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Posts Tagged ‘urbanistica’

In diversi appunti pubblicati su questo diario on-line, ho più volte espresso idee sul governo del territorio e la necessità di adottare un’unica agenda urbana bioeconomica. L’anno scorso, l’ISTAT pubblica un interessante documento per aggiornare i dati sull’urbanizzazione presente in Italia, e in generale per riconoscere la trasformazione dell’armatura urbana italiana, ormai consolidata, ma non governata. Anche il nostro istituto di statistica riconosce la necessità di una visione sulle nostre aree urbane, e denuncia l’assenza di un’agenda urbana italiana, mentre altri Paesi e organizzazioni discutono e propongono specifiche soluzioni su temi generali legati alle città. Dovrebbe apparire evidente che questa inerzia delle istituzioni politiche produce danni, mentre si ha l’impressione che l’idea dei nostri politici sul governo del territorio, sia la totale deregolamentazione a favore dell’ideologia neoliberale che applica la mercificazione di ogni cosa, e privatizza i processi decisionali politici per favorire gli interessi delle imprese private e degli investitori. Dal punto di vista del territorio, cosa significa urbanizzare e quali sono gli effetti? Le istituzioni politiche italiane smettono di pianificare l’economia e sottovalutano il governo del territorio favorendo le disuguaglianze di reddito, sociali e di riconoscimento. I politici non pianificano più il territorio e le città lasciano le scelte alle imprese private; la maggior parte dei Consigli regionali e comunali “affrontano” la manutenzione degli agglomerati urbani con logiche speculative sottovalutando la realtà dei problemi quali: il ciclo vita degli edifici, il rischio idrogeologico, il rischio sismico, il consumo di suolo agricolo, il degrado urbano in taluni quartieri e la povertà presente in determinate periferie con i noti fenomeni di criminalità. Una priorità politica dunque, è la riduzione delle disuguaglianze, e queste si concentrano sia nelle aree metropolitane e sia nei sistemi rurali in abbandono. L’aspetto contraddittorio è che, mentre le aree urbane concentrano ricchezza, questa non è affatto ridistribuita, pertanto esistono quartieri della marginalità con grandi problemi di inclusione sociale. Nel paradigma capitalista, le aree rurali non riescono a generare ricchezza come quelle urbane, e sono toccate dal fenomeno dell’abbandono. Entrambi gli ambiti territoriali – urbani e rurali – sono toccati dalla marginalità, dal disagio economico, e dalla vulnerabilità sociale e materiale. Il 33,8% (3,2 milioni) degli abitanti nelle aree urbane vive in uno stato potenziale di disagio economico. La maggior parte della popolazione italiana è si concentrata nelle aree urbane, e l’ISTAT ha individuato 611 Sistemi Locali, si tratta di sistemi urbani e funzionali rispetto al lavoro che hanno generato nuove forme urbane estese e frammentate. In queste nuove città troviamo sia il disordine urbano e sia veri e propri vuoti urbani. Sono 21 i Sistemi Locali principali (Roma, Milano, Napoli, Torino …), 86 rappresentano le città di media grandezza, e il resto sono 504 Sistemi delle aree rurali, che sono sempre più abbandonate favorendo l’aumento del rischio idrogeologico. I Sistemi locali poi si dividono in attrattivi e perdenti (che cedono abitanti), mentre in quelli metropolitani e in quelli perdenti troviamo le disuguaglianze di riconoscimento che sono in aumento grazie alle politiche globali neoliberali. In questi contesti difficili, le persone escluse hanno sfiducia nelle istituzioni, e si sviluppano movimenti politici autoritari e intolleranti. Nei luoghi della marginalità, cioè i non luoghi, le persone escluse reagiscono anche con stili di vita illegali, ed è in questi contesti che la micro criminalità mette radici. Decenni di politiche neoliberaliste hanno prodotto tali problemi poiché è venuto meno il mandato costituzionale che chiede di costruire uno Stato sociale. Il ceto politico è del tutto autoreferenziale e conservativo dello status quo a trazione capitalista, ed a partire dagli anni ’80 ha smesso di promuovere politiche pubbliche socialiste. Questo ceto élitario non ha una visione culturale come la pianificazione bioeconomica dei Sistemi Locali e questa scelta politica alimenta disuguaglianze. I partiti politici italiani hanno scelto di ignorare la pianificazione favorendo le solite attività che generano rendite e speculazioni edilizie. E’ storia che nel 1962, il legislatore scelse di ignorare la famosa proposta di Fiorentino Sullo che riformava il regime dei suoli per consentire, finalmente, allo Stato di applicare l’interesse generale, come già facevano i paesi scandinavi, Olanda, Germania e Inghilterra. Una testimonianza drammatica della linea neoliberale è la recente approvazione della nuova legge urbanistica in Emilia Romagna, che ha profili di illegittimità poiché contra legem (avversa ai principi della legge urbanistica nazionale) e persino incostituzionale. Mentre il ceto politico italiano sottovaluta i temi urbani o addirittura strumentalizza i problemi del degrado urbano con Commissioni ad hoc; da decenni, nei Consigli  degli Enti locali si è affermata la consuetudine nel rinunciare alla pianificazione urbanistica anziché applicare la Costituzione. Accade che gli attori privati sono invitati a fare i propri interessi stimolando processi di accumulazione del capitale, ma a danno della collettività, sia perché si adottano trasformazioni del territorio espressione delle speculazione edilizia, e sia perché tali processi avviano fenomeni degenerativi come la gentrificazione, oltre il consumo di suolo agricolo e lo sprawl. In buona sostanza la maggioranza dei comuni italiani non adotta piani urbanistici ma piani edilizi, la differenza è sostanziale si tratta di scelte politiche che ignorano i problemi delle città per favorire gli interessi speculativi.

