT ha individuato 611 Sistemi Locali, si tratta di sistemi urbani e funzionali rispetto al lavoro che hanno generato nuove forme urbane estese e frammentate. In queste nuove città troviamo sia il disordine urbano e sia veri e propri vuoti urbani. I Sistemi Locali principali  sono 21 (Roma, Milano, Napoli, Torino …); le città di media grandezza sono presenti in 86 Sistemi Locali, ed il resto, è rappresentato da 504 Sistemi delle aree rurali che sono sempre più abbandonate favorendo l’aumento del rischio idrogeologico. I Sistemi locali poi si dividono in attrattivi e perdenti (che cedono abitanti), mentre in quelli metropolitani e in quelli perdenti troviamo le disuguaglianze di riconoscimento che sono in aumento grazie alle politiche globali neoliberali. In questi contesti difficili, le persone escluse hanno sfiducia nelle istituzioni, e si sviluppano movimenti politici autoritari e intolleranti. Nei luoghi della marginalità, cioè i non luoghi, le persone escluse reagiscono anche con stili di vita illegali, ed è in questi contesti che la micro criminalità mette radici. Decenni di politiche neoliberaliste hanno prodotto tali problemi poiché è venuto meno il mandato costituzionale che chiede di costruire uno Stato sociale. Il ceto politico è del tutto autoreferenziale e conservativo dello status quo a trazione capitalista, ed a partire dagli anni ’80 ha smesso di promuovere politiche pubbliche socialiste. Questo ceto élitario non ha una visione culturale come la pianificazione bioeconomica per i Sistemi Locali, perché preferisce l’approccio liberista che oggi applica lo slogan dell’economia della conoscenza. Gli amministratori locali adottano politiche urbane inseguendo lo slogan liberista – l’economia della conoscenza – ma questo alimenta disuguaglianze fra i vari Sistemi Locali, poiché favorisce la concentrazione dei capitali presso i centri principali e le cosiddette città globali. Si tratta di un approccio più competitivo, e questa scelta ha innescato l’aumentato delle disuguaglianze economiche fra i territori e una nuova crescita dei flussi migratori, cioè abitanti che si spostano per cercare lavoro dal Sud al Nord. Il passaggio dall’economia pianificata all’economia liberista ha messo da parte la pianificazione, favorendo attività che generano rendite e speculazioni edilizie. E’ storia che nel 1962, il legislatore scelse di ignorare la famosa proposta di Fiorentino Sullo che riformava il regime dei suoli per consentire, finalmente, allo Stato di applicare l’interesse generale, come già facevano i paesi scandinavi, Olanda, Germania e Inghilterra. Una testimonianza drammatica della linea neoliberale è la recente approvazione della nuova legge urbanistica in Emilia Romagna, che ha profili di illegittimità poiché contra legem (avversa ai principi della legge urbanistica nazionale) e persino incostituzionale. Mentre il ceto politico italiano sottovaluta i temi urbani o addirittura strumentalizza i problemi del degrado urbano con Commissioni ad hoc; da decenni, nei Consigli  degli Enti locali si è affermata la consuetudine nel rinunciare alla pianificazione urbanistica anziché applicare la Costituzione. Accade che gli attori privati sono invitati a fare i propri interessi stimolando processi di accumulazione del capitale, ma a danno della collettività, sia perché si adottano trasformazioni del territorio espressione delle speculazione edilizia, e sia perché tali processi avviano fenomeni degenerativi come la gentrificazione, oltre il consumo di suolo agricolo e lo sprawl. In buona sostanza la maggioranza dei comuni italiani non adotta piani urbanistici ma piani edilizi, la differenza è sostanziale si tratta di scelte politiche che ignorano i problemi delle città per favorire gli interessi speculativi.

Osservando il nostro territorio, e soprattutto le strutture urbane, oggi sappiamo che non esistono più le città che tutti noi consideriamo, ma esistono nuove città costituite da comuni centroidi saldati alle loro conurbazioni. Il problema amministrativo è che tali strutture urbane non sono governate da un unico comune, ma dai comuni costituiti dal centroide e dagli altri limitrofi. Infine, il problema culturale del ceto politico che non adotta piani regolatori generali bioeconomici capaci di vedere le strutture urbane come sistemi metabolici, e i suoi territori come bio regioni urbane, secondo le indicazioni della scuola territorialista; ma si continua a stimolare sia il consumo di suolo con la dispersione urbana e sia l’aumentano dei carichi urbanistici anche negli spazi dove non è affatto necessario, tutto ciò perché è sparita l’urbanistica.

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ISTAT popolazione per tipologia di località abitativa
ISTAT, 2017

L’urbanizzazione viene in genere definita principalmente in relazione a due categorie interpretative: da un lato quella demografica, legata a fenomeni quali l’aumento della popolazione nella aree definite urbane e la proportion urban, dall’altro quella territoriale, basata su indicatori quali il consumo di suolo, la diffusione e la concentrazione. Su queste due direttrici si e sviluppato gran parte del dibattito teorico che, nel tempo, ha cercato di definire, misurare e interpretare le dinamiche dell’urbanizzazione, dando luogo alle diverse accezioni con cui viene descritto l’urbano. Sebbene questa impostazione sia in fase di superamento, spesso l’urbanizzazione è stata associata al processo di trasformazione del territorio da rurale a urbano, allo sviluppo dei centri abitati e alla concentrazione della popolazione nelle aree urbane. Il tasso di urbanizzazione infatti si può misurare calcolando il rapporto tra popolazione urbana e popolazione rurale, anche se va distinto dalla crescita urbana (urban growth), che invece si riferisce solo alla crescita demografica della popolazione che risiede in aree urbane, e non all’espansione fisica. Il grande interesse nei confronti dell’urbanizzazione e, più in generale, dell’urbanità, è dovuto alle dimensioni del fenomeno su scala globale, dato che il 50 percento della popolazione vive nelle città e il trend è in costante crescita. Si prevede infatti che da adesso al 2030 ci saranno più di 41 mega-city (città con più di 10 milioni di abitanti) e che il 64 percento della popolazione mondiale vivrà in aree urbane nel 2050 (Un 2015). Praticamente si assisterà a un totale ribaltamento delle proporzioni rispetto al 1950, quando la popolazione urbana costituiva un terzo di quella globale.