Osservando il nostro territorio, e soprattutto le strutture urbane, oggi sappiamo che non esistono più le città che tutti noi consideriamo, ma esistono nuove città costituite da comuni centroidi saldati alle loro conurbazioni. Il problema amministrativo è che tali strutture urbane non sono governate da un unico comune, ma dai comuni costituiti dal centroide e dagli altri limitrofi. Infine, il problema culturale del ceto politico che non adotta piani regolatori generali bioeconomici capaci di vedere le strutture urbane come sistemi metabolici, e i suoi territori come bio regioni urbane, secondo le indicazioni della scuola territorialista; ma si continua a stimolare sia il consumo di suolo con la dispersione urbana e sia l’aumentano dei carichi urbanistici anche negli spazi dove non è affatto necessario, tutto ciò perché è sparita l’urbanistica.

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ISTAT popolazione per tipologia di località abitativa

ISTAT, 2017

L’urbanizzazione viene in genere definita principalmente in relazione a due categorie interpretative: da un lato quella demografica, legata a fenomeni quali l’aumento della popolazione nella aree definite urbane e la proportion urban, dall’altro quella territoriale, basata su indicatori quali il consumo di suolo, la diffusione e la concentrazione. Su queste due direttrici si e sviluppato gran parte del dibattito teorico che, nel tempo, ha cercato di definire, misurare e interpretare le dinamiche dell’urbanizzazione, dando luogo alle diverse accezioni con cui viene descritto l’urbano. Sebbene questa impostazione sia in fase di superamento, spesso l’urbanizzazione è stata associata al processo di trasformazione del territorio da rurale a urbano, allo sviluppo dei centri abitati e alla concentrazione della popolazione nelle aree urbane. Il tasso di urbanizzazione infatti si può misurare calcolando il rapporto tra popolazione urbana e popolazione rurale, anche se va distinto dalla crescita urbana (urban growth), che invece si riferisce solo alla crescita demografica della popolazione che risiede in aree urbane, e non all’espansione fisica. Il grande interesse nei confronti dell’urbanizzazione e, più in generale, dell’urbanità, è dovuto alle dimensioni del fenomeno su scala globale, dato che il 50 percento della popolazione vive nelle città e il trend è in costante crescita. Si prevede infatti che da adesso al 2030 ci saranno più di 41 mega-city (città con più di 10 milioni di abitanti) e che il 64 percento della popolazione mondiale vivrà in aree urbane nel 2050 (Un 2015). Praticamente si assisterà a un totale ribaltamento delle proporzioni rispetto al 1950, quando la popolazione urbana costituiva un terzo di quella globale.

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Paul Citroen, Metropolis, 1923.

Spesso ho scritto quanto le discipline giuridiche ed economiche influenzino negativamente l’urbanistica e il disegno urbano fino a far scomparire i diritti dei cittadini ed edulcorare gli scopi della pianificazione. Le rendite urbana e fondiaria favoriscono una costruzione della città che risponde ai capricci degli immobiliaristi e dei proprietari privati. La conseguenza di ciò è la violazione sistematica dei principi costituzionali, che impongono la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia. A questo punto ci si è arrivati con una scelta consapevole della classe dirigente politica, che ha preferito dare libero sfogo alla spirito liberale presente nella Costituzione stessa, ma a danno dell’ambiente e dei diritti dei cittadini, soprattutto di quelli più poveri, emarginati dal razzismo insito nel capitalismo. Inoltre, scrivo da tempo quanto l’urbanistica sia una disciplina difficile e poco comprensibile per le persone, poiché usa un linguaggio tecnico. Dietro i piani urbanistici ci sono gli interessi economici particolari, che possono essere assecondati attraverso la giurisprudenza amministrativa e la rinuncia dei Consiglieri a svolgere il proprio ruolo di rappresentanti dell’interesse generale. Un tipico esempio di tutto ciò si consuma a Salerno, ma è ciò che accade in tutti i comuni d’Italia, all’insaputa della popolazione che ignora i propri diritti e doveri, e ignora completamente i meccanismi e le dinamiche che formano i piani urbanistici locali.

Nei giorni passati La Città pubblica – 23 settembre 2017 – un intervento del Consigliere Lambiase elenca le “novità” della variante al PUC con alcuni cambi di destinazione d’uso circa i comparti edificatori, transitati da servizi ad alloggi. L’accusa è che il piano regala nuove rendite ai privati mentre le superfici ottenute destinate a standard rimangono inutilizzate. Il 21 ottobre 2016 sulle pagine de La Città intervenni scrivendo che la legge urbanistica campana andrebbe cambiata, poiché adotta una perequazione edulcorata e inefficace. Com’è noto, per i Comuni vige l’obbligo di costruire standard minimi a tutti i cittadini pena l’illegittimità del piano. E’ altresì noto che nel corso degli anni nacque la perequazione urbanistica per consentire allo Stato di ottenere i suoli senza ricorrere all’istituto dell’esproprio. L’intenzione e il principio perequativo sono quelli di applicare un’uguaglianza di mercato, per ridurre la discriminatorietà economica dei piani circa i suoli edificabili. La perequazione urbanistica non è un modello unico introdotto da una legge nazionale, ma una pratica giuridica ed ogni Regione la interpreta diversamente, fino ad arrivare a snaturarla del tutto come accade in Campania. Non è una sorpresa osservare che i Comuni campani non riescano a ottenere gli standard minimi, perché qui non esiste una “perequazione diffusa” vincolata alla costruzione preventiva degli standard ma una “perequazione di comparto” che addirittura si stabilisce in fase attuativa contraddicendo il principio di uguaglianza perequativa. Non solo non c’è una “perequazione diffusa” ma è possibile costruire lo standard in una fase successiva, col rischio concreto di ricadere nelle difficoltà riscontrate a Salerno, e non solo. In Campania si preferisce l’urbanistica “contrattata” nel solco dell’ideologia liberale di Adam Smith e il suo “laissez faire” (lascia fare al mercato). Nella storia della borghesia italiana, ha prevalso l’idea di sfruttare la rendita fondiaria e immobiliare per accumulare capitale privato senza lavorare, ma a danno del bene comune. Tale ricchezza copre il 32% del PIL ed è più del doppio di quella che viene considerata come fisiologica in un sistema economico equilibrato, secondo Paola Bonora (Fermiamo il consumo di suolo, 2015). Nel corso dei decenni si è consolidata la prassi viziosa di ignorare i problemi esistenti relativi agli standard mancanti nelle zone consolidate, e non si è avuto il coraggio di proporre nuovi approcci. Escludendo alcuni interventi di rinnovo e recupero urbano realizzati durante la breve parentesi della sinistra, oggi l’ideologia neoliberale continua a negare diritti e servizi ai cittadini, e continua a distruggere le risorse limitate del territorio.

Ciò che la maggioranza dei cittadini probabilmente ignora, è che l’urbanistica nacque per rimuovere i problemi ambientali e sociali causati dal capitalismo. La tecnica urbanistica insegna come progettare forme urbane in armonia con la natura e sostenere la coesione sociale. Nel corso del Novecento, più di una volta le classi dirigenti locali scelsero di costruire la città del capitalismo negando la realizzazione di insediamenti urbani che favorivano l’armonia con la natura e l’uguaglianza sociale (piani Donzelli-Cavaccini e Guerra), ed anche dopo aver realizzato male gli ampliamenti, le classi politiche ignorarono i problemi ereditati dal passato. Quando si rilevò l’enorme danno sociale di piani sbagliati poiché influenzati dalle rendite di posizione (anni ’70), si scelse di continuare ad ignorare i problemi urbanistici presenti in città. L’aspetto grottesco è che la soluzione ai problemi odierni si scopre leggendo la storia, poiché furono gli utopisti socialisti a inventare la progettazione ecologica e l’uguaglianza spaziale. Amministratori responsabili dovrebbero risvegliare temi come il regime dei suoli per applicare i valori costituzionali mortificati da classi dirigenti incapaci e neoliberali, anche a loro insaputa.