Capitalismo, effetti e rimedi.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia.

A partire dagli anni ’70, prima, le imprese multinazionali, in accordo con i Governi, hanno avviato quella che oggi chiamiamo globalizzazione neoliberale, cioè un’evoluzione del capitalismo. Nuove agglomerazioni industriali in zone economiche speciali furono individuate in Asia per aumentare i margini attraverso la schiavitù. Negli anni ’80 si aggiunse la deregolamentazione finanziaria e la proliferazione delle aree cosiddette off-shore per non pagare tasse agli Stati. Oggi, grazie all’informatica e alle speculazioni finanziarie, talune imprese accumulano più capitali attraverso il loro valore fittizio rispetto alle imprese che trasformano e vendono merci (old economy). Mentre accade ciò, in Oriente, si sono sviluppati i tradizionali processi di urbanizzazione che hanno favorito lo spostamento della popolazione, dalle aree agricole verso le città, e si sono innescati i processi di accumulazione del capitale grazie alle nuove agglomerazioni industriali. Mentre l’Asia diventava l’industria del mondo, ovviamente si sviluppavano ripercussioni economiche e sociali in Occidente, che si manifestavano attraverso lo svuotamento delle ormai ex aree industriali e produttive, lasciando una miriade di capannoni vuoti e l’aumento della disoccupazione. Le città abituate al capitalismo urbano perdevano i loro introiti, e sostanzialmente falliscono. Nell’euro zona dotata di regole abbastanza stupide, il fallimento è stato indotto e accelerato così da minare le certezze dello Stato sociale, ormai ridotto all’osso. Lo schema si caratterizza per disuguaglianze e sottosviluppo: i Paesi “centrali” pianificano agglomerazioni industriali, quelli “periferici” cedono attività. Negli USA, paese centrale, i fallimenti sono contrastati dallo Stato centrale attraverso investimenti diretti. In Italia, i Consigli comunali e le Regioni, inseguendo la religione capitalista, hanno creduto di poter riempire quel vuoto economico e sociale accelerando la privatizzazione di tutti i processi politici, compresa l’edilizia, e cancellando la pianificazione territoriale e urbanistica. In questo modo, la classe dirigente ha aumentato i disagi sociali ed economici poiché, com’era prevedibile, gli interessi privati di alcune categorie sociali hanno prevalso a danno della collettività. Le trasformazioni urbanistiche organizzate da piani edilizi adottati dai politici locali hanno innescato processi di gentrificazione, cioè di espulsione dei ceti meno abbienti dai centri per confinarli nei comuni limitrofi, ove sono minori i costi dell’abitare. La rendita è l’incentivo economico utilizzato dalla classe dirigente occidentale per cercare di riempire quel vuoto lasciato dalla globalizzazione neoliberale. Lasciando la politica al capitalismo, tutto si è trasformato in merce, ed è accaduto che l’interesse generale fosse completamente cancellato. La democrazia rappresentativa non c’è più, mentre è emerso e si è consolidato un sistema politico neofeudale. I diritti delle persone non sono rispettati. In questo sistema ormai consolidato esistono solo vantaggi economici per poche persone mentre i problemi, non solo restano, ma si amplificano: dispersione urbana, rischio sismico e idrogeologico, ciclo di vita degli edifici, inquietudine urbana, servizi mancanti, inquinamento e consumo di suolo, disuguaglianze crescenti e povertà che minano l’istituzione familiare, resa più fragile, e svuotata d’identità e tradizioni.

In Occidente, il capitalismo ha trasformato le strutture urbane mostrando un fenomeno nuovo. La contrazione delle città non si è tradotta in un ritorno alla campagna ma ha favorito la costituzione di “città regioni”, “città di città”, crescita delle aree metropolitane, e costituzione di nuove aree urbane, cioè nuove “città estese” costituite da comuni centroidi e le loro conurbazioni. Le nuove “città estese” rappresentano le nuove strutture urbane italiane governate dai vecchi confini amministrativi ormai obsoleti e dannosi. La risposta politica agli effetti perversi e negativi del neoliberismo è la territorializzazione delle attività adottando politiche bioeconomiche, poiché stimolano attività virtuose e sostenibili. Attraverso la bioeconomia, le città sono viste come sistemi metabolici, e ciò consente di osservare e misurare i flussi in ingresso e in uscita per eliminare gli sprechi e chiudere i cicli naturali, di fatto annullando l’inquinamento. L’avvio di questo processo e la realizzazione di questo approccio produce nuova occupazione. Un piano bioeconomico produce enormi benefici poiché opera sul recupero dei centri storici e sulla rigenerazione delle zone consolidate, eliminando quelle espansive, mentre le nuove tecnologie, ormai mature, producono risultati immediati per l’energia, il cibo e la mobilità. La valutazione del piano da priorità agli aspetti sociali ed ambientali, e il processo stimola la partecipazione attiva degli abitanti. E’ necessario un cambio di scala territoriale e amministrativo per favorire l’adozione di piani urbanistici bioeconomici e la programmazione di politiche nazionali bioeconomiche attraverso il Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane (CIPU). Il CIPU dovrebbe essere la cabina di regia per controllare i piani regolatori generali bioeconomici delle nuove città estese, al fine di garantire un rinascimento finalizzato allo sviluppo umano e alla tutela dell’ambiente, e non più al mero profitto economico, all’inutile accumulo.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001
ISTAT, grado urbanizzazione delle aree urbane.

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Ripristinare l’urbanistica

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E’ possibile governare e pianificare il territorio costruendo diritti senza speculare e distruggere il territorio?

Per millenni l’uomo ha saputo costruire città e insediamenti umani senza l’invenzione dell’economia capitalista e senza sapere cosa fosse una rendita fondiaria o immobiliare. Fino alla nascita dell’epoca moderna, le città si costruivano per favorire una vita sicura, stimolavano l’incontro, lo sviluppo di conoscenze e lo scambio delle merci, poi cominciarono a fortificarsi assicurando una difesa più efficace. Esistevano gerarchie di classe, un centro ben organizzato e collegamenti con le altre città. Chi era al vertice delle gerarchie di classe stabiliva le regole: il Re, il dittatore, il sovrano, il monarca, l’imperatore, la borghesia, un’oligarchia, un’élite. Nel corso dei secoli, il potere ha stabilito che gli schiavi, sotto pagati o non pagati, costruirono le città. L’oligarchia locale decideva chi era utile alla città e chi no, sceglieva di riconoscere o meno chi aveva la conoscenza e la capacità di costruire, dissodare terreni, coltivare e allevare bestiame, ed era ben accolto nelle città. I sovrani sceglievano di riconoscere conoscenze e capacità altrui, ed erano stimati se questi portavano un’utilità politica. Le città erano espressione dell’economia reale, condizionate dai limiti dei luoghi cioè della natura, e subordinate alle capacità politiche. Per secoli le città sono state vere e proprie comunità, dove si riconosceva il valore delle attività umane poiché necessarie alla sopravvivenza della comunità stessa. La moneta non era ricchezza ma strumento di misura.

L’inizio della fine del senso di comunità comincia con l’invenzione della proprietà privata e delle banche, e poi l’invenzione dello Stato moderno che favorirà il capitalismo. I concetti di tassa e gestione amministrativa furono un’invenzione giuridica per sostenere i costi delle guerre da scaricare sulla collettività; se in una prima fase si inventò la tassa sul reddito pretesa dal sovrano in maniera violenta e coercitiva, poi in una seconda fase l’invenzione della tassa stabilita per legge regolarizzava una consuetudine violenta. Furono i liberali a inventare lo stato moderno istituzionalizzando le tasse da utilizzare, non più solo per l’esercito, ma per costruire le infrastrutture necessarie a stimolare i profitti delle imprese private. Nell’Ottocento, quando nasce la scienza dell’urbanistica si apre il conflitto culturale fra socialismo e liberalismo. Gli utopisti socialisti inventano la pianificazione come disciplina per rimediare agli enormi errori delle politiche liberali, dalle disuguaglianze crescenti ai danni sanitari e ambientali.

La storia dell’urbanistica, se fosse letta anche dai cittadini, insegna che per garantire diritti a tutti gli abitanti il territorio non deve rispondere alla religione economica, poiché esso è sia una risorsa finita e sia luogo per costruire diritti e servizi utili allo sviluppo umano. Uno dei padri dell’urbanistica, Howard, mostrò che attraverso il sistema delle cooperative si potevano realizzare città intere, indirizzando il profitto delle rendite alla costruzione dei servizi collettivi e sfruttando il diritto di superficie per i residenti con un canone sufficiente a pagare gli investimenti e costi di gestione. Era un sistema dove i soggetti privati si prendevano cura della cosa pubblica non per trarne profitto ma per realizzare diritti senza scaricare i costi sullo Stato. Poiché tale sistema è figlio di un’idea socialista se non addirittura comunista (condivisione del bene comune), esso è stato appositamente scartato dai liberali i quali hanno saputo psico programmare tutto l’Occidentale con lo slogan laissez faire al mercato, con l’intento opposto ai socialisti di incarnare il vero spirito capitalista, cioè accumulazione, profitto e l’avidità.

La borghesia e le classi dirigenti utilizzarono le innovazioni dei socialisti per pianificare meglio i propri interessi e inventarono la rendita per accumulare capitali, proprio attraverso la pianificazione urbanistica. Durante il Novecento in Italia, l’ideologia liberale ebbe maggiore successo poiché la cosiddetta speculazione edilizia divenne persino metodo o consuetudine per far crescere le città e accumulare capitale nelle mani delle classi dirigenti locali (rendite di posizione). La rendita è l’effetto di una concezione prevaricatrice e usurpatrice circa il governo del territorio, è la furbizia dei pochi contro i molti, dei forti economicamente contro la collettività, è l’attuazione dell’idea liberale del laissez faire che ha formato il pensiero di tutta la classe dirigente occidentale. L’economia liberale inventò la cosiddetta zonizzazione, cioè il razzismo economico che sceglie per se dove localizzare le proprie attività, la propria casa, i propri interessi ed espellere i poveri dai luoghi scelti dall’élite locale.

Oggi sono le amministrazioni cittadine a utilizzare la globalizzazione neoliberista sviluppando azioni competitive. Aree urbane estese e città regioni agglomerano attività e funzioni per aumentare l’accumulazione capitalista, in conseguenza di ciò vi sono effetti economici e sociali negli altri territori. Parlamenti e Governi smettono di promuovere politiche economiche e sottovalutano le politiche urbane, in questo modo aumentano le disuguaglianze sociali e di riconoscimento innescando processi disgregativi e di degrado.