La Città 04102017

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ISTAT agglomerati morfologici urbani 2001

La morfologia delle aree urbane, fonte immagine ISTAT.

C’è connessione fra la mancata riforma urbanistica (regime dei suoli) e la speculazione edilizia? Ripartendo da questa domanda retorica possiamo recuperare un tema fondamentale per creare occupazione utile, per tutelare il territorio e restituire diritti a tutti i cittadini, soprattutto ai ceti economicamente più deboli. Ai noti problemi sociali delle rendite parassitarie che hanno aumentato le disuguaglianze, si aggiunge l’evoluzione del neoliberismo che ha modificato i rapporti di urbanizzazione in Occidente creando nuove strutture urbane e diversi usi del territorio. Abbiamo i fenomeni di contrazione dei comuni centroidi con la crescita di quelli limitrofi, che unendosi fisicamente creano nuove città e reti di città. In questi spazi urbani estesi troviamo le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. I dati dell’ISPRA, nel Rapporto 2017 sul consumo di suolo, mostrano il disastro promosso da Regioni e Comuni nel piegarsi ai capricci del mercato continuando ad approvare piani espansivi anziché rigenerare le zone consolidate, con sottovalutazione e scarsa attenzione al rischio sismico e idrogeologico. In Italia abbiamo il notissimo fenomeno dell’abusivismo edilizio, che ha una doppia radice: una motivazione dei privati nell’evadere le tasse locali (non esiste l’abusivismo per necessità) e la compiacente assenza di controlli dei funzionari pubblici di Comuni e Regioni. Le conseguenze sono disastrose: consumo di suolo, insicurezza per gli abitanti, e danno erariale. Per l’assenza di una banca dati unica e nazionale, i dati sull’abusivismo sono eterogenei, discordanti ma preoccupanti. Ad esempio, secondo l’ISTAT si stima che nel 2015, ben 20 costruzioni su 100 sono abusive, e c’è una tendenza pericolosa nella crescita del fenomeno, soprattutto in Molise, Campania, Calabria e Sicilia nel triennio 2012-2014, trend in crescita che si registra anche in Umbria, Marche, Lazio e Liguria. La decadenza sociale delle classi dirigenti, non ancora appagate dal realizzare qualsiasi capriccio, sta inventando e divulgando neologismi giuridici stupidi e immorali come “l’abusivismo per necessità” (aberrazione costituzionale, legislativa e urbanistica), e sta introducendo leggi sempre più liberiste, come il cattivo esempio della legge in Emilia Romagna. Da un lato si va oltre l’immorale e scellerato condono edilizio, e dall’altro lato si smantella persino quel poco di buono che è stato fatto in passato come il recupero urbano e la perequazione diffusa. I politicastri vanno avanti per giustificare i processi di privatizzazione delle trasformazioni urbanistiche, e sostenere consuetudini avverse ai principi della Costituzione e della legge urbanistica nazionale. Tali scelte neoliberiste sono suggerite per favorire l’avidità degli investitori privati (lascia fare al mercato) e creare valori fittizi sfruttando la rendita. Eppure, aggiustare l’Italia applicando la Costituzione crea occupazione utile, ma per farlo correttamente è necessario sia riprendere il nodo sul regime giuridico dei suoli (riforma Sullo), e sia adottare un cambio di scala territoriale e modificare gli strumenti giuridici e finanziari che giudicano piani e progetti, introducendo criteri di valutazione bioeconomica. Prima di tutto dobbiamo accettare la verità scientifica che il territorio non può essere mercificato, per ovvie ragioni di conservazione delle specie viventi, e poi ricordarsi che il diritto a edificare è concesso dallo Stato, non appartiene alla proprietà privata, pertanto l’arroganza dei privati nel voler guadagnare senza lavorare sfruttando la famigerata rendita, è un male da estirpare imitando le pratiche virtuose di altri paesi: diritto di superficie, recupero del plusvalore e tasse. In fine, dobbiamo riconoscere che la classe dirigente locale si è dimostrata incapace nel favorire piani con qualità urbanistica e architettonica, poiché uno degli scopi della legge urbanistica era di realizzare una corretta morfologia urbana, oltre alla normale costruzione dei servizi per tutti i cittadini. Dal dopo guerra in poi, in diversi comuni d’Italia, non si è realizzata né una corretta morfologia urbana e tanto meno sono stati costruiti gli standard minimi per i quartieri. Nel riparare città mal costruite, dovremmo introdurre il piano regolatore generale bioeconomico che ha la predilezione per le zone consolidate, eliminando del tutto quelle di espansione. Tale piano aggiunge alla tradizionale zonizzazione e localizzazione con mixitè funzionale e sociale, anche la misura dei flussi di energia in entrata e uscita, e la valutazione sociale degli interventi da realizzare nel livello attuativo. Nella fase attuativa, la perequazione è piegata agli scopi sociali e ambientali, favorendo progetti che risolvono problemi delle zone consolidate, e riducendo il ruolo divenuto strategico dei soggetti privati interessati esclusivamente al proprio tornaconto economico, preferendo soggetti attuatori no-profit. In tal senso è fondamentale il ruolo pubblico dello Stato, sia come figura di coordinamento e controllo, e sia come soggetto attivo (investimenti e leva fiscale) che condiziona gli investitori privati verso l’utilità sociale attraverso i criteri bioeconomici. Il punto focale dei piani bioeconomici è la realtà urbana e territoriale; non più la velleità di Sindaci e di archistar che si prestano a manipolare l’opinione pubblica, o le ambizioni di progetti “finanziati” dai privati con volgari speculazioni immobiliari. L’analisi dell’esistente è il vero piano che fa emergere i problemi rimasti insoluti, la capacità di leggere e interpretare la struttura urbana e territoriale, la carenza di standard nelle zone consolidate, il ciclo vita degli edifici e il degrado, la mobilità e gli stili di vita, i servizi. Osservando le aree urbane è necessario che il sapere tecnico sia a servizio diretto dei cittadini con processi di partecipazione attiva, favorendo il dialogo sui problemi da risolvere, e presentando visioni progettuali con trasformazioni urbanistiche che migliorano le zone consolidate suggerendo soluzioni urbane, architettoniche e tecnologiche adeguate.