La soluzione per porre fine all’ingiustizia e alla rapina, siede sul nuovo piano culturale bioeconomico capace di misurare i flussi di energia e materia, e che pone il territorio fuori dall’economia mercantile e finanziaria. Il suolo non è merce ma una risorsa limitata che consente agli ecosistemi di vivere. Il territorio è un bene e non una merce. Il problema che limita la corretta pianificazione è abbastanza noto. Negli anni ’60, i liberali che sostenevano la maggioranza politica della Democrazia Cristiana decisero di stralciare la proposta della “pubblicizzazione dei suoli”, fra l’altro presentata da un Ministro democristiano come Fiorentino Sullo. Nel resto d’Europa, già da molti decenni si applicava uno strumento giuridico abbastanza noto che evitava, ed evita la possibilità di speculare quando si pianifica un territorio. Il tema generale è chiamato regime giuridico dei suoli. Il legislatore italiano, se avesse la volontà politica di farlo, può unire il diritto di superficie con la pubblicizzazione dei suoli alla bioeconomia, per stimolare la nascita di un nuovo processo economico necessario per rigenerare il patrimonio esistente ma senza speculare e per limitare drasticamente il consumo di suolo. E’ possibile governare e pianificare il territorio costruendo diritti senza speculare e distruggere il territorio? Si può fare domani mattina, ricordandosi che l’urbanistica non è stata inventata per fare profitto ma per risolvere problemi. Si può fare restituendo sovranità allo Stato e il ruolo di controllore e coordinatore, con la capacità di spendere con i limiti della bioeconomia; intervenire per favorire l’interesse generale, e cambiando le regole che valutano piani e progetti, dando prevalenza all’utilità sociale e ambientale piuttosto che al ritorno economico degli investitori privati.

Il disordine urbano, il degrado e le speculazioni non sono figli dell’urbanistica ma di una cultura politica molto nota: è il liberalismo capitalista. Per decenni i piani regolatori generali delle città sono stati pensati per assecondare la crescita della produttività delle imprese private anche quando i piani possedevano caratteristiche di un uso razionale del territorio con densità e spazi più adeguati. In Europa e in Italia, l’epoca della crescita è finita da molto tempo poiché il capitalismo che serve solo se stesso ha scelto altri luoghi dove localizzarsi, tutto ciò mentre le classi dirigenti totalmente impreparate continuavano ad adottare piani obsoleti. Le conseguenze di questa condotta politica sono state: l’aumento delle diseguaglianze economiche, la negazione del diritto alla casa ai ceti meno abbienti, la costruzione di città-regioni e l’aumento del consumo suolo, l’abbandono delle periferie e il degrado sociale, l’aumento dell’inquinamento atmosferico, la riduzione dei servizi sociali e la carenza di standard minimi nei centri urbani consolidati. Le politiche urbane neoliberali sono state un disastro totale, mentre l’attuale classe dirigente è incapace di ripensare i paradigmi culturali della società per suggerire un nuovo modello che può nascere dalla bioeconomia, e dal recupero di alcuni valori descritti dagli utopisti socialisti dell’Ottocento.

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Neighborhood unit (cellula urbana).

Nichilismo urbano

Il tema non è nuovo, anzi è contemporaneo ed affrontato egregiamente da uno storico dell’architettura fra i più bravi e brillanti, il prof. Renato De Fusco scrisse un libro tal titolo eloquente Architettura come mass medium. De Fusco non usa la definizione di “nichilismo urbano” ma si rifà ad Heidegger, Durkheim, Adorno e la scuola di Francoforte e molti altri critici della società dei consumi per condurre le sue indagini sulla semiotica dell’architettura. Nel testo troviamo le chiavi di lettura di molti fenomeni urbani di quest’epoca tremenda, dal punto di vista sociale, economico, urbanistico e per l’appunto architettonico.

Non sorprende che una capitale europea come Roma non sia amministrata e governata degnamente, e come molti osservatori hanno già scritto questa crisi viene da lontano, mentre i cittadini non sono affatto innocenti poiché i loro rappresentanti sono stati votati.

Dal punto di vista urbanistico e architettonico, l’ormai famigerato caso della speculazione di Tor di Valle, è l’ennesimo tassello dell’epoca odierna: il capitalismo neoliberale che produce nichilismo urbano. Questo è un fenomeno occidentale molto diffuso e applicato dagli amministratori locali, i quali non sono più chiamati a pensare e dialogare con i cittadini. Da molti anni si è consolidata una prassi che troviamo in tutte le città globali e anche nelle periferie economiche. I capitali privati decidono dove e come investire mentre il territorio è merce a loro disposizione. Gli investitori si affidano alle cosiddette archistar che hanno l’opportunità di esprimere il proprio ego e le proprie sperimentazioni stilistiche auto referenziali. Il mondo capitalista è lo spirito del tempo che sfrutta la pubblicità e i medium di massa per imporre il proprio nichilismo. In questa regressione culturale spariscono sia l’architettura e sia l’urbanistica, e restano le costruzioni della pubblicità ma soprattutto i simboli delle multinazionali, i loghi, i marchi, il brand. Nell’accezione economica liberale, le costruzioni edili sono merce che creano “ricchezza” per accumulare capitale e porre garanzie sui debiti privati. In buona parte degli Enti locali non siedono uomini di cultura capaci di leggere l’urbanistica e l’architettura, ma troviamo mediocri amministratori, utili a vendere la merce dei padroni.

La storia dell’urbanistica, se fosse letta anche dai cittadini, insegna che per garantire diritti a tutti gli abitanti, il territorio non deve rispondere alla religione economica, poiché esso è sia una risorsa finita e sia luogo per costruire diritti e servizi utili allo sviluppo umano. Uno dei padri dell’urbanistica, Howard, mostrò che attraverso il sistema delle cooperative si potevano realizzare città intere, indirizzando il profitto delle rendite alla costruzione dei servizi collettivi e sfruttando il diritto di superficie per i residenti con un canone sufficiente a pagare gli investimenti e costi di gestione. Era un sistema dove i soggetti privati si prendevano cura della cosa pubblica non per trarne profitto ma per realizzare diritti senza scaricare i costi sullo Stato. Poiché tale sistema è figlio di un’idea socialista se non addirittura comunista (condivisione del bene comune), esso è stato appositamente scartato dai liberali, i quali hanno saputo psico programmare tutto l’Occidentale con lo slogan laissez faire al mercato, con l’intento opposto ai socialisti di incarnare il vero spirito capitalista, cioè accumulazione, profitto e l’avidità. Da circa trent’anni, tutte le nostre politiche urbane sono forgiate dall’avidità dei privati che applicano il laissez faire, nonostante sia noto a tutti che tale religione è la radice della gentrificazione urbana, della crisi sociale e del degrado urbano, oltre che della rapina economica dei privati contro la collettività.

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Letchworth, fondata da Raymond Unwin e costruita secondo il piano Ebenezer Howard

 

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Capitalisti

Mi sembra di averlo scritto tante volte quanto e come la religione capitalista sia una credenza dannosa alla specie umana. Tutto l’Occidente è gravemente contagiato da questa credenza e il resto del mondo ne sta pagando le conseguenze sociali e ambientali.

Da circa trent’anni tale religione è cresciuta anche in Asia, ma soprattutto ha conseguito enormi successi per i suoi sacerdoti liberali. Nella nostra società è facile ascoltare slogan contro lo Stato, contro il pensiero socialista e comunista nonostante tali ideali non abbiano trovato alcuna affermazione in Italia, dal secondo dopo guerra in poi. Il Novecento è senza dubbio il secolo di Adam Smith. Oggi, le diseguaglianze sociali ed economiche sono fra le più grandi di sempre. Un grande successo dei liberali è proprio questo aspetto culturale e psicologico, far imprecare le menti deboli su argomenti inventati, carichi di pregiudizi e ignoranza; e mentre i poveri imprecano contro lo Stato, le imprese, grazie alle politiche liberali, possono aprire i propri stabilimenti nei luoghi dove non si pagano tasse. La messa in scena delle forze politiche indignate perché aumenta la disoccupazione in Italia, è solo una rappresentazione teatrale, poiché le leggi italiane suggeriscono agli imprenditori di fare profitto sfruttando i paradisi della religione liberale. Ad esempio, localizzarsi in Polonia dentro una Zona Economica Speciale (ZES).

Le ZES sono strumenti della globalizzazione neoliberista per l’accumulazione capitalista programmando l’agglomerazione di attività e funzioni. Tali Amministrazioni innescano la competitività fra territori e città regioni, e sono i motori del capitalismo. Le politiche neoliberiste dei territori e delle città urbane estese hanno conseguenze economiche e sociali, nel senso che aumentano le disuguaglianze fra i territori stessi e aumentano la povertà nelle periferie economiche.

Farnesina ZES Polonia
Pagine web della Farnesina per promuovere ZES in Polonia.

In Italia, gli attori politici recitano i propri sermoni con termini come crescita, competitività, riduzione della spesa pubblica per ridurre la disoccupazione (come se questa fosse la soluzione), mentre lo stesso Governo italiano spinge gli imprenditori privati nel localizzare le imprese nei territori con agevolazioni fiscali per aumentare i profitti, ma a danno della collettività poiché licenziano in Italia. Da molti anni il Governo italiano coordina, attrae e assiste le imprese verso le Zone Economiche Speciali. In sostanza i governi italiani usano la disuguaglianza di riconoscimento (diverso trattamento dei diritti dei lavoratori all’interno dell’euro zona) come strumento per far crescere i ricavi delle imprese sacrificando la dignità umana, grazie alla svalutazione salariale che è una forma di sfruttamento, di schiavitù, proprio come accadeva nella società feudale.

La diabolica classe politica europea, serva delle grandi imprese, propone di introdurre le ZES anche in Italia, per legalizzare la svalutazione salariale, cioè la schiavitù anche qui, e spostare nuovamente le imprese dall’Oriente verso l’Occidente in luoghi dove, o non si pagano le tasse o si versa un’aliquota forfettaria, e dove non ci sono diritti sindacali.

In Italia, da molti anni sono individuate forme analoghe alle ZES, e si chiamano Zone Franche Urbane (ZFU). Osservando la localizzazione delle ZFU, concentrare nel meridione d’Italia, non è un caso che questi spazi utilizzati dal liberalismo non sortiscano alcun effetto sulla riduzione del tasso di disoccupazione.

UE crescita economica per Regione
UE, crescita economica per Regione, fonte Eurostat.

Era urbana, meridione e sistemi locali

L’era urbana è già in corso di sviluppo e gli abitanti che ci vivono subiscono un’esistenza passiva per una serie di motivi culturali, politici ed economici. Gli abitanti non partecipano ai processi di pianificazione, mentre le classi politiche dominate dal dogma liberale laissez faire, anziché applicare l’interesse generale, lasciano la pianificazione a chiunque possa trarne un tornaconto economico. Solitamente sono le élite locali economiche più forti che determinano i processi pianificatori.

L’epoca che sta arrivando trasforma nuovamente i nostri stili di vita, e in parte questo processo è già consolidato, mentre le nuove tecnologie informatiche accelerano processi degenerativi della specie umana inconsapevole del sé. Una parte importante degli esseri umani di questo pianeta (1,4 miliardi di persone), mentre la crescita urbana capitalista è nel solco del vecchio paradigma neoliberale, è costretta a vivere nel degrado (slums) come accadeva nell’Ottocento; ma i numeri sono diversi per dimensione, e più schifosamente ingiusti, se consideriamo il fatto che oggi esistono tecnologie e opportunità per estinguere la fame e offrire occasioni di sviluppo umano a chiunque lo desidera. I poveri aumentano, e le città non pianificate correttamente sprecano energia. Ancora una volta, l’invenzione del mostro capitalista manovra tutto: sia lo sviluppo tecnologico e sia la distruzione delle risorse comprimendo i diritti umani.