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urbanismi Spinosa 02

Urbanismi, fonte immagine Spinosa.

Negli interventi passati sulla questione urbanistica, proponevo la necessità di aprire un dibattito pubblico su progetti bioeconomici, capaci di pensare gli insediamenti urbani come sistemi metabolici per eliminare sprechi e finalizzare le attività verso l’efficienza creando nuova occupazione utile. La scommessa è porre al centro del piano l’identità culturale del territorio. Osservavo che la realtà urbana da pianificare riguarda la “nuova” struttura urbana della città salernitana, che comprende ben 11 comuni, dalla conurbazione Nord esistente nella valle dell’Irno, fino a quella a Sud verso Battipaglia. In questa città salernitana estesa vivono circa 300 mila abitanti, in un ambiente urbano che soffre di degrado degli edifici esistenti (rischio sismico), affollamento e congestionamento del traffico, abbandono e non governabilità dei processi di agglomerazione e decentramento (rischio idrogeologico). Ricordiamoci che l’obiettivo dell’urbanistica è progettare diritti a tutti i cittadini tutelando il territorio, mentre la consuetudine sbagliata è favorire il profitto. I Consigli comunali, adottando piani che favoriscono prioritariamente le rendite dei privati, non si sono preoccupati di attuare gli scopi dell’urbanistica che indicava di progettare bene gli insediamenti urbani, non solo rispettando gli standard minimi ma realizzando una corretta morfologia delle città. Nell’area urbana estesa salernitana non ci sono né le quantità minime e tanto meno esiste una corretta forma urbana. La scelta politica è preferire processi privatizzati con la famigerata “urbanistica contrattata” e la perequazione di comparto, cioè ignorare l’intero territorio e intervenire solo in quelle aree più appetibili per soddisfare l’interesse economico dei privati, prima di tutto. I nostri processi urbanistici sono tutti viziati dallo scandalo urbanistico italiano, quando nel 1962 fu evitata la riforma del regime dei suoli, e oggi stiamo pagando le conseguenze politiche di quella scelta scellerata. Decenni di non corretta pianificazione hanno costruito l’area estesa salernitana, gravemente ammalata di dispersione urbana (sprawl), assenza di standard (verde di quartiere, parcheggi, servizi culturali), assenza di qualità architettonica, carichi urbanistici mal distribuiti, affollamento nelle aree centrali e assenza di mobilità sostenibile. L’economia reale della nostra specie dipende esclusivamente dal territorio, e l’area urbana non può continuare a crescere. La realtà territoriale indica la necessità di rigenerare i tessuti esistenti arrestando la dispersione urbana che alimenta danni ambientali, economici e sociali. Per rimediare ai disastri realizzati è necessario ripensare i paradigmi della società per favorire l’adozione di piani bioeconomici seguendo le indicazioni della scuola territorialista.