L’epoca di urbanizzazione dove i cittadini vivono nelle aree urbane ha forme e caratteristiche diverse: la crescita urbana in Asia, in Africa, e la contrazione urbana negli USA e in Europa con la dispersione (sprawl). In alcuni casi, le élite medio orientali e asiatiche sperimentano per conto proprio le nuove tecnologie e programmano la costruzione di nuove città a basso consumo.

In Europa, i gruppi economicamente più forti stanno già trasformando le aree urbane esistenti, e in parte hanno già soddisfatto le proprie esigenze speculative innescando processi di gentrificazione. Ciò avviene in tutte le principali città e soprattutto nelle cosiddette città globali, cioè i luoghi offshore, della finanza e dei media come New York, Londra, Parigi, Tokyo, ed oggi si aggiungono le capitali asiatiche, Singapore, Pechino, Shangai, Hong Kong, Mumbai. In Italia, non esistono città globali, anche se Milano ambisce a farne parte.

Il capitalismo è una forma sofisticata di razzismo basata sulle opportunità economiche, ed ha sfruttato la tecnica della pianificazione urbanistica per usurpare e allontanare i ceti meno abbienti dai territori che l’élite sceglieva per se, ciò è sempre esistito, poi nell’Ottocento la finanza affinò la fattibilità delle trasformazioni urbane per scaricare i costi, prima sul nascente stato moderno, e poi sul cosiddetto libero mercato perseguendo due vantaggi tipici per i razzisti, (1) impedire ai ceti economicamente più deboli di vivere in luoghi urbani meglio progettati e (2) guadagnare senza lavorare attraverso la rendita. Sono più di 150 anni che ciò avviene sotto il naso di tutti, poiché i popoli sono tenuti all’oscuro dei meccanismi economici della pianificazione, anzi li ignorano del tutto.

La recessione economica che i popoli subiscono è un vantaggio per l’élite ma soprattutto strumento di controllo delle politiche territoriali per determinare una migliore allocazione delle imprese sfruttando tutti i vantaggi della globalizzazione neoliberale, sia sfruttando e usurpando le risorse finite del pianeta e sia sfruttando la schiavitù umana. La novità degli ultimi trent’anni è che ciò accade anche nella vecchia Europa, senza quella consapevolezza di classe che si ebbe nell’Ottocento, quando i popoli si ribellarono chiedendo e ottenendo migliori condizioni di vita.

In Italia, le condizioni sociali ed economiche sono a dir poco drammatiche nel meridione d’Italia, annesso al Nord 150 anni fa, e costantemente depredato dalle imprese private e di Stato. Secondo il mio modesto parere, a parte la voluta carenza di infrastrutture e di agglomerazioni manifatturiere leggere che possono essere programmate e realizzate, oggi il danno più grande è la percezione psicologica di costante svantaggio e degrado che fa emigrare le giovani generazioni. Tutto ciò nonostante il meridione d’Italia e d’Europa sia la parte di territorio europeo con straordinarie ricchezze culturali, paesaggistiche, con intelligenze e capacità manifatturiere uniche nel mondo. La religione capitalista liberale misura i valori mercantili e non quelli morali, pertanto durante l’Ottocento, la volontà politica inglese e francese pianificò e guidò dall’esterno la distruzione della concorrente potenza economica meridionale, inventando la propaganda risorgimentale e corrompendo i graduati borbonici. Ancora oggi il capitalismo liberista adotta i medesimi strumenti, propaganda e corruzione, sia con la psico-programmazione degli individui secondo i dogmi materialisti dei liberal, e sia facendo disprezzare l’identità storica della Magna Grecia, della Langobardia minor, e del Regno delle Due Sicilie ai meridionali stessi, convinti dai media di esser “terroni”, per dirla secondo le ignobili fantasie di un leghista qualunque. Una costante narrazione mediatica razzista presente nei network nazionali, e persino inserita nei testi scolastici (Risorgimento e brigantaggio) costruisce una falsa rappresentazione del meridione che influisce soprattutto nell’educazione degli abitanti del Sud. La menzogna criminale e razzista propugnata per decenni nei libri scolastici è stata che la cosiddetta questione meridionale, cioè le differenze economiche fra il Nord e il Sud d’Italia fossero presenti prima dell’Unità d’Italia. I primi ad aver creduto alle fandonie propugnate dai programmi scolastici dei Governi italiani sono stati, sia la classe dirigente meridionale e sia gli abitanti. Infine, cosa di non poco conto, è stata l’élite meridionale a peggiorare la condizione sociale ed economica delle comunità del Sud costruendo un sistema sociale forgiato sul vassallaggio a vantaggio di poche e selezionate famiglie imprenditoriali.

Solo in questi ultimi anni grazie al successo di testi popolari ben documentati con fatti storiografici mostrano quanto la narrazione storica scritta dai vinti abbia stravolto la realtà dei fatti per motivi economici e politici. E solo da alcuni anni sembra rinascere un desiderio di conoscenza e di partecipazione politica nel tentativo di scardinare il sistema sociale feudale dell’élite degenerata.

La guerra di annessione del Sud al Nord c’è stata, ma non può essere un alibi per non vedere il dramma dell’ignoranza funzionale degli italiani e della cattiva classe dirigente locale sostenuta da una generale apatia degli individui nei confronti della politica.

Il meridione può e deve diventare una rete di città connesse fra loro. Le politiche territoriali bioeconomiche sono in grado di valorizzare le risorse locali e sono la spinta culturale per impiegare un mix di nuove tecnologie che usano le risorse rinnovabili. Tutto ciò può essere ben fatto applicando progetti bioeconomici che interpretano correttamente l’uso razionale delle risorse sotto la guida dell’etica politica.