Nei paesi ove si è realizzata e diffusa una migliore pratica urbanistica, i piani sono centralizzati sull’interesse generale affinché il sapere tecnico possa indirizzare i soggetti attuatori nel realizzare, prima di tutto, i diritti per tutti i cittadini e risolvere i problemi esistenti, e non il contrario com’è nella prassi italiana. E’ noto che in Olanda, paesi scandinavi, Germania e Spagna le rendite sono tassate, e che addirittura si recupera il plusvalore fondiario per costruire la cosiddetta città pubblica (standard e servizi). Questi sono alcuni nodi politici, abbastanza noti in Italia, che impediscono di favorire una corretta pianificazione urbanistica secondo i dettami dei principi costituzionali come la rimozione degli ostacoli economici, e la realizzazione dello sviluppo umano rispettando le risorse limitate. Su questi temi, le nostre istituzioni politiche, anziché imitare le migliori esperienze sinceramente socialiste, hanno preferito inseguire l’ideologia liberale e neoliberale regalando facili profitti ai soggetti privati, che ancora oggi vivono e si alimentano di vecchie e nuove rendite senza dare un contributo allo sviluppo umano. Questa prassi politica italiana, cioè lasciar fare solo al mercato è divenuta normale, ma se pensiamo ai diritti e al territorio, ciò è sia immorale e sia illegale se osserviamo le regole di altri Paesi. Se ancora oggi non riusciamo a finanziare una corretta programmazione di manutenzione del territorio e di rigenerazione delle aree urbane, la motivazione è insita nell’approccio culturale delle istituzioni politiche e della maggioranza dei cittadini. Tutti immersi nel mondo economico liberale e neoliberale che ha favorito il nichilismo, la competitività, l’egoismo e di conseguenza la regressione culturale, che oggi mostra la decadenza di una società profondamente sbagliata e stupida poiché distruggendo il territorio elimina se stessa, la propria storia e la propria identità. La risposta culturale alla corretta pianificazione è altrettanto nota, persino scritta nella nostra Costituzione; manca la consapevolezza collettiva della maggioranza delle persone, manca una classe politica responsabile, seria e capace, manca un movimento politico che riconosca la priorità vitale per la nostra specie di tutelare le risorse naturali da cui prendiamo l’energia per vivere.

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La Città 11 settembre 2017

 

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Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

La struttura urbana salernitana, fonte immagine Ptcp 2012.

Nei miei interventi precedenti ho avuto modo di accennare alla necessità di un salto culturale per approdare sul piano bioeconomico, capace di interpretare il territorio e le città come bioregioni urbane e creare occupazione utile attraverso processi di territorializzazione delle produzioni locali e l’uso razionale del territorio sviluppando processi di auto coscienza dei luoghi, come insegna la scuola territorialista. Da circa un paio di decenni, Salerno non è più la città amministrata dal Consiglio comunale del capoluogo, ma è una struttura urbana costituita da ben 11 comuni con una popolazione di circa 300 mila abitanti su una superficie di 272,4 Km2 (Salerno, Vietri, Pontecagnano F., Bellizzi, Battipaglia, San Mango Piemonte, Castiglione dei Genovesi, Pellezzano, Baronissi, Mercato San Severino, e Fisciano). Questa struttura urbana è interna al Sistema Locale del Lavoro (SLL) salernitano costituito da 22 comuni con circa 500 mila abitanti, poi riclassificato dall’ISTAT in 17 comuni. Sono questi i territori urbani e funzionali, con attività e dimensioni che vanno governate, o realizzando un cambia scala costituendo un unico comune, o con piani urbanistici intercomunali bioeconomici capaci di interpretare l’attuale struttura urbana come un unico sistema metabolico, riducendo gli sprechi e adottando piani attuativi conservativi, cioè di recupero e rigenerazione urbana. La Regione Campania dovrebbe rinnovare la propria legislazione urbanistica per introdurre la rigenerazione urbana bioeconomia e approvare un piano territoriale paesaggistico regionale figlio della scuola territorialista. Tali atti normativi sarebbero capaci di favorire un’evoluzione culturale utile allo sviluppo umano, per tutelare la nostra ricchezza costituita dal patrimonio storico culturale e ambientale. Si tratta di scelte politiche capaci di creare occupazione utile e aggredire il drammatico tasso di disoccupazione (Campania 19,8%, Provincia di Salerno 16,6%) riducendo le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Due Regioni italiane hanno già approvato piani paesaggistici figli della scuola territorialista, la Toscana e la Puglia, mentre da alcuni anni la letteratura urbanistica mostra i cambiamenti delle nostre città, trasformate in aree urbane estese. Salerno non sfugge a questo cambiamento ed è necessario che le istituzioni politiche abbiano il coraggio di riformarsi e adottare strumenti urbanistici adeguati, al fine di governare i processi di agglomerazione, decentramento, e pianificare la rigenerazione dei tessuti urbani esistenti. L’implosione del capitalismo e le delocalizzazioni industriali che hanno innescato l’aumento della disoccupazione, il degrado territoriale e un’economia dipendente dagli idrocarburi, sono elementi che dovrebbero far riflettere e accelerare l’avvento delle politiche urbane bioeconomiche.

Nella città estesa salernitana sono leggibili i problemi ambientali, sociali ed economici che richiedono un approccio più efficace al fine di essere governati e affrontati, e per farlo è necessario un cambio di scala delle istituzioni, transitando da 11 Comuni a un solo Comune. Ciò costituirebbe un vantaggio politico straordinario. Sono altresì leggibili problemi quali: la dispersione urbana (lo sprawl) sia nella conurbazione Nord della valle dell’Irno, e sia nella conurbazione Sud verso Battipaglia. Entrambe le conurbazioni mal governate hanno consumato suolo agricolo favorendo l’aumento dell’inquinamento atmosferico e l’inquietudine urbana che danneggia particolarmente anziani, giovani e ceti meno abbienti. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Questa contraddizione, costituita dall’aumento di agglomerazioni commerciali e l’alto tasso di disoccupazione, spiega in parte come le classi dirigenti politiche non siano state capaci di affrontare i problemi sociali ed economici dell’area salernitana. Com’è noto, la scelta delle imprese private di delocalizzare le produzioni, coltivando il neoliberismo, lascia numerosi vuoti urbani che potrebbero essere riutilizzati e trasformati. Tali processi andrebbero affrontati con l’approccio bioeconomico che parte dall’analisi dell’esistente per intervenire sui suoli già urbanizzati, e ponendo priorità su obiettivi sociali e ambientali, anziché inseguire l’avidità dei privati innescata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul piano bioeconomico il motore dell’economica è la cultura.

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scandalo urbanisticoSono trascorsi molti anni quando si consumò il più grande scandalo urbanistico italiano. Nel corso dei decenni, il tema è stato rimosso dal dibattito pubblico contribuendo a far perdere consapevolezza di un argomento politico fondamentale per il capitalismo italiano, poiché il regime giuridico dei suoli condiziona la vita delle persone mostrando il conflitto fra l’interesse generale dello Stato e l’avidità dei privati che sfruttano la rendita. Quando negli anni ’60 si scelse di cancellare la proposta di riforma urbanistica sul regime dei suoli, di fatto, l’Italia divenne il paese più liberista d’Europa. Si abdicò l’interesse generale favorendo l’interesse dei proprietari privati che hanno saputo condizionare la pianificazione assecondando i propri capricci, e incassare l’accumulazione del capitale senza lavorare (plusvalore fondiario). La conseguenza di questa scelta politica scellerata è sotto gli occhi di tutti: urbanistica contrattata, rinuncia alla pianificazione e consumo del suolo agricolo, speculazioni edilizie. Tutto ciò ha alimentato l’inquietudine urbana, i processi di gentrificazione con le gated community, e i danni ambientali irreversibili.

Dal secondo dopo guerra in poi, il partito comunista fu il soggetto politico scelto dai pianificatori per introdurre una riforma sul regime dei suoli, e fra il 1962 e il 1963 la proposta di Fiorentino Sullo (democristiano) fu scarta e neanche discussa. Anche il PCI ripiegò su stesso, e non seppe sostenere una riforma degna di questo nome. Il nostro Paese aprì le porte al liberalismo con conseguenze sociali, economiche e ambientali disastrose.

Oggi non esiste alcun partito interessato a riprendere il tema del regime dei suoli, nonostante questo tema sia una priorità. Ciò assume aspetti ambientali e politici drammatici, poiché la realtà territoriale e urbana mostra evidenti segnali di degrado che necessitano interventi di rigenerazione e manutenzione, per arrestare le speculazioni adottate da ignobili Consiglieri comunali, totalmente incapaci di interpretare un piano urbanistico e di applicare la Costituzione che ordina di conseguire l’interesse generale e non l’avidità di soggetti privati.