E’ necessario che le persone e la classe politica meridionale si rinnovi, cambi abbandonando i dogmi liberali che stanno depredando il meridione, oggi periferia economica dell’Europa. I Comuni stessi sono organizzazioni e istituzioni amministrative obsolete e inutili, eleggere direttamente un Sindaco e un Consiglio comunale non serve a nulla, poiché tali Enti non rappresentano più l’economia e l’identità dei territori. Una classe politica seria e capace deve avere il coraggio di riformare gli Enti locali guardando le aree funzionali dei sistemi locali e introducendo forme e strumenti efficaci di democrazia diretta e partecipativa. E’ necessario riorganizzare le amministrazioni osservando i sistemi locali e approvare piani intercomunali bioeconomici (bioregioni urbane) per favorire lo sviluppo umano e la creazione di agglomerazioni manifatturiere leggere e d’innovazione tecnologica e sociale. E’ questo l’approccio culturale per interpretare la realtà territoriale e l’economia odierna, ma oggi siamo sprovvisti di strutture amministrative e di istituzioni adeguate. Il mondo è cambiato, la società è cambiata regredendo e le istituzioni politiche sono rimaste quelle del Novecento mentre la condotta dell’élite è di tipo feudale. Le politiche neoliberali stanno distruggendo i nostri territori mentre le politiche bioeconomiche fanno l’opposto, restituendo autonomia, libertà e creando occupazione utile.

Il meridione e soprattutto i meridionali devono darsi delle opportunità, devono sperimentare, avere il coraggio di investire su stessi aggregando talenti da tutto il mondo. Il mondo accademico deve e può programmare attività di ricerca applicata bioeconomica che favorisce investimenti utili nella rigenerazione territoriale del patrimonio esistente. In questo modo si creano opportunità per chiunque progetti sul territorio utilizzando il paradigma bioeconomico. I cittadini stessi, con imprese e banche devono prendere in considerazione l’idea di sperimentare la rigenerazione urbana bioeconomica che si occupa della città costruita intervenendo nei quartieri ancora privi di servizi minimi, e degli edifici arrivati a fine ciclo vita tendendo presente gli impatti sociali e ambientali degli interventi programmati.

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Regioni come sistemi urbani, fonte immagine Treccani on-line.

Cambiare le politiche urbane

In tutta la letteratura urbanistica, gli autori raccontano i cambiamenti avvenuti nei nostri territori, in particolar modo l’aumento della popolazione urbana e il fenomeno della contrazione nelle città che ha fatto crescere i comuni limitrofi ai grandi centri favorendo la nascita di aree urbane. A partire dagli anni ’70, le imprese abbandonano l’Europa e le città sono deindustrializzate, in Italia c’è un’accelerazione del fenomeno che va dagli anni ’80 fino all’inizio del nuovo millennio. Due scelte politiche favoriscono la delocalizzazione: la deregolamentazione dei mercati finanziari e la fine del socialismo in Russia, e l’apertura della Cina al neoliberismo. I cambiamenti del capitalismo incidono anche sulle migrazioni, tant’è che l’Europa perde abitanti qualificati a favore di USA e ASIA. Dentro l’Europa i paesi “centrali” attraggono migranti qualificati mentre la “periferia” perde abitanti. All’interno di questa lettura territoriale centro-periferia, nel corso degli anni sono emerse le città regioni e i super cluster (agglomerazioni) come Silcon valley, Hollywood, la City di Londra, capaci di generare accumulazione capitalista. Le città regioni sono agglomerazioni socio-economiche più competitive, i casi più efficaci sono Portland, Toronto, San Diego-Tiujana, le regioni transfrontaliere della Manica, quella dell’Øresund, la pianura Padana, la zona Singapore-Johore-Batam, quella di Hong Kong-Shenzen. Recentemente si è avviato un esperimento di unire Shangai con Jiangsu e Zhejiang per creare una gigantesca città regione di circa 90 milioni di abitanti. Nel 1988, in Europa in quattro motori del capitalismo, Baden-Württemberg, Catalogna, Lombardia e Rhône-Alpes, hanno cercato accordi per assicurarsi vantaggi competitivi.

Dunque in questi anni di globalizzazione neoliberista le amministrazioni territoriali hanno innescato processi competitivi per accentrare capitali, con evidenti conseguenze economiche e sociali. Le istituzioni politiche scelgono di non avere una politica urbana nazionale per favorire l’accumulazione capitalista nelle città regioni, considerate i luoghi trainanti del capitalismo neoliberista. In questo contesto degenerato grazie all’assenza di politica nel rispetto dei principi costituzionali emergono e crescono le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Aumentano povertà e degrado, anche nelle aree urbane estese scelte dai neoliberisti. L’osservazione della nuova realtà urbana suggerisce la necessità di riorganizzare competenze e funzioni dei Comuni per adeguare le istituzioni ai cambiamenti sociali già consolidati. Sarebbe saggio realizzare un cambiamento di scala territoriale unendo i comuni centroidi a quelli limitrofi che insieme rappresentano un’unica struttura urbana. Inutile ricordare l’incapacità del legislatore nel servire seriamente il popolo, sia perché i politici non cambiano le dannose regole fiscali e monetarie dell’UE, sia perché i problemi delle aree urbane vanno affrontati con urgenza per la necessità di fare prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico, ma il nostro legislatore non ha né il coraggio e né la consapevolezza di interpretare correttamente la realtà territoriale e urbana, per applicare la Costituzione e programmare investimenti per rigenerare le città.