Un Paese civile ha il dovere morale e politico di riprendere il tema e riformare il regime giuridico dei suoli per applicare la Costituzione. L’urbanistica ha il dovere di tutelare il territorio e costruire diritti a tutti i cittadini, e non quello di fare profitto.

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sistemi locali principali realtà urbane e città medie

Sistemi locali principali e delle città medie, ISTAT, 2017.

Una mia vecchia riflessione osservava quanto fosse inutile, oggi, eleggere Sindaci e Consigli comunali. L’osservazione partiva da un dato politico amministrativo e gestionale circa i servizi pubblici locali: acqua, rifiuti, energia, trasporti, servizi sociali, oggi completamente esternalizzati, così come desidera la religione liberale e neoliberale che professa il mantra laissez faire al mercato, e demonizzando lo Stato sociale. Oltre a questo aspetto politico gestionale dei servizi, bisogna aggiungere un dato molto più forte e radicato, che mostra non solo l’inutilità degli attuali livelli istituzionali ma il danno alla collettività prodotto dall’inerzia politica, che non realizza un cambio scala dei livelli municipali osservando l’attuale armatura urbana mutata da diversi decenni.

L’attuale classe dirigente politica è completamente staccata dai problemi reali del territorio, mentre gli individui vivono in maniera passiva e non possiedono gli strumenti e le informazioni per riscontrare il cambiamento avvenuto nel Paese.

Pianificatori, geografi e urbanisti ovviamente studiano i fenomeni urbani, e pubblicano una letteratura utile a far conoscere il territorio per suggerire soluzioni concrete e governare le aree urbane in maniera adeguata.

Il massimo che il legislatore ha saputo fare è produrre una normativa che riconosce le aree metropolitane, ma ignorando la reale struttura urbana delle nuove città italiane costituite dalle integrazioni di più comuni. Per una serie di condizioni culturali e politiche, la nostra classe dirigente fa molta fatica a riconoscere l’importanza della pianificazione urbanistica, e ciò produce danni alla collettività e all’ambiente, mentre in altri Paesi tale limite non esiste, e si riscontra in una maggiore attenzione al ruolo della pianificazione territoriale; basti osservare i paesi scandinavi, l’Inghilterra, i Paese Bassi, la Germania e la Francia dove da molti decenni c’è un maggiore controllo sull’attività urbanistica edilizia, sia ai livelli territoriali e sia ai livelli attuativi. Nel nostro Paese, sembra esserci un legislatore criminale che propone ancora condoni e deregolamentazioni, per favorire gli interessi dei privati piuttosto che applicare la Costituzione italiana che ordina di tutelare il territorio e di costruire diritti ai cittadini.

E’ noto che cambiando i livelli amministrativi locali, rispetto alla realtà urbana formata da comuni centroidi e conurbazioni estese, si riducono i costi pubblici e privati poiché è possibile una migliore gestione dell’organizzazione territoriale, oltre che l’adozione di piani urbanistici rispondenti alla realtà territoriale. Nella maggior parte dei casi sono contrari al cambio di scala, i Sindaci locali poiché perdono il controllo dei loro interessi. Gli elettori non sanno neanche di cosa si parla. Gli unici consapevoli circa la necessità di interpretare correttamente l’interesse generale, sono i pianificatori.

Un aspetto fondamentale circa la necessità del cambio di scala amministrativa riguarda il cuore dell’azione politica, e cioè la corretta distribuzione delle risorse per i livelli amministrativi locali. Oggi tanti piccoli comuni sono del tutto ininfluenti, mentre la costituzione per legge delle nuove città, che sono l’insieme di comuni interdipendenti fra loro, rappresentano soggetti istituzionali politici più forti e consapevoli.

Ad esempio, è ormai strutturata da decenni la nuova città di Salerno costituita dal comune centroide e dai comuni limitrofi. Nel cambio istituzionale di scala sono rimossi i Sindaci e i Consigli comunali dei soggetti viciniori ma trovano rappresentanza nel nuovo Consiglio comunale che dovrà adottare un nuovo piano urbanistico comunale d’ispirazione bioeconomica, che riconosce e interpreta l’attuale bioregione urbana. Solo in questo modo, la realtà territoriale costituita da comuni interdipendenti potrà essere governata in maniera efficace rigenerando le parti obsolete e controllando i processi di agglomerazione, contrazione e dispersione urbana. I danni sociali, economici e ambientali nel territorio salernitano, e non solo, sono favoriti anche da questa inerzia politica, totalmente incapace di adeguarsi ai cambiamenti avvenuti e consolidati.

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Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

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