Gli abitanti non vivono più entro i confini amministrativi delle città ma vivono nei cosiddetti Sistemi Locali, che rinchiudono più comuni. In Italia sono 611 i Sistemi Locali del lavoro. Fino ad oggi tutti i Consigli comunali hanno inseguito il paradigma culturale sbagliato e cioè la crescita urbana, per attrarre investitori privati. I politici locali, interpretando male la Costituzione e la legge urbanistica nazionale, hanno chiesto ai pianificatori di mercificare le trasformazioni urbane, affinché i piani attuativi rispondessero alle esigenze di fare profitto, e riempire i vuoti urbani lasciati dal processo di disurbanizzazione, con interventi speculativi. La classe dirigente politica è cresciuta nell’idea sbagliata di sviluppo, convinta che le città potessero crescere all’infinito ma non è così, poiché le città possono anche decrescere, come accade per 26 città italiane, tutte le più importanti, da Milano a Roma. La popolazione urbana è dinamica e dipende dalle attività economiche che alimentano la vita in città.

Poiché il capitalismo abbandona la vecchia Europa per motivazioni “banali”, come l’opportunità di aumentare i ricavi riducendo i costi (salari più bassi in Asia e assenza di diritti sindacali), è altrettanto evidente che se tutti i Consigli comunali puntano all’inutile competitività per attrarre gli speculatori privati, solo alcune trasformazioni diventano realtà che si concentrano nelle città più importanti. Il capitalismo è sinonimo di razzismo, e la pianificazione urbanistica è stata utilizzata dalla borghesia italiana, i privati economicamente più forti, per soddisfare i propri interessi e i propri capricci cacciando i ceti meno abbienti dai centri urbani. Oggi è la finanza globale che entra direttamente nella pianificazione locale di alcune città globali, sceglie dove riciclare il danaro, mentre le multinazionali costruiscono i non luoghi e distruggono l’economia locale rendendo le attività sempre più dipendenti al sistema globale (deterritorializzazione). E’ un processo vizioso che distrugge sempre più le opportunità delle generazioni presenti e future. Un sistema stupido e dannoso poiché ha deindustrializzato l’Italia nei settori ove era leader mondiale, e dannoso poiché impoverendo le famiglie, si distrugge il presente e futuro di diverse generazioni, mentre i neolaureati sono costretti a emigrare per inseguire i propri sogni.

Le politiche urbane sono fondamentali per programmare e costruire un eventuale Rinascimento italiano poiché tali strumenti (i piani) localizzano le attività cultuali, sociali, ambientali e industriali nei nostri territori e possono favorire coesione sociale e sviluppo locale, ma è necessario cambiare il paradigma culturale della società. Se l’Italia non ha un’adeguata agenda urbana, è evidente che Governo e Parlamento non svolgono il proprio ruolo, mentre la Costituzione ordina fedeltà alla Repubblica e lo sviluppo di politiche industriali per realizzare l’interesse generale: tutela del patrimonio e dell’ambiente, ricerca e innovazione, costruzione dei diritti, favorire lo sviluppo umano.

Le attuali politiche urbane neoliberali non funzionano per le ragioni prima accennate, allora la risposta alla soluzione: favorire l’occupazione e ridurre la povertà, non è proporre di riempire i vuoti con progetti speculativi, come le ZES copiando l’ASIA, poiché sono gli strumenti delle multinazionali che predano le risorse locali e omogeneizzano i territori privandoli della propria identità. La soluzione è nella direzione opposta e cioè territorializzare. La soluzione è nella nostra identità, nelle nostre specificità, è nella cultura; basta applicare la Costituzione italiana per creare occupazione utile. La soluzione è nella cooperazione fra Comuni dentro i sistemi locali. Ad esempio, costruendo programmi, piani, e progetti di bioregioni urbane per l’ambito territoriale, e in rigenerazioni bioeconomiche in ambito attuativo, cittadino. C’è la necessità di fare manutenzione dell’intero patrimonio edilizio esistente e di intervenire nei quartieri per cambiare gli isolati, e la morfologia urbana. Cultura e bellezza sono i principi che dovremmo applicare. Basterebbe introdurre la democrazia, favorendo processi di pianificazione partecipata coinvolgendo i cittadini al processo decisionale della politica, e chiedere loro di riempire i vuoti creati dalla disurbanizzazione e cioè dalla fine del capitalismo industriale nelle città. Molti esempi sono presenti in Europa, in tutte quelle città dove gli amministratori hanno saputo raccogliere investimenti privati non per speculare, ma favorire l’agglomerazione delle attività locali nelle aree da rigenerare. Il problema delle nostre città è la cattiva cultura dei nostri dipendenti eletti, che preferiscono inseguire l’ideologia neoliberale piuttosto che rispondere ai bisogni delle persone e applicare la Costituzione rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e aiutare i ceti meno abbienti, solitamente espulsi dalle città e relegati nelle periferie degradate. Sindaci, Consigli comunali e cittadini possono fermare questa predazione continua se capiscono di dover uscire dalla religione capitalista poiché il territorio non è merce, ma la fonte della nostra vita e rappresenta anche la nostra identità. Le politiche urbane devono ispirarsi alla bioeconomia poiché è l’approccio culturale che ci consente di avviare piani attuativi misurando l’etica delle scelte, e i flussi di energia e di materia. L’impatto sociale delle scelte è più importante degli indici di borsa di un mercato senza morale.

Per misurare e capire l’inefficacia di politiche urbane proposte da un’idea sbagliata di sviluppo, è sufficiente osservare gli indicatori economici (tasso di povertà), quelli socio-demografici (alfabetizzazione, l’aspettativa di vita), gli indicatori ambientali (vulnerabilità e resilienza) e gli indici di sviluppo umano (BES: salute, ambiente, benessere economico, istruzione e formazione, relazioni sociali, paesaggio e patrimonio culturale, qualità dei servizi …). L’ISTAT abbonda di dati.

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